“Caffè coppede” di Daniele Botti, Alter ego edizioni. A cura di Alessandra Micheli


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Si svegliò, guardò nell’alba e l’alba era lì senza memoria;

camminò la terra ormai da anni senza tempo e senza storia:

e fin dove gli occhi andavano non un suono,

non un fiore rise e raddrizzò le sagome dei suoi alberi in cartone;

strinse in tasca i semi inutili come il torto e la ragione:

nel cervello già sfumava l’ombra e con l’ombra ci viveva…

s’infilò come abitudine l’ago,

quello di ogni sera

e i fantasmi ritornarono per tenerlo vivo ancora.

E’ il nuovo anno che bussa alla mia porta.

E mi invita a guardare la possibilità e le novità che ha da donarmi.

Anche lui vuole essere protagonista della storia.

Magari non con guerre e orrori.

Vorrebbe regalarci sogni e cultura, parole e poesie.

Vorrebbe solo che una musica diversa risuonasse per queste strade deserte, deserte di gioia e sorrisi.

E’ da tanto troppo tempo, che viviamo come morti, zombie comandanti da un Enneade di saggi, che forse neanche ci manipolano, quello lo facciamo benissimo da soli.

Loro sono assisi su troni d’oro intenti a indicarci per noia come vestirci, come pensare, su cosa indignarci.

Ci obbligano a ballare la musica più stridente, spacciandocela per un opera di Paganini.

Balliamo convulsamente la nota del diavolo, in cerca di un oblio o di un emozione che ci faccia sempre sentire il cuore in gola.

E mastichiamo slogan che perdono il peso e il senso della parola.

Perdono la magia demiurga di creare porte per arrivare su altri universi e perdono la capacità di farci ridere delle nostre assurde ossessioni.

La libertà ci è negata, come se fossimo costantemente osservati da un occhio onnipresente e onnisciente, come se vivessimo davvero dentro una città comandata da qualche strana setta.

Allora ho invitato il nuovo anno a entrare cercando di indagare nella sua mente.

Sei davvero un anno che vuole fare la differenza?

O Sei il solito millantatore da cui debbo difendermi?

E allora nel dubbio ho preso il mio libro preferito, Caffè Coppede e l’ho usato come scudo per evitare ogni assalto pericoloso.

Ho aperto quelle pagine che profumano di fiori, di rose e ho iniziato a leggere nuovamente le assurde avventure del mio Saverio Trinca. Sapendo che la risata avrebbe sconfitto le ombre e che il vedere i difetti resi eclatanti dalla bravissima penna di Daniele mi avrebbero aiutato a crescere.

Perché solo attraverso quelle pagine in bilico tra denuncia sociale e irriverente humor nero, posso trovare la chiave per maturare.

Nasciamo tutti come Trinca, impegnati alla ricerca della sicurezza, impegnati a inchinarci fantozzianamente al re di turno.

Impegnati a nascondere la peggiore verità sotto il tappeto del simbolo.

E cosi se un libro vi svela la via della consapevolezza, vi svela che siamo tutti sudditi di potenti che si divertono a giocare a intellettuali o chissà che esoteristi, mentre mangiano e bevono godendosi la nostra servile compiacenza, allora forse una speranza di essere migliori di come oggi appariamo, esiste.

Caffè Coppede, al pari di Forno inferno è il libro che rivela, meglio di un dotto Picatrix.

Migliore di un Corpus Hermeticum.

Svela che l’unico vero esoterismo, ossia ciò che è celato ai più, è quello di un compianto scomparso uomo, che oggi si indigna per le scemenze ma lascia che fatti di cronaca si svolgano sotto il suo sguardo complice.

Vi invito a trovarli in questo testo.

Vi invito a scavare grazie alla risata il substrato sociale che fa da sfondo alle esilaranti e al tempo stesso amare vicende di questa strana setta, che governa Roma, dove in fondo assassini e vittime si confondono in una folla danza carnevalesca.

Cosi come la vita confonde gli indizi e fa passare il truce come un eletto, il brigante come un eroe, il cattivo come il buono di turno.

Che fa passare l’umanità vestita come un clochard il male assoluto mentre la violenza nascosta dietro lo smoking viene quasi invidiata.

E allora Grazie Daniele per spiazzarci, perché ogni risata nasconde una domanda.

E la domanda, anche senza risposta, ci invita a cercare.

E quindi a muoverci e viaggiare.

E chi viaggia non torna mai come prima.

Ogni assurdità, a tratti eccessiva e grossolana ci fa riflettere su che razza di mondo stiamo difendendo.

E magari una volta compreso questo arcano segreto, capiremo che la vera bellezza del grottesco rappresentata dalla stranezza del Coppedè è nell’armonica imperfetta simbiosi di ogni elemento.

Bizzarro e logico convivono.

Assurdo e consuetudine si abbracciano fondendosi in qualcosa di unico e di bello.

Nessuno lotta per primeggiare.

Allora anche l’oscurità, che torna a casa, torna a essere inserita in una complessità che oggi vogliamo solo negare, diviene meno pericoloso.

Perché è isolando ogni elemento del nostro vivere, ogni tassello della nostra anima che rende il mondo una selva oscura da temere.

E’ quindi con la riunione degli opposti, che forse l’etica diventa più umana.

Mentre i grandi discorsi, l’esaltazione della banalità del grande ideale non è altro che un alibi dietro cui si nascondono i potenti.

Ma sono davvero potenti?

Perché in caffè Coppede sono tutti macchiette, sono tutte grottesche caricature.

Sono cosi esagerati da rappresentare loro l’eccezione.

L’uomo è molto di più di cosa leggiamo.

E allora è lo stupirsi l’indignarsi e il ridere di quell’abominevole illogicità la nostra arma di difesa contro il “male”.

Ecco perché visto che non so che anno sei caro 2020 mi difendo da te e dai tuoi eventuali tentacoli, stingendo a me questo prezioso libro.

 

 

“Nero Dostoevskij” di Antonio Mesica, Scrittura & Scritture. A cura di Alessandra Micheli

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La risata è capace di creare meraviglie.

La risata sconfigge anche il male.

Non è un caso che la nostra amata Rowling la usi come rimedio per il male oscuro, quel dissennatore/depressione che ruba ogni ricordo felice, lasciandosi dietro solo macerie e nero abisso.

E’ un concetto che ho ripetuto più volte e che non mi stanco di ripetere: è solo con la leggerezza, che possiamo guardare ogni dettaglio del nostro più acuto dolore come se fossimo assisi su un trono nell’alto dei cieli.

E come appaiono limitati gli orizzonti e cosi piccoli gli uomini!

E cosi capiamo che persino quel male che ci terrorizza, quello che non fa che tentare di distruggere un armonia discesa direttamente dalla mente di dio, ci appare per quello che è, il patetico tentativo di attirare la nostra attenzione, di un finto distruttore messo in un angolo, come punizione per qualche atavico sgarbo. Ogni schiaffo, ogni piccolo sopruso appaiono solo i capricci di un infantile lagnoso personaggio.

E cosi anche i grandi orrori sono altro che la banalità di chi, quel cielo, non riesce a raggiungerlo. Se lo raggiungessimo non avremmo bisogno di null’altro, perché basteremmo a noi stessi.

Anche i peggiori crimini che oggi veleggiano nei nostri Tg, non sono altro che frutti di un banale quando oscuro sentimento, quello che al pari del dissennatore divora ogni sentimento positivo e ogni creatività, la noia.

Ci annoiamo cosi tanto da non farci bastare ciò che abbiamo.

Ci annoiamo cosi tanto che cerchiamo sempre qualcosa in più.

Bateson lo chiamava l’acme, il raggiungimento di un apice che agirà su di noi come una droga.

Vogliamo sempre di più, sempre maggiori dosi.

Desideriamo con un ossessione che rasenta la follia, il livello successivo andando sempre un po’ oltre il confine del lecito e dell’etica.

E cosi all’osservazione di quei pochi eletti capaci di apprezzare il solo fatto di essere vivi e di respirare, appaiamo come impazzite formiche ubriache di eccessi.

La noia.

Sembra cosi stupido da raccontare eppure è il peggior male che apre le porte dell’abisso.

La noia di sentirsi semplicemente umani.

In fondo il burlone che propagandò nel 46 il mito dell’uomo qualunque non era cosi fesso; era il tentativo di riportare alla normalità un mondo che aveva conosciuto il peggiore degli acmi. Quella volontà pazzoide e esacerbata di sentirsi unici di dominare il mondo, di porsi come balsamo graaliano del nostro malato tempo, fino a dividere il mondo in utili e inutili in esseri umani e in scorie. Un’assurda cesura che aveva rosicchiato qualcosa dentro di noi aprendo la strada all’illecito.

Ma questa è un altra pessima storia.

La risata ci fa scendere dal piedistallo fatto di ossa e di macerie.

Ci fa comprendere che la nostra visuale era semplicemente offuscata da questa strana noia che ci faceva illudere di essere sovrumani, che ci raccontava come la semplicità fosse solo per uomini mediocri.

E’ quello che oggi ci tortura.

E ci condanna a una vita in eterna competizione l’uno con l’altro, per emergere, per darci una spinta, per sentirci meravigliosi, sexy, intelligenti, colti, talentuosi.

In fondo, Nero Dovstojasky nella sua assurdità, in quella risata amara, nel descrivere con cruda semplicità tutto questo edotto mio “trattato”, è uno specchio di noi stessi.

Capitati per una botta di culo in un mondo privilegiato, capaci di prendere in modo ossessivo tutto quello che possiamo, riempendoci occhi, mani e bocca di parole e di emozioni, di oggetti e di possibilità.

Ma la noia, compagna di ogni giorno, vizio dei ricchi, di chi non sente più ogni piccolo privilegio come un dono, determina il crollo del nostro brillante protagonista.

E non si può non provare simpatia per lui.

In fondo lui è una parte di noi stessi

. Siamo noi Oscar Peretti, ognuno con il proprio demone.

Ognuno con la propria padrona da gestire o da sognare di far fuori. Magari è la bolletta di equitalia, più che un vizio.

O magari è la consapevolezza di sogni perduti.

La certezza di vivere in un mondo di furbi e dover lasciare i sogni per adattarsi a questo gioco di poker in cui si sa, il bluff è la prassi.

E cosi Oscar diviene una macchietta, un eroe che non si fa prendere, ma che al tempo stesso cerca invano di salvare qualcosa: la sua fantasia. Oscar è capitato in un mondo brillantinato, fatto di proprie leggi.

Ma è fondamentalmente alieno e tiene stretto dentro di se la capacità di ridere, di se e degli altri.

E nelle bugie che inventa, nel racconto dissacrante del suo dramma, ci dona un sorso di aria pura.

Strano essere vicini a Perotti vero?

Io ligia alla giustizia e alla legalità.

Eppure una parte di me, mentre rideva a crepapelle, si diceva ehi in fondo il nero non è altro che lo specchio della vita di tutti i giorni.

In fondo non era quello che ci raccontava il nostro buon Dostoevskij?

Nei suoi libri non denigrava forse la società cosi ligia al dovere e alla giustizia?

Non era lui che ci sbeffeggiava con l’idiota?

Il nostro Fedor mi piaceva perché lucidamente l’insoddisfazione dell’essere umano. E indagava nei meandri oscuri del proprio io, cosi legato alle idee e a un certo concetto morale

E allora ogni personaggio, cosi come ci insegna Fedor, non è altro che una parte di una coscienza che si dibatte tra le forze di un mondo che ci muta, che ci cambia e che ci mette alla prova, che ci regala qualcosa, ma al tempo stesso ci rende lucidi che non è quello di cui avevamo bisogno. Non è la ricchezza che farà di Oscar un uomo felice e libero.

Non è l’amore che lo renderà davvero uomo.

Non è nulla di ciò che esternamente bramiamo.

E’ forse dentro di noi, è forse un attimo, un istante, un fuggire e ricostruire in un mondo meno ancorato alle convenzioni. Un mondo meno patinato, meno politicamente corretto, meno improntato sul non si fanno è conveniente.

Magari è un costruire l’intera nostra esistenza semplicemente…sulla propria anima.

O forse anche Oscar è alla ricerca della verità su se stesso.

E forse è quando cade, sbaglia, cede che diventa davvero uomo.

E mette a nudo se stesso.

E cosi Mesica mentre ci fa ridere, ci regala domande.

Domande a cui non ho forse risposta, ma che sono importanti anche solo perché permettiamo loro di invadere il cuore.

E darci la possibilità di muoverci, verso una risposta che forse non avremo mai.

Ma che diventerà la nostra meta.

E cosi diventiamo uomini dell’idea.

Non saggi, non ideologhi ma mossi dalla volontà di raccoglierla quest’idea come l’unica speranza per uscire da questo manicomio che noi chiamiamo vita.

Allora ridiamo con questo libro e muoviamoci alla ricerca di qulla chimera che ci sfugge.

Anche se significherà guardarsi profondamente, fino in fondo al proprio io.

In fondo Oscar Peretti si guarda davvero.

Non è bellissimo, non è intelligentissimo, non è saggio.

Non è un eroe.

Ma alla fine mi è simpatico lo stesso.

” L’incredibile storia di Marrazzo che non credeva ai fantasmi” di Daniele Naselli, LFA Pubblisher. A cura di Alessandra Micheli

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Marrazzo è un po’ tutti noi.

Non tranquilli, non è uno slogan elettorale, ma la considerazione di una lettrice che in ogni libro ritrovare un po’ di se.

E forse degli avvertimenti perché la sua esistenza sia più simile a un albero di ciliegio che un avvizzito fiore di campo.

Perchè il ciliegio d’autunno si vede cadere tutte le foglie.

D’inverno sembra quasi morto, ma a primavera all’improvviso è uno splendore di colori e di profumi.

E poi arriva l’estate e frutti succosi deliziano il palato di tanti bimbi e di tante persone.

Ecco come dovremmo vivere.

Come alberi di ciliegio magnifici anche nei momenti più terribili, quando la vita sembra rifugiarsi sotto terra e quasi morire.

E lasciare solo un grigio asfissiante e la nebbia che avvolge.

Forse dovremmo imparare a amare anche quella strana condensa e vederla come un velo che, dissolto ci fa entrare nel regno della meraviglia.

Noi siamo Marrazzo nel momento in cui accettiamo di essere evanescenti e invisibili, capaci di trascinarci nei giorni, stanchi e senza brio.

Nell’accontentarci di una sedie, di un cartellino timbrato, chiudendo gli

occhi agli stimoli della vita.

Samo personaggi comici in quel non vole affrontare la vita che bussa, nel non credere nello straordinario. Marrazzo è un personaggio che all’inizio appare quasi patetico.

Cosi comune, cosi…noioso.

Scontato e quasi anonimo.

Anzi terribilmente anonimo.

E anche se una risata ci scappa nel leggerlo un pò di ansia il cuore la pompa nelle vene: perché appunto Marrazzo siamo noi.

Ma accade e per fortuna aggiungo, che in certi momenti, un destino beffardo e annoiato decide di far entrare lo straordinario nelle nostre vite.

Forse per amore, forse per disattenzione.

Qualcosa inizia a crescere e germogliare.

Fantasmi che ci raccontano di come una vita priva di stimoli, di meraviglia ci renda solo morti che camminano.

Visioni di cosa cela quel nostro volto stanco.

Uno schiaffo in pieno volto.

E gli occhi si aprono.

E la vita inizia a sbocciare. Certo fa male rendersi conto che eravamo solo Marrazzo e non gli eroi di un libro di duelli e avventure.

Ci fa male vederci sprecare ogni istante e ogni sospiro.

Ci fa male sentirci soli perché il nostro quotidiano è troppo ristretto perché un altra anima ne faccia parte.

Ci sentiamo…vuoti.

Io stessa, ma anche voi siete Marrazzo in cerca di se stesso.

Anche quando non lo pensate state supplicando la vita di darci un altra possibilità.

Un occasione di dare una scossa alla monotonia.

E la vita ci ascolta quasi sempre.

Ma cosi ciechi non riusciamo a vedere quell’istante magico.

Marrazzo si.

Lo vede nell’incontro con Nicoletta.

Con quel bimbo che sa vedere attraverso i voli del tempo.

In quel gesto coraggioso di non tapparsi gli occhi come la scimmietta e provare, nel suo piccolo a cambiare le carte in tavola.

Mettendo a repentaglio quella tranquillità stagnante.

E magari ammettendo che il numinoso nella forma del ricordo, della sensazione che avvolge le mura e ogni anfratto ci accompagna da sempre.

Fantasmi o no, la vita è più vasta, più complessa, più incantevole, dello svegliarsi l’oggi per creare un domani senza sogni.

Ecco che Marrazzo diviene eroe.

Ma della sua stessa vita, riuscendo a fare di un deserto una grotta piena di stalattiti che riverberano arcobaleni sul muro.

E’ il momento che la meraviglia vi risvegli.

E spero che questo adorabile, comico e commovente libro, vi aiuti a ritrovarla.

 

Recensione. “Le donne, istruzioni per l’uso” di Barbara Parodi. A cura di Micheli Alessandra

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Quando ho iniziato a leggere il libro di Barbara Parodi mi è preso un colpo, cazzo ho detto (perdonate la scurrilità) io non sono una donna. Mi sono guardata allora e si avevo ogni elemento caratteristico delle “femmine” ma io ero totalmente lontana dai cliché con cui ci descriveva il maschio e che Barbara affrontava con una penna ironica ma al tempo stesso bonaria, verso i difetti del suo sesso.

E cosa mi capitava?

Uno. Io in borsa tengo sempre almeno otto libri, più uno stick con l’ammonica (ufficialmente per evitare punture di insetti vari, ma in realtà adoro l’odore. E qua stenderei un velo pietoso). Al ristorante mangio come se fossi appena sbarcata dall’isola dei famosi, specie le bistecche che amo divorare grondanti di sangue.

Fidatevi non è un bel vedere.

Per non parlare di quando ingurgito scampi. Farei impallidire Enzo Miccio e infartare Carla Gozzi.

Non ho buone maniere a tavola, non da signorine sicuramente e alle feste comandate adoro tirare molliche di pane grosse come selci a mio fratello, che ricambia con altrettante bombe di pane, dall’altra parte del tavolo. Una classe che piacerebbe tanto a Csaba di cortesie per ospiti ( si li vedo tutti i programmi trash, mbé?).

E sul fattore cacca?  Quello mi ha davvero sconvolto.

Mentre la femminilità impone di non dare prove certe della nostra azione intestinale, io quando ci vado metto in pratica i manifesti per tutto il quartiere, assumendo persino la banda. E ne vogliamo parlare del famigerato cosa hai e la donna risponde niente?

Se a me chiedete cosa ho, perché sono nera vi rispondo con un laconico “mi girano le ovaie”.

Specificando con dovizia di particolari e colorite espressioni gergali, i motivi per cui il mio altero distacco dal mondo è stato turbato.

Allora cosa succede?  Sono un alieno? Sono un esperimento scientifico di Lemme?

In tal caso vi prego fatemi fuori, subito.  Perché se a me girano e tenti di farmi ridere, probabilmente ti trovi con il setto nasale rotto da una potente capocciata. Perché mi sentirei presa davvero per i regal fondelli.  Magari è colpa di mio fratello, con il quale sono cresciuta imparando a rispondere alle offese con amabili aggettivi, a fare a gara di rutti e sputi… si in effetti cozza molto con la mia immagine di blogger colta.

Ma chi mi ha visto alle fiere dei libri, mentre fingo (fingo davvero?) di attaccare residui nasali sulle copie dei libri, sa.  Allora? Chi mi sa spiegare perché il manuale sembra relegarmi in una fascia evolutiva che sta tra l’homo di neanderthal e l’uomo sapiens? (Neandrthal mi informa di non gradire l’accostamento con me e sono molto offesa).

Perché il libri di Barbara, pur affrontando con umorismo questi tratti direi stereotipati della donna li deride. E li rende cosi comici da farci capire che sono assurdi. Ogni essere umano è fantasticamente diverso. Ci sarà chi amerà leggere e chi si fisserà a cercare il fard color glicine. Chi vorrà tirare di boxe sulla faccia dell’importunatore di turno, e chi si sentirà lusingata dalla sua faccia da pesce lesso.  Chi ama i fiori e chi il cioccolato, chi preferisce un mazzo di carciofi. Chi ride e chi piange, chi sogna di essere madre e sposa e chi invece sogna di scalare l’Everest.

Perché nella vita siamo tutti unici, irripetibili e sopratutto finalmente protagonisti della nostra storia.  Allora quello che emerge dal racconto esilarante di Barbare è solo uno: l’unicità di un essere uomo o donna che sia impossibile da ingabbiare in una categoria, definizione o cliché. E allora ridete con lei, perché è quella risata che frantuma le trite convenzioni di genere che tanto danno hanno creato. E ridete di voi stessi, di come vi vorrebbero, solo perché alcuni hanno paura dell’immensità che si cela nei vostri occhi e nelle vostre anime. Ecco perché vi lascio alla fine di questa sconclusionata recensione con una frase importante:

Accettatevi per quello che siete sempre,

senza cadere nella trappola del “non valiun cazzo.” Siete voi che dovete sentirvi

speciali e solo così è incominceranno a

farlo anche gli altri.

Non ci voleva l’Oreal a dirci che noi valiamo. Siamo quegli esseri fatti più degli angeli e coronati di gloria e stelle. Non scordatelo mai.

 

 

Recensione: “L’esercito dei generali”, di Bernardo Sandri. A cura di Alessandra Micheli

 

2Perché si scrive un libro?

Molte sono le motivazioni che in questi anni ho raccolto. Per esprimere la propria natura profonda, quella tenuta sotto controllo e condannata dagli occhi severi di una società intransigente. Per allietare il proprio ego, divenendo immortale su carta.

E poi c’è chi vuole diventare ricco e famoso e pensa che la letteratura di oggi sia una via facile. O quello o un trono o un reality.

C’è anche chi desidera raccontare una società diversa, sperando che le sue parole divengano nuova costruzione e nuova identità sociale, nella convinzione mutata dalla grande Marion Zimmer Bradley, che è il nostro pensiero guidato dalla parola, a creare ogni giorno il mondo che ci circonda.

E alcuni, invece, riversano se stessi in un libro, rabbia, dolore, frustrazione, desideri e amori non corrisposti. Sono questi i testi apparentemente più cacofonici e meno universali, poiché il loro messaggio non ha eseguito il necessario passaggio da personale a sguardo generale sulla realtà.

Si tende a racchiudere l’ambiente che fa da sfondo a quelle stesse emozioni, in un microcosmo, troppo ristretto per essere di interesse generale. Eppure è in quel ristretto mondo che il mio lato “scientifico” si risveglia iniziando a esplorare quei testi avvisi dai più.

Il libro di Sandri segue questo filone.

Lui stesso lo asserisce nella prefazione: nasce come rivalsa verso un mondo lavorativo che considera grondante di difetti. Ma è il suo mondo lavorativo. E lo fa con una squisita, ma a tratti disturbante, malizia. I suoi superiori divengono macchiette su cui infierisce apparentemente senza compassione e senza nessuna empatia. Sono esseri distanti, appartenenti a un mondo dell’apparenza a cui, probabilmente, il nostro autore si sente totalmente staccato.

E non alieno perché incapace di essere al loro livello, ma perché forse portatore di un educazione “vintage” che faceva a del talento e del valore i suo cardini portanti.

Ecco che se a una prima lettura il libro di Sandri diviene scomodo e anche irritante, non possiamo negare che la sua posizione privilegiata di osservatore e di critico, senza rendere conto di nessuna sfumatura capace di rendere le descrizioni meno crudeli, a un secondo sguardo può donarci delle  riflessioni.

Perché Sandri usa la scrittura per un suo sfogo personale?

Esiste al di la della frustrazione professionale e totalmente personale, qualche elemento che può collocare il libro in un altro livello?

Io credo di sì.

Analizzando bene le sue caricature, capiamo che esse siano rese eccessive appunto perché devono divenire archetipi di un sistema da evidenziare e da isolare. E per farlo non possono altro che essere grottesche e esacerbate, tanto da seccare ma al tempo stesso, stimolare la riflessione. Perché, dunque, scagliarsi contro un ecosistema lavorativo che sembra rispondere a un determinato e isolato fattore esperienziale di una persona specifica?

Perché arroccarsi il diritto di “giudicare” senza tener conto delle sfumature?

Perché forse, il substrato valoriale che ne esce riguarda tutti noi.

E qualcuno deve portarlo alla luce, scavando e mettendosi in gioco, e impersonando il difficile ruolo del moralizzatore. Quella raccontata è si l’esperienza di Sandri, ma è un esperienza nata e cresciuta in un determinato sistema societario che mette in cima un valore che conosciamo bene oggi: l’arrivismo, la dominazione a ogni costo, l’apparenza che non può non rivestirsi di bugie.

Se uno vuole sopravvivere e primeggiare in un sistema dominato dalla contrapposizione ciò significa che deve accettarlo, farlo suo e sposarne i contenuti. Anche se questi rischiano di trasformarlo in pedina. In tale senso il suo “cazzaro” è qualcuno che aderendo a questo sistema chiuso fatto di gerarchie e di classificazioni inflessibili, sostenute da preconcetti ferrei e rigidi, deve necessariamente costruire una maschera pirandelliana.

Ma attenzione.

Questa diviene cosi asfissiante e cosi pervasiva da non poter più essere tolta. Maschera e essere umano divengono una sorta di strano ibrido. E in questo marasma strano e “contro natura” (se studiamo approfonditamente le scienze naturali notiamo come esse insegnino che, la realtà è complessa e creata da mille sottili legami, da interdipendenza di fattori e da una sorta di proto  cooperazione capace di garantire quella struttura armonica che tanto ci affascina) i suoi personaggi divengono burattini manovrati dal una sorta di dio dell’ego che tende a dividere per poter dominare.

È il sistema, forse, che ha dato vita alla ribellione “cattiva” di Sandri.

E Sandri stesso, per rivoluzionare questo chiuso ecosistema, completamente destinato al un crollo interno (le parti prima o poi entreranno in conflitto tra loro creando il caos) deve privarli del loro guscio per restituirceli cosi come essi sono: uomini in cerca di una stabilità e di una realizzazione impossibile da trovare con le proprie attitudini.

E lo può fare solo con un atto apparentemente duro e radicale, usando l’ironia e il sarcasmo.

Il mondo di oggi ci vuole omologati.

Il mondo di oggi ci vuole completamente subordinati a qualcosa, che sia l’autorità centrale o i nostri bisogni che divengono catene.

E cosi forse, il libro di Sandri può diventare non solo uno sfogo, ma uno spunto di riflessione che serve oggi per comprendere chi siamo cosa dobbiamo modificare, quali abitudini o assunti culturali e dove possiamo andare. Quello che deve fare questo libro è il salto necessario affinché la protesta singola, diventi protesta contro un sistema che genera queste distorsioni. Perché essere un etichetta, una caricatura è una distorsione vera e propria.

Noi non siamo fumetti.

Siamo esseri umani.

 

 

 

“Unlucky?” di Milena de Rosa. A cura di Alessandra Micheli

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La prima cosa che viene spontaneo pensare dopo aver letto Unlucky è “finalmente una protagonista sana e normale!”

Abituata a adolescenti complessate, piene di strani turbamenti post menopausa e pruriti sessuali fuori norma, la dolcezza buffa e goffa di Claire è un toccasana per me, per tutte noi.

Questo perché le adolescenze nella norma erano troppo abituate a emozioni e sensazioni meno pretenziose o più terra terra, che andavano dal gioire per lo sguardo del prescelto, alle fantasie monotone tipo amore eterno, promesse in chiesa e nidiate di bimbi.

Nulla a che vedere con acrobatiche performance erotiche da far impallidire Yuri Cechi, o strane e oscure fantasie che prevedono candele (l’unica candela che mi interessa è quella della macchina) manette (anche li mi limito alle imprese criminologhe di CSI) frustini (ehi non siamo al Palio di Siena né all’ippodromo) e corde varie ( e non per imparare a fare i nodi dal buon vecchio capitan Findus).

Le nostre idilliache visioni erano molto più fresche e naturali e prevedevano si la volontà di sentirsi pelle a pelle, ma in modo sereno senza l’ansia di acrobazie contro le leggi newtoniane o volontà di appartenenza al limite della sanità mentale.

Ci bastava aver conquistato almeno l’attenzione del nostro eroe romantico e che lui ci avesse notate, a discapito degli orridi vestiti che madri snaturate ci costringevano a indossare, a discapito dei problemi adolescenziali come acne e sudorazione eccessiva, cosi come eravamo con quell’interiorità dotata di una grande ricchezza di immaginazione, con quel grande desiderio di regalare all’altro le chiavi delle nostre segrete stanze del cuore.

E non viaggi allucinatori nelle camere dei giochi, che per me amante dei thriller, sembrano cosi orribilmente simili alla sala del maniaco di turno, provetto serial killer.

Eppure i libri che oggi formano la nostra idea dell’amore prevedono almeno una pedata (se non ti scalcia non è amore) almeno una frustata (Brambilla siamo noi la razza da proteggere) e una bella dose di cera bollente nelle zone sensibili senza neanche tirare giù tutti i santi del calendario e forse anche quelli di quello cinese, ma solo mugolii sensuali di piacere.

Ma io sono anziana e il massimo del piacere a cui aspiro è quello di divorare una bistecca di manzo senza ricorrere al Gaviscon di sera, per far smettere all’adorabile bovino di correre su e giù per il mio stomaco. Come potevo restare, pertanto indifferente alla mia gemella di carta, l’adorabile Claire?

Come non ridere delle sue disavventure che in fondo rappresentano quelle, seppur esagerate per un’esigenza narrativa, delle figuracce (grezze le chiamavamo noi) di ogni santo adolescente che si affaccia alla vita e si trova alle prese con le interazioni con l’altro, fatte di sogni e di incubi, di vette altissime e di abissi, di insegnamenti e soprattutto della più fondamentale delle massime apprese in quegli anni che alcuni vorrebbero dimenticare: non è l’accadimento che fa crescere.

Non sono le esperienze di per se traumatiche il vero impulso che oggi mi ha reso e ci ha reso, parlo di tutti voi ragazzi che mi leggete, le persone che siamo oggi.

Ma è stato e sarà sempre la modalità con cui le abbiamo affrontate, interiorizzate e superate.

E se non superate utilizzate per cementare la strada del nostro futuro. Ecco che in una sequela di esilaranti disavventure, tutte considerate frutto del crudele umorismo di una divinità chiamata sfortuna, possiamo vedere nella storia di Claire semplicemente l’incontro con la vita, in ogni sua sfumatura, la meraviglia dell’amicizia, il senso di solitudine di chi cerca di comprendere e proteggere e persino far nascere la propria personalità, la ricerca della felicità con i suoi limiti etici da creare noi stessi grazie anche all’educazione ricevuta, fatta di elementi da conservare e altri da scartare.

L’incontro con il diverso, l’infrangersi delle nostre aspettative.

Sopratutto questa è stata e sarà sempre la sfida meravigliosa: è dal crollo delle nostre costruzioni mentali, anche se dotato di un impatto a volte traumatico, che può nascere davvero il futuro, il presente e la nuova possibilità capace di creare entrambe.

E’ quando Claire si sente sola, in balia di eventi che demoliscono le sue certezze, che cresce, cambia, matura e diventa sempre più se stessa, rimpicciolendo quel bozzolo infantile che protegge la nostra vera essenza.

Ed è da quel bozzolo che nascono uomini e donne.

Claire ha dalla sua parte la capacità di ridere di se stessa, di affrontare la vite e le sue sfide con ironia.

Nonostante le propri insicurezze a volte pesanti, nonostante il primo impatto con la meschinità umana, è grazie alla forza del sorriso e della risata che gli ostacoli appariranno meno ignoti e quindi meno pericolosi.

Ogni risata, sfogliando questo libro è un passo per ritrovare una purezza che oggi abbiamo perduto.

Troppi libri dark, troppo dolore, troppe adolescenti gotiche e oscure. Troppo amore malato, troppi pochi sogni leggeri e pieni di dolcezza. Troppo poca realtà in questi libri di oggi, rendono Unlucky e la sua adorabile autrice una piccola isola felice, che tutte voi almeno una volta dovete provare a ormeggiare.

E passeggiare sulle sue spiagge assolate, provare a ridere e divertirvi, senza il sogno dello stronzo di turno pronto a ammanettarvi e a piastrellarvi come un marmista turco.

E vivere per un’istante, questa normalità fa bene.

Perché non siamo e spero che nessuno di voi sarà un disagiato Mr Grey o una rincoglionita Anastasia.

Ma una semplice normale Claire.

Ovviamente è una normalità per nulla noiosa.

Credetemi Claire è tutto fuorché monotona.

È in preda delle isterie di due voci nella testa che sono peggio di quelli che avevo io a sedici anni e che mi costrinsero a dare un bel pugno in faccia a un mio povero compagno, reo di aver rovinato la mia vittoria a braccio di ferro.

Beh in effetti la mia idea di normalità potrebbe apparire un po’ contorta, ma certo meglio della vostra che pur di accontentare il disadattato di turno vi contorcete come anguille infarinate nella friggitrice mentre venite scagliate con la fionda addosso al muro della stanza dei giochi.

Bravissima Milena e non smettere mai di andare controcorrente.

“Forno inferno” di Daniele Botti Alter Ego editore. A cura di Alessandra Micheli

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Ridere.

C’è tanto bisogno di ridere.

Sopratutto per toglierci quell’insopportabile aura di seriosità che infiamma oggi la letteratura. E invece c’è bisogno di realtà e quindi di tante critiche capaci di evidenziare tanti, tanti difetti che non devono diventare un biglietto da visita, ma una grottesca, realistica caricatura.

L’essere umano quando si trova a contatto con quelle imperfezioni deve provare indignazione, orrore, stupore, rifiuto, non considerarle un male necessario o peggio la consuetudine.

Quando leggiamo Forno Inferno, dobbiamo non riconoscerci nei personaggi, ma allontanarci da un cliché che stiamo sostituendo alla nostra vera natura, quella di esseri tanto sacri che una lontana divinità, un giorno che non teneva nulla che fa, per dirla alla napoletana, ci ha scelti per nominare il mondo.

Botti ride.

Sorride e prende in giro se stesso, nonostante possieda una tecnica da inchino. Ma sopratutto, immortala con i suoi lazzi, quell’idea di potere che è oramai cosi tanto tatuata sulla nostra pelle da essere considerata indelebile e cosi ovvia da non stupirci più.

Ogni volta che leggo un thriller con un je t’accuse, io quel modus operandi e quella distorta percezione del mondo e dei rapporti umani, lo ravviso in ogni mio incontro quotidiano, tanto che non sono più in grado di sorridere davanti ai vizi e alle ossessioni, perché li ritengo, purtroppo, il marchio di fabbrica della nostra società.

E mi arrabbio in ogni recensione facendo uscire sicuramente la pasionaria che è in me, ma annichilendo, invece, quell’ironia salvifica che ha da sempre sostenuto le società.

E Forno inferno ha quella capacità di leggerezza ma non di superficialità, che anche secondo Calvino era il miglior mezzo per parlare di noi stessi, considerando la caduta nell’errore solo un’eccezione, non la costanza.

Ecco che nella storia si inizia a ironizzare non solo sui poteri forti, ma anche sulla nostra snobbistica considerazione della letteratura, che da troppo tempo ha quasi ignorato la fantastica opera di Jerome e di Vamba come quisquilie adatte a un pubblico medio basso.

E innalzando, invece, il nome della rosa nella lista dell’alta letteratura, cosi alta da essere irraggiungibile ai più.

E, in effetti, il buon vecchio Umberto Eco è cosi immenso, cosi autorevole e autoritario da essere persino citato con voci sussurrate.

E quasi mai letto.

Perché se fosse davvero “letto” si capirebbe che il nostro maestro, l’ironia l’ha usata a profusione, complice la sua perfetta e quella si autorevole, conoscenza dei misteri della semantica e della semiotica.

E questa tendenza elitaria, che a parer di questa misera appassionata che tenta di scrivere a voi lettori assetati (spero di bellezza) riflessioni tinte del rigore analitico, è assurda e nociva, deve essere contestata in modo garbato da autori coraggiosi, come il mio adorato ( non lo nego) Daniele Botti.

Perché, seppur vero che Forno inferno è parodia, è al pari passo da considerarsi vera contestazione di un sistema universale che si fa beffe dell’umana creatività, è anche capace di proporre non solo “demolizioni” ma anche proposte alternative: e se oltre a denunciare, confutare, correre a indossare i panni del vendicatore, ci facessimo una sana, autentica risata in barba a quel cliché che infarcisce di stereotipi gli uomini?

A volte in questa corsa alla ribellione anticonformista ( spesso molto radical chic ma poco utile al cambiamento sociale) si perde di vista il valore del sarcasmo, dell’umorismo come azione e reazione contro l’omologazione.

Sembra uno scioglilingua?

Però pensateci, soprattutto se come auspico, leggerete forno inferno.

Io stessa nella mia battaglia per l’autenticità e la specificità umana scevra e libera da quel sistema di contrapposizione, di apparenze e mai dedito alla sostanza, quello in cui la competizione è cosi esacerbata dal fine ultimo di conquistare un potere effimero ma che ci fa sentire vivi e ci permette di esistere, mi sento troppo convinta di me.

E rischio in questa mia posizione intellettualoide, contornata da tomi di sociologia, da libri molto complicati e di nicchia, di diventare come quegli eremiti che deridevo nelle mie giovanili escursioni nei terreni del fantasy, la cui lunga barba non è più sinonimo di saggezza, ma diventa anch’esso uno status quo.

Io stessa rischio di concentrarmi tanto sul ruolo moraleggiante da dimenticare la meraviglia di una risata, in faccia proprio a quel sistema che vorrebbe l’uomo “ammanicato”, la norma e mai l’eccezione.

Ecco che il grottesco, è proprio questo: rendere un quartiere un concentrato comico di vizi, e un ispettore Saverio Tinca l’archetipo dell’uomo sottomesso al potere.

Ma non vincente e tronfio, ma assurdo, sfigato, comico e anche…tenero.

E tutti i personaggi sono altro che disegni satirici, distanti anni e anni dalla complessità umana.

Questo non fa di forno inferno un libro soltanto di svago.

Isolare e “deridere” la pomposità e la banalità del male è un modo intelligente di combatterlo.

Scriverne in modo serio e convinto lo rende intrigante, seducente, quasi affascinante perché l’aura di potere ne viene quasi esaltata.

Magari inconsciamente.

Invece, ecco che il sarcasmo sconfigge quell’armatura di legittimità e ci dice “guardate i vostri eroi. Sono fragili, assurdi, ridicoli e quasi teneri nella loro ricerca di certezze”.

E allora dopo la grassa, sana risata con un Tinca in lotta con il dimonio, alla ricerca di un manoscritto occulto, cosi segreto da risultare più interessante della sua reale natura ( in questo libro si sfata il mito arcano del manoscritto Voinch: non è altro che un ricettario come quello che ho amato da bimba ossia i segreti della nonna. E di arcano troverete il mistero del limone che sconfigge il maligno calcare).

E nella sua assurda irriverente ricerca di farà accompagnare nientedimeno che da Fra Atzo da Velletri.

L:o ammetto.

Con fra Atzo da Velletri, Botti mi ha definitivamente conquistata, tanto da farmi infrangere la sacralità della notte con una risata assurdamente lunga, irrispettosa per l’ora magica, che mi ha lasciata sfinita, incredula, leggera ma sopratutto convinta che, l’unica vera arma ribelle è smontarli i miti.

Non esaltarli.

So di non essere una grande analista, che le mie recensioni non sono le solite, quelle che si leggono a iosa nei nostri amati social.

So che magari avreste voluto conoscere i dettagli della trama, o vedermi lanciata in agiografici panegirici sullo stile dell’autore, o diventare come il buon Morelli impegnata in un ardita e complicata un’analisi psicologica degli autori.

Ma nel primo caso non vi ritengo cosi imbecilli da essere incapaci di leggervi la quarta di copertina.

Nel secondo esistono gli editor e i critici letterari: andate a rompere gli Azti a loro.

Nel terzo caso, non sono Morelli, ne mi chiamo Meluzzi, né partecipo ai programmi di Quarto Grado.

Io posso solo fare da mediatore tra voi e la genialità dell’autore, stuzzicarvi, incuriosirvi e dirvi con tutta l’obiettività di cui sono capace: Botti è un fottuto genio.

Cosi geniale che questo libro l’ho letto e riletto almeno cinque volte.

E non vi nego che ce ne sarà una sesta, una settima e un ottava.

Ridete.

Siate immensamente ironici.

E sopratutto state attenti alle Sante Marie Goretti che parlano pilippino.

E se volete sapere perché, beh leggetevi una volta tanto un buon libro.

Non ve lo addebitano sul conto.

“La mistica del carismatico” di Salvatore Dimauro. A cura di Alessandra Micheli

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Sono convinta che il senso del sacro sia paragonabile a un odore che stuzzica ogni narice.

E’ un bisogno di avvertire, in modo più corporeo e meno indefinito, il bisogno di appartenere a qualcosa o a qualcuno che esca dalle pastoie della materialità. Perché anche l’amore terreno è frammentato e invaso da troppe e rigide paranoie, da bisogni intensi che offuscano quel senso di comunione che vorremmo avvertire dal contatto con l’altro.

La materia, seppur cosi bella e varia, cosi emozionante è a volte troppo intensa per noi, tanto da farci sentire sempre sulle montagne russe, in un frenetico via vai di salite e discese.

E quando sembra di aver raggiunto l’apice, quell’acme che tanto bramiamo, si scopre che esso è solo un illusione lontana.

Ed è questa tensione a raggiungere la cima della soddisfazione personale, forse, la colpa di tante incomprensioni e di tanto dolore.

Anzi della nostra incapacità a sopportare la vista del dolore.

Nella religione e nel sacro è la stessa cosa.

Si ha bisogno disperatamente di credere, si cerca di raggiungere quella unione mistica letta e descritta da tanti asceti, caricando di aspettative ogni anelito verso l’infinito.

Fino a trovarsi sempre con la bisaccia vuota.

Per noi, la scoperta di Dio o degli dei, deve essere strepitosa, spettacolare, piena di effetti speciali, come se fossimo sul set di un film potteriano.

Scintille, lacrime di sangue, eventi misteriosi.

E li bramiamo cosi tanto da convincerci che essi accadano.

La volontà di un segno che ci faccia sentire meno soli e meno sperduti, prescelti che un giorno avranno la risposta ai loro perché, perché di tanto male, di tanta morte e di tanta sofferenza.

Ma forse le risposte sono come dice Bob Dylan, “nascoste nel vento” e il vento non sempre ha la voce roboante di un tuono.

Non succede nulla di colossale, come in una scena hollywoodiana.

Come se il sorgere del sole fosse banale, come se l’alternarsi delle stagioni non avesse dell’incredibile, come se il nostro stesso corpo fosse così noioso per nulla mistico.

E’ la perdita di quel senso di meraviglia che ci fa attendere la voce tuonante del dio, che ci fa sperare in qualcosa di straordinario, perché la vita che si risveglia ogni giorno nei nostri occhi non sia abbastanza sconcertante.

Come se il mistero di nascita e morte fosse solo un qualcosa da osservare senza stupore, poiché privo di effetti speciali.

E allora la nostra ricerca spirituale deve avere eclatanti dimostrazioni di essere toccati da dio.

Anche io come il protagonista sono stata attratta dalla spettacolarizzazione del sacro.

Tanto, che decisi nei miei fecondi vent’anni, di partecipare a varie sessioni di preghiera dai carismatici, ai neocatecumenali, ai rosari in onore del pio padre. Attratta dall’entusiasmo di chi si sentiva protagonista di un miracolo.

Lingue sconosciute, luci, immagini, odori e visioni.

Ero lì in attesa, mentre intorno a me estatiche persone si sentivano toccare dalla mano di fuoco della divinità, vedevano la Madonna, sentivano profumi di fiori.

Io nulla.

Mi sentivo ancora peggio perché questi fenomeni, questi eventi “magici” non mi avevano scelta.

Nonostante fossi rinchiusa in queste fredde ma eleganti magioni, immersa in casi di isteria collettiva, non sentivo assolutamente nulla.

Ero già dannata?

Ero io bacata?

Ero così “impura” da essere esclusa dalla mistica?

Ero così imperfetta da essere emarginata dal sacro carisma?

Forse.

O forse dentro di me si sviluppava un diverso senso del sacro, che amava la tranquillità alla cacofonia di voci.

Che preferiva emozionarsi davanti alla magia di un tramonto, piuttosto che credere davanti alla manifestazione miracolosa del sacro.

Ero quella che piangeva non perché trascinata dagli altri, ma solo perché abbracciando un albero lo sentiva vibrare.

Perché sola, immersa nella calma in fermento della natura, ero convinta di vedere la terra alitare e io seguivo il suo respiro con lei sentendomi, per la prima volta, immersa in una delicata ma forte rete di interconnessioni.

In alcuni momenti, per fortuna non rari, io mi sono sentita foglia, pianta, sole, vento e terra.

Ero roccia e insetto.

Era una sensazione di perfetta completezza che nessuna sessione di preghiera, nessun guru, nessuna setta poteva darmi.

Ecco che mi riconosco nella bellissima, divertente avventura, permeata da una sottile malinconia, di Salvatore di Mauro.

E mi riconosco in queste parole che vi lascio, perché stavolta sia il libro a parlare per voi:

Eppure devo ammettere che una specie di bisogno di pregare c’è, non un bisogno ma piuttosto una sensazione, qualunque cosa voglia dire; rivolto a chi o a che cosa poi non saprei; no, questo non è corretto, “a chi o a che cosa?” , “a questo o a quell’altro dio?” A Dio, sicuramente questa sensazione non può che essere rivolta a Dio; chiedersi o scegliere “a quale dio?” equivale a cercare una qualche religione e non Dio, e le religioni sono appunto un insieme sterile di dogmi che sfociano nella massa dei riti: ora solenni allestimenti, ora cortei di baccanti dietro qualche statua, tutti insieme tesi a rappresentare la parodia del divino. Relegare Dio nelle dottrine delle religioni o nelle filosofie significa mortificare l’intuizione del sacro per asservirsi a delle norme che, ben che vada, non sono altro che convenzioni sociali. Gli imperi religiosi nascono dall’appropriarsi e dallo sfruttare, o addirittura schiavizzare, quella naturale “sensazione del divino” che sorge nelle persone e che viene mutata in quella fede che altro non è se non ubbidienza sociale ai ministri della norma.

Vedete, se desiderate il sacro non andate in cerca di santi e medagliette, di santuari o di sessioni estenuanti di preghiera, di sette e guru perché:

Questi infatti sono gli unici interessi delle religioni; gli dei che esse proclamano sono poco più che utili idioti funzionali all’esistenza delle religioni stesse. Null’altro che dei prestanome usati per ratificare in calce le regole sancite dai ministri del rito.

Immergetevi nella natura.

Ascoltate ridere un bambino.

Leggete o vedete un film e emozionatevi.

Correte con la vostra musica preferita nelle orecchie.

Sdraiatevi su un prato e giocate con le nuvole e le loro forme.

Accarezzate un gatto mentre siete davanti la fuoco di un camino.

Ascoltate il ticchettio della pioggia e assaporate l’odore della terra bagnata. Ascoltate il silenzio della neve, fatevi abbagliare da quel biancore.

Amate.

Piangete.

Fatevi strappare il cuore dal dolore ma sentitevi vivi.

Perché di sacro abbiamo solo il fatto di essere qui ora, così amati da essere resi più su di angeli e stelle grazie al nostro libero arbitrio.

Guardate gli occhi dell’altro e abbracciatevi.

E se siete oramai immersi in questa girandola di assurdità ( perché il sacro è già vostro, perché siete parti di dio) fatevi questa domanda:

Quella mattina davanti alla farmacia iniziai a chiedermi se per caso non mi si stesse prendendo per il culo.

Forse allora imparerete che non dovete cercare dio. Ma solo sapere dove si è nascosto, lì in quell’anima dove oramai non cercate più.

perché vedi, l’importante non è che tu ci sia o non ci sia:

l’importante è la mia vita finchè sarà la mia:

con te, Signore è tutto così grande,

così spaventosamente grande,

che non è mio, non fa per me.

Guardami,

io so amare soltanto come un uomo;

guardami,

a malapena ti sento,

e tu sai dove sono…

ti aspetto qui, Signore,

quando ti va..

Roberto Vecchioni

“Il giorno in cui facebook arrivò nel condominio Ariosto” di Marisa Saccon, Brè edizioni. A cura di Rafaella Francesca Carretto

 

Siamo tutti maschere su Facebook?

Conduciamo anche noi una doppia, tripla o chissà quante vite?

Si può avere un’altra chance nel virtuale, se la vita reale non ci soddisfa?

Tutte “reali” queste esistenze, in cui mostriamo in ciascuna un lato di quel piccolo diamante che è il nostro essere…eppure quante facce riusciamo a mostrare a dei perfetti sconosciuti?

Quanta magnificenza nel nostro quotidiano virtuale, mentre poi nella vita, quella vera, viviamo di frustrazioni, soprusi, invidie, e chissà quanto altro ancora cerchiamo di nascondere..

Ecco, tutto questo è il racconto breve di Marisa Saccon, che mostra un quadro più che realistico del vissuto di quei “fanatici” del virtuale che vivono i social come fosse la realtà e conducono più vite parallele, con amori virtuali e non, creando aspettative, giocando con like e parole sino a immergersi in un mondo che quasi confondono con la realtà, quasi assuefatti da una potente droga che spinge ad avviare il pc e connettersi al social per vivere e fortificare il proprio ego.

È certamente ironico e dissacrante questo brevissimo racconto che l’autrice ha creato per dar comunque voce a un’evidenza che è chiara a molti, ma quanti altri ancora vedono nel social, e nel virtuale, un nuovo modo di socializzare e crearsi una cerchia di amici, che sono poi solo contatti utili a far numero?…ecco, forse sono solo questo i social, il far numero.

Nonostante tutto, l’utilità, la capacità della diffusione e l’immediatezza, i social sono croce e delizia per tanti, molti…troppi, forse.

È palese come chi è più debole venga ingoiato dal vorticoso mondo del social, ma è altresì evidente che in molti creano profili e pagine per gonfiare il proprio ego, e porsi all’attenzione come pavoni che fanno la ruota. Ne è un esempio evidente Florindo, l’ingegnere.

Florindo e il suo bisogno di masturbare il suo ego.

Benissimo. Siamo arrivati a mille iscritti nel gruppo a favore dei bambini Down
e a quota 899 nel gruppo contro le ischemie. Adesso mi occupo dei miei contatti di Facebook, di tutti quelli che hanno bisogno di me.

Ma con i social puoi mostrare anche un’immagine falsata di te, o meglio quella che si vorrebbe fosse reale, ad esempio una meravigliosa vita ricca di soddisfazioni, luminosa … ma che non è quella quotidiana…

Tutti i personaggi sono mostrati quasi come moderne caricature della realtà … grotteschi … poveri dentro …

E forse non c’è limite al grottesco.. ma questa è la verità, perché i diversi protagonisti, tutti inquilini di uno stesso condominio, alcuni inconsapevolmente e altri volontariamente, si intromettono nelle vite dei loro vicini, quasi spiandoli, cercando di confutare la veridicità di ciò che affermano sul social; lo fa Marcello, che col suo profilo fake, chatta con le diverse condomine…ma alla fine lo aspetta un’amara e paradossale sorpresa.

Quanti danni può fare l’intreccio di vite sul social..lo scoprono tutti i nostri protagonisti, anche quelli che ne sostengono l’utilità…

Quante illusioni, questo mondo virtuale.

Se stai male, puoi sempre scrivere uno status su Facebook e tutti accorrono a
salvarti.
E tu puoi salvare gli altri.

E tutti vi salvate a vicenda.

Perché adesso non sei più solo.

Nel tuo mondo virtuale.

Ma questo libro non è solo uno sguardo ironico e surreale di una realtà che oggigiorno vive la maggior parte di coloro che hanno scelto la vita social; di fatto, a mio modesto parere, è anche un modo per dare attenzione a quelle relazioni umane che ormai vengono dirottate verso la dimensione virtuale, alterando in tal modo la percezione della “vita in mezzo agli altri”…come ci si relaziona con gli altri?

E’ possibile farlo solo attraverso un pc, uno smartphone, il social?

Non parlo solo delle vecchie relazioni di buon vicinato, perché anche nel racconto si parla dei rapporti tra i vari condomini, ma…c’è forse tanto di più da ricercare nelle poche decine di pagine che ci lascia l’autrice.

Questa lettura è forse specchio di un isolamento, di una chiusura, di un impoverimento emotivo; è il rifugiarsi in una realtà virtuale che in taluni casi può celare delle difficoltà, è una fuga dalla propria vita, fingendo che la realtà virtuale sia quella vera, sia la vita che desideriamo e che non siamo riusciti a ottenere, ma che nel virtuale ci mostra agli altri per come vorremmo essere…e poi, ecco la vera realtà, quella delle mille maschere, che ci consente di intrufolarci nella vita altrui, senza limiti, disconoscendo la propria e ciò che le compete.

Marisa Saccon, l’autrice, ci mostra quindi, da fine osservatrice, uno spaccato di vita quotidiana che fa sorridere ma anche riflettere; si tratta di un’opera breve ma che rappresenta uno spaccatto della vita di molti, e sta a noi prenderla come spunto di riflessione. Di fatto questa lettura ci porta a una triste e inquietante riflessione, su quanto i social condizionano la nostra vita (mi ci metto in mezzo anche io).

Lettura avvincente suddivisa in capitoli che alternano la presentazione dei vari personaggi e le loro vicissitudini virtuali e non; si legge tutta d’un fiato, con qualche colpo di scena forte e duro, ma in altre situazioni è pregna di ilarità. Io ho sorriso, certo, ma ho vissuto momenti di forte impatto emotivo, e ho concluso la lettura con un riso amaro.

A voi, nella scelta di questa lettura, la possibilità di rivivere alcune delle mie osservazioni.

“Decalogo semplice” di Mike Papa. A cura di Alessandra Micheli

 

Capita spesso al lettore comune (nell’accezione non snobbistica del termine) di innamorarsi di un personaggio. E’ ritrovare un amico perduto da anni, specchiarsi in esso e stranamente notare come i pezzi sparsi della propria anima si ricompongano in un tutt’uno splendente e lucido come un’armatura.

In fondo non è questo l’anima?

La sfavillante armatura del guerriero uomo?

Tramite questo ri-conoscersi, questo straordinario amore, la compassione ossia il sentire, il soffrire con l’altro anche se è un altro intessuto di inchiostro e parole il lettore scende nell’abisso della propria psiche, trovandone stralci di paradiso o di cupo infermo. Vizi e virtù gli danzano davanti agli occhi nominandolo e benedicendolo con soave voce.

Al lettore dissidente, quello sui generis, direi quasi deviato, raramente accade. Egli usa il libro come un portale ma non ci si identifica, rimanendo quasi distratto e beffardo, padrone di se stesso. Nonostante la sua immersione nella parola scritta, che legge come un incantesimo, egli ambisce non a diventar pari del personaggio libresco ma a ri-crearlo egli stesso, tronfio e saccente dall’alto del suo piedistallo. In quel caso inizia la lotta tra la dialettica di questo strano demiurgo lettore e la volontà del libro di superare le difese e le barriere per invaderlo totalmente e dominarlo. E’ questo scontro/incontro che mi allieta ogni volta la lettura. Io che intendo essere il creatore, sorpassando e surclassando il libro e il libro che tenta di superare me. Una lotta bellissima e sanguinaria a furia di parole e di fioretti, un duello in cui ognuno china fiero la testa ringraziando l’altro. Eh si miei cari. Io resto dell’idea che ,a lotta intellettuale, la tensione emotiva tra oggetto e soggetto sia il vero sprone per l’evoluzione. Il mio dissentire, il mio voler impugnare la spada e mai chinar la testa, come un fiero Cyrano mi porta a essere dall’oggetto stesso benedetta. Il libro per me è questo continua tensione verso un dominio che si risolve in un riconoscimento. Ma è un riconoscimento mentale e totalizzante di sensi tesi verso la conoscenza intesa come gnosi più che in un bisogno di sentirmi edotta dalle parole. Le parole si sfidano, si stuzzicano si portano fino all’estrema tensione per poi ognuno inchinarsi lieto e felice del singolar tenzone.

Ma questa è un’altra storia.

Eppure, anch’io ogni tanto mi innamoro del personaggio e lo ri-conosco come parte di me, forse assoggettandomi a esso. In quel caso il libro tira un sospiro di sollievo e ride sollazzandosi della sua vittoria. Mi è capitato con il mitico Pestalozzi e mi è ricapitato con il fantastico Rocco Raspa.

Cosa ci sarà mai dietro a quest’assurdo comico personaggio?

Che l di là della sua vena ironica e sarcastica, Rocco contiene una sofferenza che lo rende profondo e poetico, degno dei migliori personaggi inquieti e oppressi da un qualche oscuro tarlo che pur rodendo la mente, forse contorta, lo spingono a viaggiare nelle profondità delle altrui essenze. Rocco irride e deride, ma al tempo stesso si fa portavoce di una lirica sofferta e malinconica, cosi come il mio personaggio letterale preferito il mitico Cyrano de Bergerac, cosi dissacrante e cosi infelice, perché porta avanti un naso ingombrante come orgoglioso segno distintivo e come altresì segno di un certo destino. Lui ha naso perché riconosce oltre le maschere del moderno, falsità, pene, paranoie e ipocrisia umane, e ne è totalmente alieno perché idealista puro e a volte rigido. Ma la sa non è la rigidità mentale della gratta mortalità ma quella di chi l’animo lo vuole tutt’intero e mai piegato o spezzettato dalla convenienza del vivere civile. E’ colui che i sogni li desidera interi e non macchiati, è colui che non si fa comprare del sistema che ci vuole quieti e sorridenti burattini. Rocco Raspa è questo. Preda di manie e amante del vizio come il buon Rimbaud, non disdegna di scendere una stagione all’inferno. Ma non piega mai la testa di fronte alla povertà umana e interiore dei suoi concittadini. Raspa è un anacronismo vivente, sempre anticonformista senza volerlo essere davvero. E’ semplicemente sintonizzato su canali a noi sconosciuti, fiero lottatore contro il nero e l’incubo che nella sua mente si agita. Rocco è un outsider che nonostante abbia una grande ombra in se, la irride costantemente e non si rende preda del cosiddetto lato oscuro. Rocco tramite l’autoironia, a volte malinconica come il sorriso lacrimoso di un Pierrot, non si fa mai schiavo di nulla, neanche di se stesso. Ecco la sua libertà, il combattere le ingiustizie beffandosi dell’autorità, il suo andare contro il conformismo con parole taglienti eppure velate di una saggezza antica. Il suo sapere che, la tentazione va combattuta a suono di sarcasmo, temendola ma non soccombendo mai alla paura. E quando si trova di fronte al più terrificante degli incubi il desiderio, la volontà di rompere i limiti dell’etica e del lecito, decide di chiudere, simbolicamente, la saracinesca del proprio io in modo ferreo e deciso. Perché la nebbia del peccato non invada un’anima bambina eppure cosi vetusta come la sua.

Attraverso racconti di vita, cosi apparentemente banali, Papa svela i vizi di una cittadina perbene, ma esalta anche la forza del pensiero creativo, dell’osare oltre i limiti. Inneggia alla poesia che deve ammantare di incanto ogni piccolo gesto quotidiano, un bacio, un incontro, un sogno e una fantasia. Un libro che entra nell’anima, che vale più di mille autorevoli saggi sociologici, che irride le regole letterarie eppure diventa un prezioso diamante grezzo in quel mondo letterario stantio e omologato.

E vi lascio invitandovi a immergervi nel mondo reale e al tempo stesso assurdo di Rocco Raspa, della caricature di un’umanità sconfitta ma al tempo stesso capace di ballare sopra la sconfitta e brindare al fatto che in fondo, essa è una chimera: nessuno è davvero abbattuto finché può danzare alla vita. Brindo con voi assieme a Raspa e Abramo con Giuseppe Maria al Tradicional e vi aspetto, abbiamo tante nuove avventure da raccontare.

Sciaddio!