“Fuga da Parigi” di Stephen Harding, edito da Newton Compton. A cura di Francesca Giovannetti

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Un resoconto storico diventa un romanzo, un romanzo che avidamente leggiamo con la consapevolezza di conoscere persone e non personaggi.

Un’opera incredibile, con una ricostruzione documentata in maniera certosina.

Ogni nome, luogo, particolare di guerra, è ampiamente spiegato nelle numerose note alla fine di ogni capitolo. Impensabile poterne fare a meno, in quanto aumentano, se ce ne fosse il bisogno, il senso di realtà che il libro merita.

Non si tratta di una storia d’amore nata in tempo di guerra fra due personaggi scaturiti dalla fantasia di uno scrittore e resi verosimili da fonti generali. Assolutamente no. Questa è la storia del soldato Joe Cormwell, statunitense, e della parigina Yvette Morin.

Joe precipita con altri compagni, abbattuto dalle  forze tedesche e la famiglia Morin, che fa parte della Resistenza francese, aiuterà nella fuga lui e decine di altri soldati alleati.

Questa è la storia di una Parigi snaturata, piegata, deformata dalle visioni naziste del Fuhrer.

È Parigi, ma è come se non lo fosse; le svastiche sono ovunque, si sente parlare tedesco, si vedono uniformi straniere.

Una resa amara, capitolata per salvare la Francia, ma a cui il popolo francese si ribella. Nascono quindi le associazioni della Resistenza, uomini e donne che rischiano la vita per un amore di patria che va oltre la paura della morte.

Un concentrato di saldi principi che non tramontano, un’armata segreta coraggiosa che non scende a compromessi. Il cuore pulsante della Francia.

L’incontro fra Joe e Yvette nasce in un rifugio segreto per soldati: profondo e improvviso come solo in tempi disperati può accadere ma con l’amara consapevolezza della insita fragilità.

Colpisce al cuore, questo libro, per l’atmosfera ricreata con minuziosa dedizione. Traspare l’umore di Parigi, splendida città deturpata, traspare lo sbigottimento, l’angoscia, il senso di impotenza di decine di soldati abituati  alla prima linea e costretti alla clandestinità, traspare l’indomito coraggio della rete della Resistenza pronta a tutto.

Un mondo crudele e surreale.

Ma è quello che accadde, loro sono persone.

Uno scritto che forse indugia su troppi particolari ma senza i quali sarebbe una racconto come tanti. Questo non lo è: è personale, intimo, vero.

L’autore ha incontrato Yvette, ci ha parlato l’ha avuta davanti a sé. La scena non è descritta ma è come se lo fosse, è lì, vivida, davanti a un lettore incredulo, triste ed esasperato dall’atrocità del conflitto.

Yvette Morin ha parlato con Stephen Harding.

Forse per la prima volta nella mia nuova vita di lettrice digitale,   ho rimpianto di non avere l’edizione cartacea di questo volume.

Per me il libro non è la carta, il libro è il messaggio, il senso, l’emozione che mi suscita, ma qui, alla fine del volume, mi sono trovata ad accarezzare sullo schermo le fotografie dei Joe e Yvette, a scrutarle, a penetrarle con lo sguardo per cogliere ogni loro sfaccettatura: è difficile non desiderare di toccare quelle foto dopo averli conosciuti. Perché è questo che Stephen Harding riesce a fare: ci rende parte di quel mondo non poi così lontano.

Questo non è una storia d’amore o un thriller.

Questa è la realtà che visse Parigi, che visse Yvette, che visse Joe, che vissero decine e decine di soldati in cerca di salvezza. È una storia di salvezza, coraggio e Amore : per la patria, per la famiglia, per lo straniero.

“Il mistero di Ash” di Victoria M. Shyller, Segreti in giallo edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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Mettiamo un villaggio isolato tra le montagne.

Mettiamo sparizioni strane che odorano di zolfo.

Vittime innocenti, per questo capaci di scatenare il nostro più profondo dissenso.

Immaginiamo strani investigatori con capacità quasi, e sottolineo quasi naturali.

Nebbia, tuoni, oscure presenze che osservano, mutilazioni e arcani segreti.

Immaginiamo un villaggio che ma che non ha il coraggio di svelare il segreto.

Rendendolo cosi immenso forse troppo per essere contenuto in un solo luogo.

Rendendolo pari a una nebbia mefitica che rischia di espandersi in ogni anfratto, investendo altri villeggi, altre realtà rendendo l’orrore qualcosa di vivo e tangibile.

Non più un mistero custodito da pochi, ma realtà fatta di demoniaci ghigni, che mano mano riescono a diventare grida sempre più assordanti.

Sono questi gli ingredienti di un libro che sicuramente è capace di suscitare forti suggestioni, che oscilla tra il gotico e l’horror e che, sono sicura non vi lascerà affatto indifferente.

Il ritmo è lento, incalzante quasi come un oscura nenia, ripetuta come un incantesimo oscuro, capace di sciogliere ogni razionale resistenza e parlandovi di ammuffite cripte dove l’orrore vine custodito, di una brutalità arcana ma sempre presente.

Ci parla di sprezzo per la vita e di una strana famelica voglia che ci domina da tanto troppo tempo, quello di uccidere la purezza, a ogni costo.

Un baratto troppo conosciuto da chi come me non teme di scendere nell’abisso e capire cosa davvero si cela dietro il sorriso e l’apparente perfezione di questa strana creatura umana.

Ma cosi capace di meraviglie e di alte filosofia, capace di scrivere poemi o libri cosi belli, eppure cosi attirato da sangue e violenze nascondendo questa demoniaca brama magari sotto l’egida della scienza.

Il Mistero di Ash ci catapulta in una realtà parallela e al tempo stesso di ogni giorno, perché di villaggi come Ash ne ho visti a bizzeffe.

Ognuno con il suo cassetto di scabrosi segreti da tutelare.

Ognuno legato da un patto di omertà impossibile da spezzare.

Ognuno capace di far prosperare il male con il peggiore dei vizi.

Il silenzio.

Ash è al tempo stesso solo un libro eppure la nostra stessa essenza di esseri incorruttibili ma però capaci di farsi corrompere, ogni santo giorno, ogni attimo ogni istante.

E forse leggere quasi con ossessione questi libri è il mio modo per rispondere alla domanda che preme sempre di più nella mia coscienza: perché?

Perché creare realtà in cui il mistero non è altro che complicità?

Perché fingere e voltarsi dall’altra parte.

Perché lasciare che la bellezza dell’infanzia venga usata da tanti troppi senza scrupoli?

Non so se Il mistero di Ash sarà in grado di rispondere alla mia domanda, ma senza dubbio importante è cercare. E avere il coraggio come Delvin di scendere nella cripta segreta…

cosa troverà?

Beh spero di scoprirlo con voi.

Quindi mia adorabile Victoria M. Shyller vedi di non lasciarmi cosi sospesa.

Dall’amore sconfinato che sento per te, posso passare all’odio più cupo!

“L’amore al tempo della musica” di Giulia esse, Io me lo leggo editore. A cura di Francesca Raffaella Carretto

L'amore al tempo della musica- Giulia Esse

 

Penso che la musica contenga una libertà, più di qualsiasi altra arte, non limitandosi solo alla riproduzione esatta della natura, ma ai legami misteriosi tra la natura e l’immaginazione.

Claude Debussy

Ed eccoci ad affrontare un viaggio nel tempo e in quei legami e quella libertà di cui ciascun individuo necessita, anela e stringe tra le dita; è un viaggio in un passato che vive di fasti e decadenza, quasi noncurante di ciò che accade attorno, e piegarsi al destino è quasi inconcepibile.

Un destino in cui si è ingabbiati, e dal quale si può comunque essere liberi, o cercare di esserlo…

E quale più bella libertà, se non quella di vivere senza remore e costrizioni e in modo completo il trasporto per una passione che giace sopita nel cuore, mutilata, ma che freme scorrendo nelle vene per un senso di incompletezza.

Anna è una giovanissima sposa, e riconosce la musica a orecchio ma non sa leggerla. Sposata a Lorenzo, musico forse mediocre, ma grande visionario e idealista, i due vivono il loro amore a Vienna; eppure il destino, ma in realtà i debiti dell’uomo, costringono i due sposi a una fuga da Vienna, verso Venezia, città dove vive lo zio di Lorenzo, quel Fosco Candiani grande musicista alla cui ombra è vissuto il nipote..

E in quella Venezia, la Serenissima, i cui fasti sono ormai quasi al declino, se pure ancora è forte per i Veneziani il senso di splendore della loro città, si svolge la storia raccontata da Giulia Esse, e che lega i personaggi alla musica e a quello che potremmo definire un vero e proprio riscatto.

In questo romanzo sono raccontati in modo minuzioso i Veneziani e la città. Vizi, vanità, virtù,ma anche sentimenti di riscatto e voglia di conoscenza, tutto raccontato con garbo e con un linguaggio elegante, di grande raffinatezza e mai volgare che consente di immergersi in una realtà storica importante e in una vicenda quasi reale e tangibile. Anna viene abbandonata dal marito nella casa di Fosco, lo zio che tanto odia e che lo considera una nullità, ma che è l’unico che potrebbe garantire sicurezza alla sua sposa. Lei è quindi costretta a una convivenza forzata con un uomo dal carattere forte e dalla personalità ingombrante, un egocentrico che tronfio della propria capacità, non vede, inizialmente Anna, se non come sposa ingombrante di un nipote, pur tanto amato, ma che si rivela il suo fallimento.

Ebbene Fosco, nonostante un atteggiamento ostracista e indisponente dovuto al suo spiccato narcisismo, che a ragion veduta lo vede protagonista della sua vita nel clamore dei suoi successi di compositore acclamato, ama molto il nipote perchè l’unico legame vivente con l’amata sorella defunta. Eppure Lorenzo non riesce a leggere il cuore dello zio che, se pure cerca di spronarlo forse in modo sbagliato, ha per lui affetto, che purtroppo cela dietro rimproveri e un atteggiamento duro e sprezzante.

Eppure, anche Lorenzo non è da meno, a dispetto dell’umiliazione bruciante che vive nella consapevolezza del rientro in quei di Venezia, al cospetto dello zio.

Venezia è in declino, prossima alla disfatta, eppure la sua gente ancora non ne è pienamente consapevole e continua a vivere in quell’illusione della Serenissima onnipotente e invincibile, non riconoscendo i segni della disfatta imminente.

E intanto, si snoda in questo contesto la storia creata dall’autrice Giulia Esse, in cui i protagonisti mostrano tutte le loro debolezze, i vizi e le virtù, in un effimera vita di fasti.

Anna, si trova rinchiusa in una gabbia dorata, senza la possibilità di scegliere della sua vita. Ma il suo carattere, la sua tempra indomita quasi, ribelle alle convenzioni, la spinge a darsi forza e a elaborare un piano al fine di poter abbandonare un luogo a lei non congeniale. Anna non avendo mezzi per tornare a Vienna da sola, prende una decisione quasi folle, soprattutto se la si contestualizza al tempo in cui si svolge la storia, e decide di diventare indipendente. E lo fa interpretando la parte di suo marito. Veste i suoi panni, impara a muoversi come un uomo, si muove come Lorenzo nei salotti bene veneziani, forte del nome del marito e del legame con Fosco.

E con questo stratagemma, Anna si sente forte e potente, in grado di vincere, di ottenere quella libertà cui ha sempre anelato, quella della parità tra uomo e donna, quella del poter vivere di musica, senza sentirsi costretta in una gabbia, quella di esser donna.

La mia vita da quando sono qui è cambiata e ho dovuto riacquistare una libertà che altrimenti non avrei ottenuto. Se per avere la libertà devo vestirmi da uomo, ebbene continuerò a farlo. Sarò moglie e sarò marito; sarò fede e sarò peccato; sarò verità e sarò menzogna; sarò donna e sarò uomo

Eppure Anna ancora non comprende che la vera gabbia non è l’esser donna. E quindi forte del nuovo ruolo, interpreta la parte di un uomo, del suo amato marito, con tutto ciò che ne consegue. Ma questo lo potrete scoprire addentrandovi nelle pagine delicate e belle del racconto che ci ha sapientemente regalato Giulia Esse

La storia si fa avvincente man mano che si procede con la lettura, che grazie a un linguaggio elegante e raffinato e ricco ci trasporta in un periodo forte e intenso, per gli eventi storici e per l’evolversi delle dinamiche raccontate con garbo dall’autrice.

Il romanzo è di fatto ben scritto, scorrevole ed emozionante, e dà corpo ai personaggi che sono perfettamente in linea con la storia e col contesto; ed è una storia che tratta, anche, la condizione delle donne in un periodo forte, in cui la Serenissima, e il suo popolo tutto, era lontana dal vero Illuminismo.

Non si tratterà più solo di gabbia sociale, ma di una ricerca interiore di sè, da parte di tutti i protagonisti che prenderanno atto della loro vera forza e del loro valore, seguendo quella che è la loro coscienza e non più le costrizioni delle regole sociali, o la reputazione agli occhi degli altri.

Anna e Fosco hanno caratteri diversi, eppure la musica li avvicina, li svela, li esalta.

E questa storia si dipana agli occhi della Laguna, in una Serenissima vicina al duo declino, e da qui tutto cambia e continua in una nuova identità.

Lascio a chi sceglierà di immergersi nella lettura, il piacere di scoprire quanto la musica e la coscienza umana possono essere vicine e dar vita a un nuovo mondo, libero… magari anche grazie al potere liberatorio della musica.

A chi sarà incuriosito e lo sceglierà, buona lettura!

“Vita mia che esplodi” di Fabio Baronti Augh Edizioni. A cura di Ilaria Grossi

 

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Esistono occhi che stanno a osservarti solo fino a dove arrivano. Poi ci sono occhi che, quando ti osservano, sanno andare oltre. Oltre ogni ostacolo o barriera. Dentro”

La storia di Demetrio entra in punta di piedi, le sue estati spensierate con i nonni a Castelrotto, l’amicizia con Martino, quell’amico a cui voleva tanto somigliare, sicuro di sé e spavaldo, lui che invece era un ragazzino di 10 anni introverso e timoroso.

La morte dei nonni, a distanza di pochi mesi è l’inizio di una discesa e crisi personale.

A 20 anni, Demetrio potrebbe essere un ragazzo invidiato dai suoi coetanei, un posto fisso in banca e l’indipendenza economica tanto decantata dal padre, eppure c’è qualcosa che non permette a Demetrio di vivere la sua vita come vorrebbe.

Tante paure e incubi ricorrenti e il rapporto con i genitori, assenti per lavoro e con i loro pensieri quotidiani. Demetrio non è felice e per niente soddisfatto del suo lavoro.

Una rapina in banca, evento fortemente traumatico per Demetrio è solo l’inizio di tanti malesseri dal punto di vista fisico e psichico, non riesce a risollevarsi e vive come spettatore passivo la vita che continua ad andare avanti ma non con i suoi tempi. La chiamano depressione.

Perchè ero rimasto da solo, perché era come se la luce si fosse improvvisamente spenta e in mezzo al buio mi trovassi a muovermi con le mie gambe che ancora non sapevano quale direzione prendere?

Era questo il mondo fuori, il tanto decantato futuro?

Provaci tu a non andare a sbattere”

 

Grazie all’amica Consuelo, Demetrio prende consapevolezza di aver bisogno di un aiuto, qualcuno che lo ascolti davvero e non si limiti ad analizzarlo.

Ci sarà un incontro, sarà fondamentale.

Un romanzo che spiega, tra le pagine del libro, una storia forte che vuole uscir fuori con tutta la forza che possiede.

Quando si tocca il fondo, ci sarà sempre una forza capace di “esplodere”, si chiama coraggio.

Il coraggio di ammettere le proprie paure, di combattere i propri demoni, di dire io sono così, di cambiare, di lasciar andare ciò che fa male e cambiare direzione per trovare quella giusta per noi.

Abbi cura di te.

Torna a sorridere, 

Mamma”

 

Grazie Fabio Baronti, è una storia che non dimenticherò soprattutto in questo periodo non facile per nessuno, pieno di paure e timori per il futuro.

Ho riscoperto uno stile narrativo più maturo e consapevole, sei riuscito ad arrivare dritto al cuore con grande sincerità e sensibilità, due caratteri del tuo stile che ho avuto il piacere di conoscere in “Insegnaci come si vola”.

Complimenti Fabio Baronti.

Buona lettura 

Ilaria Grossi per Les Fleurs du mal blog letterario

“La svolta” di Anna Maria Castoldi Guseppe Milanesi Miriam Donati, Edizioni Convalle . A cura di Alessandra Micheli

La svolta-Anna Maria Castoldi Miriam Donati Giuseppe Milanesi

 

Cos’è il destino?

E’ la domanda che mi faccio da un bel po’ di tempo.

Esiste una predestinazione?

Siamo noi a decidere il tracciato del nostro esistere?

O tutto qualcuno in alto beffardo, crudele, assurdo ci manovra come burattini?

Le vite raccontate in questo libro straordinario possono rispondere a ogni nostro quesito.

Non esiste un libro su cui qualcuno scrive il nostro inizio e il nostro finale.

Siamo noi stessi a farlo.

Prendiamo la penna e iniziamo a raccontarci, senza essere consapevoli di terrori notturni, di atroci fardelli e di assurde convinzioni inserite a forza dalla macchina societaria.

Nasciamo convinti di non meritare amore, compassione o di doverci sudare ogni traguardo.

Nasciamo allattati dalle idee di sacrificio, dagli assurdi pregiudizi che nessun altra vita è possibile fuori dalla nostra piacevole o meno, zona di comfort.

Siamo convinti che amore equivale a lusso, a benessere, fino a scordarci che qualcos’altro preme per poter avere lo spazio che merita: la nostra anima.

Siamo convinti che è il corpo la merce per barattare noi stessi, resi oggetti da questo sistema scellerato.

E cosi molti di noi viaggiano sui binari stabiliti da qualche arconte che se la ride. Felice di aver ingabbiato la creatura fatta immagine e somiglianza di dio, quella capace di nominare il mondo e di dar vita alla creazione di Elohim.

Quello che ha sfidato gli dei per riprendersi il fuoco e che ha trasgredito gli ordini insensati di Jahvè.

Quello che ha osato andare oltre il limite fino a annullarlo.

Ecco i protagonisti di queste storie che si intrecciano a si confondono sono i ribelli che lasciano le maschere dove devono stare, nelle cantine ammuffite e tornano, piano piano, a riappropriarsi di se stessi.

In un autentico, doloroso e sconcertante percorso di crescita.

Ecco che la vera svolta avviene quando prendiamo coscienza di un segreto da troppo tempo celato ai nostri affamati sguardi: siamo noi a dover scrivere il finale di ogni storia.

Siamo noi a impugnare inchiostro a calamaio.

Siamo noi i protagonisti e mai comparse.

In uno scenario quasi teatrale dove a ciascuno è stato assegnato il ruolo che alla società serve, i meravigliosi protagonisti iniziano a uscire fuori dalla scena consueta, a osservare e osservarsi e decidere che in fondo si possono anche tentare altri percorsi.

Si può tentare la svolta.

Cambiare significa soltanto imparare a osservasi allo specchio, a vedere qualcosa che va oltre il lineamenti, oltre le apparenze.

E cosi possiamo ritrovare la purezza necessaria a rendere ogni istante, ogni attimo, una vera opera d’arte.

Qualcosa che non finirà neanche con la morte e che invece continuerà in un incessante ripetersi ai atti che avranno il vero, autentico sapore della libertà.

La svolta è un libro che parla a noi e che in fondo racconta la segreta storia di ognuno di noi.

Che in ogni difficoltà, in ogni ferita può trovare la forza di guardarlo in faccia il dolore e scegliere come su esso costruire una vita meno banale, meno anonima, meno finta.

Un libro che consigli a tutti, da leggere con attenzione, gustando ogni magica parole, ogni frase e ogni scena, cosi come si gustano le belle giornate di sole e si gusta l’odore di salsedine che dal maestrale sale fino a noi.

“Dittico del sangue” di Andrea Biscaro, Eretica Edizioni. A cura di Alessandra Micheli

Dittico del sangue- Andrea Biscaro

 

Ci hanno in segnato che il demonio è un terribile essere soprannaturale da evitare.

Ci hanno insegnato che Lucifero è caduto dall’infinito, perché voleva essere pari a dio.

Ci hanno insegnato che per avere la luce dobbiamo soffrire, pentirci e mendicare un perdono per un peccato atavico: quello di scelta.

Noi in questa vita cosi perfetta e civile ci stiamo fustigando perché un giorno una donna si è domandata se quel dio minore, che le aveva imposto il divieto di sperimentare, osare e scoprire da sé la verità, fosse o no menzognero.

E così sedotta da un serpente per troppi considerato viscido e infido, le ha detto: ” ehi bimba! Non morirai se mangi la mela!”.

Semplicemente torni a essere quella divinità che, per gelosia, è stata privata della libertà non solo di scegliere, ma di sognare, immaginare, creare e viaggiare tra i mondi.

Quello che il nostro amabile Jahvè voleva era toglierci l’immaginazione.

Troppo caotica, troppo libera, troppo ribelle per un essere che doveva, in fondo essere lo schiavo per venerare un essere insicuro e per questo arrogante.

E così facciamo da troppo tempo.

Veneriamo l’autorità, veneriamo il dio denaro, o colui che si pone sopra di noi, facendoci sentire satelliti che ruotano attorno alla luna.

È una delle frasi più aberranti che ho mai sentito.

Specie da donne che, eredi di una Eva con i contro coglioni, cedono la loro sovranità al modello maschile di turno.

Cedono tutto.

Creatività, capacità di avere tra le mani la vita e la morte.

E così quando ho letto “Dittico del sangue”, mi sono emozionata e sentita non impaurita, ma attratta, dal dio dai piedi caprini.

“È il diavolo!” Urlerete voi.

“È la parte selvaggia, pura, unica di noi.” Vi rispondo.

È quel dio pan che cantava stornelli irriverenti e sconci mentre vagava felice e libero, libero come non saremo mai noi, nel bosco.

Libero anche in catene.

Libero nonostante i secoli oscuri che lo avrebbero trasformato in un caprone dai mefitici afrori.

Libero come lucifero, reo di aver detto al dio minore io sono come te.

Deciso a non abbassare il capo e sfidare il sole.

Deciso a cogliere appieno l’invito della vera divinità, Elohim, che ci donava i suoi preziosi trucchi per raggiungerlo.

Vino, musica, amore e sesso.

Tutti elementi che facevano brillare di orgoglio i nostri occhi, di fierezza alzare le stanche membra e iniziare a protestare contro quella prigione chiamata realtà.

Vino che scorre nelle vene e ci fa oltrepassare quel velo messo lì a convincerci che esiste una sola dimensione, un solo mondo, una sola nostra faccia.

Che ci fa osservare il Pan dai piedi caprini come se fosse lui stesso l’orrore.

E, invece, l’orrore il vero male è rendere un essere fatto più su di stelle e gloria terribilmente pavido, stupido, incapace di pensare, che corre dietro la primo stronzo con la verità in mano.

E allora ben venga il sangue della terra, quel vino che ci fa apprezzare l’estro creativo, liberandolo da troppi muri, troppe paranoie, troppi ma e se.

Perché è l’oscuro dio Cerunnos, lui che canta tra le selve a donarci la chiave per aprire la cantina dove siamo rinchiusi da troppi millenni.

E imparare a godere, sì, godere, che brutta parola, dei piaceri che la terra si offre. Ma siamo stati manipolati da troppo tempo, convinti della crudeltà della parte istintiva di noi.

E così la soffochiamo o peggio la rendiamo cenere.

Rimanendo disperatamente soli, privi di un gioia chiamata anima.

E allora se vi capita di ereditare una casa che profuma di salsedine, con una strana presenza, non abbiate timore.

Bevete il vino che vi offre e danzate sotto i raggi della luna divenendo per una volta almeno, ciò che siate nati per essere: piccole meravigliose divinità, tanto amate del dio Elohim.

Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita,

la luna e le stelle che tu hai fissate,

che cosa è l’uomo perché te ne ricordi

e il figlio dell’uomo perché te ne curi?

Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli,

di gloria e di onore lo hai coronato:

gli hai dato potere sulle opere delle tue mani,

tutto hai posto sotto i suoi piedi;

tutti i greggi e gli armenti,

tutte le bestie della campagna;

Gli uccelli del cielo e i pesci del mare,

che percorrono le vie del mare.

Salmo otto

Quando ci ricorderemo della nostra grandezza?

Quando smetteremo di sentirci fragili foglie al vento, in balia di forze troppo grandi per noi?

Quando inizieremo a camminare con passo lento e regale per il mondo?

 

“Appunti. A bordo della Nina” di Christoper Pepi, Scatole Parlanti. A cura di Raffaella Francesca Carretto.

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La peculiarità dei libri è catturare l’attenzione del lettore, assorbirne l’interesse, trascinarlo in un’esperienza nuova, fin dentro la trama, in modo da renderlo attore insieme ai personaggi … la lettura è un piacere che va assaporato lentamente; e succede che per alcuni libri venga naturale modificare il proprio ritmo di lettura, o comunque il piacere delle lettura, in base anche al coinvolgimento nei confronti di ciò che si sta leggendo, o anche in base all’approccio a un libro, soprattutto se si tratta di un libro che in poco più di 100 pagine sviscera pensieri, speranze e timori.. ed esperienze vissute. Tutto ciò che leggiamo ha congruenza con ciò che sappiamo dalla storia.

E forse questo definisce l’attrattiva nei confronti di una lettura che ha il sapore della conoscenza.

E accade così che, senza accorgersene, si resta ammaliati, presi da quella strana sensazione derivante dal leggere un libro in un solo giorno, e in poche ore.

Senza far caso al tempo.

Senza pressioni.

E forse è tutto qui il segreto, quando qualcosa stuzzica la tua curiosità.

E quando ciò accade, si finisce a quasi ignorare il tempo che scorre.

Talvolta si può passare un giorno intero a leggere. Altre volte anche solo poche ore. Tutto sta, indipendentemente dalla corposità del libro, allo stato d’animo e al coinvolgimento emotivo, che trasporta chi legge in una dimensione parallela alla realtà.

E poi, quando si arriva all’ultima pagina, si comprende che s’è fatto proprio un nuovo capitolo di vita, una nuova storia, che ha aperto la mente, magari anche il cuore.

Ed è un piacere potersi arricchire.

E soprattutto gli storici, sono quei libri che offrono quel quid che consente di allargare le proprie conoscenze, perché dietro a tutto ciò che è servito a costruirne la trama, c’è uno studio approfondito … del tempo, dei costumi e della vita.

E “Appunti. A bordo della Niña” è anche tutto questo.

È un diario, scritto da un giovane mozzo che sfoga tra quelle pagine tutti i suoi timori, le paure, le insicurezze che pervadono il suo spirito durante quei momenti che lo vedono catturato dal periodo storico e dalla nuova avventura, ma è anche un modo per rappresentare il contatto con sé stesso, e magari con una sanità mentale che rischierebbe di essere pregiudicata nel tempo dalla solitudine, pur vivendo in una realtà dove tutti si vive insieme un’avventura, che però rischia di farsi cagione di sventure.

Cristóbal è un giovane come tanti, e nel giorno del suo compleanno viene ingaggiato per partecipare alla spedizione verso le Indie comandata da Cristoforo Colombo.

Cristóbal ha molte speranze e forse tante illusioni in merito a questa esperienza, che vive in modo accorto, staccato dagli altri perché da osservatore nota come per molti suoi compagni sia estremamente fragile l’equilibrio psichico ed emotivo.

Ogni giorno, o quasi, appunta brevemente ciò che osserva, ciò che vive; l’avventura nel suo prologo, che precede l’inizio di questo viaggio e che si fa preludio di esperienze che segneranno non solo il suo spirito, nel bene e nel male, ma anche il suo corpo; e l’epilogo, o comunque quello che forse sarà…

E nei giorni subito dopo la partenza, lui sarà quando osservatore dei vizi dei suoi compagni, quando protagonista lui stesso di momenti in cui il vizio lo attira e sé, momenti di debolezza, che cerca di evitare quasi con un isolamento che però potrebbe portarlo alla follia, se non avesse questo diario su cui appuntare tutto, sensazioni, ricordi, speranze e sogni. Ma anche insicurezze… e delusioni.

L’impresa a cui assiste non è facile, al suo diario Cristóbal confida tutto, sentimenti, voci ed animosità che serpeggiano tra l’equipaggio, moti sovversivi nascenti… ma anche momenti più delicati come la gioia di aver trovato forse un amico tra i tanti compagni di avventura, col quale poter condividere, se pur in parte, i propri pensieri.

“Se c’è una cosa che ho capito è che non sono un marinaio, non sono un avventuriero, non sono impavido e coraggioso.

Sono un pensatore solitario, sono un gran lavoratore manuale, sono un nostalgico, sono un uomo come un altro, ma non credo ci sia niente di male”

Dalla storia, conosciamo molto dell’impresa di Colombo. E Cristóbal nel suo diario ci mostra le tappe che si sono susseguite temporalmente, sino al compimento di quella che oggigiorno sappiamo esser stata una scoperta.

Ma ogni giorno ci sono nuove scoperte in questa avventura

Anche questo diario è il racconto di una storia non priva di imprevisti, quelli che certamente si sentono dai racconti marinareschi e che dalla storia sono giunti a chi legge. In questo libro breve, tappa dopo tappa, Cristóbal racconta del suo viaggio, un viaggio della speranza per lui e i suoi compagni, e vi segna ogni nuova scoperta, e tra queste anche la scoperta di sé, del proprio coraggio, delle proprie paure, ma soprattutto vi lascia il segno delle sue fragilità e delle fragilità umane, e di come l’uomo davanti a qualcosa che non conosce diviene bestia feroce.

È un diario, è la scoperta di sé, ed è acquisire anche la consapevolezza su ciò che si è.

“… non ho idea di quale piega avrebbe potuto prendere la mia vita se avessi scelto di non imbattermi in quest’avventura, ma se dovessi tornare indietro rifarei tutto, perché qualunque cosa abbia fatto finora mi ha portato a essere ciò che sono.”

Scritto bene, scorrevole e con un linguaggio pulito e semplice, come può essere il diario di chi vuol rammentare ogni momento di un’esperienza; senza fronzoli, questo libro ha il pregio di mostrare diversi lati di quella che è la fragilità umana, anche nell’ultimo malinconico messaggio

“Prego chi dovesse trovare questa lettera e questo diario di cercare a Palos de la Frontera mia madre Maria Morales, vedova di Alonso Moya. Lo prego di consegnarle questo diario, perché io potrei essere morto.”

A chi sarà incuriosito e lo sceglierà, buona lettura!

“Ilio 1184 a.C. La fine del mondo” di Matteo Palli, Silele editore. A cura di Alessandra Micheli

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Un tempo quando l’istruzione obbligatoria aveva ancora educazione civica e Annibale passeggiava con i suoi elefanti, una delle mie materie preferite, in cui modestamente eccellevo, era epica.

Non so se esiste ancora e se voi la conoscete, ma in sostanza si trattava dello studio e dell’approfondimento della narrazione poetica di gesta eroiche, spesso leggendarie.

Noi, alle medie, studiavamo e lo ricordo ancora i poemi omerici, l’Eneide e la meravigliosa Gerusalemme liberata di Torquato tasso.

Poca risonanza avevano invece i poemi Germanici come la canzone dei nibelunghi o la meravigliosa sinfonia fatta parola di Wolframn Von Eschembach.

Pur tuttavia io ero una bimba fortunata.

Non solo finivo prima dei miei coetanei i doverosi compiti, ma questo vantaggio di tempo mi permetteva di spulciare il libro e bearmi di ogni poema che, la professoressa di turno, una vecchia acida, ci faceva snobbare.

E cosi le ho apprese tutte.

Sia quelle che il sistema scolastico riteneva importantissime, sua quelle lette per mio diletto.

In più, i miei genitori avevano acquistato un enciclopedia dei ragazzi, targata Disney, che servivano per addentrarci nelle curiosità del mondo.

Il mio tomo preferito era proprio quello dedicato alle leggende, ai miti e ai poemi epici.

E cosi mi innamorai presto di Sigfrido, di Brunilde e del canto dei nibelunghi, da me ampiamente preferito, perdonami Omero e Virgilio, alle loro opere.

Perché vi chiederete mai?

Perché trovavo nella loro struttura un eccessiva agiografia (ovviamente tradotta in volgare studentesco come se la credono) che rendeva questi divini eroi troppo lontani dalla mia concezione umana, già allora dotata di arguto spirito critico. Nei poemi tedeschi, ma anche norreni e scandinavi, erano tutti meravigliosamente umani.

Anche stronzi, lasciatemi turpiloquiare un po’.

Dediti al peggiore delle depravazioni umane chiamato guerra, non già tanto per la voglia di passare alla storia, ma per motivazioni più blandamente umane, come passione, vendetta, potere e denaro.

Quindi Sigfrido era molto vicino al mio mortal sentire, esempio da non seguire ma su cui approntare filosofiche riflessioni. Si ero una rompiballe già da ragazzina.

Ciononostante il mio orecchio musicale si beava del ritmo dei poemi omerici ripetuti come un inno alla bellezza, da ricordare e tatuare sul cuore.

Cantami, o Diva, del Pelìde Achille

l’ira funesta che infiniti addusse lutti agli Achei,

molte anzi tempo all’Orco generose travolse alme d’eroi,

e di cani e d’augelli orrido pasto lor salme abbandonò

(così di Giove l’alto consiglio s’adempìa),

da quando primamente disgiunse aspra contesa il re de’ prodi Atride e il divo Achille.

E qual de’ numi inimicolli?

Il figlio di Latona e di Giove.

Irato al Sire destò quel Dio nel campo un feral morbo,

e la gente perìa

Come non innamorarsi della metrica, del sommo suono fatto parola e reso accessibile a noi, che di beltà ne sappiamo cosi poco?

Impossibile restarne totalmente indifferenti.

E cosi pur preferendo i nibelunghi, ripetevo tra me e me gli inizi dell’illiade.

Per questo ho accettato di leggere il libro di Matteo Palli.

Sapevo che sotto la meraviglia si cela l’attualità, che sotto il mito, si nasconde la storia e una storia che in fondo, non è altro che la fine funesta del mondo degli eroi.

Con le sue ferree regole di onore, di cavalleria, di rispetto anche per l’avversario. Di battaglie etiche non solo epiche, fatte per sgominare il disordine rappresentato dal re, perché la polis risorgesse pura e radiosa dalle ceneri e torni a appartenere al cittadino.

Ma questo non accadde.

La guerra, l’orribile fiera si avventò non solo su città, su regni e sui regnanti.

Ma su eroi e sentimenti, sulla meraviglia di un mondo magico e votato allo sviluppo di una comunità capace di dirigersi verso la vera democrazia.

Diventa mulinino che macina il tempo e con il tempo gli ideali, i sogni e le illusioni, rendendoli pane ammuffito con cui, oggi nutre e continua a nutrire i nostri animi affranti, lasciati in balia del potere che spadroneggia feroce. E ridente.

Perché in questa Iliade si perde l’identità con cui la somma divinità Caos, ci ha cresciuti, valori che tenteranno di rinascere nei miti cavallereschi e nel codice cosi abilmente espresso dal film Dragonheart.

Ma che resterà, purtroppo, soltanto mito.

E cosi Palli ci racconta la storia che Omero non può e non ha potuto rendere nota, che però si trova sicuramente negli angoli di un racconto che è e resta, propaganda politica.

Omero lancia dettagli, nasconde indizi su cosa davvero pensasse nell’Iliade.

Ma è Palli che coraggiosamente che con una bravura soprannaturale, guidato non solo dalle Moire ma anche dalle muse, lascia a noi lettori smalziziati, ma ancorandosi di meraviglia.

E tra le parole che scorrono veloci, Matteo inizia a sollevare il velo, lasciandoci una verità che sconvolge, a tratti intristisce forse, ma che sprona, chi come me agli eroi DEVE credere ancora.

Perché vedete è vero che qua è narrata la fine del mondo che conosciamo, delle nostre illusioni e dei nostri perché infranti sul suolo macchiato di sangue.

Ma è dalla fine che nasce il principio.

E’ dal crollo che possiamo ricostruire. Con l’apprendimento dell’orrore noi possiamo scegliere di colorare un mondo, un sistema diverso.

E allora le ultime parole dell’Iliade di Matteo sono di speranza:

La sua anima distrutta dal dolore

ha compreso che la vita può essere anche altro

rispetto a ciò che è stata per molto tempo.

L’uomo non è soltanto capace di dare la morte con la spada,

ma anche di regalare la vita con il cuore e il coraggio.

“Cura omopatica” di Paolo Varese, Seme Bianco editore. A cura di Alessandra Micheli

Cura omopatica- Paolo Varese

Anche io ho un sogno.

Cosi come lo aveva Martin Luther King.

Così come in fondo lo hanno tutti in fondo al cuore.

Sogno un mondo di mille colori, un mondo senza stereotipi, dove l’amore è solo amore, senza confini senza paure.

Sogno un mondo in cui conti solo l’odore e non la sfumatura della rosa, non  il giardino dove essa nasce, né la mano che la coglie.

E sogno un mondo di felicità assoluta perché sono convinta che chi va avanti a giudicare, separare la pula dal grano costantemente e incessantemente, non sia felice.

Non si può essere felice mettendo continuamente argini al mare.

E il mare che non scorre diviene pozza stagnante.

E il suo afrore non è dei migliori.

Vorrei un mondo in cui non si usassero le parole come armi, come spade taglienti, ma le si usassero per narrare, per raccontare immagini, per creare illusioni.

Vorrei che al posto dei pugni ci fossero gesti pieni di compassione e pietà.

Carezze e non schiaffi.

Abbracci e mai più muri.

In fondo, se Einstein stesso, scienziato che rappresentante nel miglior modo possibile il vero genio, lo affermava:

io appartengo a una sola razza

quella umana.

E da questa meravigliosa frase, tatuata a fuoco sul mio cuore, ho potuto apprezzare la meraviglia del libro di Varese.

Stavolta un libro che grida le stesse frasi che grido io.

Unione.

Condivisione.

Compassione.

Amore.

Bellezza.

Che si scaglia contro i muri e tenta a mani nude si togliere mattone dopo mattone.

Perché l’homo sapiens è l’unica realtà che abbiamo.

Non esistono bianchi o neri, non esistono appartenenti a razze diverse.

Al tempo stesso la cultura stessa e la tradizione viene spazzata via da un bacio o da uno sguardo.

E l’amore ci vede meglio di noi quando come una leggiadra farfalla si posa quasi a caso, senza distinzioni, sulle mani del prescelto.

E allora anche oggi, che la discriminazione, tutta, non solo quella verso gli omosessuali, viaggia feroce vicino a noi.

Oggi che ogni scelta, persino quella di madre natura, tenta di ostacolarci, libri del genere sono più che mai necessari.

E vanno impugnati per togliere il gelo dal cuore e farlo vibrare, di nuovo.

E far capire che le emozioni, quelle vere non possono essere ingabbiate.

E che forse è vero che

È più facile spezzare un atomo che un pregiudizio.

Ma noi ci proviamo lo stesso mai paghi mai decisi ad arrenderci.

Vogliamo farlo per Rosa Parks seduta lì, fiera come una quercia, sul posto davanti all’autobus.

Lo facciamo per Jan Palach arso vivo dalla voglia di libertà.

Lo facciamo per Mandela, imprigionato sì fisicamente, ma più libero di noi tutti, libero di pensiero, di mente e coscienza.

Lo dobbiamo a quei ragazzi del libro, ragazzi con un nome e una storia vera, che chiedono solo di essere semplicemente trattati da uomini e mai da fenomeni da baraccone.

Lo chiede quel dio stesso che ci ha posto in questa meraviglia di mondo, con la fiducia che avremmo percorso tutta la strada per arrivare al cielo e tornare a lui, con un bagaglio di amore da dividere con la sua maestosità.

Lo dobbiamo ai nostri figli che devono ereditare un mondo e non un fantoccio patetico.

E lo dobbiamo a noi, perché siamo troppo preziosi per abbrutirci e diventare semplici pedine della paura e della fragilità .

E se lacrime e se fatica

Io devo consumare

Voglio farlo per i miei fratelli

Che non dovranno dimenticare

Ogni lacrima nei tuoi occhi

Ogni gesto senza pieta’

Ogni lacrima sara’

Un giorno di liberta’

Luca Barbarossa

E allora ogni lacrima che verserai ragazzo mio, ogni tuo dolore, ogni porta in faccia, ogni offesa che ti farà versare una lacrima, sarà da noi colta per annaffiarla quella rosa.

E stretta a noi come un dono.

Grazie Paolo.

Semplicemente grazie.

” A spasso con l’antiviaggiatore” di Carlo Crescitelli, Il Terebinto edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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Ci sono libri che non vanno assolutamente narrati.

Sono sfumature di colore in un mondo cosi grigio e ripetitivo cosi deciso a nascondere la meraviglia dietro un velo convincendoci che essa, in fondo, non sia mai esistita.

Abituata, troppo oserei dire a raccogliere il senso del libro, il suo significato etico, morale o politico, mi sono spesso chiesta se questa mia intellettuale tendenza non mi avesse privato del piacere di leggere.

E non soltanto per scovare le mie dotte (a parer di molti) analisi, ma solo per farmi trasportare dal ritmo, sorridere senza un perché, amare i nonsense che aprivano la porta del mio mondo segreto, quel paese delle meraviglia in cui la mano di Lewis (Carrol) mi aveva condotto da bimba.

E cosi la mia razionalità tutta mente e intelletto, mi lasciava libera di correre tra prati color carminio senza soffermarmi a pensare e ma ora dover sta la sintesi clorofilliana?

O immergermi in acque odorose di sapone al mughetto, facendo le bolle con i più disparati compagni.

Perché un viaggio è sempre un esperienza, mentale prima che tattile.

Un viaggio cambia la prospettiva, cambia gli occhiali, educa, insomma stimola il nostro cervello, la ragione o la concretezza.

Ci aiuta a muoverci in dimensioni regolari dove la fisica regna, dove la scienza psicologica domina e dove ogni oggetto è fatto di parti di energia. E cosi ogni tanto la parte bambina di me sogna un anti-viaggio, qualcosa che scombini le regole, che renda le case meno allineate con la prospettiva o con le leggi di Newton.

Che le sovverta.

Che le contraddica, almeno per un istante, almeno per un attimo.

Vorrei giocare con fiori parlanti, con insetti bizzarri, e vorrei avere anche io accanto un anti-viaggiatore capace di sfottermi e mettermi alla prova. Cosi a volte senza un senso, senza un perché.

E cosi leggere Criscitelli è stato come bere, dopo tanto tempo acqua pura. Non che i suoi scritti non abbiano significato.

Potrete trovarci cosa il vostro cuore desidera (come direbbe il buon boss delle cerimonie).

Ma soprattutto poterete chiudere gli occhi e lasciare che la musica fatta parola vi invada e tocchi con mano soave, ogni corda del vostro essere fino a vibrare con voi.

E inondarvi, finalmente di incanto, orrore, meraviglia.

E sogno.

Un sono che sarà reale quanto la superficie che toccate, quanto la carne che ricopre il vostro spirito affannato.

E cosi il viaggio non sarà solo esperienza educativa ma soltanto ed esclusivamente emozione.

Cosi la metrica prenderà vita da sola e deciderà come mostrasi a voi. Cosi ogni racconto vivrà finalmente di vita propria e il suo personaggio come un alter ego irriverente e pedante, al pari di un uovo divenuto soggetto, inizierà a contrastavi, dialogare, interagire con voi.

Dire anche una fastidiosa personale opinione.

E ci saranno due soggetti a farvi sorridere e presentarvi ognuno degli strabilianti racconti.

Carlo e l’anti-viaggiatore.

Chi preferirete, beh sarà questione strettamente privata.

Io ammetto, e me ne scuso Carlo, ammicco al perfido antiviaggiatore.

Un compagno delizioso e fantasticamente beffardo.

Perché senza fantasia e immaginazione, noi siamo eternamente invisibili.

Dicono tutti che non c’è,

ma io che l’ho visto so dov’è.

Forse non immagini,

ma non è difficile comprendere.

L’hanno lasciato in libertà,

vive lontano;non è qua.

Forse si nasconde in mezzo agli alberi.

Vola veloce su di noi,

fotografare tu non puoi.

Chiede a una farfalla che gli faccia compagnia….

Dicono che non tornerà

ma come lo chiamo ci sarà;

mi aiutava sempre a fare i compiti.

Vola veloce su di noi,

cosa mi dice tu non sai;

vola raccontando quando

non lo sentirai.

Chi sei? Dimmi cosa vuoi.

Cosa devi raccontare?

Ci sei? Dimmi come sei.

Moriremo crescendo.

Chi sei? Dimmi come fai

a girare tutto il mondo.

Ci sei? Dove volerai

solamente con la fantasia?

Enrico Ruggeri