“Le necessità del bene” di Massimo Trifirò, Nepturanus. A cura di Alessandra Micheli

Avevo tredici anni quando ebbi la mia prima diatriba storica.

Me lo ricordo come se fossi ieri, alla vigilia degli esami di terza media discussi del mio programma con lacune amiche.

Ero decisa a portare, come argomento storico, la rivoluzione francese, il mio antico amore.

Quel periodo di sfavillanti novità mi affascinava, come il popolo poteva destituire un tre, un governante solo perché non aderiva a dettami presenti in una legge non scritta era per me un elemento di grande suggestione.

Pur comprendendo, anche allora, come essa non fu solo il boato finale di un dissenso, ma il lavorio intermittente di filosofi e forze sociale, da troppo tempo tenute in disparte, quel popolo sovrano, guidato dalla luce di Jean Jqquest Rosseau era una manna dal cielo per me, eterna idealista.

E cosi con ardore da futura pasionaria, difendevo la mia scelta di fronte alle più scontate guerre mondiali.

Erano, a detta delle mie future colleghe, molto più emotivamente coinvolgenti di qualcosa accaduto in quel tempo cosi lontano.

Eppure, ribattei, senza rivoluzione forse non avremmo avuto nulla dalla storia. Forse non ci sarebbe stato uno stato, e forse non si sarebbe mai lottato per la propria autodeterminazione e la propria sovranità.

Era quello che mi affascinava della rivoluzione francese: il diritto all’autodeterminazione, la fratellanza, la libertà in senso politico e sociale ( libertà di sposarsi, di cambiare il proprio status sociale) e l’uguaglianza che in fondo per me diventava equità.

I diritti e i doveri di un cittadino.

Il bene comune e la volontà generale.

Erano e sono i termini con cui effettivamente sono cresciuta.

E sono sempre dell’avviso che per avere uno stato giusto e equilibrato le singole volontà debbano convergere con qualcosa di più alto.

Che durante i miei anni accademici identificai con la Maat egizia.

Che in fondo non era altro che egalitè, fraternitè, libertè.

Peccato però…che i sogni rivoluzionari, quasi tutti si sono infranti sulla barriera della tirannide del fanatismo.

La rivoluzione francese mise il popolo in rilievo.

Era lui a rinunciare a un pezzo della propria sovranità in favore dei suoi rappresentanti che l’avrebbero dovuta gestire in concomitanza con una costituzione che era al tempo stesso sacrale e morale.

Non a caso la Dea Ragione era raffigurata come una Dea redente, un’Iside assisa sul suo trono di stelle, immagine e simbolo di un cosmo con la perfezioni di leggi cosmiche.

Cosi in cielo come in terra

Citava la meraviglia del Corpus Hermeticum.

E quindi la rivoluzione era un atto sacro di ricostituzione di uno stato originario, immagine di qualcosa sopra di noi.

Perfetto e immutabile.

Non certo figlio degli umani.

Ma nessun cielo, nessun valore, nessun ideale si sarebbe nutrito di sangue.

Di passione si.

Si sacrificio del proprio status sociale.

Di rinuncia ai privilegi.

Ma ogni rivoluzione è e deve restare sacra.

Altrimenti, cosi come ben ci spiega Trifirò resta solo una momentanea sostituzione.

Un miraggio in cui tutto sembra cambiare affinché nulla cambi.

Per molti il regno del terrore e la de-sacralizzazione di una Francia annegata nella violenza era una necessità.

Il bene supremo richiedeva mano forte e polso rigido.

Ma è stato solo il modo in cui, chi non voleva la vera libertà, chi non desiderava un popolo consapevole e maturo al comando e custode e guardiano dei sacri valori.

Di chi in fondo usava la scusa della necessità del bene e la ghigliottina per sostituirsi semplicemente, al re.

Manipolando coscienze e rendendo, di nuovo, il popolo massa.

Ogni rivoluzione è stata repressa cosi.

Senza colpo ferire, quasi senza lacrime.

Addio ideali rivoluzionari.

Addio Rosseau.,

Addio bandiera rossa.

Addio.

Ma solo con certi libri che pongono il dito su sbarre di gabbie dorate, ogni rivoluzione potrà rinascere.

E essere restituita alla storia.

Non nego né io ne Massimo ,la necessità di uno stravolgimento radicale degli assetti politico sociali.

Rinneghiamo i corvi assetati di sangue che aspettano all’ombra, nell’oscurità il momento di colpire.

E sapete come?

Obnubilando le coscienze.

Manipolando gli eventi. E rendendo il popolo un lontano ricordo.

Riappropriatevi della vostra rivoluzione.

Perché il bene non ha necessità.

Esso respira e riempie del suo suadente effluvio ogni atmosfera.

Respiratelo.

In barba alle necessità di un bene che non è volontà generale.

E non lo sarà mai.

“Un gioco da ragazzi” di Enrico Ruggeri, La Nave di Teseo. A cura di Alessandra Micheli

Conosco Enrico Ruggeri come cantautore da una vita.

E mi sono innamorata di tante sue melodie, capolavori in musica come bianca Balena, La notte delle fate e la mia canzone, quella che più mi rappresenta ossia Peter pan.

Ma che sapesse scrivere libri, beh questa è una scoperta recente.

E’ un talento.

E fidatevi, chi ama un cantautore diventa molto severo nei suoi confronti, perché tradire la musica a favore della letteratura non è sempre perdonato.

Scrivere un testo è qualcosa di completamente, almeno secondo me, diverso di cantare le emozioni e renderle poesie tutt’uno con il ritmo.

Quindi credetemi, ho approcciato il libro di Enrico (perdonate, ma lo ascolto da cosi tanto tempo da considerarlo un amico fidato) con molto sospetto.

Avresti avuto la capacità di raccontare una storia nello stesso modo delle tue canzoni?

Avresti avuto la stessa musicalità e la stessa profondità?

Saresti stato cosi originale come nel caso di Contessa?

Non avrei mai tollerato nulla di meno da Ruggeri.

Stessa profondità, stessa capacità di incidere nell’anima tramite parola fatta musica, stessa emozione.

Stesso coinvolgimento.

Se con gli esordienti la mia asticella si abbassa con Ruggeri si alza.

Perché non poteva scrivere nulla di meno poetco o incredibile di primavera di Sarajevo.

E sapete cosa è accaduto?

Mi sono innamorata.

Enrico è amato da ogni musa.

Da Calliope a Clio fino a Euterpe, ognuna di loro l’ha benedetto.
Perché non si sa, non si saprà perché decidono di illuminare un artista invece che un altro.

Ed è quella vera magia: il non comprendere.

Ma un gioco da ragazzi non è meraviglioso solo perché lo ha scritto Ruggeri, come molti invidiosi diranno, e’ meraviglioso perché forse, e sottolineo forse, il suo impellente bisogno di narrare di essere un cantastorie non riesce a esaurirsi.

E cosi è sceso a terra dopo uno strabiliante viaggio nel mondo delle idee e ha preso quello necessario oggi a questo modo disastrato.

Scegliendo uno dei periodi che mi inquieta e al tempo stesso mi affascina di ogni nostra umana storia.

Gli anni di piombo.

Cosi vicini a noi e al tempo stesso cosi lontani.

Cosi troppo recenti per essere compresi e forse analizzati.

Perché una parte del nostro io rimpiange quella capacità assoluta di dare un unico senso a un ideale.

Poco ci importava se fosse combattuto non con azioni ma con le bombe e le violenze che oggi, sono politicamente scorrette.

Eppure ragazzi come noi lo consideravano un gioco in cui sarebbero stati vittoriaosi.

Una nuova alba avrebbe accarezzato l’Italia: non si sa se sarebbe stato il ritorno a una tradizione stantia o a una nuova società improntata sull’equità.

Ma quale tradizione si veste di sangue?

Quale equità potrebbe sopportare un cammino cosparso di cadaveri innocenti?

Non lo so.

Non ho mai saputo rispondere.

Il mio io, attratto dalla ribellione, dalla promessa del nuovo risuona con le parole di studenti che volevano uno stato meno padrone, meno pecore e più popolo.

Ma la mia etica quella che rende più importante l’uomo del sabato non può non ribellarsi.

Erano anni di grandi ideali.

Di grandi sogni.

Ma dietro a quei sogni c’era il mondo marcio del business e dell’interesse. E comandava tanti, troppi ragazzi in cerca di identità.

In cerca di un loro volto che fosse più autentico e meno plastificato.

Oggi in fondo, tutti noi nostalgici perché ai quei tempi si credeva in qualcosa non come ora con i selfie, non ci rendiamo conto che in fondo cambiano le mode, cambiano le chiamate al potere, cambiano i mandanti.

Ma non la radice occulta di ogni arruolamento.

Siamo noi ragazzi di oggi come di ieri a essere usati perché nulla cambi. Ci danno L’illusione.

Della tecnologia cosi come della rivoluzione.

Ma assisi sul trono stanno gli stessi osceni e volgari regnanti.

Quello che uccidono facendoci passare il baratto della nostra anima come un gioco di ragazzi è la nostra fantasia.

Una volta scritto il nome con il sangue su quel contratto, essa non esiste più.

Siamo pedine di un gioco di scacchi assurdo e insensato.

Perché l’univa vera impresa eccezionale è essere normale.

Vivere la vita mordendola e prendendo ogni spazio che ci concede. Finché qualcuno lassù non ci chiama con se.

Ma saremmo stati cosi ingombranti da non poter essere mai dimenticati.

E forse oggi, a quarantanni io preferisco prendermi ogni spazio e non far parte di nessuna cricca, elite lobbies.

Perché la libertà vera, quella non è un gioco da ragazzi.

E Enrico lo spiega perfettamente in un libro che ha il sapore amaro, ma salvifico della verità

Grazie per avermi fatto comprendere che…per esistere bisgona aver voglia solo di volare.

Ogni donna ha un paio d’ali

Chiuse dentro sé

Ponta a certe ascese sconfinate

Enrico Ruggeri

Anzi io aggiungo ogni essere umano.

***

Per te

che hai occupato ogni spazio di questa vita

fino a riempirla cosi tanto

da lasciare un vuoto con la tua assenza.

Una presenza cosi ingombrante

capace di prendersi tutto ma allo stesso tempo di restituire tutto questo con un amore senza confini.

Sei li a ingombrare il cielo e a dar del filo da torcere agli angeli

“La moglie di Ponzio Pilato” di M;assimo Trifirò, Nepturanus editore. A cura di Alessandra Micheli

Una lettura particolare e pertanto straordinaria è quella di Massimo Trifirò.

Con uno stile che abbraccia il rigore scientifico ma al tempo stesso si tinge della scorrevolezza e della poeticità del romanzo, ci accompagna alla scoperta di uno dei personaggi più misteriosi e poco considerati della storia biblica: Claudia Procula.

Che per i profani non è altro che la moglie di Ponzio Pilato.

Si proprio lui, miei cari lettori colui passato alla storia per essersi lavato le mani davanti a una spinosa questione Gesù o Barabba?

Dando vita a una schiera di abili politici che alla sua stessa maniera si sono finti morti come opossum, di fronte a scelte decisive per la storia e per la società.

Ma satira politica a parte, la storia biblica è piena di strani personaggi per nulla positivi che però, grazie ai loro no hanno reso Gesù il Cristo.

Se ci pensiamo è tutto stabilito in un immenso arazzo chiamato destino, ossia il tradimento di Giuda e il io non c’ero di Pilato, elementi essenziali per dare origine al vero punto focale della vita di Jesus ossia la resurrezione.

È pur ritenendo, perdonate la blasfemia, più importante non cosa è successo dopo quanto la sua predicazione (le parabole sono la mappa con cui orientarci nell’intricato labirinto del vivere) non posso non ammettere che il fulcro del cattolicesimo e del cristianesimo sia appunto la capacità di gabbare la morte.

Non è quella che ferma la parabola di salvezza, né la fede.

Ne la verità che si manifesta, appunto quanto tutto sembra perduto: la morte non è altro che l’apoteosi di un mistero divenuto carne e pertanto destinato a vincerla.

Come dice una delle più belle canzoni di pasqua

tu hai vinto il mondo gesù

E in effetti chi non ha paura della fine può essere il padrone della morte. Senza doni tra parentesi.

M;a dietro Ponzio Pilato si annida anche qualcosa di molto più sottile: un universo di compromessi e di diplomazie incapaci di farlo scegliere. Ogni strada, ogni azione avrebbe comportato reazioni più o meno gravi. Per questo, sentendosi forse messo in mezzo Pilato ha deciso Vedetevela voi.

Ma cosa sceglie di raccontarci Masismo?

Non il dilemma di Ponzio.

Non solo i retroscena politico sociali dietro a Gesù.

Ma il dubbio di portata enorme che avvolge la nostra Claudia.

Tutto nasce da un sogno, un semplice viaggio nelle regioni oniriche.

E da quel sogno Claudia nutre dei dubbi sulla reale essenza di questo strano “mago”.

E si espone appunto spinta da questi dubbi in sua difesa, rinnegando, è questa la parte più interessante, tutto quello in cui credeva, il suo ruolo istituzionale e persino la sua cultura.

E’ bastato un sogno per far divampare in lei il dubbio.

E se fosse una vicenda diversa da quella a cui sono abituata?

Se non fosse un mago, un agitatore, un millantatore, ma se il suo intervento avesse davvero come scopo quello di far nascere le coscienze in quegli uomini burattini?

Se fosse davvero non di questo mondo ma proiettato in un universo in cui non esiste più io, la nazione, la convenzione sociale il Sabato insomma, ma solo l’uomo?

Claudia qua si mostra in tutta la sua forza.

Perché dubita.

E dubitando facendosi guidare solo da un intuizione profonda, che parte dal cuore e dall’anima decide di dire anche lei il suo no: no alla sua maschera.

A tutto ciò che la forma non come persona ma come cittadina.

Conoscete un modo migliore per evolversi?

L’essere umano che affida la propria sorte alla visibilità, all’eleganza, al mostrarsi al meglio, al vendersi sui mercati della civiltà al prezzo più alto, deve sapere che di questa esteriorità non rimarrà più niente, nemmeno la cenere, e che il modo migliore per farsi ricordare, anche quando eravamo di carne, è quello di coltivare lo spirito e tracciarne un solco nella coscienza dei propri simili.

«L’esibirsi della vita così com’è perché non è in grado di essere diversa da ciò che è.»

«Come dici, signora?»

«È la sua peggiore rappresentazione, ancilla: quanto di più scadente una compagnia di guitti possa recitare sul palcoscenico della realtà.»

E’ nello spogliarsi della sua regale apparenza che Procula compie il vero unico miracolo della fede: ascoltare la voce profonda che si agita nelle regioni ctonie di noi stessi.

E forse la risposta è dov’è la verità può essere oggi una: la verità è dietro il mantello con cui adorniamo la nostra figura istituzionale, sociale, politica, dietro la maschera di Pirandelliana memoria, dietro le aspettative di ruolo, dietro la paura di perdere le sicurezze.

Dietro un no uscito dal cuore e che si riversa in uno straniero che, con il suo esempio e le sue parole fa vibrare corde sconosciute del nostro animo.

“La fabbrica del Santo” di Leonardo Gliatta, Ianieri edizioni. A cura di Patrizia Baglioni

Valentino è un bambino già sicuro di sé, nulla lo spaventa e tutto può permettersi, lui è il figlio dei Giurato la famiglia più potente della città, il loro nome lo rende intoccabile.

Salvatore, per tutti Tore, è un orfano, i suoi genitori sono morti in un incidente stradale e viene affidato alla nonna dal passato poco limpido.

I due ragazzi non si frequentano, né si cercano, troppo diversi.

Tore inoltre è tutto di Marida, la bimba che cresce davanti alla sua finestra, con cui condivide le giornate, la bicicletta e il sogno di un futuro insieme. Poi una sera, Valentino insulta la nonna di Tore e lui, bambino buono e pacato reagisce in modo imprevisto, lo prende a pugni e lo umilia davanti a tutti.

Ma non basta, lo aspetta nascosto fuori casa per tirargli due pietre appuntite.

La cicatrice che rimane da quella ferita alla testa, diventa il simbolo della loro amicizia. Dopo qualche anno infatti i giovani si ritrovano insieme al liceo, Valentino è svogliato mentre Tore è studioso e responsabile.

Ancora diversi, ancora lontani, è Valentino a fare il primo passo e nonostante le resistenze di Tore i due ben presto diventano inseparabili.

Con la scusa dello studio, gli adolescenti si ritrovano tutti i pomeriggi scoprendosi indispensabili uno all’altro.

Tore è attirato dal fascino naturale e dalla sfrontatezza del compagno, Valentino invece si appoggia sulla rettezza di Tore.

Trascorrono insieme gli anni migliori e nulla sembra poterli separare fino a quando tra i due si inserisce Marisa, da lì tutto sfugge al loro controllo.

Non si tratta solo di loro ma di ciò che hanno intorno.

I tre ragazzi vivono a San Giovanni Rotondo, il paese di Padre Pio e tra storie di amore e amicizia iniziano i lavori per la nuova chiesa dedicata al Santo.

I grandi nomi dell’architettura e dell’arte si muovono per raggiungere il paesello e Tore segue tutto da vicino.

Dopo la scomparsa dei genitori, infatti, il Convento era diventato il suo rifugio e i frati la sua famiglia e in questo momento i religiosi hanno bisogno delle sue capacità e della sua freschezza, lo impiegano prima alla radio e poi alla televisione dedicata a Padre Pio.

Gli eventi scorrono talmente veloci che tutti fanno fatica ad adattarsi, primo tra loro ll paese di S. Giovanni Rotondo, che da piccolo centro deve trasformarsi in meta di fede e pellegrinaggio.

Gli ingranaggi però sono sempre quelli di un vecchio sistema, i soldi per finanziare la chiesa scompaiono presto, i lavori si prolungano, si interrompono e l’impresa tutto sembra, tranne un’espressione di fede.

Soldi e fede d’altronde raramente sono andati d’accordo.

E le contraddizioni riemergono anche tra Valentino e Tore che sembrano ritrovare le loro nature così differenti da allontanarli ancora.

I due continuano a cercarsi talvolta solo per ferire l’altro, per lasciargli un segno della sua presenza fino all’esasperazione dei sentimenti dove gli estremi di amore e odio si toccano.

Un romanzo toccante e coinvolgente in cui i temi dialogano tra loro: la religione controbatte alla legalità, la fede requisisce l’apparenza, e il vizio circuisce la virtù.

Tra di loro i protagonisti tratteggiati con la massima cura, ci rimangono accanto, tanto da sentirli vivi.

Gliatta ha la rara capacità di creare immagini con le parole e chiudo il libro pensando di aver visto un film.

La narrazione fluida guida il lettore e lo cattura con brevi descrizioni liriche ed evocative.

Dopo innumerevoli difficoltà la nuova chiesa è ormai terminata e anche Tore e Vale sembrano aver trovato la propria strada, ma la sofferenza investita è stata troppa.

Si ritrovano irriconoscibili a sé e all’altro, come il nuovo volto di San Giovanni Rotondo, come le vesti da Santo vestite da Padre Pio.

La fabbrica del successo per Valentino e quella del Santo per Tore li ha cambiati, trasformati e condannati per sempre, si sa: “ogni peccato ha il suo angelo punitore”, eppure la loro è solo una storia di due amici che non volevano restare soli.

***

Leonardo Gliatta è nato a Foggia, nel 1977. Ha studiato Cinema all’Università di Siena. Dopo tanti anni a Roma, dove ha lavorato in ambito media per canali tv satellitari, dal 2011 vive a Milano e si occupa di media strategy e analytics per le reti Discovery.

Scrive racconti, sceneggiature, storyboard per graphic novel e radiodrammi (Lifegate Radio). Ha pubblicato una monografia sul cinema di Wong Kar-wai, per Dino Audino Editore.

“L’entusiasmo delle donne” di AA.VV. Buendia Books. A cura di Ilaria Grossi

“Per imparare a volare, non si deve soffrire di vertigini”

Cos’è l’entusiasmo delle donne?

È quella energia positiva che risiede in ogni donna.

Donna che combatte come un instancabile guerriera le sue battaglie quotidiane, brinda ai successi, cura le ferite del suo cuore e della sua anima, cade e si rialza, non molla mai.

Ho accolto con grande “entusiasmo” la lettura di una raccolta di racconti, pensieri, poesie e immagini illustrate che compongono come tanti piccoli tasselli questo puzzle chiamato “L’entusiasmo delle donne”.

Leggere di donne, con tutte le sfumature che compone la loro essenza, donne forti, coraggiose, tenaci, fragili, con tanta voglia di volersi bene, unite e solidali per mettere a tacere il male e la violenza di cui troppo spesso sono vittime silenziose.

Spesso provano ad urlare e nessuno le ascolta.

“Ci sono donne che danzano sui tacchi di fatica e umiliazione e altre che barcollano in uniformi di continui compromessi con il mondo piccolo delle esigenze altrui. E poi ci sono donne che piegano la polvere sotto i passi di un equilibrio incerto ma tenace, che coltivano il senso del tempo come una benedizione, che lasciano orme leggere mentre inseguono i pensieri dei bambini. Di tutte queste donne faccio mio lo sguardo”

Questo piccolo gioiellino, brilla dei colori più belli, sinceri e cristallini, ogni pensiero, ogni riflessione, ogni racconto, ogni immagine emana luce.

Così è stato per me e mi auguro che lo sarà per tutti quei lettori e lettrici che lo leggeranno.

“La donna che conta è l’originale di se stessa e non la copia di una qualunque, ed è fantastico incontrarla”

Vi lascio con un’ultima citazione in cui mi specchio e custodisco come una pietra preziosa.

“Sì, sei ancora bella, nonostante gli anni, nonostante le rughe ai lati degli occhi. Nonostante le ferite fuori e dentro di te. Nonostante” “Ora lo sai. Che sei bella da andarne fiera”

I diritti d’autore di questo volume saranno devoluti alla Casa di Prima Accoglienza “Giovanna Antida” di Borgosesia.

Buona lettura.

Ilaria per Les fleurs du mal blog letterario

“Un destino diverso” di Dan Ruben, Io me lo leggo editore. A cura di Alessandra Micheli

Questa vi avverto è una storia di riscatto.

Ma è anche una lucida denuncia di un mondo che conosciamo molto bene, quello della tratta delle schiave.

Ragazze vendute come bestiame ridotte a essere oggetti di un consumismo che fa perdere inesorabilmente l’anima a una società.

E allo stato che lo permette.

Perché diciamocelo, siamo un po’ tutto complici.

Chi in certi paesi ci viaggia con intenzioni goderecce.

Chi chiude un occhio perché in fondo ognuno ha i suoi bisogni.

Chi usa il corpo dell’altro senza venerazione

Tutti coloro che hanno appoggiato la Perestrojka sfregandosi le mani dicendo ecco nuovi polli da spennare.

Perché la trasparenza, la libertà non è stata altro che un bel richiamo per le allodole. promesse vane su un addio a una bandiera che è stata tradita nei suoi più profondi valori.

Uguaglianza.

In fondo siamo tutti uguali no?

Senza coscienza, manovrati dai signori della guerra e dal re assiso sul trono dorato, che ride di noi piccole inutili formichine.

Senza ideali, perché il luccichio di stelle fasulle e di falsi miti ci accecano e ci rendono inermi pedine su una scacchiera di un gioco a scacchi a cui non avevamo nessuna intenzione di partecipare.

E le vittime sono sempre le stesse, i ragazzi che sono i depositari di sogni indispensabili per continuare a vivere, nonostante questo universo cosi lacero e contuso.

Sono loro, donne poste la servizio di un business famelico.

Sono loro i ragazzi che per potersi difendere impugnano le armi, contadini che devono diventare a loro volta carnefici.

Il lieto fine?

Forse esiste.

Per voi romantici che leggeranno indignati.

Però per me, questa vecchia ammuffita signora c’è solo l’amaro in bocca: quello che rende poi tutti simili pronti se non a giustificare la violenza forse a rendersi mano con cui farla di nuovo tornare a terra e incarnarsi, ancora, senza pace, senza pausa.

E’ questo che Un destino diverso racconta.

Perdizione e dolore.

La voglia di riscatto fermata da gente senza scrupoli.

L’amore vilipeso e oltraggiato.

È un libro inteso che ti lascia senza scampo.

Dolceamaro e triste.

Pieno di speranza ma anche cosi affranto di fronte a un mondo che purtroppo non è e non può essere più fantasia.

Un destino diverso è diritto di ognuno di noi.

E di voi ragazzi.

Ma quello che va cambiato è la mancanza di questa possibilità.

Non dobbiamo lottare per averlo.

Ci spetta.

È il nostro diritto.

E se un paese, se un essere umano deve combattere per ciò che gli apparitene, allora siamo in un mare di guai.

“Il giorno in cui ho smesso di aver paura” di Andrea Improta, Mezzelane casa editrice. A cura di Raffaella Francesca Carretto

“Tanto tu mi troverai.”

è così che inizia questo viaggio, alla ricerca di lei, Laura…muovendosi tra luoghi reali e ricordi .

un viaggio che porta Sal a cercare delle risposte, sulla scomparsa della sua amata o forse anche alle proprie fragilità, alle proprie paure.

Tutto inizia col mistero della scomparsa improvvisa della sua amata Laura, che però resta una donna enigmatica agli occhi dei conoscenti di Samuele, che non l’hanno mai incontrata.

Tutto quindi ha un principio, e per la nostra storia è questo, il filo conduttore è la scomparsa di questa donna e la ricerca quasi ossessiva che Sal conduce attraverso il suo viaggio per l’Italia.

Indizi forse un po’ troppo artefatti, al limite dell’artificioso, conducono Sal, e così pure il lettore che si rispecchia nel vissuto del protagonista attraverso le pagine del libro, in una ricerca quasi spasmodica di qualcuno o di qualcosa..


Tanti gli imprevisti e perfino falsi indizi, le tappe di questo viaggio conducono Sal ad interfacciarsi coi suoi ricordi e col presente. Il lettore forse entra un po’ alla volta nella storia, ma ne resta coinvolto, soprattutto per il fascino del protagonista e delle stesse vicende che vive in questo suo viaggio, forse un po’ al limite del borderline.

Eventi ed emozioni si susseguono e si incrociano durante la lettura , fino a condurre a una conclusione che sorprende, e che accarezza la vita e la necessità, il bisogno di “amare la vita”

La storia è un susseguirsi colpi di scena, che ne determinano l’originalità, ma è anche ricca di aneddoti e descrizioni particolareggiate che caricano il lettore di curiosità.. I personaggi sono ben delineati e raccontati con dovizie di particolari che consentono di determinarne il carattere e la peculiarità. La storia è scritta in modo scorrevole e avvincente, dando forma a un linguaggio semplice ma che colpisce durante tutta la lettura.

L’autore, Andrea Improta ha saputo dar voce a dei personaggi e a una storia che catturano il lettore, coinvolgendolo e catturandolo; ha saputo dar voce ai suoi pensieri, dando vita a una narrazione elegante e ben delineata, scorrevole e autentica, strutturata in una storia al contempo delicata e dura, quasi crudele ma che sa catturare e attrarre il lettore.

Sal è un personaggio che si odia o si ama, forse è un personaggio scomodo, ma è un artista, uno scrittore, un poeta. È un uomo che vive di istinto e di ispirazione. È passionale, e la sua passione è Laura. Laura, che scompare. E Sal inizia una ricerca spasmodica , cerca la sua donna…viaggia…da Firenze a Marzamemi, poi a Roma…

Ma alla ricerca, ai limiti del compulsivo, di Laura si uniscono i ricordi di un’altra donna che lui ha amato tanto. Barbara e Laura, le due donne iniziano quasi a confondersi nella sua mente.

Durante questa sua avventura, Sal dovrà fare i conti con le proprie fragilità e con tutte quelle paure che le alimentano…sino a ricondurre a un finale in cui la strada è ben delineata, ben definita.

È una lettura che affascina e che delinea il lato umano e fragile del protagonista, mettendolo quasi a nudo soprattutto nella ricerca delle risposte alle proprie paure.

In questo mio momento di fragilità mi ha colpito leggere una frase… e forse mi è stata d’aiuto …chissà.

.

Questo male deve servirmi a qualcosa [..] voglio diventare solido [..]

non voglio un primo giorno perfetto. voglio tanti attimi imperfetti, perché è così che si costruisce un muro che non crolla

…a chi sarà incuriosito e lo sceglierà, buona lettura.

“Un qualsiasi Natale” di Maurizio Messi, Buendiabooks. A cura di Ilaria Grossi

Natale è ormai passato, ma come non accogliere un racconto che inizia il 24 dicembre,vigilia delle feste più belle dell’anno e per un attimo, davvero ho staccato da tutto per seguire il protagonista in un viaggio solitario, tra i profumi di una natura selvaggia, tra locande semi abbandonate e rovine, profumo inconfondibile di cannella e legna. 

E la neve che copre la Brugheria e la natura con i suoi richiami e presenze surreali.

Si vola in Scozia.

La storia si tinge dei colori e delle sensazioni che scaturiscono da un sogno o quasi una leggenda sembra scorrere tra le pagine, carica di nostalgia e affetto. 

La volontà di arrivare ad una meta necessaria è l’essenza di questo sogno, un ultimo saluto importante prima di lasciare la vita e la terra.

“Lascia che la paura sia lontana da tutto”

Con uno stile poetico e fortemente descrittivo, l’autore ci conduce in un viaggio solitario sognante e malinconico e al lettore dispiacerà arrivare all’ultima pagina, come è stato per me, perché avrei continuato a leggere ancora.

E a viaggiare.

E a sognare con il protagonista.

“ Nella rasa pianura, sotto la notte senza stelle, scura e spessa come l’inchiostro, un uomo solo seguiva lo stradone…”

Emile Zola

Buona Lettura

Ilaria per Les Fleurs du mal blog letterario

“Indelebile e perfetto” di Abbi Glines, Always pubblishing. A cura di Alessandra Micheli

Eccoci con una delle ultime recensioni del genere rosa.

Che ahimè sarò costretta ad accantonare per un po’ per motivi pratici: troppi generi mi rincretiniscono.

E ammettiamolo, non è che sia questo grande cervello candidato al nobel.

E cosi per ora chiudo la mia carriera di recensore del genere fiera e orgogliosa, perché questo ragazzi miei miei adorabili lettori non è un romance.

Oh affatto.

E’ un romanzo di formazione.

Vi ricordate quei generi oggi definiti di classe?

Bene.

Con il linguaggio adatto al loro tempo raccontavano il percorso che da un essere multiforme pieno di emozioni contrastanti che si alternavano in gioia e dolore nasceva finalmente in un modo molto alchemico un uomo e una donna.

Perché alchemico?

Perchè per rinascere non so per quale gioco del fato, bisogna per forza Morire. Morie al se, all’io, alle abitudini o forse farsi macerare dal dolore, schiacciare dalla macina del tempo e dell’esperienza per poter divenire farina che come direbbe Gibran può aspirare a trasformarsi in pane di prim’ordine adatto al convitto dell’Enneade divina.

E sapete quale Athanor, quale forno è l’ambiente adatto per tale passaggio di stato?

L’amore.

L’amore è il nostro strumento, quel luogo di modifica che serve per poter passare dalla disgregazione ,alla rinascita per poi brillare radiosi e lucenti nella meravigliosa fase della rubedo.

Ed è questo che in modo simbolico racconta la nostra Glines.

Adesso la nostra Della ha incontrato l’amore.

Ma attenzione, non l’ha guarita.

Non è la passione a guarire le ferite.

La passione semplicemente ci da la spinta per guardarle, guardarle cosi come sono, a volte purulente e infette.
Cosi dolorose e cosi orribili da deturpare apparentemente la perfezione di un corpo fatto a somiglianza degli dei.

Delle le guarda e dio se fanno male.

Eppure..non è l’amore che la salva ma è l’amore che le crea la giusta corazza lo scudo e la spada per divenire la guerriera.

Capace di allontanarsi, di scappare, sapendo che in fondo quel sentimento è la bussolo giusta per tornare, una volta ordinati i fili aggrovigliati del suo arazzo, quello che in fondo rappresenta la vita.

Della lo sa.

Dentro di se, nel Dna che è necessario affrontarsi, guardarsi allo specchio e perdersi.

Perché in fondo una stella in cielo l’abbiamo.

E’ l’amore in ogni sua forma.

E non possiamo mai perderci se abbiamo dentro la fede verso quella stella che brilla imperitura.

Della è la guerriere che scopre non solo la bellezza del dolore, la verità dietro la colonna del rigore ossia l’abbraccio della misericordia.

Della sa che è indelebile anche cosi imperfetta.

Cosi bella anche se cosi ferita.

Unica e meravigliosa da meritarsi ogni gioia e persino ogni lacrima.

E grazie alla Always per avermi donato questo libro.

Che in fondo ricorda anche a me quanto..l’amore ci renda speciali.

E allora amate, anche se ogni abbraccio profuma di rosa ma ha anche le sue spine.

“Vieni a Locoscuro” di Giulia Massetto, Eretica edizioni. A cura di Alessandra Micheli

Un importante sociologo di nome Vilfredo Pareto, parlò nei suoi scritti di residui logici.

Essi non sarebbero altro, per dirla in breve e in modo stringato, che le radici illogiche di azioni, idee, valori apparentemente “logici”.

In sostanza tutto ciò che colora la nostra vita o almeno la sua apparenza e ci fa essere razionali, coerentemente sociali e improntati sul bene comune avrebbe delle motivazioni molto meno nobili.

Che vivono e prosperano in una regione strana, oscura e affatto rassicurante.

Ecco perché spesso l’uomo dà vita a mostri, demoni e mitologie che non sono certo dolci favole della buonanotte.

Terrori e angosce, sviluppate da miti e storie antiche e postmoderne nascondono l’ansia che provavano i nostri antenati capitati quasi per caso in questo mondo. Preda di fameliche belve, di un mondo strano e difficile da comprendere, l’uomo nella sua evoluzione ha tentato di renderlo Intellegibile o comprensibile, quindi alla portata della sua mente, ( limitata dalla materia) tramite religione, scienza e arte.

Il numinoso, l’arcano, il soprannaturale era il modo con cui si tentava di fare un po’ l’adamo di turno: nominare il sistema nel quale si era inserito.

Che è e resta, “locoscuro”.

E cosi ci siamo portati addosso come pelli invisibili tali suggestioni mascherandole con latri nomi.

Ma sotto, sotto lo strato del rassicurante e dell’orgoglio umano che sfida la superstizioni essi sono rimasti: residui appunto appiccicati a noi.

Ecco perché Pareto li chiamava residui.

Era tutto ciò che ci portavamo dietro, racchiusi in un cassetto strano fatto di follie e di bizzarro.

Ma anche di ancestrali paure e di incomprensione davanti al cielo immenso a quel dio che era molto più grande di questo strano uomo.

Anche uno scienziato del calibro di Jung riconoscerà i residui ossia le polveri sottili del tempo remoto in quella mitica parte del nostro io chiamato ombra.

Una strana porzione del nostro cervello sfuggiva al controllo della coscienza vigile e persino a quella dell’inconscio e racchiudeva, appunto, tutti questi residui. In sostanza era una regione molti difficile da individuare sede di tutto ciò che non era accettabile per la socialità per il sistema sociale e veniva…repressa.

E per Jung era una terza regione del cervello punto di congiunzione tra i due territori, inconscio e conscio che racchiude un po’ tutto ciò che le due non riuscivano a elaborare.

Ecco perché residui.

Ovviamente non sono affatto nonostante la lavoro oscurità cattivi nel senso morale del termine.

Non siamo tutti dei Jeckill per intenderci.

Sono solo ombre e le ombre per svilupparsi hanno bisogno della luce.

Locoscuro in fondo non è che questo.

L’apparenza che scorre paciosa e serena, rifiutando ciò che non è considerato perbene, adeguato, necessario, corretto e consentito.

Ma che viene assorbito dalla terra, dalla sua maestosa dimensione cosi strana pertanto chiamata Ctonia.

Non è un caso che la stessa figlia di una Dea fosse cosi attratta dal sottosuolo, tanto da amare con tutta se stessa Ade.

Li vivono bizzarrie, ma anche dolore, grottesco e un certo gusto del sangue,.

Che non è solo un modo per raccontatore lo splatter, ma anche un archetipo che identifica energie racchiuse e conservate perché non accettate, che prima o poi devono scorrere.

E se non scorrono nutrono le ombre, ciò che ha bisogno di vivere e di tornare a farsi vedere da noi, perché di noi vuole tornare a far parte.

Ecco che l’idilliaco mostra l’altra faccia della luna The dark side of the moon, per dirla alale Pink Floid.

Nulla è davvero rassicurante e Locoscuro ce lo mostra.

Mostra misteri e sofferenze, inaccettabili convenzioni che feriscono più del dolore stesso.

L’incapacità di mentire.

Di accettare che in fondo la vita è tutta una follia, un acrobata che gioca a saltare su un filo sottilissimo, con il rischio di cadere.

E’ che sotto quel filo non esiste un abisso come ci raccontano i nostri antenati.

Sotto l’abisso è una grotta piena di avventure, un mondo fantastico fatto di tè bizzarri e di incontri insensati.

Di urla e risate sguaiate.
Di impossibile coltivato, amato e cercato.

Io ogni tanto cado in modo volontario in quell’abisso.

E credetemi li quegli esseri che abbiamo temuto cosi tanto sono diventati i miei migliori amici.

E mi consentono di essere un po’ come loro rassicurante ma non troppo, sociale ma con una bella dosa di solitudine, folle e al tempo stesso perfettamente sana.

Allora fate come me, passate a Locoscuro, luogo di amori strani, gente strana, energie strane e ombre, ombre che non hanno nulla di crudele

Ogni giorno racconto la favola mia
La racconto ogni giorno, chiunque tu sia
E mi vesto di sogno per darti se vuoi,
L’illusione di un bimbo che gioca agli eroi
Queste luci impazzite si accendono e tu
Cambi faccia ogni sera, ma sei sempre tu
Sei quell’uomo che viene a cercare l’oblio, la poesia
La poesia che ti vendo, di cui sono il Dio

Renato Zero