Review party “La notte del Kaiju” di Cristopher Sabir. A cura di Alessandra Micheli

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Scrivere un horror non è affatto facile come sembra.

E non solo per la diversa tecnica letteraria da usare, per la comprensione dell’importanza dell’equilibrio, necessario in una passeggiata oscura nei meandri dell’abisso.

Ma, sopratutto, perché l’autore stesso deve avere un buon rapporto con i suoi incubi.

Essi devono fluire dalla usa penna in perfetta sincronia con le sue emozioni.

E per averla bisogna che entrambi gli aspetti dell’io vengano conosciuti.

Chi scrive horror ha fatto pace con il suo lato oscuro, forse lo ama, lo sente profondamente necessario, tanto da regalarlo al lettore affamato.

Chi non è riuscito a capire l’importanza del suo incubo, non scriverà mai un vero horror, potrà usare l’effetto scenico, le mille diverse tattiche di narrativa.

Ma sarà uno scritto.

Non un libro orrorifico.

E cosi chi conosce l’abisso, sa anche quanto esso sia necessario per mantenere il vero, autentico equilibrio omeostatico.

So che per molti di voi la produzione di tali immagini è un fattore di squilibrio.

Vi svelo un segreto: solo chi è saldo come la quercia nel terreno può vivere e prosperare nella tempesta.

Solo chi ha davvero fatto amicizia con i suoi demoni può descriverli.

Gli altri li negano, fuggono, scappano atterriti.

Noi amanti della notte più nera li accogliamo e ci facciamo raccontare da essi le paure, i limiti di quella, ripeto fino allo sfinimento, misteriosa creatura chiamata uomo.

E cosi il nostro Cristopher entra, con lodi e applausi, nel mondo cosi sfaccettato del regno dell’abisso.

Siamo noi, veterani a accoglierlo con sorrisi sbilenchi e sardonici ghigni.

Non ci saranno feste eleganti, né sorrisi lieti.

Ma non saremo mano accoglienti degli amanti di unicorni e arcobaleni.

Noi mostri, noi fantasmi, noi demoni siamo qua a accettare di raccontare, fluendo dalla sua incantata penna, il nostro messaggio.

Sperando che esso sia di sprone, auto e monito per quest’umanità cosi strana e sola.

Siamo uomini.

A noi è stato dato l’arcano dono di nominare il mondo e quindi renderlo manifesto.

Fino a allora era solo un’idea nella mente dell’eterno.

Eppure, questa responsabilità che ci rendeva subalterni, servi o semplici attendenti, ci ha dato alla testa.

Tra il nominare e il sopraffare o dominare il creato il passo è stato breve.

E cosi come malefiche formiche abbiamo iniziato a costruire i nostri possedimenti.

Operose, laboriose e decise a prendere ogni briciola che cadeva dal cielo.

E cosi tronfie da sentirci importanti, fondamentali per un ecosistema che, beh mi spiace dirlo, sopravvive anche senza di noi.

Lo vediamo oggi. Mentre il virus spazza ogni nostra illusione, madre natura sgambetta felice.

Felice di averci dato una dimostrazione della sua forza.

Il dio eco, ecologico, che non si può beffare.

E allora cosa accade quando il degno umano si rivela nient’altro che carne da macello?

Cristopher lo racconta con toni apocalittici, a tratti dolorosi riuscendo a scolpire con un punteruolo appuntito, la storia simbolica di noi stolti piccoli uomini.

Dall’altro dell’infinito qualcosa si rompe.

La porta tra i mondi resta aperta permettendo all’abominio di seminare morte, terrore e sangue.

E la cosa che fa più male è che l’uomo all’improvviso si scopre fragile, indifeso, niente di diverso da un semplice mezzo di sostentamento.

Da cibo.

E cosi il clichè del potere umano si rovescia.

E ci troviamo a vivere il peggior nefasto incubo: siamo noi adesso a dover sottostare a una potenza maggiore, aliena, incomprensibile.

Ecco che la notte Del Kaiju svela la nostra vera natura: nient’altro che pedine sullo scacchiere di un ecosistema che, per quanti sforzi noi facciamo, ci sfuggirà sempre.

E l’unica speranza di tale orrore, di tale presa di coscienza sarà nella rinascita di un diverso modello di vita.

Di un uomo nuovo.

Diverso, più consapevole, più forte e più responsabile.

Non so se accadrà, ma dal disastro per forza, per logica dell’equilibro cosmico, il nuovo deve risorgere.

Lo stile dell’autore, seppur apparentemente può essere tacciato di una certa acerbità, a una lettura profonda appare maturo, tagliente, consapevole.

Capace di non dare tregua al lettore.

Ecco perché alla fine della lettura ci troviamo affannati, tremendamente spaventati e cosi privi di certezze.

Da farci quasi arrabbiare con questo piccolo uomo che incalza il nostro muro con la lama della coscienza.

Godete di questo stato, che per molti potrà apparire funesto.

E’ la vostra migliore opportunità per tornare, finalmente a essere umani.

 

Blog tour di Giada Fariseo “Non ti perdere”Lettere Animate. Andiamo a scoprilo insieme!

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TRAMA

Tea è una studentessa-lavoratrice prossima alla laurea, con le idee ben chiare su ciò che vuole, o almeno così sembrerebbe. Ancora non sa che la sua vita sta per essere travolta da una serie di avvenimenti e dall’incontro con due ragazzi che, in modi diversi, risveglieranno il suo lato più istintivo. Intanto il destino le offre un’occasione irripetibile: un viaggio Oltreoceano per completare la sua tesi sui relocation centers americani. La sua storia andrà ben presto a intrecciarsi a quella di una famiglia di nisei e al dramma da loro vissuto durante la Seconda Guerra Mondiale. Tea aggiungerà quindi ai propri un nuovo obiettivo, il più importante: trovare risposte a un dubbio durato decenni, cercando di non perdersi dentro un finale tutt’altro che scontato.

 

Dati libro

Titolo: Non ti perdere
Autore: Giada Fariseo
Editore: Lettere Animate
Pagine: 414
Prezzo e-book: 3,99€
Prezzo cartaceo: 14,99€

 

Link acquisto

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Blog tour L’usurpatore di Emanuele Rizzardi. Seconda tappa “L’impero ottomano”. A cura di Alessandra Micheli

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Mamma li Turchi!

E’ una delle frasi che più di ogni altra esprimono il terrore verso un nemico strano, insidioso e sopratutto molto fiero di sè e spregiudicato.

I turchi ottomani, fino alla prima guerra mondiale, rappresentarono per i paesi proto-europei una vera spina nel fianco.

Tanto da essere persino citati in uno stornello romano intitolato Canto del carcerato o alla Renella.

A tocchi a tocchi

la campana suona

i turchi so sbarcati alla marina.

La campana che suonava era, infatti, l’avvertimento della pericolosità del nemico che senza scrupoli, minacciava la proba cristianità.

L’impero ottomano però, anche secondo l’autorevole parere di Giovanna Motta, fu non solo il nostro peggior incubo, non solo una minacciosa presenza costante ma anche una spinta verso una modernità che, in Europa, stentava a farsi strada.

Ecco che l’incontro/scontro tra due schieramenti non portò soltanto guerre e razzie e brutalità, ma anche e sopratutto la possibilità di una crescita, non solo civile ma anche politica.

Non a caso l’idea del millet turco (i millett erano comunità religiose non musulmane, residenti nel territorio dell’Impero ottomano dotate di un’organizzazione amministrativa e governativa autonoma, con leggi proprie e un capo religioso responsabile nei confronti dell’autorità centrale) fu ripresa poi da alcune potenze europee, fino a trasformarsi nel moderno federalismo.

Ma non solo.

I turchi ottomani influenzarono la musica, le abitudini religiose, la letteratura, persino la lingua e l’architettura.

Il contatto quotidiano tra cristiani e musulmani consentì alle diverse culture di comunicare e attuare le prime forme di integrazione nelle strutture mentali.

Come scrive la già citata Motta nel libro i Turchi il mediterraneo e l’Europa:

L’esile filo che lega fra loro uomini diversi per per questo potenzialmente nemici che tuttavia riescono a interagire a scambiarsi conoscenze ed esperienze comuni per esempi nella pesca, attorno alle reti di una tonnara dove è forte l’influenza nord africana o in agricoltura dove prendono a prestito gli uni dagli altri usi, strumenti e metodi di lavoro (la denominazione degli attrezzi di lavoro nel centro Europa è spesso di origine turca)

I turchi il mediterraneo e l’Europa -Giovanna Motta

Dobbiamo forse all’impero le nostre attuali conquiste e forse la Turchia oggi cosi rinnegata è qualcosa di più profondo di un atavico nemico da combattere.

E’ forse il nostro fratello da troppo tempo rinnegato, che ci ha accompagnato nella tortuosa strada del nostro divenire.

La nascita di un impero.

L’Armeno rimase a bocca aperta, quasi fosse felice e stupito allo stesso tempo di quella richiesta. Mi parlò a lungo sia della geografia delle città e della terra d’Asia che della razza dei Turchi; di quanto fossero abili a cavallo, di come usassero fingere una carica, tirare con l’arco e poi scappare o il contrario. Di come portano armi e corazze, leggere, adatte al sole rovente dell’Asia, sprecando meno forze e sudore. Il loro stile di guerra valuta più la velocità e la rapidità delle manovre che la forza dell’impatto e la tattica, come invece facciamo noi Romani. Erano barbari che combattevano in base alla tribù di appartenenza, dove i ranghi erano stabiliti dall’autorità più che da una gerarchia meritocratica..

Un popolo vasto come il mare e con le migliori tecniche di guerra mai viste che si spostava di città in città, lasciandosi dietro solamente un trono di teschi. Alcuni li credevano diavoli, altri cavalieri dell’apocalisse che annunciavano la fine del mondo. Innumerevoli regni erano caduti sotto gli zoccoli di questi uomini-cavallo e sembrava che nulla li potesse fermare. Erano già arrivati una volta, qualche decina di anni prima, e ora stavano per tornare

Emanuele Rizzardi

Ecco come ci presenta l’impero ottomano Emanuele Rizzardi nel suo lavoro di pregiata fattura “L’usurpatore”.

E sarà mia gioia accompagnarvi nei meandri di una storia spesso taciuta, ignorata ma che, invece, ci apre le porte dello splendore di questo importante, temuto, glorioso organismo politico, religioso e militare.

Per molti secoli, a partire dal 1300 per poi finire ignominiosamente alla fine della prima guerra mondiale, l’impero ottomano prese parte come protagonista e mai come comparsa, alle intricate vicende di un’Europa che tentava, a volte invano di delinearsi come figura politica.

C’erano Stati in conflitto tra loro e proto-stati non ancora divenuti popolo. In tutto questo dibattere, in queste agitazioni sociali e politiche, spiccò un impero che aveva, quasi per incanto una complessa e possente struttura imperiale.

Come si arrivò a questa realtà?

Ecco l’impero

Dopo gli unni che si spostarono poi verso le steppe russe e l’Europa centrale, un altro popolo linguisticamente a esso affine si insediò nella regione dell’Anatolia nella metà del IX secolo: i turchi selgiuchidi.

Questi nel 1071 sconfissero gli eserciti bizantini a Mantzikert determinando il declino di questa straordinaria civiltà.

Ridotta Bisanzio a un piccolo regno situato sulle sponde del Bosforo i turcomanni o oghuz, che abbandonarono la religione pagana in favore dell’islam, consolidarono la loro presenza su quasi tutta l’Anatolia e il medio oriente. Arrivando arduamente a toccare anche i confini occidentali dell’ex impero romano d’oriente.

Fu nel XIII secolo che l’Anatolia turca, cosi coesa si frantumò in numerosi principati (a causa della pressione della popolazione mongola, proveniente dal cuore dell’Asia) tra i quali emerse quello retto da un certo Osman.

Questi, dopo aver conquistato nel 1326 il florido centro commerciale di Bursa, creò la prima capitale di uno stato che appunto assunse la denominazione di OTTOMANO. E fu cosi che, dal fiero conquistatore, discese una dinastia che, nell’arco di cinque secoli, porterà sul trono circa 36 sovrani.

I figli di Osman, Oskhan e Ala ud Fìdin, getteranno le basi per un espansione territoriale del neonato regno grazie a una politica di alleanze con le fazioni bizantine in lotta e combattendo gli altri rivali islamici in Anatolia.

Ovviamente le alleanze furono, sopratutto, di stampo matrimoniale rendendo la donna la solita pedina sullo scacchiere della politica internazionale.

Ma questa è un altra storia.

Un altro grande imperatore turco fu Suleyman figlio di Orkhan che verrà ricordato dai posteri, o almeno da chi come me è appassionata di storia turca, per essere riuscito a accerchiare ciò che restava del traballante impero bizantino. Dopo la conquista di Edirne nel 1361 e dopo aver distrutto la resistenza slava e serba a Cimen nel 1371 e a Kosovo Polie nel 1389 (grazie all’arguta politica di eliminare il fiore della nobiltà e dell’esercito serbo, mozzando cosi la testa a eventuali rivendicazioni) gli ottomani rafforzeranno in maniera definitiva la loro podestà su gran parte della regione balcanica.

Nel 1393 conquisteranno il regno bulgaro arrivando, addirittura a minacciare il regno ungherese. Tanto che Sigismondo di Lussemburgo si troverà costretto a fermarli subendo un’umiliante sconfitta nella battaglia di Nicopoli nel 1396.

La marcia della macchina turca sembrava inarrestabile.

Ma la storia ci dimostra che nulla è eterno e cosi il grande condottiero Tamerlano, immortalato persino da un poeta del calibro di Edgar Allan Poe, bloccò l’ondata di vittorie turche sconfiggendoli nel 1402 a Ankara e rendendo prigioniero lo stesso sultano Bayazid II soprannominato la folgore.

Alla morte però del grande condottiero turco-mongolo l’impero si sfasciò, visto che il suo fu il primo culto autocratico personale, a dimostrazione che, personalizzare un ‘entità politica è un grosso grasso errore. Ma si sa, dalla storia pochi apprendono.

E mi permetto di ricordare questo personaggio di elevato carisma con una citazione dello stesso Poe:

Conosci tu il segreto di uno spirito

piegato fino all’onta dal suo selvaggio orgoglio?

O sofferente cuore! Io ho ereditato

la tua parte consumatrice con la fama,

la bruciante gloria che ha brillato

fra i gioielli del mio trono,

aureola d’Inferno! e con un dolore

che l’Inferno non mi farà paura di nuovo.

O cuore implorante per i perduti fiori

e per lo splendore solare delle mie ore d’estate!

Grazie alla dipartita del nobile condottiero, gli ottomani poterono risorgere dopo un lungo “interregno” riprendendo la loro temibile avanzata sotto la guida di Murad II che, nel 1444, sconfisse un’armata composta da serbi, polacchi e ungheresi.

E cosi sotto Maometto II detto il conquistatore, Costantinopoli divenne ufficialmente la capitale dell’impero mutando il suo nome in Istanbul. Fu allora che la chiesa ortodossa di santa Sofia, divenne la moschea che oggi strabilia gli occhi degli amanti della bellezza.

L’avanzata e la crescita dell’impero era ormai fatto consolidato. La loro espansione non aveva confini: guidati da sovrani indimenticabili come Solimano il magnifico occuperanno Belgrado e nel 1526 a Moachs sconfiggeranno il re D’Ungheria e di Boemia. Fino a assediare nel 1529 persino la nobile e meravigliosa Vienna.

Fu con la conquista di Cipro che finalmente l’Europa si mise in allarme e nel 1571, con la grande e importante battaglia di Lepanto, finalmente rialzò la testa infliggendo al nostro ardito impero una sonora sconfitta.

Ma oramai il nemico era nato, si era accresciuto, aveva imparato dei suoi errori e la sua brama di conquista continuerà imperterrita fino a che subirà un atroce declino durante il novecento, tanto che lo zar Nicola ribattezzò il famigerato nemico, atavico e forse ammirato e stimato come il grande malato di Europa

La grandezza di un impero

La domanda che molti storici si pongono è la seguente: cosa ebbe di diverso l’impero ottomano per avere una cosi lunga storia di successi e conquiste?

Molte sono le opinioni contrastanti. Certo è che, nonostante l’accusa di immoralità e di brutalità, esso rappresentava una nota stonata, oserei dire piacevolmente stonata, in un Europa eccessivamente ancorata al tradizionalismo religioso e politico. Una realtà immobile europea contro un dinamismo di un impero che si avvaleva di due elementi interessanti:

1. Una forte e coesa struttura amministrativa.

L’impero era dominato si dal sultano, ma al tempo stesso esso si avvaleva di preparate “consulenze esterne”, rendendo pertanto il potere molto meno autocratico di quello che i miti, le leggende e i film ci rimandano. A affiancarlo infatti esisteva un primo ministro, il gran visir. Il sultano era poi coadiuvato nelle funzioni di governo da un personale amministrativo e militare ben addestrato e sopratutto, da lui dipendente. I funzionari venivano reclutati a volte tra gli schiavi del sultano: si trattava di giovani cristiani convertiti alle fede islamica e poi arruolati o nell’esercito o nei quadri amministrativi ( il famoso deviscirme).

2. Un apparato militare preparato e solido

Era formato dai giannizzeri (un corpo di fanteria), gli spahi (cavalleria pesante) e gli akinci (cavalleria leggera); insieme rappresentarono per lungo tempo una tra le forze da combattimento più progredite al mondo.

3. Una mirabile cultura.

Nonostante le accuse di essere barbari, senza cuore, crudeli, e terrificanti mostri, i turchi ottomani avevano un sistema di diritto innovativo per l’epoca: accanto alla legge religiosa esisteva un sistema legale secolare il Kanun capace di coesistere e a volte superare la Sharia.

Un sistema di autorità locali i millet, si preoccupava di gestire e amministrare secondo le particolari esigenze sociali, politiche e religiose porzioni di territorio che facevano capo all’autorità centrale, ma avevano ampi margini di azione.

4. Un economia moderna

Essa era basata sullo sviluppo e sull’espansione di grandi centri commerciali e industriali come Bursa, Edirne e Istanbul. Vantava la presenza di eccellenti artigiani e commercianti grazie ai quali l’impero turco rese prioritaria la crescita economica trasformando le sue città nelle prime metropoli. Inoltre, a differenza degli stati cristiani, favorirono l’arrivo di molti ebrei provenienti da diverse parti di Europa invitandoli a stabilirsi a Istambul e in altre città portuali come Salonicco (mentre in altri stati europei, come la Spagna, essi furono vittime di persecuzioni da parte dei cristiani.)

5. Scienza e tecnica.

Sfatiamo il mito dei turchi barbari. La loro cultura fu inimmaginabile e spesso sottovalutata. Immense biblioteche furono istituite complete di traduzioni di libri di altre culture oltre a manoscritti originari. Maometto II ordinò a Giorgio Amiroutzes, uno studioso greco di Trabzon, di tradurre e mettere a disposizione delle istituzioni educative ottomane il libro di geografia di Claudio Tolomeo. Ali Qushji, un astronomo, matematico e fisico originario di Samarcanda, influenzò i circoli ottomani con i suoi scritti e le attività dei suoi studenti, anche se trascorse solo circa tre anni a Istanbul prima della sua morte. Taqi al -Din costruì, nel 1577, l’Osservatorio di Istanbul dove eseguì osservazioni fino al 1580. Calcolò l’eccentricità dell’orbita del sole e il moto annuale dell’apogeo.

Serefaddin Sabuncuoglu fu l’autore del primo atlante chirurgico e dell’ultima importante enciclopedia medica del mondo islamico. Sebbene il suo lavoro fosse in gran parte basato sul Al -Tasrif di Abu al -Quasim al – Zahrawi, Sabuncuoğlu introdusse molte sue innovazioni. Per la prima volta furono raffigurate anche chirurghi di sesso femminile.

Conclusioni.

Spero che il viaggio sia stato interessante e spero di avervi infuso un po’ di quell’infinita ammirazione verso l’impero ottomano, che crebbe in me, durante i miei fecondi anni di istruzione universitaria.

Si aprì davanti ai miei occhi tutta la magia di un Islam che si presentò come un modello di cultura, di progresso e di senso di meraviglia davanti allo splendore del mondo.

Ed è ciò che spero tornerà a appartenere di diritto a una religione che ha sempre combattuto la brutalità, dedicandosi con ardore e impegno all’osservazione della perfetta architettura del cosmo.

 

Blog Tour Finchè il caffè è caldo. “Il tempo umano tra scelte e rimpianti”. A cura di Alessandra Micheli.

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Tempo che fugge beffardo a gabbare i sognatori.

Tempo che separa gli amanti e illude gli idealisti.

Tempo che ruba gli affetti e tempo che scava rughe in un volto che si riempie di nostalgia, salutando la perduta giovinezza.

Il tempo sprecato e quello che non torna.

Ma anche il tempo che è congelato in un ricordo, quello che vorresti riavvolgere come un nostro, il tempo che ruba e che regala.

Tutti noi, chi più o meno siamo schiavi del tempo.

Un tempo che odiamo perché corre furioso ma che amiamo perché scandisce il ritmo del nostro cuore e ci invita a correre anche noi dietro i ideali sogni e speranze.

Siamo noi e il tempo amanti segreti che in apparenza davanti al mondo si odiano, ma nelle notti di luna di baciano come fanciulli coperti dall’oscura luna.

Il tempo importante eppure troppo veloce.

Non riusciamo a fermarlo ci sembra sempre che vada troppo svelto.

E in un millisecondo che giochiamo la vita nostra a dadi, che forse non riusciamo a prendere quel treno e piangiamo disperati lungo il solco chiamato rimpianto.

Di tempo ne abbiamo o troppo da impegnare nei modi più assurdi, o troppo poco, da centellinare e da vivere al cento per cento.

Nell’arco di un istante dobbiamo decidere quale volto dargli e non sempre riusciamo a far combaciare la sua assurda fretta con la lentezza di sentimenti e emozioni che sono quasi evanescenti che per mostrarsi e manifestarsi devono decantare il loro succo, la loro essenza.

Perché sentimenti e tempo sono diversi.

I primi senza tempo figli dell’eternità il secondo figlio di questo piano fisico, troppo limitato e impregnato di regole.

Ed è la nostra fantasia il nostro essere creature divine che possiamo a volte combatterlo e portarlo sul livello che ci spetta, quello dell’infinito. Perché l’umanità è in fondo infinito cielo senza spazio, senza dimensione e sopratutto senza tempo.

E allora come convive questa creatura discesa dall’alto universo, dal cosmo senza limiti, in questa dimensione cosi concentrata cosi affannosa e ossessiva?

E’ l’amore.

E’ l’amore la vera soluzione per dilatare il tempo, fermarlo in un bacio, tornare indietro e scoprire che…in fondo il tempo è solo una struttura mentale.

Che tutti i rimpianti e persino le scelte si annullano quando guardiamo negli occhi l’altro, quando diciamo si.

Quando piangiamo e la lacrima diventa il mare dell’infinito.

In una sorella che non possiamo perdere perché è parate di noi.

In una figlia e una madre che sono parti di uno stesso tutti, di una memoria che si espande fino a sfiorare dio.

E allora il tempo diviene inesistente.

Un fantasma seduto a un tavolino impegnato a leggere le pagine di un libro in cui ritrovare la vera eternità, un abbraccio, un bacio, una carezza. E finché il caffè è caldo lo si può bere e imparare che non serve la fretta, non hanno senso i rimpianti.

Serve solo cuore.

Non serve il desiderio assoluto e ossessivo di riavvolgere il nastro.

E’ nel tempo di un caffè che la vita, quella vera si svela.

E’ in un attimo in cui i sorrisi sfiorano l’anima che si comprende l’unico vero mistero…è la vita.

Quella fatta di sottilissimi fili che si intrecciano e ci insegnano non con un volto autoritario ma soave l’importanza semplicemente di lasciare che essa fiorisca.

Anche se piove, anche se il temporale rimbomba nelle orecchie il tuono fa fracasso.

Anche se il gelo irrompe e copre i fiori.

Anche se la notte buia più buia ci invade.

La vita ha sempre il suo senso, ha sempre la sua spiegazione e trova sempre il momento giusto per sconfiggerlo questo tempo e fermarlo per noi…giusto il tempo di bere un caffè finché è caldo.

se vuole, la gente troverà sempre la forza di superare tutte le difficoltà che si presenteranno. Serve solo cuore…..ma con la sua solita espressione imperturbabile, si limiterà semplicemente a dire: «l’importante è bere il caffè finché è caldo».

 

Review Tour “Il cavaliere dell’unicorno” di Linda Kent. A cura di Alessandra Micheli

 

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La penna di Linda Kent viaggia come sempre con una delicata classe che mi strabilia e emoziona.

Ed è raro succeda per un libro dalle calde sfumature dell’amore.

Perché allora lei riesce a toccare questo vecchio acido cuore?

Perché non si limita solo a raccontarci lei, lui e le difficoltà; tema trito e ritrito.

Nelle sue storie a trionfare non è l’amore, come apparentemente sembra: ma il coraggio.

Anime tormentate, anime spezzate, anime perse lungo il turbinio di un vento che investe troppo spesso le nostre vite, e ci fa perdere il nostro centro.

E allora innamorarsi, amare, credere di nuovo non è soltanto qualcosa guidato dai sensi e dalle emozioni ma da un fondamentale bisogno di ritrovare identità perdute, seppellite in questo caso da una storia che investe un pese in eterna ricerca della sua libertà.

E ci insegna non solo il valore di quella parola troppo abusata, ma che la vere libertà non è nell’autogoverno, nello scacciare “lo straniero” ma nel superare con sguardo fiero, volto fisso nel sole i propri limiti.

E cosi l’ambientazione storica, intricata e spesso decisa a spezzare sogni ideali diventa la rappresentazione dei nostri moti interiori.

Del resto non diceva forse, de Gregori che la storia siamo noi?

Che la storia racconta dei nostri drammi?

Di un uomo che per trovarsi sceglie potere, vendetta, sceglie di mettere tanti ideali al posto dell’uomo.

Sceglie di buttarsi a capofitto in qualsiasi impresa, temeraria, assurdamente folle.

Per semplicemente trovare se stesso e con esso la libertà di essere.

Ma per essere bisogna definirsi alla luce di un valore che resti eterno mai scalfito dalle ere e dal mulino del tempo.

E cosi rivedersi negli occhi di un altro è come guardarsi allo specchio. Jane e Alexander non fanno altro che, meravigliosamente e semplicemente questo, si guardano si riconoscono si scambiano anime ferite e con la delicatezza di chi conosce il dolore e il rimpianto curano le ferite sciolgono i nodi e riempono di cane sogni e musica le ossa scheletriche del loro io abbandonato nei fondali del mare del tempo. E cosi a ogni parola, a ogni sguardo, a ogni lacrima che disseta queste anime smarrite loro trovano una nuova forma.

Jane nonostante il senso di abbandono diviene quella donna cosi fiera e orgogliosa persino della propria amarezza e da essa non viene manipolata, ma da essa trae la forza per scegliere un altra vita. Nonostante questa vita non sia cosi ricca di certezze all’inizio.

Ma in fondo vivere non significa rischiare?

E Alexander affronta il suo senso di colpa, quel suo aver bisogno di appigli perché il proprio volto assuma connotati precisi e trova il senso di tutto, la sua unica certezza in se stesso.

Diventando l’uomo degno di abbracciare una cosi forte creatura fatta di vento, salsedine e brughiera.

E entrambi stingendosi conoscono il potere del due; quella sintonia che rende cosi forti che neanche la mano dura e crudele del destino può spezzare. In fondo Linda è come le bellissime atmosfere che crea, dolce, e forte, orgogliosa e selvaggia ma profondamente solare, profondamente fiera di ogni sua fragilità. Sapendo e lo racconta a me, a voi ragazze che è in quei solchi che tanto temiamo che può nascere la vera vita. E’ dalla fragilità semplice e umana che si cambiano le epoche, quando essa diviene forza e non limite.

Adoro Linda non solo per i significati che immette nei suoi testi, per quella bellezza della speranza che si affaccia. Ma sopratutto per la meraviglia di quelle eroine si profondamente umane ma cosi indomite forti come il vento che ora sfiora il mio volto.

Ma in fondo siamo storie con mille dettagli

Fragili e bellissimi tra i nostri sbagli

Enrico Nigiotti

Blog tour “La tavola degli otto” di Raffaella Iannece Bonora. I personaggi.

14. Personaggi

 

Yuki:

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Yuki è una ragazza poco più che trentenne, è uns giornalista e lavora sodo per un importante giornale. È una stacanovista, odia starsene a casa senza nulla da fare, detesta ferie e vacanze, preferisce lavorare 24 ore su 24 piuttosto che fermarsi mezz’ora. Allo stesso tempo è, però, molto distratta e leggermente imbranata: risultato? Le capitano incidenti d’ogni tipo. A volte tende a lamentarsi un po’ troppo ma non ama crogiolarsi troppo nello sconforto, anche per questl motivo si butta a capofitto nel lavoro. In fondo è una romantica travestita da cinica, corazza che indossa solo perchè ha paura di essere ferita e soffrire.
Curiosità: piatto preferito? Pizza!

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Imogene:

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È una donna di origini sud americane, quasi quarantenne, mamma di una dolce bambina di otto anni. Imogene è una donna tutta d’un pezzo, molto dura, granitica, non si lascia quasi mai andare alle emozioni, solo sua figlia è capace di addolcirla. Guai a farle un torto, potrà passare il tempo ma prima o poi…come si suol dire “la vendetta è un piatto che va servito freddo”. Di fronte alle avversità non si lascia andare allo sconforto, risoluta si accorcia le maniche e cerca una soluzione, a qualsiasi costo.
Curiosità: piatto preferito? Fagioli mexico!

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Odelia:

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Odelia è una giovane ventenne, è una persona dolce, che non farebbe mai del male nemmeno ad una mosca. È una ragazza confusa, molto riflessiva, profonda, delicata ma più decisa di quanto lei stessa possa immaginare. È molto legata alle sue origini e alla sua famiglia ma, allo stesso tempo è una sognatrice ed è questo dualismo a confonderle le idee.
Curiosità: piatto preferito? Focaccia!

 

 

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Bastian:

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Testardo! Borioso! Impertinente! Maleducato ma anche terribilmente bello e affascinante! Bastian è il classico ragazzo figlio di papà, abituato ad ottenere tutto ciò che desidera, abituato a potersi comprare qualsiasi cosa, persone comprese. In realtà, in fondo, è un bravo ragazzo ma la vita, l’educazione sbagliata, lo hanno forgiato male… ha bisogno solo di una ripassata in forno e di un nuovo stampo che lo raddrizzi.
Curiosità: piatto preferito? Fish and chips

 

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Liza:

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Liza è una ragazza superficiale, le uniche cose che contano per lei sono le apparenze: una bella casa, vestiti alla moda, trucco perfetto, capelli all’ultimo grido e guadagnare una barca di soldi per sostenere un determinato stile di vita. Ovviamente non ha amiche, vive in un mondo dove le “best friends” fanno la punta alle matite per poterti pugnalare meglio appena ti volterai. L’amore? Tanti bellocci da una notte e via, nessuno adatto al ruolo di “fidanzato perfetto”, del resto mica può rischiare di sfigurare di fronte all’alta società?
Curiosità: piatto preferito? Insalata di pollo!

***

 

Luke:

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Per conoscere bene Luke bisogna grattare la superficie. Uomo molto intelligente e sagace, al primo sguardo da’ l’idea di essere molto antipatico, è terribilmente sincero, non ha filtri tra mente e bocca e quindi sputa fuori tutto quello che gli passa per il cervello e questo non piace a tutti. Ha, però, un cuore grande quanto una casa, è una persona molto altruista nonostante i suoi numerosi problemi. I suoi modi ruvidi si fanno facilmente perdonare dalla sua generosità, della quale quasi si vergogna e, per questo, preferisce non mostrare. È rude ma è una gran bella persona.
Curiosità: piatto preferito? Maxi cheeseburger!

***

Milo:

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Milo è un militare del 3502. È un uomo rigido, coraggioso, duro, efficiente, preciso, che fa il proprio dovere senza battere ciglio. È più freddo dell’iceberg del Titanic, più affilato della lama di Goemon. Di poche parole, ha un elevato senso di giustizia, non è incline al perdono ed è impossibile beffarsi di lui.
Curiosità: piatto preferito? Cucina molecolare!

 

***

Sergio:

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Sergio è un creativo, pieno di risorse, ha sempre un asso nella manica. È brillante, furbo ma un vero signore! Difende sempre i più deboli e non si tira indietro di fronte al proprio dovere. Caparbio, è impossibile fargli cambiare idea. Un vero uomo charmant degli anni ’50 come oggi non ne esistono più, bello, ricco e signore.
Curiosità: piatto preferito? Risotto allo zafferano!

Blog tour La donna dei sigari, Di Alessandro Testa, Il vento antico edizioni, presenta “La ricerca”. A cura di Alessandra Micheli

Banner BT - La donna dei sigari

 

La ricerca ragazzi miei, è una delle imprese più difficili che l’uomo ha voluto mai compiere.

Forse paragonabile allo scalare l’Everest, con la differenza che, se si cade dalla cima, non ci si spiaccica.

Ma le sensazioni sono quelle, adrenalina, voglia di sfidare i limiti, e quel senso di soffocamento quando l’aria è troppo pura.

La meraviglia di raggiungere l’alto da cui osservare il mondo e vederlo diverso da come l’autorità ce l’aveva prospettato.

La ricerca è la vera libertà.

Libertà dalle catene, dai dogmi, dalle pastoie societarie, da stereotipi e pregiudizi. Nella ricerca c’è la stretta collaborazione di ogni emisfero cerebrale, si unisce in una composizione straordinaria istinto e logica, mente e spirito, tutti uniti per raggiungere la meta.

Sapendo che domani un nuovo dato rimetterà tutto in discussione.

E allora solo i prodi, i prescelti avranno il coraggio di rimettersi in discussione e ricominciare da capo.

Non avete idea di quante ricerche, giunte quasi alla fine, ho dovuto smantellare e ricostruire.

Pertanto, pur conscia del fascino della ricerca, diffido chiunque intraprenda l’ardua strada se non in possesso di una solida motivazione.

E credetemi, chi si innamora di questa disciplina non lo fa per successo, per far brillare il suo nome sul testo.

Lo fa perché è una voce che non può smettere di ascoltare.

Quindi al giovane Alessandro, deciso e imperterrito nella strada verso la ricerca storica dedico queste mie brevi parole, nate stavolta non per celebrare il suo libro (pregiata fattura d’altronde) ma per raccontarvi attraverso la sua immane fatica le difficoltà e la bellezza di questo lavoro da tanti osannato, ma da pochi compreso.

E attraverso la donna dei sigari cosi composito, credo che si possa davvero spiegare la ricerca e le difficoltà che un autore emergente, quindi alle prime armi, si trova affrontare.

Per questo piccolo viaggio, ve lo prometto non sarò prolissa, userò le parole di uno dei maestri della storiografia Henri Irenee Marrou che celebro ringraziandolo della pazienza che ha avuto con noi neofiti.

La difficoltà della vicinanza

Cerchiamo di comprendere cosa ha dovuto affrontare Alessandro nel libro.

A una prima osservazione abbastanza superficiale, il suo lavoro appare meno difficoltoso di chi, amante dei secoli lontani come il rinascimento, il seicento o il medioevo, deve realizzare un affresco di epoche oramai lontane.

Alessandro ha scelto invece un campo di ricerca apparentemente semplificato, vista l’abbondanza di documenti di prima mano la seconda guerra mondiale.

E lo fa affrontando tre precisi contesti, intrecciati tra loro da una sublime trama: Germania, America e un paesino dell’entroterra italiano.

Perché dico apparentemente facile?

Innanzitutto, dovete comprendere il fulcro della ricerca storia: non è nella reiterazione dei fatti, nello snocciolare dei dati e dei collegamenti che noi studiosi (ok io mi sono messa tre di loro, denunciatemi) troviamo il vero senso della storia.

La storia deve essere studiata soprattutto per rintracciarvi lo Zeitgeist, o spirito del tempo.

E in quel dettaglio che si trova il segreto arcano dello scorrere dei secoli e soprattutto si trova il vero valore della storia.

Ma, esiste un ma, lo spirito del tempo è come direbbe Paolo Bardelli sfuggente.

E mutevole lungo la stessa cornice temporale. A condizione che si riesca a identificarlo, si sposta continuamente. E, nella nostra era, si disloca ancora più velocemente. Intrappolati nella quotidianità, il particolare ci fa perdere il tutto, il generale. Oggigiorno le quantità di informazioni e di dati che veicoliamo ininterrottamente contribuiscono a una difficoltà di pensiero più a lungo termine: si è presi dall’oggi, è già sufficiente a livello di sollecitazioni e stimoli culturali in senso ampio.

Quindi, la complessità di libri che si avvicinano a aventi vicini nel tempo, più vicini a noi diventano più ostici perché delineare le linee e le idee che hanno permeato secoli che sono fautori di ciò che siamo oggi;  risentono cioè, del nostro personale sentire.

Più il secolo è vicino a noi e più è ammantato dal sentire comune, da qualcosa che ci è stato tramandato attraverso l’educazione e la socializzazione.

E sono le idee fisse della seconda guerra mondiale e la divisione netta da cui è poi scaturita la guerra fredda a obnubilare la nostra obiettività.

Testa non può non sentirsi totalmente coinvolto in una storia che ha, bene o male, interessato i nostri nonni o persino i nostri genitori.

La seconda guerra mondiale cosi come l’olocausto e il rastrellamento degli ebrei, nonostante siamo passati 75 anni ancora permea di incubi le nostre menti.

Un altra difficoltà stavolta evidenziata proprio da Marrou, trae origine dalla crisi della civiltà contemporanea che ha messo in discussione, senza trovare alternative valide, valori potici culturali e religiosi che sono stati comunque toccati dalle guerre, dalle dittature, dagli omicidi di stato e che uscendo ammaccati hanno a volte la tentazione di ricreare un nido felice del passato, una certa età dell’oro.

Questo porta a una soggettivazione dei fatti, che porta quindi a escludere ogni dato che sia in contraddizione con queste agiografiche ricostruzioni. Si pensi agli studi sulla resistenza effettuati da Pansa tanto per citare un esempio.

Ecco perché a volte questa crisi ha portato a una sopravvalutazione della ricerca storica fino alla sua trasformazione in una sorta di storiografia scientifica.

Questo significa che essa acquista un valore determinante per tutti i rami della cultura occidentale tanto da far rendere onnipotente lo storico che decide in ultima analisi come bisogna leggere un determinato fatto o persino un libro. O stabilire cosa si intenda per nazione.

Per un libro come quello di Testa, questo eccessivo protagonismo deve essere sostituito da una sorta di relativismo anarchico, capace di far parlare la storia attraverso l’autore e non viceversa.

Distanza tra storia e eventi

Gli avvenimenti sono passati.

Su questo siamo tutti d’accordo.

Passati, significa che il loro ciclo è oramai compiuto e le conseguenze irrimediabili. Ciò che è stato è stato.

Pertanto lo storico non potrà mai diventare contemporaneo del suo oggetto; nel tempo stesso che lo conosce lo rende distante da se.

E’ questa distanza che è il fulcro della ricerca storica, ed è con questa che si instaura tra soggetto e oggetto (il fatto storico) un rapporto strano e al tempo stesso affascinante.

Questo rapporto è la dialettica tra la realtà conosciuta come passato e lo storico che tentando di conoscerlo lo fa vivendo nel presente. Si tenta cioè di rendere inteleggibile qualcosa che è distante ma che si vuole rendere vicino attraverso un atto mentale cosciente.

E come si fa?

Lavorando sui documenti e su ogni dettaglio capace di far parlare l’evento vetusto. Questa intelligibilità, quindi, può essere possibile mediante una scelta soggettiva attraverso una vastità di avvenimenti, dai più clamorosi ai più minuti e grazie a una sistemazione concettuale che egli da alla sua scelta.

In sostanza, Alessandro cosi come ogni autore, deve effettuare un azione diretta: la scelta.

Ed è in questo rapporto tra oggetto (evento) e soggetto ( storico) è attraversato da un intervallo ricco di emozioni, sensazioni e opinioni private che rientreranno anche in modo lieve nel risultato finale, ossia il libro.

La scelta di porre attenzione sulla vita dei personaggi sui loro sentimenti e amori e sulle loro decisioni finali è il vero elemento autenticamente storico del testo.

I documenti: amici e nemici.

Per scrivere un perfetto storico è oramai d’uopo la conquista dei documenti giusti.

E’ un atto guerresco della miglior specie, accaparrarsi il libro giusto o scegliere la testimonianza perfetta secondo i più assicurerebbe il perfetto substrato capace di rendere il libro un capolavoro.

Ma è davvero cosi?

Tramite tra lo storico o l’autore di storici e la realtà, sono i documenti.

E questi costituiscono non uno strumento conoscitivo, come erroneamente si pensa, ma una sorta di barriera.

I documenti non sono semplici contenitori di notizie vero e false, tendenziose o oggettive.

Non sono uno specchio obiettivo della realtà ma ne costituiscono un interpretazione. Un dato, un fatto puro giunge a noi attraverso il veicolo della cronaca o di un documento che non è incontaminato ma è a sua volta rappresentato e contaminato. La difficoltà di Alessandro diviene, quindi non solo la scelta, ma anche la capacità di essere consapevole dalla totale in-oggettività del documento scelto.

E al tempo stesso usarlo al meglio adeguandolo alle proprie intenzioni.

È nella scelta dei documenti che si trova la difficoltà dello scrivere ma è anche in quella scelta che è possibile mettere alla prova l’esercizio di un vero autentico talento, riuscendo a stabilire con acutezza e intuito le condizioni di utilizzo delle diverse categorie di fonti storiche.

In questo caso, pur essendo un emergente, la sua bravura è nell’aver utilizzato non solo fonti scritte (ottima la scelta del testo “Come eravamo negli anni di guerra” di Arrigo Petacco) ma anche visive ( ottima l’idea di utilizzare internet riguardo la città di Griefswald utilizzando anche webcam e diari di viaggio) e anche fonti dirette come gli scambi di mail con alcuni funzionari della Biblioteca pubblica di New Haven, nel Connecticut per quanto riguarda la parte relativa agli stati uniti e in particolare per la Pizzeria Pepe’s e il ruolo dei giovani italo americani nelle operazioni del servizio segreto in Italia.

Conclusioni.

Il pregio dei libri storici non è quello di raccontarci soltanto un avvenimento, ma di riempire lo spazio dialettico tra fatto e soggetto di un inifinità di emozioni, suggestioni diverse, capaci di darci un’immagine il più accurata possibile dello spirito del tempo, dell’ethos che caratterizzava quei tempi lontani e persino farci comprendere il nostro presente.

Alessandro Testa è stato bravissimo, sia nella ricerca sia nell’affrontare le difficoltà elencate a tracciare un arazzo di un passato che ha determinato chi siamo oggi e ha posto le fondamenta per poter costruire un diverso futuro.

Attraverso i suoi personaggi la stessa Umanità di destreggia tra abissi cadute, e rinascite, con quella strabiliante capacità di rispondere al male con l’eterno sentimento reso celebra da Dante, quello che muove il sole e le altre stelle.

 

Fonti

La conoscenza storica,  di Henri-Irénée Marrou, Il Mulino1997.

Secondo voi il nostro blog può esimersi dal partecipare al blog tour di due grandi talenti? Ovviamente no. Eccoci qua a esaltare i talenti di Miriam Palombi e Jordan River!

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L’uomo salì le scale che si snodavano ripide, come le vertebre dorsali di un gigantesco animale. Osservò la propria mano. Tremava.

Si appellò al suo sangue freddo, ma non riuscì a controllare quell’irrefrenabile tremore.

Strinse il corrimano d’ottone, liscio e lucido, un saldo appiglio per quella salita interminabile.

I gradini erano strette lingue di onice nera, troppo angusti e pericolosi. Era buffo, ma si accorse solo in quel momento, a dispetto di tutte le volte in cui negli anni li aveva percorsi, di non sapere in realtà quanti fossero.

La discesa in Paradiso e la salita agli Inferi.

Una maledizione antica ha originato una scia di sangue che attraversa i secoli. Macabri omicidi rimasti insoluti. La galleria degli uffizi mostra opere d’arte che custodiscono inquietanti rivelazioni nascoste nelle loro pennellate. Un segreto pericoloso, taciuto da alcuni e rincorso da altri, che renderà l’uomo simile agli dei. Un’insidiosa caccia al tesoro disseminata di trappole mortali dalle quali ci si potrà salvare soltanto grazie a astuzia e conoscenza.

Marco afferrò con la punta delle dita quel triangolo di carta piena d’increspature. Poche righe vergate con inchiostro scuro e poi una serie di firme, calligrafie differenti con diverse inclinazioni, alcune quasi incomprensibili che riempivano l’intera pagina. Tutte avevano una cosa in comune: appartenere all’antica famiglia degli Arrighi.

Marco lesse le parole in calce e tutto fu chiaro.

«Lascio a te, sangue del mio sangue, ogni mia cosa, ogni mio fardello. Che il sangue possa suggellare il patto, come in vita così nella morte. Persevera nella ricerca e non tradire.

Angiolo Arrighi».

Marco scorse quell’elenco di nomi e in ultimo vi trovò quello di Leone Arrighi, riconoscendo la minuta calligrafia del nonno.

«È tutto vero… il tesoro, la maledizione, ogni cosa».

****

L’autrice 

Miriam Palombi Nasce a Milano nel 1972. Ceramista, appassionata di simbologia e storia medioevale. Divide il proprio tempo tra l’organizzazione di Mostre d’Arte e la passione per la scrittura, seguendo un filone di narrativa storico-fantastica e horror. Membro della Horror Writers Association.

Novembre 2014 pubblica LE CRONACHE DEL GUERRIERO, ebook edito da ST-Books, GDS edizioni. Thriller Storico.

Maggio 2016 pubblica L’ARCHIVIO DEGLI DEI, DarkZone Edizioni. Thriller. Giunto ora alla terza edizione.

Giugno 2016 il racconto Sangue Cattivo è incluso nell’antologia horror STRISCIANO SULL’ASFALTO, edito da Carmignani Editrice presentato in anteprima al FantaFestival di Roma.

Settembre 2016 pubblica PICCOLI PASSI NEL BUIO, DarkZone Edizioni. Raccolta horror per ragazzi. Presentato in anteprima al Romics. Giunta ora alla seconda edizione illustrata.

Febbraio 2017 Il racconto Miseri Resti Sepolti è incluso nell’antologia horror SPLATTER presenta B.I.H.F.F (Best Italian Horror Flash Fiction), INDEPENDENT LEGIONS PUBLISHING.

Marzo 2017 pubblica IL PENTACOLO. Legacy of Darkness. Vol. I, DarkZone edizioni. Dark fantasy. Presentato in anteprima al Romics.

Dicembre 2018 pubblica MISERI RESTI SEPOLTI, raccolta horror DZ Edizioni. Presentato alla Fiera del libro di Roma, Più Libri Più Liberi 2018, in occasione della conferenza “L’approccio alla Paura. Dall’adulto al fanciullo”.

Marzo 2019 pubblica LE OSSA DEI MORTI. Prefazione a cura di Paolo Di Orazio. Presentato al Salone Internazionale del Libro di Torino.

Settembre 2019 pubblica IL PENTACOLO. Legacy of Darkness. La Saga Completa. Presentato a Stranimondi. Festival del Fantastico.

***

Aveva permesso che tutto ciò accadesse. Aveva spalancato la porta, sottovalutando il pericolo. Le creature diaboliche delle leggende slave non erano solo superstizione, ora ne aveva la prova.

Non gli permetterò di entrare…, pensò.

Subito dopo si portò il pugno chiuso alla bocca, sentì il freddo contatto sulla lingua, sentì il sapore ferroso del metallo, sentì il pezzo di ferro graffiargli il palato e poi scendere giù per la gola.

Aveva ingoiato la chiave.

Quel vecchio idiota aveva ingoiato la chiave. Non riusciva a crederci, ma non si sarebbe certo fermato.

Il corpo del frate era a terra, mosso da spasmi incontrollati. Antonioli si alzò, raggiunse l’altare e prese il crocefisso di ferro battuto afferrandolo per la base squadrata.

Brandi l’oggetto sacro come fosse un’arma e, senza esitare, si avvicinò a quel corpo steso al suolo

 

Dati libro 

Titolo: L’ARCHIVIO DEGLI DEI

Autore: Miriam Palombi

Casa Editrice: DZedizioni

Genere: Thriller

Data di pubblicazione: Prima edizione Maggio 2016

Prezzo: 12,90

Pagine: 222

***************

 

La Danza delle Carte e della Spada del Demone che Ride

 « Tu sei un ragazzo maledettamente fortunato, Ryan», disse Sirio dopo qualche istante. «Sei qui da pochissimo tempo e stai vedendo più cose messe insieme di quelle che io ho visto in tutta la mia vita.»

« Di che stai parlando?»

« Stai per assistere a un evento che pochi possono dire di aver visto!» Ryan seguì l’indice puntato del senatore, che gli indicava un margine del cerchio di persone.

Tra la gente apparve Lilith, che avanzò oltre il margine creato dagli ospiti. Un passo appena e poi si fermò. Nella mano sinistra stringeva una spada nel suo fodero. La spada presentava un’esotica guardia in acciaio molto ridotta. Dalla parte opposta del cerchio, apparve Lord Upyr che, sciolto il mantello e lasciatolo cadere a terra, fece un passo all’interno del cerchio e si fermò. Nella mano sinistra fece apparire un mazzo di tarocchi. Dal palco dov’erano i musici, tre battitori di cassa iniziarono a scandire il ritmo, lento come il battito di un cuore calmo e tranquillo.

« La Danza delle Carte e della Spada del Demone che Ride», mormorò Sirio, al punto che Ryan fece quasi fatica a comprendere ciò che aveva detto. I due iniziarono a camminare verso il centro del cerchio, i loro passi a ritmo con il battere delle grancasse, un ritmo profondo e avvolgente.

Quando furono di fronte, si volsero e appoggiarono le rispettive schiene una all’altra. In un istante la spada passò nella mano destra di Lord Upyr, mentre il mazzo di tarocchi passò nella mano destra di Lilith. I loro volti si chinarono verso terra e per un istante l’intera sala parve restare sospesa. I tre battitori fecero a loro volta una pausa, lasciando il ritmo appena suonato aleggiare nell’aria, per poi calare in maniera potente i legni sulla pelle tirata delle casse, dando il via a un ritmo molto più sostenuto, che aumentava ogni quattro battute. Lilith e Upyr a quel cambio di ritmo si staccarono uno dall’altra e diedero inizio a quello che apparve un duello. Mentre Upyr sfoderava la lama dal fodero, Lilith iniziò a lanciargli le carte, con movenze fluide e precise. I tarocchi volarono come rasoi verso l’uomo, che li colpì uno dopo l’altro. Il culmine della danza arrivò quando a Lilith rimase in mano solo una carta, che tenne tra il dito indice e il dito medio, davanti al volto. Iniziò a correre lungo il margine destro del cerchio. Upyr, per contro, si mosse sul margine sinistro. A metà del percorso, entrambi puntarono al centro. Lilith gettò in alto l’ultimo tarocco rimasto. Upyr lanciò la lama nella stessa direzione. La musica era arrivata a un ritmo quasi insostenibile, eppure coinvolgente. Nell’istante stesso in cui la lama trafisse il tarocco esattamente al centro, Upyr prese per i fianchi Lilith spingendola in aria. Il braccio della principessa colse l’elsa della spada mentre ricadeva. Quando lei stessa perse slancio e tornò verso il suolo, Upyr si fece trovare pronto a prenderla e depositarla con movimento leggero a terra. La figura che concluse la danza vedeva Upyr genuflesso a terra, dinanzi a Lilith eretta con il braccio a tenere la spada in alto. Sulla punta dell’arma il Tarocco, trafitto. In quel momento la musica terminò con un gran colpo di cassa e timpani. La folla esplose in un applauso fragoroso.

 

Alle luci dell’alba, in un giorno qualsiasi, alle porte di Prime si presenta Ryan Rhadamantys.

Avventuriero in cerca di lavoro, per un caso fortunato si ritrova al servizio di uno dei più vecchi e influenti senatori dell’Impero degli Uomini.

Gli eventi evolvono rapidamente e in maniera inaspettata: nel giro di pochi giorni si ritrova invischiato nelle trame che vedono sul piatto della bilancia le forze che lottano per il predominio.

Viaggi, duelli, imboscate, fughe: il giovane viaggiatore dal passato ambiguo viaggerà da un capo all’altro del continente, dapprima vittima degli eventi e infine sempre più protagonista.

Attorno a lui si intrecciano le vite di Lilith, del Senatore Sirio, dell’Imperatore Aeon Prime, di Lord Upyr, la Famiglia Kallispar e molti altri. Sullo sfondo, la presenza del Re Cervo e un’ancora più oscura e sconosciuta minaccia che incombe sul destino di ciascuno di loro.

Le Arpie

« Guardate, miei cari, chi ci onora oggi della sua presenza!» squittì Lady Priscilla, con una nota incrinata nella voce.

Tutti gli sguardi si volsero sul giovane che ormai era arrivato al loro cospetto. Mise le mani dietro la schiena, intrecciandovi le dita. Si lasciò cadere in un profondo inchino e salutò.

« Porgo i miei omaggi a tutte voi, nobili donne di Kallispar, e un saluto a tutti voi, nobili uomini di Kallispar.»

« Deliziosamente grezzo » fu il commento di Lady Lucrezie, da dietro un ventaglio tempestato di smeraldi che avrebbe dovuto forse celare le sue parole.

Lady Larissa si levò con sinistra leggiadria. Il suo fisico sinuoso glielo permetteva, i lunghi capelli neri e lisci come seta si muovevano di vita propria. Gli passò accanto, prendendolo sottobraccio con una dolcezza inattesa.

« Suvvia, Lucrezie, è pur sempre il salvatore della nostra principessa e futura Signora di Kallispar. Non è di certo avvezzo alle nostre usanze e raffinatezze, vero?»

Ryan, a fatica, nascose il ribrezzo che gli comunicava quel tocco. Forse tra le quattro lei era la pericolosa, almeno a livello fisico. Sebbene il contatto fosse dolce, l’avventuriero era in grado di distinguere un fisico allenato e uno no. Lady Larissa, dietro quella sua algida ieraticità, era tonica e dotata di una muscolatura guizzante.

« È certamente così» rispose lui, con un breve cenno del capo.

Poi i suoi occhi vennero catturati da quelli di Lady Sofia, assisa su uno scranno imbottito e sontuoso, che lo guardava con uno sguardo gentile, ma sotto sotto era evidente una curiosità quasi morbosa.

« State bene, ser Ryan ? Vedo una traccia di stanchezza sul vostro volto. »

La partita era iniziata e lui si trovava già a giocare in difesa. Si affidò al pensiero che il buon senatore, lontano a Prime, lo potesse ispirare con la sua saggezza.

« Temo di non essermi ancora ripreso dal mio precedente acciacco. Sebbene tornato in forze, il gelo del lago è ancora dentro, da qualche parte.»

« Oh, povero» gemette Lady Priscilla, volgendosi alle altre con sguardo carico di significato. « Speriamo che questo gelo non vi abbia compromesso il fisico» commentò Lady Larissa, accompagnandolo con dolce fermezza presso un divanetto a due posti ove sedettero, serviti di tartine e bevande da un valletto.

« Sarebbe un vero peccato» concluse lei, scoccandogli uno sguardo terribile. Sembrava capace di divorarlo con gli occhi. E non solo.

 

L’autore

Jordan River, al secolo Alberto Carli, scrive racconti da quando ha preso in mano una matita e una penna. Un carattere difficile, l’immensa capacità di incasinarsi da solo e la passione per la scrittura lo portano a proporsi come Autore alla Dark Zone.

Il sodalizio con Francesca Pace nasce spontaneo e due anni fa esce il suo primo romanzo, Daanan – Il Destino degli Uomini.

Attualmente gestisce un sito su trustlozio.netsons.org e cerca di sostenere chi, come lui, è appassionato di scrittura e lavora nel mondo della piccola e media editoria.

Crepuscolo Dorato

Il sole tagliava la radura con raggi che filtravano tra le fronde fitte e rigogliose, illuminando le spalle di colui che lo aveva preso in consegna, una silhouette nera dalle dimensioni gigantesche. La prima cosa che riuscì a mettere a fuoco fu il volto di un vecchio, dalla barba a punta che scendeva sin sotto il collo, folta e ordinata, con alcuni anellini di legno. Il capo era calvo, restavano solo lunghe basette. Il naso era importante, labbra sottili, zigomi e arcata sopraccigliare sporgenti. I suoi occhi verdi erano due pozzi rugosi e vivi. Esprimevano una saggezza infinita, che si perdeva nelle nebbie del tempo, la capacità di penetrare l’animo come nessun altro. Occhi antichi, con un velo di gentilezza.

Poi lo sguardo di Laris mise a fuoco il resto del corpo del vecchio e trasalì, restando a bocca aperta. Aveva due spalle possenti e muscolose, le braccia erano abbandonate lungo fianchi poderosi e percorsi da nervi guizzanti. Dalla cintola in giù, spariva tutto ciò che poteva identificarlo come uomo. Aveva il corpo di un cavallo, dal manto nero come la notte : era alto due metri al garrese, forse di più. Le zampe terminavano in grossi zoccoli ricoperti dalla tipica peluria dei palafreni delle zone nordiche. Una folta coda frustava l’aria, dietro di lui.

Laris comprese in quell’istante che si trovava al cospetto di un leggendario centauro, una delle creature mitiche che avevano popolato le favole e i racconti dei veterani dei tempi passati e delle nonne attorno ai fuochi.

 

Secondo voi potete perdervi questi capolavori?

 

Review party “La piccola farmacia letteraria” di Elena Molini, Mondadori. A cura di Francesca Giovannetti

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Una storia a lieto fine già nota agli amanti della lettura. Elena Molini, fondatrice della Piccola Farmacia Letteraria, racchiude in uno splendido romanzo la nascita della sua libreria.

In un momento in cui le librerie abbassano le saracinesche, faticando nel sostenere le spese, Elena Molini consegna tutto il potere ai libri, che si aggiudicano una schiacciante vittoria sull’andamento del mercato attuale.

Il libro come medicina, come compagno, aiutante e amico nei momenti difficili. Entrando nella Piccola Farmacia Letteraria non aspettatevi la suddivisione per autore o ordine alfabetico; i libri vengono raggruppati a secondo del messaggio che inviano.

Soltanto un’appassionata lettrice può arrivare a una conoscenza così intima del libro, una donna profondamente intrisa di amore per la lettura da andare oltre alla catalogazione per genere. Elena Molini ci ha ridonato il senso “primitivo” del libro come cura dell’anima e per questo dobbiamo esserle, tutti, profondamente grati.

La libreria torna ad essere un luogo di incontro, di ascolto e di scambio: un’atmosfera magica.  Chi ha la fortuna di vivere a Firenze non dovrebbe perdersi questo spettacolo di umanità.

Con questo non è mia intenzione scagliarmi contro il commercio on-line, additando il colosso considerato il mostro dell’ e-commerce e il motivo è semplice, direi semplice quasi in maniera imbarazzante.

La Piccola Farmacia Letteraria è unica.

E non tutti abbiamo l’occasione di visitarla e perderci dentro tanta bellezza.

Molti di noi devono accontentarsi solo di sentirne parlare, vivendo in luoghi dove hai bisogno di un’auto per raggiungere una rivendita…e quando arrivi, speranzoso in un consiglio libresco, può accadere di trovarti davanti un personale efficiente e volenteroso, ma che è più incline ad “appiopparti” il libro in classifica piuttosto che ad ascoltarti. Accade, non prendiamoci in giro…e la spessa autrice ne parla, raccontando la propria esperienza come addetta in una grande catena.

Quindi ben venga internet, la possibilità di leggere recensioni, scambiare opinioni, scovare quel titolo poco conosciuto che magari sta aspettando proprio noi…anzi …è scritto proprio per noi, è quello di cui abbiano bisogno! Elena Molini è unica e nell’attesa di una “piccola farmacia” anche vicino a noi, troviamo una cura alternativa.

Se dovessi scegliere una sola parola per descrivere non la libreria, ma il libro “La piccola farmacia letteraria” userei : SPERANZA.

Perché è questo il messaggio che mi ha lasciato.

Una rivoluzione intelligente dà sempre buoni frutti ed Elena Molini ha rivoluzionato il mondo editoriale, togliendo il profitto dal centro per riconsegnarlo al legittimo proprietario: il libro.

Scritto in maniera frizzante e ironica, l’autrice ripercorre le tappe fino al risultato finale. La protagonista del romanzo si chiama Blu, una giovane e testarda libraia nel cuore, che lotta per realizzare il suo sogno.

Ci piace pensare che ci sia tanto dell’autrice in questo personaggio di straordinaria persona comune, con una vita e un girovita non perfetti, ma unici come la sua libreria. Una storia che racconta di sogni e incubi, di speranze attese e deluse, di amore e di solidarietà femminile, di amicizia che nascono e qualche volta inciampano.

Ma una storia che soprattutto racconta di libri, amati, compresi, vivi.

Uno stile e un ritmo che fanno scintille, pagina dopo pagina; questo romanzo fa ridere e commuovere, presenta tanti casi umani e almeno una volta ci fa dire “Ecco, questa sono io…”

Assolutamente da leggere.

Anche se avrei un’ultima domanda per l’autrice… potrei leggere il bugiardino di questo libro?

Grazie!

Review party “La donna con il kimono bianco” di Ana Johns. A cura di Alessandra Micheli

 

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Quando sei qui con me questa stanza non ha più pareti

Ma alberi, Alberi infiniti

Quando sei qui vicino a me questo soffitto viola

No, non esiste più

Io vedo il cielo sopra noi

Che restiamo qui, abbandonati

Come se non ci fosse più, niente, più niente al mondo

Suona un’armonica, m i sembra un organo

Che vibra per te e per me, su nell’immensità del cielo

Suona un’armonica Mi sembra un organo

Che vibra per te e per me

Su nell’immensità del cielo

Per te e per me

Gino Paoli

Quando ho iniziato a leggere questo libro l’ho subito assicurato a questa stupenda canzone di Gino Paoli.

La conoscete vero?

È un testo molto particolare, degno di riverita attenzione, degno di esser salutato con una lacrima.

Degna di essere accarezzata da una riflessione sul nostro modo assurdo di catalogare tutto.

Famiglia, patria, amore.

Desideri sogni.

Tutto inscatolato in rigidi termini che rendono emozioni uniche e a tratti magiche cosi stantie e polverose.

Che relegano il nostro libero arbitrio nel mondo illusorio dell’immaginazione.

Perché se noi limitiamo le sensazioni a un concetto, un termine che le definisca prima o poi le costringiamo a indossare il vestito scomodo dello stereotipi.

E cosi l’amore che unisce ciò che è stato un giorno diviso da un dio crudele o beffardo.

Cosi la famiglia che è immagine della perfezione imperfetta del cielo con le sue diverse sfumature.

Cosi la fratellanza che è tutto ciò che si pone come nemesi della guerra disgregatrice. Un fratello unisce.

Un fratello è immagine del tuo io e tramite la sua osservazione (osservare non semplicemente vedere) ritrovi linee sconosciute del tuo remoto volto.

E allora grazie alla fratellanza non ci possono essere caste, limitazioni, razze ne antagonisti.

Cosi come tramite l’amore le cesure create dalle convenzioni sociali si annullano.

Non esistono, spariscono e si dissolvono tornando a far parte del regno degli incubi.

Cosi ci racconta Gino Paoli.

Cosi ci racconta il bellissimo commovente libro la donna dal kimono bianco. Cosi come nel cielo in una stanza le differenze sociali, le differenti scelte si annichiliscono e la stanza quella viola quella del peccato svanisce, i confini tra dominatore e dominato, tra invasore e vittima, scompaiono.

Esistono solo due anime che si riconoscono perché fanno parte della stessa famiglia, quella umana.

E nonostante le difficoltà, nonostante una tradizione che diviene, nel libro ingombrante e obsoleta, loro si amano.

E l’amore dona il coraggio a questa piccola grande donna, Naoko.

Piccola perché cosi fragile di fronte alla scoperta che l’amore è davvero la potenza maggiore, la magia arcana ricercata da tanti studiosi e filosofi, quella che è un grado di gettare millenni di costrizioni, di leggende e di usanze al vento e guardare soltanto l’altro cosi come va guardato, con compassione e empatia.

Grande perché buttando all’aria ogni altro fittizio legame si scontra con la parte meno nobile di ogni civiltà, quella che definisce, esclude, elimina tutto ciò che è altro e imperfetto.

Sia l’America che il Giappone, in questo meraviglioso libro soffrono di senso costante di inferiorità.

L’America perché rinnega la sua composita storia, fatta di mille piccole diverse realtà sociali e cultuali.

E cosi cerca di primeggiare, di distinguersi di trovare un vero autentico senso della nazione americana.

Invece di aprirsi all’altro usando quella immensa incredibile fortuna che ha: essere un fantasmagorico, colorato mosaico.

L’America è il sogno del melting pot, dell’uomo che supera se stesso e le convenzioni sociali.

Della libertà e del rispetto.

Della volontà di creare un esperimento completamente altero.

Il Giappone a sua volta, soffre perché vuole dimostrare che moderno e tradizione possono coesistere.

Ambisce a camminare accanto alle maggiore potenze e prendere tutto ciò che pensa di meritarsi.

E compie questo salto in modo marziale, rigido, pensando che se onora gli antenati e tutti i piccoli precisi rituali, lo spirito la premierà donandole il posto che le spetta sullo scacchiere internazionale.

Il Giappone del 1957 ha però anche paura. Pura del mostro americano, capace di far crollare ogni tradizione perché non capace di averne una propria.

Capace di rimettere in discussione ogni valore, con la forza caotica e anarchica del libero pensiero e dell’immaginazione.

L’America va veloce laddove il Giappone cammina lento.

E ha paura di quegli occhi azzurri, simbolo di un cielo che si squarciò all’improvviso con un lampo, lasciando cenere, detriti e morte.

Per il giapponese di quel tempo l’America è solo morte.

Oramai lo ha incastrato nel concetto e non ha intenzione di abbassare le barriere.

Due civiltà che invece di abbracciarsi e leccarsi vicendevolmente le ferite, si continuano a combattere con l’orrore della parola.

L’amore ha sfidato tutto questo.

Messo a rischio la difesa e il concetto di nemico.

Sono nati bambini misti, anche se questo misto aveva il suono stridente dell’orrore e della minaccia.

Ogni vagito un inno alla fratellanza.

Ogni inno doveva essere taciuto.

Naoko ha il coraggio di vedere ogni lato oscuro, comprenderlo e dire no. Ed è grazie a un amore che sorpassa non solo le leggi umane ma anche fisiche, che il filo rosso del destino non resta mai ingarbugliato.

E che unisce queste storie oramai lontane, eppure oggi cosi vicine a noi ci insegnano a lasciar andare tutto.

A diventare nudi come nel paradiso dell’eden e abbracciarsi senza più le maschere pirandelliane. E cosi una stanza che deve essere viola per definizione dei benpensanti, diviene solo un cielo immenso, dove alberi suonano come violini.

Per i due amanti.

Per chi ha paura di non portare maschere, per tutti quelli che alla differenze non ci hanno mai dato credito.

Per me che ho letto e mi sono emozionata.

E per te lettore, oggi cosi ricco di termini, di concetti, di slogan, ma cosi privo di amore.