“Segui le mosche” di Barbara Parodi, Dark zone. A cura di Alessandra Micheli

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Ci sono dei temi ricorrenti negli horror che hanno una forte e profonda valenza simbolica.

Il luogo maledetto ad esempio o l’abitazione che reca in se i più turpi segreti nati dall’attitudine umana al dominio o peggio ancora all’esaltazione di se e dei propri bisogni.

Cos’è in fondo il patto osceno con la malignità?

Di faustiana memoria non è altro che il barattare la propria anima con bisogni più materiali, più immediati che nulla hanno da spartire con l’autentico scopo della nostra terrena esistenza: l’evoluzione.

Immersi in un mondo oscurato dall’apparenza, decisi a ogni costo a raggiungere l’acme di ogni emozionalità, spesso scegliamo il percorso più facile, meno impervio, perché l’altro metterebbe a dura prova le nostre ossessioni.

Un percorso autenticamente esoterico, ci porterebbe alla scoperta del nostro io più profondo, alla consapevolezza dei nostri talenti e dell’innecessita di tante effimere illusioni.

E cosi, l’antro che ha visto svilupparsi queste strane attitudini al comando, ne resta tristemente contagiato.

Il male, nato in seno alla finalità cosciente umana, permea con il suo fetore persino le abitazioni ove lo scempio si compie.

Ecco la radice profonda delle case infestate, funestate oserei dire dall’azione scellerata dell’uomo quasi sempre accompagnata dall’atto sacrilego supremo: l’omicidio.

Nel libro di Barbara quest’atto giunge a noi nella sua terrificante modernità, divenendo non tanto il tentativo di Icaro di avvicinarsi al sole senza conoscerne le regole, ma si immedesima nell’incubo degli esperimenti nazisti.

Incubo mai del tutto sconfitto.

Oramai sapiamo tutti quanti furono crudeli e insensati gli esprimenti odiosi di pseudo-scienziati nazisti, rei di aver desiderato superare il confine datoci da dio con i mezzi meno nobili; non una lenta comprensione correlata di sommo rispetto delle arcane leggi, ma un voler violentare il segreto delle stesse, senza una debita preparazione e senza aver raggiunto un certo grado di introspezione del se.

Il loro intento non era comprendere e accettare, ma violarle e usarle per i propri fini che avevano sempre a che fare con il potere e con la sopraffazione.

Esperimenti che desideravano sconfiggere la morte onde creare un esercito assoggettato alla volontà altrui e privato, dunque, del libero arbitrio.

Non è un caso, dunque, che in quell’antro oscuro dell’istituto psichiatrico, i morti sono assetati, di vita più che di giustizia.

Avendo la loro esistenza deturpata e strappata da un insensata malvagità ambiscono a una sola parola vendetta.

Vendetta contro il mondo al di fuori, reo di aver voltato lo sguardo e complice aver chiuso gli occhi sulla barbarie.

E cosi ogni abitante di quel luogo maledetto viene offerto in olocausto al sogno di sconfiggere dio, perché chi forza le porte tra le dimensioni, non desidera altro che impadronirsi del segreto della divinità: la capacità di gestire e in fondo conoscere la vita, cosi come la morte.

In un senso metaforico l’intero libro è un omaggio ai grandi classici dell’horror da Whirgt a Lovenvraft.

Reiterando la loro idea di base, ossia che chi si appresta affrontare un male simile generato dai meandri più oscuri dell’animo umano ne viene necessariamente inglobato e quindi sconfitto, non fanno altro che raccontare, in sostanza, una visione quasi nichilistica dell’azione umana.

Il male è nell’uomo e se osservato troppo da vicino ne diventa padrone.

Ma, esiste, anche un altra visione meno evidente che, però, traspare dall’opera della Parodi.

Se si osserva più da vicino ogni protagonista o co-protagonista, persino le vittime sono in realtà uomini perduti.

Uomini che non sono riusciti a affrontare il loro passato, le perdite o sono riusciti a risolvere l’annosa questione che divide scienza e fede.

In sostanza anch’essi, nonostante la loro decisione di combattere quella malignità fetida, sono a loro volta dotati di una finalità egoica.

Chi desidera in fondo ritrovare l’amato perduto, chi usa il proprio passato per vendicarsi di un abuso, chi per sentirsi migliore affronta la porta dell’inferno come una prova di coraggio.

E’ in pratica l’io cosciente, quello ammantato dai peggiori istinti a essere protagonista.

E’ per questo che la folle casa, in fondo, li riconosce come personali vassalli, richiamando a se la proprietà di un anima insozzata.

In fondo, come ben ha esplicato la Rowling ma come troviamo nei miglior percorsi esoterici è solo l’anima pura, non infangata dalla coscienza vigile quella creata ad hoc per sostenere i nostri bisogni immediati a poter sconfiggere il male.

E’ l’interezza di un anima redenta dalla luce dell’amore, un anima fulgida nella sua armonia non insozzata da bassi istinti, che può salvare il salvabile.

E’ l’amore l’unica chiave per epurare gli antri maledetti.

E’ la compassione che potrà azzittire le grida malvagie.

Ecco che il nichilismo si trasforma in un monito preciso: chi vuole combattere il male senza aver purificato se stessi non è altro che il folle che desidera raggiungere con ali di cera il sole.

In fondo ogni casa adombrata dalla maledizione, avvelenata dalla mela dell’odio e dell’invidia, può essere sconfitta dal bacio salvifico del principe e del vero amore.

 

 

“Il fantasma di Elmwood Manor” di Pamela Mc Cord. A cura di Alessandra Micheli

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Ricordo ancora con un tocco di nostalgia i bellissimi gialli/mistery Mondadori intitolati i tre detective.

Tre ragazzini diversi uno dall’altro alle prese con i drammi della loro età che però si distinguevano dagli altri coetanei per un’intelligenza e capacità apparentemente straordinarie messe al servizio di giustizia e verità.

Pubblicati negli anni ottanta, furono il mio primo flebile incontro con il giallo per ragazzi.

Anche se, lo ammetto io già a dieci anni mi dilettavo con il mio amato Poirot.

Ma il pregio di questi libri come poi dei loro figli, i piccoli brividi, era quello di sdoganare un genere dalla sua privata nicchia di élite e far comprendere come, esso, fosse in realtà letteratura vera e per nulla rifugio per i disagiati.

O i nerd.

Ecco che fantascienza, horror, e noir tornavano a brillare anche per le nuove generazioni stimolando dei lati della mentre troppo assonnati e troppo istupiditi dalle nuove tecnologie.

Non a caso sono generi che presero piede nei favolosi anni ottanta, preda del diktat della moda e dell’apparenza che, ancora oggi, ci perseguita.

Libri simili erano, quindi rappresentazioni di una gioventù che, se pur provava gli stessi dubbi, i disagi tipici dell’età di trasformazione, affrontava questa ricerca del se in modo diverso e per nulla superficiale. Era concentrato più sulla mente e sulla sostanza che sulla banalità appariscente dell’esteriorità. Non a caso, infatti, i misteri venivano considerati tanto validi da dover essere sbrogliati.

I libri di tal guisa sono dunque, ottimi per comprendere e analizzare le difficoltà tipiche di ogni secolo e di ogni periodo “storico”, proponendosi come rivelatore delle cesure su cii l’adulto e l’educatore dovrebbero intervenire. E ricucire. Immaginate la mia somma gioa quando la mia amata Dunwich mi ha proposto la lettura di una ghost stories per ragazzi con gli stessi nobili intenti dei miei amati gialli vintage. Ovviamente, non me ne vogliano le altre case editrici, qua si tratta di un libro di alta e pregiata fattura, molto più elegante dei suoi fratelli. La penna della nostra balda autrice è al tempo stesso profonda e delicata, ironica e al tempo stesso commovente, capace di far terrorizzare e al tempo stesso emozionare ponendo il fantasma in un aura di pura poesia che ricorda la brillante penna della Montgomery.

Questo risulta un elemento fondamentale: l’aldilà e il peccato, l’omicidio e la compassione iniziano a danzare dinnanzi ai nostri occhi stupiti raccontando come, in fondo, anche in questa società pubblicitaria e mercificata, possa aver posto una sorta di antico ritorno alla romanticità del trapassato.

In questo contesto ipertecnologico, la morte non rappresenta più il mistero tanto declamato da poeti dal calibro di Poe. Diviene una sorta di ulteriore viaggio virtuale in cui il mistero e l’orrore sono privati del loro lato gotico e quindi suggestivo. L’horror stesso soffre di questa limitazione dialettica proponendosi più che altro come mero elenco di nefandezze e di elementi sanguinari e splatter. Manca, dunque la poeticità, la poesia, la perfezione dell’atmosfera che è e resta il vero elemento preponderante della letteratura fantastica.

Non è nella testa tagliata e nella mutilazione, nella ferocia di demoni e fantasmi il vero brivido.

É nell’entrare in punta di piedi in un modo altero a cui dobbiamo credere per non farci sommergere dal ritorno della banalità e del qualunquismo. Dobbiamo vedere i fantasmi per far tornare l’uomo questo essere straordinario tra stelle e gloria cosi come lo dipinse il meraviglioso salmo otto. Ecco che i nostri eroi a differenza di tanti giovani, si pongono con sommo rispetto e riverito timore di fronte al fantasma, onorando la sua vita passata ma anche quel dolore di chi ha visto sottrarsi possibilità e talenti da un destino infausto o da un evento brutale. E restituire la dignità a quelle essenza che appaiono più reali della nostra virtuale dimensione, tanto da provare empatia con i ricordi, con il passato e con la storia.

Ecco che il libro adorabile e perfetto, adrenalinico e suggestivo in quella vetusta dimora, diviene anche di una poeticità strabiliante. In quell’incontro con il sacro i ragazzi crescono e diventano grandi, affrontando i problemi esistenziali di ogni adolescente da una prospettiva privilegiata; chi in fondo è ancora cosi vivo da provare amore, delusione e persino frustrazione, ma con la consapevolezza quotidiana che nonostante questa cacofonia emozionale, la loro speranza è di poter ancora incidere sul presente e sul futuro con le azioni.

Azioni che alla nostra povera fantasmina sono oramai precluse.

Consiglio la lettura non solo ai ragazzi ma anche agli adulti, che purtroppo stanno perdendo inesorabilmente il contatto con il regno dell’immaginario.

Anteprima “Spettri di Frontiera” di Amborce Bierce, Adiaphora edizioni. A cura di Alessandra Micheli

 

SPETTRI - COVER FRONT

Sicuramente non sarà per voi una novità apprendere che, la sottoscritta, è cresciuta leggendo da adolescente, i libri dell’orrore.

Parlo ovviamente di grandi classici, immortali testi di ogni tempo che vanno da Edgar Allan Poe a Lefanu, per cimentarsi poi con Stoker e arrivare alla meraviglia psicologica di Stevenson.

Nella mia ricerca di questo strano genere, spesso intersecato con il gotico, ho avuto il piacere di leggere ogni tipo di autore.

Persino la meravigliosa George Elliott decise di scrivere un racconto dai tratti agghiaccianti come il Velo dissolto.

E cosa dire di Stevenson con Janet la Storta?

O del mio mito Gustav Meyrink, o persino di un Salgari che, lasciati da parte i suoi adorati corsari, si inerpicò lungo la strana montagna del vampirismo.

E cosi abbiamo un favoloso vampiro della foresta, che non cede affatto alle lusinghe dei cupi manieri irlandesi o inglesi e si ambienta in un Uruguay non meno misterioso, non meno irto di ignoto.

Potrei continuare citandovi altri regali nomi della letteratura che hanno deciso di dare un occhiata all’abisso, incuranti del pericolo di farsi, a loro volta, fagocitare da esso rimanendone inesorabilmente avvinti.

Ma in fondo noi italiani cosi come ogni europeo che si rispetti, abbiamo nel DNA i riti ancestrali dei nostri antenati, immersi in un mondo numinoso a tratti idilliaco e a tratti inquietante, con le suggestioni provocate da azioni benevole per chi non lede il patto tra la società proba e tra i piccolo popolo, rischiando di incrinarne l’equilibrio come narrerà Tim Curran nel suo orrorifico “That Olde Christmas Spirit”.

Nessuno, neanche i più disincantati autori si lasciano scappare l’occasione di una scappata nelle regioni più remote dell’ignoto, neanche quello che sembra più dedito al lato più razionale dell’essere.

E neanche la tanto amata/odiata America sfugge al fascino del racconto spaventoso, neanche gli Usa tutto calcolo e raziocinio o come direbbe un perfetto Robert De Niro, solo chiacchiere e distintivo.

In America le suggestioni e le tradizioni verso il popolo della notte sono molteplici e hanno assunto uno strano colore non più nero come l’oscurità ma brunito come la terra da cui essi sorgono.

Perché la meraviglia dei fantasmi americani è il suo essere un alter ego dell’uomo stesso, fonte e genesi di ogni male e di ogni perversione. Se i racconti europei soffrono della presenza di un rigido cordone ombelicale con i loro antenati celti o norreni, in rameica essi si fondono con ansie più reali.

L’orrore viene dalle regioni impervie, dalle praterie usate dall’uomo bianco ma “possedute” dai nativi.

Viene dalle guerre combattute in nome dell’ideale dell’eguaglianza ma uccise della brutalità della violenza.

Viene dalle città che nella loro corsa verso una propria identità staccata dal paese di origine, in realtà perdono se stessi.

Sono le vittime di una società che si barcamena tra puritanesimo e volontà di innovazione, svincolata dalle pastoie della superstizione religiosa.

Arrivano da chi emigra con tanti sogni, che però deve per forza barattare per la sopravvivenza del corpo.

Emblema di questo strano mondo, spesso deriso dalla satirica penna di Oscar Wilde ( basti pensare al fantasma di Canterville) è senza dubbio il maestro Ambrose Bierce.

Nei suoi libri ritroviamo un uomo che non meno del suo compare Oscar tratteggia in modo crudo i vizi e le virtù del suo paese, a anche un fertile e incredibile narratore di fantasmi, di orrori, di ossessioni che, in fondo, appartengono a tutti noi.

Bierce è il guru riconosciuto della narrazione orrorifica e senza dubbio delle ghost stories.

A lui devono tutto autori come Lovecraft o Robert Block.

Bierce influenza ognuno di voi, miei giovani autori che scrivete di abitazioni stregate, di orrori nascosti in cantina, di persone scomparse, di peccati da scontare.

Dovete a voi quella strana sensazione di malessere che v invade osservando una casa diroccata, o osservando un signore con lo sguardo perso nel vuoto alla ricerca di chissà quali oscure visioni.

Ogni volta che raccontate un omicidio familiare.

Ogni volta che qualcosa passa veloce e si rannicchia nei meandri della vostra mente costringendovi a scrivere.

Bierce stesso non si limitò affatto all’ars letteraria, egli fece volente o nolente, della sua vita stessa un arcano mistero, tanto che ancora oggi non si sa bene la sua fine.

Scomparve misteriosamente in Messico per aiutare la rivoluzione assurda di Pancho Villa.

Una satira resa leggenda.

Una penna che non colorò di grigi ambigui solo i suoi meravigliosi racconti ma la realtà stessa, concreta e rassicurante che in omaggi a un grande autore, si inchinò cambiando un vestito per rendere il suo animo eterno.

Ecco che dopo i meravigliosi racconti d’oltretomba abbiamo una raccolta ancor più interessante, ammaliante ancor più oscura e al tempo stesso venata di quell’ironica pungente che lo resa un critico sociale immortale.

Spettri di frontiera racconta la sua stessa visione della vita, una vita sospesa in cui la morte non è altro che un compimento a metà.

Persi nella realtà tangibile, frustrati dalla loro impossibilità a realizzarsi appieno come soggetti, i fantasmi di Bierce restano sospesi cosi come sospesi erano nella vita.

Non si sa dove vanno.

Rimangono li a memento di drammi e di peccati inconfessabili, resi più spaventosi anche da una mancanza di vendetta.

Basta solo vederli, avvertire la loro mefitica presenza per impedire all’uomo che riesca a contattarli mentalmente perché partecipe della medesima loro angoscia, per esserne divorati.

Ma il fantasma non agisce, è immobile, lungi dall’avere una propria coscienza, seppur modificata o peggio deformata, cosi come i fantasmi inglesi o irlandesi, spesso costretti a divenire loro stessi nemesi del peccatore.

Bierce li rende immobili.

Presenti ma fermi.

Il loro non è un vagare ma un rassegnarsi all’invisibilità.

E’ questo che ci fa orrore. Gli spettri di frontiera restano sulla loro linea Maginot, laddove erano in vita.

Non ricordano, sono solo condannati a ripetere gli stessi metodici gesti o lo stesso assurdo racconto di una fine tragicomica, grottesca a priva di senso.

La lucida e forse pessimistica visione di Bierce li rende non più romantici e affascinanti. Ma patetici e terrificanti per l’orrore che portano con se: la coscienza che la vita è solo una burla, inventata da Buffone di corte.

Ecco che i suoi spettri lasciati li, in quel mondo a metà, non verso i paradiso ne verso l’Ade restano a guarda i frammenti di un esistenza che poteva essere, ma che per ignavia o vigliaccheria non sarà mai.

Neanche di fronte all’estremo ultimo viaggio.

“La stanza rossa e altre storie di fantasmi” di Lucy M. Montgomery, Caravaggio Editore. A cura di Alessandra Micheli

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Anche io sono stata bambina.

Si lo so che sconvolgerò molte persone, ma non ho sempre letto horror o thriller con molto splatter.

C’è stato un tempo lontano in cui ero innocente e appassionata e amavo le atmosfere dolciastra di certi libri adatti a noi signorine. Certo, crescendo e iniziando a interessarmi in modo più maturo della letteratura, ho compreso come le mie amate Alcott, Webster e Austen fossero delle autentiche ribelli.

Quei libri erroneamente chiamati dolci e grondanti miele, erano acuminati come spade capaci di stuzzicare e ferire una società troppo chiusa in se stessa. La Alcott diede alla lettrici del suo tempo modelli davvero moderni di femminilità, spezzando un po’ il cerchio della donna oggetto e mai soggetto.

E cosi fece la Austen, ironica e a tratti di un sarcasmo crudele e cosi fece Jean Webster con il suo papà Gambalunga, un manifesto politico e per l’epoca scorretto, di femminismo puro.

Quindi forse no, non sono mai stata davvero innocente.

Ne è la prova il mio strano scetticismo infantile di fronte al libro di Pollyanna o di fronte al più famoso e molto amato dalle mie coetanee Anna dai capelli rossi, scritto da Lucy Maud Montgomery.

Quello che ho amato di più del suo stile sono state senza dubbio le descrizioni, indimenticabili velate da una sorta di sognante patina che le rendeva eteree e quasi distaccate dal noioso tram tram quotidiano. La stessa orfanella, Anna, lungi dall’assomigliare alla più pratica Pollyanna era una creatura rarefatta e sognante, poco incline al lavoro manuale che la buona Marilla tentava invano di insegnarle.

Ella era una creatura dei boschi, fatata e irreale, tutta dedita all’arte romantica del sogno e della poesia:

«rimpianse amaramente la libertà che aveva concesso alla sua immaginazione» perché «i goblin della sua fantasia erano in agguato in ogni ombra intorno a lei, e tendevano le loro mani fredde e senza carne per abbrancare l’atterrita ragazzina che li aveva evocati»

Ecco cosa pervadeva la nostra autrice.

Un senso di irrealtà che ben poco si adattava con il romanzo di formazione per ragazze e andava, invece a alimentare la pila di libri totalmente dediti all’arte della melodia scritta, alla meravigliosa forza del ritmo evocativo, che come un incanto lontano apriva un varco verso un altro mondo cosi vicino a noi eppure cosi difficile da raggiungere. Quindi, non sono rimasta stupita dal constatare che la buona Lucy fu artefice di una raccolta di ghost stories dal titolo evocativo “La stanza rossa”.

Anzi ero bramosa di colmare la mia lacuna letteraria, cosi da comprendere al meglio una scrittrice troppo sottovalutata, ma che aveva la capacità sovrannaturale di infondere bellezza e melodia alle parole scritta. Ecco che la Caravaggio editore seleziona sei racconti di una fulgida meraviglia tratti da diverse riviste che rielaborano in uno stile tutto personale le terrificanti storia di fantasmi. Eppure, l’incontro con la dimensione altra non è per nulla pervaso da un terrore cupo. Sono distanti le sue suggestioni da quelle più orrorifiche di Ambrose Bierce.

I suoi fantasmi sono si tormentati, ma quasi felici di lasciare le spoglie terrene troppo imbrigliate in catene di convenzioni a cui non riescono o non possono per un ansima ricca e indomita, sottostare.

E’ il tema portante della stanza rossa. La protagonista cosi selvatica quasi un alter ego della buona padrona di casa, colpisce non solo per la bellezza ultraterrena, ma anche per la mancanza di docilità che ci si aspetta da una signora. Essa spicca nel contesto femminile, rude come un diamante grezzo e bella come una bufera o come la foresta selvaggia che rende il paesaggio del Canada cosi suggestivo.

Donne graziose ne avevo viste in abbondanza, perché le mie zie e mia madre erano considerate onestamente tali, ma la moglie di mio zio era così poco simile a loro come un bagliore del tramonto al pallido chiaro di luna o come una rosa cremisi ai bianchi gigli giornalieri

Impossibile arginare una bellezza cosi ribelle e cosi libera in un legame che non parla di passione e di sfrenata ricerca del piacere!

L’amante di Miriam è un racconto dalla poeticità struggente che narra del mito platoniano dell’anima gemella, dell’altra metà del al mela tale da sfidare le leggi fisiche, che incontrando l’amore vero, quello puro, inattaccabile è capace di domare la realtà e forgiarla al suo cospetto

Non abbiamo bisogno di scrivere lettere. Ci sono mezzi migliori di comunicazione tra due anime che sono in perfetto accordo l’una con l’altra.”

La storia di Davemport racconta invece, della preveggenza. Anche in questo caso è la passione per malato a stimolare dei lontani meccanismi mentali che si ritrovano a fungere, in codesto modo, da sentinelle per preservare, appunto da ogni sciagura l’oggetto del nostro bene e del nostro desiderio.

Ma è con la ragazza del cancello che la Montgomery raggiunge il sommo grado di bellezza. In questo racconto la morte sveste I suoi panni di crudele signora, ghignante e perfida, per vestire quelli poco consoni a questa nostra società cosi terrorizzata dalla fine, proprio perché senza fede, le vesti della consolatrice. Colei che con mano compassionevole aiuta l’amato a raggiungere I cancelli dell’oltre non con un ruolo spaventoso ma con un sorriso commosso e felice. Si ravvede in questo stupendo racconto le parole delicate e soavi con cui Michele Pecora menestrello moderno esalta l’attimo finale:

Poi non so spiegarmi è come se adesso trovassi la mia liberazione

è come staccarsi da un mondo che non ti ha mai voluto bene.

L’indifferenza, la gente che non ha più niente da dire

adesso io posso, adesso io voglio per l’ultima volta respirare.

Quello che sento non riesco a spiegarlo e tu sei vestita di bianco

ti immaginavo diversa e cattiva pensare che sembri una cosa viva.

Voglio guardare per l’ultima volta gli alberi, i fiori, lo sai, è primavera

e adesso la sera arriva più tardi e i giorni già sono più caldi.

Ma adesso se vuoi possiamo andare ho fatto le cose che avevo da fare

ho detto le cose che avevo da dire

adesso io posso adesso io voglio venire”.

Michele Pecora

E non è un caso che entrambe le manifestazioni, della Montgomery e di Pecora, siamo vestite di Bianco. E siano cosi belle e radiose nonostante il presagio nefasto che portano con se:

Era buio nell’atrio, dove nessuna lampada era stata accesa, ma fuori sul prato la luce della luna era luminosa come se fosse giorno. Era la notte più chiara e più candida che avessi mai visto. Mi sono voltata verso il giardino, intendendo attraversarlo e prendere la strada corta sopra il prato a ovest della casa. C’era un lungo bordo di cespugli di rose che portavano attraverso il giardino fino a un piccolo cancello sul lato opposto… Lo seguii, godendomi la notte. I cespugli erano bianchi di rose e il terreno sotto i miei piedi era tutto coperto dei loro petali come neve. L’aria era immobile e senza vento; di nuovo sentii quella sensazione di attesa… di aspettativa. Mentre mi avvicinavo al cancello, vidi una ragazza in piedi dall’altra parte. Si trovava in un punto illuminato dal chiaro di luna e la vidi distintamente. Era alta e snella e la sua testa era scoperta. Vidi che i suoi capelli erano di un oro pallido, che brillavano in modo strano sulla sua testa come se potessero catturare i raggi lunari. Il suo volto era adorabile e gli occhi grandi e scuri. Era vestita di qualcosa di bianco e lievemente scintillante, e in mano teneva una rosa bianca… molto grande e perfetta.

Pura poesia!

Somma goduria per I miei occhi avvezzi a troppo lassismo nella scrittura e troppa poca letteratura di valore!

Festa privata a smokey island riprende il tema della punizione che non solo ripara I torti ma libera I protagonisti dai sospetti e dall’orrore. E’ solo nell’atto finale in cui l’ingiustizia svelandosi agli occhi attoniti ricuce gli strappi che essa, con la sua mefistofelica presenza aveva causato. Cosi il cattivo viene consegnato all’oblio e I giiusti possono stringersi in un abbraccio eterno.

Stesso tema di redenzione e di riparazione dei torti è presente nel fantasma dai Brixely: qua il bullismo in nuance non viene assolutamente perdonato. E’ di nuovo la paura del numinoso e della morte a punire il bullo della situazione, ricordando in un memento mori, che siamo tutti, in fondo sotto lo stesso cielo:

Nella porta vuota apparve un’alta figura bianca la cui testa raggiungeva il soffitto. Enormi ali d’ombra ondeggiavano vorticosamente intorno a loro, mentre sembrava che nel mezzo di questa terribile apparizione ci fosse una faccia infuocata, con gli occhi vuoti e cavernosi. Nello stesso istante un grido di agonia, il più lancinante che potesse essere udito da orecchie umane, risuonò per la casa. Con un urlo di terrore, Alf Logan si voltò e corse verso l’ingresso, seguito dai suoi compagni. Dall’altra parte del cortile, oltre la conca, e su per la collina scapparono a velocità frenetica, senza mai osare guardarsi alle spalle, sebbene i lugubri lamenti continuassero a seguirli nel vento.

Un libro da gustare, un libro che come un balsamo profumato di cedro, cade sulla nostra anima assuefatta alla banalità, risvegliandola da un sonno pernicioso e facendola rifulgere alla luce della somma arte letteraria.

“Le ossa dei morti” di Miriam Palombi, Dark Zone. A cura di Alessandra Micheli

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Ho sempre sostenuto e sempre sosterrò che l’horror come genere letterario, ha in se una armonica bellezza.

So che vi sconvolgerò, perché per molti si tratta di libri che raccontano di squartamenti vari e di infernali punizioni.

Ma non è cosi.

L’orrore si incentra sul tema del male è vero, ma si contorna di atmosfere soffuse, tenebrose si ma di una loro lucentezza.

E’ un genere che ha origini nelle suggestioni gotiche, e ancora più lontano nelle immagini quasi oscure dei racconti graaliani, laddove il nero era, in fondo, radioso, dove le differenti sfumature di colore si susseguono in un caleidoscopio di bianco, rosso vermiglio e nero, come le ali del corvo.

Ed è in questo modo di interpretare la bellezza che va ricercato e inquadrato la spettacolarità di quel genere che usa, appunti, questi colori.

Lo stesso libro della Palombi si nutre di queste gradazioni: il bianco delle ossa o dei volti cadaverici, il rosso del sangue e il nero dell’abisso da cui gli incubi tentano di uscire.

E nelle descrizioni la Palombi ci sa fare, donando a quel cupo splendore una classe e un’eleganza che non sfigura nei sepolcri di Foscolo e di Edgar Allan Poe.

Ha perfettamente inquadrato la nostra autrice Paolo di Orazio nella sua prefazione:

Questo romanzo esiste per chi ama e sa cosa aspettarsi dall’horror.  L’autrice ha le idee ben chiare e sa come dimostrarlo dalle primissime battute. Qualità sempre più rara.

In una non-epoca di caos cognitivo di generi, di supponenza creativa

Nelle ossa dei morti tutto è logico, consequenziale, ben incastrato e privo di quelle sceneggiate di apparenza che servono per colmare dei vuoti narrativi.

Horror non è solo lo splatter, è l’atmosfera claustrofobica ma soprattutto una sorta di strisciante fascinazione che inevitabilmente ti tiene incollata alle pagine e non può non suscitare una morbosa e seduttiva attrazione verso quegli inferi rigurgitanti demoni e creature contorte.

Il vero horror, non è repulsione ma direi amore.

E un amore forse contro coscienza, contro ogni nostra strutturata percezione del bello, influenzata da una certa propensione per il politicamente corretto e per il moralmente accettabile.

Ecco che la villa maledetta, prototipo e al tempo stesso innovazione nel panorama del ghost stories, non si nutre soltanto di male e di azioni eticamente indicibili, ma anche di una volontà di oltrepassare le barriere del consentito, del benessere societario, del limite che la collettività impone per una “civile” convivenza per poter esaltare una sorta di super io che trascenda ogni legge divina.

O umanamente corretta.

E cosi, i secoli si avvicendano stuzzicando la mente, sicuramente contorta, ma al tempo stesso eretica,di chi con la morte vuole avere un rapporto paritario.

Di chi vuole contrattare l’orrenda fine anche a costo di barattare…la propria anima.

E’ la volontà dei perdenti, dei vinti, che tentano di redimersi attraverso un ribaltamento dei ruoli che dipingono in modo inflessibile il dominato e il dominante.

In questo testo il cattivo, è affascinante perché tenta una sorta di rovesciamento della morale, seppur non cosi ribelle da azzardare un suo totale annientamento.

Ecco che la villa diviene tentazione vera, quella si di abbracciare una divinità oscura che, lungi dal rifuggire l’oscura dama con la falce, decide di nutrirsene e di alimentare, al posto dei sogni, gli incubi più atroci. Ecco che la perversione non si compie: diviene una sorta di atto disperato e tragico di chi vittima degli eventi non ci vuole essere.

Da un 500 vittima di malattie causate dall’ignoranza e dalla scarsa igiene, a una società che nasconde le prove della sua incapacità a essere protettore dei diritti e dei bisogni delle sue componenti minori, donne e bambini, sacrificandoli come basto del dio blasfemo.

Un dio che comunque essi , i potenti, servono, visto che una società dedita al buono, al bello e al giusto, non produce Maddalene da redimere, né bambini da abbandonare.

E fino al moderno novecento con la sua atrocità razzista, convinta che il modo migliore di creare un vero eden fosse quello di distruggere quella componente malsana che ha decreato una società debole e inerme, atta quindi al contagio della degradazione morale.

Peccato che quell’anello debole, non sia affatto una razza precisa, ma un oscuro bisogno umano di dominio.

Ecco che i suoi cattivi, cattivi fino al midollo, sono anche oggetto di una pena infinita.

Pena per vita cosi disperata da dover cercare l’oscura magia pur di sopravvivere.

Di intelligenze buttate al vento in deliri di onnipotenza, di giovani vite uccise prima dell’atto reale, uccise nell’identità, uccise nei diritti, unisce per colpa della volontà di non vedere.

In tutto questo affresco che assume i contorni di una danza macabra, la mostra Dea Morrigan è la demiurga assoluta, ci seduce, ci compiace, ci allieta.

Ci rapisce e ci incanta tanto che le immagini terrificanti assumono una loro romantica bellezza: corvi volteggiano su noi noi, agonizzanti capaci di macchiare di vermiglio prati innevati, e upupe dallo stridere lugubre e al tempo stesso incantevole.

Lapidi come ossute mani bramose di abbracciarci fino a renderci semplici ombre, succhiando energia con un bacio letale.

Immagini che ammaliano, nonostante la nostra strenua resistenza e che ci lasciano attoniti e quasi esausti, perché il viaggio verso l’orrore è un viaggio al centro di noi stessi.

La demiurga terribile e bellissima sorride, e intesse la sua malia raccontato di riti pagani oscuri, dediti alla sconfitta finale della morte, e a riti oscuri in cui antichi alfabeti pervenuti direttamente dalla superstizione medievale ci ricordano che, questo grande uomo cosi perfetto è in fondo un fragile e pauroso essere preda dei deliri notturni.

Troveremo formule arcane, persino un accenno all’alfabeto tebano, usato dalle streghe per i loro impicci magici.

E un alfabeto runico mischiato con quello inventato da Cornelius Agrippa, il mago per eccellenza.

E la tentazione di usarlo per fissare sul foglio le parole sarà immensa: ma attenzione, sono antichi alfabeti pieni di quel potere della parola oggi esautorato dalla nostra frenesia post moderna.

E la parola antica si nutriva dell’anima di una persona, della sua parte più nascosta, creando golem nati direttamente da un calderone che raramente donava effluvi di fiori…

Siate accorti perché creare una nuova villa Biolcati è un attimo…

“Il ballo del diavolo e altri racconti” di Gaia Cassarri. A cura di Alessandra Micheli

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Se non si vuole che la vita diventi arida, si atrofizzi, e avvizzendo muoia, serve solo una cosa: movimento.

E’ la stasi continua, il reiterare vecchi schemi mentali, l’accucciarsi su se stessi, sulla rassicurante abitudine che crea il crollo di civiltà e persino delle persone.

Una volta entrati nell’ottica immobilistica del benessere, l’uomo di ferma.

Ma non solo fisicamente.

Non sperimenta più, non cerca più, non ha domande, non ha curiosità.

Tenta solo, in ogni modo, di non perdere ciò che la società gli ha così benevolmente elargito: le gabbie.

Ah spesso sono gabbie auree.

Spesso il via libera allo scorrere indomito di impulsi atroci, per nulla “umani”, che serve a convincerlo a non cambiare.

Ma senza movimento la persona muore.

Inesorabilmente.

E forse rischia, in una fredda notte di fine ottobre, di rendersi semplicemente conto, di non aver mai davvero vissuto.

Di non avere la passione che spinge oltre, quella che ci fa sacrificare noi stessi per dare vita a un sogno.

Il libro di Gaia è un viaggio, a volte oscuro a volte poetico all’interno dell’essere più misterioso dell’universo: l’uomo.

Fatto così alto, più grande di angeli e stelle e al tempo stesso così piccolo e sperduto.

Cosi incapace di cogliere la bellezza della luna, senza avere quello strano stimolo a dominarla.

Perché possedere quel senso di meraviglia significa partire, crescere e magari mutare pelle.

E noi le palle di farlo non le abbiamo mai avute.

Sostituiamo un giocattolo con l’altro, rinchiusi in prigioni dorate, in armature di seta.

Cerchiamo con brama di possedere tutto, affinché il tutto non stimoli il nostro intelletto spingendoci a cercare altrove una gioia che non abbiamo più da tempo.

Perduta dietro la troppa tecnologia, perduta dietro l’avanzamento di un benessere che è in realtà solo un atroce baratto: quello con i nostri sogni.

Senza sogni, senza passione, senza empatia noi come siamo oramai?

Ci hanno convinto che i poeti, gli istrioni sono pericolosi mostri da evitare, ma non ci hanno mai detto che il mostrum è il meraviglioso, il bizzarro, l’incredibile e che solo abbracciando questo lato folle noi possiamo tornare a vivere davvero. E magari a salvare in questo mondo soffocato da smog e polveri sottili, di salvare un albero, fino a fondersi con esso e salvare come fece Chico Mendez milioni di

giganti pieni di incanto:

I signori della morte 
non vogliono capire,
non si uccide la vita, 
la memoria resta.

Così l’albero cadendo,
ha sparso i suoi semi
e in ogni angolo del mondo, 
nasceranno foreste.

Ma salvare le foreste
vuol dire salvare l’uomo,
perché l’uomo non può vivere 
tra acciaio e cemento,
non ci sarà mai pace, 
mai vero amore,
finché l’uomo non imparerà 
a rispettare la vita.

Per questo l’albero abbattuto
non è caduto invano,
cresceranno foreste
e una nuova idea dell’uomo.

Nomadi

 

E’ cosi assurdo che l’aspirazione, la nostra stessa vita sia legata cosi intimamente alla terra?

E’ cosi strano che esistano venditori di sogni che bussano fieri alle nostre porte, regalandoci qualcosa che si spaventa ma che ci rende cosi immensamente fieri di noi stessi?

E’ cosi difficile ascoltare le storie di signora vendetta per poter sputtanare quel perbenismo che domina ogni gesto, che infrange illusioni, che martoria la vita

e magari capire che tutti questi stupidi, inutili palliativi, sono stati fatti perché noi, figli di luce potessimo semplicemente restare legati a terra?

Ci hanno convinto che materia e anima sono completamente slegati, che il regno dello spirito è stato sbarrato con un cancello di ferro, di cui si sono perdute le chiavi.

E che dobbiamo restare qua a alimentare con le nostre sempre più flebili energie, il dio Mammona.

Ci hanno insegnato a non reagire, a morire di inedia.

Ci hanno insegnato che un libro è solo un passatempo per allietare giorni sempre uguali, senza il miracolo delle stagioni.

E restiamo cosi privi di slanci, di sogni.

Immersi in un mondo senza più storie.

Le storie siamo noi.

Le storie sono le voci radiose dei nostri antenati.

E chi le narra, riempendo i nostri occhi spenti, di stupore ha tutto il mio rispetto.

E la mia immensa gratitudine.

Perché trasformerà piccoli spaventati esserini evanescenti, in fieri guerrieri dallo sguardo duro ma al tempo stesso pieno di rabbia e di stelle.

Grazie davvero Gaia,

 

“Betty’s place” di Susan Moretto, Triskell editore. A cura di Alessandra Micheli

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Attenzione.

Betty’s Place è molto più di una ghost sotries.

Oserei dire che l’incontro con altro mondo è l’escamotage letterario per raccontare una storia di redenzione.

Infatti l’universo ultraterreno è lo specchio per osservare noi stessi, perché in quel limbo dimorano gli spiriti, che nella realtà materiale non sono riusciti a sciogliere i nodi delle loro psiche, a contemplare che il fallimento, il dolore, la perdita non sono ostacoli insormontabili ma la giusta chiave per aprire e liberare dagli ingombri, le porte della psiche.

E quegli stessi esseri incorporei non rappresentano altro che le frammentarie parti del nostro io. L’altro mondo non è che immagine della nostra interiorità e ogni ghost stories ci informa, in fondo, delle modalità con cui approcciare questi sfuggenti spettri. Esorcizzarli, capirli, abbracciarli, perdonarli, sono tanti i mezzi con cui rapportarsi ai “fantasmi”.

Insomma ogni fantasma non è che un archetipo in grado di rappresentare la nostra anima, spesso intessuta non soltanto di luminosi fili ma anche di buie e tetre sfumature.

 

E di ombre la protagonista, ne ha a bizzeffe.

Stella è una donna rotta.

Una donna che con gli eventi del suo passato, con il senso della perdita e della disfatta, non riesce a trovare un accordo. E’ troppo il peso da sopportare quando le aspettative divengono macerie, quando ciò che profondamente si desidera viene totalmente distrutto.

La vita cosi come la conosciamo a un tratto svanisce.

Arriva il cambiamento che non è mai fragile come un lieve vento primaverile, ma ha la forza dirompente di un tornado che spazza via tutto e ci fa ritrovare privi di difese, cosi nudi davanti al bivio.

E spesso si è incapaci di prendere una strada, perché non è quella che avremmo voluto per noi, non è il sogno che ci ha cullato da bambini, non è la vita che VOLEVAMO costruire .

E’ semplicemente un altra prospettiva, un altra immagine, che quella divinità dispettosa ci pone davanti.

E spesso sono prove che appaiono insormontabili, che ci torturano, macinano la nostra anima riducendola in polvere.

Eppure è dalla triturazione del grano che avremmo la farina per cuocere il pane.

E’ dalla distruzione del se che nascono nuovi stimoli e nuove personalità.

E’ dalla perdita, dal taglio netto del ramo, che un nuovo albero riesce a crescere.

E’ dalla putrefazione del frutto che il nuovo seme porta la vita.

Ma è difficile accettare che ogni fine, in ogni conclusione esiste il mio nuovo inizio.

Stella ha deciso di buttare i resti della sua vita nella pattumiera.

E di cambiare prospettiva e visuale intraprendendo il viaggio.

E’ morta talmente tante volte, che qualcosa di nuovo è sbocciato dentro di lei.

Ma non lo riesce a comprendere appieno, che il suo io è un qualcosa di giovane e nuovo,  non coglie i lievi cambiamenti che stanno sbocciando dentro di lei.

La perdita è stata la sua iniziazione, cosi come in tante favole è da una mutilazione che nasce la creatura magica. E forse ora Stella è un vero astro luminoso,  nonostante la sua pedissequa  convinzione di avere l’anima lacerata. I suoi occhi non sono abituati alla luminescenza forte che le vere stelle portano con se, non si  rende conto che la sua anima, semplicemente, ha cambiato forma.

E lo capiamo dal simbolo che l’accompagna, il suo animale guida: Kitty, la Gatta.

Come oramai ho scritto e riscritto più volte il gatto non è semplicemente un simpatico animale da compagnia. Nella simbologia esoterica l’adorabile batuffolo di pelo ha la capacità di osservare cosa davvero si cela dietro l’oscurità. Ne è capace di delineare le forme, di vedere la vera essenza, persino di impadronirsi dei nomi e quindi della loro energia.

Gli sciamani erano convinti che i gatti guarissero le persone. recenti studi sulle fusa dimostrano che con la loro frequenza (20-140 HZ) riescono a ridurre lo stress, le infezioni la pressione sanguigna, riducendo il rischio si contrarre patologie cardiache. Alcuni sostengono addirittura che i campi energetici di un gatto ruotino in senso antiorario, l’opposto di ciò che accade agli umani e per questo motivo avrebbero la capacità di assorbire e neutralizzare le energie negative.

Per tutte le culture, il gatto sa esattamente come muoversi nella vita, evoca il potere sopra qualsiasi illusione e guida d’istinto la visione interiore, che non è altro che la nostra vera leggenda personale, che supera e sconfigge le limitate aspirazioni umane.

E’ un caso che il gatto Kitty sia il vero protagonista della storia?

Non credo.

Sarà Kitty,  con i sensi sviluppati del magico felino a individuare i pericoli che ora la sua amata umana affronterà:

La sua stella piange di nuovo nel sonno. Lo fa sempre e Kitty non è preoccupata. Quello che hai nella testa non ti uccide. Magari è brutto, ma non ti uccide.

 

Il gatto è e resta l’anima più vicino alla psiche profonda.

E sa che a volte il dolore, appunto il mostro della mente, non uccide. Semplicemente pota l’albero della nostra anima.

Quello che uccide è fuori, nella vendetta, nell’attaccamento, nella venerazione della materia, nella volontà di possesso

Kitty è solo un gatto, ma sa che le cose belle ti portano alla rovina.
Le cose belle ti uccidono.

 

Le cose belle ci danno una sola visione della vita, quella fatta di sfavillanti luci, di bello e di pulito oscurando l’altra parte della vita, fatta a volte di morte, di marcio di tormento e del lato non bello delle emozioni.

Badate bene.

Non brutto.

Il brutto è da evitare.

Il non bello è da riunire con la totalità della nostra esperienza umana. Il fango non è bello ma serve.

La terra a volte non è bella, sporca ma serve.

Il letame non è bello, ha un odore acre ma serve.

Capite?

Il lato non bello è tutto quello che non fa parte dei sogni, ma al contempo è il terreno dei sogni.

E’ il dolore, la perdita, l’amore che è libero anche di finire, perché possa ricominciare.

E’ la morte che apre a noi nuovi scenari.

E’ la ferita che diviene cicatrice e esperienza.

E’ la fine che contempla nuovi diversi inizi.

E’ la volontà di sprofondare nell’abisso, e iniziare a guardare il cielo cosi luminoso e immenso e desiderare di raggiungerlo.

E’ il viaggio che sembra farci fuggire ma che invece di spinge a guardare la nostra sofferenza da un lato diverso

 

Mi credevo una superdonna, tanto forte da rinunciare a una vita che dal mio punto di vista non valeva la pena di essere vissuta, senza rendermi conto che l’autentico coraggio sarebbe stato rialzarmi e affrontare la sofferenza. Non avevo mai nemmeno provato a

conviverci, a superarla e trasformarla in qualcosa di sopportabile. Non c’era nessuna vergogna nel tentare e fallire, se ci si impegnava. Ma fuggire e basta…

 

Affrontare i fantasmi per Stella è soltanto…crescere.

Perché non si smette mai di evolvere.

Non si smette mai di aprire porte oscure dell’io, piangere davanti ai cadaveri delle nostre illusioni e tentare di sconfiggere quel predatore che decide di mutilarci.

Stella affronterà i suoi demoni, le sue paure rappresentate dalla volontà di vendetta, dall’odio di se, e dalla paura di perdere.

E sarà accompagnata da un gatto, il vero unici protagonista di questo libro soffice, inquietante ma ricco di poesia.

Non potrete non versare una lacrima, perché la storia di stella è la storia profonda di ognuna di noi.

E ognuna di noi si è fatta, almeno una volta nella vita questa domanda

L’avrei fatto? Avrei lottato ogni secondo della mia vita per sopportare me stessa? Ne avrei avuto la forza?

Ma chi si fa questa domanda, in fondo è già salvo.

Anche se non ha un soffice felino accanto a insegnargli a apprezzare la vita.