“Navarro. Il mondo di sotto” di Andrea Gobbi, Fanucci. A cura di Alessandra Micheli

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Ho cercato un libro che per un momento solo, mi aiutasse a evadere.

Perché lo ammetto, in questa dimensione, anzi in questo mondo cosi poco interessante adombrato dalla paura, avevo un dannato bisogno di sogni, di emozioni e di voli immaginari.

E cosi la scelta era tra tornare tra le braccia del mio amico Lewis Carroll o cercare un libro che parlasse di straordinario e di viaggi assurdi.

E grazie all’illogicità, farmi evadere da questa grigia prigione che gli stolti chiamano realtà.

Non so se esista una divinità che lassù mi ama, o forse è stata una musa benevola ma tra le mani mi è capitato Navarro.

E credetemi, un ora di puro diletto, di incredibili avventure e di quel pizzico di nostalgia per la folle spensieratezza che ti porta a sorvolare impavido e forse incosciente i confini, ha bussato al mio cuore che rischiava di avvizzire.

Navarro è questo la possibilità di andare oltre il consentito, il lecito, oltre l’ordinarietà di un mondo che vive e prospera nella banalità e si compiace dei divieti e arrivare…ai confini del mondo conosciuto.

Chi di voi, alzi la mano per cortesia, non ha MAI sognato di varcare le colonne d’ercole della nostra limitatezza umana e viaggiare in mondo sconosciuto, strani pieni di creature ignote e incomprensibili?

Chi non ha mai sognato la bizzarria, il non sense, la meraviglia che si fa reale e ti abbraccia trascinandoti con se in una lunga folle danza?

Se a voi non è mai capitato, beh devo dirvi beati.

Perché in fondo la tranquillità è rassicurante fatta forse di rassegnazione, di piccoli traguardi che non esaltano la nostra creatività ma la ingabbiano.

E cosi Pedro Navarro rappresenta un po’ quel lato bambino, quel lato scapestrato che decide in un atto di pura pazzia (fidatevi è un pazzo geniale) di seguire le orme di un padre sognatore, che non gli ha lasciato affatto certezze, sicurezze, granitiche convinzioni, ma soltanto indizi, e uno stupore che lo invade con la forza di un uragano.

Trascinandolo con se fino al mondo di sotto.

E com’è questo mondo di sotto?

Un calderone logico di ogni nostra fantasia.

Appare quindi oscuro come è oscuro il mondo oltre lo specchio e dentro la tana del bianconiglio.

Ma al tempo stresso ricco di allegria, di bellezza, di colori, di sfumature, forse diversa dall’armonia quasi immobile che piace a noi del mondo di sopra, qua l’insensato, l’eccezionale, dominano stuzzicando un lato spesso eccessivamente taciuto di noi stessi.

E cosi tra avventure mirabolanti adrenalina, e oggetti misteriosi, il mio io si è lasciato sedurre, conquistare tanto che, uscire dalla malia creata da Andrea Gobbi, è stato un vero trauma.

Non volevo affatto lasciare il mondo di sotto, neanche per scrivere queste parole.

Volevo continuare a viaggiare per isole strane, volevo trovare il bandolo della matassa e imbracarmi sulla nave per non tornare, forse, mai più.

Perché chi inizia il viaggio verso i regni della fantasia, forse trova se stesso.

Torna diverso, con le mani callose dei marinai, con le rughe del sole rubicondo che ci secca la pelle, ma il cuore giovane, infantile tutto aperto al sogno.

Ed è quel cuore che oggi, insperabilmente mi manca.

Grazie Andrea.

E ora scusate ma torno con Pedro i suoi amici. 

Dobbiamo trovare il significato occulto celato in questo strano viaggio.

“Maelstrom” di Jordan L. Hawk, Triskell edizioni. A cura di Alessandra Micheli

maelstrom

 

Ogni libro di Whiborne e Griffin è sicuramente un emozione.

Ma mai come questo capitolo, Maelstrom, riesce a rispondere alle mille domande che mi vorticano nella testa.

Pungenti come spilli, a tratti fastidiose, cacofoniche eppure profondamente mie.

Sono domande che mai come quest’anno mi sussurrano le loro provocazioni, e mi spingono a guardarti allo specchio e tentare di riconoscerti e di dare ordine ai mille accadimenti che stravolgono la vita.

E come Whiborne le verità che arrivano non solo mettono in discussione la tua esistenza, la tranquillità ma anche tutte le tue idee, i valori, fino a arrivare a dirti che quel volto che osservi allo specchio non è più tuo.

Non sei tu.

Perceval è profondamente cambiato, a volte in modo brutale.

Ha permesso allo straordinario in tutti i suoi aspetti persino quelli connessi con l’orrore di colorare la sua vita.

E non è più lo stesso Perceval.

Qualcosa dentro un anfratto sconosciuto del suo sè lo ha totalmente modificato, alla radice, cosi profondamente che non è stato più possibile tornare indietro.

E forse non lo vuole neanche. Ha imparato a gestire quel maelstrom, quell’energia che sa di vita, di ogni forma di vita anche quella che abita nelle tenebre di abbracciarlo.

E lo gestisce ogni giorno, con un fuoco assurdo che gli infiamma mente, corpo e essenza.

E allora in quegli attimi la domanda insidiosa è.

Da dove arriva quel fuoco?

Dove arriva quell’energia che ti fa cadere ma mai spezzarti, quella capacità di essete acqua e di assumere strane forme restando sempre in fondo liquido?

E’ nell’eredità di un Dna sconosciuto?

Quasi alieno a questo mondo che si accontenta della banalità.

O forse è in quella cittadina, che non gli ha dato solo natali, ma amore, capacità e lo ha guidato nelle scelte.

Che gli ha reso evidente come la dicotomia che tanto piace alla mostra società, quella che divide in normali e anormali, in mostri e probi è solo una fesseria.

E che anche nell’altro, per quanto strano diverso, si cela lo stesso respiro che ci fa vagare in questa strana foschia chiamata vita attratti da una luce lontana.

Forse irraggiungibile, ma che ci attrae come falene.

Che gioca con noi con ombre bizzarre create da quella penombra che ci serve, dio se ci serve per ammirarla. Cos’è che nasce in noi, che natura ha quella forza che, in fondo ci distingue uno dall’altro e a ognuno ha donato una nota per far parte di quella stessa canzone?

E’ davvero un eredità di sangue quella che ci rende cosi meravigliosamente fragili e potenti?

No.

E’ un qualcosa che abbiamo perché qualcuno lassù o nel maelstrom ha deciso di donarci, perché attraverso di noi possa vivere appeno. Perché le energie che chiamiamo dio, divinità, soprannaturale sono senza definizione.

Non esiste in quell’energia una dicotomia possibile.

E’ come lo Jahvè che pare averci creato. Esiste ma al tempo stesso racchiude tutto, ogni contrario, ogni differenza. E forse essere in questa forma di perfezione, cosi in equilibrio cosi neutri in fondo qualcosa toglie.

Toglie la bellezza del cambiamento.

Toglie l’emozione dell’imperfetto, toglie la volontà di piangere, ridere e soffrire. Allora il maelstrom questo ingarbugliato conclave di potere ha bisogno di scegliere un uomo, un semplice uomo e donargli quel fuoco per poter vivere.

Farsi male e persino morire.

Perché ogni istante arriva dentro di lui e ha il sapore meraviglioso di quel dono che oggi, avvinti dal dolore rifiutiamo.

O vogliamo goderne con delle regole.

Non è il sangue a renderci unici.

Non è l’appartenenza o l’eredità genetica a donarci il fuoco.

É qualcosa che è nato dentro di noi e che forse un giorno tornerà a casa. Per raccontare al maelstrom ancora storie, sospiri, gemiti e lacrime.

E allora è questa la meraviglia di Perceval.

Essersi reso conto che è speciale, solo per il fatto semplice, scontato eppure magico di amare.

E sembra cosi assurdo, cosi banale.

Ed è invece il nostro miracolo.

Ed è per questo che Perceval torna sempre.

E sempre tornerà.

Cosi come solo gli amori veri, unici sanno tornare.

Un libro che mi incanta, che mi emoziona, un libro che oltre all’avventura, alla bellezza della scrittura sa ancora dirmi sorridi e spera.

Ogni libro di Whiborne e Griffin è sicuramente un emozione.

Ma mai come questo capitolo, Maelstrom, riesce a rispondere alle mille domande che mi vorticano nella testa.

Pungenti come spilli, a tratti fastidiose, cacofoniche eppure profondamente mie.

Sono domande che mai come quest’anno mi sussurrano le loro provocazioni, e mi spingono a guardarti allo specchio e tentare di riconoscerti e di dare ordine ai mille accadimenti che stravolgono la vita.

E come Whiborne le verità che arrivano non solo mettono in discussione la tua esistenza, la tranquillità ma anche tutte le tue idee, i valori, fino a arrivare a dirti che quel volto che osservi allo specchio non è più tuo.

Non sei tu.

Perceval è profondamente cambiato, a volte in modo brutale.

Ha permesso allo straordinario in tutti i suoi aspetti persino quelli connessi con l’orrore di colorare la sua vita.

E non è più lo stesso Perceval.

Qualcosa dentro un anfratto sconosciuto del suo sè lo ha totalmente modificato, alla radice, cosi profondamente che non è stato più possibile tornare indietro.

E forse non lo vuole neanche. Ha imparato a gestire quel maelstrom, quell’energia che sa di vita, di ogni forma di vita anche quella che abita nelle tenebre di abbracciarlo.

E lo gestisce ogni giorno, con un fuoco assurdo che gli infiamma mente, corpo e essenza.

E allora in quegli attimi la domanda insidiosa è.

Da dove arriva quel fuoco?

Dove arriva quell’energia che ti fa cadere ma mai spezzarti, quella capacità di essete acqua e di assumere strane forme restando sempre in fondo liquido?

E’ nell’eredità di un Dna sconosciuto?

Quasi alieno a questo mondo che si accontenta della banalità.

O forse è in quella cittadina, che non gli ha dato solo natali, ma amore, capacità e lo ha guidato nelle scelte.

Che gli ha reso evidente come la dicotomia che tanto piace alla mostra società, quella che divide in normali e anormali, in mostri e probi è solo una fesseria.

E che anche nell’altro, per quanto strano diverso, si cela lo stesso respiro che ci fa vagare in questa strana foschia chiamata vita attratti da una luce lontana.

Forse irraggiungibile, ma che ci attrae come falene.

Che gioca con noi con ombre bizzarre create da quella penombra che ci serve, dio se ci serve per ammirarla. Cos’è che nasce in noi, che natura ha quella forza che, in fondo ci distingue uno dall’altro e a ognuno ha donato una nota per far parte di quella stessa canzone?

E’ davvero un eredità di sangue quella che ci rende cosi meravigliosamente fragili e potenti?

No.

E’ un qualcosa che abbiamo perché qualcuno lassù o nel maelstrom ha deciso di donarci, perché attraverso di noi possa vivere appeno. Perché le energie che chiamiamo dio, divinità, soprannaturale sono senza definizione.

Non esiste in quell’energia una dicotomia possibile.

E’ come lo Jahvè che pare averci creato. Esiste ma al tempo stesso racchiude tutto, ogni contrario, ogni differenza. E forse essere in questa forma di perfezione, cosi in equilibrio cosi neutri in fondo qualcosa toglie.

Toglie la bellezza del cambiamento.

Toglie l’emozione dell’imperfetto, toglie la volontà di piangere, ridere e soffrire. Allora il maelstrom questo ingarbugliato conclave di potere ha bisogno di scegliere un uomo, un semplice uomo e donargli quel fuoco per poter vivere.

Farsi male e persino morire.

Perché ogni istante arriva dentro di lui e ha il sapore meraviglioso di quel dono che oggi, avvinti dal dolore rifiutiamo.

O vogliamo goderne con delle regole.

Non è il sangue a renderci unici.

Non è l’appartenenza o l’eredità genetica a donarci il fuoco.

É qualcosa che è nato dentro di noi e che forse un giorno tornerà a casa. Per raccontare al maelstrom ancora storie, sospiri, gemiti e lacrime.

E allora è questa la meraviglia di Perceval.

Essersi reso conto che è speciale, solo per il fatto semplice, scontato eppure magico di amare.

E sembra cosi assurdo, cosi banale.

Ed è invece il nostro miracolo.

Ed è per questo che Perceval torna sempre.

E sempre tornerà.

Cosi come solo gli amori veri, unici sanno tornare.

Un libro che mi incanta, che mi emoziona, un libro che oltre all’avventura, alla bellezza della scrittura sa ancora dirmi sorridi e spera.

“Il cammino del sapiente” di Federica Soprani, Triskell edizioni. A cura di Alessandra Micheli

il cammino del sapiente

 

L’identità è quello che ci distingue l’uno dall’altro.

Ma non come elemento disgregatorio più che altro come particolarità per iniziare a creare assieme un incredibile colorato mosaico.

Ogni pezzetto di questo disegno è composto di elementi colorati differenti, quasi strani se presi personalmente, ma è nel loro insieme che creano un qualcosa di unico.

Da soli sono brillanti e intriganti, ma nella comunità diventano immagine.

Ecco perché credo nella cooperazione e non nella competizione, perché la competizione mette in un’ inutile sfida un tassello contro l’altro.

La cooperazione invece insegna che siamo bellissimi da soli ma meravigliosi assieme.

Ma perché il tassello, o filo, se immaginiamo la società come un bellissimo arazzo, ha bisogno di comprendere il primario posto e il proprio colore. Ha bisogno di darsi un nome e di specchiarsi, di guardarsi e imparare a capire come la sua specificità entra a far parte del tutto.

Ecco perché l’identità diviene importante nel percorso di acquisizione di consapevolezza del sé.

Sapere chi si è, quali pulsioni ci guidano, che istinti ci minacciano e quali sogni dentro di noi si agitano, diventa così importante per trasformarsi da individui a uomini.

Intendendo con uomo un qualcosa di generale, non legato al genere sessuale.

Trattenere le proprie pulsioni, o peggio negarle, ci porta ad alimentare frustrazione, dolore e sopratutto discordia.

Perché se non ci accettiamo, se neghiamo il disegno che portiamo tatuato nell’anima, non riusciremo mai, e sottolineo mai, a stare in mezzo al mondo.

Ci sentiremo troppo fragili, costantemente sminuiti o peggio messi alla prova.

O in discussione senza capire il valore del colore che possediamo. Rendendoci preda del potere, politico o societario, che in fondo trova più comodo guidare una massa che un popolo.

La massa è indistinta, è faccenda che si può manipolare, che si può dominare.

Il popolo sceglie, è capace di comprendere e forse, anche di dire no a ogni scelta, a ogni valore che mette a repentaglio quel disegno unico e meraviglioso che un giorno un dio lontano ha sognato per noi.

Ecco, “Il cammino del sapiente” racconta i modi con cui l’identità viene acquisita, con cui si può conoscere il volto segreto di noi stessi.

Perché guardarsi, come racconta una bellissima canzone, non significa soltanto ammirare il proprio volto.

Credi di conoscermi solo perché si conosce il mio nome
Pensi che mi vedi perché hai visto ogni linea del mio viso

Conoscersi è un processo a volte duro, a tratti difficile, un po’ quello che

Briden, da vero sapiente com’è, decide di intraprendere: sperimentare e lasciare che il flusso di sensazioni e sentimenti, di emozioni, anche difficili da digerire, si faccia strada in lui.

Senza remore, senza terrori notturni, senza che questo lo renda inaccettabile non tanto agli occhi dell’esterno quando ai suoi. Decide di scendere persino dentro un abisso innominabile, sapendo che a prescindere dal trovarci inferno o paradiso, ogni visione sarà per lui motivo di crescita.

Brinden accetta di lasciare che la tempesta danzi su di lui, semplicemente; a differenza del fratello non la combatte.

La accoglie.

Non chiede nulla se non capire quale vero nome pronunciano le sue labbra.

È la differenza tra essere costretto a vedersi e aver bisogno di vedersi, in armonia, senza aspettare nulla se non il ricevere la vera conoscenza del sé.

Che può avvenire soltanto quando feriamo e distruggiamo l’apparenza fatta maschera che da troppo tempo ci copre il viso.

 

“Magia, mutaforma e viaggi straordinari” Autori vari, Dunwich edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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Ed eccomi qua a cercare di riordinare le idee sparse per raccontarvi o almeno tentare, le emozioni e i sogni che, come sempre, la Dunwich mi regala.

Tranquilli.

In questo caso si tratta solo di sogni incantati, sempre venati di una certa gotica oscurità, diversi dagli incubi che personalmente tanto amo.

E come sempre, la mia mente resta rapita tra i fili dei libri in cui inevitabilmente mi attirano cosi tanto come la famigerata tana del bianconiglio, tanto, da caderci dentro.

E fidatevi ogni volta che l’arcano portale si apre, tornare a casa è sempre più difficile.

Ora so e capisco come si è sentita Alice una volta tornata dal mondo delle meraviglie.

Forse apparentemente lieta di ripercorrere le strade del reale, ma con dentro un sottile, lieve eppure pesante struggimento, una nostalgia che offusca ogni tanto lo sguardo, specie quando si perde in un cielo che non ha, e non può avere, la stessa sfumatura di incanto che ha il viaggio straordinario.

Ed è infatti il primo romanzo quello che ha aperto le porte serrate del mio cuore.

Non fraintendete, ho amato anche gli altri due romanzi ma…tra me e Suzie Moore è stato più di un innamoramento letterario.

E’ stato un riconoscersi un empatia rara, che capita quando il romanzo ti sceglie ve inizia a raccontarti sussurri segreti, totalmente riservati a te.

Sussurri che ti aspettavano e che ti riconoscono come sorella, parente, fatta della stessa pasta del sogno che ha dato loro il ritmo, la forma e stile alla prosa.

Ma quello che tu vedrai è l’anima, che si rivela e ti incatena.

E cosi Suzie sono io e in fondo Suzie è il mio secondo volto, quello celato a occhi indiscreti, fatto di un vulcano che erutta rabbia, incapace di lasciarsi andare al flusso della vita.

Una vita bloccata, perduta tra le ceneri di ricordi.

E per quando la forza ti spinge a andare avanti, quella cenere è posata sui tuoi occhi e ti rende incapace di vedere.

Allora solo un viaggio straordinario riaccende una fantasia stremata, incapace di farsi udire sopra le urla del dolore.

Incapace di starti accanto come faceva quando ancora eri una creatura non toccata dal male.

Il viaggio nella sofferenza ti marchia a fuoco.

Ti lacera e inietta un veleno che sei incapace di far sgorgare.

E cosi resti li con quella nenia oscura che circola in vena e che ti stacca dalla fantasia.

Che senso ha sognare quando le ferite gridano di dolore?

Ecco che solo una cosa può iniziare a ricucire quelle atroci lacerazioni.

Il viaggio.

Ma non uno dei soliti.

Quello fuori regole, quello che si scontra con quel muro fatto di routine e gesti ripetuti senza avere più l’essenza sacra della vita.

E cosi la centro della terra, come racconta il buon Julius Verne in fondo è un mezzo per andare in un altro centro, dimenticato, soffocato dalla noncuranza: se stessi.

Per ritrovarsi, per riconoscersi e perché quelle ferite divengano non più un anatema da combattere ma un orgoglio da mostrare a tutti.

Per questo sei anche una rosa.

Il tuo coraggio, la tua lealtà e la tua purezza non sono senza dolore. Hai ferito e ti sei ferita.

Ti sei sentita esclusa, nel tuo giardino di solitudine, mentre il mondo stava a guardarti e contemplava la tua bellezza con compassione.

Hai sbagliato, sei caduta, hai avuto paura… ma non hai mai perso nulla di te stessa.

Te ne sei solo dimenticata.

In fondo me l’hai detto anche tu: hai un cuore di leopardo nel petto.»

E dopo l’arcano sogno, di Suzie lo scenario cambia ancora, radicalmente e ci troviamo in un mondo bello come un mosaico fatto di diversi in cui l’amore è una faccenda che esulta dal finto romanticismo di tanti libri.

Ma è qualcosa creato dalla natura per farci evolvere.

E’ strano direte voi?

Non tanto.

Se per molti romanzi l’amore è l’incontro sofferente di due anime impegnate a sospirare o a guardarsi come pezzi di carne succulente, nell’ombra della cometa è il modo con cui il nuovo irrompe sullo scenario del consueto.

E’ lo straordinario reso vivo, in un mondo abitato da diversi, da sfumature, da piccoli tasselli che insieme creano l’intricato regno chiamato esistenza.

E in quel sentimento primitivo, quasi oscuro anch’esso come una meravigliosa e carnale poesia di Neruda, entrambi i membri del branco dei mutaforma trovano il loro vero posto e non quello che la società vorrebbe affibbiargli.

Non quello che le convenzioni ci fanno passare come accettabile o inevitabile.

E cosi lo scocco della scintilla divina, nel senso batesoniano del temine ossia frutto di una biologia sacrale, permette ai protagonisti di trovare il loro vero volto, di ribellarsi e persino, udite udite, di andare alla ricerca della verità.

E ogni costo.

Leggete queste bellissime parole

Non si tratta di una qualche cazzata romantica tipo anima gemella. È pura e semplice biologia. Secondo la leggenda ogni mutaforma ha tre arest, individui a lui naturalmente affini, geneticamente predisposti a diventare suoi compagni. Tre opzioni che si escludono a vicenda, poiché legarsi a uno di essi impedisce di riconoscere gli altri in quanto tali pur ritrovandoseli di fronte.

Non trovate il romanticismo in questa descrizione?

Perché avete la mente adombrata da stolide scempiaggini totalmente materiali. Si miei cari, il vostro romanticismo è molto più materiale della “biologia” intesa in questo testo.

Qua lo scegliersi è una sorta di volere divini, visto che l’ecosistema che li rappresenta e li trascende, la biosfera con quella sua perfetta capacità di incastrare le differenze e renderle feconda è la forma primitiva, anzi originaria di volere divino.

E’ espresso mirabilmente in uno dei passi della bibbia che amo citare, in cui il dio spremo diventa Dio ecologico: il libro di giobbe

Dov’eri tu quand’io ponevo le fondamenta della terra?
Dillo, se hai tanta intelligenza!

Chi ha fissato le sue dimensioni, se lo sai,

o chi ha teso su di essa la misura?

Dove sono fissate le sue basi

o chi ha posto la sua pietra angolare,

mentre gioivano in coro le stelle del mattino

e plaudivano tutti i figli di Dio?….

Sei mai giunto alle sorgenti del mare
e nel fondo dell’abisso hai tu passeggiato?…..

Puoi tu annodare i legami delle Plèiadi

o sciogliere i vincoli di Orione?

Fai tu spuntare a suo tempo la stella del mattino

o puoi guidare l’Orsa insieme con i suoi figli?

Conosci tu le leggi del ciel

o ne applichi le norme sulla terra?

Libro di Giobbe

Ecco cosa significa davvero ecosistema.

Cosa significa biologia, lo stupore degli scienziati innamorati della disciplina che li porta, sempre di più vicino a dio.

Ecco il sublime amore descritto da questo libro che si presenta non solo come un meraviglioso urban fantasy capace di annullare le differenze tra “razze” ma che rende, finalmente, onore al vero senso della vita quello di mutare.

L’ultimo libro è il più sognante.

Anche qua le differenza tra esseri viventi viene annullata dal meraviglioso sentimento descritto da dante, l’amore, l’emozione che fa muovere le stelle.

Ma in più esiste una meravigliosa parabola ecologica, che mi ha attratto come calamita

La natura crea, la natura annienta, la natura osserva.

Quando l’uomo è distruttivo,

quando non riesce a esser fermato dai suoi simili,

forze superiori intervengono per ristabilire la pace.

La natura dà, la natura toglie, la natura premia.

Ecco cosa cita il prologo.

Parole meravigliose adatte a questi tempi disperati.

Wolveas Coast è il baluardo della speranza contro la cupidigia dell’uomo.

E’ la cooperazione contro l’arrivismo sfrenato.

E’ la bellezza della speranza che si scontra con la distruzione dell’amarezza.

In uno scenario da favola i due protagonisti non tentano sol odi incontrarsi e stringersi in barba a ogni logica e convenzione sociale, tentano anche di respingere quell’istinto che fa dell’uomo il peggior nemico di se stesso.

Wolves Coast è il sogno di una realtà totalmente armonica, dove solo la volontà della divinità, quella che ha costruito questo mondo meraviglioso per noi conta.

Non il nostro egoismo, non la nostra dannata mania di autodistruzione, ne la psicosi di dover essere importanti a ogni costo, dimenticando che, quest’importanza l’abbiamo per il solo fatto di respirare, di amare e di avere negli occhi la meraviglia guardando il cielo.

Tre racconti diversi forse, ma ognuno esprime in fondo a suo modo un concetto importante: l’importanza di ritrovarsi.

E non ritrovare tanto il volto che la società ha intessuto per noi, ma quello nascosto, al centro della terra, negli occhi dell’amato o in un isola incantata dove

Il sottofondo delle onde del mare che si infrangevano sugli scogli, il fondale meravigliosamente blu e intenso, schiarito solo dalla luna, e le stelle creavano una cornice perfetta a quel meraviglioso momento con Howi.

Grazie ancora una volta Dunwich.

“Storm Raiders. I Predoni delle Tempeste (Le Tempeste della Magia, Libro I)” di PT Hylton e Michael Anderle, Dunwich edizioni. A cura di Chiara Iucci Linaioli

 

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In un’epoca in cui la magia governa il mare, Abbey si fida solo della sua spada.
È sempre stata una straniera a Holdgate. Mentre gli abitanti della sua città adottiva dominano i mari con la magia delle tempeste, Abbey preferisce lavorare nella bottega da fabbro di suo padre.

E mandare al tappeto chiunque sia abbastanza sciocco da mettere in discussione le sue capacità con la spada.
Ma quando suo padre viene ingiustamente accusato di omicidio, deve sgattaiolare a bordo di una navetempesta e salpare nel tentativo di riscattare il suo nome.
Dopo aver stretto un’alleanza con un giovane mago e un Capitano dai modi sin troppo schietti, Abbey si troverà a vivere un’avventura spericolata.
Presto scoprirà che i leggendari Predoni delle Tempeste – un terrificante gruppo di pirati – sono fin troppo reali.”

Primo di una quadrilogia brillante, questo libro di pura adrenalina non attende troppe pagine per gettare il lettore nella mischia.

Scritto a quattro mani, strizza l’occhio al mare magnum di fiction d’azione prodotta nell’ultimo secolo senza scadere nel banale.

La rielaborazione è perfetta, la scrittura efficace.

Poche righe, e i personaggi sono inquadrati, le vicende intessute, la curiosità accesa.

Nessun momento di noia: la tensione verso l’azione successiva è sempre alta e ben gestita.

Forse, proprio in questo risiede l’unica debolezza del testo: la perfezione strutturale di un genere fin troppo abusato rende davvero poco libero il lettore. La stessa differenza fra una vacanza fai da te e un tour organizzato al minuto: vedi un intero mondo, ma senza scorgere altro, solo ed esclusivamente quello che gli autori vogliono darti a vedere.

Loro dirigono, tu – lettore – segui.

La gioia di qualunque editor; e di qualunque lettore che vuole azione e non riflessione.

Un po’ meno, di vecchie lettrici smaliziate come la sottoscritta, che tollerano le sbrodolature formali perché è lì che trovi il nervo dell’opera, il senso di creato, l’alone del sudore sbavato sulla pagina.

Escluso ciò, l’incipit di questa saga conclusa è davvero una bomba.

Saprà coinvolgervi e farvi volare.

Gli autori sanno il fatto loro; non sono dei principianti, sanno fare il loro mestiere e soprattutto lo sanno fare bene.

Tanto di cappello.

Consigliato dai 10 anni ai 99.

“Il museo delle esperienze meravigliose” di Paolo Fumagalli, La Ruota edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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Perché un corvo assomiglia a una scrivania?

Dai cappellaio non è mica il momento dei tuoi indovinelli eh. Io sto tentando di creare, di scrivere la recensione del mio amico Paolo.

Un po’ di tè Alessandra?

Il tempo incalza…

No Cappellaio!

Non ho tempo per il tè, dannazione, devo scrivere!

Cosa scrivi mai di cosi urgente?

Una recensione te l’ho detto.

Paolo mi ha regalato il suo libro per aiutarmi a passare questi giorni cupi e io vorrei ricambiare il suo splendido gesto raccontando ai nostri lettori quello che ho appreso leggendo.

Sono quelli impegnati a fare video in diretta e lamentarsi del mancato aperitivo Ale?

Non ridere e non sbeffeggiarli.

Si alcuni hanno scordato la magia dei sogni troppo persi dietro le luci brillanti della città… Ma altri hanno un bisogno forsennato di magia Cappellaio.

Hanno bisogno di te e dei tuoi rompicapi idioti

Ehi modera i termini signorina!

Scusa ma è la verità non ti offendere.

Hanno bisogno di stravaganze e bizzarrie, di sorrisi e di ghigni.

Qualcuno ha detto ghigno?

Ecco ci mancavi pure tu Stregatto!

Secondo voi, potrò mai davvero scrivere questa maledetta recensione?

Si cara Ale.

Puoi e devi.

Perché tu hai letto il libro di Paolo e dentro di te le parole già le conoscevi.

Tu hai esperienze meravigliose ogni giorno, assieme a noi.

Cucini e litighi con il Cappellaio matto.

Certo non sa cucinare…

Ehi tu io sono un perfetto cuoco! So fare i crostini di crescione più buoni di tutta wonderland…

Si certo cappellaio peccato che non è crescione ma ortica…

Fatemi finire!

Scusa regina bianca ma è lui che si intromette!

Dicevo chi meglio di te che fa ogni giorno esperienze straordinarie può raccontare questo libro?

Sei qua seduta alla tua scrivania accanto a noi, bizzarrie rifiutate oggi in questo mondo tecnologico dai più.

Ma tu ci vedi e ci parli ogni santo giorno.

Puoi farlo.

Devi farlo.

Allora ti credo Regina bianca.

E voi tutti statemi a sentire, vi racconterò la magia di questo libro…

Iniziamo dall’inizio dunque…

Oggi siamo sommersi di problemi chiamati erroneamente reali.

Ma come direbbe Antony de Mello nulla è reale…è tutto nella nostra stupida testa impegni A rincorrere stupide certezze.

Stupidi trastulli.

Inutili convinzioni.

Siamo un po’ come Laura.

Nascondiamo la coda di gatto, di lupo, di ghiro sotto i vestiti perbene. Andiamo a lavorare, leggiamo cos’è consono al nostro sesso e alla nostra statura morale o intellettuale.

Siamo tutti attori che recitano a soggetto…

Aggiungi noiosi…

lo farò caro Cappellaio.

E invece il mondo è sempre un esperienza straordinaria.

Basta la fantasia.

Anche se abbiamo tanti troppi anni.

Anche se siamo seri professionisti.

Sotto i seriosi tailleur grigi, un ghiro con una tazza sbeccata e un po’ rintronato, spunta e ci fa sorridere…

Qualcuno mi ha chiamato?

No torna a dormire ghiro…

La realtà è che questo libro è un inno all’unica vela libertà che perdiamo crescendo…la fantasia.

I sogni.

L’immaginazione.

E cosi ancora piena delle meravigliose visioni procuratemi da Paolo resto qua con i miei amici.

A sognare un altro po’ nonostante il mondo stia vivendo il peggior panico del suo tempo.

Nonostante l’orrore che ci accade ogni giorno.

Basta un tocco di numinoso e si aprono le porte dell’altro regno, dove i nostri cari sorridono felici e ci dicono di non mollare.

E in tempi cosi strani, cupi, possiamo riscoprire il sortilegio racchiuso nel potere della mente, quella che grazie alla sete di fantasia crea immagini reali.

E ci toglie dal grigiume di un esistenza scandita e cosi innaturale.

Per noi creature fatte di gloria e di stelle.

E ora scusate.

Dopo aver scritto questo mio ringraziamento a Paolo, mi preparo per la partita a croquet con la regina.

E tu Stregatto non fare i soliti danni…

Non posso assicurarti nulla…

Dannato Felino.

“Nel mondo del tempo. Al di là delle valli gemelle” di Eward C. Browa. A cura di Alessandra Micheli

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Sono rimasta piacevolmente stupita dal libro di Eward Browa.

Questo per due motivi a me particolarmente cari.

Il primo riguarda la stesura, si legge e si comprende come il mondo descritto dall’autore sia per lui reale.

Lo ha visitato nei suoi viaggi onirici ed è descritto con quella facilità di chi, in fondo, abita tra due dimensioni il fantastico e il reale.

E sa che queste sono separata soltanto da un velo sottile, impalpabile a chi ha il dono o la fortuna di essere in fondo, straniero nella sua patria.

Browa non è di questo mondo e al tempo stesso è nel mondo e ogni tanto torna in quelle strane regioni e prende le storie per regalarle a noi affamati di immaginario.

Questo meccanismo lo si avverte già dalla prima pagina: come Mondi di inchiostro, basta aprire il testo e trovare una porta che ci conduce in un altro piano di esistenza.

Che conosciamo bene perché volenti o nolenti, lo scriviamo nei nostri sogni notturni.

Altra caratteristiche che è riuscita a convincermi, facendomi gustare una lettura che, come ben sapete non è nelle mie corde è la capacità di inserire il percorso campbelliano dell’eroe innovandolo.

Ci sono tutti i dettagli fondamentali dello schema eppure, per accorgersi della sua importanza bisogna analizzare parola per parola il testo. Perché è inserito in un modo talmente armonico che, quasi, non ci si accorge dell’attenzione stilistica.

Forse questo mio entusiasmo sarà dovuto alla mia poca dimestichezza con il genere direte voi miei lettori.

In realtà vi sbagliate.

Il fatto che il fantasy non sia in cima alla mia lista dei preferiti significa che lo conosco bene.

Come potrei, infatti, stilare una mia lista di preferenze sotto la totale ignoranza del genere? Per poter decidere e scegliere ogni essere umano DEVE conoscere. E quindi deve aver compiuto il suo percorso letterario scovando tra i libri quello che più si sposa con la propria anima.

Il fantasy, quindi, è stato il compagno della mia adolescenza.

Dopo un’abbuffata di classici, a tredici anni sono piombata nell’incanto di Tolkien e di Shannara, per poi divorare nel mio modo “compulsivo” ogni libro portante la dicitura fantasy.

Quindi tranquilli.

So di cosa parlo.

In ogni testo che parla di immaginario, infatti, si sente in modo molto oppressivo l’eredità dei suoi avi.

E questo può rischiare di legare il testo a degli archetipi che, seppur sono necessari se non sono fluidi sanno di cliché.

E cosi l’eroe ignaro del suo destino si trasforma nel più attuale giovane che sente il peso dell’abitudine e del consueto.

E che brama, dentro di se, una sorta di viaggio nell’infinito nell’ignoto e nell’avventura.

Un po’ quello che succede, oggi a tutti noi che ogni tanto sentiamo il peso della vita di ogni giorni.

E allora scatta qualcosa che ci spinge a desiderare lo straordinario al posto della vita quieta e quasi senza slanci.

Erick rappresenta un po’ lo spirito sopito di ogni essere umano, cosi ancorato alle certezze rassicuranti eppure cosi alieno a quell’istinto che portò Prometeo il nostro progenitore a rubare il fuoco agli Dei.

Cosi la spinta all’evoluzione, a trovare il proprio centro ossia se stessi, ci spinge a vagare per le terre sconosciute, apparentemente ed è qua il dettaglio innovativo, per la nostra gloria e per restare negli annali della leggenda.

Infatti, i libri fantasy pongono l’accento solo allo spirito cavalleresco che troppo spesso scorda l’antico codice e si nutre solo di onore e di prodezze. In realtà la vera spinta dell’eroe è sempre quella di ristabilire un ordine compromesso, quasi sempre purtroppo, dalla sete di potere.

O peggio dall’ignavia dei suoi abitanti.

E cosi i mondi, profondamente interconnessi e niente affatto distinti, divengono squilibrati.

E’ la predominanza della piccola ambizione, della rassicurante routine che emerge a scapito dallo straordinario e dell’immaginario.

In questo rapporto di forza se uno predomina sull’altro l’intera armonia cosmica ne risente.

Sopratutto il collante che tiene unite le varie dimensioni: il tempo.

Il tempo un questa cosmogonia non è altro che l’asse che unisce il sopra con il sotto, cosi come ci raccontavano i favolosi miti celtici.

Era un elemento fluido, che permeava con la sua arcana magia sia il regno ultraterreno che quello della realtà tangibile.

E’ quell’asse che è corrotto.

E come si recupera l’antica Maat cosmica?

Con il coraggio della speranza.

E’ il risvegliarsi e l’iniziare a concepire un’esistenza dinamica che ci sveglia dal grigio torpore e apre i nostri occhi prima ciechi.

Ed è allora che la vera, autentica battaglia inizia: quella con la corruzione trasformata nel nemico atavico rendendo di nuovo il futuro un libro da scrivere, ognuno con la sua personale penna.

Ecco che Erik diviene lo spirito risvegliato, colui che cura e ricuce le profonde lacerazioni di un anima che…non sogna più.

E non ha più l’ardire di inseguirli i propri sogni fino a rendere reali le leggende.

E allora alla fine del suo arduo e difficile cammino, Erik/uomo non solo ritrova se stesso, ma anche l’immortalità che gli spetta.

Del resto un sognatore è un uomo senza tempo.

Bravo Eward.

I miei più sinceri complimenti.

“Al di la della Nebbia” di Francesco Cheynet e Lucio Schina, Segreti in giallo edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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Morale e etica sono argomenti che mi hanno sempre affascinata e su cui ho sempre incentrato, fin da ragazza, una doverosa riflessione.

Ci troviamo di fronte a strade della vita fatte di bivi e di tortuose salite.

E spesso la fatica del nostro errare, quasi cosi insensato ha bisogno di una luce che lo illumini e lo renda meno cupo.

Ecco che le azioni umane si compiono alla luce di una diversa illuminazione, che forse è diversa per ognuno di noi.

C’è che cerca il riscatto nell’effimero successo a ogni costo a scapito di ogni perdita, seppure fosse della nostra stessa anima.

C’è chi vuole imbracciare quel potere a mo di arma e se ne infischia se nello stolto tentativo partono colpi a casaccio.

E se ne frega se a terra giacciono cadaveri o semplici sacrifici lungo l’infernale strada che ci porta a dominare. E chi crede che il denaro, un po’ per scimmiottare un calvinismo pret a porter non sia altro che il segno dell’elezione a probo figli odi dio.

L’idea che il successo arrida agli audaci a chi è predestinato a una vita di gloria e stelle è propria di uno spirito che, per dirla alla Weber soffia ancora sul capitalismo alimentando le sue fiamma spettrali senza tener conto di nessuna limitazione.

Del resto essere immagine di dio, a volte significa esse sopra ogni morale.

E persino ogni etica.

E’ questo l’argomento affrontato al di la della nebbia che non a caso con un elegante perfezione si affaccia a uno dei periodi simbolo di questa riflessione: la Londra vittoriana.

Emerge tra i soffocanti fumi dell’Inghilterra che si affaccia vincente sulla modernità, che sembra quasi un vento ricco di esotici effluvi, capace di soffiare impetuoso e trascinare i leggiadri signori, coloro che incarneranno perfettamente lo spirito del vincente verso chissà quali ludiche gioie.

Il paradiso ci attende miei signori della city, avvocati rampanti, voi figli di un millennio che non ci abbandonerà ma che ci priverà anche oggi di tanti, troppi doni connessi con la meraviglia dell’essere, in fondo, umani.

E cosi tra protagonisti, tre esempi di cosa la meraviglia tecnologica senza fine erutta. Poco importa se i loro vestiti sono leggermente macchiati, con il fumo che copre come una calda nebbia ogni difetto, sembreranno solo pieghe di una stoffa importata dalle indie meravigliose.

E se quelle indie avranno echi di dolore e grida di libertà, ci penserà il frastuono della metropoli e renderli solo pigolii lontani, sopratutto dalla coscienza.

E cosi questi esempi di cosa significa, in fondo, accettare totalmente la morale corrente, a discapito delle strane imperfezioni che si affacciano ciarliere qua e la salgono radiosi su un treno che li porta al loro sudato destino.

E sarà però l’epilogo di questo futuro a donarci un brivido per la pelle. Facendoci a nostro malgrado, partecipi di uno strano percorso impersonato dal sulfureo o angelico, dipenderà dalla vostra personale visione di Mr. Ferry.

Durante la lettura tra le domande che si affolleranno alla vostra coscienza, una vi tormenterà per tutta la durata della lettura:

Cosa avranno mai di cosi particolare questi tre uomini?

Vite in fondo comuni, caratteristiche e protagoniste dei vantaggi e svantaggi delle opportunità del nuovo ordine morale, quello che in fondo pone come unico referente la volontà quasi ossessiva del successo. E se qualche inciampo ci è concesso nessun timore: solo i forti reggono il peso delle scelte, delle responsabilità.

Solo i degni sanno se non resistere alle tentazioni saperle gestire.

Sempre in riverito pudore.

Basta tenere le perversioni chiuse in un cassetto e mostrare al mondo civile il miglior sorridente volto.

E se quel sorriso sembrerà un ghigno, non temete.

La società sa che è lo sforzo di essere gentiluomini e un gentiluomo sorride sempre.

Al di la della nebbia è in fondo il viaggio reale dentro la mente/anima di ognuno di noi.

Un viaggio per nulla piacevole vi avverto.

Un viaggio agghiacciante e al tempo stesso salvifico.

Non perché pone come vostra bussola valori stantii chiamati etica.

O religione.

Quelli sono parole che non toccano mai davvero il cuore.

Sono esse stesse parti di un contratto sociale che promette banchetti in cambio di coscienza e consapevolezza.

Potete godere di ogni alibi, di ogni scusa a patto che la mente non compia il necessario volo pindarico alla ricerca del vero dio.

E il vero dio qua appare quello più semplice, meno scenico forse, colui che nel vortice infuocato redarguì il probo cittadino giobbe con una meravigliosa l’azione di storia naturale.

E sapete perché quest’ecologia, della mente, della coscienza, del contesto, chiamatela come volete voi è l’unico vero dio capace di farci cambiare, e di far assumere alla punizione un valore pedagogico?

Perché agisce laddove l’azione umana distrugge, in quel tessuto fatto di infinite relazione, uno con l’altro, tra noi e la società tra noi e l’altro, tra noi e Dio.

E quando un azione scellerata, stupida e al tempo stesso crudele lacera il vero tessuto, l’unico tessuto sociale in cui noi siamo inseriti, solo un organismo super partes è capace con una serie di meccanismi di reazioni e controreazioni di far tornare l’equilibrio.

E’ come una mano misericordiosa che rattoppa quella ragnatela che noi stoltamente, come bambini incoscienti, abbiamo lacerato.

Lo fa per noi affinché ogni malvagità non venga scagliata indietro all’umanità altre mille, centomila volte.

Affinché da un battito di ali non si scateni un tornado.

Affinché ogni minuscolo gesto torni a sedere sul trono chiamato responsabilità.

Al di la della nebbia è la coscienza che torna ad appartenerci.

Non per dannarci o farci giocare tra unicorni e arcobaleni.

Ma per farci evolvere, imparando, ciò che nonostante tutto il successo, il potere, la tecnologia, la scienza, la civiltà che pensiamo di possedere, ancora ci sfugge, ci è aliena come parola, distante troppo distante dal nostro essere.

Un libro che oltre a creare atmosfere degne del miglior Conan Doyle, o di Poe o persino del mio amato Dickens fa riflettere. E oggi un pensiero è un vero tesoro prezioso da proteggere e conservare, stretto stretto a noi.

Non c’è giudizio che interviene, né processo né sentenza; per permettere all’universo di funzionare occorre manipolare forze uguali che si contrappongano, in modo che nessuna possa sopraffare l’altra. Riassorbita la devianza, le anime vengono condotte verso la destinazione finale, il bosco delle ombre inquiete, dove ritrovano la purezza ancestrale unendosi a un albero vergine, permettendo alla natura di perpetrare sé stessa nel silenzio dell’infinito che scorre. Dove prima c’era avidità e malvagità ora c’è pace e quiete

 

“Una spada tra luce e oscurità” di Roberto Donini, Narcissus. A cura di Alessandra Micheli

Una Spada Tra Luce Ed Oscurità- Roberto Donini

 

Come catapultanti da un sogno, noi guerrieri senza patria, eroi senza più ricordi.

In un universo mutato dove il bene e il male si confondono, vaghiamo senza più capire chi siamo.

Non più adatti questi tempi nefasti, con i nostri valori messi in costante discussione, senza che da questa ne possano nascere altri.

E l’afflato guerriero che si spezza in minuscoli brillanti pezzi, da osservare con un dolore lacerante, da tenere con noi nel cassetto di ricordi oramai perduti.

Una spada, non la spada il simbolo di tutti, il simbolo della volontà perduta, quasi vinta da un male che… abbiamo creato noi stessi.

Troppo tesi a fare la nostra commedia di assoluta perfezione e ricalcare i dettami di un eroe senza macchia e senza paura.

Ma la macchia esiste a diventa cosi viva, da staccarsi da noi stessi e diventare l’altro da noi.

Da combattere, da odiare da porre come antagonista, in una dimensione che antagonisti non ha più.

E’ il mondo del caos che non ha difese.

E’ il mondo interiore che si spezza di fronte al male che dilaga, senza più fare occhiolino all’equilibrio che si rannicchia ferito.

E attende il giorno in cui l’ordine potrà rinascere.

Ecco l’ambientazione di una spada, tra luce e oscurità.

Un titolo tacciato di eresia grammaticale ma che a livello di significato racconta il tragitto umano del simbolo supremo della giustizia.

Una spada, tra molte, tra quelle che hanno dato vita ai miti e si sono poste come simbolo della forza di un sogno.

C’è stata Excalibur a riportare la luce.

C’è Stata Durlindana a non annichilirsi di fronte al pericolo.

E ora c’è solo una, una tra le tante, impugnata dal paladino che non sa più chi è.

Ha smarrito se stesso.

Ha smarrito la sua identità e la sua missione.

E vaga, senza nome, senza regno, senza dignità.

Vaga come vaghiamo oggi noi, cosi fragili, ma cosi decisi in fondo, o almeno lo spero, di ritrovarci.

Di abbracciare l’altro da se, il nostro lato oscuro.

E smettere di sconfiggerlo.

Perché l’ultima tappa del vero autentico cammino dell’eroe non è solo ne rendere vivi gli ideali del codice, ma di abbracciare l’abisso, di dare energia purificatrice a quel nero reso carne.

E forse è solo con il ritrovato equilibrio, perduto, danneggiato a favore di una eterna contrapposizione bene e male, possiamo ritrovare ancora una volta la chiave dello scrigno segreto, dove vedere riflesso il nostro perduto volto.

A volte una spada, la giustizia, l’ideale, il codice si dibattono tra luce e oscurità.

E troppo spesso, per troppi secoli abbiamo dovuto decidere in favore di uno e dell’altro, scindendo una vita omogenea agli inizi. Un mondo che all’origine era doppio.

Abbiamo dovuto rinunciare alla nostra autentica compattezza per dare vita al mondo che conosciamo.

A scindere il due in uno.

E ora siamo di nuovo lontani dalla vittoria finale.

Per farla adesso dobbiamo riunire le due identità, fondere le diverse energie e porre tutta la dialettica in un nuovo ordine: capace di destreggiarsi tra gli opposti, immettendo un po’ di luminosità nel buio e un po’ di buio nella luminosità.

Ecco che allora un fantasy può divenire un manuale per la sopravvivenza di un essere umano, che oggi grida il suo dolore a dio.

Mi sono perduto.

Aiutami a ritrovarmi.

sono intrappolato in un fuoco incrociato

che non capisco

ma c’è una cosa che so di sicuro

ragazza, non me ne frega niente

delle vecchie e già girate scene

non me ne frega niente

di quelle ancora in corso

voglio il cuore

voglio l’anima

voglio il controllo in questo momento

è meglio se mi ascolti, ragazza

parlare di un sogno

cercare di renderlo reale

ti svegli nella notte

con una paura così vera

di dover passare

la tua vita ad aspettare.

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“Il sommo incantatore. Il richiamo della vendetta” di Francesco Zamboni, Dark Zone. A cura di Alessandra Micheli

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Cosa deve avere un fantasy per suscitare non tanto il mio interesse, quello parte solo alla parola libro, ma quel coinvolgimento particolare che presuppone la totale sospensione dell’incredulità e quel senso di estraniamento che capita con pochi libri?

È la capacità dell’autore di stupirmi, di stravolgere persino i miei gusti, che restano sempre sullo sfondo delle mie recensioni ma che respirano accanto a me.

È quello speciale talento che si nutre di immagini rese parola, che diventa un mare impetuoso pieno di onde anche anomale, in grado di rompere i miei argini.

Perché di argini ne ho e molti.

Il fatto che voi non li notiate fa di me un bravo recensore.

Sì, lo so, me lo dico da sola, ma se aspetto voi invecchio.

E non è che sono una pischella oramai…

Comunque pur se cerco di trascendere i miei pregiudizi non significa che essi non vivano e nascano dentro di me in quell’ombra junghiana che si nutre dell’oscuro antro del io più profondo. Semplicemente ne sono consapevole e quindi riesco a gestirli.

O azzittirli.

O ascoltarli finché boriosi si stancano di ululare alle mie orecchie.

Il libro, quello con la lettera maiuscola li fa semplicemente sparire.

Dissolversi o essere così evanescenti che come fantasmi non possono essere afferrati.

E disperati preferiscono viaggiare in altre dimensioni emotive.

Uno di questi riguarda il fantasy.

Pur riconoscendo il suo valore esso cozza in modo forse eccessivo con una parte importante di me: la razionalità.

E nonostante la squisita consapevolezza che Campbell aveva ragione e che il viaggio dell’eroe è fondamentale, che il fantasy vive di archetipi, il suo percorso preciso e standardizzato non riesco a seguirlo, apprezzarlo fino in fondo, limitandomi a godere visivamente della bellezza.

Non nego che amo Tolkien, ma non tanto per trama, personaggi, libro in sé, ma perché è oggettivamente bello, musicale e fluido.

Così un fantasy rispetto ad altri testi deve darmi di più.

Deve essere un farabutto che pur conoscendo la nobile arte letteraria sia in grado di stravolgerla, almeno apparentemente camuffandosi e prendendo altri aspetti. E titillare non solo il mio estetico senso della beltà, ma l’anima tutta, fatta di immagini sogni, intuito e ragione.

Beh oggi lo ammetto, sono sconfitta e un libro, un fantasy ha vinto l’ardua impresa.

Francesco Zamboni ha vinto laddove altri hanno fallito, pur avendo la mia estrema gratitudine per un momento di meraviglia.

Ma leggendo il sommo incantatore io non esistevo più.

Ero rapita, finita nella tana del bianconiglio.

Ed è quello che la Ale bambina cerca come se fosse assetata.

E quella sensazione di non appartenere a questa realtà che aiuta la mia anima a non avvizzire, mentre il resto del corpo fa il suo doveroso percorso in questa strana favola chiamata vita.

E oggi c’è un novo amico che partecipa ai miei folli tè di non compleanno: Joras. Che siede accanto un pomposo Poirot, una beffarda Miss Marple, un trasognato Cappellaio e un timido Thomas Abbey che ancora oggi mi racconta le oniriche visioni di Marshall France.

E perché direte voi, Joras il protagonista è diventato parte della pazza combriccola di folli?

Perché è folle anche lui.

Geniale, talentuoso ma totalmente chiuso in se stesso da risultare quasi un deviante, un diverso.

Lui che sogna di raggiungere i massimi livelli della sua arte, cosi come li sognavo io alla sua età.

Lui incapace di gesti semplici, come un corteggiamento, un abbraccio, un sorriso. 

Joras è assolutamente sintonizzato su una radio AM mentre tutti lo sono in FM.

Joras non è mai presente, è sempre a metà tra una dimensione reale e una numinosa. Per questo è l’eroe, quello che riuscirà a capire prima di tutti il male dove si annida.

In un certo senso Joras è un puro.

Uno concentrato su di sé da apparire un irresistibile Sheldon capace di magie diverse da quelle della fisica.

Ma è anche capace, a differenza dei nostri preconcetti, a imparare la semplicità. Così si stupisce di provare attrazione per occhi azzurri limpidi.

Per apprezzare un amico bibliotecario.

Per rifiutare l’ipocrisia e essere fastidiosamente ma meravigliosamente sincero.

E non dire cosa pensa, ma pensare a cosa dire oltre le convenzioni sociali.

Verità sferzanti, in un’ anima composita e sfaccettata che lo fanno una sorta di antieroe.

Ma antieroe nelle sue attitudini.

Coraggio, ma un coraggio tutto suo fuori dai cliché.

Capace di meravigliarsi per una cosa che diamo per scontato come amore, amicizia, fiducia e gratitudine.

Per sconvolgersi di fronte alla brutalità del potere e combatterlo, nonostante la sua pericolosità.

Spavaldo, irriverente, e a volte impulsivo.

Ma con un’ anima salda che non teme di perdere.

Incapace di comprendere la bugia perché troppo aliena dal suo mondo. L’eroismo non è negli atteggiamenti da macho bello e dannato.

Ma nella rettitudine interiore che gli permette di abbracciare l’etica senza se né ma, senza tentennamenti o ripensamenti.

Senza tentazioni.

Ecco il punto strabiliante di questo fantasy: usa gli archetipi ma irride i cliché. E così il suo libro risulta avventuroso, formativo e al tempo stesso ironicamente irriverente.

E non posso non amarlo.

Proprio non posso.

Anche se in fondo non credo nella magia anche se…

Non è magia quella di vivere mille vite diverse e guardare dopo ogni lettura, il mondo con occhi diversi?

E quindi caro mio Francesco benedetto te, che regali ancora e nonostante un tempo fallace troppo legato alla tecnologia, sogni che riescono a rapirci e farci volare come Peter Pan.