Recensione. “Le donne, istruzioni per l’uso” di Barbara Parodi. A cura di Micheli Alessandra

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Quando ho iniziato a leggere il libro di Barbara Parodi mi è preso un colpo, cazzo ho detto (perdonate la scurrilità) io non sono una donna. Mi sono guardata allora e si avevo ogni elemento caratteristico delle “femmine” ma io ero totalmente lontana dai cliché con cui ci descriveva il maschio e che Barbara affrontava con una penna ironica ma al tempo stesso bonaria, verso i difetti del suo sesso.

E cosa mi capitava?

Uno. Io in borsa tengo sempre almeno otto libri, più uno stick con l’ammonica (ufficialmente per evitare punture di insetti vari, ma in realtà adoro l’odore. E qua stenderei un velo pietoso). Al ristorante mangio come se fossi appena sbarcata dall’isola dei famosi, specie le bistecche che amo divorare grondanti di sangue.

Fidatevi non è un bel vedere.

Per non parlare di quando ingurgito scampi. Farei impallidire Enzo Miccio e infartare Carla Gozzi.

Non ho buone maniere a tavola, non da signorine sicuramente e alle feste comandate adoro tirare molliche di pane grosse come selci a mio fratello, che ricambia con altrettante bombe di pane, dall’altra parte del tavolo. Una classe che piacerebbe tanto a Csaba di cortesie per ospiti ( si li vedo tutti i programmi trash, mbé?).

E sul fattore cacca?  Quello mi ha davvero sconvolto.

Mentre la femminilità impone di non dare prove certe della nostra azione intestinale, io quando ci vado metto in pratica i manifesti per tutto il quartiere, assumendo persino la banda. E ne vogliamo parlare del famigerato cosa hai e la donna risponde niente?

Se a me chiedete cosa ho, perché sono nera vi rispondo con un laconico “mi girano le ovaie”.

Specificando con dovizia di particolari e colorite espressioni gergali, i motivi per cui il mio altero distacco dal mondo è stato turbato.

Allora cosa succede?  Sono un alieno? Sono un esperimento scientifico di Lemme?

In tal caso vi prego fatemi fuori, subito.  Perché se a me girano e tenti di farmi ridere, probabilmente ti trovi con il setto nasale rotto da una potente capocciata. Perché mi sentirei presa davvero per i regal fondelli.  Magari è colpa di mio fratello, con il quale sono cresciuta imparando a rispondere alle offese con amabili aggettivi, a fare a gara di rutti e sputi… si in effetti cozza molto con la mia immagine di blogger colta.

Ma chi mi ha visto alle fiere dei libri, mentre fingo (fingo davvero?) di attaccare residui nasali sulle copie dei libri, sa.  Allora? Chi mi sa spiegare perché il manuale sembra relegarmi in una fascia evolutiva che sta tra l’homo di neanderthal e l’uomo sapiens? (Neandrthal mi informa di non gradire l’accostamento con me e sono molto offesa).

Perché il libri di Barbara, pur affrontando con umorismo questi tratti direi stereotipati della donna li deride. E li rende cosi comici da farci capire che sono assurdi. Ogni essere umano è fantasticamente diverso. Ci sarà chi amerà leggere e chi si fisserà a cercare il fard color glicine. Chi vorrà tirare di boxe sulla faccia dell’importunatore di turno, e chi si sentirà lusingata dalla sua faccia da pesce lesso.  Chi ama i fiori e chi il cioccolato, chi preferisce un mazzo di carciofi. Chi ride e chi piange, chi sogna di essere madre e sposa e chi invece sogna di scalare l’Everest.

Perché nella vita siamo tutti unici, irripetibili e sopratutto finalmente protagonisti della nostra storia.  Allora quello che emerge dal racconto esilarante di Barbare è solo uno: l’unicità di un essere uomo o donna che sia impossibile da ingabbiare in una categoria, definizione o cliché. E allora ridete con lei, perché è quella risata che frantuma le trite convenzioni di genere che tanto danno hanno creato. E ridete di voi stessi, di come vi vorrebbero, solo perché alcuni hanno paura dell’immensità che si cela nei vostri occhi e nelle vostre anime. Ecco perché vi lascio alla fine di questa sconclusionata recensione con una frase importante:

Accettatevi per quello che siete sempre,

senza cadere nella trappola del “non valiun cazzo.” Siete voi che dovete sentirvi

speciali e solo così è incominceranno a

farlo anche gli altri.

Non ci voleva l’Oreal a dirci che noi valiamo. Siamo quegli esseri fatti più degli angeli e coronati di gloria e stelle. Non scordatelo mai.

 

 

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Recensione: “L’esercito dei generali”, di Bernardo Sandri. A cura di Alessandra Micheli

 

2Perché si scrive un libro?

Molte sono le motivazioni che in questi anni ho raccolto. Per esprimere la propria natura profonda, quella tenuta sotto controllo e condannata dagli occhi severi di una società intransigente. Per allietare il proprio ego, divenendo immortale su carta.

E poi c’è chi vuole diventare ricco e famoso e pensa che la letteratura di oggi sia una via facile. O quello o un trono o un reality.

C’è anche chi desidera raccontare una società diversa, sperando che le sue parole divengano nuova costruzione e nuova identità sociale, nella convinzione mutata dalla grande Marion Zimmer Bradley, che è il nostro pensiero guidato dalla parola, a creare ogni giorno il mondo che ci circonda.

E alcuni, invece, riversano se stessi in un libro, rabbia, dolore, frustrazione, desideri e amori non corrisposti. Sono questi i testi apparentemente più cacofonici e meno universali, poiché il loro messaggio non ha eseguito il necessario passaggio da personale a sguardo generale sulla realtà.

Si tende a racchiudere l’ambiente che fa da sfondo a quelle stesse emozioni, in un microcosmo, troppo ristretto per essere di interesse generale. Eppure è in quel ristretto mondo che il mio lato “scientifico” si risveglia iniziando a esplorare quei testi avvisi dai più.

Il libro di Sandri segue questo filone.

Lui stesso lo asserisce nella prefazione: nasce come rivalsa verso un mondo lavorativo che considera grondante di difetti. Ma è il suo mondo lavorativo. E lo fa con una squisita, ma a tratti disturbante, malizia. I suoi superiori divengono macchiette su cui infierisce apparentemente senza compassione e senza nessuna empatia. Sono esseri distanti, appartenenti a un mondo dell’apparenza a cui, probabilmente, il nostro autore si sente totalmente staccato.

E non alieno perché incapace di essere al loro livello, ma perché forse portatore di un educazione “vintage” che faceva a del talento e del valore i suo cardini portanti.

Ecco che se a una prima lettura il libro di Sandri diviene scomodo e anche irritante, non possiamo negare che la sua posizione privilegiata di osservatore e di critico, senza rendere conto di nessuna sfumatura capace di rendere le descrizioni meno crudeli, a un secondo sguardo può donarci delle  riflessioni.

Perché Sandri usa la scrittura per un suo sfogo personale?

Esiste al di la della frustrazione professionale e totalmente personale, qualche elemento che può collocare il libro in un altro livello?

Io credo di sì.

Analizzando bene le sue caricature, capiamo che esse siano rese eccessive appunto perché devono divenire archetipi di un sistema da evidenziare e da isolare. E per farlo non possono altro che essere grottesche e esacerbate, tanto da seccare ma al tempo stesso, stimolare la riflessione. Perché, dunque, scagliarsi contro un ecosistema lavorativo che sembra rispondere a un determinato e isolato fattore esperienziale di una persona specifica?

Perché arroccarsi il diritto di “giudicare” senza tener conto delle sfumature?

Perché forse, il substrato valoriale che ne esce riguarda tutti noi.

E qualcuno deve portarlo alla luce, scavando e mettendosi in gioco, e impersonando il difficile ruolo del moralizzatore. Quella raccontata è si l’esperienza di Sandri, ma è un esperienza nata e cresciuta in un determinato sistema societario che mette in cima un valore che conosciamo bene oggi: l’arrivismo, la dominazione a ogni costo, l’apparenza che non può non rivestirsi di bugie.

Se uno vuole sopravvivere e primeggiare in un sistema dominato dalla contrapposizione ciò significa che deve accettarlo, farlo suo e sposarne i contenuti. Anche se questi rischiano di trasformarlo in pedina. In tale senso il suo “cazzaro” è qualcuno che aderendo a questo sistema chiuso fatto di gerarchie e di classificazioni inflessibili, sostenute da preconcetti ferrei e rigidi, deve necessariamente costruire una maschera pirandelliana.

Ma attenzione.

Questa diviene cosi asfissiante e cosi pervasiva da non poter più essere tolta. Maschera e essere umano divengono una sorta di strano ibrido. E in questo marasma strano e “contro natura” (se studiamo approfonditamente le scienze naturali notiamo come esse insegnino che, la realtà è complessa e creata da mille sottili legami, da interdipendenza di fattori e da una sorta di proto  cooperazione capace di garantire quella struttura armonica che tanto ci affascina) i suoi personaggi divengono burattini manovrati dal una sorta di dio dell’ego che tende a dividere per poter dominare.

È il sistema, forse, che ha dato vita alla ribellione “cattiva” di Sandri.

E Sandri stesso, per rivoluzionare questo chiuso ecosistema, completamente destinato al un crollo interno (le parti prima o poi entreranno in conflitto tra loro creando il caos) deve privarli del loro guscio per restituirceli cosi come essi sono: uomini in cerca di una stabilità e di una realizzazione impossibile da trovare con le proprie attitudini.

E lo può fare solo con un atto apparentemente duro e radicale, usando l’ironia e il sarcasmo.

Il mondo di oggi ci vuole omologati.

Il mondo di oggi ci vuole completamente subordinati a qualcosa, che sia l’autorità centrale o i nostri bisogni che divengono catene.

E cosi forse, il libro di Sandri può diventare non solo uno sfogo, ma uno spunto di riflessione che serve oggi per comprendere chi siamo cosa dobbiamo modificare, quali abitudini o assunti culturali e dove possiamo andare. Quello che deve fare questo libro è il salto necessario affinché la protesta singola, diventi protesta contro un sistema che genera queste distorsioni. Perché essere un etichetta, una caricatura è una distorsione vera e propria.

Noi non siamo fumetti.

Siamo esseri umani.

 

 

 

“Unlucky?” di Milena de Rosa. A cura di Alessandra Micheli

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La prima cosa che viene spontaneo pensare dopo aver letto Unlucky è “finalmente una protagonista sana e normale!”

Abituata a adolescenti complessate, piene di strani turbamenti post menopausa e pruriti sessuali fuori norma, la dolcezza buffa e goffa di Claire è un toccasana per me, per tutte noi.

Questo perché le adolescenze nella norma erano troppo abituate a emozioni e sensazioni meno pretenziose o più terra terra, che andavano dal gioire per lo sguardo del prescelto, alle fantasie monotone tipo amore eterno, promesse in chiesa e nidiate di bimbi.

Nulla a che vedere con acrobatiche performance erotiche da far impallidire Yuri Cechi, o strane e oscure fantasie che prevedono candele (l’unica candela che mi interessa è quella della macchina) manette (anche li mi limito alle imprese criminologhe di CSI) frustini (ehi non siamo al Palio di Siena né all’ippodromo) e corde varie ( e non per imparare a fare i nodi dal buon vecchio capitan Findus).

Le nostre idilliache visioni erano molto più fresche e naturali e prevedevano si la volontà di sentirsi pelle a pelle, ma in modo sereno senza l’ansia di acrobazie contro le leggi newtoniane o volontà di appartenenza al limite della sanità mentale.

Ci bastava aver conquistato almeno l’attenzione del nostro eroe romantico e che lui ci avesse notate, a discapito degli orridi vestiti che madri snaturate ci costringevano a indossare, a discapito dei problemi adolescenziali come acne e sudorazione eccessiva, cosi come eravamo con quell’interiorità dotata di una grande ricchezza di immaginazione, con quel grande desiderio di regalare all’altro le chiavi delle nostre segrete stanze del cuore.

E non viaggi allucinatori nelle camere dei giochi, che per me amante dei thriller, sembrano cosi orribilmente simili alla sala del maniaco di turno, provetto serial killer.

Eppure i libri che oggi formano la nostra idea dell’amore prevedono almeno una pedata (se non ti scalcia non è amore) almeno una frustata (Brambilla siamo noi la razza da proteggere) e una bella dose di cera bollente nelle zone sensibili senza neanche tirare giù tutti i santi del calendario e forse anche quelli di quello cinese, ma solo mugolii sensuali di piacere.

Ma io sono anziana e il massimo del piacere a cui aspiro è quello di divorare una bistecca di manzo senza ricorrere al Gaviscon di sera, per far smettere all’adorabile bovino di correre su e giù per il mio stomaco. Come potevo restare, pertanto indifferente alla mia gemella di carta, l’adorabile Claire?

Come non ridere delle sue disavventure che in fondo rappresentano quelle, seppur esagerate per un’esigenza narrativa, delle figuracce (grezze le chiamavamo noi) di ogni santo adolescente che si affaccia alla vita e si trova alle prese con le interazioni con l’altro, fatte di sogni e di incubi, di vette altissime e di abissi, di insegnamenti e soprattutto della più fondamentale delle massime apprese in quegli anni che alcuni vorrebbero dimenticare: non è l’accadimento che fa crescere.

Non sono le esperienze di per se traumatiche il vero impulso che oggi mi ha reso e ci ha reso, parlo di tutti voi ragazzi che mi leggete, le persone che siamo oggi.

Ma è stato e sarà sempre la modalità con cui le abbiamo affrontate, interiorizzate e superate.

E se non superate utilizzate per cementare la strada del nostro futuro. Ecco che in una sequela di esilaranti disavventure, tutte considerate frutto del crudele umorismo di una divinità chiamata sfortuna, possiamo vedere nella storia di Claire semplicemente l’incontro con la vita, in ogni sua sfumatura, la meraviglia dell’amicizia, il senso di solitudine di chi cerca di comprendere e proteggere e persino far nascere la propria personalità, la ricerca della felicità con i suoi limiti etici da creare noi stessi grazie anche all’educazione ricevuta, fatta di elementi da conservare e altri da scartare.

L’incontro con il diverso, l’infrangersi delle nostre aspettative.

Sopratutto questa è stata e sarà sempre la sfida meravigliosa: è dal crollo delle nostre costruzioni mentali, anche se dotato di un impatto a volte traumatico, che può nascere davvero il futuro, il presente e la nuova possibilità capace di creare entrambe.

E’ quando Claire si sente sola, in balia di eventi che demoliscono le sue certezze, che cresce, cambia, matura e diventa sempre più se stessa, rimpicciolendo quel bozzolo infantile che protegge la nostra vera essenza.

Ed è da quel bozzolo che nascono uomini e donne.

Claire ha dalla sua parte la capacità di ridere di se stessa, di affrontare la vite e le sue sfide con ironia.

Nonostante le propri insicurezze a volte pesanti, nonostante il primo impatto con la meschinità umana, è grazie alla forza del sorriso e della risata che gli ostacoli appariranno meno ignoti e quindi meno pericolosi.

Ogni risata, sfogliando questo libro è un passo per ritrovare una purezza che oggi abbiamo perduto.

Troppi libri dark, troppo dolore, troppe adolescenti gotiche e oscure. Troppo amore malato, troppi pochi sogni leggeri e pieni di dolcezza. Troppo poca realtà in questi libri di oggi, rendono Unlucky e la sua adorabile autrice una piccola isola felice, che tutte voi almeno una volta dovete provare a ormeggiare.

E passeggiare sulle sue spiagge assolate, provare a ridere e divertirvi, senza il sogno dello stronzo di turno pronto a ammanettarvi e a piastrellarvi come un marmista turco.

E vivere per un’istante, questa normalità fa bene.

Perché non siamo e spero che nessuno di voi sarà un disagiato Mr Grey o una rincoglionita Anastasia.

Ma una semplice normale Claire.

Ovviamente è una normalità per nulla noiosa.

Credetemi Claire è tutto fuorché monotona.

È in preda delle isterie di due voci nella testa che sono peggio di quelli che avevo io a sedici anni e che mi costrinsero a dare un bel pugno in faccia a un mio povero compagno, reo di aver rovinato la mia vittoria a braccio di ferro.

Beh in effetti la mia idea di normalità potrebbe apparire un po’ contorta, ma certo meglio della vostra che pur di accontentare il disadattato di turno vi contorcete come anguille infarinate nella friggitrice mentre venite scagliate con la fionda addosso al muro della stanza dei giochi.

Bravissima Milena e non smettere mai di andare controcorrente.

“Forno inferno” di Daniele Botti Alter Ego editore. A cura di Alessandra Micheli

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Ridere.

C’è tanto bisogno di ridere.

Sopratutto per toglierci quell’insopportabile aura di seriosità che infiamma oggi la letteratura. E invece c’è bisogno di realtà e quindi di tante critiche capaci di evidenziare tanti, tanti difetti che non devono diventare un biglietto da visita, ma una grottesca, realistica caricatura.

L’essere umano quando si trova a contatto con quelle imperfezioni deve provare indignazione, orrore, stupore, rifiuto, non considerarle un male necessario o peggio la consuetudine.

Quando leggiamo Forno Inferno, dobbiamo non riconoscerci nei personaggi, ma allontanarci da un cliché che stiamo sostituendo alla nostra vera natura, quella di esseri tanto sacri che una lontana divinità, un giorno che non teneva nulla che fa, per dirla alla napoletana, ci ha scelti per nominare il mondo.

Botti ride.

Sorride e prende in giro se stesso, nonostante possieda una tecnica da inchino. Ma sopratutto, immortala con i suoi lazzi, quell’idea di potere che è oramai cosi tanto tatuata sulla nostra pelle da essere considerata indelebile e cosi ovvia da non stupirci più.

Ogni volta che leggo un thriller con un je t’accuse, io quel modus operandi e quella distorta percezione del mondo e dei rapporti umani, lo ravviso in ogni mio incontro quotidiano, tanto che non sono più in grado di sorridere davanti ai vizi e alle ossessioni, perché li ritengo, purtroppo, il marchio di fabbrica della nostra società.

E mi arrabbio in ogni recensione facendo uscire sicuramente la pasionaria che è in me, ma annichilendo, invece, quell’ironia salvifica che ha da sempre sostenuto le società.

E Forno inferno ha quella capacità di leggerezza ma non di superficialità, che anche secondo Calvino era il miglior mezzo per parlare di noi stessi, considerando la caduta nell’errore solo un’eccezione, non la costanza.

Ecco che nella storia si inizia a ironizzare non solo sui poteri forti, ma anche sulla nostra snobbistica considerazione della letteratura, che da troppo tempo ha quasi ignorato la fantastica opera di Jerome e di Vamba come quisquilie adatte a un pubblico medio basso.

E innalzando, invece, il nome della rosa nella lista dell’alta letteratura, cosi alta da essere irraggiungibile ai più.

E, in effetti, il buon vecchio Umberto Eco è cosi immenso, cosi autorevole e autoritario da essere persino citato con voci sussurrate.

E quasi mai letto.

Perché se fosse davvero “letto” si capirebbe che il nostro maestro, l’ironia l’ha usata a profusione, complice la sua perfetta e quella si autorevole, conoscenza dei misteri della semantica e della semiotica.

E questa tendenza elitaria, che a parer di questa misera appassionata che tenta di scrivere a voi lettori assetati (spero di bellezza) riflessioni tinte del rigore analitico, è assurda e nociva, deve essere contestata in modo garbato da autori coraggiosi, come il mio adorato ( non lo nego) Daniele Botti.

Perché, seppur vero che Forno inferno è parodia, è al pari passo da considerarsi vera contestazione di un sistema universale che si fa beffe dell’umana creatività, è anche capace di proporre non solo “demolizioni” ma anche proposte alternative: e se oltre a denunciare, confutare, correre a indossare i panni del vendicatore, ci facessimo una sana, autentica risata in barba a quel cliché che infarcisce di stereotipi gli uomini?

A volte in questa corsa alla ribellione anticonformista ( spesso molto radical chic ma poco utile al cambiamento sociale) si perde di vista il valore del sarcasmo, dell’umorismo come azione e reazione contro l’omologazione.

Sembra uno scioglilingua?

Però pensateci, soprattutto se come auspico, leggerete forno inferno.

Io stessa nella mia battaglia per l’autenticità e la specificità umana scevra e libera da quel sistema di contrapposizione, di apparenze e mai dedito alla sostanza, quello in cui la competizione è cosi esacerbata dal fine ultimo di conquistare un potere effimero ma che ci fa sentire vivi e ci permette di esistere, mi sento troppo convinta di me.

E rischio in questa mia posizione intellettualoide, contornata da tomi di sociologia, da libri molto complicati e di nicchia, di diventare come quegli eremiti che deridevo nelle mie giovanili escursioni nei terreni del fantasy, la cui lunga barba non è più sinonimo di saggezza, ma diventa anch’esso uno status quo.

Io stessa rischio di concentrarmi tanto sul ruolo moraleggiante da dimenticare la meraviglia di una risata, in faccia proprio a quel sistema che vorrebbe l’uomo “ammanicato”, la norma e mai l’eccezione.

Ecco che il grottesco, è proprio questo: rendere un quartiere un concentrato comico di vizi, e un ispettore Saverio Tinca l’archetipo dell’uomo sottomesso al potere.

Ma non vincente e tronfio, ma assurdo, sfigato, comico e anche…tenero.

E tutti i personaggi sono altro che disegni satirici, distanti anni e anni dalla complessità umana.

Questo non fa di forno inferno un libro soltanto di svago.

Isolare e “deridere” la pomposità e la banalità del male è un modo intelligente di combatterlo.

Scriverne in modo serio e convinto lo rende intrigante, seducente, quasi affascinante perché l’aura di potere ne viene quasi esaltata.

Magari inconsciamente.

Invece, ecco che il sarcasmo sconfigge quell’armatura di legittimità e ci dice “guardate i vostri eroi. Sono fragili, assurdi, ridicoli e quasi teneri nella loro ricerca di certezze”.

E allora dopo la grassa, sana risata con un Tinca in lotta con il dimonio, alla ricerca di un manoscritto occulto, cosi segreto da risultare più interessante della sua reale natura ( in questo libro si sfata il mito arcano del manoscritto Voinch: non è altro che un ricettario come quello che ho amato da bimba ossia i segreti della nonna. E di arcano troverete il mistero del limone che sconfigge il maligno calcare).

E nella sua assurda irriverente ricerca di farà accompagnare nientedimeno che da Fra Atzo da Velletri.

L:o ammetto.

Con fra Atzo da Velletri, Botti mi ha definitivamente conquistata, tanto da farmi infrangere la sacralità della notte con una risata assurdamente lunga, irrispettosa per l’ora magica, che mi ha lasciata sfinita, incredula, leggera ma sopratutto convinta che, l’unica vera arma ribelle è smontarli i miti.

Non esaltarli.

So di non essere una grande analista, che le mie recensioni non sono le solite, quelle che si leggono a iosa nei nostri amati social.

So che magari avreste voluto conoscere i dettagli della trama, o vedermi lanciata in agiografici panegirici sullo stile dell’autore, o diventare come il buon Morelli impegnata in un ardita e complicata un’analisi psicologica degli autori.

Ma nel primo caso non vi ritengo cosi imbecilli da essere incapaci di leggervi la quarta di copertina.

Nel secondo esistono gli editor e i critici letterari: andate a rompere gli Azti a loro.

Nel terzo caso, non sono Morelli, ne mi chiamo Meluzzi, né partecipo ai programmi di Quarto Grado.

Io posso solo fare da mediatore tra voi e la genialità dell’autore, stuzzicarvi, incuriosirvi e dirvi con tutta l’obiettività di cui sono capace: Botti è un fottuto genio.

Cosi geniale che questo libro l’ho letto e riletto almeno cinque volte.

E non vi nego che ce ne sarà una sesta, una settima e un ottava.

Ridete.

Siate immensamente ironici.

E sopratutto state attenti alle Sante Marie Goretti che parlano pilippino.

E se volete sapere perché, beh leggetevi una volta tanto un buon libro.

Non ve lo addebitano sul conto.

“La mistica del carismatico” di Salvatore Dimauro. A cura di Alessandra Micheli

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Sono convinta che il senso del sacro sia paragonabile a un odore che stuzzica ogni narice.

E’ un bisogno di avvertire, in modo più corporeo e meno indefinito, il bisogno di appartenere a qualcosa o a qualcuno che esca dalle pastoie della materialità. Perché anche l’amore terreno è frammentato e invaso da troppe e rigide paranoie, da bisogni intensi che offuscano quel senso di comunione che vorremmo avvertire dal contatto con l’altro.

La materia, seppur cosi bella e varia, cosi emozionante è a volte troppo intensa per noi, tanto da farci sentire sempre sulle montagne russe, in un frenetico via vai di salite e discese.

E quando sembra di aver raggiunto l’apice, quell’acme che tanto bramiamo, si scopre che esso è solo un illusione lontana.

Ed è questa tensione a raggiungere la cima della soddisfazione personale, forse, la colpa di tante incomprensioni e di tanto dolore.

Anzi della nostra incapacità a sopportare la vista del dolore.

Nella religione e nel sacro è la stessa cosa.

Si ha bisogno disperatamente di credere, si cerca di raggiungere quella unione mistica letta e descritta da tanti asceti, caricando di aspettative ogni anelito verso l’infinito.

Fino a trovarsi sempre con la bisaccia vuota.

Per noi, la scoperta di Dio o degli dei, deve essere strepitosa, spettacolare, piena di effetti speciali, come se fossimo sul set di un film potteriano.

Scintille, lacrime di sangue, eventi misteriosi.

E li bramiamo cosi tanto da convincerci che essi accadano.

La volontà di un segno che ci faccia sentire meno soli e meno sperduti, prescelti che un giorno avranno la risposta ai loro perché, perché di tanto male, di tanta morte e di tanta sofferenza.

Ma forse le risposte sono come dice Bob Dylan, “nascoste nel vento” e il vento non sempre ha la voce roboante di un tuono.

Non succede nulla di colossale, come in una scena hollywoodiana.

Come se il sorgere del sole fosse banale, come se l’alternarsi delle stagioni non avesse dell’incredibile, come se il nostro stesso corpo fosse così noioso per nulla mistico.

E’ la perdita di quel senso di meraviglia che ci fa attendere la voce tuonante del dio, che ci fa sperare in qualcosa di straordinario, perché la vita che si risveglia ogni giorno nei nostri occhi non sia abbastanza sconcertante.

Come se il mistero di nascita e morte fosse solo un qualcosa da osservare senza stupore, poiché privo di effetti speciali.

E allora la nostra ricerca spirituale deve avere eclatanti dimostrazioni di essere toccati da dio.

Anche io come il protagonista sono stata attratta dalla spettacolarizzazione del sacro.

Tanto, che decisi nei miei fecondi vent’anni, di partecipare a varie sessioni di preghiera dai carismatici, ai neocatecumenali, ai rosari in onore del pio padre. Attratta dall’entusiasmo di chi si sentiva protagonista di un miracolo.

Lingue sconosciute, luci, immagini, odori e visioni.

Ero lì in attesa, mentre intorno a me estatiche persone si sentivano toccare dalla mano di fuoco della divinità, vedevano la Madonna, sentivano profumi di fiori.

Io nulla.

Mi sentivo ancora peggio perché questi fenomeni, questi eventi “magici” non mi avevano scelta.

Nonostante fossi rinchiusa in queste fredde ma eleganti magioni, immersa in casi di isteria collettiva, non sentivo assolutamente nulla.

Ero già dannata?

Ero io bacata?

Ero così “impura” da essere esclusa dalla mistica?

Ero così imperfetta da essere emarginata dal sacro carisma?

Forse.

O forse dentro di me si sviluppava un diverso senso del sacro, che amava la tranquillità alla cacofonia di voci.

Che preferiva emozionarsi davanti alla magia di un tramonto, piuttosto che credere davanti alla manifestazione miracolosa del sacro.

Ero quella che piangeva non perché trascinata dagli altri, ma solo perché abbracciando un albero lo sentiva vibrare.

Perché sola, immersa nella calma in fermento della natura, ero convinta di vedere la terra alitare e io seguivo il suo respiro con lei sentendomi, per la prima volta, immersa in una delicata ma forte rete di interconnessioni.

In alcuni momenti, per fortuna non rari, io mi sono sentita foglia, pianta, sole, vento e terra.

Ero roccia e insetto.

Era una sensazione di perfetta completezza che nessuna sessione di preghiera, nessun guru, nessuna setta poteva darmi.

Ecco che mi riconosco nella bellissima, divertente avventura, permeata da una sottile malinconia, di Salvatore di Mauro.

E mi riconosco in queste parole che vi lascio, perché stavolta sia il libro a parlare per voi:

Eppure devo ammettere che una specie di bisogno di pregare c’è, non un bisogno ma piuttosto una sensazione, qualunque cosa voglia dire; rivolto a chi o a che cosa poi non saprei; no, questo non è corretto, “a chi o a che cosa?” , “a questo o a quell’altro dio?” A Dio, sicuramente questa sensazione non può che essere rivolta a Dio; chiedersi o scegliere “a quale dio?” equivale a cercare una qualche religione e non Dio, e le religioni sono appunto un insieme sterile di dogmi che sfociano nella massa dei riti: ora solenni allestimenti, ora cortei di baccanti dietro qualche statua, tutti insieme tesi a rappresentare la parodia del divino. Relegare Dio nelle dottrine delle religioni o nelle filosofie significa mortificare l’intuizione del sacro per asservirsi a delle norme che, ben che vada, non sono altro che convenzioni sociali. Gli imperi religiosi nascono dall’appropriarsi e dallo sfruttare, o addirittura schiavizzare, quella naturale “sensazione del divino” che sorge nelle persone e che viene mutata in quella fede che altro non è se non ubbidienza sociale ai ministri della norma.

Vedete, se desiderate il sacro non andate in cerca di santi e medagliette, di santuari o di sessioni estenuanti di preghiera, di sette e guru perché:

Questi infatti sono gli unici interessi delle religioni; gli dei che esse proclamano sono poco più che utili idioti funzionali all’esistenza delle religioni stesse. Null’altro che dei prestanome usati per ratificare in calce le regole sancite dai ministri del rito.

Immergetevi nella natura.

Ascoltate ridere un bambino.

Leggete o vedete un film e emozionatevi.

Correte con la vostra musica preferita nelle orecchie.

Sdraiatevi su un prato e giocate con le nuvole e le loro forme.

Accarezzate un gatto mentre siete davanti la fuoco di un camino.

Ascoltate il ticchettio della pioggia e assaporate l’odore della terra bagnata. Ascoltate il silenzio della neve, fatevi abbagliare da quel biancore.

Amate.

Piangete.

Fatevi strappare il cuore dal dolore ma sentitevi vivi.

Perché di sacro abbiamo solo il fatto di essere qui ora, così amati da essere resi più su di angeli e stelle grazie al nostro libero arbitrio.

Guardate gli occhi dell’altro e abbracciatevi.

E se siete oramai immersi in questa girandola di assurdità ( perché il sacro è già vostro, perché siete parti di dio) fatevi questa domanda:

Quella mattina davanti alla farmacia iniziai a chiedermi se per caso non mi si stesse prendendo per il culo.

Forse allora imparerete che non dovete cercare dio. Ma solo sapere dove si è nascosto, lì in quell’anima dove oramai non cercate più.

perché vedi, l’importante non è che tu ci sia o non ci sia:

l’importante è la mia vita finchè sarà la mia:

con te, Signore è tutto così grande,

così spaventosamente grande,

che non è mio, non fa per me.

Guardami,

io so amare soltanto come un uomo;

guardami,

a malapena ti sento,

e tu sai dove sono…

ti aspetto qui, Signore,

quando ti va..

Roberto Vecchioni

“Il giorno in cui facebook arrivò nel condominio Ariosto” di Marisa Saccon, Brè edizioni. A cura di Rafaella Francesca Carretto

 

Siamo tutti maschere su Facebook?

Conduciamo anche noi una doppia, tripla o chissà quante vite?

Si può avere un’altra chance nel virtuale, se la vita reale non ci soddisfa?

Tutte “reali” queste esistenze, in cui mostriamo in ciascuna un lato di quel piccolo diamante che è il nostro essere…eppure quante facce riusciamo a mostrare a dei perfetti sconosciuti?

Quanta magnificenza nel nostro quotidiano virtuale, mentre poi nella vita, quella vera, viviamo di frustrazioni, soprusi, invidie, e chissà quanto altro ancora cerchiamo di nascondere..

Ecco, tutto questo è il racconto breve di Marisa Saccon, che mostra un quadro più che realistico del vissuto di quei “fanatici” del virtuale che vivono i social come fosse la realtà e conducono più vite parallele, con amori virtuali e non, creando aspettative, giocando con like e parole sino a immergersi in un mondo che quasi confondono con la realtà, quasi assuefatti da una potente droga che spinge ad avviare il pc e connettersi al social per vivere e fortificare il proprio ego.

È certamente ironico e dissacrante questo brevissimo racconto che l’autrice ha creato per dar comunque voce a un’evidenza che è chiara a molti, ma quanti altri ancora vedono nel social, e nel virtuale, un nuovo modo di socializzare e crearsi una cerchia di amici, che sono poi solo contatti utili a far numero?…ecco, forse sono solo questo i social, il far numero.

Nonostante tutto, l’utilità, la capacità della diffusione e l’immediatezza, i social sono croce e delizia per tanti, molti…troppi, forse.

È palese come chi è più debole venga ingoiato dal vorticoso mondo del social, ma è altresì evidente che in molti creano profili e pagine per gonfiare il proprio ego, e porsi all’attenzione come pavoni che fanno la ruota. Ne è un esempio evidente Florindo, l’ingegnere.

Florindo e il suo bisogno di masturbare il suo ego.

Benissimo. Siamo arrivati a mille iscritti nel gruppo a favore dei bambini Down
e a quota 899 nel gruppo contro le ischemie. Adesso mi occupo dei miei contatti di Facebook, di tutti quelli che hanno bisogno di me.

Ma con i social puoi mostrare anche un’immagine falsata di te, o meglio quella che si vorrebbe fosse reale, ad esempio una meravigliosa vita ricca di soddisfazioni, luminosa … ma che non è quella quotidiana…

Tutti i personaggi sono mostrati quasi come moderne caricature della realtà … grotteschi … poveri dentro …

E forse non c’è limite al grottesco.. ma questa è la verità, perché i diversi protagonisti, tutti inquilini di uno stesso condominio, alcuni inconsapevolmente e altri volontariamente, si intromettono nelle vite dei loro vicini, quasi spiandoli, cercando di confutare la veridicità di ciò che affermano sul social; lo fa Marcello, che col suo profilo fake, chatta con le diverse condomine…ma alla fine lo aspetta un’amara e paradossale sorpresa.

Quanti danni può fare l’intreccio di vite sul social..lo scoprono tutti i nostri protagonisti, anche quelli che ne sostengono l’utilità…

Quante illusioni, questo mondo virtuale.

Se stai male, puoi sempre scrivere uno status su Facebook e tutti accorrono a
salvarti.
E tu puoi salvare gli altri.

E tutti vi salvate a vicenda.

Perché adesso non sei più solo.

Nel tuo mondo virtuale.

Ma questo libro non è solo uno sguardo ironico e surreale di una realtà che oggigiorno vive la maggior parte di coloro che hanno scelto la vita social; di fatto, a mio modesto parere, è anche un modo per dare attenzione a quelle relazioni umane che ormai vengono dirottate verso la dimensione virtuale, alterando in tal modo la percezione della “vita in mezzo agli altri”…come ci si relaziona con gli altri?

E’ possibile farlo solo attraverso un pc, uno smartphone, il social?

Non parlo solo delle vecchie relazioni di buon vicinato, perché anche nel racconto si parla dei rapporti tra i vari condomini, ma…c’è forse tanto di più da ricercare nelle poche decine di pagine che ci lascia l’autrice.

Questa lettura è forse specchio di un isolamento, di una chiusura, di un impoverimento emotivo; è il rifugiarsi in una realtà virtuale che in taluni casi può celare delle difficoltà, è una fuga dalla propria vita, fingendo che la realtà virtuale sia quella vera, sia la vita che desideriamo e che non siamo riusciti a ottenere, ma che nel virtuale ci mostra agli altri per come vorremmo essere…e poi, ecco la vera realtà, quella delle mille maschere, che ci consente di intrufolarci nella vita altrui, senza limiti, disconoscendo la propria e ciò che le compete.

Marisa Saccon, l’autrice, ci mostra quindi, da fine osservatrice, uno spaccato di vita quotidiana che fa sorridere ma anche riflettere; si tratta di un’opera breve ma che rappresenta uno spaccatto della vita di molti, e sta a noi prenderla come spunto di riflessione. Di fatto questa lettura ci porta a una triste e inquietante riflessione, su quanto i social condizionano la nostra vita (mi ci metto in mezzo anche io).

Lettura avvincente suddivisa in capitoli che alternano la presentazione dei vari personaggi e le loro vicissitudini virtuali e non; si legge tutta d’un fiato, con qualche colpo di scena forte e duro, ma in altre situazioni è pregna di ilarità. Io ho sorriso, certo, ma ho vissuto momenti di forte impatto emotivo, e ho concluso la lettura con un riso amaro.

A voi, nella scelta di questa lettura, la possibilità di rivivere alcune delle mie osservazioni.

“Decalogo semplice” di Mike Papa. A cura di Alessandra Micheli

 

Capita spesso al lettore comune (nell’accezione non snobbistica del termine) di innamorarsi di un personaggio. E’ ritrovare un amico perduto da anni, specchiarsi in esso e stranamente notare come i pezzi sparsi della propria anima si ricompongano in un tutt’uno splendente e lucido come un’armatura.

In fondo non è questo l’anima?

La sfavillante armatura del guerriero uomo?

Tramite questo ri-conoscersi, questo straordinario amore, la compassione ossia il sentire, il soffrire con l’altro anche se è un altro intessuto di inchiostro e parole il lettore scende nell’abisso della propria psiche, trovandone stralci di paradiso o di cupo infermo. Vizi e virtù gli danzano davanti agli occhi nominandolo e benedicendolo con soave voce.

Al lettore dissidente, quello sui generis, direi quasi deviato, raramente accade. Egli usa il libro come un portale ma non ci si identifica, rimanendo quasi distratto e beffardo, padrone di se stesso. Nonostante la sua immersione nella parola scritta, che legge come un incantesimo, egli ambisce non a diventar pari del personaggio libresco ma a ri-crearlo egli stesso, tronfio e saccente dall’alto del suo piedistallo. In quel caso inizia la lotta tra la dialettica di questo strano demiurgo lettore e la volontà del libro di superare le difese e le barriere per invaderlo totalmente e dominarlo. E’ questo scontro/incontro che mi allieta ogni volta la lettura. Io che intendo essere il creatore, sorpassando e surclassando il libro e il libro che tenta di superare me. Una lotta bellissima e sanguinaria a furia di parole e di fioretti, un duello in cui ognuno china fiero la testa ringraziando l’altro. Eh si miei cari. Io resto dell’idea che ,a lotta intellettuale, la tensione emotiva tra oggetto e soggetto sia il vero sprone per l’evoluzione. Il mio dissentire, il mio voler impugnare la spada e mai chinar la testa, come un fiero Cyrano mi porta a essere dall’oggetto stesso benedetta. Il libro per me è questo continua tensione verso un dominio che si risolve in un riconoscimento. Ma è un riconoscimento mentale e totalizzante di sensi tesi verso la conoscenza intesa come gnosi più che in un bisogno di sentirmi edotta dalle parole. Le parole si sfidano, si stuzzicano si portano fino all’estrema tensione per poi ognuno inchinarsi lieto e felice del singolar tenzone.

Ma questa è un’altra storia.

Eppure, anch’io ogni tanto mi innamoro del personaggio e lo ri-conosco come parte di me, forse assoggettandomi a esso. In quel caso il libro tira un sospiro di sollievo e ride sollazzandosi della sua vittoria. Mi è capitato con il mitico Pestalozzi e mi è ricapitato con il fantastico Rocco Raspa.

Cosa ci sarà mai dietro a quest’assurdo comico personaggio?

Che l di là della sua vena ironica e sarcastica, Rocco contiene una sofferenza che lo rende profondo e poetico, degno dei migliori personaggi inquieti e oppressi da un qualche oscuro tarlo che pur rodendo la mente, forse contorta, lo spingono a viaggiare nelle profondità delle altrui essenze. Rocco irride e deride, ma al tempo stesso si fa portavoce di una lirica sofferta e malinconica, cosi come il mio personaggio letterale preferito il mitico Cyrano de Bergerac, cosi dissacrante e cosi infelice, perché porta avanti un naso ingombrante come orgoglioso segno distintivo e come altresì segno di un certo destino. Lui ha naso perché riconosce oltre le maschere del moderno, falsità, pene, paranoie e ipocrisia umane, e ne è totalmente alieno perché idealista puro e a volte rigido. Ma la sa non è la rigidità mentale della gratta mortalità ma quella di chi l’animo lo vuole tutt’intero e mai piegato o spezzettato dalla convenienza del vivere civile. E’ colui che i sogni li desidera interi e non macchiati, è colui che non si fa comprare del sistema che ci vuole quieti e sorridenti burattini. Rocco Raspa è questo. Preda di manie e amante del vizio come il buon Rimbaud, non disdegna di scendere una stagione all’inferno. Ma non piega mai la testa di fronte alla povertà umana e interiore dei suoi concittadini. Raspa è un anacronismo vivente, sempre anticonformista senza volerlo essere davvero. E’ semplicemente sintonizzato su canali a noi sconosciuti, fiero lottatore contro il nero e l’incubo che nella sua mente si agita. Rocco è un outsider che nonostante abbia una grande ombra in se, la irride costantemente e non si rende preda del cosiddetto lato oscuro. Rocco tramite l’autoironia, a volte malinconica come il sorriso lacrimoso di un Pierrot, non si fa mai schiavo di nulla, neanche di se stesso. Ecco la sua libertà, il combattere le ingiustizie beffandosi dell’autorità, il suo andare contro il conformismo con parole taglienti eppure velate di una saggezza antica. Il suo sapere che, la tentazione va combattuta a suono di sarcasmo, temendola ma non soccombendo mai alla paura. E quando si trova di fronte al più terrificante degli incubi il desiderio, la volontà di rompere i limiti dell’etica e del lecito, decide di chiudere, simbolicamente, la saracinesca del proprio io in modo ferreo e deciso. Perché la nebbia del peccato non invada un’anima bambina eppure cosi vetusta come la sua.

Attraverso racconti di vita, cosi apparentemente banali, Papa svela i vizi di una cittadina perbene, ma esalta anche la forza del pensiero creativo, dell’osare oltre i limiti. Inneggia alla poesia che deve ammantare di incanto ogni piccolo gesto quotidiano, un bacio, un incontro, un sogno e una fantasia. Un libro che entra nell’anima, che vale più di mille autorevoli saggi sociologici, che irride le regole letterarie eppure diventa un prezioso diamante grezzo in quel mondo letterario stantio e omologato.

E vi lascio invitandovi a immergervi nel mondo reale e al tempo stesso assurdo di Rocco Raspa, della caricature di un’umanità sconfitta ma al tempo stesso capace di ballare sopra la sconfitta e brindare al fatto che in fondo, essa è una chimera: nessuno è davvero abbattuto finché può danzare alla vita. Brindo con voi assieme a Raspa e Abramo con Giuseppe Maria al Tradicional e vi aspetto, abbiamo tante nuove avventure da raccontare.

Sciaddio!

“WC Tales. Brevi storie per una sana e corretta attività intestinale” di Vincenzo De Lillo, Writers editori. A cura di Alessandra Micheli

 

In un mondo così caotico come quello letterario di oggi, spesso c’è una grande confusione tra cultura e evasione. E lo dimostra questa dicotomia assurda che scinde un libro in due parti originariamente totalmente unite una all’altra.

Evasione e cultura sono, infatti, profondamente connesse tanto da non poter mai esistere una senza l’altra. Questo perché il testo è sempre dotato di più livelli interpretativi: uno letterario, uno simbolico e uno nascosto. Ed è questa sua totalità che gli consente di parlare al lettore e di raccontare a ogni componente della psiche una storia uguale seppur diversa. Scindere le diverse anime del libro, crea mostruosi horcrux che lo mantengono in vita anche quando è fatalmente cadavere. Ecco perché un testo privato dell’integrità della sua anima diventa banale, insipido e…orrendamente muto.

Siamo noi a mutilarlo, siamo noi con la nostra fissazione per la categorizzazione selvaggia a snaturarlo e privarlo della sua anima. E al suo posto, al posto del libro creiamo ibridi inquietanti, libri che si ergono pomposamente dalla massa dei suo fratelli di serie B, pieni di paroloni, di aforismi importanti ma privi di anima. Un libro considerato colto alla fine è solo un libro di apparenza.

Un libro considerato di svago è altrettanto privo di sostanza. E siamo noi a creare questa differenziazione inesistente nella natura stessa del testo, tutto in offerta al Dio business. non prendiamoci in giro. Ogni categoria ha lo scopo di creare semplicemente pubblico, usando le stesse tecniche manipolatoria degli esperti di marketing. E quindi tiriamo fuori quello che al consumatore (non più lettore) serve in quel momento: la soddisfazione di un bisogno.

Un libro, al contrario, racconta la sua versione dei fatti. e questa versione non è detto che collimi con il nostro bisogno di redenzione, di assuefazione o di vanesia soddisfazione dell’ossessione del momento. Quando un testo racconta lo fa toccando punti inesplorati dell’animo facendoti dire alla fine del viaggio, “però non avevo pensato a questo”. E ti lascia interdetto ma sorridente, con quella volontà di tornare in quei luoghi nascosti, nel rio abajo rio di junghiana memoria (il nostro mondo interiore NDR) dove si trovano visioni incredibili, paesaggi mai visti e l’ignoto che tanto ci attrae e di cui abbiamo tanto bisogno.

E quando capita un libro cosi è un dono prezioso.

Questa noiosa premessa racconta in realtà, la genesi stessa del testo di De Lillo, un testo all’apparenza poco pretenzioso, un testo irrorato di humor nero e di grottesca lirica ma che, alla fine nasconde dietro la semplicità del linguaggio una nostalgia, una malinconia a volte tenera a volte crudele che non fa altro che svelarci la nostra società e al tempo stesso noi stessi. Un uomo immerso in un mondo frenetico che spesso ci lascia solo solitudine, solo un senso di acuto vuoto che non sappiamo come riempire. Un modo grottesco con le sue ossessive ipocondrie, rese tragicomiche da uno stile irridente e beffardo. Ma anche una riflessione su quel nostro eterno cercare, su quell’incapacità di trattenere dentro di noi il momento magico, quello che crea da un banale gioco l’incanto dell’avventura.

Un libro potente nella sua apparente banalità, anche sofferto, ma sempre con un tocco di spensierata leggerezza senza mai prendersi sul serio. Eppure, è proprio in quella comicità scanzonata che si nasconde il senso, il significato e la vera cultura, restituita a noi stessi senza fronzoli, orpelli inutili e la prosopopea che ammanta i significati con una cappa soffocante di aulico linguaggio. Ed è questa tendenza all’eccessiva ridondanza che, lungi dall’esaltare il messaggio, lo inquina di rumore e lo soffoca, rischiando di farlo sparire.

Questi racconti invece brillano, diamanti grezzi che oltre alla risata strappano una piccola preziosa lacrima che bagna la scoperta di quanto assurdi, inetti e soli siamo noi oggi. E andiamo a scoprire queste straordinarie e geniali WC tales. Non lasciatevi scoraggiare dal titolo, è soltanto uno specchietto per le allodole, che rassicura e invita a entrare in questo mondo al rovescio, senza impegno e senza essere soffocati dalla diatriba intellettualoide del saggio di turno. Prego, entrate e accomodatevi. lo spettacolo inizia.

Il primo racconto è di un’ironia struggente. Ridendo si assiste alla voglia tanto sentita da ciascuno di noi di sentirsi eroi. In un modo reso stantio, reso monotono con la quotidiana lotte per sopravvivere, manca quel senso eroico della vita, quello che ci fa divenire da banali cittadini probi e ossessionati, per un giorno potenti e utili. Fa ridere l’avventura notturna del protagonista. Ma fa anche invidia perché per una immortale, autentica notte egli non è il giovane adolescente, uguale a tanti altri ma colui che con coraggio affronta l’ignoto. quel mondo cosi scialbo diviene un autentico campo di battaglia dove il bene, per una dannata volta trionfa. trionfa l’altruismo, trionfa il coraggio, trionfa l’ardimento del cavaliere e non solo a livello di immaginazione. Con la fantasia quanti draghi sconfiggiamo per poi tornare nel nostro triste anonimato. Ma rendere reali le battaglie quella sì che è una grande impresa. E forse è tipico dei folli credere che, nel nostro super tecnologico mondo, ci sia ancora posto per il codice cavalleresco. E forse non è un caso che l’ardimentoso eroe in mutande, con una fierezza dignitosa che spicca nonostante la sua figura stramba, si scaglia contro quella tecnologia che ci riempie o ci imprigiona la vita. Si scaglia con l’ossessività che porta a identificare come fonte di benessere l’oggetto inanimato più che la vita. Si scaglia contro l’immobilismo di una proba notte borghese. E Wender in quella notte diviene per sempre eroe:

Quando ripensa a quella notte, pur ricordando poco e nulla, prova una strana sensazione di benessere. Un misto di fiero orgoglio ed esaltazione che lo fa sentire davvero bene con se stesso.

Lo stesso orgoglio che accompagna per tutta la vita gli eroi o quelli che si sono resi autori di gesta straordinarie.

Ed me lo chiamate solo racconto di evasione?

Il secondo racconto è già più inquietante. L’apparente normalità è interrotta da un incubo che, in realtà, svela una psiche malata è vero, ma soprattutto svela un rapporto finto. Ed è quello che succede sempre in ogni casa. Fuori la perfezione, dentro….un ingranaggio pieno di ruggine che, a lungo andare, si inceppa e non funziona più. E cosi questa coppia in fondo è come tante altre. Non funziona più. Manca la fiducia, manca l’onestà, si trascina lenta e annoiata. E forse solo con i sogni vive davvero la sua realtà. Il resto è finzione, un mondo inesistente portato avanti chissà per quale oscuro motivo

Il terzo racconto è ancora più agghiacciante. Il male, la devianza vissuta come normalità. È talmente scontata, talmente normale nella sua mostruosità da non essere per nulla compresa. È la routine, e essa non va modificata. Ci si concentra su piccoli dettagli che rendono ancor più alienante la consapevolezza di un’orribile verità: il male non terrorizza più. Interessano altri piccoli inutili dettagli. Non che tuo figlio sia ormai risucchiato nell’abisso.

Dopo l’orrore ecco che il genio di Vincenzo racconta qualcosa che è di una bellezza sconvolgente. Per ovvie ragioni di spoiler non vi dirò nulla di più, non vi svelerò cosa ha partorito questa straordinaria mente, ma leggetelo e beatevi perché questo racconto è un’avventura meravigliosa e magica. E La sensazione che lascia è stata provata da tutti almeno una volta nella vita, dimenticandoci poi il potere della creatività e dell’immaginazione.

E una volta concluso il racconto la nostalgia attanaglia il cuore e ti fa rimpiangere quei tempi passati dove…scopritelo voi…

Il racconto la supplente è una graffiante critica al sistema. e non solo scolastico ma direi gerarchico. Che il nostro mondo sia diviso ancora in caste è innegabile. Leggete queste parole

Marina, diplomatasi pochi anni prima in un liceo scientifico frequentato per la maggior parte da gente per bene, li guarda con affetto, lei sa che i ragazzi possono essere a volte anche casinisti, lo ricorda benissimo, ma il quadro che le hanno dipinto le sembra davvero troppo sproporzionato.

La convinzione di provenire da un ceto che la rende intoccabile è palese in ogni suo pensiero. Del resto chi ha avuto un percorso facile non riesce a non guardare dall’alto in basso le persone che considera “disagiate” o “inferiori”.

Sarò in grado di cavarmela, sono forte, intelligente, preparata… e di solito piaccio alle persone

Piena della stessa prosopopea di chi si sente privilegiato.

È così questi sarebbero i famelici demoni che mi hanno dipinto

quei professori? Non mi conoscevano e non si sono nemmeno lontanamente permessi di mancarmi di rispetto, nonostante sia poco più grande di loro… È evidente che gli altri insegnanti non sanno fare il loro mestiere, come me…

In questo caso avviene il ribaltamento. Non è l’insegnate a educare gli allievi. Sono gli allievi che, crudelmente ma in modo necessario, distruggono le profonde convinzioni della nostra snob. La destrutturano. La aiutano in maniera atroce forse, a fare il salto con il terzo apprendimento, quello che supera tutti gli altri compresa la consapevolezza di sé data da una sorta di appartenenza di casta. In quel frangente una risata spezzerebbe l’imbarazzo, l’umiliazione dovrebbe prendere il posto a una sana autocritica. Ma il salto non è ben visto. Togliere ogni certezza rende fragili e vulnerabili. E solo i degni sanno affrontarlo.

Il racconto più bello, più dolce e amaro è quello di Vincent e Albert. La storia di una profonda amicizia che neanche la morte riesce a distruggere ma anche l’orrore dell’ignavia. Assistere al bullismo alla violenza ci rende complici. E rei di appoggiare un sistema fatto di soprusi. E questa critica traspare dal testo con una frase terrificante:

Il personale di sicurezza del locale, ha visto tutta la scena

dalle telecamere di sorveglianza, ma non potendo intervenire

perché il parcheggio comunale di fronte al Triton’s non è sotto

la loro autorità, si limita solo a chiamare la polizia.

Quante volte abbiamo usato scuse per non intervenire, per non spezzare le catene dell’odio?

Non posso, ho da fare, ho la pasta sul fuoco.

E ci limitiamo a delegare ogni responsabilità, ogni azione e la nostra stessa esistenza. Per poi lamentarci della decadenza di una società allo sbando. Ma la società siamo noi stessi. Noi complici di quel male che ci fa l’occhiolino, perché sa benissimo che non muoveremo mai un dito. Ci fa fatica.

L’ultimo racconto è geniale. Una serie di eventi assurdi che mettono in luce un effetto farfalla disastroso. Ma al tempo stesso l’ignavia, la pigrizia di un protagonista banale viene scossa da piccoli inutili eventi. In quel momento a suo malgrado diviene protagonista e non più comparsa di quella patetica imitazione chiamata vita.

Esilarante e tragico.

Risate e un senso di vuoto.

Perché se una vita si risveglia solo davanti alla tragedia, forse abbiamo già perso. E il vero eroe è e resta un barboncino nano che ha più coraggio di ogni protagonista di questa strana raccolta. Certo un coraggio dato da una sorta di pazzia.

Ma in fondo, non è la pazzia la fonte del genio?

Ecco che questi racconti da me miseramente raccontati, possono essere letti da tutti, e ognuno di noi troverà il suo significato. Io voglio trovarci un’interpretazione del reale, beffardo e dissacrante.

Voi potete solo riderci su.

Ma il significato tanto agirà da solo, stuzzicando il vostro pigro cervello.

E magari scatena un pensiero.

Se così fosse, Vincenzo tu sia benedetto.

E detto tra noi, sei un fottuto genio.

Anteprima: “L’oscuro caso delle luci di Roccaverde” di Claudio Vastano, Dunwich edizioni. A cura di Alessandra Micheli

 

Lo ammetto. Sono letteralmente innamorata di Caspar Pestalozzi e di conseguenza provo una venerazione assoluta per il suo creatore, Claudio Vastano.
Le motivazioni di questa profonda ossessione per lo strampalato detective, risalgono agli anni della mia formazione letteraria quando, da ragazzina, divoravo tomi e tomi di gialli. Ebbene sì, invece di aver coltivato sin da subito la passione per i saggi – quella venne in un periodo successivo, nei fecondi anni della mia formazione culturale giovanile – ero una divoratrice dei romanzi di Doyle (possiedo ancora una rara edizione de “Il segno dei quattro”), di Auguste Dupin – personaggio antesignano del famigerato Sherlock nato dall’oscura fantasia di Edgar Allan Poe – dei gialli di Agata Christie, di Simenon, di Rex Stout e di Chesterton. Ognuno di questi grandi autori, perfetti a livello stilistico e strutturale, diedero vita a indimenticabili detective, come Padre Brown, Maigret, Nero Wolfe e ovviamente Miss Marple e Hercule Poirot. Personaggi geniali, dissacratori della società dell’epoca (basti ricordare come l’adorabile padre Brown fosse nato come mezzo per deridere il pensiero meccanicistico della Chiesa Anglicana) ma soprattutto dotati di sottile sapienza psicologica, conoscenza della natura umana e capacità deduttive fuori dal comune.

Eppure, lasciatemelo dire, nonostante il profondo amore per quella loro metodologia di indagine che anticiperà di anni la geniale idea di Carrisi sul dato che stona nello scenario rigidamente coerente dell’azione criminosa, erano…antipatici. Sherlock era un pomposo snob, tronfio e pregno di idiosincrasie che sfioravano l’ossessione. Dupin un arrogante convinto, Maigret eccessivamente logico e tremendamente razionale, miss Marple una vecchia pettegola e impicciona, apparentemente adorabile ma irritante con quella sua finta aria da svampita signora di campagna. E non parliamo di Poirot, odiato persino dalla sua mamma (in un saggio del 1945 la scrittrice si sperticò in lodi verso Sherlock ma definì il suo personaggio una persona noiosa). Uomini simbolo di una giustizia che brilla, che mettono ordine in contesti disordinati, in un marasma moderno caratterizzato da patologie e devianza e che forse, dovevano assurgere a ruolo di educatori di una popolazione che rifuggisse il crimine, aborrendolo in virtù di un senso della bellezza, dell’armonia che andava dalla scienza pura, all’accettazione del ruolo sociale (Miss Marple) alla autoglorificazione del cervello rispetto alla banalità del male. Lo stesso Poirot ci insegna:

 

L’omicidio è un’abitudine

che eleva i gusti dell’uomo superiore verso altre raffinatezze, altri piaceri estetici, come persino il cibo e il pensiero che, proprio in Poirot, raggiunge i massimi livelli. Fantastico certo. Ma sicuramente lasciava a me, comune mortale, un senso di vuoto, una sorta di disagio per la loro elevata statura morale che mai avrei potuto raggiungere. Simboli di una giustizia che non poteva passare assolutamente dal mondo letterario a quello fisico, materiale, troppo preso a combattere contro una vita che seguiva le strade della sopravvivenza, del consumismo e della faciloneria culturale.
Pestalozzi è diverso. Pur dotato di una notevole cultura, di un’intelligenza acuta e sviluppata al pari dei suoi predecessori, la manifesta con un’autenticità e una schiettezza assoluta, mantenendo il suo ego a un livello quasi inferiore, considerando il suo lavoro non tanto una missione ma quasi un obbligo etico, ingombrante, ma non per questo eseguito con minore serietà. È in questo suo contatto con la quotidianità, con la vita che altri avrebbero catalogato come banale che Pestalozzi resta fondamentalmente puro, autentico, e rifugge quell’etichetta di superuomo che i suoi predecessori indossavano con prosopopea e alterigia.

Perché Pestalozzi, pur essendo a suo modo il genio più autentico perché calato nella realtà di ogni giorno, dotato di un acume mantenuto vivo e vibrante con il sarcasmo, con la capacità di sbeffeggiare ogni autorità considerata intoccabile, resta fondamentalmente ancorato al mondo quale unica e indiscussa palestra che consente al genio di essere, prima di tutto, uomo piuttosto che fenomeno da baraccone, da osservare con invidia, timore e perché no ammirazione. Pestalozzi non è ammirato soltanto per il suo acume, perché in grado di risolvere casi intricati, restituendo la realtà a quei fenomeni che la cultura popolare relega come insoluti e misteriosi, ma perché è umano, perché non è il fantastico vincente di tanti racconti, perché vive la vita con quell’occhio scanzonato, perché nonostante viva momenti di pateticità assoluta, come tutti noi, riesce a risultare vincente.
In questo secondo capitolo Pestalozzi affronta un altro tabù intoccabile, quello non della scienza come progresso conoscitivo dell’uomo, ma della scienza al servizio del potere, del dio danaro, della finalità cosciente. È quella scienza che non si bea soltanto nel porre domande e nel tentare di dare loro una risposta, ma si bea dei clamori della folla, dei riconoscimenti, si erige su un piedistallo tenendo lontano la realtà. Vittoriosa e totalmente slegata dai valori che, anzi, dovrebbero guidarla, cerca il consenso e la conferma del suo ruolo sociale e poco importa se questo può causare disturbo all’ambiente, se spezza vite o se non dona le acquisite competenza al mondo. Il mondo è fuori dai luoghi della ricerca e gli esseri umani ma anche l’intero cosmo sono soltanto dei mezzi, delle tappe da superare per essere gli eletti, i deus ex machine, i dominatori indiscussi. In questo caso la conoscenza non è una tappa ma il punto finale per il completo dominio degli altri e della nostra terra, che ne risulta tremendamente danneggiata. Si dissacrano i legami con l’ecosfera, si perpetuano orrendi crimini, sempre non nel nome della scienza ma in nome del nostro personale progresso. In un mondo così rovinato, cosi patologico, Pestalozzi risulta un simbolo estremamente positivo, in balia di un assurdo che è in fondo molto meno assurdo della corsa insensata dell’uomo verso potere:

Avere un’autostima tanto insignificante non deve essere facile, in un mondo frenetico come il tuo.»

 

Eppure è proprio questo suo basso livello di ego a fargli comprendere una verità che è il fulcro di tutto il testo:
Già, utilità sociale. Mi domando cosa ne sappia la nostra società di ciò che è utile e di ciò che non lo è. Vista quanta ricchezza consumiamo per il futile e quanto poco investiamo per l’indispensabile, direi che la lungimiranza non è proprio il nostro forte.

Con episodi esilaranti che sbeffeggiano in modo irriverente ogni autorità, persino quella di augusti tenenti convinti di agire in un telefilm:

l’ispettore con l’impermeabile alla Colombo è ormai troppo lanciato; Beretta alla mano, si spalma con la schiena a ridosso della parete del tunnel e inizia a strisciare verso l’oscurità. Ogni fruscio lo fa sobbalzare, ogni eco lo mette in allerta.
Giunto a una quindicina di metri dall’ingresso della grotta, si accorge di non scorgere più un tubo a causa del buio. Allora cosa fa? Estrae la torcia elettrica dalla tasca dell’impermeabile e proietta il fascio di luce verso la gola della miniera.
No, dico, ma cosa l’hai fatta a fare quest’entrata alla super poliziotto se poi ti fai luce con una torcia?

 

E troviamo il meraviglioso Trapasso che in barba degli studi psicologici ha capito che in fondo la morte è l’unico business possibile; abbiamo Laura e il suo apparentemente distorto modo di amare, che non ci allieta di poetiche elucubrazioni sul quel nobile sentimento, ma ci fa comprendere come, in fondo, quello che conti davvero è esserci:

 

Ma lo sa che quando Gustavo è tornato in paese, la sua fidanzata si è preoccupata tantissimo per lei?»
«Ah, sì?»
«Ha fatto tutto da sola, sa? Ha chiamato il suo strano amico sempre corrucciato e mio marito, e poi è voluta andare con loro a tutti i costi…
Anche se per certe faccende può sembrarle un tantino rozza, si vede che la sua fidanzata le vuole un gran bene.»

 

E poi abbiamo un altro indimenticabile personaggio, Gustavo che non potrete non adorare.
Chi è Gustavo?
Il vero protagonista del romanzo, un adorabile tasso che a parte il piccolo, insignificante problemino è davvero un amico fedele. E quindi vi invito a ridere fino alle lacrime come ho fatto io, fino alle due di notte, facendomi osservare da un gatto allibito che non capisce come mai, ogni volta che leggo la Dunwich, o urlo in preda al panico, o rido a crepapelle. Speriamo che l’ansia non mi crei mai l’effetto Gustavo.

Quale sia lo capirete solo leggendolo.

Pestalozzi forever!

 

“Il ladro senza volto” di Suellen Regis, self publishing. A cura di Micheli Alessandra

 

Non ridevo cosi per un libro dai tempi del mitico giornalino di Gian Burrasca. Adoravo le tristi avventure del discolo sior Giannino che seppur animato dalle migliori intenzioni, non faceva altro che creare drammi e caos. La sua sferzante vitalità la fantasia sconfinata mal si abbinavano al una società ristretta e chiusa in sé stessa, troppo avida di successi così ossessionata dalle convenzioni da risultare una società fantoccio manieristica e priva di veri slanci emotivi. Ed è questo contesto in cui ipocrisia e voglia di autenticità si rincorrono e si sfidano che fa da sfondo alle esilaranti tragicomiche avventure dell’agente Doreen. Impegnata a dimostrare a un padre svampito e anaffettivo il suo valore, la sua bravura e la sua serietà, la nostra eroina sacrifica tutti i suoi sogni intraprendendo la carriera di poliziotta. Riuscendo  suo malgrado a fare anche una discreta carriera. Peccato che per dimostrarsi all’altezza di un ambiente che risente di una notevole competitività di un certo sessismo che mal di sposa con la nobile missione di proteggere la giustizia e il benessere fisico e morale dei cittadini dall’illegalità, e che necessita di una certa forma mentis in cui senso del dovere, dell’onore, competenza e acume si debbano sposare e a volte sottomettere con la rigidità formale che preclude la libera iniziativa e la rende sempre sottomessa all’autorità centrale. Il poliziotto è disciplina e anche e soprattutto ligio asservimento alle regole: come potrebbe altrimenti farle rispettare se non interiorizzandole profondamente nelle sue sinapsi?

Ecco che spesso per reagire a queste forti limitazioni la letteratura ricorre al cosiddetto poliziotto vendicatore, un superuomo incrocio tra Chuck Norris e il famigerato Callaghan in grado di riparare i torti anche scavalcando le regole formali e divenendo esso stesso un borderline in grado di fermare senza ostacoli gli altri devianti. La nostra autrice, invece crea un antieroe opposto, più umano, con il quale non si può non provare una certa empatia. Mi spiego. Non ho mai amato i vendicatori. Non ho mai amato il giustizialismo fai da te. Lo ritengo, anzi prodotto di quella stessa noncuranza abnorme delle regole basilari di convivenza che generano malcostume e criminalità. Chiunque si senta così superiore alle regole tanto da usare metodi non convenzionali autoesaltandosi come eroe non ha quasi mai il mio plauso. E’ bellissimo leggere Robin Hood,  ma a sua discolpa faccio notare come Robin agisca sempre nella legalità andandosi a scontrare con un usurpatore colpevole di aver stravolto il sistema economico sociale. Non dimentichiamoci mai che Robin non si scaglia contro l’autorità ma contro quella che ritiene illegittima. Doreen, invece ha in sé una forza totalmente originale propria di quei personaggi guasconi, o nerd come li chiameremmo oggi che non hanno bisogno di reagire contro il sistema perché ne sono totalmente alieni. Dooren è protagonista di un miracolo. Dalla sua vita standardizzata, scandita dal ritmo dell’asservimento di quella sua bizzarra anima, molto più pura di quella degli altri protagonisti, con quella sua imbranata alterità si ritrova a dare voce di quella parte di sè soffocata per una volontà di compiacere un’autorità paterna ( come vedete Doreen non nega la gerarchia sociale, la sostituisce però a quella delle convenzioni con quella del cuore) in un momento altamente bizzarro, altamente dissonante con la realtà pigra, monotona scandita in sequenze ordinata, che getta nel caos non solo il distretto ma la straordinaria cittadina di Baratol City, con il suo orrido museo e la sua pullulante vitalità degna di un opossum che si finge morto:

Baratol City era quel genere di cittadina alla quale il tramontare o il sorgere del sole non facevano né caldo né freddo: i suoi abitanti sembravano non fermarsi mai, come una marea di formiche operaie ligie al loro dovere. Che fosse giorno o notte, s’incontrava sempre qualcuno che stava andando al lavoro, o tornando dal proprio amore o, anche, facendo l’amore per lavoro.

E quando leggevo il nome straordinario di questa città che in fondo conosco, che ritrovo a ogni viaggio, mi risuonavano in testa in modo compulsivo le parole della canzone di Renato Zero Paleobarattolo

 

Chiuso dentro ad un barattolo!

Sono stato chiuso in un barattolo!

Per vent’anni e trentamila secoli…

Di qua, di là.

Di qua, di là.

 

Preso a calci dentro a quel barattolo,

Mentre il mondo fuori andava a rotoli,

Per vent’anni e trentamila secoli…

Di qua, di là.

Di qua, di là.

 

Ehi amico,

Dammi l’apriscatole.

Sono stanco d’essere un giocattolo,

Per vent’anni e trentamila secoli,

 

Di qua, di là.

Di qua, di là.

 

Perché ti nascondi,

Dai vieni qui,

Giochiamo un po’!

Impariamo ancora, se tu lo vuoi,

A ridere…

Sai cos’è, che non va,

Chiudere in scatola la libertà.

Non ci sto,

Vado via.

Cerchiamo scampo nella fantasia…

Ora passo tutto il giorno a ridere.

C’è la gente chiusa nei barattoli,

Non capiscono ma sono secoli,

Che vanno su, che vanno giù…

 

Mi diverto se li sento piangere,

Sono chiusi tutti nei barattoli.

Si lamentano ma sono secoli,

Che vanno su che vanno giù…

Ecco. Dooren senza l’arrivo dello straordinario a scombussolare la sua vita non faceva altro che restare chiusa nel suo bozzolo, e presa a calci dai ciechi, dal potere, dalle istituzioni e da chiunque considerava il ruolo più importante della libertà. Eppure lei è diversa e se ne accorge il ladro famigerato, spronandola, stuzzicandola ma togliendo strato dopo strato il suo sonnacchioso oblio. E Dooren dimostra davvero, stavolta, cosa vale. Dimostra fantasia, capacità di ragionare oltre gli schemi. Dimostra una dolce accennata femminilità fatta più di forza etica che di orpelli. Come non amarla?

Certo forse magari per il resto del mondo siamo matti perché vediamo uomini magici, orsi incantati, pinguini bastardi e un ornitorinco ci attraversa la strada. Ma meglio essere pazzi in un mondo di sani, che morire lentamente dentro giorno dopo giorno, in questo eterno girone di normalità.

E allora basta essere polli e torniamo a volare come aquile lì in quel cielo che appartiene a noi.

Ah. Ultima cosa. Mi rivolgo a te autrice. Siccome non è autoconclusivo ti invito a sbrigarti a scrivere il secondo, grazie.

Quanto, di ciò che avete più caro, siete pronti a far crollare, senza fuggire? Fino a che punto siete disposti a pensare a qualcosa che non vi è familiare? La prima reazione è di paura. Non che temiamo l’ignoto. Non si può temere qualcosa che non si conosce. Nessuno ha paura dell’ignoto. Quel che si teme davvero è la perdita di ciò che è noto. Ecco di cosa si ha paura.

Anthony De Mello