“Una manciata di Cenere” di Luca Vanoli. A cura di Patrizia Baglioni

La famiglia dei Berberini era originaria della Toscana e raggiunse il picco massimo nel 1623 quando Maffeo Barberini venne eletto Papa con il nome di Urbano VIII. Furono grandi mecenati circondandosi di artisti come Bernini e Borromini tanto che il Palazzo Barberini e la loro biblioteca a Roma, resta oggi il segno della loro potenza.

Una curiosità: il loro antico nome era “Tafani” che venne cambiato perché considerato poco signorile. Così come il loro stemma, ai Tafani subentrarono le api.

Forse è questo è il dettaglio che ha animato LUCA VANOLI nella scrittura di “UNA MANCIATA DI CENERE”.

Le api infatti sono al centro della serie di omicidi che sconvolgono la famiglia Tebaldi di Monterotondo.

Nel frattempo a Roma un umile maniscalco viene accusato per l’omicidio di una donna.

Tutti gli indizi portano a lui, nessuno ha voluto difenderlo, fino all’arrivo di Tullio Corbet, giovane avvocato francese che non solo dimostra l’innocenza dell’uomo ma incastra un nobile della prestigiosa famiglia Borgese.

Questo non è coraggio, ma sfrontatezza per la Curia e temerarietà per il popolo, che lo osanna come salvatore degli umili.

Per Tullio Corbet  ci sono due vie: o la morte o il servizio per la Chiesa di Roma. Per capire cosa stia succedendo a Monterotondo, il nuovo Papa Alessandro VII ha bisogno di un uomo scaltro, che sappia leggere gli indizi e gli animi delle persone, Corbet è l’uomo giusto ma il suo zelo deve essere posto sotto controllo.

Padre Sean, gesuita di origine irlandese severo e irreprensibile, è pronto a seguirlo.

I due compagni di ventura in apparenza poco hanno in comune, ma il confronto con il male e la sofferenza li fa scoprire più simili di quello che credono.

I due sotto copertura arrivano a Villa Tebaldi e conoscono il Capofamiglia Andrea, uomo pacato e giusto ma che spesso cede di fronte alla volontà dei fratelli.

L’atmosfera in casa così come nel paese è cupa e misteriosa, un anatema pende su tutti loro.

Il capostipite dei Tebaldi, Attilio, era un semplice notaio ma giocando bene le sue carte era riuscito a farsi nominare Marchese e far cacciare la famiglia Barberini da Monterotondo. “Di loro sarebbe rimasta solo cenere” questa la terribile maledizione scagliata dalla nobile famiglia sui traditori.

L’ordine delle cose non può essere sovvertito, i nobili non possono essere cacciati e un piccolo notaio non può diventare di sangue blu dall’oggi al domani, per tale affronto tutta la famiglia Tebaldi insieme al suo popolo deve essere punita.

La profezia sembra avverarsi, dopo la morte del vecchio Attilio è la volta di Giacomo, il più giovane dei fratelli e poi di Federico, uomo pio e studioso senza nemici al mondo.

L’unica costante tra gli omicidi: il segno dei Barberini, le api sono tornate. Non è semplice per Padre Sean e Corbet svolgere le loro indagini tra segreti vergognosi, tradimenti, credenze e tentazioni, come quella voluttuosa di Marianna, sorella di Andrea, che nuda chiama a sé Corbet chiedendogli di portarla via.

Eppure quando la confusione e il terrore sono al limite, il giovane avvocato trova la via, consegnando il colpevole alla Curia.

Monterotondo può tornare alla sua solita tranquillità, Corbet e Padre Sean ormai sono legati da stima e amicizia e si preparano a salutarsi proprio a Roma, dove si sono conosciuti.

Insieme a tutti i Tebaldi, sono nella Città Santa per la nomina del secondogenito a Vescovo, ma le api dei Barberini lo raggiungono proprio la notte prima della cerimonia lasciandolo in un lago di sangue nella fontana di Piazza di Spagna.

Per Corbet e Padre Sean non resta che ricominciare tutto da capo, ma stavolta l’omicida non darà respiro ai due, anche tra il popolo ci sono strane morti e sparizioni. Corbet rincorre le tracce dell’assassino ma è sempre un passo indietro, fino all’epilogo sorprendente e inaspettato.

Uno storico intenso e trascinante scritto con attenzione e cura dei dettagli. Parte dei luoghi e dei personaggi, seppur inventati sono realistici e ben si armonizzano alla Storia del periodo.

Interessante il riferimento alla Guerra dei tre regni tra l’Irlanda e l’Inghilterra di Cromwell che tanto ci fa capire di Padre Sean e che delinea un’impostazione storica precisa.

La costruzione dei due protagonisti infatti non è casuale, nonostante i loro difetti e cedimenti, entrambi sono volti al bene e soprattutto alla giustizia che si scopre violata, accerchiata e interpretata.

Qualcuno deve difenderla, Corbet lo fa con la validità della legge, Padre Sean con la forza ferrea della fede…

E qualcun altro con il pungiglione di un’ape.

Luca Vanoli ha il tratto sicuro di chi conosce il suo mestiere nonostante sia al primo romanzo. Il testo è scorrevole e dinamico, il lettore riesce a immaginare la scena e a identificarsi nei personaggi.

La tensione è tangibile tra le pagine, tanto da far fatica a lasciare il testo, lo confesso… in questi giorni è venuto ovunque con me!

Consigliato vivamente a chi ama lo storico, il trhiller o semplicemente un libro di qualità.

Quindi correte in libreria e ricordate, non infastidire le api, o di voi non rimarrà che “una manciata di cenere”. 

***

LUCA VANOLI nasce a Biella nel 1989. sui banchi di scuola si appassiona da subito alle materie scientifiche, per cui si sente più portato, anche se tra i suoi passatempi preferiti fa sempre parte la lettura. I libri preferiti sono i gialli, dove una mente analitica e attenta ai particolari può dilettarsi a sciogliere la matassa che l’autore del romanzo ha ordito, e i saggi storici. Alle scuole superiori sviluppa inoltre uno spiccato interesse per la storia in generale, in particolare la storia dei Papi e della Chiesa. Tuttavia, venuto il momento di scegliere a quale università iscriversi, la scelta è più razionale che passionale, opta per l’Ingegneria Gestionale al Politecnico di Torino. La scrittura diventa quindi un modo per dedicarsi nel tempo libero alle passioni, che sono tate in parte sacrificate nella sua scelta universitaria: il giallo rigoroso e scientifico, dove ogni fatto alla fine deve trovare una spiegazione logica e razionale, senza il beneficio del soprannaturale, ma soprattutto la Storia. Nei primi mesi del 2009, inizia a scrivere le prime pagine di La maledizione dei Barberini, concependo la trama quasi per caso. I primi mesi di scrittura sono quasi frenetici. Segue un lunghissimo periodo di revisione, durante il quale il romanzo subisce innumerevoli modifiche, tra cui il cambio del titolo, e finalmente “Una manciata di cenere” vede la luce nel marzo 2020. Il secondo romanzo della serie dal titolo “Il Quarto e il quinto” è oggi in revisione.

“L’angelo e il duca” di Amelia J. Parker, ODE edizione. A cura di Alessandra Micheli

Ci sono libri che entrano con delicatezza nella tua vita e ti fanno rendere conto che, nella spasmodica ricerca dell’adrenalina hai perduto qualcosa ossia quel lampo di leggerezza che serve per camminare attraverso quest’avventura chiamata esistenza, con un sorriso.

Abituata alle brutture che sono evidenziate in tanti thriller e oramai decisa ad affrontare ogni paura con cipiglio coraggioso e folle mi ero scordata l’altro lato della luna, ossia i sentimenti che hanno dato lustro e spinta alla nostra evoluzione.

Senza l’amore, la ribellione e la passione forse non saremmo giusti a un tale progresso e non solo scientifico, ma etico.

Che poi accanto a esso ci sia un lato oscuro poco importa. Importa imprimere nel nostro cuore quanto l’essere umano sia perfettibile e possa cambiare la propria vita, il carattere e persino le abitudini deleterie senza tener conto dell’ambiente in cui ci si trova a vivere.

L’angelo e il duca, in fondo non fa altro che ricordarci che…nulla è deciso.

Che il destino può essere creato dalle nostre decisioni e che non è mai troppo tardi per lasciare che la maschera marcisca nella polverosa soffitta dei ricordi.

E cosi ci insegna valori importanti, più di quanto potrebbe fare un colto saggio sulla morale.

Nel libro, non vi svelerò mai, neanche sotto tortura come, la novità, la freschezza, la ribellione diventa la protagonista di questa storia, ritagliandosi il suo posto in una società cosi rinchiusa nei propri pregiudizi da aver scordato che, in fondo, è nata per l’uomo e con l’uomo.

Prende cosi forma da divenire un qualcosa di tangibile, che blocca e consuma che a lei di immola imprigionandoli in consuetudini che hanno il marcio profumo delle gabbie.

E il pregiudizio non è solo verso il diverso, colui che è alieno alla cerchia ristretta dei privilegiati, ma verso i suoi stessi membri.

Ogni duca, ogni duchessa, ogni fervente amante delle stagioni colorate e brillanti di Londra o Parigi hanno ferree regole: ruoli rigidi, commedie da portare avanti fino all’estremo sacrificio del proprio vero, autentico se.

Non c’è spazio per la speranza, per la ribellione.

Ognuno recita, come direbbe Pirandello a soggetto, perché cosi il tempo e la convenzione comandano.

Il dolore che si prova a dover nascondere se stessi, non è compensato e non può essere compensato affatto dal lusso, dalla fama, dalla considerazione sociale.

Perché questa maschera si appiccica a noi in modo cosi permanente da diventare patte della propria anima.

Mentre la vera essenza, le doti, il lati del carattere pieni di virtù, pregi e fragilità sono soltanto ricordi lontani.

E a volte una fugace apparizione, simile alla figurina bianca del celebre quadro di Rembrandt ronda di notte, non fa altro che spezzare la routine.

E illumina una vita fatta di doveri, di necessita e di disillusione degna di essere vissuta.

Con un eleganza indiscussa che risente di atmosfere di stampo shakespeariano il libro si muove tra identità celate, scambi di ruoli, crudeli aguzzini di, intrighi e rocambolesche avventure, il libro conquista, stupisce e perché no fa sognare.

Ma fa sognare con personaggi restituiti a se stessi, privati della patina polverosa e stantia dell’apparenza.

“L’ombra dell’imperatore” di Massimiliano Colombo, Newton Compton. A cura di Raffaella Francesca Carretto

L’ombra dell’imperatore

La storia insegna… a conoscere e interpretare i fatti, gli eventi e i processi del passato.

E le conoscenze dello stesso offrono spunti importanti per comprendere e interpretare il presente in modo da non ripercorrere i passi già impressi nella memoria, gli errori già fatti, in modo da aprire la mente a un futuro limpido e nuovo.

Ma quando è la storia stessa a ripetersi, forse in forme diverse, forse con modi diversi, ma sempre con la medesima conclusione… e cioè che dagli errori del passato non si è imparato nulla?

Quante volte si è acclamata a voce alta la memoria storica, e quante volte questa è rimasta occultata, in un oblio fine a stesso.

E a volte invece il passato riesce a farsi ascoltare, riaffiora e prende voce, sino a raggiungere le orecchie, e le menti, di chi sa ascoltare.

E sta qui a mio avviso, nella memoria storica il grande fulcro di un messaggio, o più d’uno, che l’autore ha voluto portare alla luce e far riaffiorare nel lettore, fruitore per scelta del suo romanzo storico L’ombra dell’imperatore.

Un libro che raccoglie in sé, a mio avviso, sicuramente tanta storia ma anche tanti sentimenti e tante riflessioni.

Non è semplice avvicinarsi a un romanzo storico che nella sua trama, pur romanzata, trasporta il lettore in un’epoca lontana in cui giochi di potere, strategie e complotti, tradimenti e inganni, e tanta azione, la fanno da padrone e sono il riflesso di un periodo storico buio per l’Impero romano che si muove verso quello che è il suo declino.

Figura centrale è, nel romanzo storico di Massimiliano Colombo, l’imperatore Flavio Claudio Giuliano, nominato Cesare delle Gallie dall’Augusto Imperatore Costanzo II, ma il vero protagonista sembra in realtà essere Victor, il protector del nuovo Cesare, Giuliano.

La trama del libro è avvincente perchè conduce il lettore in un viaggio attraverso alcuni luoghi dell’impero romano.

Tutto inizia a Mediolanum dove, tra le immagini di un quotidiano degli attori del libro, conosciamo alcuni dei protagonisti della storia, raccontata certo con dovizie di particolari, e dove la ricostruzione storica è predominante.

Tutto il romanzo è permeato di immagini storiche e azione e luoghi reali del passato.

Ma prendono forma anche figure create dall’immaginazione dell’autore, che vengono delineate in modo tale da poter essere assunte come reali dal lettore, anche se non vi è prova storica della loro esistenza.

Attraverso le pagine, conosciamo quindi il franco Victor, che diverrà il portatore del vessillo, ingaggiato come maestro d’armi per il giovane Giuliano, ma anche spia assoldata dai nemici dello stesso Giuliano.

Eppure, lo stesso Victor nel suo viaggio al seguito dell’Apostata, conoscerà l’uomo e il suo valore e i suoi ideali.

E così pure accadrà per gli altri protagonisti di cui si fa conoscenza nel libro e che nella loro rude e ruvida personalità sapranno coinvolgere il lettore.

Romanzo che vede in atto storie di tribuni, assassinii, complotti, spionaggio …ma che lascia anche spazio a sentimenti, quelli dei protagonisti e ovviamente quelli del lettore.

Il libro è ben ambientato nel periodo storico rapprentato, ricostruito in modo attento e ricco di particolari, e così pure i personaggi, reali e inventati, che sono spiegati al lettore attraverso le loro stesse azioni e parole, risultano quindi ben delineati nei loro profili, anche quelli più intimi e dai quali emergono sentimenti e tormenti interiori.

Splendida la figura del giovane Giuliano che matura in questo suo percorso sino alle Terre di Gallia flagellato dalle aggressioni dei barbari, terre di cui lui è nominato imperatore, il Cesare.

La sua storia è spiegata dallo stesso Giuliano, che nel viaggio intrapreso coi suoi uomini non si erge a entità superiore, bensì siede alla loro tavola e diviene uno di loro.

Giuliano nonostante la sua giovane età, si mostra come figura estremamente matura e complessa, libero e scevro da condizionamenti, soprattutto quelli religiosi, che si muovono in quel periodo, frutto di un Cristianesimo che prende vigore e si diffonde nell’impero al posto del paganesimo.

Ma la grandiosità di Giuliano sta nel rispetto verso ciò in cui ciascuno crede, nella tolleranza verso gli altri.

E di questo se ne accorgono tutti i suoi uomini, quelli al suo seguito, anche se durante la lettura si scopre che non sempre tutto è così limpido e semplice..

L’azione la fa da padrone, battaglie, intrighi, assassinii; il romanzo però non si ferma all’atto, eppure non si muove nell’inerzia, mostrando anche come i vari personaggi si inseriscono nel contesto e divengono pienamente maturi.

Secondo le notizie storiche, Giuliano più che un condottiero è un uomo di cultura, un riformatore e un filosofo, ma in questo romanzo l’autore ci mostra come le sue doti vanno oltre, e a mio avviso ne declama anche la grandezza di personaggio storico, riuscendo a dare una luce diversa a questo Cesare che forse, diversamente da come è conosciuto, nel romanzo si presta a raffigurare il trascinatore.

E di fatto, il trasporto verso questa figura è vivido e forte nelle pagine del romanzo, perché nonostante i suoi soldati inizialmente diffidino di lui durante questo viaggio (e non parlo solo del viaggio verso la conquista ma soprattutto del viaggio del lettore attraverso le parole dell’autore), in itinere cambiano rotta e scelgono di riporre la loro fiducia in un uomo, da cui sono trascinati e proiettati verso il glorioso futuro del nuovo Impero Romano a cui aspira Giuliano.

Abbiamo ereditato un vasto impero nato dalla forza, reso grande dalle leggi e da una morale comune, abitato da una cosmopolita fratellanza di genti accomunate da un nome: romani. è un’idea, un sogno, così reale che può far sentire a chi ne è partecipe la consapevolezza di questa unicità e unità. Noi siamo la parte migliore dell’umanità. Voi, io, noi tutti. La nostra ratio non potrà mai soccombere di fronte alla brutalità

… in questo racconto, si percepisce un equilibrio tra le scene reali e quelle immaginate dall’autore ed esse stesse vibrano all’unisono creando un ambientazione quasi realistica e tangibile al lettore.

Victor e Filopatròs, se pure immaginato dall’autore, potrebbero essere realmente esistiti e aver preso parte alle prodezze di Giuliano.

Il racconto è bello, emozionante e coinvolgente. Ha il gusto antico dei tempi passati, di un’epoca che conosciamo solo attraverso la storia. Ci coinvolge per la trama che è piuttosto scorrevole e permette di conoscere anche fatti storici di rilievo.

Ma la parte più emozionante è nel finale, attraverso le considerazioni che Giuliano fa “in prima persona” e che a noi lettori regalano spunti di riflessione e approfondimento del periodo, del personaggio e di quella che era la sua visione.

Mi hanno colpito le sensazioni provate…leggendo quelle che l’autore ha visto come parole di Flavio Claudio Giuliano..

Mi attribuirono: frasi mai dette, eventi mai accaduti, gesta ignobili, profanazioni, riti macabri con sacrifici umani, in breve, calunnie di ogni genere. Cancellarono con un sol gesto il mio nome

La nota più deprecabile non fu la mia scomparsa prematura, ma la constatazione che insieme a me, morisse per sempre un meraviglioso sogno.

A chi sarà incuriosito e lo sceglierà, buona lettura!

“La ragazza della musica” di Carlo Cavazzuti. A cura di Micheli Alessandra

Conoscevo Carlo Cavazzuti per la sua bravura con lo storico napoleonico, Jean.

Ma non sapevo fosse anche capace di commuovervi fino in fondo al cuore.

Perché vedete un libro può essere per noi la risposta ai nostri reconditi desideri.

Ci può far sognare una vita diversa, darci la rivalsa verso un amore disatteso.

Raccontare i nostri desideri più nascosti a volte oscuri.

Lui aiutarci a dare un nome alle nostre paure e combatterle insegnandoci che possiamo combattere quei draghi, cosi come disse Chesterton.

Ma quando un libro con semplicità entra dentro il sangue, allora quello è una porta.

Che ci conduce nel luogo più misterioso di ogni tempo: il cuore.

Li dove abbiamo nascosto ogni cosa importante, un ricordo, un dolore sussurrato, una nostalgia o la fame di Dio.

La ragazza della musica è quanto di più toccante abbia mai letto.

Scritto in forma di diario (una delle tecniche più ardue da affrontare, terreno su cui sanno muoversi solo i grandi autori) ci narra la bellissima avventura di una ragazza diversa da tutte, e cosi aliena da noi da risultare affascinante e disturbante.

E’ anafettiva. Conoscete questa sindorme?

E’ molto semplice. Chi soffre di questa “malattia”, non riesce a provare emozioni.

Qualcosa nel loro cervello è spento.

E questo non provoca soltanto disagi a livello relazionale, ma impedisce al corpo di sperimentare in pienezza l’avventura umana.

Perché solo leggendo questo libro ci rendiamo conto di quanto siamo fortunati a provare dolore.

O gioia.

O persino rabbia.

Quanto sia bello che una parola ci faccia piangere, che un ricordo scateni un turbine di sensazioni fino a farci stare male.

Diana non ha la nostra fortuna.

Tanto che senza una tecnica neanche tanto assurda come la musicoterapia, è incapace di rapportarsi all’altro.

Perché senza emozioni non riesce neanche a comunicare.

E’ racchiusa nella sua confortante bolla, sorda a ogni stimolo esterno, convinta in fondo che privarsi di emozioni non sia poi un danno.

Del resto non conosce altro modo di vivere.

E senza comprendere cosa esse siano, non sente di aver perso nulla di cosi fondamentale.

Ma le emozioni sono il colore che diamo alla vita.

Altrimenti apparirebbe cosi grigia e attutita da ogni rumore.

Cosi evanescente da sembrare solo un sogno distante.

Per un attimo ripensando alla mia vita, un pizzico di invidia per diana l’ho provata.

Io che ogni tanto ho il cuore che fa male.

Io che mi sento soffocare quando la malinconia e i ricordi mi danzano attorno.

Io che mi rannicchio per sfuggire a tutto quello che mi succede.

Eppure…senza questo io sarei davvero felice?

Se non conoscessi l’altra faccia della luna, io poterei mai sentirmi viva?Perché anche Diana diviene donna, diviene reale quando una delle emozioni più banali del mondo le scoppia nel cuore.

E allora ragazzi miei non abbiate mai paura delle emozioni.

Sono la nostre linfa vitale.

Sono ciò che ci rende parte di dio.

Un libro bellissimo, da divorare in un sol boccone, cosi dolce e cosi ironico da lasciare un senso di nostalgia quando giunti alla parola fine diciamo addio alla nostra ragazza della musica.

“La negromante” di Laura Pegorini, Segreti in Giallo editore. A cura di Alessandra Micheli

Ho una predilezione assoluta per i testi scritti in forma epistolare.

E sapete perché?

Perché pur essendo una delle tecniche più complicate ( serve molta arte per mantenere il ritmo e raccontare in prima persona, cogliendo ogni dettaglio) risulta sicuramente più convergente.

Ascoltando la storia dalla viva voce del protagonista, infatti, si entra subito in empatia con esso.

Certo questo a scapito di tanti dettagli oggettivi, ma guadagnando in emozionalità.

Certo questa struttura epistolare non è adatta per tutte le trame.

Quelle piene di azioni e eventi rendono sicuramente meglio in terza persona.

Ma quando si tratta di accadimenti che inducono nel protagonista una riflessione su se stesso e sul proprio ambiente, credo che quella tensione emotiva che scaturisce non solo dal racconto ma dal coinvolgimento dello stesso con i fatti sia fondamentale.

Nel caso della negromante, l’epistolare è dunque perfetto.

Perché vedete non ci interessa davvero il fatto di per se, ossia la caccia alle streghe, quanto la motivazione che soggiace nell’identificazione di determinate donne con il male.

Ho studiato molto la stregoneria e tutto ciò che ha comportato, persecuzioni, rigidità morale, casi di isteria.

Ma pochi, rarissimi, si sono soffermati sulla motivazione che spingeva uomini anche di intelletto, semplici contadini a donare un potere tremendo a una persona precisa e identificabile.

La strega si toglieva dall’immaginario collettivo, da quella sua evanescente presenza folcloristica di male inteso in senso lato, per immedesimarsi in qualcuno di carne e ossa, inserito nella comunità e al tempo stesso lasciato ai margini.

Ed è interessante comprendere come questo elemento tutto politico ( intendendo la politica come l’insieme di convezioni, valori e attitudini societaria della polis) sia inserito nel libro della Pegorini.

Ci sono due mondi che si scontrano: quello della superstizione e quello che nel settecento diventerà ragione assunta a divinità.

Noi erroneamente pensiamo che questo cambiamento sia scaturito per miracolo direttamente dal secolo dei lumi, impersonato dalla frase di Voltaire:

Le streghe hanno smesso di esistere quando noi abbiamo smesso di bruciarle.

In sostanza, questa citazione divenuta oramai famosa mette l’accento proprio sulla costrizione del nemico operata in un contesto specifico e identificabile.

Non a caso la recrudescenza delle persecuzioni avvenne in alcuni specifici ambienti sociali e in date precise: iniziò sicuramente nel cinquecento ma fu nel seicento con tutta la sua maestosa crisi a sbocciare come un fiore capace di spandere il suo nauseabondo profumo.

Ma non possiamo certo dimenticare che in quei due secoli la scienza iniziò ad avere il suo sviluppo.

Il cinquecento è chiamato rinascimento, non solo di arte ma anche di mentalità tecno-scientifica che ebbe poi il suo culmine, per fortuna nel famigerato secolo dei lumi.

Ma ahimè la storia ci insegna che, accanto la progresso come in una strana legge di compensazione si verifica un regresso.

Come se la vita stessa per muoversi e manifestarsi avesse bisogno di un confronto dialetti anche duro.

Con la negromante assistiamo a tutte queste contraddizioni mirabilmente espresse da un protagonista inaspettato, anticipatore dei tempi ossia una suora.

E’ questa sua femminilità che ben si collega all’idea della Dea Ragione che si esprimerà con il suo ardore nel settecento e negli scritti di Voltaire e Rousseau, che inizia a osservare in maniera “anomala” gli eventi considerati normali.

La stregoneria sembra oramai accertata.

La strega quasi sempre donna è causa di indicibili carestie, di tragedie immani di distruzioni totale del contesto sociale.

E tutto questo, secondo la teoria cattolica, è esemplificato nelle sacre scritture laddove la condanna della negromanzia e della magia è forte e decisa.

Eppure…Chi davvero legge questa sacre scritture considerata parola vivente di dio non può non avere dubbi, tanto che sorella inizia a dubitare.

E sapete perché riesce a porsi domande?

Perché sa leggere.

E approfittando di questa sua capacità stimola il pensiero.

Nella massa contadina attaccata a rituali che nella loro ripetitività quotidiana si svuotano di significato, l’azione del pensiero che necessariamente si fa critico perché inizia a scovare significati anche non voluti determina la differenza.

Ecco che ragione contro superstizione porta alla riscoperta del caso stregonesco portando alla luce la sua genesi: la manipolazione delle masse avviene quando si svuota di senso non solo la parola ma anche il fatto.

E’ cosi che l’apocalisse diviene il libro nero evocando gli stessi demoni che evocherebbe il grimorio più oscuro in base alla sua non comprensione.

Ma esiste di più.

Nella massa affamata e sottomessa sorella Febe nota un acuto senso di rivalsa contro il potere costituito che si scorda del suo gregge.

E cosi i contadini offrono in olocausto il feticcio donna per liberarsi di un gioco che li sottomette.

Identificando la donna con il male compiono un atto di ribellione non manifesta contro le loro atroci condizioni di vita.

Al tempo stesso la donna che si identifica con colei capace di distruggere una comunità si sente di ottenere quell’importanza e quella presenza reale che le convenzioni sociali le negano.

E’ il diverso che diventa importante, cardine fondamentale in grado di fa vivere o morire una comunità.

Questa ribellione però è solo immaginaria.

E’ solo una mera compensazione , è solo un illusione.

La verta rivoluzione sarà quella pronosticata dalla nostra adorabile suora: soltanto l’educazione trasformerà la massa in popolo capace e decisa a lottare per i suoi diritti.

E nonostante stiamo ancora aspettando che queste parole divengano realtà, il libro la Negromante ci affascina e seduce.

Non solo per la perfezione stilistica, ma per quel pizzico di ribellione che la Pigorini ha voluto donare rendendo colei meno adatta al ruolo politico e lo ri-sottolineo di pacere, il fulcro attraverso cui i orti vengono ristabiliti.

Una donna che combatte un itero paese alimentato dai pregiudizi in un epoca in cui questo era impossibile.

Un messaggio da tenere stretto a noi, ogni qualvolta ci diranno sta ferma, accetta e sottomettiti.

Sorella Febe non ha aderito al comando.

Non facciamolo neanche noi.

“Sono stata cattiva” di Maura R. A cura di Alessandra Micheli

Ogni donna ha paio di ali chiuse dentro di se… cosi cantava Enrico Ruggeri.

Io ci ho sempre creduto solo che…vedete in questo mondo che non crede alla fate, che disdegna li angeli le ali danno fastidio.

O fanno paura.

E la donna, quella fata remota, misteriosa si trasforma in strega, i meretrice, in puttana.

Senza che puttana assuma il significato originario di donna sacra.

Anzi.

La sacralità in questo strano percorso in discesa è totalmente bandita, sia dal sesso che dall’interazione.

Siamo si, sempre se ci va di lusso, adorabili fatine.

Ma da mettere in vetrina, affinché possiamo dar lustro al salotto di turno, al millantatore di turno che elencherà la caratteristiche non più di una persona, ma di un mero oggetto.

E la donna, quella che per un istinto ferino non riesce a stare in vetrina, o non vuole cedere la sua sacralità di Donna, non femmina, si apre il percorso peggiore.

Non avendo acconsentito a essere volontariamente e felicemente ridotta oggetto di consumo, corpo che attira lubrici e dissacranti sguardi, viene affibbiato l’epitaffio di cattiva.

Sei stata cattiva a non rimaner in vetrina.

Cattiva dire di no.

Cattiva a non conformarti alla bella maschera che ti abbiamo confezionato e vivere pseudo-felice in un carnevale senza fine.

Fino a annullare la tua vera essenza.

E cosi la cattiveria si associa a un latente e strisciante senso di colpa ereditato quel di, quando fiera e orgogliosa la Donna sfidò quel dio piccolo e mistero, diventando essa stessa Dea.

O pensiamo a Lilith che prese il comando, relegando l’uomo sotto di lei e irridendo felice le stupide regole.

Non a caso quegli archetipi sono diventati…cattivi.

Eva è la madre di ogni disgrazia, colei che fece irrompere la morte in una vita perfetta.

Lilith, rea di non aver subito l’approccio sessuale, diviene un vampiro costretto a accoppiarsi con incubi.

E noi, noi DONNE abbiamo ereditato quella inesistente, permettetemi di dirlo, colpa.

Tanto che quando il coglione di turno di usa, stupra, danneggia la rabbia è soffocata da un “forse me lo merito.

Me la sono cercata sono bella e fiera.

Ero io che stavo la posto sbagliato.

Non l’ho amato abbastanza.

In fondo ha ragione io sono sbagliata.

E dopo l’orrore che le capita questi soni i pensieri della nostra protagonista, cattiva, colpevole di non essere, agli occhi di un sociopatico, badate bene il temine SOCIOPATICO, la gentile immacolata che lui si aspetta.

Colpevole di incarnare a suo malgrado, ogni figura femminile che si è rifiutata di assecondare bassi istinti.

E la sua vita diviene un infermo in terra.

Rotta, danneggiata sente in cuor suo di “meritare” ogni sofferenza. Perché quei gironi di violenza, di brutalità di umiliazione l’hanno resa sporca. Ecco cosa accade a una fiera guerriera violentata prima psicologicamente e poi fisicamente: la convinzione che è lei , la parte lesa, destinata al dolore.

Perché è questo che vogliono i carnefici, restare tatuati nella testa, dominare ogni istante di vita, affinché essa, la vittima, non sia mai davvero libera.

Viola perde la sua essenza principale, quella gioiosa, quella luminosa per diventare l’ombra di se stessa, per diventare una Maddalena ferita. Redenta forse dalla pena e mai dalla compassione.

Ma, la vita, quella che ci spetta è sempre più forte dello schifo di un essere che di uomo non ha nulla.

Ed è quel calore chiamato amore, che ci salva.

Perché noi siamo amore.

Siamo nate da una lacrima caduta dallo sguardo di una divinità meno crudele di quella che oggi molti venerano.

Era cosi sola quella luce divina da aver voluto creare uomo e donna. L’uomo da sabbia e respiro.

La donna sostanza fatta di sogno, NATA DA UNA COSTOLA DELL’UOMO.

Né sopra, né sotto.

Ma affianco

Ed è quello l’amore che ci meritiamo.

Camminare affianco all’uomo quello vero, quello che ci abbraccia per scacciare ii gelo.

Quello che ci vuole irriverenti, ironiche, libere e selvagge.

Ma non vi posso negare, che il primo vero calore, Viola lo riceve da altro.

Da qualcuno con un pelo morbido che di tutte le nostre tristi e patetiche pippe mentali, se ne frega.

E sono quegli occhi innocenti come l’anima non sfiorata dal male, che ci permettono di alzarci in piedi e ricominciare.

Non vi negherò la verità: Sono stata cattiva è un libro che ferisce.

Ma se dalla lettura, voi ragazze vi incazzerete, e andrete fiera contro questo sistema che ci vuole bambole… Allora la scrittura non sarà stata vana.

Siete Dee.

Non scordatevelo mai.

E il domani è fuori vista

Ed è triste essere soli.

aiutami tu a superare questa lunga notte.

Demi Lee More

“Il donatore di musica” di Marco Marziali, Augh! edizioni. A cura di Ilaria Grossi

Leggere “Il donatore di musica” è un po’ come lasciarsi condurre in un labirinto in cui ciascun personaggio segue il filo rosso della musica, un flauto su cui sono incise delle iniziali e un libro di filosofia.

Marco è un dottore e cura piccoli pazienti, è fortemente provato per l’imminente chiusura del suo reparto, al Nono Piano della Torre Sei e della Fondazione per la quale ha dedicato dieci anni della sua vita.

La musica è il suo sostegno grazie anche ad un’amicizia molto speciale con la pianista iraniana Hajar, purtroppo malata di talassemia, tra loro un’amicizia che si nutre di passione reciproca mai confessata e grande ammirazione.

Sarà un “donatore di musica” dall’ospedale di Berlino, dopo aver donato il midollo a dare via a questo inizio di percorso, dove si intrecceranno le storie di Francesco, Giulio, Alberto e una giovane studentessa Martina.

A Berlino c’è qualcuno che li sta aspettando e alla fine di questo labirinto fatto di paure, insicurezze e dubbi, il filo rosso della musica stringerà i loro polsi, perché ci sarà ad attenderli una persona che cercavano da tempo ed è lì per loro.

Lo stile di Marco Marziali è fluido e diretto, rende la lettura piacevole e con grande sensibilità e dolcezza ci conduce alla fine di questo labirinto.

Buona lettura Ilaria per Les Fleurs du mal blog letterario

“Il mio vicino invisibile” di di Shealynn Royan, (Traduttore Veronica Todaro). A cura di Micheli Alessandra

Nonostante la mia immeritata fama di snob e di esigente è facile conquistarmi.

Un gatto sulla cover.

E dei adorabili gommini a dividere ogni paragrafo.

E un sornione rumore di fusa a coronare il tutto.

E mi avete conquistata.

Certo la storia deve essere credibile.

E deve andare un po’ fuori gli schemi e titillare quel senso romantico un po’ da vecchia signora.

Quella che seppur tra gatti acciambellati, tra tè profumati, credono che la bellezza non sia degli occhi ma dell’anima.

E in questo tempo fatto di addominali, di foto selfie e immediatezza, io mi ci ritrovo poco o male.

Detesto immortalare la perfezione in quanto amo la meraviglia di lineamenti affato regolari.

E’ nell’imperfezione, nel rumore che accompagna il messaggio che io ritrovo la vera essenza dell’esistenza.

Come direbbe una poetessa che amo molto è negli angoli che gli angeli si muovono.

Ecco perché rifiuto quei libri pieni di bad boy.

Bad che parola orribile e cosi volgare.

Che rifiuto palestrati machi e addominali scolpiti, algide idiote che cadono davanti a un movimento di bacino.

Non fa per me scusate.

Adoro il sono di una risata sincera.

Il profumo della scoperta.

Quell’innamorarsi di una parola, di una voce o di un gesto.

Perché per quanto oggi è interesse del re sul trono farcelo credere, l’amore non è ai nato dal fisico, dall’ormone o dal testosterone.

Ma dalla mente.

E la mente è un meccanismo raffinato.

Si nutre di sensazioni più che di immagini.

Che non saranno mai uguali al reale.

Per la mente il reale non esiste affatto.

E cosi ci sono storie che raccontano di essersi innamorati per lettera.

Su quei fiumi di inchiostro hanno sospirato versato lacrime e sogni.

In fondo lo riscopriamo con quella voglia di parlarci attraverso poesie e canzoni, in quella chat che è il nuovo epistolario di una generazione che è come un adolescente imbronciato: finge di essere adirato con il mondo, ma la notte dorme abbracciato al suo orsacchiotto di infanzia.

E cosi il vicino invisibile è un po’ la storia della bella e la bestia.

Perché Roxanne deve andare oltre, usando sensi diversi dalla vista.

L’odore.

Il suono.

Il tatto.

Il contatto.

L’immaginazione.

E diviene una storia deliziosa.

Profonda quanto basta, ma con quel sapore di dolce alla cannella che non ti lascia più andare.

E poi c’è un gatto.

E beh scusate ma io a quelle palle di pelo non so resistere.

Perché sono dei saggi.

Altro che new age o guru.

A loro non serve la vista per amarci.

Serve solo il nostro odore

E la certezza di mani calde che strofinano il loro pelo.

Lo sentono l’amore.

Perché quel sentimento si avverte e basta.

forse dovremmo iniziare a imparare da loro.

E da Roxanne che impara quanto sia più bella la lentezza dell’immediatezza di una vista, che spesso ci ostacola.

Ma il mio amore resta lui.

Grisouille.

Il miglior protagonista di tutto il libro.

Di ogni libro che ho letto.

E se volete sapere chi sia…beh leggetelo.

Insomma leggete ogni tanto qualcosa di bello.

La bellezza mica si paga.

Approfittatene.

“Solo la verità.1837” di Octavia K. Sour, Io me lo leggo. A cura di Alessandra Micheli

Eccoci finalmente giunti al secondo capitolo della toccante vicenda di Lawrence e Lee Ann.

Abbiamo lasciato i nostri due eroi in preda al dolore più profondo: Lee Ann sembra aver scelto, rassegnata forse al matrimonio imposto con il fratello Terence.

Accomodatevi, miei lettori.

Sarà un viaggio tra morbidi abiti di crinolina, tra dolore e tra convenzioni, laddove la verità sembra un miraggio cosi remoto ma che, improvvisa vi colpirà con il suo duro pugno, senza lesinar affatto una certa durezza.

Lividi lascerà sul corpo esterrefatto, eppure come sempre accade in letteratura sarà da quei lividi che Lee smetterà di essere la fragile damina del vittoriano per diventare…donna.

Perché finora Lee cosi romantica, cosi composta, con quella fantasia persa tra le stelle e quel suo adorabile naso sui libri ci è apparsa affatto protagonista.

Essa lasciava che la pioggia la sfiorasse sorridente e silente.

Lasciava il suo destino in mano a altri.

Lasciava persino che le imponessero chi amare.

Non sposare, quella era una convenzione assoldata e quotidiana.

Ma l’amore, ahimè è faccenda diversa dal matrimonio.

E’ un segreto fatto di sussurri e sospiri, di mani che si sfiorano scambiandosi un libro.

Occhi che scrutano nel silenzio di una notte senza luna, affinché il buio protegga gli amanti.

Lee Ann in un primo tempo non esiste.

Sorride.

Ma la sua mente è lontana.

E’ sposata, ma la sua anima è muta.

Esiste, si lascia andare alle correnti, ma non nuota.

In questa prima fase è Lawrence, il nostro eroe perfetto a contendere lo sguardo remoto di Ann con il torbido fratello Terence.

Maturo e serio uno, torbido e tormentato l’atro.

Amante degli scherzi il secondo, posato e legato al libro il primo.

Lee Ann li osserva, ma non proferisce parole.

E al pari della sua parente alla lontana, la terribile Fanny Price di Mansfield Park non lascia impronte sulla terra.

Sembra che una coltre di neve le protegga i piedi.

Sembra quasi irreale appartenente a un altra dimensione, di passaggio come se in fondo, questa vita non le interessi affatto.

Finché il libro stesso si ribella a questa eroina cosi evanescente.

E decide di mescolar le carte. E cosi la parola prende il sopravvento e con una penna affilata scrive un altro capitolo.

E il libro cambia.

Improvvisamente la passione scende dalle regioni remote dell’anima e si impossessa della carne.

E Lee Ann esiste.

Nonostante quel suo scendere sulla terra le ferisca il cuore, le mani e i piedi.

Camminare sula terra, sui suoi sassi ahimè procura dolore.

Ma è in quel momento che Lee Ann vive.

E inizia finalmente a decidere.

E in fondo è non l’amore, ma la sofferenza di quello non vissuto, impossibile e desiderato a darci la spinta per cambiare la mente, la visione e di conseguenza la vita.

E cosi la verità finalmente può illuminare volti con la sua luce affatto radiosa ma essenziale.

Se cercate un libro immediato, trasgressivo e irriverente, questo non fa per voi.

E nella lentezza che si svela la vera bellezza.

Quel cercare il senso sfogliando le pagine.

Quell’assaporare le emozioni in modo pacato, sapendo che, prima o poi esse si riveleranno a te.

Questo è un libro per anime che hanno bisogno di eleganza.

Di bellezza.

E amano il tempo.

Anzi non lo considerano reale.

Per loro il libro lo sospende.

E allora non esiste più la fretta.

Ne l’ingordigia di chi mangia di fretta senza…assaporare.

Ritrovate il ritmo.

Il gusto.

La meraviglia incantata dei sensi che si risvegliano.

La gioia di vibrare.

Con calma andate a svelare ogni verità.

Lenti.

Ma sicuri che alla fine di ogni percorso il sole irrompe tra le nuvole.

Perché solo ai forti è concesso il vero amore.

Se sei abbastanza forte per l’amore

Bimba io sono più duro degli altri

Bruce Springsteen

“Acqua del Bosforo” di Elsa Zambonini Durul. A cura di Alessandra Micheli

Io ho sempre credito che il passato significhi vivere la meglio il presente e crearsi un futuro pieno di probabilità

E la ricerca delle origini che stimola l’universale a dari le risposte che mancano per completare il tuo tassello interiore.

E analizzare quindi i perché ricercare le motivazioni che hanno portato i nostri antenati a agire è un po’ come sbrogliare una matassa di bellissima lana, ingarbugliata da qualche gatto dispettoso.

Perché ritrovare se stessi non significa tanto compiere un simpatico, etnico atto di fede nella new age.

Significa guardarsi allo specchio.

E il passato rappresenta ogni elemento che compone il viso, quello che però non è riflesso nel fisico ma nella mente.

E cosi Lisa in questo nuovo capitolo della trilogia della Zambonini si trova a far i conti con due scomparse entrambe capaci di stimolare ricordi sopiti.

La prima è un po’ l’archetipo di Caino e Abele, due fratelli due parenti che in fondo sono troppo diversi.

Uno accettato dalla società e uno più “ribelle”.

Tanto che da quello scontro anche sanguinario verrà fuori la società cosi come noi la conosciamo.

Spesso i simboli usati in questi libri non rappresentano semplificante conflitti familiari, ma due differenti stili di vita, ognuno incapace di concepire l’altro.

Uno più probo, ligio alle regole, perfetto nella sua adesione totale al politicamente corretto.

L’altro che rompe ogni confine, che travalica i limiti del bon ton.

Ma che serve per far si che la vita non si appiattisca.

L’altra scomparsa è la sorella perduta, un archetipo antico come il mondo.

E’ la femminilità braccata, usata e uccisa dal potere maschile che, in fondo non l’accetta e non può accettarla.

E’ attraverso questi due archetipi che Lisa compie l’ultimo passo per diventare Donna.

Ha cambiato tutto.

Vita, abitudini e abbracciato una differente civiltà che ha toccato corde nascoste nel suo essere.

Ha iniziato a costruire il puzzle della sua esistenza attraverso il passato, spesso fatto di incomprensioni, di pregiudizi e di stereotipi.

Adesso deve affrontare il tema della genitorialità imperfetta, e del difficile ruolo che hanno ordine e disordine nella sua vita.

Ultimo tassello è anche la scoperta di quanto il maschile, impersonato da Emre, spesso causi una sorta di ferita nella femminilità.

Quello che è rigido, dominante, impositivo mal si adatta con la natura misteirosa e sfuggente, saggia ma folle dell’altra faccia della luna.

E sarà forse un gatto nonché la sua capacità di scovare la verità dietro ogni bugia a far comprendere che, dietro ogni archetipo si cela un essere umano.

Che in fondo i valori del maschile e del femminile spariscono di fronte a un valore che li unisce e li rende coerenti: la compassione.

E allora ogni maschera cade.

E il dolore divine davvero salvifico.

E lisa crescerà.

Diventando davvero donna.

Sullo sfondo del testo, echeggia una tragedia: il Vajont.

Quella diga che oscurò la capacità umana di fermare le acque causando immani tragedie.

Come a dirci che la natura, che le emozioni, sono più forti di ogni nostro tentativo di domarle.

E allora basta solo rassegnarsi a essere meravigliosamente imperfetti.