“I giorni più lunghi del secolo breve” di Andrea Coccia.

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Il viaggio che ho intrapreso assieme a Andrea Coccia è stato indimenticabile.

E ancora tento di fissarlo negli occhi, ascoltando de Gregori la storia siamo noi.

Non ho mai davvero compreso le parole di questa canzone, finora, finché non l’ho vissuta sulla mia pelle, nei suoi infinitesimali dettagli, in quella sua perfetta sincronia.

E’ stato un cammino che mi ha lasciato senza fiato e che mi ha fatto comprendere la perfezione di questo meccanismo che rende eventi ricordi, ideali, e attimi, impressi indelebili su di noi.

Ho vissuto con passione ogni attimo di questo secolo cosi breve eppure cosi importante, lastricato di lacrime di sangue, di speranze e di sacrifici, di istanti in cui il respiro si mozzava perché tutto sembrava cambiare.

E allora capisci che la storia è fatta di gente,di scelte, di fatti legati uno all’altro, vicini eppure lontani, dove la caduta di un simbolo si interseca con la nascita di un altro simbolo, di una musica che condizionerà una generazione.

Capiamo che mentre un Orwell scrive, Gandhi si prepara a conquistare la sua prima vittoria politica.

Tutto in un attimo, tutto in quei secondi immensi e importanti che decidono che volto avrà il nostro mondo.

E allora si corre dietro eventi che Coccia rende quasi vivi e sfilano davanti ai nostri occhi attoniti, quasi inconsapevoli di tutta questa cacofonia di vita.

Di questi importanti solchi nella nostra esistenza, che diventano ricordi e si tolgono di dosso l’aridità di meri accadimenti da imparare a memoria, messi dentro un libro colto e nascosto dietro la polvere di una biblioteca. Invece dobbiamo tenere a mente che essa è cosi viva, perchè appartenente all’esperienza umana, e sanguina, respira e allarga i suoi mille tentacoli su tutti noi, e ci rapisce e di fagocita.

E ci risputa cambiati, mai più gli stessi decisi a non dimenticare e divenire memoria.

Un libro che:

che annulla il tempo

E al tempo stesso rende omaggio a quello scorrere dei giorni dei secoli che non appare più insensato e senza scopo:

è la possibilità di estinguere il passato per renderlo eterno. Ogni memoria diventa presente

Oggi della storia di è perso il brivido, la consapevolezza che nessuno, come direbbe De Gregori, la può fermare.

Corre e diventa un fiume in piena, una valanga senza freni, un vento che sradica alberi e certezze.

Eppure, nonostante questo viaggio nell’immensità di accadimenti che ci hanno lacerato forse, ferito ma dato nuova forma, ancora c’è chi asserisce che in fondo nulla cambia e tutto prosegue in un noioso eterno via vai, in cui cambia il suonatore e mai il suono.

Nonostante la forza della storia di imprimere la sua volontà su noi, assistiamo pavidi ai suoi profondi mutamenti: dal crollo del muro, al crollo dell’unione sovietica.

Assistiamo al grandioso eventi di un a un intero popolo ungherese sceso in piazza per cantare una nenia d’amore alla libertà.

A chi ha deciso di non abbassare la testa davanti alla dittatura, a chi ha sopportato la vista di un fucile e no ha mai rinnegato se stesso.

A chi magari si è seduta su un autobus, in un posto vietato e ha deciso di non scendere.

In tutti questi fatti, che sono opportunità, che sono svolte in quel nostro rettilineo di un percorso chiamato vita, negare che da sempre la storia ci ha offerto la sua mano, è assurdo.

Ogni momento importante è stato un aiuto per modificare non solo stati, politica, alleanze ama anche e profondamente i nostri assunti culturali.

Ogni intersecarsi di vicende, ci ha offerto la possibilità di guardarle dall’alto, vederne i contorni i confini, i legami, gli errori e provare a trasformarli.

In questo libro ho vissuto, odiato, sperato, sognato.

Ho amato la musica e la letteratura quando ancora i miei eroi non erano scrittori.

Ma sentivano forte dentro di loro il richiamo dell’arte o dell’impegno civile.

Ho rivisto Pertini piangere davantini all’orrore della stazione di Bologna e gente giurare sotto un sole che illuminava macerie e morte, che non sarebbe mai più successo.

Ho visto il muro colare e gente festeggiare.

Ho visto Gandhi vincere la sua scommessa e cambiare un intera nazione. Ho visto un cantante immaginare coraggiosamente un modo migliore e un uomo nuovo e un presidente morire sotto le pallottole di un pazzo, ma ho visto anche le sue idee mettere radici.

Ho visto un Italia risorgere dal baratro e fermare in tutti i modi l’avanzare dell’orrore.

Ragazzi che hanno creduto nei valori della democrazia e della libertà.

E color che l’hanno cantata in musica affinché non morisse mai.

In questo libro ho visto tutto, fino a essere sopraffatta da avvenimenti che qualcosa o una vita troppo frenetica e troppo dedita all’apparenza volevano farmi dimenticare.

Vogliono farci credere che, in fondo, la storia non cambia.

Eppure ogni istante di quel racconto, quelle modifiche le abbiamo viste, abbiamo visto gli insegnamenti e la storia che urlava come il sistema oramai marcio, ormai morto per asfissia, dovesse cambiare.

E oggi siamo qua, dopo la corsa del secolo breve, cosi ricco di sfaccettature e forse cosi cacofonico a decidere se smettere di stare immobili e reagire, o tornare a essere belle addormentate, in attesa di chissà quale principe.

E saprete cosa ho compreso?

Se la storia siamo noi, siamo noi cittadini, uomini, sognatori a dover raccogliere la sfida lanciata dal racconto meraviglioso di Andrea Coccia:

Viviamo in un mondo catturato, sradicato e trasformato dal titanico processo tecnico-scientifico dello sviluppo del capitalismo, che ha dominato i due o tre secoli passati. Sappiamo, o per lo meno è ragionevole supporre, che tale sviluppo non può proseguire all’infinito. Il futuro non può essere una continuazione del passato e vi sono segni, sia esterni sia, per così dire, interni, che noi siamo giunti a un punto di crisi storica. Le forze generate dall’economia tecnico-scientifica sono ora abbastanza grandi da distruggere l’ambiente, cioè le basi materiali della vita umana. Le stesse strutture delle società umane, comprese alcune basi sociali dell’economia ca-pitalista, sono sul punto di essere distrutte dall’erosione di ciò che abbiamo ereditato dal passato della storia umana. Il mondo rischia sia l’esplosione che l’implosione. Il mondo deve cambiare. Non sappiamo dove stiamo andando. Sappiamo solo che la storia ci ha portato a questo punto e sappiamo anche perché. Comunque, una cosa è chiara. Se l’umanità deve avere un futuro nel quale riconoscersi, non potrà averlo prolungando il passato o il presente. Se cerchiamo di costruire il terzo millennio su questa base, falliremo. E il prezzo del fallimento, vale a dire l’alternativa a una società mutata, è il buio.

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Recensione a cura di Alessandra Micheli

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Recensione: “Ada e le altre: legami femminili tra educazione e valore della differenza”.

2Siamo nel 2019.

Eppure con sommo dispiacere, noto che tante frasi fatte relative al mondo femminile, sono ancora in circolazione. Ce ne sono a iosa, dalle più divertenti alle più abbiette. Da quelle che contengono un sano umorismo capace di evidenziare i difetti in maniera bonaria, a quelle disturbanti come unghie che graffiano la lavagna.

Una di quelle è relativa al grado di considerazione, di tanti intellettuali o finti intellettuali (mi si conceda la vena polemica) verso la ferrea convinzione che esiste, ed è un fatto inoppugnabile,  una letteratura di genere.

Ossia una serie di libri adatti alle signorine, alle donne e amati dalle casalinghe.

Una convinzione che sembra arrivare direttamente dal periodo vittoriano e che ha ingabbiato il talento di tante autrici, da Amy Levy (costretta a dare alla luce un romanzo più consono al suo sesso) alla bravissima George Eliott, costretta a assumere identità maschile per dar sfogo alla sua arte. E cosi, è convinzione comune che la signorina perbene o anche quella con una certa verve maliziosa, sia più attratta, diciamo, dal romanzo rosa, “degenerato” oggi in un romance pieno zeppo di stereotipi.

Tanto da far impallidire la critiche di una grintosa Austen ai misteri di Udolpho della Radcliffe (vedi Northanger Abbey).

Quando io, con un tocco di sentimento eretico, mi dissociai da questa limitante visione asserendo e dichiarando il mio imperituro amore per la saggistica e per, udite udite, l’horror mi hanno guardato con astio definendomi a tratti snob o semplicemente repressa. Conscia di questa strana tendenza non solo del maschile ma di una certa oramai diffusa mentalità sociale ( anche le stesse donne ritengono adatto alla propria psiche solo una tipologia di romanzi, in quanto la donna è per sua ammissione fragile e delicata rosea creatura), mi sono dunque chiesta e domandata quale occulto valore,celasse una simile idea.

Perché sappiamo, possiamo negarlo ma lo comprendiamo, che dietro apparenti innocue affermazioni, esiste un mondo di consuetudini, di motivazioni, di valori e di significati sociali. Dietro la semplice concetto, c’è un intero mondo che o sostiene o combatte lo status quo. Il mio, dunque, non è un rifiuto snobbistico di un determinato genere, è una battaglia contro il senso e le conseguenze di una tale definizione. Come se qualcosa nel DNA ci imponesse di dover leggere un certo tipo di libro perché donne.

Ottenere un certo tipo di lavoro perché donne.

Indossare determinati capi perché donne.

Accettare determinati comportamenti perché donne.

E sopratutto, tenere a determinati valori, determinati ideali perché donne.

Questa convinzione, che diventa cosi rigida da divenire stereotipo, non è solo radicata, ma fa parte di una precisa concezione della femminilità, quella contestata da un certo Poullain de la Barre. Egli si scagliò contro l’idea ferrea (patrocinata da Jean Bodin) che la donna fosse inferiore all’uomo. Inferiore sia di cultura che di cervello.

Inferiore di intelletto e predisposizioni. Inferiore perché atavicamente sottomessa all’autorità maschile. Noi eravamo le lunari, le emotive, incapaci di gesti eroici perché vittime degli uomini della nostra specie.

Non scherzo. Nell’ottocento ogni nostra rivalsa, ogni nostra rimostranza, veniva considerata frutto di isteria.

Non avevamo il diritto di voto e protestavamo? Isteriche.

Volevamo studiare e magari divenire medico? Isteriche.

Volevamo combattere al fronte? Isteriche!

Contestavamo il mancato diritto alla proprietà? Isteriche!

Ancora oggi, la donna che esce fuori dagli schemi è isterica, insensata, antifemminile e strega. Anche nel 2019 mi sento dire che è impossibile che io odi il rosa, perché il rosa è la mia letteratura. Che è impossibile non ami vestirmi curarmi e mostrarmi come se fossi una bambola in vetrina.

È impossibile che non ami i complimenti, che non mi piaccia essere corteggiata, che non abbia dentro una sorta di attrazione recondita per il lato civettuolo e seduttivo della donna. Che è impossibile che non sogni ne matrimonio, ne figli. Io stessa sono vittima dello stereotipo di genere. E questo stereotipo, spesso, è reiterato e legittimato dalla nostra cultura. E sopratutto veicolato dalla letteratura. Quella che rende vanesia ogni nostra ribellione contro l’immaginario maschile che vi vuole felici se costrette a sottostare ai desideri maschili. Che rende vanesia la nostra ricerca dell’ideale, perché ci basta un lieto fine e tutto si aggiusta. Che rende non necessario l’impegno civile o politico, tanto ci pensano gli altri.

Che rende vana e inutile la ricerca della consapevolezza interiore atta a scoprire le proprie potenzialità, tanto quando troverai l’amore tutto si aggiusta. Che rende superflua la ricerca di un lavoro capace di appagare, perché ti appaga la maternità non il lavoro. Che costringe la donne a considerarsi incubatrici prima che persone. Che ti rende colpevole di ogni gesto di violenza compiuto nei tuoi confronti, perché la donna è provocatrice. E potrei continuare all’infinito. Ora, so che anche il mio femminismo sarà visto come un altra forma di isteria: io rifiuto i doni della mia biologia, la maternità e la bellezza dell’accoglienza.

E chi lo dice? Chi ha mai detto che essere femministe significa rinnegare qualcosa? Semmai aggiungere, semmai modificare, semmai rendere conto che la diversità è un valore non un impedimento. E che anche a disposizione di un seno, un ovaie e della capacità di generare vita, possa anche disquisire di filosofia e interessarmi ai progressi della fisica quantistica.

Cosa me lo impedisce? Posso essere attiva politicamente e essere una buona educatrice. Posso girare elegante con i tacchi leggendo Proust. È questo che oggi manca. Manca la capacità di osservare il mondo non più a strati e scomparti ma in un ottica di complessità. Quindi il problema non è leggere o meno certi libri. O  scegliere o meno la strada del successo o della famiglia. O, vestire in jeans o gonne.

Il problema è essere fruitrici di una sola parte della vita. Di un solo approccio alla vita, di una sola possibilità di scelta. E questo non danneggia me o voi donne, che avete la mia età e le vostre battaglie le avete fatte. Danneggia le ragazzine, le ragazze e le giovani donne che non hanno riferimenti se non le influencer capaci di farti passare il lusso e l’arrivo nei reality l’unica strada possibile.

Ehi cocche, potete essere tutto. Persino astronaute. Poliziotte, generali e scienziate.

Ma vi serve qualcosa che vi faccia da modello. Qualche donna che vi dimostri come, anche nei momenti in cui eravamo più legate, limitate, represse il cambiamento mentale era possibile.

Ed ecco che Ada e le altre vi aiutano. Un libro cosi intenso da farmi piangere.

Ada torna intatta da un passato che si fonde nel presente e ci racconta di lei, delle sue idee, del suo coraggio quello che la mise contro l’autoritarismo fascista. Ada inizia a parlare e raccontarsi e tramite quella storia racconta di tante donne, donne che formano una parte del nostro retaggio, donne che devono tornare a vivere in noi. Ada cosi meravigliosa, cosi piena di vita, di passione, capace di avere dei pensieri cosi moderni, da farci vergognare, noi oggi che sputiamo su quei progressi. Ecco che un libro smette di essere carta e diviene un simbolo. Diviene suono capace di farci cogliere un’occasione unica, irripetibile:

l’occasione per suscitare, in qualche modo, in tanti altri e in tante altre lo stesso genuino entusiasmo che Ada, con tutto il suo fiducioso e caparbio impegno, ha saputo suscitare in noi.

 

Obiettivo mio e di Biblion sopratutto che riesce a pubblicare libri che mi entrano nel cuore è

Il nostro obiettivo ma, soprattutto, la nostra speranza è che le riflessioni aperte in quei giorni non vadano perdute, bensì continuino a sollecitare curiosità e interesse per far sì che il pensiero e la figura Ada continuino a mostrarci l’esempio di una donna che ha saputo immaginare un futuro più giusto e adoperarsi concretamente per provare a realizzarlo.

 

Viviamo in tempi difficili ragazze. Siamo più apparentemente libere, persino di ereditare, di decidere chi sposare, di vestirci come vogliamo, di studiare e sognare tanti futuri..eppure cosi in pericolo. Il maschilismo si sente minacciato e i femminicidi ne sono la dimostrazione. Il sistema ha paura della ventata di innovazione che da sempre, la donna, porta con se e tenta di azzittirci mettendoci sul piedistallo e fingendo di adorarci.

E invece, ci troviamo imprigionate in un altra gabbia, forse più raffinata e elegante, ma da cui il sole non ci raggiunge. E tentano di impedirci di volare e vedere come in realtà è cosi immenso l’orizzonte. E noi, invece, possiamo raccontarlo ai nostri uomini, ai nostri figli alle nostre sorelle. E spezzare la catena dei confini che ci ingabbiano in un mondo angusto e soffocante:

Mai come in questi tempi di smarrimento individuale e collettivo, nonché di profonda crisi, culturale e sociale ancor prima che politica e materiale, abbiamo bisogno di imparare a sperare e a lottare per un cambiamento.

 

Oggi la crisi esiste. Dei valori, degli ideali e persino dei modelli.

Abbiamo terrore di ritrovarci da soli e sostituiamo i vecchi impedimenti con impedimenti nuovi, cerchiamo da soli nuove catena proposte come scorci di paradiso. Non conta più l’impegno e la soddisfazione personale ma i follower. Non conta più la gioia di essere e di fare arte, contano le vendite, il business, il marketing. Conta la bellezza e neghiamo l’imperfezione persino delle rughe. Che sono le nostre esperienze, quelle che ci rendono meravigliose diverse e uniche. E cosi siamo omologate e rese di plastica da una strana e ambigua fabbrica.

Ecco perché vi invito a leggere Ada.

Per riscoprire il valore della differenza. Imparare da lei cosa significa davvero essere pienamente soddisfatte e complete:

L’emancipazione comincia proprio di qui; nel non alimentare e incoraggiare la boria nei ragazzi e il senso di dipendenza nelle bambine e nell’ abituare invece gli uni e le altre a comportarsi su una base di collaborazione e d’uguaglianza

 

E mi rivolgo a voi genitori.

Date ai vostri figli non tablet e cellulari ma:

“dare al proprio figlio gli strumenti che gli consentano di scoprire chi vuole essere e, quindi, di diventare una persona contenta di sé e della propria vita». Educare non significa insegnare, imprimere un segno nelle personalità in formazione delle bambine o dei bambini, indirizzarli contro la loro spontanea natura, ma accompagnarli dove si pensa che essi vadano.”

Fateli sognare, fateli inventare, rendeteli capaci di scoprire la vita e di trovare se stessi e le loro immense doti.
Fateli ridere, fateli essere felici:

“felicità. Per lei, infatti, questa deve essere la meta dell’esistenza di ognuno, intesa come il compimento dell’essere umano, uomo o donna che sia, che include la libertà di poter essere se stesso, la consapevolezza della propria autonomia, la scoperta e il riconoscimento dei propri talenti.”

 

E sono convinta che tramite il pensiero di Ada possiamo davvero creare persone migliori, persone più consapevoli dei propri talenti, persone capaci di raccontare e raccontarsi, una società diversa e tramite quella narrazione crearla giorno per giorno dentro di se:

“Solo in una società in cui uomini e donne siano coscienti dei loro valori umani, e i rapporti tra i sessi non si fondino sull’ antagonismo, ma sulla collaborazione e ogni sfruttamento sia veramente abolito nel campo del sesso e della vita famigliare, come del lavoro e della produzione.”

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Recensione a cura di Alessandra Micheli.

Revisione a cura di F.U.

“Complessità. Un introduzione semplice” di Ignazio Licata, Di Renzo Editore. A cura di Alessandra Micheli

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Ho pensato molto a come impostare questa recensione.

Perché so, visto che è stato oggetto dei miei studi, come il discorso sulla complessità e sulla modalità con cui indagarla, è ostico e coinvolge un sacco di discipline affascinanti ma particolari come la cibernetica, cosi com’era stata esposta alla meravigliose Macy Conference, laddove il mio mito, Gregory Bateson, pote finalmente dire la sua sulla cesura assurda tra mente e natura, mettendo in discussione quella settorialità delle discipline a cui siamo abituati da troppo tempo e che a livello ontologico stanno dando i loro frutti.

E non sono certo frutti polposi e gustosi, anzi.

Oserei dire che essi, in un primo momento apparivano come invitanti e che piano piano hanno iniziato, ovviamente a marcire.

Ma sono altresì consapevole che io, innamorata persa dell’ecologia della mente e di una interdisciplinarità in grado di osservare e studiare molteplici (non tutte, sarebbe impossibile) sfaccettature di quello che noi chiamiamo reale, sedotta dalla fervida mente di Bateson e dai suoi metaloghi in grado di unire, in un tutt’uno omogeneo e strabiliante scienza, biologia, psicologia, matematica e fisica quantistica, sono assolutamente di parte.

Se per me il discorso sulla complessità è nettamente logico e necessario per il nuovo millennio, per molti invece, rappresenta ancora un percorso tutto in salita.

Come comprendere quanto l’epistemologia sia collegata con faccende come marketing, economia e persino guerra?

Come unire lo studio antropologico alla comunicazione e persino alle operazioni di pace?

Solo chi è stato risucchiato dalle Macy Conference forse è capace di vederne il filo logico.

Di capire quanto l’approccio diverso, l’angolazione variegata da cui studiare i fenomeni e non considerarli componenti a se stanti di quel famoso e bistrattato tutto ( io lo chiamerei vita) è l’unico mezzo per agire e modificare gli assunti aberranti del nostro sociale.

E cosi possiamo comprendere come, il concetto dualista abbia ripercussioni sulla storia e sui sistemi economici, persino sulla medicina e su ogni accadimento umano.

Perchè è l’epistemologia la pietra d’angolo su cui impiantare il tempio della conoscenza.

Non ci credete?

L’epistemologia è letteralmente:

Lo studio critico della natura e dei limiti della conoscenza scientifica, con particolare riferimento alle strutture logiche e alla metodologia delle scienze; negli ultimi decenni, per influsso del corrispondente termine inglese, il vocabolo viene sempre più usato per designare la teoria generale della conoscenza, quindi, gnoseologia.

In pratica è l’osservazione innanzitutto di come vediamo il mondo, il reale, di cosa consideriamo vero o falso, dei nostri metodi di classificazione, persino dei significati semantici che diamo a parole come ordine e disordine, che daranno origine, udite udite, alla formazione di società e della polis con tutti i dettagli conseguenti.

E’ come strutturiamo il pensiero polis o società che poi parlerà di noi, dei nostri rapporti con la natura, con la conoscenza, con il progresso e con la gestione delle risorse (economia).

Qua l’è la malattia dell’approccio scientifico alla complessità?

Licata in questo libro esplora i confini ristretti della scienza, superandoli per unirne il concetto base con altri settori che per troppo tempo sono rimasti quasi isolati, come se tutto lo scibile umano non sia altro che una gerarchia costante, una sorta di classificazione di modelli pret a porter, utili da tirar fuori quando si affronta settorialmente l’argomento scelto.

E cosi il modello fisico è della fisica.

Quello sociologico della società, lo psicologico dell’uomo e l’esoterismo una disciplina fatta solo per attrarre gli sciocchi.

Senonché un certo Vilfredo Pareto è riuscito a restituire a ciò che è nascosto ( i residui logici di ogni azione) il posto che gli spetta.

E’ il non detto, lo scarto, persino il rumore che indica la linea di confine, la zone di mezzo in cui il vero scienziato oggi si deve interessare.

E’ come lo studio del DNA.

Abbiamo oramai compreso come il livello utile alla conoscenza non è accumulato solo nei geni, nella formazione delle catene degli amminoacidi, ma in quello che si chiama DNA di scarto.

Studiare solo una parte, lasciando di fuori le altre, quelle relegate in altri settori è il danno di oggi.

E lo dimostrano i testi di entrata a medicina e le relative polemiche. Sapete la storia no?

Provetti studenti si sono riversati alla sapienza per realizzare, forse un sogno: divenire medici.

Per prima cosa, la lacuna in questo desiderio è formalizzato dalla motivazione fondante ( il residuo logico appunto) che spinge a questa scelta.

Perché medicina?

Cosa può dare a te uomo la medicina?

Un lavoro sicuro?

Una nicchia in cui immettersi per far parte di una casta?

Il secondo dramma è stato nella considerazione di questa scienza totalmente slegata dal contesto mondo e riferita più che altro al solo organismo su cui intervenire in caso di patologia.

Peccato che l’organismo suddetto si muova e agisce in un determinato ambiente ( società) con un determinato ecosistema ( ecologia) portante determinati valori ( antropologia) con delle particolari attitudini mentali ( psicologia) con una particolare funzione sociale (politica) e con un sistema ordinato o disordinato di gestione e realizzazione di bisogni e risorse ( economia).

E non solo.

L’organismo suddetto (uomo) risponde a determinate leggi che spaziano dalla biologia alla fisica.

Quindi per poter essere medico forse, seguendo questo ragionamento, serve sia la curiosità atta a indagare sulla cultura generale, sulla fisica, sulla chimica e su l’analisi critica dei modelli che per anni ci hanno proposto come validi.

Uno scienziato solo settoriale è come uno affetto da Acromatopsia convinto che il solo bianco, nero e grigio siano i colori con cui l’ecosistema dipinge il mondo.

Se non si rende conto della patologia che porta con se, ogni suo studio sarà parziale, incompleto e falsato.

E in questo caso il riduzionismo, ossia quella volontà di affermare che, rispetto a qualsiasi scienza, gli enti, le metodologie o i concetti di tale scienza debbano essere ridotti al minimo sufficiente a spiegare i fatti della teoria in questione. Ed è questa forma mentis che diviene il muro contro cui si scontra chi, con una visione geniale e particolareggiata, considera necessario…non scambiare la mappa per il territorio.

La settorialità o il riduzionismo servono agli scienziati per muoversi agevolmente nel favoloso mondo della complessità, prendendo un fenomeno e cercando in esso correlazioni e legami.

Il passo successivo, però è che da quelle osservazioni, da qui modelli DEVONO scaturire altre riflessioni che necessiteranno di altri modelli. La scienza è un percorso, non un semplice asserzione e classificazione di dati, fatto di domande e risposte.

E altre domande e altre risposte.

Anche perché il riduzionismo, che diviene rasoio di Occam ( secondo cui non bisogna aumentare senza necessità le entità coinvolte nella spiegazione di un fenomeno) rischia di favorire quella che Gregory Bateson chiamava finalità cosciente.

E per spiegarla usò la meravigliosa poesia del vecchio marinaio. La conoscete no?

Questo marinaio nella sua arrogante visione etnocentrica, compie un misfatto ai danni dell’ecosistema, simboleggiato dall’uccisione di un Albatros.

E come ripara al torto subito?

Cerca in ogni modo di espirare coscientemente la sua colpa cercando di vedere il mondo per quell’immenso organismo composito che in realtà è. Ma nulla, L’albatros gli pende al collo come una condanna.

Cerca, cerca senza stancarsi mai di porre rimedio, ma non ci riesce.

E cosi un giorno, sconfitto e rassegnato, smette di lottare contro il destino.

Ad un tratto vede enormi serpenti marini agitarsi nel mare, lasciando dietro di se scintillanti scie di luce.

Mentre PRIMA una simile visione non lo avrebbe per nulla affascinato perché troppo preso dalle sue finalità, ora, nel momento in cui non sente più nulla se non le sensazioni corporee, è affascinato da tali creature dai giochi di luci e dal senso di immensità, tanto da esclamare:

O felici creature viventi!

Nessuna lingua può esprimere la loro bellezza:

e una sorgente d’amore scaturì dal mio cuore,

e istintivamente li benedissi.

Certo il mio buon Santo ebbe allora pietà di me,

e io inconsciamente li benedissi.»

Cosa significa?

Che nel momento in cui si smetti di pensare all’utilità immediata di ogni azione ( finalità cosciente) ma si agisce spinti dalla curiosità e da quel senso umano di varcare l’ignoto e lasciarsi avvolgere dalla meraviglia, il cuore si riempie di un senso di appartenenza stimolando la mente e il cervello a vedere i vari livelli del mondo.

Non più in funzione di, ma semplicemente perché la natura umana è fatta anche della volontà della scoperta.

E cosi che l’albatros di stacca dal collo del marinaio e lui viene redento.

Questa, secondo Bateson è la migliore metafora della necessità della scienza ad aprirsi alla complessità e rifuggire al pericolo di confondere la mappa con il territorio.

Più un sistema diventa complesso, meno è prevedibile. Plurali sono le sue manifestazioni come le possibilità di osservarlo, i modelli per descriverlo e le strategie per gestirlo. Infine, non esiste più una legge, e neppure una probabilità definita, bensì la scommessa di Bruno de Finetti (altra figura che attraversa queste pagine e che è adesso al centro di un nuovo lavoro sull’incertezza e di un progetto teatrale). La complessità, come scrive il mio amico Ermanno Bencivenga, riguarda le scelte e i dizionari che costruiamo per descrivere qualcosa.

Per me leggere Licata è stato come trovare un amico che non vedo da tempo.

Per voi, forse, è l’unica speranza di togliervi dal collo il feticcio inanimato dell’albatros.

NOTE 

Macy Conference

Nel 1946 a New York, sponsor la Macy Foundation, con la presidenza di Warren McCulloch, iniziò una serie di dieci conferenze che vengono ricordate appunto come le “Macy conferences“.

Ad esse hanno partecipato, tra gli altri, Gregory Bateson, Margaret Mead, Norbert Wiener, Jonh von Neuman, Heinz von Foerster.

Formidabile fu la prima che si sviluppo con il seguente programma:

La prolusione fu di von Neuman che descrisse i computer digitali

(che non erano ancora stati realizzati).

Seguì un intervento di Wiener che presentò il concetto di feed-back fondando così ufficialmente la cibernetica.

Conclusero Bateson e Mead che auspicarono un dialogo tra la nuova scienza cibernetica e le scienze sociali.

Le Macy Conferences furono un evento di sintesi e di futuro.

Cibernetica

Il termine cibernetica, indica un vasto programma di ricerca interdisciplinare, rivolto allo studio matematico unitario degli organismi viventi e, più in generale, di sistemi, sia naturali che artificiali. La cibernetica nacque durante gli anni della seconda guerra mondiale, su impulso di un gruppo di ricercatori, tra i quali ebbe una parte predominante il matematico statunitense Norbert Wiener.

Questi, provenienti da diverse formazioni, erano uniti dall’interesse allo studio della vita e delle sue principali manifestazioni tramite gli strumenti concettuali sviluppati dalle nuove tecnologie dell’autoregolazione, della comunicazione e del calcolo automatico. Nel 1947 Wiener pubblicò un libro che ottenne grande successo, nel quale definiva l’ambito di interesse e gli obiettivi della nuova disciplina, inaugurando anche l’uso del nuovo termine.

“La figura di Eloisa nello Scito te ipsum di Pietro Abelardo” di Valtero Curzi, Le Mezzelane edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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Una delle cose che odio della letteratura è la divisione in libri colti e libri commerciali.

Questo perché dà un facile alibi a chi non desidera impegnarsi e responsabilizzare la sua scrittura dicendo a se stesso è solo un libro di svago.

Come se lo svago fosse un luogo oscuro dove i cervelli si rifugiamo per annichilirsi di banalità.

Anche nello svago, nel gioco anzi sopratutto in quei casi, la vostra mente è viva e vigile e noi le dobbiamo un sommo rispetto.

Pertanto, bisogna dividere i libri in brutto o belli, ben scritti o contenenti orrende nefandezze o ancor meglio in libri etici e non etici.

Una volta ristrutturata la vostra percezione sfasata, comprenderete come anche voi amanti dei rosa, dei fantasy o di generi considerati di svago, potete benissimo leggervi un libro di filosofia.

Non vi danneggia, non morde, non vi nuoce, anzi stimola il pensiero aprendo la vostra mente e rendendovi capaci di entrare nel cuore di ogni testo.

Magari il rischio è di divenire meno burattini e meno improntati alla sindrome dell’imbecillità.

E questo capisco che per molti sia un rischio.

Prendere sul serio la vita, il pensiero e responsabilizzare noi stessi di fronte a ogni scelta, capisco che sia un dramma di oggi.

Il nostro sommo ambire in fondo è andare al talk show, al reality o ospite della conduttrice di plastica di turno.

Altri meno ambiziosi, sognano di fare influencer proponendo la banalità a altri mille addormentati, cosicché il paese dei balocchi diventi landa desolata il sogno di ogni predone.

In fondo, ci hanno tolto tutto, perché non farci togliere anche la libertà?

Il libro deve essere un antidoto.

E certi libri sono le chiavi per comprendere il nostro presente.

Ecco perché il racconto delle vicende umane di Abelardo e Eloisa possono stimolare il pensiero attuale per svariati motivi.

Uno: riguarda il tempo in cui il sommo filosofo visse.

Insomma, se nel dodicesimo secolo, si dava risalto alla conoscenza e non alla fede cieca, oggi nel 2020 quasi un po’ di vergogna la dovremmo provare.

Un po’ non dico molta.

Se Abelardo stesso era convinto che l’unico strumento in mano all’uomo atto a conoscere, fossero il pensiero e la logica, oggi noi siamo involuti.

Ma tanto, visto che usiamo tutto tranne la mente per apprendere.

Questa propensione all’analisi e al discernimento di ogni aspetto della fede lo ha inevitabilmente condotto a scontrarsi e poi a sottomettersi alle autorità della Chiesa

Pensiamo a questa frase, mentre ascoltiamo rapiti lo youtuber di turno.

Pietro Abelardo, in pieno dodicesimo secoli, si pose con coraggio di fronte alla cultura del suo tempo dicendo:

Conoscere per credere”, quindi, perché, come sostiene, non è possibile insegnare senza prima aver compreso ciò che si va insegnando.

E già per questo il libro andrebbe riletto.

Secondo motivo, perché tutta la sua opera fino allo scito te ipsum è influenzato dalla sua vicenda umana che porse, udite udite, una donna nella condizione di insegnante.

Capite?

Noi oggi abbiamo tante libertà, tanti diritti e ancora oggi releghiamo l’altra parte della luna nel ruolo da Maddalena da redimere o peggio, come corpo da usare.

Sentite cosa scrivono di Eloisa:

Eloisa, colei che è stata la figura fondamentale della vita di Abelardo, la donna che ha amato e poi, travolto da un atroce destino, tentato di convincere ad abbracciare una nuova dimensione dell’amare, in cui l’oggetto d’amore non è più lui stesso, ma il Signore.

In pratica l’amore, persino fisico torna come al tempo degli dei a essere veicolo per l’incontro con dio. In fondo lo raccontava perfettamente il cantico dei cantici.

Ora per farvi comprendere la portata rivoluzionaria di questo concetto vi darò due informazioni su Abelardo.

Nel 1114 Abelardo occupa l’ambita cattedra di Parigi e può impartire lezioni di dialettica e di teologia. Il successo delle sue lezioni gli procurerà lauti guadagni e grande gloria, tanto che viene definito “l’unico filosofo al mondo”.

Unico filosofo del mondo, pensate alla reputazione di questo strano ometto.

E per favore, leggete bene la data: 1114.

In quegli anni in cui la donna non era tenuta in grande considerazione se non come corpo (cavolo nel 2020 stiamo allo stesso livello culturale, complimenti) Pietro incontra questa strana figura, Eloisa.

E decide di scendere dal suo piedistallo per insegnarle.

Ma attenzione.

Il rapporto tra i due non seguirà le regole di uno stantio paternalismo.

Anzi.

Abelardo, il quale, attraverso il dialogo epistolare, determina Eloisa come suo alter ego

Capite?

Neanche i miei amati autori “colti” hanno mai avuto l’accortezza di definirmi così loro pari.

Neanche nel mondo della saggistica si sono mai sognati di porvi a questo livello di alter ego.

La dolce fanciulla fu da sprone al colto uomo per reinterpretare la sua esperienza di vita, superando la logica stringente e dando una dimensione più mistica e universale al suo pensiero.

Ma sopratutto Eloisa:

attraeva Abelardo e da questa attrazione egli ricavava una dimensione umana nuova, che lo spingeva a ridefinirsi come uomo, prima ancora che maestro e filosofo.

fulgido esempio per ogni donna incapace di uscire dagli ristretti schemi societari:

di una cosa però si ha certezza: anche se molto giovane, godeva di grande fama e prestigio per i suoi studi e il suo sapere così precoce. Ella, se d’aspetto non era certo l’ultima, per ricchezza di cultura letteraria era eccelsa. Quando più infatti questo bene, il sapere letterario, è raro nelle donne, tanto più dava pregio alla fanciulla e ne faceva la più celebre di tutto il regno.

Devo spiegarvi ancora perché è necessario che Pietro e Eloisa viaggino nei vostri sogni?

Non credo.

Più moderni loro dei rappresentanti di questi tempi distrutti, più sinceri delle nostre maschere, ecco gli esempi da seguire e da imitare.

 

 

“La difesa di Socrate” di Francesca Petroni, Le Mezzelane casa editrice. A cura di Alessandra Micheli

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Ogni società ha bisogno di un urlatore.

Non di quelli presenti nello show business o nei reality.

Ma di qualcuno che, conoscendo profondamente la propria società, inizia a elencarne i difetti allo scopo di rendere i cittadini consapevoli della possibilità del loro superamento.

Un menestrello, un moralizzatore, un idealista o forse un insegnante capace di dire a se stesso e di riflesso al mondo che lo ospita, noi possiamo essere perfettibili.

Non perfetti certo, quello è esclusivo dominio della divinità.

Ma capaci, giorno per giorno, di superare i limiti e cercare il progresso. Abbiamo bisogno costante di qualcuno che ci aiuti a migliorare. Abbiamo bisogno di persone che ci fanno da specchio, che ci mettano di fronte alla nostra meschinità.

Che ci offra la possibilità di scelta tra diventare o apparire.

E cosi come fece Socrate alla sua Atene, noi condanniamo a morte chi osa porci davanti alla nostra responsabilità umana.

Ecco l’attualità della difesa di Socrate.

Continuiamo a condannare gli educatori, quelli che chiamiamo dissidenti.

Quelli che mostrano i difetti affinché possiamo esserne consapevoli e iniziare un autocritica.

Ma l’autocritica costa fatica e sudore.

L’autocritica significa guardarsi dentro senza aver terrore di vedere il marcio.

L’autocritica significa guardarsi allo specchio e smettere di fissare le proprie imperfezioni e iniziare a muoversi per modificarle.

Significa smettere di trovare giustificazioni e alibi.

Significa desiderare la verità a scapito della bugia, quella che ci raccontiamo per non cambiare.

Perché l’uomo desidera la tranquilla routine, desidera la stabilità, desidera essere congelato in un attimo eterno, in un sorriso stantio, in una smorfia compiaciuta.

Eppure la vita pungola, stimola, spinge.

Ecco che la figura di Socrate, mai come oggi sente l’esigenza di emergere dall’oscurità dei tempi, dalle biblioteche e dalle facoltà di lettere, per urlare la sua apologia di difesa contro un muro societario che lo vuole azzittire.

Che desidera l’immobilità e la non conoscenza della realtà dello spirito. Socrate è in questo testo romanzato ma che non perde la sua forza distruttiva, accusato di corrompere i giovani.

E sapete come li corrompe?

Semplicemente esortandoli a prendere in mano le redini della loro realtà inondandola con lo spirito, con la ricerca, con l’amore per la verità.

Ciò significa mettere a rischio l’intera struttura asfissiante che la società ci mostra come unica possibilità di crescita.

E’ dentro questa prigione che possiamo esercitare diritti che non sono affatto diritti, ma semmai pallide imitazioni di essi.

E’ sotto il tappeto che si nascondono i grandi slanci ideali, i sogni, la volontà di trovare un sistema basato sulla condivisione più che sul dominio.

Oggi la pena di morte non esiste più per i Socrate che tuonano contro l’immobilità di Atene.

Oggi si ammazzano con i social, denigrandone la grandiosità dell’impegno.

Si ammazzano proponendo esempi distorti di eroi, quelli che viaggiano nelle porche, o fanno il bagno nei flute di champagne.

Si ammazzano denigrandone l’attività con parole sferzanti come idealista, considerato più come offesa che come pregio.

Etichettandoli come perturbatori dell’ordine, o come invidiosi sociali, come sognatori, come nullafacenti.

Catalogando poeti, cantautori pieni di coraggio come abili mistificatori. E costringendo i nostri giovani ad assistere inebetiti e immobili all’annichilimento del pensiero.

Ecco perché ho deciso di proporre ai lettori del blog i testi di filosofia. Perché filofosare non è fatto di pochi, privilegio di una parte della società alienata dal nostro reale.

I filosofi sono l’essenza stessa di quello che dovrebbe essere oggi lo sprone per agire sulla società attuale: l’impegno civile.

Perché vedete comprendere la natura di Dio è comprendere la natura dell’uomo.

Raccontare i miti è e lo ripeterò sempre, rispondere al questi della sfinge. Allora forse il coraggio di Socrate, che non rinnega se stesso ne la sua missione davanti a un coniglio di vigliacchi, può aiutarci a far nascere dieci, cento, mille filosofi, mille coraggiosi pionieri alla ricerca dell’unico vero oro: la verità.

 

“La consapevolezza filosofica” di Valentino Bellucci, le Mezzelane casa editrice. A cura di Alessandra Micheli

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Perché oggi si parla tanto di consapevolezza?

Basta viaggiare un po’ su internet o dare un’occhiata alle librerie per renderci conto di come, i testi sull’autocoscienza siano diffusi. Esoterismo, manuali di pratica buddhista, persino libri che usano i valori espressi da alcuni film, come per esempio star wars.

I saggi consigli del maestro Yoda sembrano essere la risposta giusta ai nostri drammi esistenziali che ci vedono sempre di più alienati da un reale che ha perso il suo sapore di reale.

Come predisse perfettamente Baudrillard, l’eccesso tecnologico, i media e persino internet hanno finito con l’uccidere la realtà, anestetizzando le decisioni, la capacità di scelta e persino la responsabilizzazione delle nostre costruzioni mentali.

Esse sono totalmente estranee a una certa corporeità che rappresenta il mezzo con cui rendere le stesse idee azione feconda e prolifica, per modificare gli assunti culturali sbagliati e impiantarne di nuovi nel fertile terreno delle concezioni ontologiche.

La consapevolezza, dunque, diviene non più un mezzo per ottenere una soddisfazione immediata del bisogno, non è la scoperta di un mancanza di un esigenza, ma diviene condizione in cui l’interiore si fonde con l’esteriore, in cui la mera esperienza diviene profonda e si armonizza con il corpo, con il resto della persona, in un soggetto corrente e sopratutto unico.

E’ cosi che etica, sogni, speranze ideali divengono reali perché esondano all’esterno donando movimento al soggetto che diviene uomo.

La filosofia non è altro che il mezzo con cui si compie la riunione di due elementi che, il nostro occidente ha separato, spezzettato e ridotto in scomparti indipendenti uno dall’altro.

Nel nostro rapporto con il mondo, siamo stati privati dell’originario monismo che rende gli esseri viventi compositi, organismi nel vero senso della parola, in cui ogni l’elemento è unito all’altro dalla presenza di sottilissimi fili, di legami importanti e di interdipendenze manifeste.

Il pensiero da forma la mondo materiale, ma è il mondo materiale che per ironia della sorte dà possibilità al pensiero di manifestarsi e divenire vitale.

E’ il corpo che permette al mondo delle idee di irrompere nel nostro piano esistenziale e divenire azioni.

E’ il mondo materiale che sviluppa tramite il processo cognitivo, il giusto movimento per rendere attiva la vita.

Restare soltanto seme significa rimanere in uno stato di immobilità perenne, un’eterna possibilità che resta evanescente e pertanto non racconta, non forma storie, non dà vita a epoche, non mette in moto l’intera creazione.

Il vero dramma è stato quello di disunire l’indivisibile: da Cartesio che ha reso distanti pensiero e esistenza, rendendo sottomesso il cogito al sum.

Quando in realtà essi sono facce della stessa medaglia, sono parti di uno stesso meccanismo, sono lo specchio uno dell’altro, sono legati: io sono perché penso, ma penso perché sono.

Essere solo a partire dalla cognizione mentale, dal processo neurologico significa rendere vano e rendere evanescente il movimento.

Ma senza esso come può la vita rinnovarsi?

Ecco che leggere il libro di Bellucci può essere un ottimo rimedio per questa distorsione epistemologica, che:

ha reso il corpo una sostanza separata dal pensiero, fino ad arrivare a internet, che non è solo uno strumento tecnologico, come credono gli ingenui, ma rappresenta il punto d’arrivo di una visione idealistica della realtà, visione in cui il corpo è qualcosa di cui si può fare a meno.

Si può davvero fare a meno del corpo?

Cosa nasconde davvero questa spaccatura?

Si tratta infatti di una amputazione, di una deformazione della realtà, in cui corpo e anima, mente e materia non andrebbero separati, ma pensati insieme, “da comprendere come legame del convesso e del concavo, della volta solida e della cavità che essa forma…[…]l’anima è la cavità del corpo, il corpo è il rigonfiamento dell’anima”

Nel pensiero occidentale esiste il terrore del vuoto. E chi conosce l’unità originaria ha come punto di arrivo proprio quel concetto di vuoto che non significa assenza ma presenza.

in tale prospettiva nulla è separabile da nulla, poiché ogni cosa esiste proprio grazie alla sua interdipendenza con tutte le altre. “Se tu consideri che le cose abbiano un’esistenza reale in se stesse, per te allora le cose sono prive di cause e di condizioni […] La vacuità, male intesa, manda in rovina l’uomo di corto vedere.

Il vuoto è semplicemente quella condizione mentale che annichilisce il pensiero basato sulla separazione, sulla contrapposizione, sulla supremazia di una parte sull’altra.

E così via, fino all’epoca della tecnica, in cui la demarcazione tra i soggetti è totale, sistematica. Ognuno nella propria macchina, ognuno nella propria casella di posta elettronica, rinchiuso come un’ape nell’alveare telematico.

In questo caso, la filosofia buddhista e orientale cosi come quella sufi spezza le catene che ci tengo separati uno dagli altri ma anche quelli che dividono l’io dal se, mettendoli in guerresca dialettica e nella condizione in cui uno superi e domini l’altro.

Il vuoto buddhista sperimentato poi da latri filosofi che renderanno di nuovo onore al corpo e al dolore che da esso viene sperimentato come vera esperienza fenomenologica, è semplicemente la felice condizione di chi si rende conto della frammentazione del sapere che porta semplicemente a una maggiore e atroce fragilità dell’essere.

E di conseguenza di tutta la nostra società.

La consapevolezza è… oltre la consapevolezza…

Come il canto… è oltre ogni suono…

Così il filosofo canta, danza, medita. E, a volte, scrive…

 

“How i met, your mother.La narrazione al tempo delle serie TV” di Francesco Amoruso, Il terebinto editore. A cura di Alessandra Micheli

How met yuor mother. La narrazione al tempo delle serie tv- Francesco Amoruso

 

 

C’era un tempo in cui i nostri antenati avevano un unico mezzo per tener unita la società e la famiglia: le storie.

Quando ancora non esisteva TV, romanzi, fumetti.

Quanto le notti contadine erano buie e tempestose, quando finivano le stagioni del raccolto (l’ultima avveniva proprio il famigerato 31 ottobre) la famiglia, il clan, la tribù si ritrovava attorno al fuoco e ricostruiva il patto sociale attraverso la tradizione orale del racconto.

La narrazione, quindi, non può distaccarsi da questa componente storico antropologica che aveva la funzione sacrale di riallacciare la cooperazione comunitaria, il legame sopratutto vivi e morti, e rinnovare grazie all’incantesimo ammaliatore della voce ripetuta, i valori che sostenevano e facevano sopravvivere il clan.

Il racconto, dunque l’arte della narrazione, nasce e si sostiene grazie ai cantastorie che innalzano la loro voce a formare quello che Clarissa Pinkola Estes chiama il cando hondo, ossia il canto rotondo, laddove ci esalta e di festeggia il cosiddetto cerchio della vita, quella sequenza circolare di vita, morte, vita, importantissima per il sostentamento delle primitive civiltà agricolo pastorali.

Ecco il nascere attorno a questi ricordi mitici o reali e pertanto divenuti leggenda, i primi agglomerati urbani, le prime forme di civilizzazioni stanziali.

L’agricoltura da l’avvio persino alle prime religioni e alla prima forma di gestione del potere; la terra madre e sostentatrice degli uomini diviene l’origine del necessario ruolo di pacificatore, di custode dei suoi arcani segreti e di protettore degli uomini suoi figli.

Tutto parte dalle storie.

Le fiabe, il mito, la tradizione, la leggenda, la favola, il folclore divengo i contenitori a cui, poi attingerà il romanzo moderno.

Unico neo di quest’inversione narrativa, ossia l’oralità a favore della scrittura, sembra essere la perdita di un contatto diretto tra ascoltatore e narratore.

Nei tempi in cui il racconto si tramandava esso era sempre vivo.

Capitava e capita di trovare versioni diverse di una stessa fiaba proprio perché, per non farla morire di stenti la si corredava di diverse interpretazioni, di visioni ogni volta parziali che acquisivano lo status di generalità.

Ogni fiaba diveniva cosi viva proprio perché si instaurava un patto interpretativo capace di essere “toccato” con mano: la tradizione orale diveniva dinamica proprio dall’intromissione del pubblico che partecipava attivamente e proponeva nuovi finali di volta in volta coincidenti con i primari bisogno emotivi e irrazionali dell’animo.

Questo con il romanzo e ce lo descrive perfettamente il saggio in questione, rischia di perdersi perché la lettura diviene un fatto privato, uno scambio non universale ma binario tra due entità distinte: l’artista e il fruitore.

Attenzione non più lettore, ossia elemento partecipativo del processo di creazione, ma soltanto il destinatario ultimo delle ardue fatiche del venerabile scrittore.

Il tema su cui quindi il saggio di Amoruso va a riflettere è la modifica sostanziale del processo di narrazione, che diviene interessante non soltanto per comprendere la fascinazione delle serie TV ma anche per sdoganarle da un contenitore etichettato come cultura di massa, con ogni connotazione elitaria del caso.

Chi è dunque il narratore?

E come si è modificata la narrazione dall’era antica a quella post moderna?

Non negherò che le tesi di Amoruso sono da me assolutamente condivise e anzi spesso utilizzate inconsciamente nelle mie recensioni.

E trovo assolutamente fondamentale questa conclusione sul senso dell’atto del narrare mutuata dagli studi del buon Pirandello:

ciò che unisce alchimia e letteratura è il magico processo di falsificazione della realtà. E se ci aggiungiamo la capacità dei Narratori, quelli con la N maiuscola, di perpetrarla in secula seculorum,

Perché falsificazione?

L’arte libera le cose, gli uomini e le loro azioni da queste contingenze senza valore, da questi particolari comuni, da questi volgari ostacoli, da queste ccidentali miserie: in un certo senso, li astrae: cioè, rigetta, senza neppur badarvi, tutto ciò che contraria la concezione dell’artista e aggruppa invece tutto ciò che, in accordo con essa, le dà più forza e più ricchezza. Crea così un’opera che non è, come la natura, senz’ordine (almeno apparente) e irta di contraddizioni, ma quasi un piccolo mondo in cui tutti gli elementi si tendono a vicenda e a vicenda cooperano. In questo senso appunto l’artista idealizza. Non già che egli rappresenti tipi o dipinga idee: semplifica e concentra. L’idea che egli ha dei uoi personaggi, il sentimento che spira da essi evocano le immagini espressive, le aggruppano e le combinano. I particolari inutili spariscono; tutto ciò che è imposto dalla logica vivente del carattere è riunito, concentrato nell’unità d’un essere, diciamo così, meno reale e tuttavia più vero.

Pertanto, narrare non significa altro che:

Narrare significa quindi mettere in piedi un mondo ex novo, sia che si inventino nuovi sistemi, come nel caso di fiabe e fantasy, sia che si rappresenti, più fedelmente possibile, quelli già esistenti. In entrambi i casi, si ottiene un qualcosa che è altro rispetto alla vera realtà.

Sempre partendo dal presupposto che il termine di realtà, ed ha ragione la Virginia Woolf, è perfettamente vago, inattendibile e riguarda la percezione unica e persona che ciascuno ha del mondo che ci circonda. Lo stesso psicologo Adalbert J. Ames con i suoi esperimenti dimostrò l’assoluta inesistenza di ciò che noi chiamiamo reale, propendendo il termine interpretazione del reale: ogni visione è quindi frutto di un processo cognitivo affascinante ma non oggettivo.

Ecco che sdoganando l’arte del racconto da un fatto puramente tecnico, coloro che amano questo processo costruttivo, questo processo puramente creativo capace di rendere idee parole, non può non interessarsi anche alle nuove forme di narrazione e sopratutto al ruolo o non ruolo del novello demiurgo della parola:

È per questo innamoramento verso l’arte del racconto, unito all’incontro quanto mai decisivo con il filosofo tedesco, Walter Benjamin, che ho voluto, in un’era di trasformazioni e ri-codificazioni del messaggio narrativo, indagare sullo stato di salute attuale della narrazione e sulle sue evoluzioni.

E non posso non ringraziare quest’omaggio profondamente appassionato a un arte che fin da bambina incantava il mio cuore.

Le serie TV in quest’ottica di rappresentazione non dei valori oggettivi della realtà ma piuttosto dai suoi umori, dal suo particolare ethos, dei residui illogici dietro a questa presunta oggettività diviene un “sostituito” dell’antica arte del racconto orale, sopra descritta.

Chi viaggia, ha molto da raccontare”, dice il detto popolare, e concepisce il narratore come colui che, vivendo onestamente è rimasto nella sua terra, e ne conosce le storie e le tradizioni[

In sostanza il racconto orale:

meccanismo attraverso cui l’esperienza viene tramandata oralmente: il peso del giogo non è sullo scrittore, il cui compito è solo quello di registrare, mettere agli atti, l’esperienza collettiva: il suo è ancora « il gesto artigianale che dà permanenza e fisicità al liquido scorrere delle storie

Nelle serie TV si avverte, dunque una sorta di ritorno infinito all’antichità, perché il loro racconto a episodi, la loro capacità anche di essere visti non in termini sequenziali ma di significato comportano un approccio che coinvolge, a differenza del romanzo, narratore, attore e ascoltatore in un emozionante viaggio in cui il patto interpretativo è di nuovo instaurato.

Il sortilegio della narrazione è riuscito perché è il viaggiatore ad incantare Il sortilegio della narrazione è riuscito perché è il viaggiatore ad incantare oltre ad essere lui stesso incantato. L’intreccio si muove sulla falsa riga di un lungo racconto orale esposto ad ascoltatori attenti e partecipi. Sono tante le occasioni, infatti, in cui questi ultimi interrompono il narratore per essere meglio delucidati su di un particolare evento, per poi invitarlo, curiosi, a riprendere il racconto.

Il pubblico stesso può decidere addirittura se influenzare o no il processo creativo, cosi come successe al mio amato Dickens

Prima del Copperfield, Dickens aveva scritto Dombey and son. Era la storia di un uomo che perde la moglie e poi assiste al lento consumarsi della vita dell’esile figlioletto, oggetto dei suoi sogni per il futuro. […] Quando si spense, accasciandosi sul braccio della sorella, i lettori non gradirono la dipartita e disertarono l’acquisto dei successivi fascicoli di Dombey and son Dickens, accorgendosi dell’interesse del pubblico nei confronti di Paul, cercò di tenerlo in vita, almeno qualche altra puntata, ma il destino – è il caso di dirlo – era già stato scritto. Per recuperare il legame coi lettori – Dickens dichiarò di «aver perso la stella polare e di procedere a vista» – l’autore, prima di inviare il progetto del Copperfield al suo editore, fece esercizio di scrittura, reintrecciando i fili laddove si erano sciolti:

Ultimo punto da analizzare.

Perché scegliere come esempio proprio la serie How i met your mother?

Per due motivi.

La serie rappresenta benissimo il suo alter ego troppo spesso dimenticato ossia il feuilleton, ossia il romanzo d’appendice:

è una modalità narrativa specifica che nasce con la modernità, il cui tratto distintivo è la pianificazione della suddivisione di unità discrete da pubblicare in intervalli di tempo successivi e regolari

Secondo.

Sempre dalla viva voce dell’autore:

il primo, il più fondamentale, è perché ho ritenuto How I Met Your Mother pieno di narratività, cioè gravido di elementi più tipici della narrazione tradizionale oltre che pienamente rispettoso dei parametri benjaminiani di solidità, utilità e irripetibilità; il secondo, perché, probabilmente, per la stretta attinenza con i live anthology drama, di cui abbiamo già fatto cenno, rende il genere più reale e meno fictio

La serie è innanzitutto una concentrato di narrazione esemplare non solo per il contenuto dolce amaro, ma sopratutto per le tecniche stilistiche proposte.

Quella capacità di far coincidere ricordi reali con una falsificazione del reale ci riporta al tipico puro racconto che di un evento, ne tira fuori i valori portanti.

Nel caso della serie ad essere annichilito e a uscirne sottomesso e perdente è l’eterno rapporto con la morte.

E’ in questa lotta incessante con la fine che il ricordo, seppur a volte comicamente bugiardo, la doma e la conquista.

Come nel ballo in fa diesis minore la musica sconvolge la signora con la falce, il ricordo, posposto dal protagonista Ted quella volontà di ripercorrere la vita che lo ha portato alla somma felicità nonostante il terrore dell’abisso, è solo un rinnovare un profondo legame con un esistenza fatta di piccoli innumerevoli passetti che non si inchinano mai davanti all’oscura signora.

La morte nulla può contro la rimembranza.

A nulla può contro quel far rivivere persino l’amore attraverso la sottile ma potente voce del narratore.

intrattenendo i figli e, in un certo senso, rievocando il passato, percorrendo passo dopo passo, gag, sfide, risate, fallimenti, pianti, ogni briciolo importante di medeleine, cerca di assopire un grande dolore.

E allora la vera narrazione non è soltanto un processo che porta allo svago o alla manifestazione egoica del proprio genio.

Non è un solo struttura o tecnica.

Ma è un elemento che si nutre e deve nutrire l’anima della persona, svegliarla da torpore e farla iniziare a raccontarsi e raccontare attraverso l’utilizzo dei mille colori che la tavolozza della vita ci regala

è la leggerezza stessa della vita, di un tentativo quotidiano di resistere e andare avanti, nonostante tutto.

Ecco che la Serie TV diviene non uno strumento di annichilimento del pensiero, ma una sorta di incantesimo capace di far risorgere l’Ofelia/anima dagli inferi.

Basta semplicemente non voltarsi

Note 

Walter Benjamin è stato un filosofo, scrittore, critico letterario e traduttore tedesco, pensatore eclettico che si è occupato di epistemologia, estetica, sociologia, misticismo ebraico e materialismo storico.

Il lavoro di Benjamin, riconosciuto postumo, ha influenzato filosofi (quali Theodor Adorno, Georg Lukács e Hannah Arendt ), mistici (come Gershom Scholem) e drammaturghi come Bertolt Brecht.

“Il passaggio della cucchiarella. Una polpetta per tutti, tutti a caccia di polpette!” di Giacinta Gasdia, La strada di Babilonia. A cura di Alessandra Micheli

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Eccomi qua a scrivere la recensione che non avrei mai voluto scrivere. Non, non temete, non sto per stroncare il libro.

Piuttosto, sarà difficile mettere le parole sul foglio word perché le lacrime offuscano i miei occhi spesso, troppo spesso aridi.

Il libro di Giacinta Gasdia mi ha toccato nel profondo.

Inutile mentire a me stessa.

Forse perché ho riconosciuto in quegli odori, in quei sapori lontani le uniche cose che hanno rappresentato la parte migliore del mio mondo. Non è solo un libro di cucina.

E’ un libro di amore e ricordi, un inno e un ringraziamento a quelle figure che ci dimostravano amore cucinando ininterrottamente.

E non solo sughi o dolci ma impasti di amore, quello che solo oggi, che le ho perse le mie nonne, ne capisco la portata.

E cosi mentre leggevo, mi sono ricordata delle mie due splendide donne, coloro che mi hanno insegnato a essere come sono.

A sognare e resistere a non arrendermi mai.

A dimostrare affetto soltanto cucinando un piatto, perché magari è difficile esprimere i sentimenti.

Io ne avevo due di nonne bioniche.

Nonna Angela chiamata da tutti Maria una marchigiana doc con una forza di carattere indomita.

Forse troppo testarda e forse troppo puntigliosa.

Sempre elegante con il suo guanti le sue spille e il fazzoletto immacolato nel taschino.

Odorava di acqua di colonia e borotalco che si spargeva per tutto il corpo e si mischiava a quei suoi sughi alchemici che dalla pentola sprigionavano sapori e odori magici.

E io piccola la guardavo affascinata.

Nonna non sapeva leggere, ma aveva più cultura umana di tutti i grandi dotti.

Nonna Angela era molto gelosa delle sue cose ma permetteva a me di giocare con i suoi soprammobili, quando mi teneva con me all’uscita da scuola.

E io immaginavo storie e favole con quelle ballerine e i pastori, e a volte li rompevo e venivo premiata con una fetta del suo famoso strudel alle mele.

Non ti ho abbracciata abbastanza nonna.

E mi manchi mi manca quelle gite al mercato, quel vociare e tu, come nonna Giacinta, che contrattatavi il prezzo dei funghi, o contestavi il taglio della carne e persino come veniva macinata per le polpette.

E l’altra nonna era Valeriana, detta Valeria.

Una donna favolosa forte che non si è mai arresa se non all’ultimo stretta a me alla malattia che le corrodeva le ossa.

Aveva solo due dita nonna Valeria, le altre immobilizzate dall’artrite reumatoide, eppure maneggiava le padelle e pentole come un acrobata, cucinava sempre per quei nipoti che ogni week end andavano a trovarla.

Ricordo la semplicità dei sui famigerati hamburger.

Non li ho più mangiati di cosi buoni.

E mi sono chiesta come li cucinasse perché risultassero cosi croccanti e odorosi di spezie.

E oggi ho capito.

Era l’amore.

Come racconta Giacinta:

si cucina pensando a qualcuno altrimenti si prepara solo da mangiare.

E i sorrisi che facevi quando ti arrabbiavi perché volevo rubare un po’ di sugo alla toscana e però sorridente mi passavi un tozzo di pane duro (il culetto lo chiamavi) intinto in quell’intingolo misterioso e buonissimo.

Ma ora so che la cosa più bella non era il sapore del pane ma il tuo sorriso, che oggi mi manca.

E andavo in cameretta mentre tu lavavi borbottando e io leggevo i libri di fiabe, e tutto sembrava perfetto.

Io quella sensazioni di protezione che provavo quando andavamo in giro per Viterbo e San Pellegrino non l’ho più provata.

Sono andata negli stessi posti ma non hanno più quel magico sapore. Voi non ci siete più.

Forse è per questo che amo cucinare.

Perché nel ragù con le rigaglie di pollo, nella gallina ripiena,forse ritrovo voi.

E so che siete sempre accanto a me.

So di non avervi parlato approfonditamente del libro.

Ma se un testo procura a me, notorio cuore di pietra tutte queste suggestioni, queste emozioni, forse dovreste leggervelo.

Magari anche voi ritroverete le vostre nonne e i ricordi di infanzia, anche se il buio oggi appare cosi tenebroso, quello è un sorriso che riscalda.

E anche voi avrete il famigerato “passaggio della cucchiarella” ossia l’eredità di ricette che sbrancano tanti famosi cuochi.

Perché l’amore, gli insegnamenti di quelle nonne che ci crescevano, mentre cuocevano allegre, nessuno può sostituirlo. Resta nelle ossa e viene trasmesso in ogni manicaretto.

E cosi via ai figli dei nostri figli.

Il ricordo, l’amara più potente che l’uomo possiede, rivive nei piatti di Giacinta.

E sono sbocciati in me e li condivisi con voi, perché se non fosse stato per questa splendida casa editrice, che dell’amore fa il suo mantra, non avrei avuto il coraggio di tirarli fuori.

Perché tanta è la paura del dolore, e della perdita.

E invece ora so che basterà un piatto per averle accanto a me.

Cosi come l’autrice ha accanto la sua nonna bionica.

Grazie Giacinta per questo viaggio e per aver fatto sciogliere un po’ di neve da questo cuore indifferente.

Post scrittum.

Ultimo dato. Poi vi giuro vi lascio correre a comprarvi il libro suddetto. Come ben saprete io non guardo assolutamente nulla oltre le parole scritte. Eppure una delle prime cosa che mi ha colpito del libro, prima ovviamente di leggerlo è stata la cover, che sembrava sprigionare quegli odori che mi hanno riportato indietro al passato e la cura delle illustrazioni, vere e proprie porte per abbracciare nonna Giacinta.

E sapete perché l’ho notato?

Perché nella cura dei dettagli, dalla carta ai disegni, alla copertina si sentiva tutto l’amore che l’editore ha messo nel testo. Tutta la sua passione. E non per renderlo accattivante ai vostri occhi troppo abituati alle apparenze.

Ma perché al testo ci credeva.

E credendoci lei stessa, ha trasmesso quest’amore anche a me, che l’ho letto con le lacrime agli occhi.

Non è un semplice ricettario.

Non è un semplice testo da vendere.

E’ un libro.

E’ un libro vero.

E’ un concentrato di sensazioni che danzano incantate di fronte ai nostri occhi. L’ho immaginata accarezzare le pagine, l’ho immagina assemblarle con cura, come i vecchi librai di una volta.

E quel dono, fatto ha me, che in fondo non sono altro che un imbratta carte, mi ha riempito il cuore.

E se un libro riesce a farlo, allora è un tassello per costruire il ponte che finalmente può portarci verso la bellezza.

Che sarà banale e scontato ma salva.

Dio se salva!

Dedicata a nonna Maria e Nonna Valeria.

Anche se siete lassù a far impazzire i santi e dio.

So che guardate me con un sorriso.

 

 

“In cucina con Ginny. Dagli scarti al piatto” di Ginevra Braga, La strada per Babilonia. A cura di Alessandra Micheli

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La fame ci sembra sempre cosi lontana.

Cosi tanto che quando il TG ci parla della povertà che prospera vicino casa nostra, stentiamo a crederci.

Come, la nostra Italia non è certo il terzo mondo.

Noi siamo comunque un paese appartenente al patto atlantico, vanto dell’Europa delle banche.

Civile e ricco di storia.

Non possiamo certo essere rei di tenere i nostri cittadini nell’indigenza. Eppure accade.

Il paradiso terrestre meta di tanti disperati, è a sua volta un paese che sprofonda nelle sue contraddizioni.

E la crisi ha reso questo divario più acuto e terribile: quartieri a rischio convivono con quelli più chic, più eleganti.

Anche se è un eleganza stantia e polverosa, troppo rinchiusa in se stessa e poco aperta all’esterno.

Famiglie intere che devono fare i salti mortali per portare il cibo in tavola

E tanti, troppi che si recano negli immondezzai vicini ai supermarket per accaparrarsi gli scarti.

Che poi scarti non sono.

Ecco il libro di cucina di Ginevra Braga non è solo un bellissimo e goloso manifesto del buongusto all’italiana.

Ma diviene non solo denuncia, ma anche e sopratutto, proposta.

E una proposta da una ragazzina, anzi una futura donna, che già indossa il vestito della responsabilità etica verso l’altro.

Tanto da portarla a scegliere una via alternativa per reagire all’opulenta manifestazione di apparente benessere dell’occidente, quella che si risolve spesso con una grande spreco di cibo.

Lo vedo e lo sperimento ogni giorno.

Banchetti gargantueschi con il solo scopo di far vedere all’altro la fortuna, la ricchezza e l’incoscienza di chi, di fronte alla povertà che incalza, si sente intoccabile.

La crisi non la si affronta con proposte e soluzioni, ma barricandosi nelle case, come i ricchi fecero nel libro la morte rossa di Edgar Allan Poe. E cosi si fa no?

Per dimenticare la malattia che corrode, ci si butta in un gigantesco gorgo fatto di danze, vizi e trasgressioni.

Ecco cosa diventa per noi il cibo.

Non più piacere, o salute.

Ma simbolo di appartenenza a una classe sociale vittoriosa, che snobba con disprezzo chi non è suo pari.

E oggi noi siamo i signorotti che divoravano pernici e fagiani, con quell’ansia di godere del momento presente senza preoccuparsi né dell’altro, ne del suo futuro.

Vanità di Vanità canterebbe Branduardi.

E il disprezzo maggiore lo si dimostra quando si butta il cibo senza rispetto, né per il mondo, né per quella società che quel ben di dio non può proprio permetterselo.

Ecco le abbuffate ai matrimoni trash, dove si dimentica la malattia sociale, ingozzandosi e brindando a se stessi.

La disparità alimentare è il fenomeno più preoccupante di una società che crolla e che non è più società nel senso di collettività, nata per assicurarsi reciprocamente pace e prosperità.

La società di oggi è indifferente, perché incapace di prendersi la responsabilità di agire, in primis, per modificare alla radice gli assunti errati del patto sociale.

Ginevra ha dieci anni.

E oggi ci presenta un libro contro lo spreco per un sano e anche sfizioso riciclo del cibo.

Ginevra ha dieci anni e rispetta non solo il cibo ma anche il suo ambiente.

Ginevra ha dieci anni e pensa all’altro da se, al suo vicino e al suo prossimo.

Ginevra ha dieci anni ed è già cosciente che anche un piccolo gesto può cambiare in meglio il mondo.

Ginevra ha dieci anni e con amore e dedizione ha scritto questo libro. Ginevra ha solo dieci anni, ma da lezioni di vita come solo un saggio maestro orientale potrebbe fare.

E’ vero Ginevra è una bambina, ma questa signorina bellissima è più matura di ognuno di noi.

E’ immorale sprecare il cibo quando c’è qualcuno cosi vicino a noi che non ne ha

E’ una frase cosi semplice che dovrebbe far vergognare chi non la vive in prima persona.

E comunque, il pesto di ciuffi di finocchio è semplicemente fantastico.

E le bucce di patate fritte ( io consiglio anche quelle al forno) una vera e sana golosità.

Provatele e iniziate a assaporare il cibo non solo a ingurgitarlo.

“Slow journalism” di Daniele Nalbone e Alberto Puliafito, Fandango libri. A cura di Alessandra Micheli

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Che il mondo va troppo di fretta è una critica che faccio sempre.

Io sono fondamentalmente una persona che ama assaporare le cose, che siano viaggi, percorsi emozioni o piaceri.

Sono una persona che cammina lenta, che preferisce i lungi tragitti alle corse folli, che ama recuperare il gusto di ogni gesto persino del cibo, o di un libro, piuttosto che nutrirmi di quantità.

E pertanto, anche nel mondo tecnologico di oggi, detesto la cacofonia di messaggi e informazioni, che viaggiano a un’accelerazione esagerata.

Troppi stimoli significano per me nessuno stimolo.

Troppi impulsi mi addormentano e mi fanno un effetto ipnotico, ma non quell’ipnotismo piacevole che equivale a una sorta di estasi.

Direi quasi un intorpidimento delle mie facoltà cerebrali.

Che non saranno eccelse ma neanche tanto da buttare.

E’ vero che secondo molti macino libri, ma in realtà accade perché io entro dentro la storia, viaggio e all’improvviso il tempo sparisce.

E torno improvvisamente sulla terra.

Non li divoro senza assorbirli.

Infatti, ogni testo, ogni mio scritto, rappresenta una sorta di trance sciamanica: entro in un altra dimensione indescrivibile e inspiegabile, per poi ritrovarmi attonita e stupefatta, nel mio mondo.

Che appare, dopo questo viaggio, completamente cambiato e mutato. Non so se molti capiranno questo discorso; ma anche se il mio scrivere è immediato , di getto e per nulla pensato, contiene dentro una sua logica coerente.

Semplicemente è un prestito che il mondo delle idee compie nei miei confronti.

Ecco perché secondo me, la scrittura, il giornalismo e ogni arte che presuppone la comunicazione, non è altro che un puro talento animato da passione.

E deve esulare la questione business.

E’ vero che scrivere per molti equivale a una sorta di auto glorificazione dell’autore.

Io invece non sono per nulla d’accordo: scrivere è semplicemente porsi a servizio della parola.

Che è viva e sa benissimo come compere il suo dovere trasmutatorio.

E come sempre vi chiederete, ma a noi che ce frega?

Ma possibile che non vi interessa null’altro del concetto pronto e immediato?

Del fast concept?

Fast food, fast writer, fast journalism…

Bulimici fruitori di tutto e subito, perché il tutto e subito cosciente di accumulare dati disordinati e non pensarli.

Ecco che il mio concetto eretico della scrittura, può sposarsi, anche se con le dovute differenziazioni, con il rivoluzionario progetto dello slow journalism.

E cos’è?

Secondo appunto la versione letteraria è un giornalismo lento.

Questa però sembra collocarlo in una sorta di sottocultura di genere, nata da una frustrazione per un’evidente e abbastanza allarmante, scarsa qualità del giornalismo.

Che il pensiero odierno è la morte, o l’omicidio della venerabile arte è un concetto abbastanza diffuso.

Complici le fake news, le bufale, complice una certa subordinazione o schiavitù nei confronti del dio mammona, si avverte un lacerante distacco tra la funzione di informazione e l’azione costante del giornalista.

Considerato più che altro venditore e spacciatore di illusioni e di immediatezza: notizia shock, notizia allarmante, oddio non sai che sta a succedere….superano in numeri le informazioni che fanno trasparire una onesta, intellettualmente parlando, interpretazione del fenomeno.

Il giornalista è il nuovo dio che non dà un suo contributo, ma sembra assecondare una tendenza societaria a mantenere se non costruire i valori portanti del millennio in corso.

Ecco che i giornalisti appaiono faziosi, poco informati, quando non terrificantemente ignoranti.

Non va più di moda la smentita, né l’inchiesta vera e propria, quella che cambiò spesso, le sorti di un paese e della politica.

Pensate al Water Gate.

O all’azione di Erin Brokovich.

Che non è il film con Julia Roberts ma è una vera attivista famosa per aver intentato una causa contro Pacific Gas & Electric nel 1993, per la contaminazione con cromo esavalente delle acque nella città di Hinkley in California.

Quello che emerge dalla lettura del testo è una sorta di rinato orgoglio di due grandi penne che, lungi dall’accettare una definizione di sottocultura, decidono di rinnovare il giornalismo puntando non sulla quantità, legge o diktat della tecnologia moderna, ma del servizio alle persone.

Al pari della scrittura il giornalismo deve recuperare non i contenuti buttati via come cibo allettante, ma piuttosto in grado di porre in essere delle relazioni tra i due soggetti, emittente e ricevente, giornalista lettore, in una sorta di gigantesco cerchio che recupera l’autentico senso del vivere: la cooperazione.

Non più come soggetti/oggetti bombardati di stimoli, ma come stimoli in grado di far nascere dei soggetti/ persone capaci di incidere sul loro mondo, di conoscerlo e persino di cambiarlo.

Questo senza porre in rilievo una sorta di nostalgico sogno di un ritorno al passato, ma usando il presente rappresentato da internet e adattarlo a una vera eticità.

Non è internet il problema, ma come viene usato.

Non è la notizia bufala il problema, (come dimostrano gli autori è sempre esistita) ma il fatto che essa venga percepita come mezzo di soddisfazione id un bisogno di giustizia, o di conoscenza.

E’ la notizia fake che dovrebbe stimolare la ricerca e l’intelligenza latente nell’uomo.

In un certo senso, il giornalismo lento è una sorta di reazione (esattamente come il movimento dello slow food reagisce come reazione al fast food e al junk food). Ma questo non basta: non si può definire un movimento o un modo di lavorare solamente per negazione. Bisogna definirlo anche in positivo

Ecco che le caratteristiche generali tracciate da Daniele Nalbone e Alberto Puliafito, sono veri e propri progetti, un manifesto di rinascita e di rinvigorimento che può, finalmente, liberare il giornalismo dalle pastoie delle sue ossessioni: il like, il click e il business.

E tra i tanti vorrei citarne due, che sono responsabili persino del mio disamore per quel lavoro tanto sognato da piccola: verifica delle fonti, scelta accurata e ragionata dei fatti e del materiale da pubblicare, indipendenza dall’agenda delle breking news e sopratutto l’approccio laico, senza pregiudizi.

Devo proprio spiegarli?

Sono chiarissimi e lampanti.

E da parte mia, propongo queste fondamentali tracce di azione ETICA anche peri romanzi e la scrittura. Che lo slow journalism possa diventare slow life, e persino slow writer.