“L’eccidio della colonna Gamucci” di Antonio Magagnino, Herald editore. A cura di Alessandra Micheli

L'eccidio della colonna Gamucci- Antonio Magagnino

L’Italia è quello strano paese che di dibatte tra due tendenze altrettanto bizzarre: il negazionismo a ogni costo e il dogmatismo.

Ogni accadimento, quindi, subisce una doppia violenza; da una parte l’incapacità di introdurre nuovi fatti capaci di ampliare e raccontare la storia in modo più competo e complesso (dogmatismo) e dall’altra  la volontà di negare sia il fatto storico sia le motivazioni.

Cosi se per uno studioso è necessaria la revisione storica ossia la capacità di correggere, modificare, migliorare, completare le proprie teorie alla luce di nuovi dati e di nuovi documenti, il negazionismo invece non modifica, né migliora, ma cancella totalmente il fatto come non avvenuto.

E’ il caso delle becere idee verso l’olocausto.

Se il revisionismo mette a fuoco in un ottica più precisa la motivazione alla base del razzismo, introducendo teorie migliorate che si concentrano sull’avvento del fenomeno e sull’evoluzione delle scienze sociali (ne è esempio il bellissimo libro di Chevallier che cerca di comprendere la genesi del razzismo non limitando la ricerca al novecento) il negazionismo semplicemente seppellisce il problema definendolo mera illusione, suggestione o peggio manipolazione.

Persino uno studioso come Marrou ha notato come spesso siamo cosi legati alla tradizione scientifica da rendere le teorie e le argomentazioni saldi fondamenti della nostra società al pari dei valori e delle leggi.

Cosi una teoria storica non è solo teoria, è fatto acclamato, conclamato e legittimato come autentico autorevole e quindi fissato come convenzione o peggio legge.

Ciò lo rende intoccabile quasi vicino all’infallibilità papale tanto da renderlo verità rivelata alla cui luce vanno letti tutti i fatti storici e scartati quelli che lo mettono in discussione.

Questa tendenza ha caratterizzato, ad esempio, il mondo dell’egittologia, quando era ferrea nella convinzione, acclamata dal conclave accademico, che le piramidi fossero solo tombe e nient’altro che tombe, isolando e deridendo coloro che, in possesso di dati, rilevamenti e schemi, proponevano diverse interpretazioni.

Questo malsano comportamento, totalmente antiscientifico diventa ideologia da difendere a ogni costo anche a scapito dell’onestà intellettuale.

L’amore per l’idea diviene cosi preponderante che siamo come i mercanti del tempio dediti al sabato e ignari del valore dell’uomo.

Chi ama davvero un ideale, chi se ne fa portavoce non può esimersi dall’esaminarlo con obiettività onde depurarlo dalla scorie che necessariamente l’azione umana cosi in bilico tra coscienza e finalità produce.

Un idea, seppur sana, sarà purtroppo inquinata dai residui non logici, dalle motivazioni meno nobili che ogni esperienza porta con se, rischiando di rendere l’ideale stesso una barzelletta.

Prendiamo il socialismo.

Nato in un contesto preciso, dotato di rivendicazioni che nascono dalla presa di coscienza dei diritti civili e umani di ogni cittadino, è stato poi usato come scusa per reiterare e ri-leggittimare un sistema di dominio basto sull’atavica legge elitaria: io sono il padrone e tu il servo.

In fondo, anche il comunismo reale non è stato altro che una storpiatura della società utopica sognata sin dal passato da tanti intellettuali ed è stata la scusa perché si cambiassero i sonatori ma mai la musica.

Ciò non significa che i valori nascosti e relegati nella profondità degli abissi siano meno validi: il rispetto del lavoro ad esempio, la dignità umana, una società più equa e più armonica dove la stratificazione sociale possa essere abbandonata in favore di una cooperazione sociale.

Il problema non è mai l’idea, è l’uso che dell’idea fanno i cinici e i furbi.

E cosi anche per gli accadimenti più vicini della storia vale lo stesso discorso: nessuno mette in dubbio la frustrazione della Germania umiliata.

Ma la rivendicazione doveva avvenire in seno alla legalità e non a un marcio sistema basato sullo scontro amico nemico.

Nessuna umiliazione giustifica la totale distruzione di un cittadino divenuto altro da un idea malsana e errata.

Nessuno giustifica la creazione della razza per rendere accettabile la vendetta.

Nessuno mette in dubbio la validità della protesta esplosa nel movimento partigiano, necessario per risvegliare una coscienza assopita, base popolare su cui l’azione dell’alleato poteva impiantarsi per vincere una guerra assurda.

Ma, esiste un ma.

E’ necessario per chi a quei valori ci ha creduto, per quei valori ha dato la vita distinguere tra volontà di libertà e barbarie.

E ogni guerra, guerriglia ogni atto umano rischia di sfondare il limite tra compassione e violenza cieca.

E’ quello che ha evidenziato Pansa nei suoi libri, prendendosi la briga e l’onere di raccontare anche il lato meno nobile del movimento partigiano.

E che tutti noi che a quell’azione ci credono davvero, dobbiamo aver il coraggio di affrontare, rendere manifesto e disunirlo all’idea originaria, alla base della presa di coscienza dell’errore fascista.

Non è in discussione la motivazione che spinse gli uomini a ribellarsi.

Proprio perché crediamo, tutti noi alla necessità di questa acquisizione di coscienza, dobbiamo scindere coloro che alla libertà ci credettero e coloro che si unirono alle bande per motivi molto meno nobili.

Ogni idea, ogni ideale, ogni valore ha purtroppo la sua parte oscura.

Ed è da quella che dobbiamo partire affinché il messaggio giunga onesto, pulito e forte alle nuove generazioni.

Denunciare il male presente all’interno di un azione e di un pensiero, non è snaturarlo o distruggerlo: è salvarlo dal baratro.

Perché se il virus non viene isolato rischia di contagiare l’intero organismo.

Ecco perché libri come quello che ho letto, che fanno riemergere dall’oblio dell’indifferenza le atrocità sono necessarie.

Capire come anche la miglior intenzione possa fungere da alibi per i corrotti significa rendere omaggio alla purezza dell’idea.

L’eccidio della colonna Gamucci fu un fatto di una gravità estrema.

Fu l’esecuzione in massa per motivi davvero beceri di 111 uomini, rei di aver appoggiato il regime fascista con le sue manie di grandezza.

Fu un vero crimine di guerra uno di quelli compiuti da una resistenza nient’affatto onorata che schiaffeggia coloro che fecero di tutto perché l’umanità non venisse uccisa dai difficili anni che seguirono l’armistizio.

Una situazione caotica, tremenda dove si manifestò ogni contraddizione italiana, quelle che ancor’oggi offuscano la nostra storia, che rese fragili non solo le forze armate, ma persino i cittadini.

In mancanza di un governo, in assenza di direttive, già permeati di dubbi atroci circa l’alleanza tra Hitler e Mussolini, furono preda facile per coloro che agivano non per il bene dell’Albania ma per motivazioni private e per nulla nobili.

La IX armata italiana schierata in Albania si trovò a vivere in prima persona in un territorio ostile (seppur dai documenti emerge come il colonnello Gamucci fu uno dei carabinieri più amati e stimati da una popolazione distrutta e affamata) la difficoltà maggiore per tutto il disagiato esercito italiano: l’indeterminatezza e la confusione che derivava dal non aver chiare direttive sull’atteggiamento da tenere con gli ex alleati.

Era quindi un armata oramai collassata, indifesa e fragile e sconfitta.

Fu, quindi, non un atto di guerriglia ma un atto di crudeltà senza motivazioni politico strategiche: quello che emerge dal resoconto di Bardelli è una mediocrità sconcertante e rende vivo il saggio di Arendet appunto sulla banalità del male, uno strisciante pericolo che invade tutti colori che, di fronte a una situazione al limite, si fanno corrompere abbandonando ogni parvenza di umanità.

La guerra è un evento straordinario che nella sua eccezionalità si muove come una medusa con i suoi tentacoli urticanti segna profondamente le persone rendendole folli di dolore e bramose di sangue.

E’ questo il lato meno bello che deve emergere in un autentica repulsione: non per annullare il valore storico della resistenza, non per mettere in discussione la sua importanza o efficacia, ma per tenerla al riparo da color che desiderano sottometterla violentarla e usarla a loro vantaggio.

Un libro importantissimo per il suo valore storico e umano.

Da leggere.

Assolutamente.

“Piccola guida agli anni dieci. 50 fatti, 50 album, 50 canzoni” di Paolo Bardelli, Arcana editore. A cura di Alessandra Micheli

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«La gente non sa più quando stiamo andando su questa terra! La gente non sa più quando stiamo facendo su questa terra! Ti chiedi “quasi quasi…”, e miagoli nel buio. Ma la risposta non è da cercare fuori: la risposta è dentro di te! E però è sbagliata…»

Quelo 

 

La mia convinzione, supportata dal mio amore imperituro per Jean Baudrillard filosofo disincantato e dalla penna feroce, era verso la totale sparizione della realtà e quindi dei fatti.

Era il tormentone che assillava TUTTI noi pseudo-intellettualisti e non, che teorizzava scenari più o meno funesti.

Il santone, in particolare, era la rappresentazione grottesca del disagio che si iniziava ad avvertire in quegli anni, che sempre di più si avviavano verso una post modernità sempre più post e sempre meno moderna.

Dove stiamo andando?

Questo tormentone invase tutta l’esistenza di noi, povere vittime del carisma di Paolo Guzzanti. Era il 1997 e sulla Tv di stato veniva trasmesso il Pippo Chennedyy show, ricco di personaggi a dir poco esileranti, furtto dei drammi della trasformazione della nostra società.

Per comprendere quindi dove siamo arrivati e dove andremo, per dirla alla Qeulo, non si può non provare a raccontare questo mutevole e sfuggente spirito, in particolare in quegli anni di transizione scaturiti dal dramma del conflitto occidente e oriente culminato nell’orrore del 11 settembre.

Da li lo spirito del tempo si è quasi incrinato prendendo vie sdrucciolevoli e impervie, cercando di ristabilire un ordine mentale compromesso dalla scoperta che, il nuovo che avanzava, era la prospettiva dello scontro di civiltà, non bilanciato dall’intervento di un organizzazione sovranazionale che era stata sconfitta nel 1991 in seguito alla sua incapacità di gestire la crisi della ex Jugolasvia.

Da li abbiamo iniziato a sentirci meno vicini, meno cittadini del mondo, e sempre più anonimi in una società che seppelliva il valore della cittadinanza sotto la lapide della rivalutazione romantica dell’identità.

Gli anni dieci, quindi, sono stati anni decisivi per raccontare il nuovo corso della nostra seduta umanità e dare avvio a quello che oggi nel 2002 si sta concretizzando, ossia la ricerca ossessiva e obnubilante del piacere edonistico.

I germi di questo diverso spirito del tempo sono da ricercarsi quindi nel nostro passato più recente.

Ecco perché trovo interessantissimo il libro di Paolo Bardelli che sicuramente non vuole essere un manuale di sociologia ma una raccolta significativa di fatti su cui, poi ( o almeno lo spero) impiantare una riflessione proficua.

Canzoni, accadimenti più o meno distruttivi, idee antiche con una nuova veste, tecnologie avanzate e un passato che viene accantonato in funzione di qualcosa di fresco e innovativo e che invece, a noi vecchi nostalgici sembra soltanto un maggiordomo che ha semplicemente cambiato livrea ma che serve gli stessi padroni.

Eppure rimembrando alcuni degli eventi di questi piccoli ma pesanti anni dieci stimola la mia di riflessione.

Vedo occasioni mancate accanto a un nuovo modo di intendere musica, più libero e più vicino alle esigenze primarie dell’uomo quelle delle emozioni semplici che non sono però scevre da una rinnovata voglia di critica sociale.

Ecco che leggere le descrizioni dei miglior album degli anni dieci da una visione meno snobbistica della voce libertaria migliore che abbiamo l’arte.

Ecco che le note scorrono impazzite cercando di produrre suoni capaci di risvegliare coscienza, di far sgorgare emozioni troppo trattenute e di combattere con un sistema che vorrebbe anche la musica soltanto un contenitore capace di racchiudere il nulla.

La musica si sdogana dal business anche per la sua innovazione di essere ascoltata da tutti anche da chi non avrebbe mai deciso di comprare quel CD.

Eppure, anche in questa democratica conquista si insinua il seme del dubbio: grazie alla possibilità di avere tutto, stiamo forse perdendo la libertà di scelta?

L’autore lancia la provocazione e lascia a te lettore la totale libertà di pensare, e di trovare dentro te stesso la risposta.

Cosi come fa elencando i fatti più eclatanti del nostro tempo, quelli che ci hanno ferito, fatto sorridere, fatto sperare e fatto innamorare di nuovo della vita.

A dimostrazione che, se l’apparenza sogna di regnare sovrana e renderci tutti zombie, la creatività umana è la nostra unica e sola arma di difesa.

Il blog consiglia “L’angelo di monaco”,di Fabio Massimi, Longanesi. Da non perdere!

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La storia dell’unico vero amore di Adolf Hitler: Angelika Raubal, sua nipote.

Angelika Raubal detta Geli, nata nel 1908, era la nipote di Adolf Hitler, figlia della sorellastra di questi, Angela.

Nel settembre 1931 fu ritrovata senza vita nell’appartamento di Hitler a Monaco, ufficialmente suicida dopo un litigio con lo zio.

Geli provava grande ammirazione per lo zio, che in qualità di suo tutore tentò di proteggerla e guidarla, purtroppo con scarsi risultati.

La bellezza della ragazza, unita a una spigliatezza e a un carisma conclamati, le portò schiere di spasimanti, tutti in qualche modo respinti o ridimensionati dallo zio.

Hitler si faceva accompagnare ovunque da Geli, riunioni politiche comprese, tanto che presto nella società monacense e tra le fila del Partito presero a circolare voci su un loro rapporto scandaloso.

Diversi testimoni di prima mano avrebbero poi raccontato, dopo la morte di Geli, di intenzioni matrimoniali da parte di entrambi.

 

IL ROMANZO

18 settembre 1931: in un elegante appartamento di Monaco di Baviera viene ritrovata morta una giovane di nome Geli Raubal, nipote di Adolf Hitler.

È in questo difficile contesto che l’ispettore Sigfried Sauer viene chiamato a indagare: da un lato c’è chi vorrebbe chiudere l’istruttoria in poche ore, dall’altro chi invece gli intima di andare a fondo e scoprire la verità, qualsiasi essa sia. Intorno a Sauer, una città che vive in una sorta di limbo inquietante: persone normali con vite normali che si trovano, chi più chi meno consapevolmente, al centro di uno degli snodi più cruciali del secolo. Grazie a un gigantesco lavoro su fonti d’epoca, Fabiano Massimi illumina con netta messa a fuoco un angolo semisconosciuto, eppure fondamentale, della Storia.

 

L’AUTORE

Fabiano Massimi è nato a Modena nel 1977. Laureato in Filosofia tra Bologna e Manchester, bibliotecario alla Biblioteca Delfini di Modena, da anni lavora come consulente per alcune tra le maggiori case editrici italiane. L’angelo di Monaco è stato l’esordio italiano più venduto alla Fiera di Londra 2019.

In libreria dal 2 gennaio 2020

“Forse non tutti sanno che in Giappone” di Antonio Moscatello, Newton e Compton editori. A cura di Chiara Iucci Linaioli

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Il Giappone è il paese degli opposti: tradizione e modernità, spiritualismo e tecnologia convivono fianco a fianco dando origine a una speciale alchimia. Il fascino che il Paese del Sol Levante esercita sui visitatori è quello di un luogo privo di una specifica collocazione, situato in un tempo e in uno spazio quasi magici, slegati da tutto il resto del mondo. Gli scenari del Giappone sono come livelli di un videogioco: gli enormi schermi e i vestiti gotici delle ragazze; le torri futuristiche e i bar con karaoke; i boschetti di bamboo e le cime ghiacciate; ma anche i parchi e l’architettura shintoista, omaggio agli spiriti millenari che governano gli elementi. Esplorare il Giappone significa scoprire i mille volti di un Paese che conserva gelosamente le sue molteplici anime, senza tradirne nessuna. E sarà divertente imparare a conoscerle una per una.”

 

Da appassionata di anime, manga, sushi e Oriente, non mi stancherò mai di approfondire i mille, piccoli, quotidiani aspetti di una cultura così diametralmente opposta alla nostra.

Antonio Moscatello scrive un guida antropologico-culturale di alto livello.

Conosce il Giappone vivo e i suoi comparti storici.

Si sente nella penna, e li illustra a noi occidentali, rendendo il diverso simile e l’esotico vicino.

Come ogni cultura, quella nipponica ha le sue contraddizioni e i suoi ritmi, e l’autore ci accompagna passo passo a viverli, dall’universalmente noto al particolare conosciuto da pochi addetti ai lavori.

Spigliato, ironico anche, riesce a presentare una carrellata di dati e date impressionante: una ricerca mastodontica che soltanto chi vive il Giappone sulla pelle, dal di dentro, può sperare di carpire.

L’autore mette il lettore a proprio agio.

Lo fa con i miti, quindi con la Storia, e ancora attraverso le curiosità, le storie di tante persone che, in piccoli apporti, hanno poi contribuito a fare del Giappone quello che è.

Narra di occidentali che hanno influito grandemente sul destino di questa nazione, ed anche di piccoli cammei che riguardano da vicino noi italiani.

Personalmente, trovo delizioso questo saggio, perché oltre a narrare, conduce il lettore in un viaggio con posti limitati e riservatissimi: sì, perché malgrado l’universalità dei canoni della cultura nipponica, avere il privilegio di poterne carpire davvero alcuni aspetti è per pochi.

Senza muoverci dal nostro divano, il Giappone ci si apre davanti.

“Le streghe di Benevento. La leggenda della superstitiosa noce” di Antonio Oliva, Caravaggio editore. A cura di Alessandra Micheli

 

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Unguento unguento, mandame alla Noce de Benevento, supra acqua et supra vento et supra ad omne maltempo”,

Questa cantilena, che doveva spaventare le brave bambine, a me non spaventava per nulla.

Forse perché non ero una brava bambina.

O almeno non nel senso che gli adulti davano a questo termine.

Per me brava significava rispettare i moti del cuore.

Conoscere e diventare anche polemica qualora, le acquisite nozioni, cozzavano contro il cosiddetto senso comune.

Non incarnavo il prototipo della femminilità considerato intoccabile.

Ero selvatica, odiavo i compromessi, odiavo abbassare il capo se non per seguire estasiata il percorso di una lumachina.

Che prontamente salvavo dall’incauto passo del uomo qualunque.

Per me il mondo era un parco giochi.

Nella natura ascoltavo voci che altri non udivano, troppo presi da se stessi.

Per me la terra respirava e mi raccontava i segreti di un fiore.

Che sotto le sue spettacolari spoglie nascondeva l’anima pungente dell’aglio selvatico.

Andavo a cercare i crescioni e a ascoltare il ronzio delle api, convinta che sussurrassero arcani segreti.

Ero più interessata alla magia di ogni piccolo istante che a assecondare le aspettative di una società che mi voleva inquadrata in un percorso preciso.

Non ho mai avuto un percorso.

Tuttora, non sono sicura di averlo.

Ascolto ancora voci di esseri invisibili, solo che non è più il piccolo popolo a occhieggiare furbo da un arbusto, ma un libro, un racconto, una canzone.

Tuttora nascondo la feroce coda di lupa, sotto un’elegante tailleur pronta a ringhiare o mordere qualora mi si manchi di rispetto.

Sono stata una bambina strana, fantasiosa, ma tanto amata dai suoi genitori che, lungi dal preoccuparsi della mia fantasia, ne erano orgogliosi.

Tanto da alimentarla a libri e racconti.

Specie mia nonna, con quella sua voce che narrava di un dono di famiglia.

Di una capacità particolare che regalava una strana sensibilità a noi donne.

E tuttora mia zia, la mia adorata zia Marisa, mi racconta di questa nascosta tradizione.

Mentre Zia Laura la immortala nei suoi libri.

Quindi capite che per me la nenia del noce di Benevento era familiare e consueta, per nulla minacciosa.

Anzi.

Raccontava di donne magiche capaci di oltrepassare i confini dell’umana limitazione e addirittura sfidare le impervie strade della natura.

Sopra pioggia, sopra vento sopra ogni maltempo.

Come se essa fosse cosi parte dell’universo naturale da poterlo, se non dominare, compenetrare.

E quindi dialogare con esso.

Con il tempo la curiosità per queste sorelle “streghe” che in fondo non erano altro che erboriste, sognatrici, ribelli, anticonformiste o medichesse, si sposò con un certo amore per la scienza.

E cosi impadronendomi dei segreti della sociologia, della storia e dell’etnologia mi sono chiesa che potere avesse mai questo noce e soprattutto, quello di Benevento.

Perché una città si trasforma:

con una sua storia riconoscibile e con una geografia chiara e distinta, in un luogo dell’immaginario?

Un luogo proibito e pericoloso, e sede di ogni vizio ma cosi suadente da nascondere dentro di se un inno alla libertà.

Che in fondo, nell’ottica della stregheria non era altro che partecipazione alla vita societaria.

Una partecipazione orizzontale e mai verticale, garantita da un patto tra dominato e dominante effettuato sulla base del mutuo soccorso.

Se le ragioni politiche della trasformazione sociale (la perdita progressiva del significato di cittadinanza e di rappresentanza politica autorizzate e legalizzate dalla bramosia della chiesa) mi erano chiare, meno lo erano quelle profonde, quelle che si muovevano nei residui logici paretiani.

Ecco che Antonio Oliva ci prova nel suo saggio, raccontando un po’ le suggestioni e le fantasie che hanno adombrato Benevento.

E che forse lo adombrano ancora.

E riportando in vita voci dimenticate, antichi tomi che nella loro assurda lotta ora contro la stregheria ora con l’era illuministica contro le superstizioni.

Ecco fonti letterarie si sposano in una danza antica che rende vive e concrete l’immaginario collettivo, fatto di religiosità contadina, lontana dal colto mondo cattolico e residui pagani.

Ecco allora che di nuovo capiamo come essi, le motivazioni illogiche sotto le azioni apparentemente razionali sono il mondo da raccontare, infangare e mostrare al lettore che, a differenza di me non ha mai subito il fascino delle streghe.

Ma in fondo le sente vicine, forse in quella pulsione passionale strana e aliena al suo mondo ordinato, o forse con quella volontà nata nel DNA di ribellarsi a qualcosa, a tutto e nulla.

Ma solo per sentire quel pizzico di irriverenza che ci rende profondamente vivi.

E cosi con le descrizioni piccanti di insensati raduni e sabba riviviamo una carnalità rifiutata o troppo esaltata, che ha perso un po’ del suo mistero, o una volontà di andare controcorrente e quella legge che ci voleva sottomessi, rassegnati in attesa del paradiso.

E quella volontà della strega seducente che ci diceva che il paradiso è qua e ora.

E che in fondo il serpente non proprio nostro nemico.

In fondo i rivoluzionari non sono stati tacciati di stregoneria o di eresia?

In questo testo la leggenda vive e riprende forza.

E forse può farsi strada dentro di noi rendendoci meno cauti, meno inquadrati ma profondamente vivi.

 che meritiamo un’altra vita

Più giusta e libera se vuoi

Venditti

“Templari e Rosacroce. L’ordine di Oriente” di Domizio Cipriani, Bastogi libri. A cura di Alessandra Micheli

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Per molti ricercatori esiste un solo dio: quello del fatto accertato.

Quindi nessuno spazio per teorie eccessivamente ardite, o addirittura eretiche che viaggiano sui binari del dato non dimostrabile.

Ogni teoria deve essere granitica ed è il dato che si deve adattare a essa e non il contrario.

Questo rende il panorama della saggistica quasi una ripetizione pedissequo di idee acclamate come autorevoli e quindi di autori assolutamente accettati dai paradigmi scientifici.

Capite bene che ,a volte, questa ottusità priva di innovazioni.

E siccome la saggistica di occupa di fatti umani, di faccende che scaturiscono dalla nostra visone delle cose, ogni tanto un autore più innovativo e persino folle serve.

Perché i folli come Sitchin, come Gardner non fanno altro che individuare un dato essenziale che ogni scienza deve render caro: il residuo logico. Tante storie e persino tante filosofie nascondo una parte esoterica.

Nel senso di nascosta e nel senso di generata dalla parte oscura di noi stessi, laddove si annidano impulsi, emozioni, bisogni e persino archetipi. E’ ovvio che persino la storia essendo comunque derivata dalla nostra percezione ha una parte svolta e una parte segreta, no per nulla il nostro Balzac ne era convinto:

Vi sono due storie: la storia ufficiale, menzognera, che ci viene insegnata, la storia ad “usum delphini”, e la storia segreta, dove si trovano le vere cause degli avvenimenti, una storia vergognosa.

E forse la seconda storia è quella che ci insegna di più sui meccanismi strani e straordinari del suo protagonista principale: l’uomo strano essere fatto di mente, intelletto istinto e emozione.

E cosi ogni ricercatore dovrebbe tendere alla comprensione dei dati meno evidenti, anche quelli non supportati da dati storici per comprendere dietro il mito le ragioni che ci spingono a sognare, sperare ma anche a manipolare.

Ed è in quel dato occulto che la vera storia si svela e che possiamo iniziare a comprendere il vero cammino dell’uomo.

Gli appassionati di storia sono spesso snob.

Troppo incentrato sul fatto documentato, tanto da scordare che ogni cosa descritta è frutto di una percezione influenzata non solo dal carattere ma dia miti che fondano lo stesso.

A tal proposito mi permetto di ricordare una frase estrapolata dalla mia tesi di laurea:

I miti, le filosofie, le costruzioni sociali in cui la nostra vita è immersa, acquistano credibilità via via che diventano parte di noi. Bateson ci ricorda che è verso questi miti, verso queste attribuzioni di significato, che siamo responsabili poiché questi forgiano il nostro futuro. Tutti noi, in particolare filosofi ed educatori, sono responsabili verso le risposte che essi danno all’enigma della sfinge

Per essere responsabili, dunque di questi miti bisogna conoscerli.

E per conoscerli anche uscire dalla comoda zona di comfort e avvicinarsi a un terreno impervio strano e inquietante laddove persino gli angeli esitano: il campo della stravaganza.

Ecco perché non è interessante comprendere la vera genesi storica dei templari quando studiare tutte le suggestioni che la loro segretezza ha scaturito.

E’ da quella visione ammantata persino su superstizione che il vero ricercatore può comprendere non solo il passato ma anche il presente.

E persino l’essere umano chiamato uomo.

Templari, massoni, persino i rosacroce, hanno in loro, nella loro essenza le basi della storia religiosa umana.

La certezza della scoperta di arcani manufatti è la certezza che l’essere umano tende non solo alle faccende macchiavelliane del potere ma tende a incontrarsi.

E dominare il numinoso.

Un mondo sovrannaturale nato in seno alla propria anima e partecipe di cicli naturali ma al tempio stesso straordinari, cosi come straordinaria è la mente.

La stessa alchimia il processo che per eccellenza.

Fa parte di ogni teoria magico esoterica, non è altro che il racconto del percorso dell’anima, della coscienza e persino delle idee.

E se consideriamo il mondo, come lo considerava Gregory Bateson ossia prodotto dell’attività neuronale, non possiamo assolutamente esimerci dall’indagare anche i libri più controversi e schifati dalla noiosa élite intellettuale.

Perché dobbiamo credere od è intrigante credere alla realtà di manufatti magico (tipo l’arca o il graal o la realtà della sindone).

Perché ci affascina l’idea d una creazione aliena dell’uomo?

Cosa c’è di cosi strabiliante per noi nei misteri del DNA tanto che esso è considerato la base della sacralità del cristo, cosi come spiegato da Gardner?

Perché il Graal e la sua leggenda oggi continua a stuzzicare il nostro interesse?

Dalla storia concreta e acclamata come realtà stiamo evitando l’altra faccia della lunga l’illogicità, lo straordinario e l’eresia.

Eppure è in quelle zone d’ombra che ci cela la vera e totale comprensione del mistero umano: essere dedito alla carnalità con quella strana sete d’infinito.

Credo che il testo di Cipriani debba essere analizzato in questo senso. Lasciate da parte la razionalità e immergetevi in un mito, in una zona pericolosa forse, ma ricca di nozioni indispensabili per la nostra rinascita non solo come soggetti attivi di un mondo divenuto nuovamente poco intellegibile, ma anche come esseri strani, capitati per qualche bizzarro scherzo del destino in un mondo che splende ma che ci ricorda quasi con dolore nostalgico qualcosa di ancora più immenso e grande, chissà un paradiso perduto o una dimensione dell’io dimenticata.

Che cos’è l’uomo che Tu te ne curi? Perché l’hai fatto un po’ inferiore agli angeli e l’hai coronato di onore e di gloria..”

Salmo 8 v.v4-8

 

“Comprendere i bambini” di Silvana Quattrocchi Montanaro, Di Renzo editore. A cura di Alessandra Micheli

 

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La sera di Halloween mi trovavo con mo padre nella piazza del mio quartiere.

Era pieno di bambini vestiti da creature fantastiche che scorrazzavano felici chiedendo dolcetto e scherzetto.

Bellissimi, colorati, allegri e sopratutto con una innocenza saggia.

Perché non è assolutamente vero che il bambino sia solo un adorabile pargolo con una mente da riempire.

Assolutamente.

La mente del bimbo è agile, ricca di stimoli e sopratutto capace di elaborare pensieri molto più elevati dei nostri, proprio perché non è ancora infarcito di idee preconcette e di convenzioni.

Non ha i limiti della socialità, non ha i limiti del pudore.

E’ capace di saltare con facilità all’apprendimento di tipo tre, quello creativo, quello ricco di possibilità, quello che è capace di prendere tutti i nostri miti, tutte le nostre costruzioni percettive e ribaltarli, ristrutturarli e rivalutarli.

E tutto avviene in modo assolutamente naturale.

Perché il bambino è guidato dalla curiosità e dalla voglia di scoprire persino l’ignoto.

Quando questa predisposizione è, invece, assente o parziale nel bimbo allora il problema risulta essere non tanto nel carattere, quanto nell’incapacità dell’adulto a stimolare una mente in costante crescita.

I no servono.

Ma le imposizioni annichiliscono la capacità ribelle e rivoluzionaria di dare il contributo alla società.

Anche il bambino, infatti, è soggetto partecipe della costruzione della realtà.

E dei suoi significati.

Per troppo tempo, in Europa ma anche nel mondo, il bambino è stato personalizzato dai suoi diritti.

Non era altro che incapace di sostenere conversazioni, non era attendibile nella testimonianza e considerato manipolabile.

In realtà, nel mio lavoro di animatrice dei centri estivi, nella modalità infantile di raccontare i fatti e gli accadimenti non ho fatto altro che ritrovare i tipi logici studiati da Russell nonché la capacità di parlare per non sense, una struttura del linguaggio riscoperta oggi e usata persino da grandi intellettuali come fosco Maraini.

Tanto che il non sense, il weird o il bizzarro è la comunicazione capace di strutturare in maniere diversa la mente razionale, donando a essa una prospettiva più ampia capace, quindi, di abbracciare quei significati fondamentali, i residui illogici delle nostre azioni, che se ignorati tendono a creare disastri.

Per il bimbo parlare per enigmi e frasi strambe è la quotidianità.

Grazie a questa caratteristica se ci poniamo in una situazione di vero ascolto possiamo aprire un enorme scrigno capace di darci una enorme comprensione di ogni aspetto del reale, anche quello meno manifesto. Ecco perché i bambini vanno tutelati e considerati a pieno diritto persone. Ecco perché hanno diritto alla stessa attenzione che noi diamo, comunicativamente parlando, all’altro.

Anche nel loro raccontare la luna blu non fanno altro che raccontare con semplicità gli arcani segreti degli esperimenti di Adalbert J. James sulla percezione: ogni oggetto non è mai simile a se stesso ma prende la forma della mentre di chi guarda.

Da questa premessa io mi rendendo conto di quando sia importante non solo conoscere solo la biologia del corpo umano ma entrare nel profondo del bambino, e comprendere tutti gli stadi del suo sviluppo: dalla gestazione alla nascita.

I bambini sono il futuro dell’umanità.

Sono la speranza del rinnovamento, la forza che irrompe come un lampo in una sonnacchiosa cittadina abituata al suo rassicurante tram tram.

Il bambino è l’elemento creativo a innovativo capace, un domani, se opportunamente stimolato, di demolire un sistema e sostituirlo con un altro, più etico e più umano.

Il bambino deve svilupparsi pienamente come essere senziente, dotato di mille incredibili fili, capace di miracoli, capace di riscrivere il proprio finale.

Non specchi distorti di un adulto.

Non emanazioni del padre o della madre o loro cloni, ma possibilità, opportunità capace di creare un ponte con il futuro.
Ecco che per divenire potenzialità bisogna muoversi.

Non bisogna restare fermi.

E ci si muove soltanto grazie all’informazione che dà la possibilità di un salto evolutivo.

Perché secondo la teoria di Gregory Bateson l’informazione non è che l’acquisita conoscenza di una differenza ed è quella che fa scattare l’adattamento al muovo e quindi il cambiamento.

Pertanto, ci si muove solo grazie alla conoscenza che non è solo acquisizione rigida di un concetto, ma capacità di sezionare il concetto e tirane fuori sia gli elementi positivi da introdurre nel nuovo paradigma, sia quelli negativi da evitare.

E’ cosi che funzionerebbe, se non limitato, il metodo di ragionamento del bambino.

Quando ai miei nipoti donavo un’informazione, essi erano capaci di estrapolarne innovazioni e di effettuare critiche (nel loro unico linguaggio) che immagazzinavano nella loro mente.

Ho avuto più saggezza dai loro ragionamenti, dai loro giochi e dai loro salti di fantasia che da tutti i saggi che ho avuto il piacere di leggere. Se il bambino, quindi è la speranza per un domani è dal punto di partenza che noi educatori, perché siamo tutti educatori tutti coloro che orbitano nello spazio vitale del bambino che dobbiamo ripartire.

Ecco che per evitare che esso acquisisca comportamenti standardizzati e pericolosamente nocivi è necessario modificare proprio il nostro occhiale con cui osservare il reale e i principi che lo guidano.

Comprendere i bambini divine un opera indispensabile per tutti e di tutti perché è dai nostri miti, dalle idee con cui educhiamo il futuro uomo che decideremo il suo futuro e il suo destino, nonché le sue peculiari capacità.

Siamo responsabili di fronte a questa favolosa anima in crescita che dovrebbe assomigliare più a una freccia scagliata contro il domani, piuttosto che come copia stantia del nostro abitudinario e stantio pensiero.

“L’arduo cammino di Darwin. Costruzione di una teoria rivoluzionaria” di Piero Brozini, Biblion Edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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Nelle mie recensioni parlo spesso di evoluzione.

Questo perché sono convinta, oggi più che mai, che la staticità, il consueto, portino all’atrofizzazione della vita interiore e quindi esteriore.

E’ solo il movimento, l’andare verso un qualcosa che rende omaggio al nostro essere umani.

Del resto la biologia stressa ha come mantra la modifica.

Addirittura anche la comunicazione, secondo Gregory Bateson, basata sullo scambio di informazione era descritta come

è notizia di una differenza.

E questa notizia che innesca tutto un processo importantissimo per il nostro mondo percettivo e quindi reale che si basa, appunto, sulla modifica costante del proprio equilibrio.

Che a contatto con una differenza si modifica in risposta allo stimolo.

E nella comunicazione è cosi.

E’ il contrasto tra opinioni, sentimenti, emozioni a generare il desiderio di ottenere l’equilibrio attraverso, appunto, lo scambio.

E’ conoscendo te, comunicando con te sulla base della differenza che il mio organismo mentale e fisico si muove.

Questo presuppone che l’organismo stesso non sia sempre uguale a se stesso, che non sia lo Jahvè, colui che è, perché per essere tutt’uno con la propria essenza immutata e immutabile, dovrei escludere appunto, la modifica.

Noi siamo piuttosto un eterno campo di battaglia tra due opposte tendenze: la conservazione e quella forza, curiosità o follia che ci spinge oltre il confine descritto come comodo, rassicurante e conosciuto.

E’ il contatto con l’ignoto che ci fa aspirare a orizzonti sempre più illimitati, a conoscenze ritenute eretiche e a trovare nuove strade per giungere alla verità scientifica e ontologica.

Evoluzione è la parola che guida ogni mio sforzo conoscitivo.

E a quale studioso, quindi, devo ogni mio riverito tentativo di gnosi? A lui, il tanto nominato ma in realtà misconosciuto, Charles Darwin. Grazie al suo libro Origin, la visione umana si è liberata da una certa staticità fissa delle idee che causava un curioso paradosso: erano i dati e dover combaciare con le teorie e non il contrario.

E tutt’oggi questo malsano comportamento, tanto osteggiato da Charles, è oggi reiterato.

Basti pensare alla disciplina dell’egittologia che rifiuta indignata le nuove eretiche teorie sulle piramidi, nonostante oggi esse siano conclamate come possibili.

Perché la nostra tendenza a conservarci intonsi, immobili come stelle polari, è molto sentita.

L’ignoto ci spaventa.

Ci terrorizza, ci rende fragili di fronte a un ambiente che, da secoli tentiamo di rendere meno ostile e immenso.

Ecco perché per noi curiosi, Darwin è un esempio.

Un uomo coraggioso, che venerava la conoscenza sopra ogni convenzione e che però al tempo stesso, fu uomo dei suoi tempi, immerso e concorde con la sua società, con le idee e con l’educazione ricevuta.

Darwin non era un originale pazzoide, come molti scienziati.

Era profondamente vittoriano.

Ed è per questo suo sentire che, oggi, rappresenta un ideale da raggiungere: seppur convinto della grandeur della scienza inglese riusci a far emergere il suo amore sviscerato e assurdo per la verità. Ogni dato, ogni esperienza, ogni annotazione scientifica cozzava sicuramente con la sua mentalità e educazione, ma era cosi forte da accantonare ogni ostacolo.

Arrivare alla formulazione di Origin non fu facile.

Ecco perché l’arduo cammino di Darwin oggi rappresenta un libro per tutti, non solo per gli appassionati di storia naturale.

Diviene un esempio fulgido di come, seppur nati in un determinato contesto sociale, con quel fardello pesante delle varie socializzazioni, è ancora possibile venerare la scienza, la conoscenza e la verità a discapito anche del proprio bagaglio personale.

E’ questo che dovremmo fare oggi.

Più del Sabato, venerare l’uomo, cosi come riusci a fare il nostro amato Charles.

Oggi abbiamo troppa paura di andare oltre i confini decisi da altri. Sempre altri e mai noi.

Che siano esperti del settore, muovi guru, o millantati di una qualche reputazione intoccabile, mai davvero meritata, le idee innovative vengono tacciate di blasfemia.

I geni relegati a nerd e derisi persino dalle sit commedy e i ribelli considerati devianti da curare.

Charles fu pervaso da atroci dubbi.

Compì un cammino impervio interiore in una Londra vittoriana sicuramente feconda per le idee, ma al tempo, stesso chiusa alla novità.

Egli non voleva certo essere chissà quale rivoluzionario.

Voleva solo indagare il mondo e pertanto era pronto a ogni freschezza.

E la sua teoria fu semplicemente questo, non un contrasto aperto con l’autorità, non un atto dissacratorio della sua morale.

Semplicemente il frutto di una visione obiettiva per quanto possibile, del mondo naturale che, in fondo, se ne fregava delle nostre limitazioni.

Ma aveva e ha le sue regole e i suoi adattamenti.

Poco importa alla natura se rifiutiamo di essere semplicemente parti evolutive di organismo più ampio.

Poco importa se ci scoccia, perché arroganti, di essere adattamenti evoluti di una specie comune.

Poco importa se la selezione naturale è oggi politicamente scorretta. La natura va per la sua strada e chiede solo di essere compresa, senza finalità se non quelle della curiosità e magari del tentativo di rispondere al quesito della sfinge, cos’è l’uomo.

E Darwin ci ha mostrato con la sua semplicità complessa dello scienziato, che non siamo altro che evoluzione.

E che l’evoluzione richieda più coraggio di ogni atto rivoluzionario consueto.

Conoscere, sperimentare, comprendere è un vero autentico atto ribelle, molto più di chi impugna il fucile o la bandiera.

Conoscere e ce lo dimostra Darwin, significa mettere a repentaglio ogni sicurezza, ogni certezze e persino il nostro buon nome.

Ecco che l’arduo cammino, si trasforma in un viaggio unico e meraviglioso, che spero si arricchisca con questo libro, di altri folli viandanti.

“Sogni di immortalità e gnosticismo” di Ezio Albrile, WriteupSite. A cura di Alessandra Micheli

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La dolcezza della stasi, quel quotidiano rassicurante ripetersi di gesti, di emozioni senza scossoni, quel rifugiarsi nell’ovattato mondo creato dalle nostre certezze.

Un ventre in cui la placenta che simboleggia emozioni mai diverse, attutisce il suono della vita che frenetica scorre.

Ecco riassunto in poche, banali frasi il nostro vivere moderno. Uguale, monotono, confortante, rasserenante, mai diverso da se, sempre ligio al dovere di essere ciò che è senza ambire, a ciò che potrebbe essere se uno avesse il coraggio di occhieggiare oltre il velo. Mai un tentativo di fuga, sempre il solito drogarsi di certezze, di elementi che si assomigliano e che possono essere affrontati, dunque, con finto spavaldo coraggio.

E’ questa la nostra prigionia, la condanna bella ma….avvilente di questo strano essere che sembra uno sparuto pollo, dimentico della sua origine di aquila.

Ecco che i valori sono reiterati, fino a asservirci come sudditi ali dominanti, come se al mondo non esistesse null’altro che il reale, quello intessuto dagli stessi colori, che oggi ci appaiono bellissimi e unici.

Colori senza i quali non potremmo vivere.

Colori che, una volta tolti, provocano un profondo malessere, un dolore intenso, quello della perdita e della mancanza.

So cosa significa essere scagliati fuori dal confortante nido.

Di trovarsi cambiati nonostante i nostri urli infantili.

So cosa significa adagiarsi sulla apparente serenità di una vita che scorre senza grandi eventi.

Sempre la stessa, rannicchiati a godere di quel torpore che ha il profumo stantio della caduta.

Ecco cosa è davvero lo gnosticismo.

Non solo una visione pessimistica della vita.

Esso è la capacità dell’anima di reinventarsi una volta scaraventata fuori dalla sua zona di sicurezza in un mondo ostile e vivo, troppo vivo.

Minaccioso perché ignoto.

Terribile perché luogo di eventi celesti.

E sapete quale evento divino ci incute più orrore?

Cambiare.

Modificare il proprio non stile di vita, ma concetto di vita. Distruggere le certezze, le sicurezze e la quotidianità.

Un nero che fagocita, che dissolve il nostro personale schermo protettivo, quell’occhiale percettivo che rappresenta quasi una tutela da una vita che bussa insistente alla porta.

E’ la nigredo che ci fa scendere feriti nell’abisso.

Gementi.

Doloranti.

Inveire al cielo e bestemmiare Dio.

Perché tutto muta, tutto scorre di nuovo, in un flusso di emozioni e avventure.

So cosa si prova a comprendere che la vita è più di quella che si finge di assecondare.

Che non è la serena monotonia.

Che non è la certezza che coccola e conforta.

La vita è quel percorso in movimento che ci deve portare di nuovo a abbracciare noi stessi.

Per gli gnostici il vero io si chiamava spirito, luce, casa.

Ma per raggiungere la casa dovevamo dissolvere tutto ciò che di conosciuto e consueto vivevamo.

Persino la convinzione assurda di essere già perfetti.

Cosi come eravamo.

Umani e dediti a piaceri carnali, terreni e quotidiani.

Una famiglia, un divano, una risata.

Fino a far impallidire il ricordo di un mondo diverso, luminoso e pieno di fermento.

Diventato il terrore chiamato morte.

Ecco che per lo gnostico la consapevolezza di vivere una farsa si fa strada: non un salone riscaldato da uno scoppiettante caminetto, ma una patetica prigione.

Non sorrisi zuccherosi, ma ghigni demoniaci.

Vedere questo è la cosa più difficile che lo gnostico si troverà a vivere.

Significa ferirsi e perdere sangue.

Ma quel sangue è per ironia della sorte, la stessa rubedo che rigenera. Che purifica e trasforma.

Finché il mondo non ci appare più cosi limitato e sicuro.

Ma una foresta ricca di avventure e mostri da combattere, per trovare il nostro graal personale.

E berlo.

Fino all’ultima amara goccia.

E diventare cosi bianchi cosi ricchi di luce da essere oramai invisibili. Ecco l’albedo, la fase ultima dell’opera.

Ecco il raggiungimento di una gnosi che ci rende di nuovo tutt’uno con la fonte di ogni meraviglia, quella luce che oggi, impegnati a mantenere tutto com’è, a tenere in vita lo Jahvè ossia la forma, crocifiggiamo alla materia.

Lo spirito, la forza che va oltre.

Il segreto dello gnosticismo e dell’alchimia è uno solo: la costante ricerca, l’incessante muoversi verso qualcosa.

Qualcosa che iniziamo a bramare.

E il dolore della perdita diviene speranza per l’ottenimento di un grande premio.

E il dolore diviene il nostro maestro, la guida che ci costringe a suon di sberle a vederci in un limpido specchio d’acqua

E riconoscersi come Aquile che si fingono polli.

Ecco che i sogni di immortalità non sono più sogni.

Ma realtà.

Gnosticismo e alchimia lavorano per rendere concreta quella che molti arconti, dominatori di queste catene che indossiamo fieri, raccontano come fiaba: vivere in eterno.

Nella nostra vera forma.

Lo gnostico, come l’alchimista perde.

Costantemente pezzi di se.

Ma in cambio ottiene una vita più ricca, più viva.

Solo chi ha un grosso dolore ma anche le palle per vedere, si accorgerà di come esso abbia tolto una specie di patina grigia dagli occhi, troppo abituati a conservare la propria certezza.

E i colori appaiono più vividi.

E dalle lacrime nascono tante piccole pietre filosofali.

E nasci davvero.

E cambi te.

E evolve con te persino la realtà, che appare un orizzonte senza più limiti.

Ecco che leggere un libro sullo gnosticismo significa davvero mutare.

Davvero lottare per un diverso domani e un diverso oggi.

Per un attimo che abbia più vita e forse meno sicurezze.

Ma significa vivere, per la prima volta davvero.

Disprezzando le catene che dicono che esiste solo una via per la salvezza: questa dimensione.

Siamo fatti per alti cieli, per stelle più brillanti.

Siamo etere e universo, cosmo e costellazioni.

Siamo Dio e Dio è in noi.

Siamo figli e padri, madri, fratelli.

Siamo alberi e foglie.

Siamo tutto.

Ecco perché io consiglio a chi ha il coraggio di andare dove anche gli angeli esitano ogni libro che raccontando la parabola Gnostica, susciti una sete inestinguibile in noi.

Perché quando la falce arriverà a distruggere le nostre comodi messi, il coraggio di viaggiare ci invada.

E ci porti dove siamo destinati davvero.

Ci sono libri che sono essenziali per far maturare la nostra coscienza, pagine della storia da ricordare perchè sono le pietre d’angolo su cui fondare una civiltà migliore. Il blog è lieto di presentare “L’eccidio della colonna Gamucci. Storia dei carabinieri reali in Albania” di Antonio Magagnino.

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Sparate subito e mirate al petto”. Fu questa la frase con la quale il colonnello fiorentino Giulio Gamucci, comandante della Legione dei Carabinieri di Tirana, affrontò la morte in Albania nel 1943. Una raffica di mitra fu la risposta. Ben 111 Carabinieri caddero uccisi barbaramente dai partigiani comunisti albanesi comandati dal criminale Xhelal Staravecka. Questo libro intende portare alla luce i fatti di quello che, dopo Cefalonia, gli storici definiscono il più crudele “omicidio” perpetrato contro militari italiani e sui quali si è taciuto per troppi lunghi anni, rendendo onore a coloro che hanno dato la vita per la Patria.

L’autore

Antonio Magagnino, di Mario e Antonietta Geranio, da tutti conosciuto come Tony, è nato il 6 novembre del 1962 a Matino, un grazioso paesino dell’entroterra Salentina in provincia di Lecce. Vive a Viterbo. Per ventisei anni ha servito con grande amore e fedeltà l’Arma dei Carabinieri tra Roma e Viterbo, per la maggior parte nel ruolo Ispettori; venti dei quali trascorsi in Reparti Operativi. Grande appassionato di equitazione, paracadutismo e soprattutto di Storia Contemporanea, come ricercatore ha fortemente voluto indagare e scrivere la vera storia sull’eccidio della colonna dei Carabinieri Reali in Albania comandata dal Colonnello Giulio Gamucci, pur trovandosi nel momento più difficile della propria vita tra ferite vitae e lutti famigliari, tanto che aveva deciso di abbandonare le ricerche. Come studioso ha offerto collaborazione all’Istituto Storico Grossetano della Resistenza e dell’Età Contemporanea per la ricerca e la stesura del libro “La persecuzione degli Ebrei nella Provincia di Grosseto nel 1943-44” edito nel 1996. Inoltre ha collaborato con il Prof. Maida dell’Università di Torino, per la mappatura degli eccidi da parte di Reparti Italo-Nazisti nelle Regioni Toscana-Piemonte. Per ultimo ha ricevuto una lettera di apprezzamento da parte del “Yad Vaschem” di Gerusalemme (il più grande Museo dell’Olocausto) per la collaborazione nella fornitura di documentazione in un libro sulla deportazione degli Ebrei dal Lazio autore il Rabbino Capo Michael Tagliacozzo.