Svelata la cover del nuovo attesissimo romanzo targato Dri editore “Scritto sulla Pelle” di Alexandra Rose. Da non perdere!

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Dopo il successo di The Room scritto a quattro mani con Francesca Cominelli e della dilogia del Destino della Rosa Blu, entrambi pubblicati in selfpublishing, Alexandra accetta di collaborare con noi e ci regala un romance contemporaneo delicato e fresco. Una storia d’amore che sembra impossibile, ma che racchiude invece una crescita sentimentale e professionale che è proprio quello che tutte le giovani donne si trovano ad affrontare nella vita di tutti i giorni. Siamo sicuri che vi ritroverete e sognerete assieme a noi leggendo la storia di Isabella e Lorenzo.

 

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 Aveva indugiato, premendo la punta della penna sul foglio. Aveva tracciato una lettera. Poi era accaduto. Uno scenario si era fatto largo nella sua mente e lui lo aveva descritto come se lo avesse avuto di fronte e lo stesse vivendo. Profumi, suoni e sensazioni avevano preso vita e lo avevano avvolto quasi fossero stati reali. Aveva abbattuto ogni timore e, dopo aver buttato giù la prima pagina, la storia aveva cominciato a fluire da lui al quaderno.

 

Sinossi:

La libertà può essere un’arma a doppio taglio. Lo sa bene Isabella che, dopo la laurea in giurisprudenza, decide di abbandonare la lussuosa villa dei genitori e di lasciarsi alle spalle una vita già programmata per studiare editoria, la sua più grande passione. Il suo sogno di aprire una casa editrice è più forte di ogni ostacolo, e per intraprendere quella strada deve rinunciare agli agi nei quali ha sempre vissuto.

Catapultata nella periferia di Cagliari, Isabella si troverà di fronte a tutto ciò che ha sempre detestato: un appartamento fatiscente, una coinquilina poco raffinata, e un irriverente ragazzo ricoperto di tatuaggi. Sarà proprio lui, Lorenzo, a farle abbattere i muri dei pregiudizi e a permetterle di ritrovare se stessa.

L’autrice:

Alexandra Rose nasce a Cagliari nel 1991. Appassionata di manga e romanzi fin da piccola, ha sempre amato creare storie e mondi lontani, complice la sua smisurata fantasia. Crescendo, il suo amore per la lettura e la scrittura si è intrecciato a quello per la medicina e la biologia. La scienziata che è in lei abbraccia la scrittrice: la sera ama rifugiarsi nei suoi universi immaginari dove l’amore, il coraggio e la determinazione sono in grado di superare ogni ostacolo e dissipare le tenebre.

Dati libro 

***** ROMANZO AUTOCONCLUSIVO *****

Titolo: “Scritto sulla Pelle”

Autore: Alexandra Rose

Editore: Dri Editore

Genere: Regency

Formati disponibili: ebook 2.99/ cartaceo 12.99 (preorder a 0.99)

Lancio: ufficiale 7 ottobre (pre-order 4 + cover reveal 30/09)

 

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Arriva il nuovo libro di Daniela Volontè “Ricordami che sono felice”. Ecco svelata la cover!

ricordami che sono felice cover coperta.jpgSinossi:

Isabelle ha sedici anni quando i suoi genitori vengono uccisi. Il mondo crolla, frantumando i suoi sogni, e decide di dedicare la vita alla vendetta. Appena incontra Luca, quella strada che sembrava già tracciata cambia prospettiva e i loro obiettivi entrano in collisione. Nessuno dei due vuole cedere ed entrambi sono disposti a pagare a caro prezzo le proprie scelte.

Ricordami ebookSono già stata fin troppo egoista ed è arrivato il momento di scrivere quel nome in cima all’elenco delle mie priorità.

Ho chiuso con il passato e adesso posso pensare al presente… Spero solo che non sia troppo tardi».

«Se n’è andata. Mi ha lasciato per rincorrere il suo unico scopo e si è portata via un pezzo della mia anima.

Vorrei inseguirla e convincerla a tornare, ma non è la vita che vuole… finirebbe per odiarmi e posso sopportare tutto, tranne questo».

Riusciranno a ricordare cosa sia la felicità?

Biografia 

È nata a Varese e vive in provincia di Como con il marito e due figli. Ha una laurea in Economia e Commercio e una in Scienze della Comunicazione. Scrive per passione e vi dedica ogni minuto libero della giornata. Ha pubblicato diversi romanzi con Newton Compton Editori: Buonanotte amore mio, L’amore è uno sbaglio straordinario, Non chiamarmi di lunedì, Sei l’aria che respiro, La meraviglia di essere simili, La dolcezza può far male, Non basta dirmi ti amo e Imperfetti sconosciuti. In self ha pubblicato The contractor e Una scelta inaspettata.

Dati libro 

Titolo: Ricordami che sono felice

Autore: Daniela Volontè

Editore: Self Publishing (primo libro scritto, autopubblicato nel 2013 e oggi rieditato)

Genere: Romance Suspence/Autoconclusivo

Formati disponibili: ebook 2.99/ cartaceo 10.00

Data pubblicazione: 1 ottobre 2019 (cartaceo disponibile in prevendita al Rare Roma)

Blog Tour “Il senso del limite” di Gianni Zanolin, Rizzoli editore. Terza Tappa “L’ambientazione del romanzo”. A cura di Alessandra Micheli

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Quando un libro è di difficile interpretazione, o scritto con un linguaggio criptico e poco scorrevole, o quando il genere non è ben definito, ci può aiutare, per dare un senso al testo uno dei suoi elementi chiave l’ambntazione. La localizzazione geografica o simbolica di un testo non solo ci dice molto sui personaggi che si muovono in esso, ma spesso racchiude l’intero senso e significato del libro.

E’ nelle descrizioni della città o del paese, che troviamo la pietra d’angolo sui cui si eriga l’impalcatura spesso grandiosa, della fantasia dello scrittore, una fantasia che non è mai solo immaginazione lasciata scorrere libera, ma è e resta, falsificazione del reale, libera percezione di chi, in quei luoghi, si muove e vive o semplicemente li assurge a archetipo di un vizio o di un male di vivere.

Pertanto è proprio in questo dato che il libro di Gianni Zanolin si rivela in modo potente e chiaro: nella descrizione di Pordenone.

Principale città del Friuli,da territorio improntato esclusivamente all’agricoltura (con tutte le conseguenze sociali di quella scelta economica) si sviluppò notevolmente a livello industriale specialmente riguardo al settore tessile, metalmeccanico e del mobile. E fu questo sviluppo iniziato nell’ottocento e proseguito con ferocia con il dopoguerra, che la portò a divenire provincia.

Grazie al boom industriale, la città venne ritenuta una delle più dinamiche di tutto il nord est, fino all’inevitabile declino grazie alla crisi economico finanziaria del 2007, che portò Pordenone e il suo territorio a divenire il simbolo della “crisi italiana.

Ed è proprio da questo nefasto simbolo che si dipana il libro di Zanolin, rendendo vive e reali le parole del sociologo Mongardini:

Il disagio della cultura moderna si manifesta attraverso l’inconsistenza e la disfunzionalità delle sue istituzioni.

Quest’inconsistenza, la si ravvisa nel descrizioni, perfette e inquietanti del nostro baldo autore:

La velocità con cui copro il percorso che ho scelto per andare in municipio mi sembra assurda dentro a questo silenzio e alla luce spezzata dall’umidità che pare rallentare tutto. Ho la sensazione che tutto sia fermo e attonito, quasi in attesa di una tragica notizia che solamente io già conosco. L’essere costretto a correre mentre mi sembra che la città, istintivamente, si sia già bloccata e quasi trattenga il fiato

Inizia con ripetuti accenni a una sorta di nebbia caliginosa e soffocante, diversa dal clima che ci si aspetta, quello frizzante, gelido ma quasi vivo in una città che risulta all’inizio della narrazione, un piccolo angolo di paradiso:

Prima ancora di guardar fuori, ascoltando i rumori che giungono dal parco e dalla roggia, so già che tempo fa, se il cielo è sgombro o piove, se c’è freddo e quanto, se fa caldo oppure no. Una fra le cose che mi ha insegnato mio padre, e di cui gli sono più grato, è che per capire il tempo atmosferico bisogna ascoltare. Fu proprio il silenzio a convincermi definitivamente a comperare questa casa in pieno centro città, che confina col grande parco dei conti di Porcia, da cui è separata solo da una bella roggia d’acqua sorgiva, sempre pulita. L’ascolto mattutino dei rumori della natura e quel mio ragionare su quale sia il tempo che mi aspetta fuori casa è proprio una di quelle cose a cui sento di non poter rinunciare.

Due descrizioni di stridente contrasto, che ci danno subito l’idea di una città che, lungi dal conservare la purezza delle sue tradizioni contadine fatte si di elementi semplici ma anche di una saggezza rara e eterna, si perde lungo la strada verso il “progresso”

Fuori, quando sono sulla strada, provo di nuovo una sensazione di freddo, la temperatura deve essersi ancora abbassata. Guardo il cielo, per quanto mi è possibile per le troppe luci che lo rendono quasi indecifrabile allo sguardo. Si annuncia una notte umida e gelida, simile a quella precedente. Mi viene naturale collegare quel freddo allo smarrimento, all’intorpidimento, allo sbalordimento paralizzante, all’impoverimento e all’attesa in cui inevitabilmente si trova, in questo momento, la mia città.

Ecco che l’ambiente stesso e la narrazione di quelle emozioni che sembrano rendere Pordenone viva nelle parole si, ma distrutta nei fatti, calcano la mano acuendo un senso di angoscia di cui il suicido è solo l’acme.

Avremo una giornata senza nuvole ma, in mattinata, il cielo sarà velato da leggere nebbie e solo nelle ore centrali potremo vedere il sole. Poi, al tramonto, la forte umidità riprenderà il sopravvento, la luce dei lampioni si spezzerà contro miriadi di goccioline d’acqua. Tutto allora sarà destinato a sembrare soffuso, triste, quasi immateriale e impalpabile….

La decadenza è iniziata.

Nell’aria solo silenzio frustrato, cittadini impalpabili come spettri si aggirano per le strade di una città vuota, svuotata, quasi destinata all’oblio

Sento solo un gran silenzio. La piazza anti-stante lo storico palazzo del comune è praticamente vuota, anche dentro ai bar vedo poca gente.

e inesorabilmente, questa discesa trascina con se non solo le vite degli abitanti ma sopratutto la speranza:

Voglio vivere in un posto dove la gente ha speranze nel futuro, altrimenti è come essere già morti.

Cosa succede a Pordenone?

Qua l’è il male che l’affligge?

Ecco la viva voce dei suoi ex cittadini

Ma in che brutte mani è Pordenone?» si chiede una terza. Mi vien da pensare che la domanda Ma in che man semo? , in che mani è questa città, verrà pronunciata molto di frequente, questa sera e nei prossimi giorni. L’ultima signora continua. «Da questo colpo, credetemi, noi non ci tireremo più su. La città è in piena crisi, i palazzi si svuotano, nascono sempre meno bambini, i ragazzi se ne vanno via e qui rimangono quasi solo vecchi, sempre più acidi, sempre …..I figli quasi tutti lontani e loro sono soli. Perfino gli immigrati, che pure si accontentano di poco, se ne vanno via. C’è un brutto clima, sento solo persone pessimiste. Siamo depressi e non è solo una questione di soldi. Adesso nemmeno io credo più in questa città

E’, dunque, la mancata credibilità di una politica che si nutre solo di potere a aver deciso la distruzione della solidarietà sociale?

Non solo.

Il fulcro del disagio è nel passaggio da una civiltà “contadina” improntata sui legami di cittadinanza e di comunanza a una improntata soltanto sulla concezione imprenditoriale: ognuno per se e ognuno con lo sguardo fisso sull’orizzonte del guadagno.

Scrive a tal proposito Mongardini:

…una delle istituzioni rimesse in questione sulla decadenza della modernità è lo spazio socialmente rilevante che è stato costituito e strutturato nella fase di espansione della modernità. In quanto spazio fisico sociale e simbolico esso ha giocato un ruolo essenziale nello sviluppo di questa cultura…lo spazio divide e unisce. Rappresenta l’identità dell’io, l’appartenenza e quindi la distanza ma anche l’unità del noi e quindi il prolungamento del’io, l’identificazione e il territorio sul quale si esercita la potenza e il dominio ( la sovranità Ndr.) Tutta la dialettica io -noi-l’altro si svolge nello spazio.

(Carlo Mongardini, Forme e formule della rappresentanza politica)

In sostanza, durante il passaggio dalla modernità alla post modernità ha portato alla grande unificazione degli spazi alla formazione degli stati nazionali e alle unioni multinazionali. Questo è stato possibile soltanto destrutturando l’antica mentalità, riducendo l’individuo solidale in massa informe e controllabile, con una cancellazione dell’identità di cittadino e di persona grazie alla globalizzazione. L’antico senso di comunanza viene, pertanto annichilito, rendendo le persone fragili e indifese davanti all’avanzare del potere non più politico (nel senso di polis ossia di servo della sovranità popolare) ma economico, laddove conta il business a ogni costo:

i pordenonesi si chiederanno se ci sia qualcosa o qualcuno in cui credere, a cui dare fiducia. A me pare che, se non c’è più niente e nessuno in cui riconoscere segni di speranza, questo in realtà accade perché di speranza non ce n’è dentro di noi, e perciò non la conosciamo, non sappiamo cosa sia.

Ecco che le stesse istituzioni, da semplici delegati della volontà generale, divengono entità astratta capaci solo di pensare ai propri inciuci:

Una stupida convenzione ci spinge a pensare solo alle istituzioni che per un attimo rappresentiamo. Così si disumanizza la città, la dimensione pubblica della vita, la polis che deve vivere invece dentro ogni persona, non indipendentemente dalle persone.»

Ecco che la nuova economia non fa altro che portare via il sentimento dalle relazioni sociali in favore di un eccesso di razionalizzazione dei processi della vita collettiva, ridotti a voto, accettazione e ossequio costante dell’autorità. Il primo cittadino, ossia il sindaco, esautorato dalla sua funzione di collante della comunità pertanto diviene non più uno di noi, ma altro da noi e quindi distante, evanescente, fino a morire lentamente di inedia

Chi dovrebbe tenere insieme il tutto, dare il senso di marcia, non ce la fa, proprio per l’incertezza di tutte le persone sul proprio ruolo, che le spinge a presidiare continuamente, ossessivamente, un piccolo orto. Così governare, me ne rendo conto anch’io in questura, è sommare i desideri, al massimo cercare di ancorarli alla realtà. Ma oggi sembra inutile tentare di indirizzarli, di condurli tutti verso una meta che, presumibilmente, sia buona perlomeno per la grande maggioranza delle persone. Non c’è più destino comune e non c’è ruolo per chi lo cerca: chi è chiamato a indicarlo vede quanto ciò sia vano, si rinchiude, si dedica a soddisfare i desideri individuali di altri, dei sodali, i suoi stessi. Chi di tutto questo ha un minimo di consapevolezza si ritrae spaventato, disgustato, a meno che non sia proprio quello, ciò che cerca e vuole ottenere dalla vita pubblica e istituzionale: bruto potere. E denaro.

Ecco che l’ambientazione tutta, diviene un feroce atto di denuncia a una post modernità che lungi dall’arricchire il progresso diviene semplicemente regresso. E lo si vede perché Pordenone non perde soltanto speranza ma anche consistenza:

Nessuno in osteria fa più un ragionamento politico pacato, ci sono solo animosità, rabbia, rancore. Anche odio. E quanto più crescono questi sentimenti, tanto più mi pare che si sviluppi un senso di estraneità alla città, una diffidenza sempre più grande, un rifiuto

Ma non è solo una città localizzata geograficamente a subire questo regresso,ma tutta la nostra bell’Italia:

Mi viene da pensare che questo distacco dalla politica, che è anche lontananza della campagna dalle città, sia una costante del nostro tempo, che ha già fatto danni gravi altrove.

In quest’ottica, il dramma che si svolge davanti ai nostri occhi, nella mente di Zanolin non diviene solo un fatto concreto di questa lenta asfissia, ma anche una sorta di possibilità per rinascere, riconoscendo il male, guardandolo negli occhi e cercare di sconfiggerlo in qualche modo:

Sento che quello che sto vedendo è qualcosa di molto importante nella mia vita. Una lezione, un ammonimento. Intuisco per la prima volta che potrebbe essere così per tutta la città

La speranza è nel cambiamento che può essere introdotto grazie alla sensazione di rabbia, che il nostro ispettore osserva un po ovunque, nei caffè, per le strade, nelle periferie:

Mi dico che verrà, prima o poi, una bella bora a portarci l’aria delle steppe russe, ucraine e ungheresi: un freddo secco, vero, che spazzerà via nebbia, smog e questi spettri.

Ed è questa sorta di vento sferzante che, davanti al dramma svelato con coraggio, senza timore, senza accogliere le seduzioni del male, diviene arma di riscatto

Perché vedi, Monique, è possibile che per Pordenone ci sia futuro in ogni caso. Ma io qui ci vorrei proprio vivere, anche se ci si facesssero tanti buoni affari e la disoccupazione fosse bassissima, se tramontasse la speranza di avere perlomeno un po’ giustizia.

Ed è in questa frase che si trova racchiuso il senso dell’intero libro: l’Italia e Pordenone, potranno risollevarsi soltanto qualora, lo stesso suddito tornerà a essere cittadino, usando le emozioni negative ( rabbia, delusione persino odio per il sistema) per alzare la testa da troppo tempo china e riprendersi la propria storia.

Senza essere mai più complici acquiescenti.

Blog tour “Il sangue di Roma” di Massimo Giulio Tancredi, Fanucci editore. Quarta tappa:”I tatuaggi dei Pitti “. A cura di Alessandra Micheli

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I tatuaggi dei Pitti e i simboli celtici.

Scese in cucina. Morgause era già lì, abbigliata dell’abito più bello: aveva messo a Morgana un vestitino della festa, tinto con lo zafferano, che face-va apparire la bimba ancora più scura, come se appartenesse alla stirpe dei pitti

Marion Zimmer Bradley-Le nebbie di Avalon

Il mio primo incontro con i pitti avvenne proprio grazie alla magia intessuta da Marion Zimmer Bradley. Nella sua ricostruzione al confine tra fantasia e storia, faceva apparire Morgana la fata, come appartenente a una particolare tribù celtica, considerata la più selvaggia che nella fantasia di Marion e non solo ma anche nei racconti orali, veniva assimilata alla stirpe del popolo fatato, anch’esso abituato a dipingersi il corpo di blu.

Appartierni al popolo fatato? Ha il segno azzurro sulla fronte…

Marion Zimmer Bradley-Le nebbie di Avalon

Cosi Ginevra descritta dalla Bradley approcciava una Morgana che appariva stridente con il nuovo corso della storia datoci dai romani conquistatori, e sembrava riecheggiare una storia ancora più antica persa nei meandri del tempo, che l’abilità di tancredi fa riemergere dall’oblio.

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Iniziamo a descrivere questo strano popolo, descritto come battagliero, sanguinario, ferino e selvaggio. I pitti abitarono la parte settentrionale dell’Inghilterra e rappresentavano una parte della variegata popolazione celtica, descritti persino da poeti latini come Claudiano. I pitti sfiorarono la leggenda, divenendo simbolo dell’amor patrio e della ribellione contro il potere dominante a causa delle sue “scorribande” contro i romani. A loro essi si opposero con successo, presentandosi agli occhi del “raffinato”conquistatore come guerrieri barbari dal corpo possente e nudo ricoperto di disegni e tatuaggi.

Una visione che sicuramente colpì la fantasia a volte eccessivamente logica e quasi arida dei miei antenati e che, dopo un periodo di oblio, ritrovarono nel periodo elisabettiano il loro posto di tutto rispetto nell’immaginario collettivo. Specialmente i loro simboli.

Anche il nome pitti, assegnato a questa strana tribù dai romani significa, appunto i dipinti e potrebbe essere legato a quello dei pictones una popolazione stanziata sulla costa dell’atlantico, sul golfo di biscaglia menzionati da Cesare e altri. Il nome picti non è esente dalla connotazione negativa che spesso, i dominanti, attribuiscono ai dominati infatti, tale vocabolo compete al gergo militare: secondo alcune fonti esso sarebbe stato coniato verso la fine del II secolo dai soldati per indicare quelle popolazioni vicine al Vallo di Adriano e poi, per esteso a tutti i guerrieri tatuati. Fino a definirli cosi profondamente che anch’essi l conservarono nei loro racconti orali autodefinendosi pitti. Ecco come ce li presenta il nostro autore:

Il silenzio si addensò a tal punto da fargli male alle orecchie, e in esso si insinuò all’improvviso un canto malinconico e sfibrato proveniente dal bosco. Il canto di un druido. L’uomo appeso alla croce spalancò gli occhi di colpo. Occhi castani e pieni di terrore. Gli occhi di un legionario romano. Annio intuì il pericolo e balzò giù dal cavallo, scattando in avanti senza aver modo di riflettere. Gli acquitrini ribollirono e sputarono fuori guerrieri, come se la voce del druido avesse risvegliato Scilla e Cariddi. L’aria si riempì delle grida di battaglia dei pitti e di quelle di sorpresa dei romani. L’impressione che ebbe Annio in quella manciata di istanti fu che i cadaveri crocifissi lungo il sentiero fossero tornati dall’oltretomba per vendicarsi.

Una scena che fa davvero venire i brividi e che rappresenta perfettamente tutte le rappresentazione di un un popolo leggendario…

E’ pur vero che tale raffigurazione (cosi come quella dei galli o dei germani)è frutto di un certo discorso politico che tende a svalutare e a stereotipare il “nemico” relegandolo a semplice accessorio, quasi spersonalizzato, di una compagine più ampia sotto l’ala protettrice dell’impero. Troppi popoli diversi, troppi fieri di se, con troppa storia per poter “convivere” in pace sotto l’Egidia del diritto. Ecco che un certo alone di “selvaggio” veniva usato per porsi come unico rappresentante della vera civilizzazione:

Sperimentare di persona la ferocia dei pitti mi ha fatto capire quanto sia precaria la nostra presenza su queste terre. Non possiamo conquistare la Caledonia, e allo stesso tempo non possiamo lasciare che quei selvaggi mettano a repentaglio il nostro dominio in Britannia. Dobbiamo preservare questo baluardo del mondo civilizzato riservatadalla loro folle barbarie. Se è vero che non c’è modo di sconfiggerli, né di scendere a patti con loro, allora significa che dobbiamo tenerli lontani.

Pertanto in seguito Roma distinguerà tra i Britanni sottomessi e quelli al di là del vallo di Adriano, i selvaggi Pitti.

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E adesso, dopo aver fatto la conoscenza di questo maestoso popolo andiamo a osservare la pratica rituale del tatuaggio.

I suoi muscoli, molto più sviluppati di quelli di Drest, erano solcati da tatuaggi che ricalcavano il decorso delle vene, dando forma all’immagine di un immenso albero aggrappato alla pelle che fremeva a ogni contrazione. Ai rami dell’albero dipinto sul suo corpo stavano appese, come frutti surreali, raffigurazioni di occhi, ossa e organi umani. Era stato il druido a tracciare quei segni su di lui, rammentò Drest, per proteggerlo dal maleficio

La pratica del tatuaggio pittico sembra discendere da un collegamento con gli sciti, gli antichi abitanti delle steppe ( tra Mnogolia e Ungheria) cosi come ci raccontano le fonti greche a partire dal V secolo a.c. Che significato aveva per queste popolazioni la pratica di incidere la pelle?

Erodoto afferma che:

l’essere tatuato si considera un segno di nobiltà e il non esserlo di ignobiltà”

Mentre Strabone scriverà:

Il loro armamento è celtico e sono tatuati come il resto degli Illiri e dei Traci” (Geographica VII 5,4)

Per quanto riguarda i nostri pitti (e tutti i britanni) le interpretazioni sono molteplici. Si tratta di colori cerimoniali di guerra o di veri e propri incantesimi volti a proteggere o donare la forza necessaria alle azioni guerresche.

Fasci di muscoli solcati da tatuaggi, volti che parevano sbozzati dal legno vivo, barbe e capelli fulvi raccolti in lunghe trecce. Erano così diversi dai romani, pensò, guardandoli a sua volta affiorare dalla bruma.

Le fonti più antiche (Tacito) parlano di pitture corporali mentre autori come Pomponio Mela, Solino, Terutullaino, Erodiano descrivono chiaramente alcuni dei loro segni che appaiono identificabili con fiori, alberi, animali e strani ghirigori e spirali.

Alcuni tatuaggi componevano immagini di fiori e alberi sconosciuti tra i seni, lungo il ventre, sulla schiena, dietro le cosce, intrecciandosi con l’armonia di un ricamo.

l giovane sfoggiava un’espressione indecifrabile. Sulla metà sinistra del viso, i tatuaggi di cinque piccoli corvi sembravano spiccare il volo e convergere verso l’occhio, tenendo i becchi socchiusi come per accogliere le sue lacrime.

Ma cosa significava per un guerriero il tatuaggio?

Un simbolo di appartenenza per lo più riferito a una missione o a un sentimento ( proto- patriottico in questo caso) di fedeltà anche alle divinità che proteggevano la loro indole indipendentista, una sorta di magia simpatica per ottenere la capacità di ribellarsi alle leggi umane, oltre che una scelta tattica.

I pitti erano maestri nell’arte di incutere timore, ma a partequesto non si sapeva molto sul loro conto.

Tutte queste sfumature emozionali venivano siglate nel corpo in un patto che aveva radici molto più profonde di quello stipulato solo per il soddisfacimento dei bisogno o per necessità di sopravvivenza. Per i pitti la terra e quindi la fedeltà alla dea sovranità era un fattore sentimentale:

quella foresta era cresciuta bevendo il sangue di intere generazioni di pitti, ma era la loro casa, e senza di essa sarebbero stati perduti.

Ecco che i pitti avevano un corpo su cui prendere appunti, per ricordare le proprie origini e non dimenticare la propria storia affidata, quasi esclusivamente, come ogni popolazione celtica, all’oralità e alla narrazione. Ecco che il tatuaggio è un codice comunicativo con una valenza sacrale: dono del Dio di turno manifestatosi nella magia dei loro sacerdoti, i druidi.

LA RELIGIONE DRUIDICA E L’IMPORTANZA DEI SIMBOLI.

Tra i soldati si mormorano storie sui druidi – riprese il numida, abbassando la voce come se non volesse che le guardie sentissero. – Sono tutti terrorizzati dalla loro magia. Si dice che possano schierare dalla loro parte i fiumi, gli alberi e persino le montagne

Il druida o druido è il dignitario appartenente a una classe sacerdotale dotata di potere sovrano e dirigenziale al quale competevano sia i culti religiosi che la conservazione e la trasmissione del sapere tradizionale. Essi inoltre presenziavano le assemblee politiche e arbitravano le controversie relative alla giustizia civile e penale.

La radice della parola è ancora oggetto di controversie scientifico etimologiche, la teoria più accreditata è, però, quella che fa risalire la parola druido alla parola celtica Duir che vuol dire quercia e vir che significa saggezza. É Plinio a darci una prima etimologia collegandola alla parola greca della parola quercia:

“Orbene, quercia in gallico si dice dervo, daur in gaelico, derw in gallese.” “la parola non può che risalire ad un antico celtico druwides che si può scomporre in dru, prefisso accrescitivo di valore superlativo (che si trova anche nel francese dru “folto”, “fitto”, “forte”).

Naturalis Historia XVI, 249-251).

Poco conosciamo delle loro pratiche religiose ma esse possono essere tratte dai racconti sopravvissuti ai tempi ed esse ci appaiono profondamente legate alle tradizioni, fondamentali per il mantenimento di una sorta di coesione tra tribù fatalmente diverse. Erano questi racconti, quest’arte bardica a raccontare le loro oscure origini.

E’ quindi dalla letteratura orale, dalle canzoni sacre dalle preghiere e dagli incantesimi contenuti nei loro racconti mitici che possiamo, seppur in modo frammentario tracciare un breve excursus delle loro credenze religiose che ci appaino una delle più antiche forme di animismo, praticate in Gran Bretagna prima della venuta dei romani. Era una religione che si basava, fondamentalmente, sulla credenza negli spiriti e nelle divinità della natura, ragione per cui venivano anche chiamati sacerdoti degli alberi. Tra le loro divinità infatti, troviamo molti esseri antropomorfi come Cerunnos, il dio cervo, la dea sovranità una forma di madre terra che concedeva il potere regale al sovrano che era, quindi un suo attendente( una sorta di cerimonia paragonabile a quella dell’intronizzazione egizia), Morrigan la Dea corvo che presiedeva alle azioni di guerra. Ci sono poi divinità che sono state sincretizzate con i santi tacitiani come Brigid (Santa Brigida), ma anche dee divenute crudeli streghe come Cailleach l’oscura ( una divinità paragonabile alla Ecate romana) e la Banshee originariamente uno spirito socievole, femminile, divenuto poi collegato alla morte. Ancora dibattuta resta la pratica del sacrificio umano. Lucano ricorda che i galli usavano effettuare sacrifici: Teutates ( mercurio romano per intenderci) veniva palcato mediante la coercizione di un uomo la cui testa veniva immersa in una tinozza d’acqua. Antichi rimasugli della tradizione celtiche di tenersi la testa del nemico, il culto della testa, sopravvive nella meravigliosa leggenda di Bran il benedetto. Questo nella credenza che il cervello fosse la sede dell’anima e che quindi la conservazione della testa fosse un modo per impadronirsi dell’anima del nemico e impedirne, quindi la metempsicosi.

Un altra pratica che ritroviamo nella storia graaliana del Perlesvax serviva per ingraziarsi Esus ( marte). Il sacrificato veniva appeso a un albero a testa in giù, e con un taglio preciso alla gola moriva dissanguato. Altra tradizione tramandataci dai romani che serviva per soddisfare Taranis, consisteva in bruciare vivi i prigionieri in un prigioni di legno. Tale credenza sopravvive nelle campagne inglesi con l’abitudine di bruciare fantocci nei rituali estivi.

La religione celtiche, era quindi una religione che si occupava non solo del viaggio nei campi elisi, ma sopratutto volta a ottenere il successo in questa vita, su questa terra: mandrie abbondanti, lunga vita, successo in battaglia buona salute figli obbedienti.

Tutti gli eventi religiosi ma anche sociali avevano una grande forza simbolica, i simboli erano per i druidi il modo in cui il divino si manifestava sulla terra. Persino la caccia la cerco aveva questo significato archetipo: ossia l’unione dell’uomo con il Dio e la fecondazione della terra. Un giovane prescelto doveva dare la caccia ad un cervo e dopo averlo ucciso indossare le sue pelli e le corna; scegliere la sua sposa e compagna. La simbologia dei celti e quindi dei druidi è un ambito molto complesso e poche sono le conoscenze accertate a causa della loro abitudine di non lasciare documentazione scritta. L’intera tradizione letteraria venne rilegata alla sola trasmissione orale, perdendosi in gran parte con l’estinzione della lingua gallica. Persino il mondo dei racconti e delle leggende è cosi poliedrico da rendere difficile stabilire l’esatta relazione spazio tempo.

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Possiamo però delineare alcuni simboli fondamentali:

Gli alberi:

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Oggetto di divinazione rivestivano per i druidi una particolare importanza religioso politica. Essi erano il simbolo universale della vita: il loro fogliame cade ciclicamente sul terreno divenendo nutrimento, per poi ricrescere scandendo il ritmico susseguirsi delle stagioni, simboleggiando l’eterno. In questa rappresentazione simbolica, le radici che affondano nel terreno, sono il collegamento con i mondi inferiori, il tronco rappresenta il mondo in cui viviamo ed i rami che si protendono verso il cielo sono un legame con i mondi superiori. Le diramazioni chiuse ed i nodi simboleggiano la concatenazione di eventi di cui si compone la vita, gli ostacoli da affrontare e le strade senza uscita che capita di percorrere. Non è possibile individuare un inizio ed una fine della fitta ramificazione dei nodi dell’albero della vita. La loro natura ciclica li porta ad intrecciarsi all’infinito, rappresentando l’eternità della natura.

L’alfabeto di Ogham.

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Collegata agli alberi, era la scrittura segreta utilizzata dai Druidi. Esso indicava i nomi degli alberi e delle piante maggiormente venerati e ogni lettera era associata ad un simbolo grafico ed a un mese dell’anno, motivo per il quale è noto anche come Calendario degli Alberi, il cui tempo era scandito dalle fasi lunari e comprendeva tredici mesi di ventotto giorni. Le restanti sette lettere indicavano giorni di particolare rilievo simbolico: equinozi, solstizi e feste religiose.

L’Aquila

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Animale dai forti legami con la mitologia latina è l’aquila, emblema di Giove sovrano del cielo; durante la conquista romana il dio solare dei Celti si fuse con il nume latino, acquisendone le stesse associazioni simboliche, compresa l’aquila. Nel Mabinogion si racconta che il dio guerriero Lleu, “grande scaltro dalla mano svelta”, ricevuto all’improvviso un colpo fatale si trasformò in aquila e volò tra i rami di una quercia l’albero sacro a Giove.

Cane

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Nel mondo celtico, i cani erano simbolicamente legati alla caccia, alla medicina e alla morte tanto che in tutta l’Europa celtica compaiono dipinti di cani ritratti al fianco di cacciatori, o cacciatrici che se ne avvalevano per difendersi e inseguire le proprie prede. La dea olandese Nehalennia, venerata sulle coste è spesso rappresentata in compagnia di un cane protettore, dall’aspetto piuttosto simpatico: il suo legame con la morte si riferisce invece alla presenza di cani nell’aldilà, nei Mabinogion, Araw, dio degli inferi, è accompagnato da una muta di cani bianchi dalle orecchie rosse.

Il cavallo

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Simbolo di velocità, bellezza e potenza sessuale, il cavallo assunse anche potenti connotazioni religiose presso i Celti, tanto che le sue immagini abbondano nella loro arte. L’animale era strettamente legato al dio solare, che veniva spesso ritratto in groppa a un destriero – vedi l’Arcangelo Michele in molte opere – sulle colonne di Gallia e del centro Europa, ma la più celebre divinità equina fu senza dubbio la dea della fertilità Epona, patrona dei cavalieri; monete risalenti all’età del ferro recano l’immagine di amazzoni o di donne auriga.

Cervo

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Cernunnos, il nume cornuto, “il Signore di tutti i cervi”, fu fra gli dei più potenti del pantheon zoomorfo dei Celti: la simbologia del cervo andava al di là delle manifeste qualità virili e aggressive. Le sue ampie corna , per via della loro struttura ramificata, apparentavano il re della foresta agli alberi: la loro caduta annuale faceva del cervo una incarnazione del ciclo naturale di crescita-decadenza-ricrescita, e insieme al cinghiale era tra le prede più apprezzate dai cacciatori.

Il Cinghiale

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Il cinghiale selvatico è onnipresente nell’iconografia e nella mitologia celtiche,; con le setole irte sul dorso, appare inciso su monete, trombe, calotte di elmi, dall’Inghilterra fino all’Ungheria e alla Romania. La sua ferocia ne fece una naturale icona bellica, ma la sua valenza simbolica era assai più ampia: preda principale del popolo celtico l’animale godeva di un rapporto privilegiato con gli dei della caccia, come Ardwinna, divinità cacciatrice delle Ardenne, per esempio, dove è raffigurata con una daga in pugno e un cinghiale al fianco.

Croce Celtica

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Perfino in epoca pre-cristiana i Celti avevano impiegato la croce come simbolo religioso, segno questo che indica che tale simbolo ha radici ben più antiche della religione cristiana, e che fu solo usata come segno preesistente. La religione e l’iconografia cristiane, quindi, presero piede facilmente subentrando al passato pagano, e la croce poté ulteriormente affermarsi come motivo centrale dell’arte celtica: è soprattutto in Irlanda che l’era cristiana conobbe il culmine della produzione di croci in pietra. Anche i tradizionali manufatti celtici, come i gioielli e gli oggetti di metallo, furono messi al servizio della nuova fede.

La Testa Tripla

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Il numero tre aveva profonde connotazioni numinose per i Celti, perlomeno per quelli che popolavano la Germania, la Gallia e la Gran Bretagna: tra tutti gli elementi dell’iconografia celtica fu la testa – simbolo di potenza spirituale – ad essere la più rappresentata quale soggetto di una triade. Nella letteratura celtica tradizionale la presenza e la ripetizione del numero tre rafforza la trama del racconto; la dea madre era spesso rappresentata in gruppi di tre figure,

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e ancora la si può trovare nei seguaci della Wicca, religione moderna fondata sui principi stregoneschi.

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La Ruota

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Tradizionale icona religiosa del Nord Europa, in epoca romano-celtica la ruota radiata divenne un simbolo specifico del dio del Sole e delle divinità eliache. Esemplari di ruote furono ritrovati all’interno delle tombe, probabilmente sepolti con i defunti per illuminare il loro viaggio nell’aldilà: certe forme di culto prevedevano che si gettassero miniature di ruote in fiumi o laghi come offerte agli dei.

Il Toro

download.jpgRiconosciute quali maggiori virtù del guerriero celtico, l’aggressività e la forza erano associate ai più potenti simboli animali, dove il toro indomito era venerato in ogni angolo dell’Europa celtica, anche se le sue connotazioni belliche erano temperate dal simbolismo associato dalla sua controparte domestica, il bue, abbondanza della terra. Il toro sembra dunque essere stato anche un simbolo di fertilità come testimoniano alcuni racconti che narrano del sacrificio di tori bianchi offerti dai druidi durante i riti della fertilità.

Torquis

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Una delle figure più notevoli ritratte sul calderone di Gundestrup è quella di Cernunnos, dio dalle corna ramificate, che, attorno al collo, porta un collare aperto, il torquis, e in mano ne regge un altro.

Altre divinità celtiche appaiono raffigurate con questo ornamento: si trattava certamente di un simbolo di dignità e di alto rango (personaggi importanti furono seppelliti con un torquis). Gli scavi archeologici hanno riportato alla luce vari tesori composti da siffatte collane e monete, sepolti probabilmente come offerta agli dei.

Nodi Celtici

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In generale Intrecci e Nodi rappresentano la Continuità della Vita, l’infinito susseguirsi di nascita e morte, giorno e notte, ecc. Per i Celti la Vita non aveva un inizio e una fine, ma procedeva con continuità e infatti non esistono leggende sulla creazione del Mondo nella mitologia celtica.

Gli intrecci e i nodi formati da animali, vegetali ed esseri umani o da semplici linee rappresentano lo scorrere dell’energia divina nelle forme, della Vita Unica che incessantemente riempie e vivifica le molteplici manifestazioni materiali. Pertanto, la morte è solo l’abbandono delle forme da parte di questa energia per trasferirsi altrove, per continuare a scorrere. Gli intrecci rappresentano perciò la Vita, l’energia spirituale, il percorso di crescita, la continuità, la resurrezione, le relazioni con tutti gli esseri (minerali, vegetali, animali, umani e divini), l’immortalità nel movimento, la buona fortuna che deriva dalla capacità di mettere in moto le energie vitali e collaborare coscientemente con esse, ed ecco che vengono spesso usati nei tatuaggi celtici.

 

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A cura di Alessandra Micheli

Blog Tour “All In. Tutto o niente” di Rossella Gallotti. A cura di Francesca Giovannetti

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Introduzione

Scrivere un rosa che sia scevro da stereotipi e da banalità sembra, oggi, un impresa titanica. Molto più semplice diventare un argonauta e andare i cerca del vello d’oro. Manca un po tutto alle nostre fantasiose autrice, trame che divengano simboli universali su come affrontare impervi percorsi di vita, personaggi che lungi dal divenire macchiette a volte comiche, possano ambire a produrre modelli utili a orientarsi in una società cacofonica e troppo complessa.

Manca la volontà di scrivere di accadimenti e emozioni, che oggi ci appaiono scontate e prive di un acme emozionale, come se il vivere stesso fosse solo una giostra impazzita atta a confondere i sensi e a donarci un costante senso, quasi disagiato, di adrenalina.

Per fortuna poi spunta qualcuno che sa osare, che sa sfidare le convenzioni, che decide di narrare non solo la sua visione del reale e dei sentimenti, ma persino domarci qualcosa di più importante della narrazione stessa: la speranza. Speranza che non sia tutto rigido, che non sia tutto scontato ma neanche improntato alla ricerca dell’eccesso. Qualcuno che ci accompagna lungo i solitari sentieri della vita, quelli che si intersecano con la strada chiamata dolore, scelta, decisione e consapevolezza di se.

Ecco che le eroine di Rossella trovano nella loro fragilità non un ostacolo ma un opportunità: quella di conoscersi, di cambiare e di riscrivere secondo i loro desideri, il proibir unico finale. Allora il rosa non è più rosa e incontra la narrativa, con essa danza e si intreccia fino a regalarci non solo emozioni ma pensiero, riflessione e sopratutto senso della meraviglia.

Perchè gli umani raccontati da Rossella non sono ne scontati, ne stereotipi, ne banali.

Sono anime in cerca del loro posto nell’esistenza, della loro personale felicità e nella volontà di lasciarsi trascinare da un amore che sa di concretezza, cosi come di sogno. tutto o niente, non ci sono compromessi ne seduzioni altre. la ricerca è volta alla sola crescita interiore. Che essa sia amore o svelamento della verità poco importa. Importa che finalmente una voce si differenzia dal coro e sa raccontare.

E adesso vi lascio alla perfetta voce narrante di una blogger che fa suo il libro e ve lo dona puro e perfetto a voi lettori.

Buon viaggio

Alessandra Micheli

 

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La storia d’amore fra Jackson e Vivian è emozionante e coinvolgente ma costringere questo meraviglioso libro dentro un confine prettamente rosa sarebbe molto ingiusto.

Il lato passionale e ad alto contenuto erotico è un’impronta profonda. Lo sconvolgimento dei sensi che parte dalla mera attrazione fino a raggiungere la pienezza del sentimento totale coinvolge il lettore fin dalle prime pagine in un crescendo di sensazioni. La descrizione dell’oceano è poesia pura ed elemento quasi simbolico della dinamica della vita. L’oceano è romantico, immenso, volubile, pericoloso e impetuoso, come l’amore.

È una storia d’amore che si intreccia con una storia di dolore in maniera viscerale. Credo che in questo stia l’enorme forza dell’opera. La particolare sensazione che mi ha colto a metà della lettura mi ha lasciato, col senno di poi, veramente sorpresa. Ero infatti convinta di essere giunta all’epilogo e mi sono chiesta : “ e adesso?” E la risposta me l’ha data, sapientemente, l’autrice: adesso comincia la vita, quella vera, quella che si scontra con personaggi perfetti e ci fa scoprire che il “vissero felici e contenti” è solo l’inizio.

I protagonisti si evolvono, si adattano, si plasmano su ciò che la vita in quel momento offre loro. Nessun piedistallo, nessun principe azzurro né principessa , ma un uomo e una donna, innamorati e fragili, forti se stanno vicini, sconfitti se si allontanano.

“Nessuno si salva da solo” e questo l’autrice lo ribadisce con forza ma senza cadere nella banalità. Ed ecco che la tematica della dipendenza da gioco d’azzardo si intreccia con la storia d’amore. Non ci sono mezze misure nel descrivere il baratro. La dipendenza spazza via tutto, la smania, il bisogno incontrollabile del panno verde radono a zero tutto ciò che di buono si è costruito. È una devastazione emotiva totale, non solo per chi la vive in prima persona, ma per tutti coloro che amano chi in questa rete è caduto.

L’autrice è sincera e totalmente implacabile. Con la sua prosa e il suo ritmo riesce a tirare fuori con abilità il meglio e il peggio dai suoi personaggi. Delineati tutti con incredibile precisione e attenzione alle sfumature, mai scontati, sempre rivelatori di nuove sfaccettature e reazioni.

Non si fanno sconti, ognuno deve accettare la sconfitta e decidere della propria vita. Ma essere artefici del proprio destino non implica la solitudine. Ripartire da sé, con l’amore che ci circonda.

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A cura di Francesca Giovannetti

Revisione a cura di F. U

Cover reveal del nuovo attesissimo libro di Marilena Boccola, targato Dri editore!

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Vi sveliamo in anteprima la cover del nmuovo libro Targato Dri editore….

Siete pronte?

 

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«Posso sapere cosa ci fate qui?» si decise a chiedergli, esasperata.

«Davvero non lo indovinate?» Mio dio! Quando le rivolgeva quell’espressione da canaglia, non sapeva dire se avrebbe voluto cancellare il suo sorriso sornione a forza di sberle o a furia di baci.

 

SINOSSI:

Lady Charlotte Ashcroft non ha mai avuto alcuna intenzione di sposarsi.

Tuttavia la strada della giovane s’incrocia con quella di Thomas Francis Stuart, Duca d’Arcy, irriverente libertino sull’orlo della bancarotta a causa del gioco e delle donne, vizi ai quali è notoriamente dedito.

Quale migliore occasione per quest’ultimo, per risanare le proprie finanze e garantire un erede alla casata, se non quella di sposare l’esuberante e attraente Baronessina ?

L’antipatia di Charlotte verso Thomas è intensa e istintiva, quasi quanto l’attrazione che suo malgrado prova nei confronti del Duca.

Un corteggiamento serrato, sfrontato, appassionato… ma Charlotte non è certo il tipo da lasciarsi intrappolare anche se, si sa, l’amore può nascondersi ovunque. A volte anche sotto le apparenze di un mero matrimonio d’interesse…

Dopo averci deliziato con le splendide atmosfere, fortemente Austeniane, del suo primo regency Matrimonio d’Onore, un successo incredibile di critica e di pubblico, in questo spin-off Marilena cambia leggermente registro. Lo fa con maestria e ci regala un nuovo storico sempre ricalcante l’ambientazione e il mood del precedente, questa volta con una vena piccante e ironica in più. Nemmeno troppo velata. Stiamo a vedere se vi piacerà anche questo!

Marilena Boccola è un’appassionata lettrice che scrive da sempre per il puro piacere di farlo. Laureatasi a Padova in scienze politiche, vive a Mantova con il marito e due figli e lavora presso una cooperativa sociale.

A partire dal 2015, ha pubblicato in self Una casa per due, Una vita in più, Abbracciami più forte, la raccolta Abbracciami, è Natale e altri racconti, Sposa per vendetta, il suo seguito Maledetta gelosia e Lezioni d’amore per principianti riscuotendo apprezzamenti e recensioni favorevoli.

Con HarperCollins Italia ha pubblicato in digitale i romanzi Baci, sabbia e stelle (giugno 2016) e Nella rete di Shakespeare (settembre 2017) raccolti a luglio 2018 in un’unica edizione Harmony in vendita in edicola. A settembre 2018 è uscito nella collana eLit Un caffè con Raffaello.

Ha partecipato all’antologia di racconti natalizi (Dri Editore) ambientati nell’Ottocento inglese dal titolo Regency a Natale il cui ricavato è stato devoluto in beneficienza. Matrimonio d’onore è stato il suo primo vero e proprio romance storico, mentre Matrimonio d’interesse ne è in un certo senso il seguito, anche se entrambi sono autoconclusivi.

Positiva e solare, è convinta che la vita ricambi nello stesso modo chi le sorride.

 

SCHEDA PRODOTTO

Titolo: “Matrimonio d’interesse”

Autore: Marilena Boccola

Collana: DriEditore Historical Romance (vol.17)

Editore: Dri Editore

Genere: Regency

Formati disponibili: ebook 3.99/ cartaceo 12.99

Pagine: 208

Lancio: ufficiale 23 settembre (pre-order 20 settembre (a 0.99!!) / cover reveal 17 settembre)

Svelata la cover del nuovo imperdibile libro targato Dri editore “Una Star all’improvviso” di Mariachiara Cabrini e Manuela Pigna.

 

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Avete mai sognato di incontrare l’attore dei vostri sogni?
E come reagireste se bussasse alla vostra porta?
Ad Amneris accadrà in una serata estiva, nella sua fattoria emiliana, dove Island March – la star più sexy del suo telefilm preferito – si presenterà al suo cospetto con una richiesta da cardiopalma.
Non traete conclusioni affrettate, perché nulla è come sembra.
Tra oche dal carattere irascibile, un pony psicopatico, un cammello con una gobba storta e un cane affettuoso, Island vivrà in incognito un’avventura tutt’altro che scontata. Quando si dice “passare dalle stelle alle stalle”… tutto sommato però, la proprietaria della fattoria non è poi così male.
Manuela Pigna e Mariachiara Cabrini si sono cimentate per noi in un chick lit spumeggiante e divertente.

Ci trasporteranno sotto il cielo emiliano, in mezzo alla natura, dove vivremo una storia tutta da gustare.

Review party “Il pianoforte” di Chris Cander, Nord editore. A cura di Alessandra Micheli

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Ho pensato alla colonna sonora di questo libro.

Mi capita spesso di scrivere accompagnata dalle note, come se esse fossero le voci adatte a render conto delle mille sfumature dei libri che leggo.

Sono quelle voce che narrano della sua essenza, un’essenza che sfugge alla mente consapevole e si avvicina al sogno.

E nel sogno io posso viaggiare con i personaggi, ascoltando i loro cuori battere e ripetere come una melodia perduta, la storia dentro la storia, quella che sfugge dalla trama e dalle tecniche letterarie.

Il pianoforte è cosi; un libro con più significati, cosi come ricca e complessa è l’anima umana.

E allora quale miglior canzone per queste mie misere parole di Vivo per lei di Andrea Boccelli?

Apparentemente, al pari del libro è una canzone d’amore, trita e ritrita, il canto di fedeltà dell’innamorato alla sua musa, colei o colui che lo aiuta l’autore a riempire pagine e pagine di inchiostro.

Vivo per lei, come se la stessa esistenza fosse legata a un sottile filo rosso tenuto da mano a tratti crudele a tratti adorabile.

E’ cosi l’amore, abisso e paradiso, incanto e disperazione, salite e ripide discese.

L’amore che non da vie d’uscita se non nel totale godimento dei sensi e al raggiungimento dell’estasi dell’amato.

Ma un sentimento cosi immenso cosi eccelso, non può restare per tanto tempo avvinto al materiale, a un uomo che seppur coronato di stelle e gloria è cosi miserabilmente fallace e fragile.

Basta un nulla, un sogno che non si avvera, una speranza distrutta, un incendio del cuore perché lui tradisca se stesso e l’altro.

Allora si capisce come la vera natura della canzone è soltanto riferibile a qualcosa di eterno qualcosa che, attraverso il pianoforte, allontana da noi la stessa morte.

Allora capisco come il vero senso del libro è la musica.

Una musica che fa vibrare i cuori più di quanto possa fare il nostro misero amore umano.

Un dolore quando si perde una passione, come se fosse la passione il colore e noi soltanto i pennelli con cui esso dipinge le nostre vite.

Senza colore tutto è grigio e banale, tutto si perde in un suono di urla, bombe e orrori.

E’ la musica che qua mantiene i ricordi vivi e le speranze, che tesse legami e di loro si beffa.

E’ la musica a raccontarci le storie, anche tragiche di chi è disposto a lasciare tutto, persino il paese natio per trovare soddisfacimento a strane ambizioni.

La musica perduta, la musica al servizio del potere, la musica tradita, la musica rimasta sognata e quella dell’estremo addio.

Suonata da un pianoforte come eco lontano della vera anima dell’altro, nutrita di sogni e illusioni, nutrita di passione e meraviglia.

Sarà il pianoforte a narrarci la storia di Clara e Katya di Grisa e di Bruce. Sarà il pianoforte con la sua strana presenza assenza a raccontarci i viaggi delle anime dibattutesi tra speranza e orrore, tra perdita e dolore, tra rinunce e conquiste.

Sarà il pianoforte il protagonista del senso dell’abbandono, del ghiaccio di chi si sente oramai straniero nel mondo, alieno agli uomini.

Sarà il pianoforte a raccontarci del crollo del sogno comunista, Addio bandiera rossa, divenuto solo null’altro che patetico teatrino della commedia dell’arte.

Sarà lui a raccontarci slanci e distruzione, quando le aspettative non riescono a crescere e farsi spuntare le ali.

E sarà ancora un volta il pianoforte non solo a scrivere l’inizio ma sopratutto a dover scegliere il finale, affinché come in un rito catartico, tutti possano liberarsi del dolore e della colpa.

Un libro intenso, commovente, un libro venato di una passione immensa, come solo l’arte sa regalarci.

Review tour “La valle segreta” di Linda Kent. A cura di Alessandra Micheli

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Di qualunque cosa le nostre anime siano fatte, la mia e la tua sono fatte della stessa cosa”

Emily Brontë

Solo un’emozione redime la guerra.

Ed è sarà sempre l’eterno soffio chiamato amore.

E’ questo arcano, straordinario sentimento, celebrato da poeti e intellettuali a rendere le vicende della storia meno traumatiche.

Solo grazie a quella speranza che germoglia nei cuori e che rende l’incontro tra due anime, tra due persone, un incanto irripetibile unico e eterno nonostante la caducità della vita, possiamo sopportare gli orrori che attanagliano il nostro percorso umano.

Nella valle segreta si celebra quest’emozione.

Sullo sfondo di una storia controversa e contraddittoria, fatta di divisioni e massacri, solo l’unione dei due personaggi simboleggia l’unione di una Scozia che ancor oggi, si lecca le sue ferite.

E il coraggio dimostrato da Duncan e Violet di non chinare la testa davanti agli eventi, luttuosi e terrificanti, diventa il coraggio di un paese, di un clan, di non cedere il passo alla perniciosa volontà di essere sottomessi all’atavica legge, tutt’oggi vincente, della divisione.

Con uno stile delicato eppure potente, specie nella narrazione degli accadimenti storici, Linda Kent fa sognare e riflettere.

Rende la storia fruibile anche per chi le ritiene una noiosa cantilena di fatti.

Presenta personaggi credibili e sfaccettati e una figura femminile che si distacca dai cliché previsti dalla narrazione erroneamente chiamata romance, divenendo un racconto coerente e appassionato che mostra e dimostra sopratutto come è possibile creare una letteratura di genere che sia al tempo stesso di evasione ma anche capace di far crescere.

Violet ingabbiata nel suo tempo, con convenzioni sicuramente meno flessibili di quelle da noi oggi vissute come gabbie dorate, è allo stesso tempo stesso più moderna e orgogliosa di molte finte e patetiche eroine dei libri che tanto il nostro sesso oggi ama.

Eroine incapaci di emergere dalla palude di aspettative nelle quali sono precipitate.

Eroine fragili e lacrimose, perse in elucubrazioni prive di senso e di fondamento.

Violet deve adeguarsi alle idee che, in quegli anni, gli ultimi di un 1600 che stava per portare con se frenetici cambiamenti, diventa il simbolo della femminilità ribelle, incarnazione dello spirito di una Scozia che spesso mostra fiera il suo volto, in quella musica e nelle ballate che ancora oggi ci affascinano.

Violet è nonostante la chiusura del suo secolo, capace di ribaltare il suo destino, capace di lottare per cosa crede e di non accettare passivamente i diktat della società rigida che considerava le donne merce di scambio.

Violet è uno splendido esempio di protagonista femminile e l’autrice, l’amabile Linda Kent è colei che sdogana il genere historical romance, dai pietosi abissi di una letteratura che si limita soltanto ad accennare e mai ad approfondire, che regala a lettrici rese esse stesse marionette, soltanto l’apparenza della scenicità.

L’incontro d’amore, sullo sfondo dei secoli è qualcosa di più profondo del lui ama lei.

E’ la forza propulsiva e vitale che ha reso la storia degna di essere studiata.

E’ nei piccoli accadimenti, nelle pieghe dei maestosi eventi, che si cela il vero segreto della nostra evoluzione.

Ama e domina il mondo.

E Duncan E Violet riusciranno grazie alla passione che permea ogni pagina a brillare e comandare i propri destini.

Review party “Prova d’innocenza” di James Patterson e Andrew Gross. A cura di Alessandra Micheli

 

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Cosa si è disposti a fare per modificare totalmente la propria vita?

Quando si è nati dalla parte sbagliata del mondo, ci sono solo due vie: accettare il proprio fato e il proprio ruolo sociale, o imporsi al destino e scegliere noi il finale da scrivere.

Se uno sceglie la prima via accettare, non fa altro che sottomettersi al volere societario, al diktat della logica di una comunità che, in fondo ma non tanto, ha bisogno di barabba e di Maddalene da redimere.

Chi invece ha l’ardire di prendere la seconda via, impervia ma forse la più gratificante, si trova davanti il più invisibile e strisciante dei pericoli: che il suo riscatto sia soltanto apparente.

Ed ‘ è quello che ci mostra il protagonista Ned.

Deciso a togliersi da dosso il fango della provincia anzi del sobborgo in cui è nato, accetta di partecipare al grande salto di qualità.

Peccato che sia un salto apparente.

Il vero cambiamento di origini e di vita, entrambi sono legati uno con l’altro, lo si attua soltanto se si recide una sorta di catena che ci lega e ci convince della nostra identità.

E appartenenza.

E cosi uno nato in una famiglia dedita alla delinquenza spesso sente di avere il DNA sporco e un po’ come suggerì Lombroso, di essere marcio alla nascita.

Per riscatto, quindi, non si intende lo stravolgimento totale e irreversibile di questa tendenza.

Non significa il togliere definitivamente la macchia dal proprio io o semplicemente accorgersi che essa non esiste.

Significa, riuscire laddove gli avi, i parenti, gli antenati non sono riusciti: il colpo perfetto.

Ma, ironia della sorte, non si realizza un vero cambiamento, una vera evoluzione.

Delinquente sei e delinquente resti.

Magari più fortunato.

Magari più venerato dal tuo quartiere.

Ma sempre ancorato all’esigenza che questa marcia società, questo degradato pese pone come unica legge non scritta.

Quello di creare perfette casta ognuna asservita all’altra.

In queste caste non ci sono speranze di redenzione: i ricchi stanno con i ricchi, e servono come incentivo per aderire ai valori societari più infidi.

I poveri e gli sfigati restano tra loro, e servono ai tanti probe cittadini per sentirsi migliori, per evitare di guardarsi allo specchio e sopratutto. Come monito per chi non aderisce alle loro deliranti idee.

Se non sei un borghese perfetto devi essere un perfetto criminale.

E essere un perfetto criminale significa mantenere in perfetto equilibrio la società.

In questo testo, Patterson e Gross non ci stanno e propongono un alternativa nel loro giallo che profuma soavemente di denuncia sociale.

Magari lieve, magari soffusa ma brillante e orgogliosa con quella sua voce tonante che rivela scabrosi dettagli della società americana ma anche della nostra.

Il colpo mancato di Ned non è la sua disfatta.

E’ si un percorso verso l’abisso ma un abisso redentivo.

Perché nella sua sfrenata corsa verso lo svelamento della verità, lui ritrova se stesso.

Ritrova il suo vero io quello ammaccato da tante, troppe sconfitte, che relegano gli ultimi in un angolo pronti a essere sacrificati per i deliri dei potenti.

Ned invece cambia totalmente la sua storia.

E cosi anche la storia degli altri.

Redime non solo la sua personale storia ma anche quella familiare.

Perché chi è capace di dire no e di trovare in se stesso la forza di rialzare la testa, di non farsi abbattere dalla via più facile, di non lasciarsi sopraffare dall’orrore della corruzione allora è già salvo.

E ‘ un uomo già redento.

E’ un innovatore proprio perché sceglie di non accettare i dogmi di un mondo che in fondo, ci vuole tutti sottomessi, perdenti e impegnati a fare la guerra uno con l’altro.

Un libro coinvolgente, a tratti sognante, venato di quella malinconia di un’America che il suo sogno lo sta perdendo giorno per giorno.