“Purple lilies” di Lavinia Morano, Brè editore. A cura di Alessandra Micheli


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Lavinia mi ha molto colpito come autrice perché, a differenza di molti non si ammanta dell’aura di saggia consigliera di vita o novella Bronte, sicura di cambiare il corso della letteratura.

Con semplice umiltà asserisce questa straordinaria verità che lo scopo di ogni racconto è quello di divertire e intrattenere, di donare un solo istante di agognata serenità.

E per lei cresciuta a suon di racconti e fantasia il raccontare, intrattenere come la cantastorie di una volta diviene vitale, essenza stessa della sua esistenza.

E cosi come un moderno menestrello, entra nel mondo del pensiero, l’iperuranio di platoniana memoria, prende parti dell’eterna tradizione fantastica e ce li consegna, con grazia e talento.

Mentre leggevo, mi immaginavo questa ragazza che scappa dalla modernità fatta di apparenza e di virtualità, per rifugiarsi e far rifugiare nel mondo della parola scritta, immaginando storie e ricamando con esse il telaio immenso ed eterno, dell’arazzo chiamato tradizione.

E gli elementi del viaggio imperituro dell’eroe ci sono tutti: i cattivi, la ricerca del senso della vita, e un corollario di personaggi che, sembrano altrettante parti del suo io ma che, per ironia della sorte o per un incanto maliardo, sembrano ripercorrere gli archetipi umani o quei tipi psicologici individuati da Jung.

Ecco che abbiamo la disillusione umana di chi di fronte alla difficoltà si adagia nel fallace traguardo di una stabilità materiale, spesso a discapito di un benessere interiore che porta la serenità anche laddove il nero delle nubi tempestose minaccia il nostro cielo.

Oppure la genuinità dell’innocenza che non può non essere idealista e anche sfacciatamente e assurdamente venata di ottimismo sfrenato, la sete del potere che rende ardii e sterili i cuori e distrugge mondi e universi.

E poi ci sono ossessioni e imperfezioni umane come il cinismo, ma anche la perseveranza, il godere dei beni materiali come il cibo senza assaporarli davvero, l’orgoglio e la fragilità e la speranza, muta musa che ci tiene per mano e tenta di non farci sprofondare nell’abisso. Utilizzando questi eterni simboli del nostro umano errare, Lavinia racconta e si racconta, finché essa stessa e la sua anima si fonde con una voce antica, ma potente che, partendo dalle velleità artistiche che fanno del racconto luogo e oasi di puro piacere, ci accompagna in una zona poco confortevole, irta di pericoli e di splendori inimmaginabili: la nostra personale evoluzione.

Purple lillies lascia cosi il comodo terreno della commedia dell’arte, per immergersi in una saggezza antica ma di primaria importanza, specie oggi, che semplicemente tenta di restituire dignità a particelle divine di luce imperitura sfuggite per un atto di orgoglio o per un momento di stupidità folle, alla fonte primaria di ogni creazione: l’amore.

Il suo testo, non so se inconsapevolmente o no, si addentra nei terreni impervi ma altrettanto indispensabili per far respirare la nostra anima, chiamato gnosticismo e che e lei abilmente descrive in modo semplice e immediato. 

Per lei l’amore non è altro che quella forza superiore a ogni mortale impulso, parte infinitesimale di un universo molto più ampio, più complesso della porzione che arriva alla nostra limitata percezione.

E cosi, il male che non ha spazio in quest’armonia cosmica, per lei diventa qualcosa di estraneo alla vera natura umana. E tale germe non può quindi corrompere totalmente qualcosa che nasce direttamente dal pensiero divino, ma solo una piccola parte, quella che non vive nelle regioni profonde del nostro io.

Qualcosa di puro resta, e sta a noi farla risaltare, farla brillare, farla vincere.

E credetemi non sono frasi banali e scontate.

Vi svelo un segreto arcano: tutta la letteratura gnostica è venata di questa profonda Consapevolezza che in mezzo alla lordura, al peccato, alla trasgressione, alle rovinose cadute dell’anima ingabbiata dagli arconti, esiste sempre una piccola scintilla di pura luce che va, semplicemente, liberata per potere tornare in seno alla sua mater divina.

La stessa storia della Pistis Sophia, scritto gnostico trovato nelle caverne di Nag Hammadi, è abilmente raccontata in modo meno pomposo e con un linguaggio meno complicato, grazie allo stile narrativo del fantasy, che crea un impatto e immediato in grado di penetrare i cuori dei più scettici.

Ecco che il racconto classico, diviene al tempo stesso innovativo.

Proprio perché accostato alla filosofia tradizionale.

Ed ecco che la pistis da scintilla di luce posta in un altra dimensione, diviene l’alieno (letteralmente l’altrui, l’altro da se) piombato sulla terra per un giocoforza di eventi catastrofici, rei di aver distrutto il loro pianeta e soprattutto di averli privati della loro unica forma di sostentamento nutritivo.

Il nutrimento perduto, diviene la parabola perfetta per la descrizione della creazione umana, considerata non un dono ma una maledizione.

Scendendo in un piano materiale che vibra con energie inferiori, l’unica reazione plausibile e condivisibile è quella di un retaggio mnemonico di perdita, trasmesso forse dalla memoria collettiva e che causa e procura odio e un senso di umiliazione costante.

Questo perché non si annulla la percezione di antichi fasti, non si annulla la sensazione scomoda eppure viva di aver smarrito un qualcosa di importante e vitale per il proprio benessere.

E tale frustrazione la si riversa sul mondo materiale, la prigione per antonomasia perché imperfetto e cruento, poco attinente ai ricordi di grandezza di un tempo.

In questo piano malsano (la terra) essi si comportano come imitatori dei più arroganti arconti.

Distruggono, disprezzano, odiano rendendo cosi i loro corpi e i loro cuori talmente aridi da non permettergli più di procreare.

E non è un caso che procreare significhi etimologicamente dare alla luce, ossia tornare alla luce e ritrovare la via perduta.

Tutto il testo è un inno alla gnosi, l’unico vero puro amore liberato da ogni egoismo e da ogni finalità cosciente che diviene unica strada per tornare a nutrirsi di polvere di stelle, la sostanza fatta di purezza, di energie positive, di felici ricordi, di immagini di incantate valli, ossia semplicemente quell’amore venato di compassione e empatia.

Ecco che Lilith e Keith, ma anche Luke e Carla troveranno nelle vicenda e volte oscure, come oscura è ogni caduta, la strada per tornare ad appartenere a un universo fatto di pura beatitudine, quello senza l’ansia dell’arrivismo, o di successo ma fatto di puro piacere intellettuale.

Un universo improntato su gesti, scelte, azioni, compiute solo per nostro piacere, solo per rispetto ai nostri talenti e non per rispondere alle aspettative, spesso malsane, di qualcuno e di un intera compagine sociale.

Ecco che l’antica filosofia accantonata e resa “ridicola” da troppe dotte spiegazioni capaci solo di isolarla dalla realtà concreta e pratica, torna a brillare nel testo e nei significati  di questa giovane e meravigliosa ragazza.

E cosi oltre a divertire, emozionare, scioccare e appassionare, forse è in grado anche si risvegliare quella sopita ma mai del tutto distrutta fame di stelle, concetto primario e essenza di tutta la forza magica e retentiva degli scritti gnostici.

E sopratutto per questa sua maturità filosofica che il libro merita da parte mia una menzione d’onore e un infinito grazie per aver dato alla luce ciò che mancava a questo mondo distratto: la consapevolezza di non appartenere al mondo che ci raccontano come reale ma a una dimensione più alta e splendente, che ci aspetta ansiosa di stringerci in un abbraccio.

Chapeu Lavinia.

“Le dodici porte. Sacrificio d’amore” di Veronica Pellegrino. A cura di Alessandra Micheli

 

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Immagino o meglio spero, conosciate le dodici fatiche di ercole. Quella meravigliosa parabola epica non è altro che un viaggio interiore alla scoperte del vero sè dell’eroe, operazione che, ovviamente, comporta una serie di prove iniziatiche, allo scopo, appunto di togliere il velo che nasconde il volto originario dell’uomo.

Il suo autentico aspetto divino.

E’ un po’ il compito che si prefigge Pirandello quando ci sussurra nelle sue fantastiche commedie, che il nostro vivere non è che una recita a soggetto.

Indossiamo la maschera preconfezionata che la società, l’educazione o semplicemente l’abitudine all’anonimato, ci consegnano quando usciamo dall’infanzia per precipitarci di colpo nel mondo assurdo degli adulti.

E cosi abbiamo due identità: quella sociale spesso adombrata da limiti e impedimenti, che celano ai nostri e altrui occhi i talenti e quella interiore, spesso oscura, fonte di ogni meraviglia come di ogni perdizione.

In quell’abisso strano, simile a una grotta sotterranea, conserviamo tutto ciò che il mondo diurno considera disdicevole.

Non soltanto quindi gli impulsi pericolosi e rei di disgregare la società ma anche competenze e potenzialità che, seppur fuori logica, potrebbero servire per alimentare e far crescere la realtà in modo meno anonimo.

Che l’anonimato, la massa sia un po’ il nostro seduttore è palese.

Si pensi all’originale provocazione fatta alla soglia della liberazione, quando nell’ardua decisione tra un ritorno al passato e un salto nel buio per il futuro, ci fu chi propose la rassicurante immagine dell’uomo qualunque divenuto simbolo di un fare politica, di uno stare in società retto da una stasi tranquilla e monotona.

Questo uomo qualunque esce fuori ogni volta che una crisi ci minaccia, quando il nostro stesso costrutto mentale, immagine e creazione della realtà in cui troviamo comodo muoverci, viene messa in pericolo da un male che ne svela le falle e le cesure.

Questo succede anche, in modo per nulla simbolico, nell’Egitto descritto dalla Pellegrino.

In un mondo che torna su se stesso, in un tempo sospeso tra il mito e il reale, la minaccia del potere corrotto disgrega la società ideale antica eppure moderna, immagine della perfetta organizzazione del cielo.

Non è un caso che l’Egitto sia stato scelto come contesto e ambientazione.

Lo stesso sacro suolo che tanto stuzzica la nostra curiosità, era una favolosa composizione in cui il sacro e il profano danzavano all’unisono dando realizzazione al concetto per nulla astratto ma reso concreto della cibernetica: un organismo onnicomprensivo che al tempo stesso ci ingloba e trascende.

Questa meraviglia agorà, laddove il potere sovrano non deriva soltanto dall’alto, ma da un patto,benedetto dagli dei, tra il faraone e il popolo che ha come scopo quello di far rispettare un’antica legge di armonia cosmica.

La famosa e poco considerata Maat.

Che la perfidia dell’elemento disgregatore, il Seth redivivo nel malvagio Darchonir mette in serio rischio.

E come in ogni storia iniziatica è un eroe che si pone come elemento di speranza.

La differenza di questo fantasy rispetto agli altri, è di aver scelto una donna come prescelta.

Non è un caso che l’elemento femminile è quello che, con il suo lato creativo, immaginativo e materno, mette un freno alla brama maschile di sopraffazione.

Non è un caso che in Egitto sia la regina del cielo con il suo amore a ridare vita al compianto Osiride, proponendosi altresì come fautrice della continuazione del futuro, di equilibrio dando alla luce il frutto dell’unione delle due energie: Horus.

E cosi Aley in tutta la sua imperfezione, inizia a procedere attraverso le dodici porte alla ricerca del segreto per aprirle e per permettere al domani, agli universi e alle mille sfaccettature di questo futuro, di unirsi e di intrecciarsi di nuovo.

La sua capacità materna di empatia e la sua pazienza saggia di intessere i fili, gli permette di rammendare gli strappi nelle dimensioni che hanno permesso il passaggio della disgregazione.

In questo meraviglioso arazzo, infatti, sono i buchi nella trama, i luoghi in cui l’energia oscura penetra che mettono a rischio l’intera esistenza: una sola dimensione minacciata significa la distruzione del tutto.

Cosa serve allora ad Aley per ritrovare la chiave capace di riunire i pezzi di questo immenso mosaico?

L’amore.

Ha sperimentato tutto.

La costruzione e la distruzione del se.

La scoperta delle sue potenzialità.

Ha riunito a se l’energia del drago.

Ritrovato la capacità di compassione.

Ora deve per forza sperimentare il potere supremo, quello che ha reso ogni eroe impenetrabile al male.

Eh si miei cari lettori.

Proprio quella immensa forza che

muove il sole e le altre stelle.

Ed è solo quando Aley/Iside torna a congiungersi con il suo Osiride, l’Egitto e il mondo intero avranno una speranza di salvezza.

Ed è emblematico che Aley troverà il senso di ogni accadimento e persino la ricetta per la redenzione e per la sconfitta dell’oscurità, in un libro.

Con personaggi che, nonostante la loro umanità profondamente carnale, non rinunciano al loro ruolo di simbolo, le dodici porte Sacrificio d’amore ci rinnova il ricordo della magia suprema, quella che attraverso la carta apre i cuori e ci dona quella strana ma appagante sensazione di immenso e di infinito.

Buon viaggio.

“La guardiana dei draghi e il cristallo di Lunus” Veronica Gareffa, Dark Zone. A cura di Alessandra Micheli

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Come tutti oramai sapete la mia passione per la letteratura, si sposa con un altra, simile eppure differente, quella per la musica.

Non è raro nelle mie recensioni. la pratica di accostare a ogni libro o una melodia, una canzone o addirittura un intero CD.

Ecco con la guardiana dei draghi di Veronica Galeffa non si può non accostare il famoso lavoro di Edoardo Bennato i buoni e i cattivi del 1974.

E’ sempre stato, accanto a Burattino senza fili, uno dei miei lavori preferiti, capace di raccontare in note e parole la mia visione del mondo.

Una visione che si distacca profondamente dalla nostra, da quella occidentale con le sue schematiche divisioni gerarchiche e che, semplicemente racconta in modo semplice e immediato la legge del tao. Che in pratica enuncia: non esistono persone totalmente buone o totalmente cattive.

Che banalità, esclamerai te, mio filosofico lettore.

Forse.

Ma se fosse cosi scontato, banale per nulla innovativo, non mi spiego perché alle soglie del 2020 ancora abbiamo bisogno del nemico, dell’altro rappresentato come avversario.

Certo soffriamo di una certa eredità caldea, siamo in fondo invasi della religiosità escatologica che da Zoroastro in poi ci presenta l’universo diviso un forse opposte.

Peccato però, che questi opposti si completano e che nella diatriba eterna tra due forze si fonda il movimento da cui emerge il creato.

Le forze positivo e negativo, lungi dall’essere cosi dicotomiche, in realtà partecipano con la loro peculiare identità a una danza, da cui discendono tutte le cose visibili.

E forse invisibili.

Il concetto del tao è molto profondo.

In ogni lato bianco esiste un puntino nero, tondeggiante che funge da calamita per il suo opposto, anch’esso adornato dal un tondo nero.

Come a dire che qualcosa in noi richiama l’altro, in un amore indelebile e costante.

E da questa dialettica che si origina il reale, da questo essere in eterno contrasto con il sui finto opposto che non è altro che un riconoscimento di qualcosa che nasce e sviluppa dentro di noi.

Ogni persona che incontriamo, ogni forza con cui abbiamo a che fare, non è altro che specchio dei reconditi desideri o delle forze più oscure, quel lato nascosto che tanto interessò Jung.

Non a caso, omologazione e livellamento, cosi come il concetto estremo di uguaglianza appiattisce le differenze e inscena il dramma del reale la stasi che porta alla stagnazione e quindi, alla morte, senza comunicazione, scambio di informazioni, confronto costante, si rischia dunque il decesso dell’intero sistema.

Il dividere tutto in categorie, specie di morale, è una necessità strana che individuò anche un semplice cantautore per semplificarci la vita. Nonostante i progressi scientifici, siamo ancora quei progenitori fragili, terrorizzati dalle incognite della notte senza luna, in attesa con occhi spalancati della minaccia incombente.

Le orecchie tese a cogliere ogni movimento, le membra pronte a scattare in difesa o in ritirata contro quell’oscura, arcano pericolo.

Un pericolo spesso immaginato, perché magari i fruscii erano quelli di una nottola in cerca del suo goloso pasto, incurante di quel ridicolo essere tremebondo accucciato su se stesso.

Ecco.

Noi oggi siamo ancora cosi.

Patetica visione vero?

Eppure è cosi reale.

Tanto che nessuno comprende perché al mondo ci debba essere il diverso, e perché in fondo l’equilibrio cosi amato dai cibernetici, siamo visto come una mera chimera lontana.

Ecco che la gerarchia ci porta a identificare un soggetto, un idea, un simbolo come il concentrato di quelle bambinesche paure notturne, tanto da creare una scacchiare in cui i bianchi e neri tentano il tutto per tutto per accaparrarsi il suolo bramato.

Peccato che non siamo scacchi ma persone, piccolo ma incredibile dettaglio: la vita non è una battaglia, una conquista, una sopraffazione, ma noi come l’organismo vita dobbiamo collaborare.

Ed è una parola molto usata ma poco compresa quella di collaborazione, dialogo, cooperazione e persino partecipazione.

Ah si.

Come direbbe il buon vecchio Gaber nella partecipazione è la mia libertà, perché ritrovo l’essenza di me stesso.

Nell’agorà con lo scambio costante di vedute io posso crescere e rendere omaggio al mio io interiore fatto a immagine di un cosmo in movimento perfetto come un orologio.

E sapete?

In un orologio tutte le rotelle gli ingranaggi sono necessari al funzionamento in toto dell’oggetto.

Si inceppa uno, addio orario.

Ci tocca poi fare come la lepre Marzolina a chiedere in continuo che ora è.

Mettendoci al servizio di interessi di potere, che trovano nel donarci informazioni sbagliate la loro via vero il potere.

Pensate alla ragnatela.

Ragno e filo sono parte dello stesso tutto.

Il ragno produce quell’incantevole frattale.

Perfetto in ogni sua componente.

Ma, basta che qualcuno, voi per esempio annoiati e sfaccendati, usi un piccolo bastone o un ago di pino per rompere anche solo un filo.

La vostra limitatezza direbbe che in fondo è un filo non è l’intera composizione.

E invece no.

Basta rompere un elemento della ragnatela che va tutto a rotoli.

Ecco il concetto di sistema interconnesso.

E tale sistema dipende, strettamente dal concetto di Tao, di equilibrio tra due forze che divengono non una demoniaca e l’altra paradisiaca, ma componenti di quell’energia che da la spinta alla creazione della ragnatela.

O di ogni frattale.

E in ogni gesto, in ogni pensiero, in ogni mito, in ogni produzione mentale esiste non tanto il bene o il male, ma la responsabilità di ogni movimento.

Ciò che distrugge o mette in pericolo e ciò che conserva e spinge l’armonia a danzare, per ricreare altra vita.

E cosi, il gesto “buono” diventa cattivo.

Pensate alle pulizie di primavera.

Togliere tutte le ragnatele, distruggere un frattale per mantenere l’apparenza degna della nostra illusione. E cosi la casa si riempie di mosche, senza il buon ragno che vi protegge.

Se osservaste bene ogni buona azione apparente è una strada lastricata per l’inferno.

E cosi ogni cattiva azione apparente, non fa altro che portare benefici.

Una dimostrazione pratica?

La buona azione è convertire gli infedeli, gli eretici, usando la violenza.

E’ salvare un paese identificando il nemico e immolarlo come un novello Isacco sull’olocausto per il signore.

Una cattiva è quella di andare contro la gerarchia ricco povero e iniziare a parlare di diritti.

O donare alle persone un libro e stimolarlo a farsi una cultura.

Sapete che sto citando fatti reali vero?

Fatti che, nell’ottica moderna sono considerati buoni o cattivi.

Cosi ogni buono non è altro che un millantatore in cerca di potere, e ogni cattivo in realtà è un ribelle capace di innovare il sistema.

La crudeltà di un azione dipende dalla quantità di responsabilità che ci inseriamo.

Quindi esisteranno azioni contro il sistema, quando questo lo conservano nella sua imperfezione, o quando lo usano per stuzzicare brama di potere o insicurezza e azioni per il sistema, quando lo depurano dalla sue scorie e quando pensano al bene comune.

Allora non sarà il ribelle che rettifica i torti o il detentore della pietra dell’equilibrio, ma colui che uccide, devasta, sacrifica una parte del tutto, parte anche di lui, per fini egoici.

Ecco che le strutture mentali, come categorie, come pregiudizi sono determinate da una società che sta perdendo se stessa e il concetto, banale, scontato quotidiano dell’equilibrio o del tao.

Beh se cosi fosse leggetevi la guardiana dei draghi.

Anche voi adulti rinchiusi nelle vostre pompose stanze, nelle polverose biblioteche, nelle vostre convinzioni ferree e nei vostri palazzi di potere.

E usate queste parole come un mantra redentivo:

Non è giusto etichettare un’intera razza. È impossibile che una creatura sia del tutto buona o malvagia. » Ambrosius sorrise. « Non dirlo mai di fronte ai senatori imperiali, ma il fatto che tu la pensi così è un buon segno. Da un po’ di tempo, infatti, si respira aria di rivoluzione su Erasmen. I tuoi genitori, ad esempio, sono andati contro la loro vera natura. Tua madre è diventata una guerriera, mentre tuo padre ha conosciuto l’amore vero. »

Voi invece non abbiate paura di urlarlo

E usate i libri per darvi la scossa.

“I viandanti di Eirhan” Autori Vari. A cura di Alessandra Micheli

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Stavolta vi stupirò.

Niente recensione pseudo colta a indicarvi lo stile che sostiene la trama, o il significato dei simboli usati da questa magnifica compagine, non solo di autori, ma anche di esseri umani.

Sono tutti esseri umani direte voi.

Magari rispondo io.

Spesso siamo apparenza, siamo personaggi, siamo proiezioni virtuali.

Ologrammi forse.

Ma non umani.

Perché ci manca la compassione e l’empatia

E ora tra le mie mani non è capitato solo un libro, un avventura, un concentrato di emozioni.

Ma è apparsa una mano, decisa a dare pennellate diverse a questo nostro sistema sociale che a volte sembra un’Idra dalle mille ghignanti teste.

Ne tagli una, ma un altra ricresce e ti deride.

Un sistema che anche nella nostra bell’Italia divide il mondo in poveri e ricchi, in fortunati e disagiati.

Che segrega l’altra parte di se in quartieri definiti dai benpensanti difficili. E li guardiamo soddisfatti, perché noi abitiamo nella parte buona del mondo, impegnati a correre dietro alle nostre cazzate.

Creandoci un simpatico alter ego da proporre nelle iniziative sociali o che acquieti la coscienza con un bel post sui social.

Chiuso tutto, continuiamo a venerare la dea bendata che ci ha elargito il sorriso.

E ce ne freghiamo se dietro il vicolo occhi grandi guardano con invidia la propria infanzia che va via.

Rassegnati perché è cosi che va.

Perché è sempre stato cosi e sempre sarà.

E per colpa di queste frasi fatte, odiose e stridenti alle mie orecchie, che nessuno osa alzare la testa, affrontare l’idra e dirle “io delle tue teste non ho paura”.

E impegnarsi a far si che non ricrescano.

Sapete il segreto?

Basta dare fuoco alla ferita.

Solo la fiamma riesce a fermare l’odio.

E sapete cosa è davvero il fuoco?

L’arte.

Allora un libro non serve solo per girare pomposi per le fiere e lodarsi fino a sbrodolare il proprio io di auto glorificazione.

Un libro può aiutarci a cambiare noi stessi e quindi il mondo che ci circonda.

Raccontando la nostra società anche in modo simbolico e sopratutto facendo da specchio all’uomo.

Ecco cosa succede a Eirhan.

Un mondo perduto, rinchiuso su se stesso, laddove la magia e quindi i poteri che rendono l’uomo uomo, sono racchiusi oramai in strane pietre. E non è cosi che accade?

Non sono forse i nostri talenti rinchiusi in rigidi reticoli cristallini?

Non sono rapiti e imprigionatati nella pietra?

Memoria e al tempo stesso possibilità, ma che richiede duro lavoro, mani che si sforzano di inciderla fino a rivelarne i segreti.

Altrimenti è li, immobile nei secoli.

Immobile ai richiami degli impulsi, delle emozioni, o dei sentimenti.

Eppure, per molti, la pietra è viva e aspetta solo la mano che sa darle vita. E, infatti, possiamo con essa creare chiese, palazzi, statue o addirittura monili.

Da una semplice pietra possiamo tirar fuori i diamanti.

O rubini.

In questa strana dimensione, dove è tutto a portata di mano e al tempo stesso cosi lontana come un sogno, si muovono i viandanti.

Parola bellissima e usata per nulla in modo casuale.

Chi è il viandante?

E’ chi percorre a piedi vie estranee al percorso consueto di una città.

Chi sogna di raggiungere luoghi anche lontani.

Chi nel suo camminare tenta di seminare il disagio che lo fa muovere.

E’ colui che cammina seppur stanco, assetato, affamato ma con uno sguardo fisso su un punto lontano.

Che lo spinge a sfidare persino il suo corpo.

Lui cammina.

E’ viandante e deve procedere.

Il viandante siamo noi.

Che in questa esistenza cerchiamo chissà cosa, un lampo che ci illumini, un senso da dare a questa assurda vita.

Un sorso di infinito o il bacio di una dama.

E il viandante nel suo peregrinare a volte apparentemente confuso vive. Intesse storie da raccontarci, da far germogliare nei cuori.

E sono storie per nulla simili a favole.

Sono frammenti di amori mai vissuti.

Sono maledizioni che qualche divinità gelosa ha inciso come un tatuaggio sulla pelle.

Ma che in realtà, al pari del vecchio marinaio, aspettano solo un nostro lampo di consapevolezza, o di compassione per lasciarci andare di nuovo nel nostro vagare.

Sono storie di punizioni, laddove il buffone e il furbo non gabba la magia, né la saggezza antica.

E’ la redenzione di una lacrima.

E’ il male che viene punito dai fantasmi delle vite che spezza.

Sono donne, sono atti di coraggio.

E’ la spavalderia di chi non accetta le limitazioni di una società che impone le sue gerarchie.

I viandanti di Ehiridan siamo noi.

Noi che in questa vita dovremmo essere gli eroi.

Intenti a ricamare l’arazzo di un racconto per far spuntare un sorriso a un bambino.

E con questo libro si può fare.

Questo libro può far ritornare bimbi i ragazzini persi nei vicoli della miseria umana.

Questo testo ogni racconto, ogni volta che lo leggerete sarà un opportunità per uno scugnizzo.

Per occhi che hanno tutto il diritto di sognare ancora.

Di interesse le loro storie colorate per donarle ai loro figli.

Non devono farei i pali per lo stronzo di turno.

O diventare corrieri della morte.

O fuggire verso la fine, in motorino.

O annegare la frustrazione di un infanzia mancata, con la signora bianca.

Un bambino deve sognare.

E voi potete donargli un po’ di fantasia.

E umano chi li fa uscire dal quell’abisso a cui un vigliacco li ha condannati.

Gente, magnifica gente

vicina e distante

dalla nostra realtà

gente, magnifica gente di questa città

Gente che vede e che sente

e fa’ finta di niente

pe’ nun se spurcà

gente, magnifica gente di questa città

Ma pe’ ‘e guagliune che toccano

‘o ffuóco e se pònno abbrucià

pe’ ‘sti guagliune ca stanno criscènno

e se vònno ‘mparà

pe’ ‘sti guagliune ch’ aìzano ‘e braccia

e se vònno salvà

ci sta tutta la magnifica gente

di questa città

Gente, magnifica gente

elegante e potente

ma ‘sta gente che fa’

Gente che ama la gente

‘sta gente ce sta’

Scugnizzi

” I cancelli di Thule” di Massimiliano Cerruti, Araba Fenice editore. A cura di Chiara Iucci Linaioli

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Anno 2058, Isola di Mull (Scozia). Kyle e Tamariel, protagonisti del volume precedente, ritornano in questo nuovo capitolo con la dannazione eterna che pesa sulle loro spalle. Dopo il fallimento della missione assegnatagli dal Divino, infatti, hanno contravvenuto alle regole del “bene”, diventando loro stessi dei demoni. Non completamente nel caso di Kyle, essendo già un demone per metà. Come cambierà la loro vita insieme e il rapporto fra loro due in seguito a eventi simili? Si può amare un angelo caduto anche se si è di buon cuore? Che cosa si è disposti a fare in nome di questo amore? E’ davvero possibile usare il male per sconfiggerne uno peggiore? Tale è l’obiettivo dei due eroi in questo drammatico frangente, ora che vagano nell’oscurità: dovranno saggiare le potenzialità del male fino a toccarne il fondo, e quindi scoprire che c’è un fondo ancora più profondo…”

***

Secondo appuntamento per Kyle e Tamariel, già protagonisti di un prequel. L’azione inizia in media res per questo lungo racconto di genere. La narrazione è in terza persona, narratore onnisciente, e segue l’epilogo della storia d’amore fra un ragazzo e una angelo dannato, divenuto demone.

Lo stile è molto familiare per chi legge manga o comics in generale. Le dinamiche nei rapporti fra personaggi sono tipici degli shonen: lui, ragazzo normale, lei bellissima, con superpoteri, perennemente in bilico fra la sfrontataggine di una ballerina di cabaret e la ritrosia di una fanciulla. Di fatto, veste (anzi, sveste) spesso gli abiti per mostrarsi nella sua naturale interezza.

I dialoghi sono abbastanza ruvidi, quasi volgari quando riferiti a situazioni inerenti al sesso.

La trama è pura azione. Le descrizioni sono scarne, escluso quelle degli abiti indossati dalla musa demoniaca Tamariel. Spesso si ha la sensazione che certe sequenze narrative vengano liquidate con poche parole solo per poterne spendere maggiori sul modo in cui lei si rapporta a lui, tentandone la libidine.

Kyle, che alterna amore eterno a ritrosia verso questo essere sovrannaturale che ha scelto la dannazione per stare con lui, sembra essere una vittima della situazione (diventa automaticamente un demone per il solo fatto di averla), ma in realtà è il carnefice: a causa sua, un angelo è caduto, dannandosi, e nel momento in cui la dannazione diventa completa, lui la rifiuta.

C’è il lieto fine, ma tutto a discapito di un’altra angelica esistenza.

Un rapporto amoroso, dunque, fatto per stereotipi. Non c’è approfondimento psicologico. La relazione fra i due è meccanica di causa-effetto.

La fantasia dell’autore è notevole, spazia da miti nostrani a tradizioni pagane, creando un mix moderno. Tuttavia, molto è lasciato all’immaginazione del lettore, per comprendere appieno i fatti, che sono rocamboleschi e in rapidissima successione. I disegni allegati aiutano a chiarire le scene più veloci con istantanee funzionali, ma di fondo sembra che ci sia una sorta di urgenza da parte dell’autore ad arrivare alla fine, a concludere.

Avendo potuto leggere soltanto la seconda parte dell’avventura, chi scrive in questa sede non possiede i mezzi per dare un giudizio completo sull’opera, per cui l’autore ha indubbiamente lavorato con passione e continuità.

Di certo, vista la prolificità di Cerruti (illustratore, sceneggiatore, scrittore, appassionato di pittura), possiamo aspettarci molte sorprese, e – chissà – magari anche un’edizione completa della storia che unifichi le due parti.

“Assedio” Daniela Barisono e Alex Montagono, Io me lo leggo editore. A cura di Alessandra Micheli

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1897. Londra è sotto assedio.
E non, come si potrebbe pensare, per via del ceto basso che si è stufato di arricchire il ceto medio.
Stavolta, il virus è più terrificante, più pericoloso: zombie che mettono a rischio il simbolo del vittoriano: la torre di Londra.
Ecco come potrebbe essere descritto perfettamente il testo Assedio.
Che già nel suo titolo racchiude la suggestione chiave e vincente dell’oscura fantasia di Barisono e Montagono: assedio.
Conoscete, spero, l’etimologia del termine vero?
Se cosi non fosse ve la svelo io.
L’assedio è un evento straordinario, una tattica di emergenza che si esplica nell’accerchiamento e il conseguente isolamento di un bersaglio preciso.
Il significato è di rottura violenta, che ha la funzione di aprire un varco nelle file serrate degli assediati.
Ecco perché nella parola avvertiamo un senso di soffocamento pesante, poiché in essa è contenuta la sensazione, anzi l’obiettivo di impedire l’uscita di tutti coloro che si trovano nel perimetro messo sotto tiro.
Ecco che, quindi l’assedio è un provvedimento eccezionale che si mette in atto in circostanze precise: una guerra, la necessità di veder confermato un cretto diritto, una voglia di modifica sostanziale dello status quo.
I protagonisti del testo, quindi, nostre vecchie conoscenze si trovano catapultati in una realtà diversa: non più i fasti e le miserie di una società lacerata dalle sue contraddizioni interne, ma al tempo stesso capace di non lasciare che esse la rosicchino.
Qua, le autorità civili sono sospese, sono totalmente ignorate, perché ironia della sorte, quelle stesse componenti virali del disfacimento, che nascono in senso a ogni società cosiddetta evoluta, si sono totalmente liberate prendendo il sopravvento.
Londra vittoriana appare cosi svelata alla luce impietosa della parola scritta: una società morente che blocca l’evoluzione restando ancorata ai propri privilegi.
Pur coccolando la tecnologia e la scienza, essa mette un freno all’evoluzione che, la conoscenza scientifica porta con se, inevitabile conseguenza del progresso: il cambiamento radicale di ogni assunto culturale che da legittimità e senso all’autorità costituita.
Londra vittoriana ama esse il baluardo delle nuove tecniche. Lo dimostra la precisa costruzione del Tower Bridge, eccellente opera di ingegneria meccanica.
Ama i suoi cervelli, come Babbage.
Fa proprie le meravigliose invenzioni di Tesla.
Ma solo in apparenza per celebrare la sua grandezza.
Si ricopre di ciminiere, di industrie, ma solo perché portino oro e successo nelle loro casse.
Ma, le conseguenze di tanto interesse per il lato tecnologico comporterebbero anche un’evoluzione delle fonti dell’autorità.
Il progresso scientifico non può non accompagnarsi a quello sociale.
Non può esimersi dalla critica sociale, dalla volontà di fare il passo estremo: ossia cambiare totalmente la tradizione a favore della crescita. E non solo economica.
Perché uno stato che finge di cambiare per far si che nulla cambi, è uno stato che porta in se i germogli della sua disfatta.
La crescita scientifica si accompagna e deve accompagnarsi a una morale, etica e mentale.
Vantarsi di una grandezza ma senza viverla davvero, limitandola per timore che essa distrugga i privilegi, significa fingere che il flusso della vita scorra con però dighe imponenti a fermare il suo scorrere.
Ecco che le scelte dell’Inghilterra le si ritorcono contro.
Lo racconta splendidamente Kipling, Dickens e tutti i grandi autori.
E lo racconta, altresì perfettamente il testo assedio.
Le contraddizioni, ossia i morti viventi che il finto progresso industriale porta con se, iniziano a vivere di vita propria fino a rosicchiare, “divorare” ogni elemento del vecchio sistema.
Un divorare inconsulto rabbioso e sicuramente fuori dal controllo del potere centrale.
La regalità vittoriana, infatti, pensò erroneamente di usare la povertà, la rabbia degli operai, il loro malessere per accrescere il proprio prestigio. Finendo annichilita e sommersa da una furia che si rivela assolutamente ricontrollabile.
E’ storia di ieri, e storia di oggi.
Ancora il potere da fuoco alle polveri non rendendosi conto che, la deflagrazione arriverà a distruggere i suoi centri nevralgici.
Cosicché il virus considerato al servizio dei privilegi non sarà altro che una nuova, atroce apocalisse.
E non è un caso che, i protagonisti di questo libro, sono i simboli di ciò che più puro conserva il vittoriano: il cervello, la mente, la testa e la creatività.
La logica che non sarà mai e poi mai al servizio del potere.
Cosa accadrà, beh resta a voi scoprirlo.
Io vi consiglio di gustarvi assedio, con un occhio furtivo alla vostra porta.
Se avvertite dei colpi immediati, forti e rumorosi…beh vi consiglio di scappare.
Sicuramente non sarà un rappresentante della folletto.

“Carhas Ithil. La città sul mare” di Annalisa Ghilarducci, Dark Zone. A cura di Chiara Iucci Linaioli

carhas ithil

In occasione del Lucca Comics and Games 2019, la Dark Zone Edizioni non lascia a desiderare e, forte di un catalogo già ricco, propone novità succulente per gli amanti del fantasy.

È il caso del romanzo d’esordio di Annalisa Ghilarducci, versiliese già nota per i racconti e le antologie con cui si è distinta.

Carhas Ithil – impreziosito dalla cover di Antonello Venditti – è un fantasy che strizza l’occhio agli amanti di Tolkien, capostipite ufficiale del genere.

Scritto con classe e con la mano felice di chi padroneggia la materia (personalmente, ho impiegato meno di 48h per gustarmi le vicende di questo volume I), può, agli occhi più intransigenti, sembrare una fan fiction dell’ormai arcinoto LotR (Lord of the Rings).

Innanzitutto, la dinamica narrativa: regni antichi, uniti da un patto quasi dimenticato, e quindi ormai inutilizzato, vedono sorgere da una terra desertica un male di cui nessuno osa pronunciare il nome. La maggiore delle città, Carhas Ithil, governata da un custode ombroso e palesemente pazzo (vi ricorda qualcosa?), è la prima su cui le orde di esseri deformi (elfi tramutati in orride bestie assetate di distruzione… sic) si abbattono.

A difendere gli Uomini, due fratelli. Il primogenito, Rowldir, è il favorito del custode, a cui è fedele malgrado le evidenti difficoltà; il secondogenito, Alyahdir, ribelle e generoso, è inviso dal suo stesso padre, che fa di tutto per metterlo in situazioni di enorme rischio.

Vi ricorda qualcosa?

La vicenda principale, dama Valiah in fuga assieme al nano Dworf, incastona la drammatica discesa nell’orrore di un regno a causa di terribili incomprensioni familiari. Odio e amore, lealtà e follia, potere e paura, in una triade che ben conosciamo.

Tolkien ci propose una simile situazione: il sovrintendente di Gòndor, padre-padrone di Bòromir e Fàramir.

Egli, però, mirava a descrivere la paura che diventa follia. La dialettica già risolta dalla prematura dipartita di Bòromir.

La Ghilarducci, al contrario, mette il lettore dentro questo dramma privato, esteso poi a un intero regno. A differenza di Tolkien, che ne fa un particolare, lei incentra con mirabile freschezza l’archetipo di questa dinamica: il padre che ama/odia il figlio che gli insidierà il potere, e il primogenito, che ama/combatte il fratello inviso al comune signore, in una ferale dualità.

Vedendolo in difficoltà, Rowldir provò l’impulso di aiutarlo, ma qualcosa dentro di lui lo trattenne, così non si mosse. Restò lì, fermo dove si trovava, a metà strada tra il fratello che se ne andava verso la luce (…), e il portale chiuso dietro cui sedeva suo padre, ormai sul punto di venir inghiottito dalle tenebre”.

Questo estratto riassume efficacemente l’intero romanzo. Ovviamente, la protagonista femminile, dama Valiah, è la chiave di lettura di quella che si presenta come l’incipit di una saga. Ma l’autrice in primis vuole portarci lì, in quello spazio fra la luce e le tenebre, a dibatterci nel dilemma umanissimo della scelta: chi è pazzo fra i due? Vollgarth, il custode di Carhas Ithil, o Alyahdir, il figlio che gli tiene testa?

Così facendo, la Ghilarducci crea dramma nel dramma. L’orrore di un nemico oscuro che riprende vita dai miti sommato all’orrore da cronaca nera di una violenza domestica imminente.

Tolkien risolse la diatriba uccidendo la parte di mezzo, Bòromir.

Qui, invece, si assapora un futuro tragico. E l’autrice è molto abile a metterlo alla mercé del lettore, che resta, al pari di Rowldir, diviso e titubante: da che parte è la giustizia?

Per scoprirlo, ovviamente, occorrerà dare tempo alla Ghilarducci di pubblicare il sequel.

Nell’attesa, consiglio vivamente questa novità a tutti: agli irriducibili di Tolkien e a chi Tolkien non sa nemmeno chi sia. I primi, resteranno deliziati dal poter finalmente sviscerare uno degli episodi più cupi di LotR senza la salvifica intromissione di un Gandalf ex-machina; i secondi avranno pane per i propri denti in ogni aspetto, giacché l’autrice è davvero molto brava, oltre che nel caratterizzare i personaggi con poche frasi, anche a dipingere scene crude di battaglia e stragi.

Ce n’è per tutti i gusti, insomma, in queste pagine: non vi resta che iniziare a leggerle.

“Cronache del Reame Incantato. Prigioniero dell’adilà” di Alberto Chieppi, Dark Zone editore. A cura di Alessandra Micheli

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Ogni mondo ha i suoi oscuri pericoli.

E ogni eroe deve superare una serie di prove capaci di svegliare una parte nascosta, forse dall’abitudine e dalla socializzazione, in grado di fargli comprendere il vero pericolo.

E dove sia la soluzione per evitare l’arrivo del caos.

Perché dopo un periodo di ordine, per qualche bizzarro scherzo del destino, il caos decide di bussare alle nostre porte, forse per metterci alla prova o forse perché ha compreso come, la troppa pace, la troppa serenità, affossiamo il movimento necessario affinché l’uomo divenga pienamente se stesso.

E’ storia di sempre.

Dopo l’orrore o dopo una grande minaccia, una volta superata, l’essere umano si adagia.

E questo suo adagiarsi lo rende pigro e rischia di far stagnare non solo la sua vita interiore ma la stessa società che da questa vita nasce, cresce e dovrebbe prosperare.

Perché sono i miti a cui diamo vita, i valori in cui crediamo e persino l’uomo che pensiamo di essere a forgiare il mondo che ci circonda, quello chiamato realtà.

E cosi il reame incantato, dopo la minaccia che li ha uniti sotto il vessillo di un eroe, si sdraia.

Troppo.

Fino a divenire, appunto, un mondo chiuso all’esterno, a ogni influenza, a ogni comunicazione e a ogni novità.

Nella brama di difendere lo status quò il regnante considera ogni ribelle minaccia.

Ogni discorso deviato pericoloso, ogni rivoluzione perniciosa, fino a essere cosi intento a salvare il suo orticello, da permettere al vero male, quello fatto di vendette e sete di potere, libero di agire.

Ecco il senso di un racconto che è al tempo stesso, dolce favola incantata, e monito per noi tutti, giovani compresi.

Oltre le avventure di Siro e Sam si cela il vero fulcro del libro: non sono le divisioni che ci salveranno.

Non è la difesa dei propri assurdi privilegi.

Ma l’unione che rende di nuovo omogeneo l’organismo sociale.

Sia che si tratti del nostro mondo che di quello simbolico, interiore appunto, simboleggiato dalle meraviglie del reame incantato.

Meraviglie oramai considerate abitudini, ormai cosi fisse da perdere un po’ di quella brillantezza che è propria dei mondi numinosi e delle capacità umane.

L’altro mondo e la realtà umana sono oramai separate non più da un velo ma da un muro di mattoni cosi saldo da scoraggiare ogni tentativo di aprire un varco.

Le dimensioni reale e immaginaria sono cosi sperate che il mutuo soccorso è oramai un miraggio.

Viviamo in un mondo dicotomico, privato quindi di occhi vigili onde evitare di liberare forze di cui abbiamo dimenticato il potere.

Ci fissismo, dunque su piccolezze, su diatribe locali, su liti di quartiere o di rione.

Dimenticando che solo una visione globale, solo due occhi vigili, resi uniti e resi gemelli, possono allertarci di fronte al vero male.

Perché in questo testo, il pericolo non è il crollo di un governo, di Paladin o la vittoria dei ribelli che vogliono che la magia torni libera.

Il pericolo è chi libererà nelle regioni infere, il potere senza controllo, nato dall’osceno connubio tra aspirazioni umane e sentimenti demoniaci.

E mentre gli insorti combattono un potere che dovrebbe tutelarli,la vera salvezza viene da lontano, nella ritrovata anone tra due diversità apparenti e in realtà compatibili: Siro con la sua curiosità e la sua voglia di sciogliere i nodi.

E Sam con il coraggio indomito che lo rende si eroe coraggioso, ma anche eccessivamente spavaldo.

Sono solo i loro due poteri, uniti a dare la speranza a un mondo minacciato dall’orrore.

Che sia monito per voi ragazzi.

Non vi fate trascinare nelle diatribe populiste.

Nelle dicotomie insulse di oggi, tra litiganti e tra diverse idee.

Il vero male prospera nell’indifferenza, e cresce sottoterra beandosi delle discordie.

Solo l’unione è in grado di salvarci dal disastro.

“Tela di tenebre-Resurrezione” di Antonietta Filaci. A cura di Chiara Iuccy Linaioli

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Marcus è un cacciatore di vampiri in un mondo ormai asservito a questa razza predatrice. È un duro e puro, un immune, guidato da un giuramento ancestrale per cui nulla – se non la morte – lo fermerà dal suo scopo: sterminare i Notturni. Ma queste solide certezze vacillano quando incontra Eva: giovinetta appena mutata che decide di risparmiare.”

 

È l’incipit di un romanzo che prelude al dispiegarsi – innanzitutto – di un’avventura. Facendo l’occhiolino al romance sovrannaturale, sviluppa una narrazione ricca di colpi di scena.

L’autrice è brava a raccontare: il succedersi di pericoli, battaglie e complotti muovono i due protagonisti a ritmo serrato.

È dunque un romanzo d’azione?

Sarebbe limitante definirlo tale.

Antonietta Filaci ha una mano felice. Legge molti autori blasonati di genere e si sente: le sbavature nella trama sono poche, le descrizioni essenziali (funzionali), il pathos rimane alto.

Forse, troppo: come nei film d’azione, il continuo succedersi di situazioni critiche anestetizza la lettura, ma non l’interesse. Chi ha amato il Sanderson di “Mistborn” e “Steelheart” sa di cosa parlo.

Unico neo – probabilmente limite personale di chi scrive questa recensione – è la storia d’amore fra Marcus ed Eva: citofonata e predetta dal primo scambio di sguardi. Lo schema è quello. Lui, rude e inflessibile. Lei, bellissima, giovane e in difficoltà.

La “donzella in difficoltà”, tuttavia, grazie alla mutazione in vampiro, assurge a poteri che il Cacciatore sogna. Malgrado ciò, la dinamica di coppia resta sempre “qualcuno mi aiuti”.

L’impressione personale è che al personaggio verrà concesso uno sviluppo reale soltanto nel libro/nei libri successivi.

Quanto a Marcus, duro e puro, si disfa rapidissimamente dai pregiudizi arcaici a cui è stato indottrinato allo sbattere di ciglia degli occhi smeraldo della co-protagonista.

Ciò troverebbe giustificazione in parte nel ruolo usurante di cui l’uomo è rivestito da 30 anni, nella solitudine ininterrotta, nell’anelito umanissimo a trovare un briciola di conforto in una terra ostile dove regnano morte e paura…

L’autrice gioca con i cliché di genere, li porta al limite quindi li svecchia, rendendoli funzionali a una regia sapiente.

Non c’è dato sapere quale sarà il progetto completo del suo lavoro. Certo è che non farà annoiare i suoi già numerosi fans.

Per chi ama il cinema e il ricco filone dei Notturni, da Dracula a Van Hellsing, passando per Twilight, senza per questo accontentarsi dei soliti stereotipi, ma anzi anelando a una visione nuova, questo è il vostro libro.

“Stirpe” di Jordan L. Hawk, Triskell edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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Abbiamo un nuovo capitolo della meravigliosa saga scritta da una sempre eccellente Jordan Hawke.

E stavolta sarà il capitolo decisivo, quello che riuscirà finalmente a completare il cammino evolutivo del buon Whiborne.

Lo abbiamo visto brutto anatroccolo aggirarsi in una realtà dominata, invece, bellissimi cigni.

Cigni che lo guardavano con una sorta di ribrezzo o di compassionevole compatimento.

E non so cosa sia davvero peggio.

Cosi lo incontriamo, nascosto ai margini di una vita che gli scorreva davanti, mai protagonista e sempre attonito spettatore.

E cosi il imo primo incontro con Perceval fu strano, permeato da sentimenti contraddittori. Da un lato mi riconoscevo in lui, quel suo essere cosi distante dalle convenzioni, e dall’idea di uomo, quella acclamata come unica possibile. Dall’altra parte provavo una sorta di rabbia sorda per quella sua indefinitezza, quel suo essere quasi evanescente nonostante si avvertisse nelle buie regioni del suo io più nascosto, una certa passionalità e un certo grado di spregiudicato coraggio. La stessa autrice lo tratteggiava con penna sicura, facendo emergere da quel suo grigio oblio dei tratti di colori vividi e brillanti.

Ecco che la sua indeterminatezza lo rendeva difficile da conoscere e capire: chi era questo strano ometto cosi simile a noi nerd cosi colto e cosi poco adatto alla sua società, un alieno silenzioso e invisibile che scivolava attraverso la realtà cercando quasi di mimetizzarsi.

E poi avventura dopo avventura, complice l’incontro con quella forza che sa risvegliare le anime dormienti (l’amore) lo abbiamo visto crescere, comprendere la sua unicità e prendere sempre più consapevolezza del suo essere uomo prima che animale sociale.

E piano piano, tra tentativi ed errori si è riappropriato della sua immagine.

Finalmente si è specchiato negli occhi innamorati di Griffin e ha visto che si, forse non era un cigno.

Ma un aquila stupenda, vissuta per troppo tempo credendosi un pollo. Un percorso di crescita perfettamente descritto nel quale non è difficile riconoscersi.

Un percorso simile a quelli di tanti eroi dei racconti graaliani, ma sopratutto simile al mio che ho stentato a accettare le mie ali cosi diverse eppure cosi totalmente mie. Ma con una sostanziale differenza.

Per gli eroi della famosa Queste du Graal, il corpo non era altro che uno strumento di estasi divina. Era attraverso l’amore sognato ma anche toccato con mano che avveniva il cambiamento dell’io. Era attraverso l’amore per la dama che si trovava il proprio Graal interiore. Intento dei racconti era solo esaltarlo, raccontarlo e illustrarlo a chi ambiva alla stessa completezza.

Nella nostra realtà è totalmente diverso.

Nelal nostra realtà l’idea che ci domina e ci limita è una cesura profonda tra spirito e metaria che li considera non solo inconciliabili ma persino nemici. Chi ama il piacere terreno non può ambiare la paradiso. Chi ama il paradiso deve tenersi lontano da ogni tentazione.

Ecco che, nonostante l’apparenza di società postmoderna libertina, ci troviamo avvinti dalla più esacerbata sessuofobia.

Ne è esempio l’emergere costante e inquietante di tanti libri che reiterano l’idea di come il sesso sia trasgressivo, peccaminoso e provocatorio. Ne è esempio di come, per i diritti fondamentali, spesso ci si affidi al corpo, mostrato senza pudore come un atto dissacratorio.

Impensabile per i tempi in cui prosperarono racconti che danno il nome al nostro eroe, laddove il sesso era semplicemente un aspetto della vita cosi quotidiano che non era necessario usarlo come arma di protesta.

Era parte della vita e come tale, accettato nei cicli dei viventi.

Ecco che letto in quest’ottica, il racconto amoroso di Perceval è semplicemente un rifiuto netto e coraggioso della paura della carnalità considerata cosi naturale da essere inserita quasi con noncalanche in un testo che parla di crescita ma anche di problematiche sociali.

Senza scandalo, senza pretesa di scioccare è semplicemente parte del percorso umano del nostro “eroe”.

Ecco perche la sua presa di coscienza, non può avvenire solo a livello mentale, ma sopratutto corporeo proprio in virtù della sua iniziale inconsistenza.

La passione che aleggia in ogni libro sensualità soffusa e a tratti intensa che incendia il cuore e la mente ci fa comprendere come la passione e la carnalità non siano da sfuggire come mostri tentacolari e minacciosi, ma fiumi in cui immergersi e rinascerne mutati.

A questo punto possiamo pensare che l’evoluzione del personaggio avesse trovato la sua compattezza.

E invece no.

Cosa mancava allora a whiborne per diventare un vero eroe?

L’incontro più importante, decisivo, quello a cui è stato preparato per tutta la sua vita: quello con l’ombra.

E’ solo facendo emergere tutto il nero che è in lui, mettendo a repentaglio tutto ciò che ha conquistato, rispetto, amore di se, passione e felicità, Percival può diventare davvero pienamente “umano”.

Solo perdendo può ottenere un armatura resistente incisa con i nomi di di giustizia e rispetto per l’altro, e difendere come un vero eroe della tavola rotonda, difendere tutto ciò in cui crede.

Ma in cui crede davvero.

E non solo per sentirsi migliore, unico, diverso e dominante.

Per essere un “cavaliere” moderno deve ottenere la coscienza che, in fondo, mette a repentaglio se stesso per un’idea più grande: il bene comune.

E il bene comune non può essere difeso scendendo a patti con le stesse forse che lo minacciano.

Il bene comune non può accettare compromessi che mettano a repentaglio le parti che lo compongono: gli uomini.

Senza la tentazione, non potrà mai essere davvero libero.

Non potrà mai amare davvero.

Non potrà mai avere ideali cosi saldi da erigersi come un muro scintillante come un diamante dall’onda del male che si abbatte costantemente sulle nostre isole.

Per divenire il protettore della sua realtà e dei suoi affetti Percival deve accendere una luce nel buio.

Scendere nell’abisso sentirsi perduto e alzare lo sguardo verso le stelle.

E decidere di stringerle forti a se.

Deve perdere l’amicizia per capire quanto essa sia preziosa.

Deve rischiare di perdere l’amore per stringerlo poi forte tra le sue braccia.

Deve incontrare le lusinghe del potere, per capire la sua inutilità.

Deve sentirsi spavalderia e sicuro per capire quanto sia la sua fragilità l’unico vero bene prezioso l’unica difesa contro il male che spesso si maschera da ideale.

E capire che è sempre preferibile sacrificare il proprio sabato, le proprie convinzioni per poter difendere quel misero ma unico essere chiamato uomo.

E’ necessario dividere in buoni e cattivi per poter poi comprendere come tutto dipenda dalle sfumature e dalla visuale.

E che in fondo il mostro non è altro che qualcuno diverso da te, magari semplicemente da conoscere.

E’ necessario essere arroganti per diventare davvero umili.

Perché solamente la tentazione, come fece a Gesù nel deserto ci rende davvero forti e ferrei sulle nostre scelte e decisioni.

Perché chi troppo sicuro di se, troppo certo delle sue convinzioni lastrica la strada dell’inferno con le sue buone intenzioni.

Frasi fatte?

Forse.

Ma reali.

Perché quando l’ideale diviene più importante della compassione allora credetemi, l’abisso vi ha guardato fisso negli occhi e ha preso in ostaggio la vostra anima.

L’arrogante diventa umile nel momento in cui si rende conto che tutta la sua prosopopea non vale il sorriso dell’amato, o l’abbraccio dell’amico.

Whiborne lo impara sulla pelle, ed è quella cicatrice che pulsa che diventerà il suo marchio e il suo scudo.