“Donne nel vento” di Anne Coates, Triskell editore. A cura di Alessandra Micheli

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Per tanti poeti, autori, cantautori, noi donne siamo simili a fate.

Esseri leggeri, evanescenti capaci di incantare con voci soavi, cantilendando le musiche più arcane.

Siamo esseri meravigliosi, fatti di sottili fili che ci collegano direttamente alla terra o alla luna.

E con la luna nel sangue, viviamo i suoi cicli impersonando Dee remote e mimando antiche storie.

Samo terra e fango, siamo emozioni e sensazioni, cosi fragili e cosi forti, come salici che sanno piegarsi al vento eppure restare cosi salde sulle loro radici.

Sappiamo morire a ogni schiaffo a ogni sopruso, eppure rinasciamo in un sorriso, in quel coraggio di credere che, anche nel buio più totale, un giorno nuovo sorgerà e ci donerà speranza e opportunità.

Conosciamo bene il dolore e lo riviviamo scritto in ogni cicatrice lasciata da una lacrima o da una ferita.

Sappiamo convivere con il cuore spezzato e sappiamo ricucirlo con i fili d’argento presi in prestito dalla luna.

Siamo donne.

E siamo tutto ciò che di bello l’universo contiene.

Siamo spirito e materia, corpo e mente e sappiamo indagare e affrontare ogni recesso, anche il più oscuro della nostra anima.

Allora perché esseri cosi speciali vengono continuamente abusati, denigrati e vilipesi?

Come si può mancare di rispetto a una creatura simile?

A quella parte di te che dio ritenne cosi importante da nascere proprio dalla costola del fianco, affinché camminasse accanto a quello strano essere chiamato uomo.

E cosi speciale che nonostante il suo atto ribelle, fu benedetta dal dono di creare la vita, quasi paragonabile al demiurgo che nutrì di sogni il mondo.

Donne nel vento esprime lo stesso mio dolore nel vedere ogni giorno questo sterminio.

Non solo della donna ma di tutto ciò che di bello essa porta con se, speranza, amore, passione e capacità di creare.

Perché ogni donna crea nella mente immagini meravigliose, arazzi con cui abbellire la casa della vita.

Una donna usa il suo corpo e non si fa usare, lo nutre perché esso sia preghiera a Dio, sia il suo braccio con cui incidere la terra che calpesta con i suoi piedi.

Eppure questo nostro sesso è usato per un solo osceno istante di piacere senza la sacralità che gli compete.

Ecco che la prostituzione diviene una bestemmia alla stessa divinità che ci ha creati, diviene l’atto peggiore con cui annichilire tutto ciò che c’è di puro in noi.

Solo per trasgredire, per ribellarsi alla vita.

Più che alla legge morale.

Ogni gesto contro una donna, ogni suo livido, sia interiore che esteriore è la dimostrazione di una grande mancanza di rispetto a tutto il creato, di cui la donna è esempio e erede.

Ogni volta che si userà il corpo per guadagnare, per sfogare bassi istinti, sarà una ferita al cuore dell’universo.

E l’universo morente ci guarderà con gli stessi occhi con cui una donna ferita vi osserva: con la stessa domanda incisa a fondo nelle cornee perché.

Perché vilipendiare quel dono immenso con cui ci svegliamo ogni volta che i sole sorge?

Perché non celebrare quel miracolo reso vivo con un canto di gioia?

Noi aspettiamo ogni volta con angoscia e speranza qualcosa di magico e incredibile, senza sapere, senza riconoscere che è tutto ciò che ci circonda un miracolo, che la magia è a nostra disposizione.

Che è nella capacità di sorridere, di amare, di sperare ogni volta, di non rassegnarci al male che avanza.

E’ in Princess che nonostante l’orrore, lascia cantare la sua forza, quella che la fa sopravvivere e sognare ancora una vita migliore.

Quella che nonostante lo schifo non la fa cedere a un mondo brutale che la vuole senz’anima.

E’ in Hannah che piange quella donna perduta, perché la vede come va vista, come un essere speciale nonostante le botte e l’odore osceno della violenza.

E’ in Elizabeth che sa vincere l’orrore con quel sorriso che sa di borotalco.

E’ in un coraggio che si mostra in ogni pagina e che ci fa dire non ancora, non è tempo di arrendersi.

Non ora.

Non adesso.

Un altro passo perché la luce è vicina.

Perché un giorno, nonostante la loro capacità di confondersi con la gente, i responsabili di questo massacro verranno assicurati alla giustizia.

Un passo ancora.

Per noi, per tutte le Princess di questo mondo, per tutti i bambini che non devono più temere di perdere la loro dignità, per ogni madre che ha diritto di proteggere e far crescere i loro figli in un mondo migliore. Perché a questo mondo migliore qualcuno ancora ci crede e rischia, rischia non solo la sua vita ma ogni certezza, ogni sicurezza.

Per te, che leggendo queste mie parole e il libro, crederai finalmente di essere speciale.

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“Quello che sulla terra sapete” di Federica Soprani. A cura di Alessandra Micheli

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I due piani della materia sono irrimediabilmente separati.

Tanto che noi umani aspettiamo momenti particolari dell’anno, in cui una tradizione che si aggrappa alla nostra mente con unghie e denti, ci indica come le porta in cui accedere a quella dimensione che ci è negata dalla quotidianità.

E che la rende ai nostri occhi assetati, attraente e indispensabile, capace di ridonare colori a un grigiore sempre più opaco.

Senza quella dimensione onirica, fantastica o spirituale, ci sentiamo randagi in cerca di un cammino caldo capace di riscaldare un gelo nelle ossa che consideriamo normale.

Lo straordinario è il fuoco che arde nelle vene, quella capacità di superare i confini, dono inestimabile di pochi, alieni esseri capaci di viaggiare tra i mondi.

Artisti, poeti, scrittori, sono i nostri modelli, irraggiungibili e evanescenti, degni di appartenere la regno delle creatura mitologiche. Ecco che nei libri si racconta il dramma del distacco e della perdita, si racconta di un tempo in cui tutto era uno e nell’uno era il tutto.

Tempi in cui la parola definiva e modellava i mondi, tempi di incanti e miracoli, tempi in cui la scienza non aveva ancora esteso i suo dominio rendendoci schiavi della finalità cosciente.

Quello che sulla terra sapete diviene quindi un memento mori, di qualcosa che il Re di turno assiso sul suo trono ci ha strappato.

Ossia la consapevolezza che l’apparenza non è altro che un velo che nasconde e offusca il vero autentico splendore del vivere: la nostra mente.

E’ da quel luogo inaccessibile, isolato e impervio, fatto di grotte e di stalattiti cosi come di giardini rigogliosi che il miracolo della scrittura ci racconta in modo allegorico la nostra vera natura.

Siamo esseri intessuti di sangue e sogni.

Siamo miracoli capaci di coniugare in noi carne e spirito, sangue e essenza fluida, mana e ossa.

Siamo capaci di scrivere più e più volte innumerevoli finali e ogni volta renderli reali, ingombranti e decisivi.

Siamo azione e reazione, siamo scelte, e follie.

Siamo interno che si riversa nell’esterno.

E siamo esterno che nutre il nostro interno.

Quello che sulla terra sapete è il costante ricordo di cosa possiamo e in cosa spesso falliamo.

E’ un percorso tutto interiore che dalla scrittura si avvicina a un centro tanto raccontato dai saggi ma cosi poco visitato.

Laddove bellezza e orrore, magia e dramma danzano assieme come figli della stessa natura bizzarra, come sorelle e come amanti irriverenti.

E cosi in quegli attimi in cui è finalmente la mente a dettare il giusto ritmo in cui adagiare ogni passo, il corpo è soltanto l’involucro che contiene la nostra frizzante volontà:

Il modo in cui il drappeggio cade, definendo i contorni del corpo, enfatizzando anziché celare l’armonia delle membra, il loro languido abbandono. Basterebbe un soffio di vento per sollevare quel velo, per ridestare la carne dormiente che giace sotto di esso, racchiusa in un bozzolo impalpabile, pronta a flettersi, a guizzare, a estendersi in tutta la sua inquietudine. Questo è ciò che sembra. Questa è l’apparenza.

Noi che oggi viviamo di finte realtà, cangianti e soffocanti.

Noi che oggi nascondiamo la forza del pensiero sotto i rigidi dettami del consono, del consueto o della scienza.

Noi che evitiamo di definirci angeli caduti, esseri decisi a sperimentare ogni delizia cosi come ogni dolore, un salto nella letteratura pungente come spillo e tagliente come lama, può terrorizzarci.

Eppure è un viaggio che consiglio, ascoltare quella voce cosi strana, cosi fastidiosa ma cosi attraente, capace di graffiare la nostra anima eppure di sollazzare ridente, la nostra essenza.

L’oggi ha soppiantato il per sempre. L’eternità non è mai stata così breve.

E’ il momento che un libro vi riveli la strada e vi renda capaci di sfiorarlo, berlo e mangiarlo fino all’ultima briciola quell’eterno che vi spetta di diritto.

Non vi è nulla di più desolante che perdere ciò che non si è mai posseduto. Un cuore disabituato all’amore non sanguina di meno. Anzi, il vuoto che si spalanca in esso si assomma a quello che da sempre vi alberga. Vuoto nel vuoto, e solo l’eco assordante del silenzio a colmarne la vastità.

“E se fosse domani” di Daniele Sbaraglia. A cura di Raffaella Francesca Carretto

E se fosse domani- Daniele Sbaraglia

…e se fuggire fosse l’unico modo per ritrovarsi, e per trovare la propria identità e le proprie emozioni e la propria dimensione?

…e se fossimo stanchi di aspettare qualcosa o qualcuno, e la vita ci mettesse di fronte a nuovi eventi e nuove situazioni che ci pongono di fronte a una scelta?

…e se questa scelta fosse dominata da un destino che riflette delle precise congiunzioni astrali, tali da darci la possibilità di fare una scelta diversa di vita, seguendo magari le proprie aspirazioni e le proprie emozioni, desideri repressi, sogni accantonati…che poi ci consentono di vivere appieno qualcosa di cui non avevamo progetto, che non si era preventivato, o che forse si aveva solo paura di sperare si avverasse anche per noi.

“E se fosse domani?” potrebbe essere intesa come una storia come tante, quella di un uomo che trascorre la sua vita lasciandola scorrere senza lode e senza infamie, quasi per inerzia; una vita quasi piatta, senza particolari eccessi o slanci, una vita che, appunto, scorre come un fiume calmo, le cui acque placide sono quasi stagnanti, e non presentano quella vivacità che dovrebbe essere insita in ogni ambiente. La vivacità, lo slancio, sembrano inesistenti nella vita del protagonista, che si trascina nella sua esistenza senza scossoni.

Manuel, così vuol chiamarsi il protagonista, ha un che di lassismo, è quasi passivo, accetta ciò che intorno avviene, e non sembra colto da quel fermento vitale che caratterizza l’essere umano.

Ma forse, la realtà è differente, e di fatto il nostro protagonista, che inizialmente può sembrare la fotocopia dell’uomo medio, normale, che da piccolo borghese qual è, è sempre pronto a commiserarsi e brontolare per le presunte angherie subite dagli altri, siano essi famigliari, una fidanzata, dei colleghi di lavoro o chiunque, a suo dire, abbia più di lui.

Inizialmente prende piede l’immagine di un uomo mediocre, da cui emergono vizi, errori e difetti; Manuel è un uomo che nella sua estrazione culturale medio-bassa mostra un disinteresse per tutto ciò che lo circonda, persino se stesso, soprattutto in virtù del fatto che mette a tacere anche quelle passioni che lo spingono verso nuovi orizzonti. Manuel ama la pittura, ma dopo qualche approccio scoraggiante alla vita di galleria, guidato soprattutto dal paragone con gli altri , sopisce questa sua passione…portandolo a una vera e propria assunzione che nonostante la vita sia priva di soddisfazioni personali, forse vivere in una comfortzone non è il male peggiore.

La vita di Manuel però riceve uno scossone e lui cambia il suo approccio, e guarda a nuove situazioni tali da “compromettere” la sua insoddisfazione e dargli un nuovo incipit per cambiare la sua vita.

La lettura rappresenta quasi un dialogo tra il lettore e il protagonista, che quasi vuol raccontare un percorso,che però si presenta a tratti piatto e confuso. La storia di Manuel ricalca quella di molti altri uomini e donne che insoddisfatti della loro esistenza vivono in balia della corrente, che si lasciano trasportare dagli eventi senza opposizione, eppure in questa storia c’è molto altro…c’è la ricerca di una dimensione, della propria dimensione, e questo avviene per Manuel a seguito del licenziamento, che scatena un cambiamento di pensiero, di vita, quasi a dargli quello slancio per affrontare una nuova esistenza e far vivere un nuovo Manuel

lo stallo in cui sembrava affogare, viene bruscamente spazzato via, e quest’uomo sceglie di cambiar registro… quasi potremmo dire che Manuel fa un colpo di testa e sceglie di seguire la sua strada viaggiando, andando via dai suoi affetti e dai suoi amici, pochi in realtà, per costruire qualcosa di nuovo e diverso, lasciando una porta aperta alle emozioni e alle passioni, quelle più intime…

Ma non tutto è così semplice, come ci si può aspettare..

Certo, Manuel è in fuga da un’esistenza che gli andava stretta, ma in questo suo percorso ha la possibilità di esplorare se stesso, i propri limiti, quasi a confessarli. Nella narrazione di fatto Manuel parla al lettore di sé, delle sue insicurezze, di quelle incertezze che minano sempre la sua esistenza.

Eppure il protagonista ha anche la capacità di fare un’autoanalisi, forse fa comprendere al lettore qualcosa di più, forse anche di se stesso, perché riesce a dar voce a quelle insicurezze, a quegli stati di ansia e di insoddisfazione che talvolta anche noi lettori viviamo, e che talvolta possiamo aver paura di confessare; e quindi forse l’autore, attraverso le parole di Manuel, ha dato voce a tanti altri Manuel…

La storia in sé parla di una quotidianità di insoddisfazioni che viene interrotta e da un evento che dà modo al protagonista di rimettersi in gioco e di fare una scelta che lo porta a vivere un nuovo stato di grazia, oserei dire

Manuel vive una vita nuova, fa esperienze diverse da quelle vissute sino a quel momento…ha la possibilità di viaggiare, conosce nuovi luoghi da cui resta affascinato e di cui coglie, attraverso la fotografia, nuovi particolari, trova scorci vivaci, fissa scene affascinati…eppure questo suo viaggiare riflette sempre un’insicurezza, un’insoddisfazione che lo spinge sempre a muoversi, quasi a scappare…

Devo continuare a viaggiare, devo continuare a spostarmi. Saluto le poche persone con cui ho scambiato pochissime parole, li ringrazio della loro ospitalità e prendo il primo aereo che mi porta ancora lontano da me stesso. Non sto viaggiando, sto scappando.

quasi come fosse un modo di confessarsi al lettore.

Quest’uomo cerca la sua dimensione…e la trova dopo aver conosciuto una ragazza madre. Questo è l’inizio di una nuova esperienza per lui, che lo riempie di soddisfazioni; vive una vita piena, e riconosce di voler amare. E lo fa con una donna che pare completarlo.

Ma è la realtà quella che ci descrive?…o stiamo leggendo di un sogno?

Nella storia si alternano momenti che paiono veri e propri racconti onirici, e quindi non riusciamo a identificare quale sia il sogno e quale la realtà; sino alla fine si arriva ad avere una versione della storia che ci convince e di cui crediamo di aver percepito i tratti e le peculiarità, per poi rimanere disarmati nell’epilogo, che ci racconta di una nuova realtà..

Ma qual è la realtà allora?

L’autore ci fuorvia con le descrizioni di momenti che paiono irreali, e che forse tali non sono… o almeno io l’ho inteso in tal senso. C’è il ripetersi cadenzato di un sogno, che forse poi sogno non è.. C’è il vivere una realtà che viene presentata al lettore con salti temporali, e che forse ha una natura diversa…

L’autore ci coglie di sorpresa con questi momenti che inizialmente destabilizzano, ma poi danno un senso a tanti piccoli particolari di cui non si comprende il significato nell’immediato.

Pochi dialoghi, molte descrizioni e tante riflessioni del protagonista…

Linguaggio scorrevole e semplice, che non stanca il lettore ma che non coinvolge subito, in quanto la storia di per sé confonde il lettore su alcune dinamiche.

Nel complesso è però un libro interessante che può aiutare anche chi lo legge a porsi in uno stato di autoanalisi.

A chi avrà il piacere di avvicinarsi a questa storia, Buona Lettura.

“La ninna nanna di Auschwitz” di Mario Escobar, Newtno e Compton editori. A cura di Alessandra Micheli ( Fonte letture sale e pepe blog)

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Ancora oggi leggo post allucinanti di chi, l’olocausto lo nega.

Leggo di complotti portati avanti dai centri del potere e di gente che minimizza l’orrore creato nei secoli e sfociato nei campi di sterminio. Non sono cosi tanti i numeri, ripetono convinti.

Beh per me anche solo se fossero solo dieci i morti, perché appartenenti alla razza sbagliata, sarebbero troppi.

Oggi, con tutta la tecnologia, noi paesi civili non siamo altro che bestie quando nascondiamo sotto il tappeto i nostri atroci errori.

E non è la scelta del fidanzato sbagliato, del lavoro imperfetto, del vestito poco adatto all’occasione.

E’ l’errore di non considerare un fratello, un essere umano fatto di carne, DNA e ossa, con il tuo stesso sangue, con le stesse tue emozioni, cosi diverso, cosi errore da dover essere soppresso.

Ecco.

Chiunque appoggi una tale aberrazione, non è più umano.

E’ tanto altro, ma non umano.

Neanche bestia, perché le bestie proteggono, si difendono e si coordinano.

Noi no.

Siamo cosi vicini alla scienza eppure cosi distanti dal cuore.

Non voglio sembrare politica.

Ma leggere la ninna nanna mi ha procurato un dolore dentro, sfociato da lacrime.

E non da rabbia, ma ribellione.

Io non voglio che accada di nuovo.

Non voglio che un idea malsana attecchisca in questa terra desolata.

Non voglio più che il bambino nel vento, la canzone perfetta dei Nomadi, sia di nuovo realtà.

Non voglio divisioni, né razze, ne etnie.

Voglio solo persone, belle nella loro diversità.

Unite a comporre un mosaico.

E non ho intenzione più di sentire giovani che buttano il cuore in pasto alle ideologie, spiegandomi con occhi vacui, il loro pensiero sull’olocausto.

Se la sono cercata, guarda cosa hanno fatto.

Lo hanno fatto per creare il loro stato.

Parli di morti!

Parli di bambini innocenti a cui non fregava un benamato cazzo di essere Israele o Germania, o Polonia o zingari.

Volevano solo giochi, ninna nanne, sogni e dolci carezze!

Se non riuscite a avvertire il dolore inflitto a ogni persona, in qualunque parte del mondo, con qualsiasi pelle, con qualsiasi nome, allora avrete fallito come esseri umani.

E non c’è salvezza per chi rinnega la propria anima, per chi, coni l potere con la sensazione di sentirsi forte usa l’odio per rivendicare.

Auschwitz è successo.

Lo abbiamo permesso noi costruendo secoli e secoli di fandonie, di pregiudizi.

Auschwitz è responsabilità di tutti noi.

E’ accaduto, è la macchi indelebile che non va via, che resta a brillare. Facciamo allora in modo di nono nasconderla sta macchia.

Ma come ricordo dell’abominio, della lordura di cui l’essere cosi vicino agli angeli è in grado di compiere quando vive nel buio.

Quando mette etichette davanti all’altro, ebreo zingaro, rom, cristiano, musulmano.

E che possa fungere da monito.

Da sprone per migliorarci.

Per far si che un cazzo di Sabato non divenga MAI più importante dell’uomo.

Mi hanno detto sii obiettiva.

Racconta il libro.

Ma davanti a quelle pagine non si può essere obiettivi.

Si può solo dire a Helen ti giuro sul mio sangue, sulla mia vita, che non esisterà mai più un fumo uscito nel cammino, voce disperata di una vita spezzata dall’imbecillità.

E tu ragazza o ragazzo in cerca di un senso alla vita, ti prego, non raccontarmi o raccontarti stronzate.

Non è cosi che il dolore si acquieterà.

Non è cosi che avrai la rivalsa su un mondo ingiusto o disuguale, o crudele.

Cosi lo alimenti solo e sei una pedina di un sistema cosi marcio che per essere deve uccidere.

Fai uno sforzo e si davvero un cazzo di ribelle.

Ma ancora tuona il cannone e ancora non è contento

di sangue la belva umana e ancora ci porta il vento e ancora ci porta il vento.

Io chiedo quando sarà che l’uomo potrà imparare

a vivere senza ammazzare e il vento si poserà e il vento si poserà.

Nomadi

 

“L’arte di cavalcare il vento” di Francesco Tiberi, 96 Rue de la Fontaine. A cura di Alessandra Micheli

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Un vento può avere diversi gradi di forza.

Può essere lieve e piacevole sulla pelle, caldo o profumato di effluvi floreali.

O può essere forte, indomito e selvaggio e avere il sapore della libertà. Liberi come il vento e selvatici come gli alberi attraverso cui passa.

Ma può anche essere la tempesta che devasta tetti e case, che stappa gli alberi dalle radici e suona con un rumore quasi malvagio.

Bisogna saperci dialogare con il vento.

Parlarci e imparare a conoscerlo.

E perché no, se non domarlo imparare e cavalcarlo a essere tutt’uno con lui.

Il vento può avere mille volti.

Può essere l’amato che va via, un ideale che si spegne con la luce del giorno.

Una sensazione che non ha abbastanza ali per volare.

O passioni frustrate da una vita che di dipana tra meraviglia e stantia quotidianità.

E in questo contesto cosi sfumato e variegato, siamo tutti giocolieri o attori della nostra commedia dell’arte.

Talenti che come farfalle si dibattono in una stanza chiusa, bramando la luce della luna che brilla fuori dalla finestra.

Siamo immersi in una duplice realtà che ha il sapore dell’incanto ma anche l’amarezza della disperazione.

Ecco che Tiberi racconta di esseri che sono alieni al reale cosi chiuso e provinciale e cosi a volte scomodo, tanto da essere osservati con una sorta di timore reverenziale.

Perché leggerlo il libro da due sensazioni opposte e contrastanti.

Il sorriso di chi si riconosce nell’errante, colui che è di nessun modo e di ogni mondo, che sa guardare con il giusto distacco la vita e provare quell’empatia, quella compassione necessaria per viaggiare attraverso se stessi.

Non a caso il suo compagno è il cane, quello psicopompo capace di far orientare il viandante dentro gli impervi percorsi dell’anima.

E poi c’è chi leggere con una sorta di brividi di ripulsione perché il libro deriderà con un certo tono picaresco, tutte le sue assurde convinzioni.

Nulla è più provinciale, per un provinciale, che ripudiare il suo provincialismo” 

Ed è la consapevolezza che ci rende erranti.

Ed è nella volontà di fidare le convenzioni di camminare con un certo tono scanzonato che nulla toglie alla profondità del nostro essere.

Ecco che nel libro la vita si dipana come se fosse un enorme arazzo colorato, assurdo a tratti disturbante, ma cosi attraente per chi ha sete di infinito.

Ecco che le verità che si svelano ai nostri occhi sono semplici eppure cosi poco assorbite dal nostro io: l’amore per tutti gli esseri come riflesso dell’amore per la nostra complessità di essere umano.

L’amore e basta.

L’istinto che ci guida e che ci rende creature complesse e favolose, cosi ricche di cosa da dire e di sentimenti da regalare.

E Tiberi sa creare la giusta magia, donando sogni, donando arte. Donando un po’ di se stesso al lettore.

E il lettore ne sarà irrimediabilmente conquistato.

“Un gelato buono da morire” di Dino Cassone edito Les Flaneurs Edizioni. A cura di Ilaria Grossi

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Dino Cassone, autore conosciuto con il romanzo “La Bugiarda”, ritorna con un nuovo libro. L’autore sottolinea nel prologo che non è proprio “un giallo” e nelle primissime pagine ci svela la morte di Don Ciccio Zampana, “usuraio” di Rosicano.

Una scelta insolita che non pregiudica la voglia di sfogliare le pagine del libro, la curiosità è tanta e vi spingerà ad arrivare fino alla fine.

La cornice di questa misteriosa morte è la festa del paese, accolta con grande entusiasmo dalla gente del luogo, in trepida attesa per l’arrivo del cantante Mario Merola.

E’ così inizia la storia, la morte di Don Ciccio Zampana apre una vaso di pandora, precisamente un quadernetto, rivela nome e cognome di povere vittime del suo losco giro.

Le indagini saranno affidate al maresciallo Paolo Sapone, sostenute un po’ alla buona dalla moglie Margherita e da una tenacia giornalista con sete di verità e voglia di accendere i giusti riflettori sulla troppa omertà di Rosicano.

Il lettore conoscerà così i vari personaggi e le loro storie di disperazione, tradimenti, pettegolezzi, la cui morte di Don Ciccio sembra proprio aver alleggerito molti pensieri e preoccupazioni.

Curiosi di conoscere…un gelato buono da morire?

Dino Cassone si conferma uno scrittore talentuoso, con uno stile sempre così preciso, attento ai dettagli, ironico e vi assicuro che vi farà sorridere spesso.

La sua vena di giornalista ci proietta in una realtà assai vicina, capace di portare il lettore dietro le quinte di una rappresentazione dolceamara della vita.

Dino Cassone, ammetto la mia preferenza per “La Bugiarda”, pubblicato qualche anno fa, ma con “un gelato buono da morire” ho scoperto un altro Dino che non delude anzi coinvolge con tutta la sua simpatia ed empatia e speriamo di cuore che Destiny possa predire al più presto..il tuo terzo libro.

Buona lettura

Ilaria Grossi per Les Fleurs du mal blog letterario

Recensione “Zwillinge. Simbiosi complici” di Elle Razzamaglia. A cura di Alessandra Micheli

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Una serie ricca di malintesi e di occasioni da cogliere.

Una serie che tratta delle molteplici sfumature dell’amore.

Cosi è spesso definita la Zwllienge series di Elle Razzamaglia.

Gli ingredienti ci sono tutti e rappresentano il mix perfetto, quello che tanto piace oggi, di erotismo e il tocco rosa che lo rende meno scontato e meno banale.

Abbiamo tre sorelle ognuna diversa, ognuna con le sue caratteristiche esaltate quasi fino all’eccesso.

Abbiamo persino la cenerentola in balia di streghe cattive e sorellastre invidiose.

Abbiamo idealtipi caratteriali che si ritrovano in ogni persona, ma che per ovvie ragioni stilistiche devono darci quel tocco di assoluto, quello che non può mancare nelle caratterizzazioni dei personaggi.

Ma chi è il vero protagonista?

L’incontro?

Il fraintendimento?

Il lieto fine?

O il rapporto tra sorelle?

Come ben sapete, perché avrete imparato a conoscermi, non tratto mai nelle mie recensioni i dettagli alla portata di tutti.

Ne le scelte stilistiche dell’autore.

Quello dovete farlo voi.

Ciò che mi incuriosisce è il dettaglio che sfugge ai più, quello occultato dalla scenografia, spesso ingombrante, dei testi.

Per questo, spesso, individuo protagonisti diversi, forse quelli che mi parlano e che a volte esulano dall’intenzione dell’autrice stessa, ma sono importanti per la voce del libro, una voce indipendente e totalmente personale.

Ecco perché credo che il vero protagonista del testo sia il passato.

Bello o brutto, difficile o non difficile esso rappresenta un importante bagaglio culturale, spesso alla base di tante nostre scelte, scellerate o non.

Ecco che una mancanza, una frustrazione o solo una sensazione di trascuratezza, delinea una strada precisa, fatta di incontri e scontri, di occasioni spesso perdute o non prontamente affrontate.

Di situazioni complesse in cui il nostro carico emotivo plasma in un modo totalmente persone, decidendo liberamente se raccontare lieti fini o oscurità abissali.

La storia di Genesia è questa.

Nata in una famiglia umile, con una figura materna soffocante e sorelle totalmente diverse da lei, non riesce a trovare il suo posto.

Si accontenta, sopravvive ma è emotivamente “piatta”.

Ogni sua scelta è l’eco di voci lontane che, forse le raccontavano una storia diversa, donandole quell’immagine evanescente e quasi indistinta. Genesia esiste ma solo in funzione di qualcos’altro.

Della sorella gelosa ad esempio.

E di quella fragile, da proteggere dalle insidie della vita.

Ecco perché la sua vita inizia con il viaggio.

Un viaggio che la porterà a conoscere, stranamente due gemelli, uno odiato e uno affascinante.

E inizierà da li uno strano complesso percorso attraverso, appunto, la malia non solo dell’amore ma di un bisogno di scoperta di se che capirà solo alle battute finali.

Genesia inizierà cosi una giostra, spesso cacofonica, non solo di passione e di dolore, ma anche di confronto con gli altri visti sotto una luce reale. Si illuderà, forse.

Si sentirà tradita, usata e mai a suo agio.

Si scontrerà con le gelosie, le bugie, con gli alibi, con i segreti e i disagi che essi portano con se.

Scambierà identità proprio perché lei, una sua identità non la trova, non riesce a trovarla al di fuori della sua ristretta realtà personale e familiare. E solo alle rivelazioni finali, inizierà a alzare la testa e a smettere di essere il cuscino protettore delle interazioni altrui e vorrà diventare una donna completa.

E allora si assiste a una solidificazione, giorno per giorno, capitolo per capitolo di una figura che, per diventare donna, deve perdere se stessa. Negarsi ogni gioia, negarsi l’apertura alla vita e ritrovare semplicemente i suoi sogni

.

La vita e le sue mille avversità non mi hanno mai dato tregua e nella testa mi si affacciano ricordi del mio passato, che già mi dovevano far subodorare il fatto che sarei sempre stata una perdente. Non eccellevo allora e non lo faccio di certo adesso, in nessun ambito. Non ho potuto laurearmi e non ho neanche una cultura, più o meno profonda, da sfoggiare o da presentare, con la possibilità di dedicarmi a un lavoro che mi appaghi.

E non è un caso che il lieto fine arriverà soltanto dopo che Genesia inizierà il suo percorso di recupero interiore, quando sceglierà di essere prima persona e poi donna.

Quando ritroverà se stessa rielaborando lutti e esperienze personali. Quando smetterà di cercare amore e lo ritroverà dentro se.

Le cause del passato mi sono chiare e i risultati del presente sono palesemente davanti ai miei occhi. Adesso devo impegnarmi, affinché il mio futuro si prospetti più positivo del presente e farò tutto quello che posso,

Allora soltanto sciogliendo i nodi, che siano nodi di dolore o di pesanti convinzioni ereditate da un’educazione sbagliata, possiamo davvero essere totalmente e indiscutibilmente felici.

E capaci di reggere a ogni tempesta che la vita ci riserverà.

Siate sempre canne al vento e lasciate che la tempesta giochi con voi.

“Raccontare troppo” di Teresio Asola, PAv edizioni. A cura di Francesca Giovannetti

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Una famiglia italiana in vacanza si imbatte in un misterioso omicidio appena giunta al di là della Manica.

In realtà il capofamiglia riuscirà a tenere nascosta la tragedia alla moglie a ai figli, decidendo di tenere per sé sia il trauma di una scoperta così raccapricciante, sia il brivido di scavare in una vicenda che ha le sue radici nella metà dell’Ottocento.

Protagonista e voce narrante è il capofamiglia Samuele, marito e padre paziente.

Il viaggio in auto lo riporta in luoghi in cui ha vissuto un’adolescenza spensierata, in cui ha incontrato talmente tanti giovani da ricordarne le facce, a volte, ma non i nomi.

Un “prima” e un “dopo” la famiglia, accanto a Bianca e ai loro tre figli.

Bianca non suscita simpatia nel lettore: sorride a malapena, sottolinea ogni mancanza, rimprovera più o meno velatamente il marito, ma nonostante ciò l’autore è riuscito a far arrivare l’essenza di una famiglia “normale”, con alti e bassi e discussioni a mezza voce che scalfiscono solo in superficie la complicità della coppia. Samuele tiene nascosto l’omicidio avvenuto a pochi passa dalla loro casa delle vacanze.

Scelta singolare dell’autore che rispecchia però in pieno i caratteri descritti.

Come se il protagonista volesse prendersi il suo spazio, sentirsi libero di seguire una storia all’indietro nel tempo senza moniti dissuasori o inviti a “lasciar perdere”.

È il suo momento, le sue tracce, le sue vittorie.

L’incredibile ricostruzione dei fatti di cui è il solo artefice.

I componenti della famiglia sono descritti in maniera efficace; fra i tre figli spicca il piccolo Leo che con i suoi atteggiamenti tipici dei cinque anni, elargisce perle di capricci e simpatia, nella classica volubilità dell’età.

Incontriamo poi personaggi secondari di una eccessiva loquacità accompagnati da altri di talmente poche parole da rasentare la maleducazione: ma così è il panorama umano.

Ma c’è un altro panorama protagonista in tutta l’opera: l’itinerario del viaggio. Descrizioni poetiche e minuziose: il colore del mare, delle spiagge, dei fiori, della case.

Una immersione completa nel luogo che quasi arriva a invitare il lettore a visitarlo. Se ne percepiscono la storia, le sfumature, gli abitanti.

Sotto un cielo mutevole si scoprono bellezze rare.

E l’autore ce le regala senza risparmiarsi.

Recensione. “Come la montagna di Maometto” di Bianca Baratto, La Strada per Babilonia editore. A cura di Alessandra Micheli

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C’è una cosa che i nostri vecchi hanno sempre evitato o dimenticato di dirci “La vita non va mai nella direzione che noi abbiamo scelto, al contrario decide come vuole. Indipendentemente da ciò che crediamo sia meglio per noi, è la vita stessa che sa ciò che è meglio per noi e ciò che non lo è, cosi prenderà le direzioni più inaspettate e ci spingerà verso scelte mai immaginate prima”

Mai frase fu più azzeccata per raccontare la mia vita. E quindi, la mia recensione sarà un viaggio onirico tra due realtà quella della carta e la mia, quel percorso che ha creato la Alessandra che oggi scrive.

Ma non sarà quella strana creatura blogger a parlarvi del libro, stavolta.

Sarà la persona, quella che come ognuno di voi ha cercato un senso nel so vivere, un senso al dolore e una meta su cui puntare occhi troppo fragili per poter contemplare l’orizzonte.

L’unica cosa che si stagliava alta e fiera contro il cielo era la montagna, simbolo di ogni sogno, di ogni realizzazione terrena e spirituale.

Dall’altro avresti visto la realtà in una diversa ottica e forse, dico forse, il cuore non avrebbe sanguinato più piangente sui cocci sparsi lungo il percorso.

E al pari dei protagonisti mi sono accanita a cercare di raggiungerla quella vetta.

A tutti i costi, in ogni modo.

Facendomi male, sanguinando nelle ginocchia e non capendo perché era sempre cosi lontana.

Perché di lacrime mischiate a fango.

Sconfitte, solitudine e tanti, troppi sbagli.

E mi accanivo a voler scavalcare la vetta, a prendere i peggiori sentieri in discesa.

Poi il miracolo.

La vetta cosi lontana vista da me come un miraggio, nel momento in cui mi sono seduta rassegnata è venuta a me.

Eh si miei cari.

Quando vi affannate a cercare la spiegazione essa si nasconde. Nel posto meno raggiungibile .

Al centro di noi stessi.

E solo nel silenzio di un attimo di pure quiete la potete avvertire con quella voce soave e sussurrata.

La farfalla che inseguite come novelli Vispa Teresa, si poserà su voi nel meriggio dorato, intenti a osservare sognanti le nuvole e le loro forme.

Quando meno ve lo aspettate, attraverso la bruma e le fronde dei cespugli, ci sarà un sentiero baciato da sole, laddove pietre candide canteranno con voi accompagnando i vostri piedi lungo il sentiero che non aver visto.

Perché affannati ossessionati a cercare la vetta.

E in quel percorso che troverete magari uno specchio d’acqua limpido in cui vedervi, per la prima volta davvero.

Giace soffuse di rossore, occhi brillanti e sorriso estasiato.

Di chi la montagna non dovrà mai raggiungerla ma semplicemente accettare che è lei a vivere dentro l’anima.

Lasciate che la vita vi plasmi, senza timore o terrori.

Lasciate che l’incredibile anche dal fango, dalla brutalità, dall’orrore nasca. E vi cambi per sempre.

Leggetelo questo libro e fatelo vostro, cosi come io l’ho fatto imo, lasciando che le vite dei protagonisti si intrecciassero con la mia creando un meraviglioso arazzo.

“Tutto sarà perfetto” di Lorenzo Marone, Feltrinelli. A cura di Ilaria Grossi

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Ogni volta che leggo un libro di Lorenzo Marone, mi lascio trasportare dalla musicalità delle sue parole, dalla sincerità che trasuda in ogni piega del libro e dal guardare senza filtri sentimenti ed emozioni.

Ho intrapreso un viaggio con il comandante Libero Scotto e il figlio Andrea, fotografo quarantenne, la sorella Marina e la mania di controllare tutto e tutti, con cane pazzo Tannen, con Ondina, lei anima ribelle dal profumo inconfondibile del mare e con Ciccio e le sue premure.

Un viaggio nei ricordi di una famiglia, nel ricordo di mamma Delphine, con zone di luce ed ombra, parole non dette, silenzi soffocati e abbracci mancati.

Un viaggio in cui ho riscoperto, l’isola di Procida che non ricordavo, profumi e immagini delle palazzine color pastello.

Ed ecco che a metà del romanzo, mi sale il magone alla gola e rallento la lettura. Perché i libri di Lorenzo Marone mi fanno questo effetto, sono come quelle cose così belle che non vorresti lasciar andare via mai.

Il messaggio tra le righe è forte, commovente, profondo.

L’ho capito sai comandante “il coraggio di lasciar andare e non trattenere”.

Eppure sembra così facile con le parole, tanto difficile da mettere in pratica.

Grazie comandante dalla dura corazza per questo viaggio, per aver esorcizzato un po’ la paura della morte.

Grazie per questo viaggio così delicato e così reale.

Grazie per avermi insegnato che anche un attimo può essere “perfetto” e in quell’attimo è racchiuso l’essenza della vita.

Ora tocca a te lettore, scoprire ogni dettaglio, ogni sfumatura e profumo di questa storia, io sento ancora profumo di limoni e la sensazione di sale sulla pelle che non vuole andare via.

“Ricorda: la vita è un chiaroscuro perenne, ma ogni tanto attorno a noi arriva la luce giusta a illuminare le cose e a renderle perfette. Bisogna accorgersene. E’ tutta qui la differenza fra chi campa e chi spreca il suo tempo”

Complimenti Lorenzo Marone.

Buona lettura Ilaria Grossi

per Les Fleurs du mal blog letterario