“Ribelle senza causa” di Vincenzo Cantarella, Scatole Parlanti. A cura di Alessandra Micheli

Ribelle senza causa- Vincenzo Cantarella

 

Essere ribelli oggi sembra quasi una sorta di colto passatempo.

Quasi uno status di radical chic, di boriosi intellettualoidi che si beano della loro sapienza e si vantano di una sorta di ozioso rifiuto di chissà cosa.

Si è ribelli contro un sistema che nessuno sa cosa sia, perché troppo fumoso, troppo evanescente, troppo lontano da noi.

In fondo, lo si è attraverso post sui social, sulle foto di libri pomposi su intangramm.

Ribelle è oramai un altro modo per essere allineato con il potere.

Un post moderno che è una medusa tentacolare, che ha infettato tutti e che ha lanciato una ferita purulenta su ogni coscienza.

Anche su chi un tempo aveva grandi ideali.

Su chi mai e poi mai avrebbe ceduto e rinnegato l’ideale.

Cosi quando ho letto Ribelle senza causa, un libro che sentivo di dover leggere, mi sono venute in mente le parole dell’unica canzone di Vasco Rossi che io abbia mai amato, Stupendo.

E mi ricordo chi voleva Al potere la fantasia

Erano giorni di grandi sogni sai

Erano vere anche le utopie

Ma non ricordo se chi c’era Aveva queste queste facce qui

Non mi dire che è proprio così, Non mi dire che son quelli lì…

Però ricordo chi voleva
Un mondo meglio di così
Sì proprio tu che ti fai delle storie ma dai
Cosa vuoi tu più di così

E cosa conta chi perdeva
Le regole sono così
È la vita ed è ora che cresci
Devi prenderla così

Vasco Rossi

Negli apparenti sproloqui del nostro protagonista ho ritrovato un intera generazione, distrutta, demotivata e delusa.

Delusa.

Che parola terribile.

Noi che volevamo davvero cambiare il mondo.

Noi che volevamo non solo criticare e demolire ma proporre un alternativa valida a questa tentacolare medusa.

Noi che aborrivamo la finanza sposata con la politica.

Si noi, ribelli senza causa, innestati in un mondo che no può accettarci, che tanta di sedurci ma che ci rigetta.

Perché troppo alieni, troppo distanti da quel pensiero che si tiene intatto a furia di rammendi.

Oggi, dove pure il dissenso non è che una forma nascosta del consenso, essere rivoluzionari come ci raccomandava un comandante, morto per fortuna ancora puro, incapace di insozzarsi con i segreti oscuri di una politica che aveva venduto l’anima a Mammona, bisogna soltanto chiudere gli occhi.

E accettare di comportarsi nel miglior modo possibile. E cosi quei gironi che come dice Vasco

di grandi sogni

dove erano vere anche le utopie

sono sacrificati per divenire un perfetto yuppies.

Inserito nel sistema e deciso a vendere cara la pelle del popolo facendolo diventare massa.

Deciso a sostituire l’uomo con un suo perfetto clone a cui manca, però il potere decisionale.

Deciso a fermare corrompendo ogni soggetto incapace di diventare ingranaggio di una macchina che macina coscienza per trarne un uomo nuovo, perfetto in ogni occasione interscambiabile e capace di adattarsi.

Un uomo che accetta il futuro deciso a tavolino in cui la crisi non ha fatto che scoperchiare il vaso di pandora delle debolezze, che lungi dall’essere aborrite divengono il consueto e il politicamente corretto.

Uomini finti inseriti in una post modernità glaciale e immutabile, in cui nulla di nuovo o di innovativo, sconvolge la regolare routine del sistema.

Dove le regole:

sono cosi ed è ora che cresci.

E io, come Santi sono incapace di crescere.

Non in quest’Italia che assomiglia sempre di più alla visione post apocalittica di Cantarella. Non in un sistema che mania guadagni sacrificando volti divenuti sempre più indistinti e confusi.

Non in una società che deride chi, seppur nella disillusione più pura, tenta di mantenere intatta la sua etica.

E cosi al pari di Santi mi rifugio in quelle canzoni Rock che promettevano la rottura definitiva di quel muro omertoso di complicità e connivenze e che, invece erano la disperata fuga del folle e del sognatore, in un luogo desolato, dove essere accolto da un portiere di notte che ti prometteva che da quell’hotel non saresti mai più andato via.

Al pari di santi ho sentito sempre di più e lo sento tuttora la mia alienazione, il mio dolore forte di chi non riesce più a avere tra le mani la causa giusta per cui proporre un azione politica.

Ma al contempo troppo abituato ormai a ribellarsi.

E cosi questo libro è dedicato a tutti noi, che usiamo la musica per evadere, per creare il nostro oblio, il nostro Hotel California.

A tutti noi arrivati al bivio della vita a fare i conti con un se stesso che per mantenersi puro ha ricevuto cazzotti in faccia, e mostra quasi con orgoglio i lividi.

A tutti noi ribelli senza causa, eroi romantici catapultati in un mondo distopico eppure cosi tangibile in ogni orrore quotidiano.

Noi che nonostante tutto preferiamo i fantasmi del nostro passato, ai demoni in giacca e cravatta che lanciano slogan pesanti come bombe.

E in questo mare di rassegnazione, forse potremmo essere si giunti all’epilogo finale, meno fulgido di quanto sognavamo, ma con quell’ideale stretto nel pugno, cosi forte da essere colorato con il sangue del nostro disfatto credere.

Racconteranno che adesso è più facile

che la giustizia si rafforzerà

che la ragione è servire il più forte

e un calcio in culo all’umanità

Ditemi ora se tutto è mutevole

se il criminale fu chi assassinò

poi l’interesse così prepotente che conta solo chi più sterminò

Romba il potere che detta le regole

cade la voce della libertà

mentre sui conti dei lupi economici

non resta il sangue di chi pagherà

Tutto si perde in un suono di missili

mentre altri spari risuonano già

sopra alle strade viaggiate dai deboli

la nostra guerra non si spegnerà

E torneranno a parlarci di lacrime dei risultati della povertà

delle tangenti e dei boss tutti liberi

di un’altra bomba scoppiata in città

Spero soltanto di stare tra gli uomini

che l’ignoranza non la spunterà

che smetteremo di essere complici

che cambieremo chi deciderà

Pierangelo Bertoli

“Il soffitto di cristallo” di Gianni Perrelli, Di Renzo editore. A cura di Alessandra Micheli

Il soffitto di cristallo- Gianni Perelli

 

Sono sempre stata refrattaria alle definizioni.

Le odiavo e scappavo da esse come se fossero demoni a rincorrermi.

E una di quelle più aborrite era Intellettuale.

Cosa significava?

Che ero un gradino sopra gli altri?

Intellettuale per me era una parola abusata, inutile.

Tutti noi ci basiamo sull’intelletto e tentiamo, in questa strana vita, di orientarci al meglio, pensando, riflettendo, raccogliendo dati e proponendo teorie.

Per ogni cosa specie riguardante il nostro ambiente.

Che non è solo quello geografico o simbolico ma, sopratutto, politico.

E la politica, volenti o nolenti, ci invade ogni anfratto dell’anima e dell’organismo.

Siamo decisi a creare uno stato, con un territorio, un popolo, un’autorità decisionale espressa nei modi più consoni alla nostra cultura.

E cosi abbiamo il mondo della rappresentanza, laddove si compie il miracolo più impensato: Signora sovranità passa dalla mani del popolo a quelle del suo delegato che, resterà tale, finché sceglierà saggiamente di immergersi nella Maat cosmica e trarne le giuste leggi perché armonia regni.

Sognatrice?

Non direi.

Diciamo che sul senso politico della democrazia ho passato giorni interi a riflettere.

Mentre le mie coetanee guardavano, annichilendo il pensiero non è la RAI, girotondo di apparenza, predecessore dei social pieni di carine immagini che oggi funestano il nostro ovattato mondo, io riflettevo su questi temi.

Intellettuale?

Migliore delle altre?

No.

Semplicemente educata all’esercizio della vera libertà: il pensiero.

Un pensiero che crea mondi, universi, valori e stati.

Il pensiero che domina sovrano spingendo i più a indossarlo come una veste di cui andare orgoglioso.

E altri che lo usano indebitamente come arma per sfondare il tetto di cristallo.

Ed eccoci al tema del libro.

Intellettuale oggi è un valore, che ci permette di capire come dietro l’apparenza ci sia un derisorio tentativo di convincerci che la sostanza non serve, che tutto può essere cultura e che possiamo indossare i migliori alibi per non pensare.

Intellettuale è chi, con in mano il libro di Perrelli, inizia coraggiosamente a vedere.

E non solo il trito e ritrito, mi si scusi il sospiro esasperato, tema della parità di diritti, ma la realtà delle nostre situazioni, del nostro essere cittadini, del nostro votare, del nostro sentirci uomini.

Non esistono i pari diritti.

Perché oggi forse non esistono proprio i diritti.

Tutto è un dovere, un io posso, un io devo.

Un apparire.

E per apparire in modo da esistere, significa necessariamente sgomitare.

Oggi non ci sono assolutamente i diritti.

C’è alibi del io posso, io devo essere, io farò.

Non c’è il posso?

Potrei?

Dovrei?

Il diritto è una forma di domanda che nella sua pomposa genesi rimanda a altre domande.

E per rispondere necessariamente dobbiamo rivolgerci all’altro.

Come il diritto alla libera espressione.

Che non significa sparare ogni scoria che ci ronza per una testa non allenata alla differenziazione, ma una caotica fuoriuscita di disordine. Possiamo dire tutto e il contrario di tutto urlando invano il nome della libertà.

E se noi stessi siamo oramai orfani di diritti, il rappresentante non fa altro che cavalcarle l’onda dicendoci le frasi che il nostro disordine brama.

Non una logica analisi della situazione, con tutti i pro e i contro.

Ma slogan, frasi banali che titillano il nostro uomo qualunque sdoganato in questo secolo confuso.

Il soffitto di cristallo viene distrutto.

Da una donna.

Una portatrice di ideali nata in senso a una borghesia aliena dal contato sociale del popolo.

Che non considerato, non compreso, non individuato e nominato, diviene massa.

E la massa, si sa è ben controllabile.

Una forza caotica da usare a proprio piacimento, a cui elargire briciole. Una forza che è lo specchio distorto della nostra carenza interiore.

Non crediamo più alla politica.

Ne alla sua necessità primaria, ossia permettere la libera crescita e la possibilità equa di sviluppare talenti.

E non solo di soddisfare bisogni.

L’entità politica si rese necessaria per un evoluzione del concetto di solidarietà del clan, in un ottica più grande, più globalizzata.

La città doveva divenire quello che era la piccola comunità: luogo di incontro, scontro mai violento, dialettica e possibilità, tramite questo diritto alla discussione, a trovare la forma migliore per far prosperare tutti.

Per dare una possibilità al futuro, perché gli ideali non divenissero ideologie, perché l’umo non diventasse anonimo o qualunque.

Perché ognuno all’interno dell’agorà si sentisse libero.

Era il sogno del perfetto mosaico, laddove ogni parte di un disegno era importante sia nel tutto che nel singolo elemento.

Ogni elemento era uno schizzo di pittura che assieme agli altri trovava la sua collocazione, il suo senso il suo obiettivo.

Qualcosa non è andato.

La libertà non ci è piaciuta.

Mano a mano abbiamo perso il gusto della decisione e ci siamo orientati verso il fallace sussurro di Mammona.

L’apparenza, il sedersi aspettando un miracolo dall’alto, la suadente forza dello slogan e della faciloneria, il togliersi il pesante fardello dell’ideale e dell’impregno.

Oggi il patto è stato sancito.

E la libertà di decisione è stata uccisa.

Nessuno sa chi è il malevolo criminale che ha materialmente compiuto lo sfarcelo.

Forse il politico deciso a sfondare quel tetto di cristallo.

Forse noi stessi che desideravamo qualcuno che lo sfondasse.

Forse la crisi che ha cercato di gabbarci creando non politici ma burattini protagonisti di una commedia alla De Filippo.

E cosi il libro diviene satira politica sociale.

Perrelli racconta ogni nostro dramma con penna feroce e incalzante.

Non ci risparmia descrizioni accurate di cosa siamo noi oggi.

Ne risparmia le accuse verso i sognatori, rei di aver sognato e di aver perduto lo slancio iniziale.

L’idealista un novello martire messo da parte dagli oscuri sotterfugi di una politica che si era stufata di essere coerente.

I soldi erano come melassa capace di appiccicarsi alle mani e era impossibile sottrattosi alla sua malia.

Una donna che tentava di dare un senso alla sua soddisfacente vita, ma cosi fredda e anonima da costringerla ad abbracciare l’ideale non tanto marxista, quanto sociale della sinistra.

Una donna che, appunto perché fortunata, aveva il sommo dovere di elargire a suo modo la stessa fortuna alle periferia non solo cittadine ma del mondo.

E che credeva di poterlo fare in politica.

Uomini che fingono un dibattito e che in realtà si abbracciamo finita la diretta TV, concordi che in fondo è meglio fregarlo quel popolo involontariamente costituitosi in massa.

Io so il valore della politica.

Per quanto disgustata, arrabbiata, delusa al pari di Paolo non sono mai riuscita a diventare una Livia.

Eppure la amo ancora la politica.

Amo le sue infinite possibilità.

Amo quella sua fragilità quella sua innocenza insozzata dai desideri egoistici.

Amo ciò che è stata e amo ciò che poteva essere.

Nonostante tutto continuo a credere che il sistema politico democratico possa accontentarsi in un connubio favoloso con l’ansia riformista del comunismo.

Senza divenire dittatura.

Ma non è necessario sfidare la fauci del parlamento per agire.

Non è necessario rischiare di esserne inglobati.

Non è necessario sfidare il tetto di cristallo.

Esso è li per ricordarci i pericoli e i limiti.

Per ricordarci che, sfondarlo, significa ferirsi e cercare a ogni costo un sollievo.

Significa farsi bendare le ferite, causate dagli aguzzi pezzi di vetro, da qualcuno.

Senza immaginare che quel qualcuno userà le suddette ferite per manipolarci.

Il soffitto di cristallo non fatto per chi agli ideali ci crede davvero.

Livia lo capirà.

Paolo lo ha già compreso.

Quello che il lettore invece dovrà comprendere, è quello che si svolge all’esterno dei due protagonisti alla ricerca di un identità perduta: la grottesca recita a nostro discapito.

Quel nostro essere massa usata da interessi altri.

Quel nostro addormentare la coscienza civile con l’iper-tecnologizzazione che ci rapisce in un mondo diverso, in un dimensione totalmente edonistica, lasciando gli sciacalli a dividersi le carcasse. Quello che il lettore dovrà capire è il momento di oggi, fatto di foto di solo godimento e non di schiaffi sul volto.

Di glamour e brillantini e non più di lavoro, sudore e rivendicazioni.

Di virtuale e non più reale.

Quello che il lettore dovrà fare è piangere lacrime di sangue su una libertà rinnegata.

Da parte mia ringrazio l’autore, perché ha risvegliato in me la voglia di fare politica.

Anche attraverso una recensione, uno scritto, un dialogo.

Lo ringrazio perché oggi sono fiera, assurdamente fiera, di essere un intellettuale.

“Le voci dell’autorità” di Marco Purita, 96 Rue de la Fontaine. A cura di Alessandra Micheli

Le voci dell'autorità- Marco Purita

 

E’ bizzarro come certi libri arrivino al momento giusto, proprio quando mi frullano nella mente pensieri specifici.

Ultimamente, in occasione di vari articoli che hanno evidenziato una patologica tendenza societaria, ho iniziato a riflettere sull’iper-tecnolocizzazione del nostro vivere quotidiano.

E non posso non collegarmi alle funeste previsioni del grande Baudrillard, quando in un libro da me amato, leggevo questa profezia auto avveratasi: la televisione ha ucciso la realtà.

E in fondo non è quello che accade oggi?

Il virtuale, lo smartphone, il tablet, i PC sempre più minimal, invadono il nostro mondo sostituendosi all’esperienza diretta.

Non più tattile, non più visiva ma soltanto percettiva.

E noi produciamo continuamente la rappresentazione di una rappresentazione, di un reale che è sempre più irreale, che esiste soltanto nel momento in cui la figura diventa padrona e protagonista.

Ogni esperienza diventa, quindi, immagine.

Persino la lettura, ed è questo il dramma che mi inquieta, diviene soltanto feticcio, mostrato con orgoglio, adornato di orpelli che hanno lo scopo di rappresentarlo e che, ironia della sorte lo annientano.

Se un tempo la foto e la visione dell’oggetto rappresentato veicolavano un messaggio o intendevano creare un effetto dirompente su alcuni valori della società, oggi la foto è anti-messaggio.

Sostituisce cioè la fatica di pensare e diviene essa stessa protagonista.

Non è, dunque, il significato alla base, ma l’immagine che quindi può essere priva di significante.

Come ben sappiamo dagli studi di A Adalbert J. Ames e di Bateson la realtà stessa, ciò che noi vediamo e consideriamo vero, distinto dal mondo fantasioso dell’immaginario, è un prodotto personale del nostro cervello. Tutto diviene quindi relativo e pregno di elementi che appartengono alla semiotica o per dirla alla Pareto, all’universo dei residui illogici.

Ogni nostra visione è dunque costruzione mentale seguita da un atto inconsapevole di arricchimento di idee, valori, ossessioni, paure e sogni.

Nonostante l’esistenza di codici comuni (ci sono elementi che diamo per veri grazie a una voce esterna come l’Autorità sociale) ogni visione è parziale, determinata e ricca di interiorità.

E per questo l’esperienza diretta è cosi ricca e cosi pregna di elementi comunicativi, perché nasce da una costante interazione noi e l’altro, noi e il mondo, persino noi e dio. L’immagine stessa rappresentata dalla foto è fonte di introspezione, di conoscenza e di scoperta dei particolari se.

Cosa accade se, invece dell’esperienza diretta sostituiamo l’esperienza virtuale?

La foto di un libro posta a servizio dell’altro, costruisce una realtà alternativa, costruisce l’interpretazione su un interpretazione di qualcun altro, soltanto che, questo altro diventa indistinto e invisibile.

Ecco perché nelle voci dell’autorità questo sistema paragonato a un grande fratello orwelliano, diviene evanescente, lontano ma profondamente autocratico; donandoci solo il godimento di un risultato, foto, internet, tablet si sostituiscono al nostro personale pensare, a un attività in cui entra il libero arbitrio.

Oggi siamo tutti influenzati da qualcuno o qualcosa.

L’influencer voce di un autorità esterna resa più perniciosa dalla sua invisibilità e dall’incapacità di determinare la fonte, ci manipola decidendo per noi cosa leggere, cosa comprare, cosa indossare, cosa vedere e persino come pensare.

E questo rende ferrei certi concetti dati per buono, che in un felice tempo passato potevano contraddire.

Ma in questo circuito in cui tutto è possibile in cui tutto è raggiungibile, siamo prigionieri.

Prigionieri felici e assuefatto, addormentati e narcotizzati dal costante bombardamento di immagini.

E’ l’autorità scelta non per bisogno, non per necessità, non per convenienza, ma solo per un piacere effimero, per un godimento immediato di una sosta di estasi di plastica.

Emozioni, sentimenti, sesso, rabbia, ogni turbamento sano diviene fattore di show business, con il risultato di distruggere le emozioni e renderle soltanto fruizione omologata e stantia di prodotti.

L’amore è un prodotto.

La rabbia è un prodotto da vendere.

Persino il sesso e gli ideali sono commercializzati.

E cosi l’arte, cosi la religione, cosi ogni valore umano.

Ecco che l’autorità diviene una sorta di divinità lontana, distaccata dal mondo, decisa a comandarci come burattini senza un vero motivo, se non una reiterazione stantia di un sistema che, ci serviva, ma che abbiamo fatto diventare un eggrergora.

In pratica ciò che era necessario e subordinato all’uomo, diviene vivo e deciso a vendicarsi subordinando l’uomo.

Concetti difficili?

Diciamo che il sistema politico sociale ci serviva per vivere, come direbbe Hobbes una vita serena, tranquilla non minacciata dall’homo lupus.

Era e lo sapevamo, un artificio nato per un esigenza quella di vivere di godere dei propri talenti e di aver soddisfatti bisogni primari e secondari. L’autorità era si necessaria, ma con la possibilità della sua deposizione qualora per un egoico sogno avesse distrutto il patto per cui essa era stata creata.

Oggi, con l’avvento della tecnocrazia e dell’iter-tecnolocizzazione, l’autorità si è staccata dal consenso popolare, ha ucciso il senso della rappresentanza, ha deposto il cittadino portatore della sovranità ed è diventa un dominatore assoluto.

Decide per noi, ci muove con i suoi intricati fili e assorbe per nutrirsi delle nostre primigenie energie.

Ma sopratutto, si nutre di libertà.

L’autorità è un eggregora che necessita della nostra anima per crescere e prosperare.

Ecco che si insinua nella nostra testa, cosi come fa con Mirko Pagnotta, impadronendosi del libero arbitrio della creatività che viene essa al suo servizio.

Perché allora diventa cosi accentratrice e sopratutto perché agire proprio sul pensiero, sull’azione e sulla cultura?

E qua entra il concetto portante del libro di Purita: il concetto di polis. Polis anticamente era tutto ciò che, muovendosi l’uomo produceva.

Polis non era solo l’agorà regno del dibattito politico.

Polis era la cultura, la comunità, la società, il pensiero, gli ideali, i valori i limiti, i tabù e i sogni.

Da questo antico concetto si evidenzia come polis o politico è tutto ciò che caratterizza l’umo.

Politici sono i gesti, politici sono i sorrisi, politica è la comunicazione politici sono i libri.

Perché agiscono su questo organismo che i greci tanto amavano.

Ogni nostra microscopica azione, anche la più banale, incide sulla polis totale, la nostra porzione di libertà manifestata in ogni passo agisce sull’intero corpo sociale persino sul tipo di regime che ci comanda.

E se noi  ci poniamo come zombie o cyborg programmati da questa aliena autorità, diamo vita al sistema che ci comanda.

La società iper-tecnologica è creata quindi da un autorità che noi abbiamo scelto di rendere reale, viva e carnale.

Il libro di Purita racconta in modo onirico, come è gusto si racconti il mondo e la realtà e la nostra dimensione umana vittima e carnefice, di questo orrenda distorsione, di questo patto faustiano di uomini che non sono riusciti a reggere il peso del libero arbitrio.

E che hanno reso ogni azione, persino quella che nei tempi passati era di distruzione del vecchio ordine, soltanto un modo per accrescere un autorità che continua a parlare alla testa dei tenti assuefatti, dei tanti prigionieri, dei tanti liberticidi.

Di tutto coloro che sono costretti a rigurgitare nel flusso virtuale la loro essenza più pura.

Persino il dolore che, al contrario è la porta verso la libertà.

Siamo noi aver ucciso la realtà.

Siamo noi stessi a esserci imprigionati in un gabbia dorata.

Siamo noi a aver ucciso signora libertà.

Perché se è vero ciò che asseriva Giorgio Gaber libertà è partecipazione, delegando il nostro consenso a qualcun altro, a entità invisibili e irreali, abbiamo rinunciato davvero la nostro diritto e dovere più grande.

La libertà è responsabilità verso se stessi.

Marco Purita

 

“La sedia del custode” di Bahass Trabelsi, Edizioni le Assassine. A cura di Alessandra Micheli

la sedia del custode- Bahaa Trabelsi

 

Di Islam se ne parla tanto, a volte troppo, a volte a sproposito.

Oggi è visto come il nemico, colui che minaccia la nostra democrazia, colui che si accompagna sempre all’oscurantismo.

Religione retrograda è la parola meno offensiva.

Complice una recrudescenza dell’elemento conservatore che lo rende agguerrito e arrabbiato contro un occidente che ha mostrato a tutti il suo peggior volto.

Allora, quando ogni promessa di benessere si scontra contro la finalità cosciente, quasi ogni cultura, ogni civiltà si rivolge al passato, epurando ogni influenza esterna.

Ma come si può raccontare un popolo eliminando i suoi fratelli?

Come si può separare una religione dal suo contesto e dal sacro?

E’ quello che è successo alla nostra nei secoli bui del cinquecento e del seicento, togliendo la parte chiamata erroneamente esoterica.

E rendendolo cosi fragile da essere usato come spada per porre Dio al nostro servizio, al servizio delle nostre ossessioni.

E osi non potremmo mai parlare davvero di niente perché le informazioni sono e saranno sempre parziali e manipolate.

Oggi noi consideriamo islam e regressione figli di una stessa moneta sporca di sangue.

Consideriamo il monoteismo, quello degli altri però mai il nostro, solo uno strumento di oppressione, liberticida e profondamente alieno dai diritti umani.

Che all’interno di ogni religione esista una parte capace di opporsi all’innovazione e al cambiamento delle prospettive umane, è vero.

Se la religione e è ciò che ci lega al cosmo, governato da un entità regolatrice e ultraterrena è pur vero che è nella natura di questo legame, che si innestano le nostre percezioni.

Dio è in alto, intento a regolare le interazioni tra lui e l’uomo, tra i singoli meccanismi di una creazione che è un vero e proprio organismo vivente. E lo fa servendosi di numeri e relazioni matematiche.

Lo fa usando il suono, il famoso verbo che noi raccontiamo nelle preghiere.

Avete mai notato come salmi e persino sure hanno un tono cantilenante capace di trasportarti altrove?

Capaci di farci immaginare altro?

Questo è il vero potere della preghiera.

Ecco che sta a noi decidere la natura profonda di quel misterioso legame. C’è chi lo riempie di consuetudini e di tradizioni e chi di sacro. Ovviamente, chi usa il secondo riempimento non può non essere legato alla terra, alle ossessioni e alle paure.

Le convenzioni, infatti nascono dalla nostra incapacità di lasciarci andare al flusso della vita.

Sono confini, sono parole che imprigionano un flusso altrimenti libero e ribelle.

Sono concetti che devono distinguere tra giusto e sbagliato, tra consentito e proibito.

Ogni religione divenuta ortodossia ha in se questa spinta a conservare. Diverso è il sacro.

Esso è quel qualcosa che mette d’accordo i contrari anzi che riunendoli in quell’organismo manovrato dal meraviglioso Architetto dell’universo li rende non più distanti e dissonanti, ma parti di uno stesso volto.

Cosi il sacro riunisce la purezza e l’impurità considerando quest’ultima come l’esortazione a superare i confini. E anzi l’aiuto a conoscere e sfidare dio.

Nel sacro sfidare dio con l’innovazione non è blasfemia.

Anzi.

E’ quello che serve al Misericordioso per mettere alla prova la resistenza dell’anima del suo prediletto.

L’uomo.

Uomo che deve dibattersi tra evoluzione e stasi.

Ed è da quel contrasto che inizia il movimento che porta avanti la creazione. Ogni regoline, anche quella che consideriamo più anacronistica ha in se questo meraviglioso concetto.

Nell’ebraismo è portato avanti dalla meraviglia della cabala. Nel cattolicesimo è il misticismo e persino lo gnosticismo che ci porta un po’ di aria pura nella rigidità delle pratiche a cui si asserviamo da secoli.

E nell’Islam direte voi?

E’ il sufismo.

Portatore di ogni passo in avanti dell’umanità, con le sue meravigliose frasi che danno un altro senso alle bellissima sure.

Se si priva il Corano del suo misticismo e si prende alla lettera si danneggia quel dio che lo ha ispirato e che ha voluto far sentire la sua voce, abbracciando quell’uomo che si sentiva solo e perso.

Allah non è, mi perdonino gli islamici che indegnamente lo asserisco, il dio guerriero.

Egli è il misericordioso.

Allah è l’amore manifesto in una terra difficile che gridava e grida il suo dolore al cielo.

E Allah risponde.

Chiedendo al suo credente e a tutti noi la stessa cosa che in fondo chiedono tutti i percorsi sacri: lo sforzo sulla strada di Dio.

E credetemi la vera autentica guerra santa è contro il peggior nemico esistente: noi stessi.

Noi che dobbiamo sottomettere l’altro per sentirci unici, eletti e per definirci. Noi che usiamo le preghiere, i passi del vangelo, la bibbia e persino le meraviglie di una tradizione millenaria per giustificare la nostra violenza.

L’islam, quello vero. ama il mondo.

E amandolo vede in ogni albero, in ogni creatura, in ogni moto dei cielo la magnificenza di Dio.

A cui si inchina con riverita meraviglia.

Ama i colori e ama la genialità. Ama l’immaginazione e sa unirla alla passione, senza che nessuno dei due prenda il sopravvento.

L’islam è patto, sottomissione alle regole del cielo, all’armonia del cosmo.

Alla grandezza di chi tutto regge e ci sorride, amandoci.

Islam è semplicemente la volontà di smettere di essere ossessionati dall’esterno per trovare dentro di noi la santità.

La sedia del custode a questo altro islam fa l’occhiolino.

Non a quello conservatore che ha bisogno di stroncare l’altro, creatura imperfetta di dio.

Non al Wahhabismo.

Non ai predicatori che odiano la creazione perché incapaci di sopportarne la meraviglia.

E il Marocco che emerge da questo stupendo libro è il Marocco che tenta di reagire all’orrore del conservatorismo, delle leggi liberticide, dalla volontà di chiudere l’immensità di Allah nella nostra concezione derivata da una frustrazione che nulla a a che fare con il sacro.

E’ una donna che porta avanti la ribellione.

E’ una donna ceduta in olocausto alla rabbia.

E’ però da una donna, che nasce il cambiamento e la ribellione. E’ quella donna a cui lo so Dio sorriderà.

Essere candela non è facile: per fare luce devi prima bruciare.”

Rumi

La parabola archetipa di questo libro ci fa comprendere due cose: l’incapacità dell’uomo di vivere in armonia con la legge di dio e e la meraviglia di una regione storpiata ma che rifulge vincendo ogni stereotipo.

Qua troverete la vera strada che porta a Dio.

Non violenza, non sangue, non orrore.

Rispetto.

E meraviglia.

Colori e risate.

Là fuori, al di là delle idee di falso e giusto, c’è un vasto campo: come vorrei incontrarvi là; quando colui che cerca raggiunge quel campo si stende e si rilassa, là non esiste credere o non credere.”
Rumi

Noi crediamo troppo spesso all’apparenza.

Noi prendiamo per buono ogni orrore che ci viene mostrato come realtà perché se comprendessimo la grandezza e l’importanza di ogni religione, se noi guardassimo il cuore del sacro celato agli occhi dello stolto, non saremmo più gli stessi uomini.

Apparterremmo al cielo, saremo nel mondo ma non del mondo.

E questo spaventa.

Dio ha fatto in modo che l’illusione sembri reale e il reale un’illusione.

Ha nascosto il mare ed ha reso visibile la schiuma;

ha nascosto il vento e manifesta la polvere.

Tu vedi la polvere turbinare, ma come potrebbe sollevarsi da sola?

Tu vedi la schiuma, ma non l’oceano.

Perciò invocalo con le azioni, non con le parole,

perché le azioni sono reali e ti daranno la salvezza nella vita a venire.”

Rumi

Sono le nostre azioni a definirci.

Non lo scontro con l’altro.

E ogni volta che un uomo sarà ucciso per la nostra stoltezza, non faremo un elogio a dio.

Lo bestemmieremo.

Per questo leggere la sedia del custode è importantissimo.

Non è un giallo, non è una detective stories, non è un thriller.

E’ la mappa che ci indica la vera strada per rendere gloria a dio.

“Donne nel vento” di Anne Coates, Triskell editore. A cura di Alessandra Micheli

donne nel vento.jpg

Per tanti poeti, autori, cantautori, noi donne siamo simili a fate.

Esseri leggeri, evanescenti capaci di incantare con voci soavi, cantilendando le musiche più arcane.

Siamo esseri meravigliosi, fatti di sottili fili che ci collegano direttamente alla terra o alla luna.

E con la luna nel sangue, viviamo i suoi cicli impersonando Dee remote e mimando antiche storie.

Samo terra e fango, siamo emozioni e sensazioni, cosi fragili e cosi forti, come salici che sanno piegarsi al vento eppure restare cosi salde sulle loro radici.

Sappiamo morire a ogni schiaffo a ogni sopruso, eppure rinasciamo in un sorriso, in quel coraggio di credere che, anche nel buio più totale, un giorno nuovo sorgerà e ci donerà speranza e opportunità.

Conosciamo bene il dolore e lo riviviamo scritto in ogni cicatrice lasciata da una lacrima o da una ferita.

Sappiamo convivere con il cuore spezzato e sappiamo ricucirlo con i fili d’argento presi in prestito dalla luna.

Siamo donne.

E siamo tutto ciò che di bello l’universo contiene.

Siamo spirito e materia, corpo e mente e sappiamo indagare e affrontare ogni recesso, anche il più oscuro della nostra anima.

Allora perché esseri cosi speciali vengono continuamente abusati, denigrati e vilipesi?

Come si può mancare di rispetto a una creatura simile?

A quella parte di te che dio ritenne cosi importante da nascere proprio dalla costola del fianco, affinché camminasse accanto a quello strano essere chiamato uomo.

E cosi speciale che nonostante il suo atto ribelle, fu benedetta dal dono di creare la vita, quasi paragonabile al demiurgo che nutrì di sogni il mondo.

Donne nel vento esprime lo stesso mio dolore nel vedere ogni giorno questo sterminio.

Non solo della donna ma di tutto ciò che di bello essa porta con se, speranza, amore, passione e capacità di creare.

Perché ogni donna crea nella mente immagini meravigliose, arazzi con cui abbellire la casa della vita.

Una donna usa il suo corpo e non si fa usare, lo nutre perché esso sia preghiera a Dio, sia il suo braccio con cui incidere la terra che calpesta con i suoi piedi.

Eppure questo nostro sesso è usato per un solo osceno istante di piacere senza la sacralità che gli compete.

Ecco che la prostituzione diviene una bestemmia alla stessa divinità che ci ha creati, diviene l’atto peggiore con cui annichilire tutto ciò che c’è di puro in noi.

Solo per trasgredire, per ribellarsi alla vita.

Più che alla legge morale.

Ogni gesto contro una donna, ogni suo livido, sia interiore che esteriore è la dimostrazione di una grande mancanza di rispetto a tutto il creato, di cui la donna è esempio e erede.

Ogni volta che si userà il corpo per guadagnare, per sfogare bassi istinti, sarà una ferita al cuore dell’universo.

E l’universo morente ci guarderà con gli stessi occhi con cui una donna ferita vi osserva: con la stessa domanda incisa a fondo nelle cornee perché.

Perché vilipendiare quel dono immenso con cui ci svegliamo ogni volta che i sole sorge?

Perché non celebrare quel miracolo reso vivo con un canto di gioia?

Noi aspettiamo ogni volta con angoscia e speranza qualcosa di magico e incredibile, senza sapere, senza riconoscere che è tutto ciò che ci circonda un miracolo, che la magia è a nostra disposizione.

Che è nella capacità di sorridere, di amare, di sperare ogni volta, di non rassegnarci al male che avanza.

E’ in Princess che nonostante l’orrore, lascia cantare la sua forza, quella che la fa sopravvivere e sognare ancora una vita migliore.

Quella che nonostante lo schifo non la fa cedere a un mondo brutale che la vuole senz’anima.

E’ in Hannah che piange quella donna perduta, perché la vede come va vista, come un essere speciale nonostante le botte e l’odore osceno della violenza.

E’ in Elizabeth che sa vincere l’orrore con quel sorriso che sa di borotalco.

E’ in un coraggio che si mostra in ogni pagina e che ci fa dire non ancora, non è tempo di arrendersi.

Non ora.

Non adesso.

Un altro passo perché la luce è vicina.

Perché un giorno, nonostante la loro capacità di confondersi con la gente, i responsabili di questo massacro verranno assicurati alla giustizia.

Un passo ancora.

Per noi, per tutte le Princess di questo mondo, per tutti i bambini che non devono più temere di perdere la loro dignità, per ogni madre che ha diritto di proteggere e far crescere i loro figli in un mondo migliore. Perché a questo mondo migliore qualcuno ancora ci crede e rischia, rischia non solo la sua vita ma ogni certezza, ogni sicurezza.

Per te, che leggendo queste mie parole e il libro, crederai finalmente di essere speciale.

“Terra d’ombra bruciata” di Valentina Nuccio, Le Mezzelane Editore. A cura di Alessandra Micheli

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Dedicata a Taranto.

Ai mille morti dell’Ilva orrore e vergogna della nostra economia senz’anima.

Dedicata a chi non volge lo sguardo altrove 

A chi non ficca la testa sotto la sabbia.

Dedicata al Re seduto sul trono che decide chi vive e chi muore.

Si a a te che un giorno sarai spodestato dalla voce di una massa che diverrà popolo.

 

 

È con il vento che ci ammaliamo e moriamo.

La cosa assurda è che tutti sanno ma nessuno fa niente.

Non glie ne frega un cazzo a nessuno!» urla, battendo un pugno sul tavolo.

Certe tragedie italiane accadono e prosperano nel silenzio complice di ognuno dei suoi cittadini.

Che da partecipi del bene comune divengono isole marce, testimoni di un atroce processo di disgregazione dello stato.

Non può esserci, infatti, nessuno stato senza uno degli elementi principali che lo compongono: sovranità, territorio, popolo.

E noi, oggi in Italia non abbiamo popolo ma solo un’informe massa indistinta.

Ci obnubiliamo con libri melensi, senza etica, senza responsabilità.

Con programmi annichilenti il pensiero.

Con TG millantatori e creatori di un mondo distopico in cui i veri spauracchi sono i nuovi mostri, sono sempre l’altro, l’islamico, il cinese, il bracconiere.

Tutto questo per distogliere lo sguardo sulle nostre penose mancanze.

Ci stordiamo di vizi, ma sfuggiamo le virtù.

Ci diamo al piacevole oblio dei pettegolezzi; mai come oggi il gossip ci invade, mai come oggi le notizie false ci inebriano i sensi. Cosi da distogliere gli occhi rei di troppa colpa, sugli orrori della nostra politica o della nostra economia.

Ecco che ci accaniamo sul reality, sulle beghe finte dei politici che litigano come patetici attori di una commedia dell’arte che sa di stantio, reiterando un mondo in cui bene e male sembrano duellare, ma in realtà alla fine della farsa, si abbracciano sfiniti, sussurrandosi serafici “pure stavolta li abbiamo gabbati”.

Io non sono nessuno.

Non sono né influencer e dio me ne scampi.

Volervi rendere tutti idioti salendo sul piedistallo per manipolarvi sarebbe la morte della mia anima eterna.

E l’anima l’unica cosa che ho.

Non sono un’attivista.

Per esserlo dovrei scordare l’uomo a favore del sabato, diventare ossessionata e farmi guidare dal leader di turno, dalla pantomima del giorno divenendo inconsapevole burattino del sistema.

Sono solo un’eterna illusa, idealista, che tenta di non perdere il suo unico amico, la coscienza.

Sono dotata di una semplice penna, senza onore e senza gloria.

E ho deciso di non stare inerme a ballare la danza del Re di turno, quello che dal trono sentenzia il nostro ritmo, e scegliere di non stare in silenzio. E pertanto decido consapevolmente di dare voce non alle mie umili parole, frasi fatte, per non unirmi al coro dei morti viventi che invadono oggi i nostri spazi.

Ma dare voce alla forza del libro, una forza catartica, uno schiaffo al volto alla nostra idiozia, alla complicità di tutti coloro che accettano seppur con un forte senso di colpa, il sistema che ci costringe:

Noi dobbiamo scegliere se lavorare e morire di cancro o essere disoccupati e morire di fame. L’aria è appestata, il rosa del ferro colora le case, gli indumenti, tutto!

Un paese civile non usa l’economia come un ricatto.

Non fa i soldi sulla pelle dei bambini e dei componenti del suo stesso patto costitutivo, la sua origine, il suo scopo, la sua stessa essenza.

Un paese civile non costringe mai il suo componente, l’altra parte di se a scegliere.

Perché sa che ogni filo spezzato spezza l’intero arazzo.

Un paese civile non gode nel lusso mentre i suoi figli muoiono.

Un paese civile non sceglie la morte, perché nasce per garantire la vita. Un paese civile, anzi uno stato che nasce per garantire i bisogni di vita non solo di sopravvivenza di ogni persona, per garantire l’armonica cooperazione di soggetti che da lupi affamati, divengono uomini capace di cooperare, non permette che il soddisfacimento degli stessi diventi morte.

Un paese civile non vive di sensi di colpa e non si imbottisce di eccessi per attutirlo.

Un paese civile non concepisce una città:

stuprata da pirati che vivono e ammucchiano altrove i frutti delle loro scorrerie.

Un paese civile non elegge come rappresentanti depositari del potere del popolo:

imbarcazioni che battono la bandiera con il teschio e le tibie incrociate non vengono d’oltremare, ma dai centri di potere.

Un paese civile non sotterra la testa sotto la sabbia di ombra bruciata, lasciando morti lungo il cammino.

capisce di aver vissuto in una bolla, senza avere la

minima idea di cosa significhi perdere una persona. Perderla in un modo atroce.

Un paese civile forma persone che con orgoglio e fierezza rispettano l’altrui dolore e scelgono:

Ciascuno nel suo piccolo, dovremmo tutti andare avanti con fiducia e soprattutto dovremmo cambiare il mondo con gesti concreti. Lo dobbiamo fare per lui e per tutti i bambini di questa città dimenticata dallo Stato.»

Allo stato ho sempre creduto.

Ho creduto alla necessità del patto con cui il cittadino, ossia la massa convertita tramite l’acquisizione della coscienza dei diritti come dei doveri, della responsabilità a una vita dignitosa senza affanni e senza sopraffazioni, decide di unirsi e puntare i propri occhi verso l’orizzonte della libertà.

Non importa di che colore esso sia.

Che decide di tutelare la proprietà privata, ma sa quando cederla per il bene comune.

Io credo allo stato che protegge i suoi componenti e consapevole di questa sua funzione non domina e coopera con altri stati, con lo stesso obiettivo.

Io credo ancora allo stato che usa le fabbriche e l’economia non per arricchirsi ma per far prosperare tutti, non solo i pirati.

Credo nello stato che non fa patti scellerati con essi ma li combatte, e se riesce li redime reintroducendoli nel loro territorio.

Credo nello stato.

Che non si azzarda a :

Chi mi sfama, mi ammazza in silenzio, nel placido assenso generale. Tutti si fanno i soldi, con il nostro acciaio e sulla nostra pelle.»

Io credo nella descrizione hobbesiana che vuole creare persone dai soggetti indefiniti e nebulosi nutrendo l’altro lupo, quello che non ringhia ma ulula felice alla luna.

Io credo nella cooperazione necessaria, laddove:

Ognuno di noi fa qualcosa, se ciascuno di noi non starà fermo a guardare il proprio orticello, beh, forse chi ha perso qualcuno si sentirà meno solo. Insieme il dolore è più sopportabile»

Io credo anche sei corvi che volteggiano attorno al re di turno mi deridono, e mostrano scene raccapriccianti di malati, e idealisti sacrificati sull’altare di Mammona.

Credo e uso questo libro come scudo contro tutti voi che siete solo complici di questo disastro, voi che non agite ma vi sentite speciali solo per una condivisione di un post, solo per una strana scelta alimentare, solo per un becerare inconsulto sul web.

Voi che in fondo siete lassisti ogni volta che date alla luce un libro che addormenta, che non educa, che inneggia il sistema che ci distrugge. Perché un libro è qualcosa di diverso da un mero svago finto emozionale. I libri devono far emergere rabbia utile, indignazione e azione:

Oggi un libro può fare la funzione della torre: trasmettere il grido, suscitare volontà di difesa e forza di riscatto. Come si legge in una delle pagine: quell’area maledetta un giorno sarà trasformata in parco giochi. Non ho misurato la temperatura corporea, prima di leggere. Al termine so lo stesso ch’è aumentata, segno che l’organismo ha alzato le sue difese e ha deciso di battersi.

Erri De Luca

Grazie Valentina Nucci, perché leggendo te i miei occhi sfavillano e la mia penna continua a urlare.

Ho solo la penna come arma.

E continuerò a imbracciarla come un fucile

 

 

“Nessuno al posto tuo” di Erika Zerbini, Panesi editore. A cura di Francesca Giovannetti.

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Una storia di violenza e riscatto, dannatamente attuale e cruda, fin troppo reale e diffusa.

Un amore violento e annientante, che distrugge anima e corpo di chi subisce, come sale sparso su terra.

Gioia è il nome della protagonista e il nome scelto è rivelatorio.

Ogni essere umano può essere gioia, ogni essere umano può spegnere la gioia, ma è vitale, nel senso letterale del termine, che il soffocamento della gioia sia transitorio, è vitale che la gioia possa trovare un sentiero che la conduce all’uscita di una foresta piena di rovi e insidie. Perché il percorso della rinascita è difficile, colmo di ostacoli, seminato da false piste che sembrano condurre alla luce ma che in realtà portano nuovamente al punto di partenza.

Due sono le affermazioni dalle quali l’autrice inizia questa opera che può definirsi “cammino”, “percorso” verso la vita.

Non si può salvare chi non vuole essere salvato.

Nessuno si salva da solo.

Affermazioni crude e lapidarie, ma vere senza ombra di dubbio. La domanda è : veramente una donna non vuole essere salvata? La risposta è NO. La donna anela alla salvezza, chiede ossigeno, ma è il terrore che la trattiene, la paura di essere additata, l’incertezza del futuro, il timore della reazione dell’uomo. Tutti questi elementi ingannano e superficialmente si commenta. “avrebbe potuto denunciare…avrebbe potuto parlare…”

Questa è una seconda forma di violenza con la quale le vittime devono fare i conti. E quando si è già vittime di una prima forma di violenza…beh’…non è tutto così scontato e lineare.

Ma Gioia supera l’ostacolo. La nascita del figlio è la leva che accelera la presa di consapevolezza. Gioia è madre, è responsabile non solo di se stessa, ma di un essere indifeso, che non ha chiesto di venire al mondo ma che ha il diritto di starci nel modo migliore possibile. Gioia è un’eroina moderna, piena di incertezza, sola e impreparata …e chi di noi sarebbe pronta? Viene da chiedersi. Ma riesce a riconquistare una vita degna di essere chiamata tale.

L’autrice racchiude in meno di duecento pagine un percorso tormentato e difficile e l’opera descrive i passaggi fondamentali della presa di coscienza e della rinascita. Si arriva velocemente al termine della lettura ma bisogna fare bene attenzione allo scritto. Divorando pagina dopo pagina, come accade con questo stile scorrevole e fluido, è necessario porre l’accento sui tempi reali che occorrono per raggiungere il traguardo. Possiamo leggere il libro in tre giorni, ma l’arco di tempo descritto è dolorosamente più lungo.

Anni di soprusi, mesi per prendere una decisione.

Un libro di denuncia e di speranza, che “scava” dentro gli aspetti più nascosti e meno piacevoli. Un libro importante, di quelli che ti cambiano.

“Stormhaven. Whiborne & Griffin #3” di Jordan L. Hawk, Triskell edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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Una cosa è certa: la bravissima Jordan L. Hawk non è solo una maestra ad intrecciare le trame.

E’ molto di più.

E dopo il terzo libro della serie Griffin e Whiborne ne sono più che mai convinta.

Lei elogia quella forma di arte che, attraverso azioni, adrenalina e amore scioccante, elargisce anche stimoli al pensiero e alla riflessione.

Per questo a volte mi indigno quando i suoi meravigliosi libri vengono letti soltanto come un ottimo e adorabile urban fantasy, o peggio un rosa con l’orrenda dicitura MM.

Come se l’amore fosse bisognoso di etichette.

L’amore è amore, e poco importa quale sia l’oggetto della vostra passione, se l’arte, se l’ideale, se un uomo se una donna o persino un adorabile gatto.

E’ quella forza che ci fa essere miglior agli occhi dell’altro la vera, unica magia.

E’ quella capacità non si superarli soltanto, ma di accettarli i nostri limiti, di scavare in fondo all’insicurezza mettendo, per la prima volta forse nella nostra vita, l’altro al primo posto e non la mera soddisfazione dei bisogni.

L’amore eleva l’animo, gli dà nuova linfa vitale, gli dona il respiro e una lacrima di pura compassione per lenire e guarire le proprie orrende ferite interiori.

E’ questo è l’amore celebrato nella saga.

Ma a me, personalmente interessa altro.

Elementi che l’autrice sparge con astuta consapevolezza dietro il velo dell’avventura e dell’esoterismo.

E sono quelli che smuovono qualcosa di assopito dentro di noi, chiamatela coscienza, chiamatelo impegno civile o tendenza ad abbracciare gli ideali.

E attenzione.

Sono gli ideali e non le ideologie, religiose, politiche o economiche, baluardi al servizio dell’uomo, quei muri che ci proteggono dalla sfrenata ambizione di chi, alla sua umanità rinuncia per sedere sul trono del re potere.

Stomrhaven affronta uno dei discorsi più complessi e più vergognosi della nostra civiltà: la pazzia.

Per secoli e fino ad oggi, il pazzo è un pericoloso deviante che mette a rischio l’intera impalcatura sociale.

Ogni forma di distorsione mentale da quella meno pericolosa a quella addirittura curabile, sono visti come orribili demoni da combattere.

O, peggio, da ignorare.

Seppur vero che alcune forme di nevrosi rendono il malato un pericolo per se stesso e per gli altri e vanno assolutamente curate, mi si conceda un pensiero: le altre sono semplicemente diverse visioni della realtà aborrite dalla società moderna.

Da sempre aborrite oserei dire.

Cosi il pazzo che sogna, che si rifugia nel mondo onirico, che è un eterno bambino, viene visto male perchè….improduttivo.

Accadeva nella fine ottocento e fidatevi, accade anche oggi.

Non a caso la dicitura per un cervello che risponde e si connette con altre frequenze diverse da quelle ritenute consone alla normalità, è di handicappato.

Come se l’affronto di essere connesso su altre frequenze del pensiero, su altre dimensioni mentali fosse davvero una limitazione.

Oggi, il pazzo è il menomato e stenta a farsi strada la dicitura più coerente e più obiettiva di diversamente abile.

Diverso, non menomato, non incapace, non difettoso.

Semplicemente qualcuno con abilità cognitive e mentali aliene dalle nostre.

A cui dovremmo approcciarci con curiosità e non con senso di superiorità.

E’ quella convinzione di essere migliori, i dominatori, i depositari di una genetica vincente che stimola il pensiero a relazionarsi con il mondo, nel senso della finalità cosciente.

E ci rendesse autorizzati a manipolare, sperimentare e usare quei cervelli inferiori.

Che appunto perché incapaci di essere utili, sempre in senso produttivo, alla società, almeno possono essere sacrificati per la conoscenza scientifica.

Di sperimentazioni del genere la storia trasuda esempi.

E Stormahaven ce lo mostra in tutto il suo orrore.

Non a caso la volontà di asservire un antica divinità marina, è un simbolo potente.

Nel libro, il dio dei mari e quindi dell’inconscio e degli impulsi oscuri, non sale in superficie perché reo di causare un caos distruttivo.

Esso si limita a osservare il mondo reale e a bearsi delle meraviglie di una realtà cosi diversificata e cosi variopinta.

E’ presente ma non prende mai il posto di dominatore.

Lo scienziato folle, cosi come fece l’orribile dottor Mengele tenta di utilizzare per finalità mai nobili, queste forze inconsce.

A volte giustificando i propri esperimenti inumani, altre per trovare sempre nuove forme di manipolazione del pensiero, utilizzando proprio, per i più turpi esperimenti, coloro che sono considerati non solo senza diritti, ma persino scarti civili.

Ecco che il folle diviene l’uomo senza diritti, tolto di mezzo perché reo di sconvolgere le concezioni rigide di una società che, per mantenersi, doveva scacciare l’immaginazione dai suoi valori.

E negare ogni realtà immateriale.

Ecco che Griffin stesso diviene simbolo di quella corsa sfrenata a soffocare l’orrore sotto il perbenismo silente, complice delle forze distruttive che, ogni morale società, espelle come scorie nocive.

Lungi dall’esaminarle e dal conoscerle preferisce seppellirle.

Perché vedete, non sono i mostri, non sono gli alieni, non sono antiche divinità il vero pericolo.

Ma chi le evoca per fini ignobili come quello dell’interesse.

Economico, politico o di sopraffazione.

Ecco che il vero squilibrio di Stormhaven, cosi come il disastro provocato negli altri due libri è sempre e solo l’insensatezza di un uomo che, in realtà, non si accetta.

E non accettandosi in tutta la sua umanità, non riesce, davvero, a vivere.

 

 

“Whiborne e Griffin #2. Thresold” di Jordan L. Hawk, Triskell editore. A cura di Alessandra Micheli

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Pensate che stia succedendo davvero qualcosa di strano a Threshold. Qualcosa di sovrannaturale, come dite voi.»

Eccomi estasiata a raccontarvi la seconda avventura dei miei amici Griffin e Whiborne.

E la indomita Cristhine, una donna che mai come in questo testo sfida le convenzioni.

E ancora una volta la magica penna di Jordan compie un miracolo. Non è solo capace di farci provare il brivido del terrore, di emozionarci raccontando la delicata storia d’amore puro tra i due protagonisti. Ma va oltre rendendo il libro un degno erede del romanzo sociale, l’unico in grado, attraverso il racconto di epoche oramai lontane, di focalizzare la nostra attenzione sulla società odierna.

E si comprende come il trascorrere del tempo, in fondo, non ha davvero modificato gli assunti culturali che stanno alla base della nostra umana esperienza.

Ci troviamo nelle miniere di Threshold, luogo che garantisce il benessere dell’elite e sfrutta senza pietà, chi deve sopravvivere in un mondo totalmente squilibrato.

Si sfrutta il territorio e le ricchezze minerarie, a costo e a discapito di vite e famiglie, costrette a vivere in città nefaste, nere come la polvere di carbone sprigionata dagli scavi.

La montagna perde la sua maestosità e viene violata, da uomini che del rispetto per la natura, ne hanno fatto limite da superare.

Conta il guadagno, conta il business anche quando significa estremo sfruttamento delle risorse.

Stupende e piene di amarezza sono le descrizioni dei luoghi, capaci di infondere quel senso di abbandono di chi alla sua sanità sacrifica un effimero finto benessere: 

Le cime bloccavano la brezza che soffiava da ovest a est, lasciando l’aria stagnante e immobile. Le zanzare ronzavano sopra le pozze d’acqua nelle strade non lastricate, e il sudore mi pizzicava sotto al colletto. Avrei tanto voluto un po’ d’ombra, ma la completa mancanza di alberi dentro la città la rendeva una speranza vana.

Man mano che ci addentravamo a Threshold superammo l’emporio, la chiesa e la clinica medica. Oltre a questi c’era qualche altro negozio, poi si entrava nella parte principale della città, dove vivevano i minatori. Le case erano ammassate le une sulle altre per necessità, considerata la strettezza della

valle, e ognuna era identica alle altre. Alcuni residenti si erano dati da fare: una casa era appena stata ridipinta di giallo, mentre sul davanzale di un’altra c’erano vasi pieni di fiori malaticci. Molti avevano tentato di coltivare degli orti, ma nessuno sembrava più rigoglioso dei fiori, come se nella terra o nell’acqua ci fosse qualcosa di marcio. Considerando che il torrente era poco più di una fogna a cielo aperto, e aggiungendo il fatto che dalla miniera soffiavano esalazioni malsane, non era difficile crederlo.

L’aria pesante puzzava di acque fetide e carbone bruciato. Come il giorno prima, i forni per il coke emettevano uno spesso sudario di fumo mefitico che smorzava la luce del sole, trasformandone il colore da un oro brunito a un grigio acquoso. Un sottile strato di cenere e polvere di carbone copriva ogni cosa, compreso il bucato steso ad asciugare tra una casa e l’altra. Alcuni bambini piccolissimi giocavano per le strade, insieme a un assortimento di galline, papere e oche. Superammo un gruppetto di maiali macilenti che scavavano nell’immondizia e che ci guardarono con occhietti ostili

E’ strano e quasi commovente osservare come l’uomo, anche nelle peggiori condizioni, faccia diventare casa anche il luogo più malsano, come alla costante ricerca di una sottospecie di stabilità e di quotidianità. Ecco che, in questi luoghi davvero nebulosi e oscuri, i bimbi giochino senza rinunciare alla loro spensieratezza, mentre i genitori sono costretti a divenire automi senza sogni.

Beh signori miei non è questo il lavoro.

E non è questa la dignità umana che dal lavoro dovrebbe emergere e rafforzarsi.

E cosi la montagna sfruttata, diviene la livellatrice dei popoli. L’insensatezza del potere economico senza limiti, troverà il suo stop proprio dal mistero che dorme nei recessi e nel cuore di Thresold.

E se volete capire che orrore stavolta si cela nel mondo ctonio, basta usare l’etimologia del titolo.

Perfetta triskell che non ha voluto assolutamente tradurlo in italiano, lasciando intatta la sua tentacolare natura:

Threshold significava “soglia”. Una soglia verso dove? O verso cosa? Per quanto ne sapessi, ai lati della valle non c’era altro che natura selvaggia, come nella zona dove era stata costruita la città fino a poco tempo prima.

Ed è proprio il voler osare dell’uomo, quel suo non rispetto per la soglia, lo sprofonderà in un incubo agghiacciante, laddove forze aliene si faranno beffe della stupidità umana e non avranno rispetto per la loro dignità, trattando gli uomini come gli uomini stessi trattano la natura: oggetti da esaminare, burattini da manipolare e da logorare.

Facendoli diventare grotteschi abomini.

Del resto non è quello che facciamo noi di solito al mondo, ai simili e alla natura stessa?

La soglia è oramai oltrepassata, con disprezzo e spudoratezza.

E nella notte più oscura che possiamo mai immaginare, le caste sono totalmente distrutte, il muro tra dominati e dominanti è abbattuto, ricordandoci che al pari dell’ecosistema e della fauna da noi tanto disprezzata, agli occhi di qualche aliena civiltà con meno scrupoli di noi, non siamo altro che fastidiosi insetti da schiacciare.

Ma proprio nel momento in cui la morte abbraccia tutti, in cui diviene a livella di Toto, allora scatta qualcosa che fa davvero la differenza: l’unione. E in questo testo che celebra la storia più atroce della nostra economia, quella delle miniere, quella che ancor oggi provoca morti e malattie, viene al pari passo celebrato come compensazione la forza della collettività.

E dell’equità.

E un monito: non va solo rispettata la terra e l’intero universo da noi indebitamente abitato, ma persino il lavoro.

Perché sfruttati e sfruttatori alla fine rischiano di diventare soltanto carne da macello.

Canto la rabbia e l’amore dell’uomo che è stato vinto canto l’uomo respinto non l’uomo vincitore Canto l’uomo perduto l’uomo che chiede aiuto l’uomo che guarda  nell’acqua del fiume dove l’acqua conduce L’uomo che accende una luce o quello che trova la voce Canto l’uomo che è morto non il Dio che è risorto canto l’uomo salvato non l’uomo sacrificato

Lucio Dalla

“Victorian Solstice” di Federica Soprani e Vittoria Corella, Dark Zone. A cura di Alessandra Micheli

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Doveva capitare prima o poi.

Non certo una caduta di qualità dei libri da me recensiti, ma quel testo capace di mettere alla prova il mio animo, divenendo la mia spina nel fianco.

E’ capitato e ironia della sorte ne sono estremamente felice.

Perché se l’anima di un blogger non vibra più, non sente l’emozione ne il fiato sul collo del volume che sta recensendo o leggendo, significa che la sua anima è inaridita, le sue orecchie otturate e ha dato tutto ciò che poteva dare.

Allora è il caso di fare un inchino, sorridere e volere via.

Perché la magia si è interrotta.

Invece, faticare per una recensione significa emozione, sensazione, adrenalina e voglia di scoprire ancora, di sollevarle le pagine e scrutare oltre le parole alla ricerca del senso che sfugge.

E cosi come un segugio, scodinzolante tra l’altro, sono andata a scontrarmi con Victorian Solstice.

Totalmente irriverente, totalmente scomodo, totalmente refrattario alla mie aspettative, tanto da sbeffeggiarle con quel cipiglio cosi fastidioso.

Arrivi ma non mi prendi” diceva.

E io a inseguirlo con più tenacia che mai.

E poi oggi, mentre scrivo, una giornata di splendido sole, cosi totalmente differente dal contenuto scabroso e inquietante al limite della blasfemia, del testo.

Un testo capace di scioccare, capace di prenderti la testa e costringerti a vedere le verità che neghi.

Che sfuggi perché sono orrende, sono troppo per chi alla bellezza ci crede fermamente, quasi come un appiglio per non affondare nella melma.

Perché per quanto una come me al fango sfugga, sfugga alle fogne che sono nascoste sotto il nostro perfetto mondo civile, le avverto.

Il loro fetore si confonde con quegli odori primaverili, con quelle sognanti immagini di vacanza, di lune incantate, di mari tempestosi, di odori afrodisiaci di legno bruciato.

Dietro esiste la porta oscura, in ogni città, in ogni anfratto apparentemente dipinto con rose dall’effluvio soave.

Occhieggia, ride beffardo, sa che finché non verrà evidenziato, ILLUMINATO prospererà nel buio.

E cos’è direte mai, questo orrendo mostro?

Non è un mostro.

Siamo noi.

E’ la nostra bestialità, l’altra parte dell’umanità che invade con quell’odore di marcio ogni epoca e ogni apparenza di progresso.

Lo vediamo oggi, più che mai.

E lo abbiamo osservato sia come esterni, sia grazie ai meraviglioso autori come Dickens nel periodo vittoriano.

Ma procediamo con ordine.

L’agghiacciante dato.

Quello che stona e che ha fatto arricciare adorabili nasini alla francese, non è stato tanto quell’oscuro fetore dietro le belle strade di Londra.

E’ stato il voler descrivere con tratti sognanti, estremamente stridenti con il senso del testo, un amore proibito.

Anzi, ancora peggio, il rapporto perverso tra due uomini.

Ecco su cosa ci soffermiamo.

E’ troppo andare oltre vero?

Accettare che quel vittorianesimo descritto dalle due autrici, sia lo specchio del nostro tempo, è troppo per noi.

Meglio elevarsi a moralizzatori e far tornare la minaccia nei comodi binari del perbenismo borghese.

Sapete come chiamo il nostro post moderno?

Neo vittorianesimo.

E sapete perché?

Perché al pari di quel periodo che, in fondo, non posso non amare proprio perché mi mette di fronte ai miei limiti, abbiamo raggiunto la luna, livelli tecnologici alti, ma perduto noi stessi.

Perduto l’incanto della poesia, della magia del sogno.

Abbiamo diviso il mondo in perbene e in deviato.

E forse siamo ancora più ipocriti di loro, che alla fine mostravano fieri la loro pruderie.

Noi fingiamo di accettar il diverso.

Salvo che il diverso non si mostri.

E’ l’animale da palcoscenico per i talk show o per i reality, o i programmi trash.

Se però si parla di diritti, beh ripiombiamo alla Londra di Victorian Solstice.

Il disagio di amare che provano Shemaldine e Jonas.

Sentirsi colpevoli perché non si riesce ad adempiere alle prospettive della società perbene.

Cosi perbene che dietro la Londra, icona splendente e perla del sommo impero britaninco, esistono luoghi di perdizione, residenza non di oscuri istinti, ma degli invisibili.

Sottoterra brulica l’umanità malata, quella senza diritti, storpia e inaccettabile per il decoro.

Perché questa mancanza, questo handicap non giovava alla gloria della regina Vittoria.

Dietro le meravigliose perfette notti del debutto, si compiono i più efferati delitti ai danni di quella riserva di carne che è adibita alla soddisfazione dei bisogni più turpi.

Della perfetta società borghese.

Della nobiltà piena di boria, del clero probo e devoto.

La notte è per i perduti, la notte è per le aberrazioni compiute contro chi, uno status umano, non ce l’ha più.

Anzi forse non è mai stato investito del termine persona.

E’ White Chapel, luogo di orrore.

Sono i Docks luogo di perdizione.

E dove lo sguardo non vuole arrivare, perché arrivarci significherebbe sancire una verità occultata: Londra è una società morta.

L’Inghilterra vittoriana, nonostante la meraviglia del Tower Bridge, superba opera ingegneristica, è degrado.

E’ il ricco che balla come un morto vivente cibandosi del cadavere putrescente del povero.

E’ l’abominio peggiore computo nel silenzio complice.

E’ il sesso venduto per due penny.

E’ il nome che ti garantisce l’immunità.

E’ la società vittoriana che decade pagina per pagina, mostrando la sua vera facciata: la morte sociale.

Amo il vittoriano proprio per questo.

No, non sono una gotica dark.

Semplicemente ho ancora un grammo di coscienza per rendermi conto che, solo dal passato, posso capire il mio presente.

E quella Londra non è altro che specchio della mia Roma.

Di New York.

Di Ogni città europea.

Di ogni parte del mondo.

E’ Buenos Aires che dietro al grattacielo nasconde la favelas.

E’ la favola di Dubai, meta di tanti vip, che nasconde occhi affamati. Siamo noi che per poter vivere nel lusso calpestiamo cadaveri.

Non a caso, mentre scrivo ascolto The Mask and Mirror di Lorena Mckennit.

La maschera e lo specchio.

Mai canzone fu più adatta a descrivere un libro.

La maschera che Jonas, Shemaldine, Davies portano davanti al mondo. Lo specchio, che fa vedere con brutalità il vero volto.

Un demone ghignante vestito di tutto punto, che cena con brodo di tartaruga al Cavour.

Un cadavere che cade pezzo per pezzo è quello che ci mostra lo specchio se gli chiediamo com’è la nostra società attuale?

Shemaldine e Jonas non sono solo gli eroi di una fasulla icona Gay.

Sono molto di più.

Uno è il prodotto del dolore e della perdizione, vittima di carnefici che hanno bisogno della Maddalena da redimere o del Giuda da impiccare.

Dell’invertito e del trasgressore.

Perché a loro, quando li seviziano non li cerca nessuno.

E da quel baratro ne esci distrutto, ferito, lacerato.

La tua coscienza non si fa più udire.

Non la vedi più.

Non sai se lasciarti andare, usare, distruggere o continuare a lottare.

Se non ti difende chi ti accoglie, se lo stato volta dall’altra parte e fornisce sempre vittime, che senso ha lottare?

Ma io credo fermamente che l’amore sia l’unica chiave.

E lo credono anche le autrici, perché dietro la crudezza, fa capolino la magia di un abbraccio, quella lacrima di purezza da cui Shemaldine si abbevera.

E allora Jonas diviene simbolo di tutto ciò che di bello l’essere umano ha.

Quella forza di guardare l’abisso ma impedirgli di nutrirsi di te.

E ecco che lo schiaffo che lascia ferite sanguinanti in faccia, quello che ti sveglia e che ti fa urlare, diviene speranza e forte convinzione, che in fondo la banale frase l’amore salva, è la nostra unica arma di difesa contro il putridume.

Questi sono i giorni dell’estate senza fine

Questi sono i giorni, il momento è adesso 

Non c’è passato, c’è solo futuro 

C’è solo un qui, c’è solo un adesso

Oh il tuo volto sorridente, la tua presenza graziosa 

I fuochi della primavera si stanno accendendo luminosi 

Oh il cuore raggiante e la canzone di gloria 

Invocano libertà nella notte

Questi sono i giorni dati dal fiume frizzante 

Dalla sua tempestiva grazia e dalla nostra preziosa scoperta 

Questo è l’amore di quel mago 

che tramutò l’acqua in vino

Questi sono i giorni di una danza senza fine 

e delle lunghe passeggiate nelle notti d’estate 

Questi sono i giorni del vero corteggiamento 

Quando ti tengo oh, così stretta

Questi sono i giorni ora che dobbiamo assaporare 

E dobbiamo goderceli più che possiamo 

Questi sono i giorni che dureranno per sempre 

Devi tenerli nel tuo cuore.

Van Morrison