Er ritorno de Pasquino presenta “Stavamo mejo quanno stavamo peggio”

 

T’ha ricordi roma Pasquino mio?

Quant’era bella!

Annavamo n’giro pe li vicoli pieni de storia, immersi ner profumo della ruta e der mughetto, de Ninetta bella affacciata ar barcone.

Era li rosea e rubiconda che cantava e cantava.

Mo se vai n’giro ar massimo senti l’odore dello smog e d’ha monnezza. E mica ce stanno li stornelli che risuoneno dar vicolo, quelli irriverenti che rasserenavano l’animo e perché no, te davano quel senso de ribellione che ce faceva sentì omini.

Mo se sentimo solo stronzi.

Mo trovi le facce sconfitte, quelle rassegnate, che ripeteno solo sto mantra

se stava bene, quanno se stava peggio!”

E sai che significa Pasquì?

Che la gente nun s’è rotta li cojoni.

Macchè.

La gente ha perso proprio a speranza.

Nun ce crede più alla favola della comunità. Alla fiaba dell’evoluzione e der progresso.

Je damo torto?

Ndo cazzo lo trovi sto progresso?

Negli sbarchi compiaciuti de poveri cristi, accolti da chi co loro se nutre che manco Nosferatu. E sta co la panza piena e er sangue sulle mano a di cazzate alla Leopolda e pensa che semo cosi stronzi che ce ponno incula co le belle parole, co li cortei de pori deficenti invasati, convinti che stanno a salva l’umanità.

E invece ognuno se salva er culo suo.

E poi basta na sarciccia alla festa dell’unità no?

Magari se sei scrittore te fanno presentà pure er libro de cazzate tue, basta che sostieni la menzogna a scapito della patria tua e dell’umanità intera, che more ogni volta che na ferita egoistica viene inflitta al core suo.

Na parola de solidarietà e uno sti cazzi ar prossimo e annamo a balla la danza dell’ipocrisia allegri e salvati.

Ma nun se salva n’cazzo.

E che ne dimo de chi tronfio e satollo, urla oh regà salvamo l’italia e mettemo un muro ai confini.

Che mettemo?

Un muro a che?

Se manco sapemo che so sti confini perché a noi dell’italia non ce ne frega un cazzo e n’ce ne mai fregato un cazzo.

A patto che non giochi a calcio.

Poi certo se m’ho dici spaparanzato nella Jacuzi, mentre investi nelle imprese che fottono la gente e che sfruttano l’altri sei credibile come il lupo travestito da pecora.

E chi urla scandalo e rispettate l’italiani, mentre se fa li cazzi sua co li sordi nostri. Però a loro l’immigrato je piace.

Specie se ventenne e bona.

Ndo sta er progresso?

Nei nostri figli vilipesi, violentati, sfruttati, resi rincojoniti dalla Tv che te atrofizza er cervello co li Reality non più reality ma realtà.

Come disse er più grande paraculo del nuovo millennio

Non è un reality questa è la realtà.

Benvenuti nel mondo de Orwell dove n’se pensa, n’se lotta, n’se spera.

Perché chi spera lotta.

Chi spera sogna e se sogna lo cambia sta merda de mondo.

Vedi n’tempo n’ciavevamo un cazzo.

I nonni, manco la libbertà, ne li diritti.

Non avevamo il voto né la serenità.

Ce stavano le bombe e il pericolo costante de perde la vita.

E forse pe quello l’amavano.

Oh se l’amavano.

Cosi tanto che ce se attaccavano co l’unghie e co li denti.

C’avevamo un futuro.

La possibilità di un futuro.

Che un giorno se saremmo sollevati e avremmo dato un nuovo colore all’orizzonte.

Che i figli nostri avrebbero morso la vita, si sarebbero realizzati.

Avrebbero dato un calcio in culo alle nostre insane ideologie e colorato l’italia di altri brillanti colori.

E per sto sogno che lottammo.

Fino a sacrificà la vita.

A me oggi quei morti me pesano.

Me pesano le immagini che vedo.

Me pesano ste facce rassegnate.

Me pesa sta politica che tradisce il patto cor cittadino.

Che se ne frega e litiga tra loro pe un pezzo de carne.

A noi ce lasciano l’osso.

Mo tutto scontato.

Er voto, er diritto, la libbertà, la salute.

A possibilità de studià.

De dire NO

Se la semo giocata male, Pasquì, sta possibilità.

Semo stati noi a buttalla ar cesso e tirà la catena.

E manco lo volemo ammette.

E’ altro, l’invasore, lo straniero.

Sai che te dico?

Oggi me so rotta de pensà.

Me ne vado a casa a ubriacamme de stronzate.

Risvegliame Pasqui, quando qualcuno arzerà a testa.

Magari però, se rivedemio domani, e ricominciamo a fa casino.

In fondo a st’orizzonte armeno noi ce credemo no?

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Er ritorno de Pasquino presenta: Ridatece zi Prete.

 

Ve ricordate Sanremo der 1994?

Tanto ‘nce credo che nessuno de voi lo vedeva.

Non fate i furbi.

‘Mbe, quell’anno ce furono una serie de cantanti la squadra italiana.

Erano vecchie glorie: Wilma Goich, Nilla Pizzi e tanti artri.

Noi li pijavamo un po’ per culo visto che er più giovane era Lando Fiorini.

Eppure…

Niente da fa’, ‘sta canzone toccava corde segrete der core.

Alla fine pure io, Pasquino, un po’ d’animo patriota ce l’ho.

Me stanno sur cazzo i potenti, i furbi, gli ipocriti, ma a ‘sto paese affacciato sur mare, tra le montagne, fatto de anime semplici, de geni e de letterati, ‘n po’ ce credo.

Tra quelle carampane spiccava Lando.

Ovvio, so’ romano e so’ stato allattato dalla Lupa.

E Lando è e resta Roma.

Anche se oggi suona Cento campane da lassù.

E proprio a Lando nostro fu affidata ‘na frase storica:

Terra di santi e poeti de’ troppi mafiosi e pochissimi preti.

‘Sta frase detta proprio da te faceva effetto, Lando mio.

Tu sei romano, sai quanto avemo faticato a mandà via lo zi’ prete.

Bastava ‘na frase e toccava passà da Mastro Titta.

Eppure rimpiangi che ce so pochi preti.

E sai che te dico?

lo rimpiango pure io

Se semo torti er Papa per cadè nelle mano zozze de Buzzi e Carminati, dei politici che magnano ingrassando come maiali, e noi qua a chiedece: “Ma li cazzi nostri mai?”

E’ vero Lando mio, e tu da lassù lo vedi,

Questa è ‘na terra de santi e poeti, ma ce stannno troppi mafiosi e tanti li votamo allegri e felici.

Semo mafiosi dentro ogni volta che vortamo la faccia pe’ non guarda’ l’ingiustizia. Ogni vorta che accettamo un compromesso.

Ogni volta che di fronte al male stamo zitti.

Forse ce rivole lo zi’ prete, almeno lui da un dio veniva castigato.

Qua me pare che più rubi, più Montecitorio apre le porte e li ricandida belli puliti che manco la Rapida Servizi.

Ecco, Lando mio, chiedi scusa a Papa Pio IX, forse c’aveva ragione lui.

A furia de lotta’ pe’ la libertà se semo scordati che cazzo è.

 Te ‘nce poi aiuta’ da lassù a ricordalla?

 

Note.

Rapida servizi è un’impresa di pulizie romana

 

 

Er ritorno de Pasquino. Caro Salvini te scrivo.

 

Carissimo Salvini.

E sì è vero.

Se potrebbe risparmià rimandando i clandestini in carcere a scontà la pena ner paese loro.

Se potrebbè risparmià però pure in altri modi.

Te ne elenco quarcheduno.

Ve potreste dimezzà lo stipendio.

Nte piace st’idea vè?

Senti st’altra.

Ve tojete tutti i benefici.

Le auto blu, per esempio.

Tanto che ce fate?

Ce stanno i treni, l’autobus, i taxy.

Del resto nun state sempre a farfuglià che dovemo mette n’moto l’economia?

Che dovemò evità st’inquinamento che ce rende neri neri li polmoni?

E pure le doppie cariche.

Del resto io lo dico pe voi.

Già fa il professionale co una sola ve crea ansia, due o più ve rincojoniscono del tutto.

E poi i barbieri, i ristoranti, le cure mediche.

Insomma ste idee tanto populiste che ve piaceno, che ve appuntate co orgoglio sul bavero della giacchetta, tanto radical chic, rendetele vive.

Fatela davvero vostra sta propaganda del prima l’italiani.

Perché finora noi stamno a vede solo viva la realtà del “prima i paraculi“.

E poi ammazzamo un po’ sti sprechi.

Gli appalti fasulli, i magna magna sulle concessioni, il clientelismo, la bustarella, la raccomandazione e sti conflitti de interessi che tanto svalutano quelle du leggi che, co fatica, tirate fori dal cilindro.

Che il mal de testa pe ragionà tanto sull’ovvio che ne valga almeno la pena.

Perché poi il popolo cattivo, quando vede sta legge bella fresca partorita da voi geni, mentre nella vita vostra fate altro, se incazza e ve insurta.

E me dispiace tanto vede che ve sputano.

La vita vostra è sacra e se vuoi votate che so, la legge per rende sicura la famiglia tradizionale e poi avete sette moji, ottantacinque divorzi, oppure mettete la legge civile o penale del falso in bilancio e poi siete azionisti de na banca che del falso fa la sua ragione de vita, so cose vostre.

Ma pe la gente maligna fate la conta de chi vince in paraculage.

Se poi obbligate a gente in cassa integrazione a nun fa du lavori e voi invece siete imprenditori, politici, showman, ricercatori, giocolieri, surfisti, beh un po’ se sentimo presi per il culo.

Specie se poi dovete decide chi deve paga le tasse e voi avete le offshore i prestanome.

E specie se poi la legge aggredisce li interessi dell’altri.

Dell’altri eh mica dei vostri.

La poltrona è sacra e ce lo capisco pure Mattè.

E’ che la gente è malfidata e poi pensa che, siccome siete imprenditori, collusi, indagati, le leggi ve le fate un pò pe cazzi vostra.

Insomma come andà al gay pride con apertura mentale però indossando le mutande rinforzate.

Fa strano eh.

E poi dite no alla speculazione e poi fate fallì le banche de babbo vostro.

E sai come se combatte la speculazione finanziaria?

Co la Tobin Tax.

Se n’sai che è chiamame te lo spiego io

Però poi me sovviene un dubbio.

Se l’applichi i tuoi alleati, il pd e quasi mezzo Montecitorio, vanno a aumentà la disoccupazione

Me sa che nse po’ fa

Te capisco Mattè.

Na bella gatta da pelà

E poi ma dimoselo .

Voi mette una bella propaganda populista che identifica il nemico, facendoci scordare che il vero nemico siamo noi stessi?

Siamo noi italiani che dei diritti, della nostra storia, nce frega proprio un cazzo.

E lo vedo quando ancora ve vanno dietro, quando ancora so cosi masochisti da credere a chi promette l’immediato, a chi promette la fantasia de mille posti de lavoro sorti come lumache dopo er temporale, all’aumento de pensioni co na bacchetta magica che Harry Potter levete proprio.

Che fa sua il mantra nato al tempo della DC ” non mi interessa se rubano, basta che sto bene pure io“.

Certo.

Io pure se devo fa custodì i sordi miei vado a chiedè alla banda della Magliana.

Ecco cosa succede.

 Tutta la nostra storia, i nostri eroi, quelli che per l’esperimento della repubblica romana del 1848 so morti, sono belli che dimenticati, in favore di una finta democrazia che ce sta a ammazzare non solo il paese ma la nostra cultura, che ci sorride triste piena di sangue lacera e dimenticata.

Il senso civile, rivà conquistato.

E forse lo dovemo riperdere del tutto per ritrovarlo

Quindi fidate so solidale. E te capisco appieno.

Come dice la Ferilli’

Ce piace tanto chiacchierà.

Move er culo è n’altro paio de maniche però

 

Er ritorno de Pasquino. Italia e italiani

 

Era er 1961 quanno Massimetto D’Azeglio se ne usci co sta frase celebre

Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani”.

Er grande statista voleva dì che sebbene unita geograficamente l’italia era divisa da mille dialetti, culture diverse, lingue e dialetti.

E regioni erano geograficamente vicine ma distanti anni luce dai valori.

Erano stessi esseri umani divisi da una grande diffidenza.

Allora i padri de a nazione, se dissero “mbe mo che famo? li lasciamo sta così tanto nce credemo manco noi a st’esperimento, ce serve solo per fasse l’affaracci nostri”

D’

D’Azelio nce stava.

Voleva unità che potesse resistè a tanti cambiamenti, alle crisi de valori che sapeva sarebbero venute prima o poi.

Voleva falla resiste di fronte al vero nemico, quer potere senza etica che quel Macchiavelli aveva instillato nelle capocce.

Certo l’italia non fu facile da creare.

Dovevi combattè co le idee der Congresso de Vienna che mica la voleva una innovazione.

Voleva che tutto restasse com’era.

Del resto se recuperavano le condizioni che esistevano prima che quell’impunito de Napoleone mettesse tanti grilli n’testa alla gente.

E che sa fa cosi Napoleò?

Che se dice alla gente che è matura abbastanza pe decide da sola?

Che se po’ staccare da babbo sovrano, da zio papa per decide da solo er destino suo, le leggi sue e come vole esercitare sta tanto decantata libertà?

A Napoleò noi ciavemo da fa, dovevamo pensa a sopravvive, a guadagnacce er pane, e se pe fallo tocca di de si, chinà la testa e da pure e didietro lo si fa.

Se tocca appoggiare er clientelismo, la corruzione, se tocca fa la spia e andà a messa lo famo.

Basta che ce scappa un aiutino.

Mica pe noi.

Poi ci stanno quelli che alla fine dell’interessi loro proprio nun je frega.

Pensano a na cosa strana, se chiama bene supremo o volontà generale.

Pare che certi penseno che non conta il singolo ma la comunità, perché se un ramo singolo se spezza na fascina de rami è cosi forte che manco mi zio che cià le manone lo rompe.

Furono questi che se fecero potatori delle istanze der popolo

Ma chi l’aveva chiesto?

Certo significava fa da muro contro l’interessi de pochi.

Magari votare.

Pure noi donne potevamo dì la nostra.

Magari il latifondo diventava meno un servilismo.

E magari se costringneva il padrone a pensare in sinergia e non più co na logica de sfruttamento.

Sinergia bella parola.

Evocava la cooperazione, evocava un bel sogno, uno stato in cui ognuno era unito da legami profondi, se sentiva parte de quarcosa, se sentiva che il singolo contava in quanto si singolo, ma inserito un una specie de mosaico.

E nel mosaico tutti i pezzi so importanti mica solo uno.

E ognuno è bello nella sua diversità

Eppure io oggi Massimè nun la vedo sta sinergia.

Io vedo lotte tra nord e sud, tra quartieri e persino tra condomini.

Tra poracci che se litigano un pezzo de pane.

Masimè, so cent’anni che aspettamo.

So cent’anni che se stamo a pija li sputi nell’occhi.

Che dici sarà ora de falli sti cazzo de italiani?

 

 

 

Dedicata a Roma, Pasquino e mio padre

Nuova Rubrica per il blog “Er ritorno de Pasquino”

 

Presto Verrà inaugurata nel blog una nuova rubrica “Il ritorno de Pasquino”.

Chi era Pasquino?

Pasquino è la più celebre statua parlante di Roma, divenuta figura caratteristica della città fra il XVI ed il XIX secolo un frammento di un opera, probabilmente risalente III secolo a.C., danneggiata nel volto e mutilata degli arti, rappresentante forse un guerriero greco oppure un gruppo di due guerrieri, l’uno che sorregge l’altro.

Ai piedi della statua, o al collo o, si appendevano nella notte fogli contenenti satire in versi, dirette a pungere anonimamente i personaggi pubblici più importanti.

Erano le cosiddette “pasquinate”, dalle quali emergeva, non senza un certo spirito di sfida, il malumore popolare nei confronti del potere e l’avversione alla corruzione ed all’arroganza dei suoi rappresentanti

Il nostro blog vuole omaggiare lo spirito ironico ma pregno di idealismo dei tanti che si cimentavano nelle pasquinate, perché in tempi di profonda oscurità c’è bisogno di veri rivoluzionari.

E le parole come disse Silvio Pellico fanno più danni delle carceri.

Buona Lettura
Lo staff.