“La notte delle gilde” di Fabio Murgano, self a cura di Alessandra Micheli

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E’ con la notte che i segreti trovano la forza e il coraggio di uscire.

Perché sanno di essere protetti dalle ombre, loro amiche e loro complici.

Con il sole bisogna che tutto appaia perfetto, in ordine, completamente logico affinché il popolino resosi massa, possa donare ancora stentati ma sempre graditi consensi.

Alla luce del giorno le contraddizioni vengono dimenticate in favore della laboriosità dei bravi insetti capaci di ingozzare con prelibatezze la grassa regina che apparentemente li nutre e li protegge.

Ma alla luce calante, laddove tutto è misero e tutto è possibile ecco che questa grassa e rubiconda regina si trasforma in una crudele predatrice, una mantide capace di staccare a morsi la stessa testa dell’organismo sociale.

E’ storia di sempre, storia ripetuta quasi con ossessivo ritmo in tanti troppi racconti, laddove si intenda mostra il volto meno nobile, più malevolo e odoroso di decadenza del nostro padrone per eccellenza, un potere da tutti bramato, misconosciuto ma da tutti sommamente desiderato.

Pur nell’oblio di un volto che è celato da un cappuccio, senza conoscere i lineamenti che danno un identità precisa a questa sfuggevole entità, il potere seduce, perché non si vede eppure lo si può esercitare, non lo si osserva eppure fomenta i nostri desideri più reconditi.

Non si mostra eppur domina incessante ogni nostra azione.

Ma forse è per questo che è tanto ricercato: perché se avessimo il sommo coraggio di alzare quel cappuccio fatto di buoi vedremmo un volto contorto da un ghigno diabolico, con zanne dallo strano colore rugginoso, memore dei tanti ,troppi popoli masticati dalle sue maestose e affamate fauci.

Il potere nasconde sotto il panciotto elegante con il suo orologio perfettamente dorato, tentacoli vischiosi con cui accaparrarsi le vittime e poi impossessarsene, fino a dominarle e possederle.

Non saremo mai più noi stessi, persino i nostri ideali, le nostre credenze verrebbero inquinate dallo stesso virus velenoso che possiedono le sue acuminate appendici.

Una medusa nascosta nei flutti profondi del mare, un qualcosa di cosi seducente da farci scordare ogni onore ogni gloria e ogni sentimento.

Ma il potere in genere sceglie sempre un soggetto per volta, da possedere e manipolare. Eppure al tempo stesso gode del disordine, gode nel caos e gode nell’inimicizia. Ecco che la notte su Oakland incombe imperiosa.

Qualcosa nella clessidra del tempo, ha determinato improvvisamente la fatidica ora X laddove i segreti sono illuminati, laddove calano le maschere e l’apparente cooperazione, figlia di un nuovo ordine, viene necessariamente segnata da una rozza ma decisa spada di Damocle.

La notte delle gilde non è altro che il caos prestabilito che viene sempre dopo un periodo di apparente pace sociale.

Le gilde hanno diviso, timorose di quest’entità malevole o potenzialmente malevola, il potere, in piccole parti ognuna custodita da questa strane congregazioni di umani unite da strani legami e da occulti intenti.

Le gilde hanno sostituito il re, troppo concentrato su se stesso e troppo poco interessato verso il popolo coronando il sogno atavico dell’uomo espresso persino nei trattati meravigliosi di Moro e Campanella, che volevano corporazioni nate in seno al popolo a rappresentare e tutelare gli interessi della comunità.

Chi meglio di una gilda può’ farlo?

E cosi al posto della stratificazione piramidale si prova a innestare un sistema più simile a una ragnatela, fitto e interconnesso, capace quindi per la sua sopravvivenza della partecipazione attiva di ogni gilda.

Esistono i ladri, esistono i religiosi (gli eletti) esiste la gilda degli assassini e pure i non schierati, i rinnegati che fungono da perno per l’equilibrio necessario tra bene e male. I rinnegati sono lo zero, quello che si pone al centro della libra bilanciando i due bracci opposti: mai troppo buoni, mai troppo egoisti, mai troppo cattivi.

Ed è il potere, strisciante serpente che trova quest’ordine difficile da sbrogliare, nauseabondo: il potere non ama l’equilibrio, ha una parte troppo selvaggia, troppo istintiva da dissetare. E cosi è grazie alla discordia che il consesso è messo in pericoli, in una notte senza fine che nel libro assume il colloso sembiante di un inchiostro.

Inchiostro che macchia indelebilmente le coscienza, i destini, ponendo le azioni al centro della scena.

Azioni scellerate, azioni avvolte da un egoismo che le porta alla distruzione.

E cosi, la notte delle gilde non affascina solo il lettore bramoso di emozioni. Diventa necessariamente anche parabole dei nostri giorni, laddove il nostro consesso politico , le organizzazioni, le strutture sociali, si perdono tra patetiche diatribe, tra ripicche infantili e futili rivendicazioni.

Perché il potere, spezzettato da intenti nobili, in fondo si ribella sempre e brama tornare unito per poter spadroneggiare nella sua irruenta modalità predatoria.

E cosi la notte delle gilde diventa il nostro mondo di oggi, ancora e forse chissà per quanto tempo, stremato e stritolato dai meccanismi delle contrapposizioni.

Fabio Murgano si conferma anche con questo libro non solo uno splendido e talentuoso autore: ma anche un attento acuto e irridente osservatore del nostro mondo odierno. In fondi, i libri non solo altro che lo specchio, spesso fatalmente sincero, di noi stessi.

“Elyss” di Valerio La Martire, Dark Zone. A cura di Alessandra Micheli

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Avete mai visto Roma alle prime luci del mattino?

Un alba rosata inizia a sollevarsi piano piano, in uno strano silenzio rotto, qua e la dai rumori di chi lavora o di chi va a dormire.

E’ tutto sospeso, come se la magia fossa quasi in procinto di manifestarsi. E in quegli istanti, prima che l’irruenza di questa vecchia indomita città inizia a farsi rispettare, c’è un momento immobile, come se l’incanto di una magia fosse li li per manifestarsi. In quegli attimi davvero ti sembra scorgere antiche divinità, antichi folletti, muse e ninfe che agitandosi donano la loro protezione a questa mia bella triste signora.

Nonostante il miracolo di Roma che dorme e si sveglia, il dolore permea questi sanpietrini.

Noi, troppo di fretta, intenti a rinnegare la fantasia e l’incanto, ci muoviamo quasi senza rispetto. Non tanto per la gloriosa storia, o per quel passato che ancora sussurra da queste pietre, ma per quell’anima che ci chiede a ogni angolo di strada, di essere abbracciata.

Mi immagino Roma come una elegante decadente signora, con ancora tante storie da raccontare, quasi sussurri nella notte, funestata da chiasso cacofonico urla e schiamazzi.

Cerchiamo quella magia perduta in altri luoghi. In altre culture cosi esotiche eppure distanti.

Quasi come se una parte di noi fosse stata sacrificata a questo osceno dio dell’apparenza.

Odiamo questi vicoli sporchi e trascurati, eppure cosi vivi e vibranti. Odiamo quei palazzi del potere vilipesi dalla politica senz’anima e senza dignità.

Odiamo il papa che ci ha relegato in un angolo buio, donandoci quei diritti e quella libertà che prima ci negava.

Eppure, in quella storia fatta di repubbliche, di sacrifici di canzoni beffarde, creato come un arazzo dalla sarcastica voce di Pasquino, era proprio quel negarci che ci faceva alzare la testa orgogliosi e dire e no sor papa, io li diritti me li aripijo.

E cosi Roma sembrava quasi sottomessa, ma brulicava di vita, quasi sotterranea per paura de mastro Titta, con quella falce in mano come un oscura a ctonia divinità della morte.

Li sotto, in quella tradizione sotterranea nata proprio quando bisognava rialza la testa, si muoveva l’essenza di Roma mia.

Sberleffi, poesie crudeli e malinconiche, che ancora oggi ci narrano il dramma umano della guerra, il compromesso e la stupidità di chi si fa comprare da su spicci.

Mentre cammino per Roma penso al libro di Valerio.

E mi chiedo cosa celi questo urban fantasy, cosi accattivante e a tratti irriverente.

Cosi come lo spirito di questa antica, stanca guerriera.

Una lotta per recuperare, in fondo la vita, quella che guarisce oggi che siamo soltanto cosi pregni di morte.

Morte dell’identità, della cittadinanza, del pensiero, dall’immaginazione, della cooperazione e della fratellanza.

Morte di quella volontà che ci univa e che oggi ci divide mentre siamo intenti a scattarci i selfie.

E cosi mamma Roma sta li a guardarti triste, quella sua gente che non ascolta non sente e nega i doni che lei nonostante le botte che gli abbiamo dato, continua a elargirci. La bellezza quasi antica delle sue strade, voci che risuonano cantando per i vicoli, echi del tempo che fu.

La magia celata agli occhi sciocchi degli stolti, cosi come Valerio narra nel testo.

Roma è davvero ancora patria di fauni e ninfe, di divinità e arcani misteri. Patria di esoterismo e alchimia, patria di magie a cui attingere a mani aperte, forse soltanto per scrivere un libro.

E la lotta finalmente rinata contro zi prete, che oggi è quasi assente, sonnolento, distante, rassegnato.

Ma senza sto papa a cui di no, cosa rimane a noi romani?

Cosa ne è della nostra libertà conquistata con la breccia di porta pia?

Abbiamo tutto.

Eppure le nostre mani suono vuote.

Siamo orfani della nostra città, immensi in critiche, rivendicazioni stantie, monnezza e malgoverno.

Cammino per Roma e mi sento come Elyss davanti alla meraviglia di incanti che Roma nasconde.

Sono nata qua e da qua, nonostante le contraddizioni no riesco a staccarmi. Cosi come il suo lari non riesca ad andare via. Sono qua a raccontare storie agli spiriti protettori, affinché mogi e affranti non lasciano la città sprovvista di protezione.

Sono le storie a difendere Roma mia.

Allora nun je da retta roma.

Non fa er patto cor diavolo, non rinunciare ai tuoi sogni per farti blandire dalla convenienza.

Nun te fa pecorone.

Non te fa cojonà.

Ascolta la mia voce che ti narra dei tempi antichi, che te canta no stornello.

Accanto a me, oggi a crederci ancora, ci sta Valerio.

Allora grazie, perché pure tu come me ami in modo assurdo, pazzo, folle e insensato sta vecchia abbandonata città.

 

“Omega. La fine è solo il principio” di Licia Oliviero. A cura di Alessandra Micheli

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Scrivere un fantasy anche nella sua versione più moderna, ossia l’urban, non è sicuramente un impresa facile.

Nonostante la costante richiesta da parte dei lettori di originalità e innovazione, gli amanti del genere suddetto sono limitati dal concetto cardine che lo identifica e lo caratterizza: il percorso dell’eroe.

Senza tenere conto delle teorie che lo hanno reso famoso, il fantasy perde la sua autentica connotazione e rischia di divenire un banale resoconto di fantasie private.

Il percorso di crescita e l’acquisizione di consapevolezza, dunque, devono brillare come radiosi raggi all’interno di ogni capitolo, devono sbocciare dalla parola alla mente intrigata del lettore, raccontando per archetipi la ricerca doverosa di se stessi.

E questo avviene nel caotico e al tempo stesso ordinato del regno dell’immaginario.

E’ solo in quella dimensione, come la chiamerebbe l’abate Kirk del numinoso, che i contrasti e le differenze trovano la loro unione e laddove le contraddizioni vengono risolte.

Anche in Omega, quindi, la nostra balda autrice ha tenuto conto di questo fondamentale dettaglio.

L’intero testo, seppur ammantato anche di altri significati, pone la protagonista, Meg di fronte a se stessa, alla scoperta della sua identità e successivamente all’ardua scelta se accettarla, quindi se accettare il destino stabilito da un autorità esterna, o propendere per un altra strada, voltando bellamente le spalle al suo apprendimento.

Ed è in questa scelta che si innesca l’originalità e la modernità di un testo sicuramente godibile, sicuramente scorrevole a una prima lettura ma che, al pari del baule dell’Humpty Dumpty di Alice, contiene significati molto più profondi e importati per noi oggi.

Andiamo a scoprirli assieme.

Come ho già accennato questo fantasy come tutti i fantasy che si rispettano, pone la centro della sua narrazione la scoperta del se e delle potenzialità del protagonista.

Che pertanto diviene eroe nel senso atavico del temine, colui a cui è stata affibbiato da qualche autorità religiosa o politica, il compito di portare ordine nel caos. In questo contesto richiamando un antica leggenda celtica, il nuovo ordine deve nascere dalle ceneri di quello vecchio.

Come la leggenda che ci narra di come,  il re dell’inverno o il re cervo, deve essere sconfitto e quindi metaforicamente ucciso dal nuovo giovane re.

Questo comporta un vero e sacro passaggio di consegne: la morte, quindi la fine di ogni ordine, comporta necessariamente un nuovo inizio.

Omega, lo si intuisce già dal titolo non disdegna affatto questa pratica.

E’ necessario che il mondo, che i valori, che l’interpretazione del reale della stessa Meg venga ucciso da un suo atto consapevole affinché il caos si trasformi, appunto, in ordine.

E anche questo simbolico atto viene sancito con un uccisione (in alcuni fantasy esiste addirittura lo smembramento).

Cosa c’è di originale allora?

Nella modernità viene spesso messo in discussione il concetto stesso di autorità.

Siamo cosi subissati da voci che ci indicano il percorso migliore da sviluppare per contribuire al benessere del sistema, da aver soffocato ogni afflato interiore, ogni libero e ribelle arbitrio.

Sappiamo cosa è giusto e cosa no, dove sta il bene e il consono e dove sta il male ossia il politicamente scorretto.

Siamo in sostanza apparentemente più liberi eppure prigionieri di convezioni sociali fondate e impossibili da mettere in discussione.

Eppure il tempo scorre fluido, apportando sia all’esterno che all’interno di noi stessi e quindi del reale che noi produciamo con un inconsapevole atto mentale, i necessari aggiustamenti che ci consentono di evolverci e quindi di vivere sempre al meglio.

Senza questo accorgimento la rigidità del nostro sistema mentale ci porterebbe all’estinzione.

E’ tramite l’apprendimento delle regole sociali che noi diventiamo cittadini e soggetti di diritto.

Ma è tramite un altro necessario passo che ci porta anche a rifiutare questi dogmi, che noi diventiamo persone.

Sono necessari tutti e due e Meg li vive in prima persona.

Scopre chi è e quale compito un certo tipo di autorità gli ha consegnato.

E’ stata cresciuta per quell’evento e quella strada o quel destino deve percorrere.

E’ quindi una predestinata.

Questo significa che, in fondo, non ha addestrato un elemento che la rende umana: ossia il libero arbitrio.

Una volta compreso il suo ruolo Meg passa al livello successivo (chiamato da Bateson deutroapprendimento) ossia analizza la sua “missione” e si trova a un bivio :accettarla, rifiutarla o adeguare alle sue nuove esperienze tattili, mentali e emotive.

Ecco dove sta l’originalità di Omega.

Meg sceglie, cosi come altri “eroi” di altri fantasy non possono fare.

Meg decide che esiste la terza via per portare ordine nel caos e comprende come, in fondo, chiamiamo caos o disordine ciò che non è ordinato secondo la nostra personale mappa mentale.

Meg apprende, quindi la relatività dei concetti liberandoli dalla rigidità delle etichette.

E cosi i personaggi accanto a lei divengono grigi.

In questo grigio però non c’è indeterminatezza e relatività: c’è la volontà compassionevole di comprendere i drammi, di comprendere come certe scelte e certe etichette sono appiccicate per convenzione, per un politicamente corretto che, di etico poco ha.

Il cattivo diviene quindi un personaggio a cui è stato imposto un modo di essere, è stato costretto non da una liberà scelta ma da una necessita.

Ecco che in questo mondo in cui ci troviamo a dover accettare la maschera societaria per salvare un sistema traballante, Omega può fungere da spinta per un acuta e interessante riflessione: quanto la maschera che indossiamo deve davvero decidere la nostra identità?

Siamo qualcosa di più profondo delle etichette affibbiate e possiamo, ogni istante delle nostra vita, tramite la consapevolezza scegliere il no.

Scegliere strade diverse.

Scegliere non la voce esterna ma quella che nasce dentro di noi, educata non da facili e stantii concetti ma dal contatto umano e dunque, dall’esperienza

Ringrazio Lucia Oliviero per aver dato alla luce un romanzo cosi particolare, semplice e al tempo stesso ricco e complesso.

 

“Watergrace” di Hendrick R. Rose, Dark Zone. A cura di Chiara Iucci Linaioli.

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Ho letto lentamente quest’opera.

Non mi convinceva.

Inizia come un cappa e spada alla D’Artagnan, con duelli, tenzoni, dolci fanciulle pericolose e audaci maschi blasonati che confondono l’odio con l’attrazione.

Nulla di nuovo sotto il sole, quindi.

La storia si dipana.

Come da manuale, i due protagonisti, novelli Romeo e Giulietta di due regni che si odiano, finiscono per innamorarsi perdutamente, tanto da sfidare convenzioni e ragioni di Stato per aversi.

E fin qui nulla di nuovo, no?

Eppure…

Eppure.

Watergrace è un perfetto crescendo, come ce ne sono pochi.

La sua forza non è l’originalità degli eventi, quanto la continua salita di un climax che non ci si aspetta, che elude, ma è lì, e il lettore non lo sa, non lo intuisce, lo sente a livello inconscio, ma quando capisce… allora è troppo tardi, ci sei dentro. Ti ha preso.

Watergrace è una romance, un fantasy, un libro d’azione, un distopico e un thriller.

Non sono molti i libri a presentare il villain (e che villain!) quasi sul finire delle pagine.

Irrilevante che poi ci sia o meno un seguito: la storia cresce in sordina, esplode e risolve in quelle pagine.

L’autrice illude, e lo fa magnificamente.

Occorre avere la pazienza di leggere fino all’ultima riga per comprenderlo.

Fa parte del piano.

Un piano bene congeniato, una mente raffinata.

I personaggi sono tutti caratterizzati magnificamente: pochi tratti, e molti dialoghi. Descrizioni essenziali all’osso. I loro volti fioriscono nella mente del lettore con eccezionale freschezza.

Non è un libro facile, Watergrace. Può essere equivocato. Stavo per farlo anche io, in effetti.

Innanzitutto, è scritto da cima a fondo con i verbi declinati al presente indicativo: non “Ash estrasse la spada”, ma “Ash estrae la spada”. Disturbante.

Poi, i dialoghi: teatrali, non nel tono, ma nel botta e risposta. Spesso sono più i dialoghi che le azioni a dominare la scena. Soffusi di ironia shakespeariana, infilzano affondi tra le parti in lotta ben più del fioretto.

Una bella combriccola affiatata, plateale, gaudente… Si resta quasi increduli quando arriva il vero cattivo. E, come in ogni buon thriller, lo si cita all’inizio da subito, ma lo si riconosce alla fine.

Un ottimo romanzo.

Una buona seconda prova dell’autrice di “Armonia finale” (2017, La Ponga ed.).

“Percussor. I Delitti del reame pisano” di Marco Bertoli, NEPSedizioni. A cura di Alessandra Micheli

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Non so se tutti voi sapete che una delle mie passioni, oltre la lettura di horror e di gialli è quella per la storia.

Gli eventi cosi complessi spesso concatenati tra loro, forieri di conseguenze sociali ed economiche, mi hanno sempre affascinata.

Per me la storia segue un andamento affatto lineare, ma piuttosto una sorta di spirale che, quindi, può innalzarsi sia verso l’alto che verso il basso.

Questo comporta che in realtà accadimenti, fatti, prospettive e decisioni, si possano ripetere in modi sempre differenti all’uomo protagonista di questo viaggio, con la possibilità costante di effettuare, di volta in volta, scelte diverse.

Ecco il senso dei corsi e ricorsi storici di Gianbattista Vico.

E’ la possibilità collegata al creativo talento umano, di superare le soglie della nostra avventatezza, delle nostre ossessioni proponendo decisioni diverse capaci, quindi, di creare scenari differenti e insegnamenti difformi.

Il concetto di ricorso storico ha quindi una valenza pedagogica; è l’intento di qualche arcana energia di insegnarci a vivere, di insegnarci la strada verso la consapevolezza dei nostri talenti e di mostrare anche la parte più oscura di noi stessi nella speranza che, una volta compresa, accettata e analizzata, possa essere superata e purificata.

La storia cosi considerata, non è affatto un insieme di fatti, seppur coerenti, totalmente slegati dall’uomo; non è una provvidenza o un elezione che ci tocca e ci sfiora.

E’ piuttosto il palcoscenico laddove l’attore tenta, a volte senza speranza, di proporre una recitazione sempre più realistica, in cui possa finalmente emergere la verità dell’uomo.

E divenire quindi reale.

Fino a che non prendiamo coscienza del nostro essere protagonisti, la recita diviene artificio, illusorietà transitoria e una grottesca commedia dell’arte portata avanti da “sempliciotti”.

Da questa considerazione strana e forse “mistica” della storia ne consegue un fatto determinante per la letteratura mondiale: i corsi e ricorsi storici, ponendo di fronte sempre nuovi bivi, diventando sempre più simili a un libro game dove un dado lanciato nell’etere può decidere la nostra sorte, spiana la strada a una domanda annosa e foriera di interessanti spunti di riflessione: cosa sarebbe successo se?

La possibilità di immaginare una deviazione temporale alternativa è causata dalla concezione elastica appunto degli avvenimenti e del destino che, non è fissato con uno scalpello sulla pietra, ma è scritto da una matita che noi possiamo cancellare.

E per questo il nostro bravissimo menestrello (inizierò a chiamare ogni talento con questo nobile appellativo) elabora una realtà creata, appunto, da scelte diverse e che quindi, non è affatto alternativa, ma possibilità reale.

Due sono le linee temporali evidenziate.

La prima riguarda un contesto politico sociale diverso da quello che noi studiamo sui libri di storia: un diverso finale per la battaglia della Meloria.

Come dite?

Non la conoscete?

E cosa ci sto a fare io mio adorabile lettore?

Non solo per allietare queste fredde giornate ma, nel mio piccolo per erudirti!

La battaglia suddetta, da quel nome cosi evocativo fu una storica, nel senso di grandiosa e importante, battaglia navale che coinvolse la Repubblica di Genova e quella repubblica marinara di Pisa. Tutto avvenne nel remoto agosto del 1284 alle coste del porto pisano.

E perché è cosi storica?

Perché cotale battaglia indebolì di molto la nobile flotta pisana dando inizio, udite udite, al declino della sua potenza, durante tutto il medioevo. Questo declino non causò direttamente la decadenza della repubblica ma ne minò le fondamenta, facendo in modo che, le conseguenze più nefaste, poterono sbocciare un secolo dopo, con il fetido tradimento di un certo Giovanni Gambacorta.

Ecco che una semplice disfida dalle conseguenze non proprio brillanti, diede l’avvio a una seria di eventi decisero, in un secondo tempo, di un popolo.

E’ il cosiddetto effetto farfalla.

E questo è il primo interessante insegnamento da ricordare: anche il più picoclo, inutile, miserevole evento, può creare uragani devastanti.

E cosi Pisa, indebolita nella reputazione inizia la sua lenta decadenza che la porta nel 1406 a essere assoggettata alla potenza di Firenze.

E fin qua ci muoviamo nel terreno impervio ma conosciuto dei fatti storici.

Il nostro Bertoli però, immagina un altro sfondo foriero di ulteriori cambiamenti sociali e politici: ossia che tale famosa battaglia riusci a onorare la meraviglia di Pisa e portandola a fondare un vero e proprio reame pisano retto dalla dinastia dei della Gherardesca.

E questa dimostrazione di forza avrebbe sortito un effetto farfalla al contrario: è Pisa a assoggettare la nostra Firenze governata dai mitici Medici.

Ecco che, il reame cosi raccontato, ha l’alone della forza indomita del mito.

Cosi come la Battaglia di Lepanto fu utilizzata per fini propagandistici, cosi la battaglia della Melora unisce il reame sotto l’egida del potere navale che rende Pisa regina dei mari a scapito della sua antagonista Genova.

E sapete qual’è la conseguenza sociale di un tale sicumero orgoglio?

Che non si teme più l’ignoto.

Un regno cosi forte, che ci vanta di una superiorità militare, è pronto si a cacciare ogni insidia nemica ma quella esterna, non interna.

Un popolo assoggettato a un mito si compatta e si rivolge infuriato a chi, quel mito tanta di demolirlo.

E’ una sottile ma importante conseguenza.

Il popolo che si riconosce nella forza della bandiera, non ha bisogno di nemici interni per ricompattarsi, non si lacera internamente, ma sostiene il reame ostentando la sicurezza del vincitore. E sottomettendo le sue personali libertà in favore di tale orgoglio “nazionale”.

Un popolo che, a causa delle condizioni economiche non floride, rose dalla costante perdita di consenso e di lettiggitimatà del potere, vanno riportati all’ovile usando la formidabile arma del dissenso internmo; ogni alleanza per la rivendicazione dei diritti, è stracciata dall’idea che, un corpo pernicioso cresce nel suo interno.

Zitti tutti e palla al centro.

E’ la spavalderia che permette al nostro regno di non demonizzare per nulla le forza arcane, ma anzi a usarle a proprio vantaggio.

Pisa o meglio il nostro reame pisano non disdegna per nulla la magia. Anzi assoggetta anch’essa in nome della conservazione di questo stato forte, sicuro e concentrato sulla meta: risplendere nella sua fulgida bellezza.

Ora, mi direte voi virgulti curiosi, ma la magia nel seicento era bollata come eretica!

Si e no.

Caria adorabili miei lettori, la verità è che, nel contesto del cattolicesimo, persino della controriforma furono due la concezioni della magia: una approvata dalla chiesa e messa al servizio dell’onnipotente, e una rifiutata come satanica.

E ovviamente la definizione di alta e bassa magia, dipendeva da un solo incredibile fatto: il ceto sociale.

La chiesa, infatti, durante tutto il 500 e il 600 si interessò di magia.

O meglio si interessarono le alte personalità di intellettuali cattolici, i nobili e le gerarchie ecclesiastiche di alta magia, contrapposta a quella popolare e dei settori considerati inferiori.

Un esempio?

Athanasius Kircher. Un gesuita.

Michelangelo Lanci. Diacono e prete.

Alessandro VII. Papa.

Giordano Bruno (nonostante la sua pessima fine) fu un domenicano.

Nonostante taluni veti sulla conoscenza (come si dimostra nella storia di Bruno) lo studio dell’ars proibita era accettata dai vertici del vaticano purchè restasse entro le rassicuranti mura delle sua dottrina, che essa non fosse diffusa a tutti, e non fosse usata come riconsiderazione dei ruoli sociali e come contestazione della stratificazione sociale.

Quindi restasse soltanto un mero diletto intellettuale.

Qualora lo studio esoterico potesse essere considerato mezzo per contestare la gerarchia sociale ( si pensi allo gnosticismo che demoliva l’idea di infallibilità papale e metteva in discussione il ruolo della confessione), beh allora doveva esser taciuta.

Pertanto, l’idea che la magia fosse accettata, non è affatto una fantasia. Solo che era tollerata dentro le mura del regno vaticano.

Trasportare tale regno, florido, sicuro, unito, compatto nel reame pisano è il solo unico volo pindarico di Bertoli.

Un regno che non temeva nulla poiché aveva dato prova e sfoggio della sua potenza.

E che però viene costantemente mincciato da cospirazioni, vendette, odi e tentativi di rovesciamento regio.

Ovviamente la ribellione era confinata nei ristretti lidi dei ceti alti.

Mai, mai dalla popolazione, sempre, sempre arrivata dall’elite al potere. Che un giorno si svegliava bella convinta di dover cambiare le carte del gioco.

Apparentemente.

O meglio cambiare il suonatore. Mai la musica.

Ecco che Percurssor inizia questa sua narrazione, raccontando, in fondo, ciò che ancora succede oggi: cambi di poltrone, omicidi di stato, duelli tra fazioni,, tutto a scapito dello spettatore medio.

Che anzi è marionetta nelle mani del potente.

Precurssor diviene, quindi, più di un libro di semplice evasione: è una narrazione romanzata sull’essenza della conoscenza storia, ossia la teoria dei ricorsi storici e narrazione del contrasto eterno tra potenti che litigano, che ci combattono, osservati da una popolazione che li osserva ma che resta sempre relegata agli angoli.

E sono contrasti osservati come fenomeni arcani, con riverenza, curiosità e meraviglia ma consci che sono troppo lontani da un vivere quotidiano abbellito da stenti e tentativi di sopravvivenza.

Il popolino è il pubblico che assiste allo spettacolo, capace di fissare il dito e mai la luna che lo stesso indica.

I miei complimenti a Bertoli per aver creato non solo una perfetta ucronia, ma anche per aver colto perfettamente quel senso si sconfitta di un popolo reso, costantemente e volontariamente, una massa disperata, che emerge lieve dal dal forte grido, tra le pieghe di un romanzo indimenticabile.


“Project digito anima” di Marco Chiaravalle. A cura di Alessandra Micheli

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Come sempre quando mi trovo a recensire un libro dalla fulgida bellezza, capace di eruttare dalle pagine, senza trattenersi, lanciando lapilli di puro incanto capaci di folgorare l’anima, fino a marchiarla a fuoco, mi mancano le parole.

In fondo, il senso di meraviglia non riesce e non può essere contenuto nei ristretti confini del concetto.

Cosi come non si può racchiudere il libro di Chiaravalle in una recensione.

Esso appartiene al regno incantato del mito, al paradiso dove vivono le favole, i giochi e in non sense, luogo delle mie errabonde fughe.

In quella onirica dimensione tutto coesiste pur essendo il contrario di tutto, trovano proprio li in quei prati dai colori bizzarri la propria collocazione e il proprio significato.

Luogo di rifugio dei sognatori, dei dissidente, dei ribelli, di coloro che hanno la capacità di guardare oltre i limiti e bramare un universo molto più complesso delle nostre stolte definizioni.

E’ il rifugio di una realtà che, stanca di essere realtà decide di giocare a nascondino tra le stringhe del tempo.

Ecco che la vediamo saltellare beffarda e ridente da un era all’altra.

Da un significato all’altro riunendo in una folle caotica danza, tutto ciò che no abbiamo disunito: letteratura colta e di svago, stili ridondanti e asciutti, emozioni buone e cattive, scienza e fiaba.

Rendendo tutto finalmente parte di un qualcosa che trascende la nostra umana comprensione e parla al lato divino di noi, li in un luogo di origine e di fine, li dove nascono le stelle e i pianeti, dove i sogni si inchinano e prendono a braccetto il reale, dove ogni favola è un fondo un bellissimo gioco.

E non è assolutamente vera a metà ma è semplicemente un’occhiale colorato con cui osservare orizzonti che cambiano distanze e contorni, continuamente, senza che questo ci terrorizzi.

E cosi il libro di marco, un pinte che riunisce la perfida divisione di un arconte geloso di tanto allegro caos, deciso a porre in perdine piramidale, in settori distinti ciò che per sua limitata natura non può comprendere.

Ecco che il cogito va contro battagliero al sum.

Ecco che la creatura arrogante si sente superiore al pleroma.

Tutta menzogna, tutta finzione.

Non esiste nessuna cesura se non nella nostra educazione portata a relegare l’impossibile nella follia dei pazzi.

Solo perché non è abituato da un allenamento costante e assiduo a crederci.

Sogno e realtà sono gemelli spesso il sogno è realtà e la realtà è il sogno di un entità dormiente e il sogno è la manifestazione materiale della forza del pensiero.

Non solo penso contro sono, ma un significato palindromo del esisto perché penso e penso perché esisto.

E’ questa arcana formula, alchemica e magica, degna di ogni migliore stregheria, che si manifesta nella somma conquista umana e moderna: il virtuale.

E’ in quel luogo della mente resa quasi tangibile che si cela il sogno di ogni iniziato.

La realtà che prende corpo dal pensiero e dall’immaginario.

Un mondo che semplicemente omaggia riverito il nostro lato creativo, quella mente che è il nostro vero dio.

Che poi quell’assaggio di potere demiurgo si sita trasformato nella mela di biancaneve, addormentandoci nel migliore dei casi o uccidendoci, è un altra storia.

Project digito anima racchiude in sole tre parole il senso della meraviglia di questo essere fatto più su delle stelle: progetto quindi ragione che si sposa con digito azione per poi riversarci come un fiume scintillante in lei, l’anima il graal che tutto contiene e che tutto trascende.

E’ l’uomo che decide anch’esso di conquistarsi un posto nell’arcano consesso di divinità, quelle che un giorno decisero di farci a loro immagine e loro somiglianza, alitando vita in un mucchietto di brunita terra.

Nel mondo immaginario eppure reale, tangibile di Marco non esiste più lo spazio limitante e il tempo minaccioso, con il suo tic tac a decidere la nostra fine a darci un andamento lineare.

Qua tutto è un meraviglioso cerchio cosi infinito come infinito è l’universo che si espande fino a raggiungere chissà quali punti.

Ecco perché con questo canto hondo, possiamo abbracciare e intersecare altre creazioni, corteggiando con fare susseguioso altre immaginazioni. Che rivivono qua non come citazioni o mere influenze ma come veri protagonisti decisi a non smettere di raccontare e raccontarsi.

Il mago di Oz, alice la mia alice, persino il mitico Golding fino all’onirico twin peask passeggiano lieti e irriverenti nel libro, lasciando la loro impronta, perché quando la parola diventa viva perché la leggiamo allora si riempie di tante voci diverse, di tanti canti, di tante sfumature.

E cosi nessun libro, nessun racconto è distinto.

Marco riesce a passeggiare in un regno precluso ai più troppo concentrati sull’oscenità del successo o della vendita.

Troppo presi da se stessi per vedere in quel giardino dai fiori sgargianti il loro aprirsi e donarci quelle storie che altri prima di noi hanno preso a prestito.

E cosi le storia non sono più di marco di Lewis di Linch o di Braum.

Ma appartengono all’infinito.

E hanno sempre qualcosa da comunicare, altri finali e altre intenzioni.

E in certi libri loro possono passeggiare, ridere con noi e invadere una trama che non sarà mai più mia tua, o sua.

Ma sarà solo un raggio di luna che irrora il nostro meraviglioso giardino chiamato mente, chiamato fantasia.

Ecco che nonostante una precisa attenzione allo stile, Project è come deve essere un libro: idea da crescere, idea che apparitene al canto eterno dell’infinito a cui noi possiamo solo dare la forma che ci aggrada.

E allora fatelo questo salto nella tana del bianconiglio.

Nel regno delle magie degli incanti e dell’assurdo, nel mondo oscuro ctonio, caliginoso delle storie.

Digito project anima è pronta per voi.

“Un altro giro di Smorfia” di Tania Dejoannon. A cura di Alessandra Micheli

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Spesso mi chiedo cosa mi cattura in un libro.

Lasciamo da parte le mie dotte disquisizioni.

E’ vero ritengo ogni composizione nata dalla mente umana, un opera d’arte da coccolare.

Ritengo ogni libro un dono da accarezzare e raccontare a voi, lodando il solo fatto che esso sia stato prodotto da un atto di volontà capace di andare oltre il semplice reale.

Ma a conti fatti, dietro queste affermazioni intellettuali, indago sempre su cosa davvero mi spinge a leggere e a recensire.

Non è tanto il raccontarvi di me, quello accade mentre le parole mi penetrano sotto la pelle, del perché qualcosa, una chiave, ha aperto una stanza strana e segreta dentro il mio cuore.

Capita quasi sempre, che sia una stanza ricca di sole o una oscura.

Che sia bella o brutta.

Ma la domanda resta: cosa fa diventare un libro una chiave?

Leggendo Tania che ho conosciuto, abbracciato attraverso il suo scritto, forse ho finalmente capito.

Il segreto del testo è appartenere alla stessa sostanza di cui è fatta la tua anima.

E’ un riconoscersi.

E’ essere sorelle e complici, progenia di uno stesso mondo.

E’ rivedersi in quei deliri che i più considerano assurdi e pericolosi per la stabilità mentale.

Io e Tania ci siamo sicuramente conosciute in quella dimensione bizzarra che visito quando la vita mi ferisce, quando il dolore mi cerca e io mi sento fragile per aprirgli la porta.

Quando la bianca signora decide di donarmi la sua presenza indesiderata.

Quando un illusione scoppia infrangendosi sullo scoglio dei non più, non devi, non avrai mai.

Allora mi avvio lungo il fiume dei pensieri, inabissandomi per raggiungere la grotta che vive e respira nel fiume sotto il fiume.

Tania corre in quei prati, privi di una reale forza di gravità, prati di colori strambi, abitati da assurde particolari creature.

Leggerla significa riconoscere il mio volto, quello che va oltre le definizioni mortali dei lineamenti, come se un occhio indiscreto avesse spiato ogni linea che compone il mio percorso onirico, come se qualcuno conoscesse i miei pazzi amici.

Quelli con cui prendere il te in un pomeriggio assolato, quelli con cui iniziare un ballo tondo, quelli con cui confidare i pensieri che prendono forma burlandosi delle regole della logica.

I suoi sogni collegati alla smorfia napoletana, in fondo raccontano molto di me.

Dei miei deliri solitari, dei miei viaggi folli, dei miei incontri e dei miei ideali.

Del mio consultare i tarocchi, da cui la stessa smorfia deriva, solo perchè loro mi raccontano storie. Di principesse e di draghi, di papi che amano le fate e di papesse che amano fauni.

Assurdo ma vero.

Noi abbiamo passeggiato in quelle strade buie sfuggendo a quelle possessioni che ci rendono solo contenitori vuoti.

Abbiamo avuto le stesse prove, magari accompagnate io da uno insolito gatto del Cheshire, lei da uno strano essere che chiama cancavello. Abbiamo bussato alle porte e imparato sanguinando emozioni, con superando il rigoroso limite del sensato, la compassione.

Abbiamo visto vampiri farsi fregare per amore e bambine inquietanti accompagnarci in aereo, troppo arrabbiate per andare incontro alla luce. Abbiamo avuto lo stesso stordimento di chi affoga ogni malessere nei vizi.

E abbiamo avuto le stesse brutali visioni.

Il mondo che ci unisce è qualcosa che a voi, miseri mortali attaccati alla materia sfugge, un mondo colorato, cacofonico forse, ma profondamente autentico.

Un mondo di magia e poesia, di canti e inni alla luna, di orrori e meraviglie.

Il mondo che rivive nel suo libro con i suoi arcani numeri a fare da colonna sonora a questo nostro strano viaggio, spesso lontano da tutti, spesso tacciate di essere troppo aliene per essere comprese.

Spesso tacciate di crudeltà inimmaginabili dietro quegli occhi che sono la mondo ma non fanno parte del mondo, con un sorriso enigmatico sulle labbra, troppo lontano da comprendere.

Un sorriso rivolto a chissà quali figure.

Lei poetessa e menestrello che in questa serata cosi particolare ha intonato per me, solo per me, le sue strane nenie, suadenti ammalianti e cosi familiari.

Una musica che vuole raccontarmi un segreto che mi farebbe dormire e allontanarmi per sempre da questo universo che non è il mio e che non è il suo.

E cosi non è solo un libro quello che ho avuto tra le mani.

E’ stato l’occhiolino di una sorella che come me nasconde qualcosa di eccentrico sotto i vesti moderni, magari è una coda di lupa, occhi gialli di falco o orecchie appuntite che fanno capolino dalle capigliature alla moda.

Allora cosa posso dirvi mai di un libro che è la mia, la sua anima?

Se vi accosterete fatelo con riverenza e rispetto.

Quelle anime sono fragili come cristalli e come quelle meravigliose sfere incantate che tanto mi affascinavano da bambina, contengono un mondo. E quel mondo è il dono che voi dovete apprezzare.

Non il contenuto non la trama, non il significato, ma il fatto che esistano occhi capaci di scorgere tra i veli e raccontarvi in simboli meraviglie inenarrabili.

Perché in fondo ai menestrelli non interessa la gloria e l’ammirazione

Che me frega se nessuno sente,

Tanto non lo suono mica per la gente…

Suono per me solo,

suono per le stelle.

Roberto Vecchioni

***

Per la piccola Matilde,

che avrà la stessa fortuna che ho avuto io

quella di una madre

che sa regalare un mondo incantato alla propria figlia.

“Purple lilies” di Lavinia Morano, Brè editore. A cura di Alessandra Micheli


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Lavinia mi ha molto colpito come autrice perché, a differenza di molti non si ammanta dell’aura di saggia consigliera di vita o novella Bronte, sicura di cambiare il corso della letteratura.

Con semplice umiltà asserisce questa straordinaria verità che lo scopo di ogni racconto è quello di divertire e intrattenere, di donare un solo istante di agognata serenità.

E per lei cresciuta a suon di racconti e fantasia il raccontare, intrattenere come la cantastorie di una volta diviene vitale, essenza stessa della sua esistenza.

E cosi come un moderno menestrello, entra nel mondo del pensiero, l’iperuranio di platoniana memoria, prende parti dell’eterna tradizione fantastica e ce li consegna, con grazia e talento.

Mentre leggevo, mi immaginavo questa ragazza che scappa dalla modernità fatta di apparenza e di virtualità, per rifugiarsi e far rifugiare nel mondo della parola scritta, immaginando storie e ricamando con esse il telaio immenso ed eterno, dell’arazzo chiamato tradizione.

E gli elementi del viaggio imperituro dell’eroe ci sono tutti: i cattivi, la ricerca del senso della vita, e un corollario di personaggi che, sembrano altrettante parti del suo io ma che, per ironia della sorte o per un incanto maliardo, sembrano ripercorrere gli archetipi umani o quei tipi psicologici individuati da Jung.

Ecco che abbiamo la disillusione umana di chi di fronte alla difficoltà si adagia nel fallace traguardo di una stabilità materiale, spesso a discapito di un benessere interiore che porta la serenità anche laddove il nero delle nubi tempestose minaccia il nostro cielo.

Oppure la genuinità dell’innocenza che non può non essere idealista e anche sfacciatamente e assurdamente venata di ottimismo sfrenato, la sete del potere che rende ardii e sterili i cuori e distrugge mondi e universi.

E poi ci sono ossessioni e imperfezioni umane come il cinismo, ma anche la perseveranza, il godere dei beni materiali come il cibo senza assaporarli davvero, l’orgoglio e la fragilità e la speranza, muta musa che ci tiene per mano e tenta di non farci sprofondare nell’abisso. Utilizzando questi eterni simboli del nostro umano errare, Lavinia racconta e si racconta, finché essa stessa e la sua anima si fonde con una voce antica, ma potente che, partendo dalle velleità artistiche che fanno del racconto luogo e oasi di puro piacere, ci accompagna in una zona poco confortevole, irta di pericoli e di splendori inimmaginabili: la nostra personale evoluzione.

Purple lillies lascia cosi il comodo terreno della commedia dell’arte, per immergersi in una saggezza antica ma di primaria importanza, specie oggi, che semplicemente tenta di restituire dignità a particelle divine di luce imperitura sfuggite per un atto di orgoglio o per un momento di stupidità folle, alla fonte primaria di ogni creazione: l’amore.

Il suo testo, non so se inconsapevolmente o no, si addentra nei terreni impervi ma altrettanto indispensabili per far respirare la nostra anima, chiamato gnosticismo e che e lei abilmente descrive in modo semplice e immediato. 

Per lei l’amore non è altro che quella forza superiore a ogni mortale impulso, parte infinitesimale di un universo molto più ampio, più complesso della porzione che arriva alla nostra limitata percezione.

E cosi, il male che non ha spazio in quest’armonia cosmica, per lei diventa qualcosa di estraneo alla vera natura umana. E tale germe non può quindi corrompere totalmente qualcosa che nasce direttamente dal pensiero divino, ma solo una piccola parte, quella che non vive nelle regioni profonde del nostro io.

Qualcosa di puro resta, e sta a noi farla risaltare, farla brillare, farla vincere.

E credetemi non sono frasi banali e scontate.

Vi svelo un segreto arcano: tutta la letteratura gnostica è venata di questa profonda Consapevolezza che in mezzo alla lordura, al peccato, alla trasgressione, alle rovinose cadute dell’anima ingabbiata dagli arconti, esiste sempre una piccola scintilla di pura luce che va, semplicemente, liberata per potere tornare in seno alla sua mater divina.

La stessa storia della Pistis Sophia, scritto gnostico trovato nelle caverne di Nag Hammadi, è abilmente raccontata in modo meno pomposo e con un linguaggio meno complicato, grazie allo stile narrativo del fantasy, che crea un impatto e immediato in grado di penetrare i cuori dei più scettici.

Ecco che il racconto classico, diviene al tempo stesso innovativo.

Proprio perché accostato alla filosofia tradizionale.

Ed ecco che la pistis da scintilla di luce posta in un altra dimensione, diviene l’alieno (letteralmente l’altrui, l’altro da se) piombato sulla terra per un giocoforza di eventi catastrofici, rei di aver distrutto il loro pianeta e soprattutto di averli privati della loro unica forma di sostentamento nutritivo.

Il nutrimento perduto, diviene la parabola perfetta per la descrizione della creazione umana, considerata non un dono ma una maledizione.

Scendendo in un piano materiale che vibra con energie inferiori, l’unica reazione plausibile e condivisibile è quella di un retaggio mnemonico di perdita, trasmesso forse dalla memoria collettiva e che causa e procura odio e un senso di umiliazione costante.

Questo perché non si annulla la percezione di antichi fasti, non si annulla la sensazione scomoda eppure viva di aver smarrito un qualcosa di importante e vitale per il proprio benessere.

E tale frustrazione la si riversa sul mondo materiale, la prigione per antonomasia perché imperfetto e cruento, poco attinente ai ricordi di grandezza di un tempo.

In questo piano malsano (la terra) essi si comportano come imitatori dei più arroganti arconti.

Distruggono, disprezzano, odiano rendendo cosi i loro corpi e i loro cuori talmente aridi da non permettergli più di procreare.

E non è un caso che procreare significhi etimologicamente dare alla luce, ossia tornare alla luce e ritrovare la via perduta.

Tutto il testo è un inno alla gnosi, l’unico vero puro amore liberato da ogni egoismo e da ogni finalità cosciente che diviene unica strada per tornare a nutrirsi di polvere di stelle, la sostanza fatta di purezza, di energie positive, di felici ricordi, di immagini di incantate valli, ossia semplicemente quell’amore venato di compassione e empatia.

Ecco che Lilith e Keith, ma anche Luke e Carla troveranno nelle vicenda e volte oscure, come oscura è ogni caduta, la strada per tornare ad appartenere a un universo fatto di pura beatitudine, quello senza l’ansia dell’arrivismo, o di successo ma fatto di puro piacere intellettuale.

Un universo improntato su gesti, scelte, azioni, compiute solo per nostro piacere, solo per rispetto ai nostri talenti e non per rispondere alle aspettative, spesso malsane, di qualcuno e di un intera compagine sociale.

Ecco che l’antica filosofia accantonata e resa “ridicola” da troppe dotte spiegazioni capaci solo di isolarla dalla realtà concreta e pratica, torna a brillare nel testo e nei significati  di questa giovane e meravigliosa ragazza.

E cosi oltre a divertire, emozionare, scioccare e appassionare, forse è in grado anche si risvegliare quella sopita ma mai del tutto distrutta fame di stelle, concetto primario e essenza di tutta la forza magica e retentiva degli scritti gnostici.

E sopratutto per questa sua maturità filosofica che il libro merita da parte mia una menzione d’onore e un infinito grazie per aver dato alla luce ciò che mancava a questo mondo distratto: la consapevolezza di non appartenere al mondo che ci raccontano come reale ma a una dimensione più alta e splendente, che ci aspetta ansiosa di stringerci in un abbraccio.

Chapeu Lavinia.

“Le dodici porte. Sacrificio d’amore” di Veronica Pellegrino. A cura di Alessandra Micheli

 

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Immagino o meglio spero, conosciate le dodici fatiche di ercole. Quella meravigliosa parabola epica non è altro che un viaggio interiore alla scoperte del vero sè dell’eroe, operazione che, ovviamente, comporta una serie di prove iniziatiche, allo scopo, appunto di togliere il velo che nasconde il volto originario dell’uomo.

Il suo autentico aspetto divino.

E’ un po’ il compito che si prefigge Pirandello quando ci sussurra nelle sue fantastiche commedie, che il nostro vivere non è che una recita a soggetto.

Indossiamo la maschera preconfezionata che la società, l’educazione o semplicemente l’abitudine all’anonimato, ci consegnano quando usciamo dall’infanzia per precipitarci di colpo nel mondo assurdo degli adulti.

E cosi abbiamo due identità: quella sociale spesso adombrata da limiti e impedimenti, che celano ai nostri e altrui occhi i talenti e quella interiore, spesso oscura, fonte di ogni meraviglia come di ogni perdizione.

In quell’abisso strano, simile a una grotta sotterranea, conserviamo tutto ciò che il mondo diurno considera disdicevole.

Non soltanto quindi gli impulsi pericolosi e rei di disgregare la società ma anche competenze e potenzialità che, seppur fuori logica, potrebbero servire per alimentare e far crescere la realtà in modo meno anonimo.

Che l’anonimato, la massa sia un po’ il nostro seduttore è palese.

Si pensi all’originale provocazione fatta alla soglia della liberazione, quando nell’ardua decisione tra un ritorno al passato e un salto nel buio per il futuro, ci fu chi propose la rassicurante immagine dell’uomo qualunque divenuto simbolo di un fare politica, di uno stare in società retto da una stasi tranquilla e monotona.

Questo uomo qualunque esce fuori ogni volta che una crisi ci minaccia, quando il nostro stesso costrutto mentale, immagine e creazione della realtà in cui troviamo comodo muoverci, viene messa in pericolo da un male che ne svela le falle e le cesure.

Questo succede anche, in modo per nulla simbolico, nell’Egitto descritto dalla Pellegrino.

In un mondo che torna su se stesso, in un tempo sospeso tra il mito e il reale, la minaccia del potere corrotto disgrega la società ideale antica eppure moderna, immagine della perfetta organizzazione del cielo.

Non è un caso che l’Egitto sia stato scelto come contesto e ambientazione.

Lo stesso sacro suolo che tanto stuzzica la nostra curiosità, era una favolosa composizione in cui il sacro e il profano danzavano all’unisono dando realizzazione al concetto per nulla astratto ma reso concreto della cibernetica: un organismo onnicomprensivo che al tempo stesso ci ingloba e trascende.

Questa meraviglia agorà, laddove il potere sovrano non deriva soltanto dall’alto, ma da un patto,benedetto dagli dei, tra il faraone e il popolo che ha come scopo quello di far rispettare un’antica legge di armonia cosmica.

La famosa e poco considerata Maat.

Che la perfidia dell’elemento disgregatore, il Seth redivivo nel malvagio Darchonir mette in serio rischio.

E come in ogni storia iniziatica è un eroe che si pone come elemento di speranza.

La differenza di questo fantasy rispetto agli altri, è di aver scelto una donna come prescelta.

Non è un caso che l’elemento femminile è quello che, con il suo lato creativo, immaginativo e materno, mette un freno alla brama maschile di sopraffazione.

Non è un caso che in Egitto sia la regina del cielo con il suo amore a ridare vita al compianto Osiride, proponendosi altresì come fautrice della continuazione del futuro, di equilibrio dando alla luce il frutto dell’unione delle due energie: Horus.

E cosi Aley in tutta la sua imperfezione, inizia a procedere attraverso le dodici porte alla ricerca del segreto per aprirle e per permettere al domani, agli universi e alle mille sfaccettature di questo futuro, di unirsi e di intrecciarsi di nuovo.

La sua capacità materna di empatia e la sua pazienza saggia di intessere i fili, gli permette di rammendare gli strappi nelle dimensioni che hanno permesso il passaggio della disgregazione.

In questo meraviglioso arazzo, infatti, sono i buchi nella trama, i luoghi in cui l’energia oscura penetra che mettono a rischio l’intera esistenza: una sola dimensione minacciata significa la distruzione del tutto.

Cosa serve allora ad Aley per ritrovare la chiave capace di riunire i pezzi di questo immenso mosaico?

L’amore.

Ha sperimentato tutto.

La costruzione e la distruzione del se.

La scoperta delle sue potenzialità.

Ha riunito a se l’energia del drago.

Ritrovato la capacità di compassione.

Ora deve per forza sperimentare il potere supremo, quello che ha reso ogni eroe impenetrabile al male.

Eh si miei cari lettori.

Proprio quella immensa forza che

muove il sole e le altre stelle.

Ed è solo quando Aley/Iside torna a congiungersi con il suo Osiride, l’Egitto e il mondo intero avranno una speranza di salvezza.

Ed è emblematico che Aley troverà il senso di ogni accadimento e persino la ricetta per la redenzione e per la sconfitta dell’oscurità, in un libro.

Con personaggi che, nonostante la loro umanità profondamente carnale, non rinunciano al loro ruolo di simbolo, le dodici porte Sacrificio d’amore ci rinnova il ricordo della magia suprema, quella che attraverso la carta apre i cuori e ci dona quella strana ma appagante sensazione di immenso e di infinito.

Buon viaggio.

“La guardiana dei draghi e il cristallo di Lunus” Veronica Gareffa, Dark Zone. A cura di Alessandra Micheli

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Come tutti oramai sapete la mia passione per la letteratura, si sposa con un altra, simile eppure differente, quella per la musica.

Non è raro nelle mie recensioni. la pratica di accostare a ogni libro o una melodia, una canzone o addirittura un intero CD.

Ecco con la guardiana dei draghi di Veronica Galeffa non si può non accostare il famoso lavoro di Edoardo Bennato i buoni e i cattivi del 1974.

E’ sempre stato, accanto a Burattino senza fili, uno dei miei lavori preferiti, capace di raccontare in note e parole la mia visione del mondo.

Una visione che si distacca profondamente dalla nostra, da quella occidentale con le sue schematiche divisioni gerarchiche e che, semplicemente racconta in modo semplice e immediato la legge del tao. Che in pratica enuncia: non esistono persone totalmente buone o totalmente cattive.

Che banalità, esclamerai te, mio filosofico lettore.

Forse.

Ma se fosse cosi scontato, banale per nulla innovativo, non mi spiego perché alle soglie del 2020 ancora abbiamo bisogno del nemico, dell’altro rappresentato come avversario.

Certo soffriamo di una certa eredità caldea, siamo in fondo invasi della religiosità escatologica che da Zoroastro in poi ci presenta l’universo diviso un forse opposte.

Peccato però, che questi opposti si completano e che nella diatriba eterna tra due forze si fonda il movimento da cui emerge il creato.

Le forze positivo e negativo, lungi dall’essere cosi dicotomiche, in realtà partecipano con la loro peculiare identità a una danza, da cui discendono tutte le cose visibili.

E forse invisibili.

Il concetto del tao è molto profondo.

In ogni lato bianco esiste un puntino nero, tondeggiante che funge da calamita per il suo opposto, anch’esso adornato dal un tondo nero.

Come a dire che qualcosa in noi richiama l’altro, in un amore indelebile e costante.

E da questa dialettica che si origina il reale, da questo essere in eterno contrasto con il sui finto opposto che non è altro che un riconoscimento di qualcosa che nasce e sviluppa dentro di noi.

Ogni persona che incontriamo, ogni forza con cui abbiamo a che fare, non è altro che specchio dei reconditi desideri o delle forze più oscure, quel lato nascosto che tanto interessò Jung.

Non a caso, omologazione e livellamento, cosi come il concetto estremo di uguaglianza appiattisce le differenze e inscena il dramma del reale la stasi che porta alla stagnazione e quindi, alla morte, senza comunicazione, scambio di informazioni, confronto costante, si rischia dunque il decesso dell’intero sistema.

Il dividere tutto in categorie, specie di morale, è una necessità strana che individuò anche un semplice cantautore per semplificarci la vita. Nonostante i progressi scientifici, siamo ancora quei progenitori fragili, terrorizzati dalle incognite della notte senza luna, in attesa con occhi spalancati della minaccia incombente.

Le orecchie tese a cogliere ogni movimento, le membra pronte a scattare in difesa o in ritirata contro quell’oscura, arcano pericolo.

Un pericolo spesso immaginato, perché magari i fruscii erano quelli di una nottola in cerca del suo goloso pasto, incurante di quel ridicolo essere tremebondo accucciato su se stesso.

Ecco.

Noi oggi siamo ancora cosi.

Patetica visione vero?

Eppure è cosi reale.

Tanto che nessuno comprende perché al mondo ci debba essere il diverso, e perché in fondo l’equilibrio cosi amato dai cibernetici, siamo visto come una mera chimera lontana.

Ecco che la gerarchia ci porta a identificare un soggetto, un idea, un simbolo come il concentrato di quelle bambinesche paure notturne, tanto da creare una scacchiare in cui i bianchi e neri tentano il tutto per tutto per accaparrarsi il suolo bramato.

Peccato che non siamo scacchi ma persone, piccolo ma incredibile dettaglio: la vita non è una battaglia, una conquista, una sopraffazione, ma noi come l’organismo vita dobbiamo collaborare.

Ed è una parola molto usata ma poco compresa quella di collaborazione, dialogo, cooperazione e persino partecipazione.

Ah si.

Come direbbe il buon vecchio Gaber nella partecipazione è la mia libertà, perché ritrovo l’essenza di me stesso.

Nell’agorà con lo scambio costante di vedute io posso crescere e rendere omaggio al mio io interiore fatto a immagine di un cosmo in movimento perfetto come un orologio.

E sapete?

In un orologio tutte le rotelle gli ingranaggi sono necessari al funzionamento in toto dell’oggetto.

Si inceppa uno, addio orario.

Ci tocca poi fare come la lepre Marzolina a chiedere in continuo che ora è.

Mettendoci al servizio di interessi di potere, che trovano nel donarci informazioni sbagliate la loro via vero il potere.

Pensate alla ragnatela.

Ragno e filo sono parte dello stesso tutto.

Il ragno produce quell’incantevole frattale.

Perfetto in ogni sua componente.

Ma, basta che qualcuno, voi per esempio annoiati e sfaccendati, usi un piccolo bastone o un ago di pino per rompere anche solo un filo.

La vostra limitatezza direbbe che in fondo è un filo non è l’intera composizione.

E invece no.

Basta rompere un elemento della ragnatela che va tutto a rotoli.

Ecco il concetto di sistema interconnesso.

E tale sistema dipende, strettamente dal concetto di Tao, di equilibrio tra due forze che divengono non una demoniaca e l’altra paradisiaca, ma componenti di quell’energia che da la spinta alla creazione della ragnatela.

O di ogni frattale.

E in ogni gesto, in ogni pensiero, in ogni mito, in ogni produzione mentale esiste non tanto il bene o il male, ma la responsabilità di ogni movimento.

Ciò che distrugge o mette in pericolo e ciò che conserva e spinge l’armonia a danzare, per ricreare altra vita.

E cosi, il gesto “buono” diventa cattivo.

Pensate alle pulizie di primavera.

Togliere tutte le ragnatele, distruggere un frattale per mantenere l’apparenza degna della nostra illusione. E cosi la casa si riempie di mosche, senza il buon ragno che vi protegge.

Se osservaste bene ogni buona azione apparente è una strada lastricata per l’inferno.

E cosi ogni cattiva azione apparente, non fa altro che portare benefici.

Una dimostrazione pratica?

La buona azione è convertire gli infedeli, gli eretici, usando la violenza.

E’ salvare un paese identificando il nemico e immolarlo come un novello Isacco sull’olocausto per il signore.

Una cattiva è quella di andare contro la gerarchia ricco povero e iniziare a parlare di diritti.

O donare alle persone un libro e stimolarlo a farsi una cultura.

Sapete che sto citando fatti reali vero?

Fatti che, nell’ottica moderna sono considerati buoni o cattivi.

Cosi ogni buono non è altro che un millantatore in cerca di potere, e ogni cattivo in realtà è un ribelle capace di innovare il sistema.

La crudeltà di un azione dipende dalla quantità di responsabilità che ci inseriamo.

Quindi esisteranno azioni contro il sistema, quando questo lo conservano nella sua imperfezione, o quando lo usano per stuzzicare brama di potere o insicurezza e azioni per il sistema, quando lo depurano dalla sue scorie e quando pensano al bene comune.

Allora non sarà il ribelle che rettifica i torti o il detentore della pietra dell’equilibrio, ma colui che uccide, devasta, sacrifica una parte del tutto, parte anche di lui, per fini egoici.

Ecco che le strutture mentali, come categorie, come pregiudizi sono determinate da una società che sta perdendo se stessa e il concetto, banale, scontato quotidiano dell’equilibrio o del tao.

Beh se cosi fosse leggetevi la guardiana dei draghi.

Anche voi adulti rinchiusi nelle vostre pompose stanze, nelle polverose biblioteche, nelle vostre convinzioni ferree e nei vostri palazzi di potere.

E usate queste parole come un mantra redentivo:

Non è giusto etichettare un’intera razza. È impossibile che una creatura sia del tutto buona o malvagia. » Ambrosius sorrise. « Non dirlo mai di fronte ai senatori imperiali, ma il fatto che tu la pensi così è un buon segno. Da un po’ di tempo, infatti, si respira aria di rivoluzione su Erasmen. I tuoi genitori, ad esempio, sono andati contro la loro vera natura. Tua madre è diventata una guerriera, mentre tuo padre ha conosciuto l’amore vero. »

Voi invece non abbiate paura di urlarlo

E usate i libri per darvi la scossa.