“Stirpe” di Jordan L. Hawk, Triskell edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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Abbiamo un nuovo capitolo della meravigliosa saga scritta da una sempre eccellente Jordan Hawke.

E stavolta sarà il capitolo decisivo, quello che riuscirà finalmente a completare il cammino evolutivo del buon Whiborne.

Lo abbiamo visto brutto anatroccolo aggirarsi in una realtà dominata, invece, bellissimi cigni.

Cigni che lo guardavano con una sorta di ribrezzo o di compassionevole compatimento.

E non so cosa sia davvero peggio.

Cosi lo incontriamo, nascosto ai margini di una vita che gli scorreva davanti, mai protagonista e sempre attonito spettatore.

E cosi il imo primo incontro con Perceval fu strano, permeato da sentimenti contraddittori. Da un lato mi riconoscevo in lui, quel suo essere cosi distante dalle convenzioni, e dall’idea di uomo, quella acclamata come unica possibile. Dall’altra parte provavo una sorta di rabbia sorda per quella sua indefinitezza, quel suo essere quasi evanescente nonostante si avvertisse nelle buie regioni del suo io più nascosto, una certa passionalità e un certo grado di spregiudicato coraggio. La stessa autrice lo tratteggiava con penna sicura, facendo emergere da quel suo grigio oblio dei tratti di colori vividi e brillanti.

Ecco che la sua indeterminatezza lo rendeva difficile da conoscere e capire: chi era questo strano ometto cosi simile a noi nerd cosi colto e cosi poco adatto alla sua società, un alieno silenzioso e invisibile che scivolava attraverso la realtà cercando quasi di mimetizzarsi.

E poi avventura dopo avventura, complice l’incontro con quella forza che sa risvegliare le anime dormienti (l’amore) lo abbiamo visto crescere, comprendere la sua unicità e prendere sempre più consapevolezza del suo essere uomo prima che animale sociale.

E piano piano, tra tentativi ed errori si è riappropriato della sua immagine.

Finalmente si è specchiato negli occhi innamorati di Griffin e ha visto che si, forse non era un cigno.

Ma un aquila stupenda, vissuta per troppo tempo credendosi un pollo. Un percorso di crescita perfettamente descritto nel quale non è difficile riconoscersi.

Un percorso simile a quelli di tanti eroi dei racconti graaliani, ma sopratutto simile al mio che ho stentato a accettare le mie ali cosi diverse eppure cosi totalmente mie. Ma con una sostanziale differenza.

Per gli eroi della famosa Queste du Graal, il corpo non era altro che uno strumento di estasi divina. Era attraverso l’amore sognato ma anche toccato con mano che avveniva il cambiamento dell’io. Era attraverso l’amore per la dama che si trovava il proprio Graal interiore. Intento dei racconti era solo esaltarlo, raccontarlo e illustrarlo a chi ambiva alla stessa completezza.

Nella nostra realtà è totalmente diverso.

Nelal nostra realtà l’idea che ci domina e ci limita è una cesura profonda tra spirito e metaria che li considera non solo inconciliabili ma persino nemici. Chi ama il piacere terreno non può ambiare la paradiso. Chi ama il paradiso deve tenersi lontano da ogni tentazione.

Ecco che, nonostante l’apparenza di società postmoderna libertina, ci troviamo avvinti dalla più esacerbata sessuofobia.

Ne è esempio l’emergere costante e inquietante di tanti libri che reiterano l’idea di come il sesso sia trasgressivo, peccaminoso e provocatorio. Ne è esempio di come, per i diritti fondamentali, spesso ci si affidi al corpo, mostrato senza pudore come un atto dissacratorio.

Impensabile per i tempi in cui prosperarono racconti che danno il nome al nostro eroe, laddove il sesso era semplicemente un aspetto della vita cosi quotidiano che non era necessario usarlo come arma di protesta.

Era parte della vita e come tale, accettato nei cicli dei viventi.

Ecco che letto in quest’ottica, il racconto amoroso di Perceval è semplicemente un rifiuto netto e coraggioso della paura della carnalità considerata cosi naturale da essere inserita quasi con noncalanche in un testo che parla di crescita ma anche di problematiche sociali.

Senza scandalo, senza pretesa di scioccare è semplicemente parte del percorso umano del nostro “eroe”.

Ecco perche la sua presa di coscienza, non può avvenire solo a livello mentale, ma sopratutto corporeo proprio in virtù della sua iniziale inconsistenza.

La passione che aleggia in ogni libro sensualità soffusa e a tratti intensa che incendia il cuore e la mente ci fa comprendere come la passione e la carnalità non siano da sfuggire come mostri tentacolari e minacciosi, ma fiumi in cui immergersi e rinascerne mutati.

A questo punto possiamo pensare che l’evoluzione del personaggio avesse trovato la sua compattezza.

E invece no.

Cosa mancava allora a whiborne per diventare un vero eroe?

L’incontro più importante, decisivo, quello a cui è stato preparato per tutta la sua vita: quello con l’ombra.

E’ solo facendo emergere tutto il nero che è in lui, mettendo a repentaglio tutto ciò che ha conquistato, rispetto, amore di se, passione e felicità, Percival può diventare davvero pienamente “umano”.

Solo perdendo può ottenere un armatura resistente incisa con i nomi di di giustizia e rispetto per l’altro, e difendere come un vero eroe della tavola rotonda, difendere tutto ciò in cui crede.

Ma in cui crede davvero.

E non solo per sentirsi migliore, unico, diverso e dominante.

Per essere un “cavaliere” moderno deve ottenere la coscienza che, in fondo, mette a repentaglio se stesso per un’idea più grande: il bene comune.

E il bene comune non può essere difeso scendendo a patti con le stesse forse che lo minacciano.

Il bene comune non può accettare compromessi che mettano a repentaglio le parti che lo compongono: gli uomini.

Senza la tentazione, non potrà mai essere davvero libero.

Non potrà mai amare davvero.

Non potrà mai avere ideali cosi saldi da erigersi come un muro scintillante come un diamante dall’onda del male che si abbatte costantemente sulle nostre isole.

Per divenire il protettore della sua realtà e dei suoi affetti Percival deve accendere una luce nel buio.

Scendere nell’abisso sentirsi perduto e alzare lo sguardo verso le stelle.

E decidere di stringerle forti a se.

Deve perdere l’amicizia per capire quanto essa sia preziosa.

Deve rischiare di perdere l’amore per stringerlo poi forte tra le sue braccia.

Deve incontrare le lusinghe del potere, per capire la sua inutilità.

Deve sentirsi spavalderia e sicuro per capire quanto sia la sua fragilità l’unico vero bene prezioso l’unica difesa contro il male che spesso si maschera da ideale.

E capire che è sempre preferibile sacrificare il proprio sabato, le proprie convinzioni per poter difendere quel misero ma unico essere chiamato uomo.

E’ necessario dividere in buoni e cattivi per poter poi comprendere come tutto dipenda dalle sfumature e dalla visuale.

E che in fondo il mostro non è altro che qualcuno diverso da te, magari semplicemente da conoscere.

E’ necessario essere arroganti per diventare davvero umili.

Perché solamente la tentazione, come fece a Gesù nel deserto ci rende davvero forti e ferrei sulle nostre scelte e decisioni.

Perché chi troppo sicuro di se, troppo certo delle sue convinzioni lastrica la strada dell’inferno con le sue buone intenzioni.

Frasi fatte?

Forse.

Ma reali.

Perché quando l’ideale diviene più importante della compassione allora credetemi, l’abisso vi ha guardato fisso negli occhi e ha preso in ostaggio la vostra anima.

L’arrogante diventa umile nel momento in cui si rende conto che tutta la sua prosopopea non vale il sorriso dell’amato, o l’abbraccio dell’amico.

Whiborne lo impara sulla pelle, ed è quella cicatrice che pulsa che diventerà il suo marchio e il suo scudo.

 

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“L’incantatore” di Francesca Compagno, Le Mezzelane editore. A cura di Alessandra Micheli

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Quando mi approccio a un libro, qualsiasi genere sia, cerco sempre di capire se oltre la trama, la fantasia, la storia, possa esistere una motivazione più profonda alla base e fondante la sua struttura.

Perché sono certa e non è facile farmi modificare la mia idea, che dietro l’intento ludico e di evasione esista una forza molto più sottile, forse silente ma al tempo stesso potentissima che spinge qualcuno a mettere le sue visioni su carta.

Anche un testo per bambini, un urban o un semplice delizioso testo umoristico ha una sua necessita pratica capace di influire e educare una parte della nostra anima.

In questo testo, godibile e perfetto anche per un pubblico adulto, si celebrano non solo i valori eterni dell’amore ( ah che sentimento eccezionale!

Capace di invadere con irruenta delicatezza la nostra realtà cosi assurda e disperata!) ma anche quelli del rispetto, della fedeltà ai principi costituenti la comunità a cui si appartiene.

E li, ovviamente è scattato il mio interesse.

Ed è in quella sua intenzione relativa non solo a fornirci finalmente una carrellata di buoni sentimenti (importantissimi in questi tempi cosi difficili, cosi ammantati di oscurità) che si cela, a parer mio, il vero successo del libro della Compagno.

E’ in quella volontà non solo di allietare, di divertire, di porre la mente del lettore in uno stato quasi ipnotico per spingerlo a immergersi nel mondo immaginario, ma sopratutto di fornire modelli, interpretazioni della realtà che possano servire da collante contro la disgregazione sociale che osserviamo oggi.

Con sommo dolore mio e di tanti miei coetanei.

L’incantatore è la storia non soltanto, quindi di un amore contrastato, ma dei danni che crea la volontà caotica di disgregare il patto sociale.

Ci racconta fin dal suo inizio e dal prologo di lotte intestine, di sangue e di dominazione della specie dominante.

E non è un caso che l’autrice abbia usato il simbolo del lupo.

Animale profondamente sociale, dotato di resistenza alle difficoltà dell’ecosistema e quindi della necessaria adattabilità il lupo è da sempre considerato maestro e simbolo della società capace di nascere, prosperare e sopravvivere in condizioni anche estreme.

Fame, carestie, geli non fermano l’avanzata del branco che, anzi, in quei momenti si strige attorno al capo.

Ma badate bene.

L’autorità del leader o del maschio Alfa può essere scalzata qualora non abbia più doti e forza necessaria a assicurare la protezione dell’intero clan.

E ancora.

Durante la loro caccia l’ordine scelto dai lupi è davvero singolare: ossia gli studiosi hanno notato come al centro della fila siano situati i lupi deboli e quelli che hanno maggiore bisogno di protezione.

Ecco perché da sempre il lupo è assurto a simbolo della perfezione di una società ideale, fatta di rispetto, mutuo soccorso e di potenzialità specifiche messe a disposizione dell’intera compagine.

Accanto al simbolo positivi ne abbiamo, anche uno distorto e feroce: spesso il lupo è stato considerato l’archetipo di forze naturali, indomite, selvagge, portatrici di un caos che, a seconda del proprio impiego, può avere effetti anche deleteri.

Lo stesso politologo Hobbes definì la condizione caotica improntata sul mero benessere personale o sul delirio di potere homo lupis.

E al contrario di quest’entità distruttrice se ne contrappone una civilizzata atta alla ricostruzione e alla pacifica convivenza.

Sarà per voi strano comprendere e credere come l’intero percorso ontologico che ruota attorno all’immagine lupo/ società la si ritrova in questo libro, apparentemente dedito a un giubilo adolescenziale.

Il branco si è disgregato di fronte all’avanzare di una consapevolezza, necessaria ma al tempo stesso perniciosa, di potenzialità uniche all’interno di una “razza”.

Lo stesso che è accaduto in pratica, con l’etnocentrismo.

Parti di uno stesso organismo sociale iniziano a combattere ferocemente una contro l’altra per il dominio e per la libera espressione di ogni istinto, sia sano che “basso”.

E questa libertà distorta significa considerare l’altro da se, quindi anche le specie meno simili alla nostra, mera merce se non carne da macello. Ovviamente, questo mondo disordinato ha bisogno di un riequilibratore, che l’autrice pone nella saggezza di alcuni capi scelti per merito e alte capacità intellettuali, pienamente sviluppate, capaci, per dirla alla Potter di pensare prima la bene superiore che ai propri personalismi egoistici.

Ecco la divisione tra raminghi, capaci di inserirsi in un ecosistema ampio e strutturato da più specie in totale armonico rispetto, e rinnegati coloro che al patto sociale proprio non ci stanno, preferendo fa vincere la vendetta, la frustrazione e il desiderio egoico.

Ed è da questa distinzione che si gioca la partita più importante: quale dei due lati del lupo sarà decretato vincitore.

Ed è il tema trattato con abilità e al tempo stesso in modo molto delicato senza eccedere con il moralismo, dalla nostra brava autrice. Ecco che l’incantatore assume più livelli di significato comprendendo sia il messaggio più immediato l’amore che vince (con tutte le sfumature che colorano l’amore dal rispetto, alla fedeltà alla consapevolezza, alla scelta) a quelli più psicologici (la resistenza alla propria natura caotica in virtù del bene comune) a quelli sociali (la necessità di un patto che assicuri a tutti libera espressione, prosperità e pace).

Come leggerlo, come interpretarlo a voi la scelta.

Da parte mia, prediligo l’etica cooperativa: l’isolare il germe della corruzione e del vizio, non può che assicurarci un lieto fine.

Convivere in pace e in armonia sia con i simili che con i “diversi” fa di un mondo oscuro, un universo brillante e stimolante per tutti noi.

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Recensione: “Unmade – L’eredità dei Lynburn” di Sarah Rees Brennan, edito Triskell editore. A cura di Alessandra Micheli

69919071_909638459374594_4854755315972833280_nIl male non è un fattore che riguarda soltanto la religione.

Non è una questione escatologica o apocalittica. È purtroppo qualcosa di cosi banale da passare quasi inosservato. Aveva perfettamente ragione la Arendt: non si tratta di essere demoniaci, strani personaggi con baffi e pizzetto, o cornuti alieni provenienti da altre dimensioni. Non saranno come in ascensore per l’inferno, panciuti e serafici avvocati che non seduzione ti proporranno palesemente un’agghiacciante scambio. O come nel meraviglioso film “indiavolato” dove una bomba sexy in cambio della tua anima, ti propone una serie di desideri.

Sarebbe molto facile altrimenti poter dire sì o no. Diciamocelo: il demonio faustiano, è un contratto chiaro e facile: ehi, ti dono conoscenza, denaro, potere e mi regali la tua anima? Così palese cosi immediato e tu sei cosciente di poter dire accetto o non accetto. E se consideriamo il male cosi lineare allora non lo conosciamo affatto e ne siamo inevitabilmente vittime.

Perché esso agisce in mondo molto sottile, insinuante, invisibile. C’è ma non puoi vederlo, perché ti aspetti un cornuto dio incazzato perché ignorato e in preda di uno strano e commovente complesso dell’abbandono. Il male è quel sassolino acuminato nascosto nel selciato di una strada immersa in un bosco. Sei così impegnato a vedere la bellezza, così concentrato sulla meta che appare alla fine del percorso, da non accorgerti come esso penetra piano piano nella carne, passo dopo passo e inizia a farti male e a sanguinare. Il male è quell’agguato nell’ombra, improvviso e famelico, che ti coglie in un momento di sonnolenza. Il male è persino nell’ideale che brilla e ti attrae facendoti sentire utile e speciale. Ma non sai che orrori cela dentro, sotto il tappeto, nasconde i suoi tentacoli disgustosi. Noi siamo abituati a Satana, a Lucifero, agli sbuffi di fuoco e polvere, ai Pilato da incolpare.

Ma non consideriamo assolutamente Mammona, quello più defilato, che ti fa magari lavorare, creare, sopravvivere. Quello che si nasconde dietro le luci della ribalta e ti promette successo, protezione, e onori. E tu non vedi il contratto abominevole dietro, perché accecato da queste mirabolanti luci. O magari attratto dal politico di turno che ti indica con un bonario sorriso colui che ha reso la tua vita un inferno, il colpevole della tua disoccupazione, o della tua disfatta. È l’omino innocuo, basso, anonimo che ti sussurra che puoi riscattarti da ogni umiliazione, da ogni dolore, da ogni discriminazione. Ma non saprai mai che per farlo, abbraccerai l’oscurità. Il male non è solo banale, ma si annida nei non detti, nei segreti, nelle inefficienze e in parole sussurrate sottovoce.

È quello in Unspoken (non detto) che lui prospera e ride.

E in quella capacità omertosa di chinare la testa e lasciarsi illudere che il Re sul trono comanda. Non è un dio cornuto è semplicemente dominante. Il male è nella sensazione perniciosa di essere migliori, incompresi, più meritevoli, migliori per casta, etnia, religione o talenti. È nella voglia di mordere la vita senza lasciarne una briciola all’altro. La prima a avvertire i giovani di questa realtà, in contrasto con i dettami religiosi quelli che dovrebbero davvero insegnarti cosa sono i draghi e chi davvero ci avvelena ma che perde il tempo nel raccontare favole, fu la Rowling.

Parlo ovviamente dei tempi moderni. Anche Marion Zimmer Bradley tentò di scagliarsi contro le convenzioni sociali, paraventi dietro cui il male prosperava, ma non credo con la stessa sferzante forza. Nella sua narrazione del male, attraverso le avventure di Harry Potter, lei individuò e nominò la peggiore testa di quella idea della malvagità: la sete di potere. E se notiamo è un quella volontà di riparare ai torti sottomettendo l’altro per sentirsi forti, invincibili, riscattati e per superare i traumi veri o presunti, che possiamo far derivare i peggiori, nefasti accadimenti del nostro secolo breve. La Rowling ebbe il coraggio di nominare il male, di identificarlo in un ragazzino simbolo di tutta la banalità del mondo.

Ma non solo. Non identificò solo nella mancanza di crescita, nella necessità che l’esperienza non fungesse da limite ma da sprone a essere migliori o per dirla alla Guevara a sentire dentro di se ogni ingiustizia commessa contro chiunque in ogni parte del mondo, l’unico scudo contro cui resistere a quelle facili seduzione. No. Ci diede anche strumenti reali e concreti per resistere a quelle stesse fascinazioni:

“A volte bisogna pensare a qualcosa di più della propria salvezza.

A volte bisogna pensare al bene superiore.”

Come, direte voi. Tutto qua? Sì.

Nonostante siete abituati a grandi e pomposi panegirici filosofici, il segreto è solo questo. Pensare che siamo parte di un tutto più grande e che in questo caso l’azione del singolo, salva il sistema.  Che se non si annaffia soltanto il proprio orticello ma anche quello dei vicini, la natura crescerà rigogliosa. Se si agisce per salvare una sola singola persona, si salva il mondo intero.  Se invece del bene personale, della frase il fine giustifica il mezzo, si pensasse alla volontà generale, al bene superiore, la corazza lucente contro il male, che per sua natura disgrega, apparirà scintillante dal nulla.

Perché sono partita dalla Rowling? Perché nell’ultimo capitolo della saga della Brennan ella, consapevole del valore etico della scrittura, rincara la dosa spiegando come sia importante per ciascuno di noi, non pensare solo alla nostra personale salvezza, alla protezione del ristretto nucleo famigliare, nascondendo, come facciamo oggi, la testa sotto la sabbia a mo di struzzo:

«Non possiamo accettare il male senza far niente. Non possiamo assistere alla morte di qualcuno senza muovere un dito,» continuò lei furiosa.

È vero.

Se solo si assiste vigliaccamente a uno schiaffo si è complici. Si legittima la violenza e l’orrore. Si volta la testa e si invoca la responsabilità di pilato. Ma invece è solo esclusivamente la nostra. Perché basta un solo gesto e sopratutto una sola nostra omertosa complicità affinché il male prende possesso non solo del mondo, ma della nostra anima, della piccola comunità e della nostre realtà simbolico sociale. In Unmade, lo sprone ultimo è spingere i giovani a impegnarsi un una causa, anche se questa significa mettere a repentaglio convinzioni, considerazioni di se e persino la propria tranquilla routine. Chi ha paura, chi teme il potere è già completamente in balia delle seduzioni del male

“So che hai agito in buona fede, ma l’unico modo per rimanere al sicuro è smettere di lottare”.

Questa è la frase con cui oggi crescono i nostri giovani. Preda di tante illusioni, di tante finte speranze. Ragazzi che si sentono forti, invincibili, dotati di tante possibilità. Capaci di entrare nel mondo patinato del gossip, di Instagram e dei talent show. Ma intanto dietro le quinte urlano le bombe e il sangue si sparge a fiumi nutrendo una terra che geme. E non è vera la frase “Non toccherà mai a me”. Perché una volta confermato il sistema, tu non potrai più uscirne. Una volta che lo hai accettato e considerato valido, esso si riterrà in dovere di attaccare te, di considerati membro del suo clan. E un giorno di lasciarti nelle retrovie quando non servirai più. Chi accetta il male, come la madre di Kami, ha già perso Non sarà mai sicura perché il potere si nutre di vita e non smette mai di aver fame.

«Assassino,» urlò Kami. «Ecco che cos’è. Ecco cosa siete rimasti a guardare senza muovere un dito. Non si fermerà. Non si fermerà a meno che non siamo noi a farlo.»

È vero. Finché nessuno, ne noi anziani ne voi giovani non decideranno di mettere il bene comune al di sopra, il male non si fermerà. E non servirà un padre Amorth con i suo esorcismi a salvarci. Oggi sfilano tanti giovani contro i cambiamenti climatici. Hanno voglia di far qualcosa, di muoversi e di non restare inermi davanti alle cazzate nostre e dei potenti che NOI abbiamo scelto.

È un passo.

Ma questo passo va rivolto prima di tutto nella vita dei nostri giorni. Scegliere come Kami di non voltare lo sguardo, di rischiare e di pensare all’altro come parte di se stessi.

Solo quando lo faremo allora avremo davvero un futuro. La Breannan oggi non ci regala solo un amabile, perfetto urban fantasy, ci consegna le chiavi della nostra prigione. E usare la nostra testa, non quella dei media, del guru di turno o del simbolo di turno. La vita, la lotta, la ribellione non si serve dei simboli. La lotta assume la sua meravigliosa forza motrice solo quando qualcuno avrà il coraggio di guardare se stesso, la sua vita e partire in cerca di un altra vita, di un altro se stesso. Non avete bisogno né di me, ne del leader, né di influencer che vi dicano come ribellarvi. È tutto già dentro di voi ragazzi:

Quindi siete pronti a incendiare case con dentro dei bambini perché adesso è Rob Lynburn a dirvi cosa fare e avete smesso di usare la vostra testa?» urlò Angela di rimando. «Come osa darle della stupida solo perché rifiuta di comportarsi da pecora?».

Siete uomini. Siete stati creati più importanti di stelle e angeli e coronati di stelle e gloria.

Che Unmade vi spinga a rendervene conto.

Se qualcuno ha il potere e la volontà di proteggervi, deve farlo senza chiedere nulla in cambio.

Non dovete niente a nessuno. Chiunque vi abbia detto che i Lynburn avevano il diritto di comandare stava diffondendo una bugia

 

Questa volta non c’è pilato. È andato via

 

Siamo tutti un po’ responsabili

se la vita sarà impossibile,non c’è un alibi che tenga alla follia.

E a quel re con un gran cavallo

dico io quando si balla

e la storia che si ripete non sarà quella.

Orietta Berti

 

 

 

 

 

 

Recensione: “Luna di sangue”, di Bellard Richmont. A cura di Alessandra Micheli

1Luna di sangue non è solo il titolo evocativo da dare a una raccolta che sfiora l’horror, il fantasy e si nutre del gotico. In realtà, è un preciso fenomeno astronomico che da sempre ha stuzzicato la fantasia di noi miseri mortali. La luna di sangue, cosi come i solstizi, titillavano la nostra precisa fame di sacro, quella volontà di rendere il nostro reale meno materialistico, meno logico e meno scontato. Eh sì, miei cari lettori.

Non siamo solo calcolo e raziocinio, non siamo solo carne e sangue, siamo sopratutto mente e istinto. Che poi cerchiamo di educare questi impulsi e cerchiamo di controllare i moti del nostro cervello è un altro discorso. La mente non è solo consapevolezza, ragione e coscienza. C’è un intero mondo sotterraneo raccontato dai miti, un regno ctonio in cui vive un oscurità che temiamo, cosi quanto ne siamo sedotti. Oscurità, però, non significa necessariamente violenza e degrado. Significa ignoto, mistero, complessità, magia, incanto e un abisso tutto da riempire. Certo è, che come disse il buon Gustav (Jung per intenderci) negare troppo a lungo l’ombra la rende estremamente pericolosa.

Non c’è nulla, infatti, di più rischioso di un amante respinto, e l’ombra non è altro che l’altra parte della nostra luna/mente, the dark side of the moon per citare i miei amati Pink Floyd.

È la nostra anima gemella, quella che abbraccia il sole e la luce nelle strane notti di eclissi. È la luna di Sangue, la luna rossa. Non è altro che la sua manifestazione.

Ora sfato un po’ di angoscia donandovi la spiegazione razionale del fenomeno anche se… vi accorgerete che ragione e irrazionale sono la mappa e non il territorio.

L’Eclissi lunare non è altro che il fenomeno per cui, l’ombra della terra, blocca la maggior parte della luce solare che, quindi, non riesce a illuminare direttamente la nostra amata luna. In un eclissi totale (eh si esistono tre tipo di fenomeno ossia totale parziale e penombrale) l’ombra (attenzione a questo termine mi raccomando) copre totalmente la luna.

E questo accade perché terra, luna e sole sono completamente allineati. Perché allora essa acquista una sfumatura rossastra? Sapete che la luna non risplende di luce propria ma grazie alle riflessione di luce solare giusto? (ok mi illudo di si). Quando essa si trova ad attraversare l’ombra totale, parte della luce riesce ancora a raggiungerla passando attraverso l’atmosfera terrestre (fenomeno dello scattering di Rayleigh). Gli altri colori dello spettro sono bloccati e dispersi nell’atmosfera terrestre ma, il rosso, (tenete bene a mente questo concetto) tende a passare. L’esatto colore della luna dipenderà dalla quantità di polvere e nubi presenti nell’atmosfera. Interessante no?

E sopratutto, in questa scientifica spiegazione c’è tutto il perché tale fenomeno interessa una mente acuta e geniale come quella di Bellard. Innanzitutto, il protagonista principale dell’evento è l’ombra. L’ombra non è più una conseguenza della luce solare ma diviene protagonista. L’ombra copre il sole, e possiamo simbolicamente interpretarlo con un l’inconscio stavolta predomina sulla parte conscia. E questo ha conseguenze pratiche. Tutto ciò che è nascosto dentro l’uomo, quindi polvere (possiamo interpretarla come ricordi, rimasugli di esperienze passate, scarti emotivi, etc…) e le nubi (sentimenti che oscurano la nostra parte costruttiva, ossia il sole) iniziano a colorare la nostra luna ossia la parte oscura della mente. Terra, ossia istinto, luna (inconscio) e sole ( parte conscia costruttiva) sono sullo stesso livello, non più gerarchizzati. Non è più il sole o meglio la parte razionale a dominare, ma è l’oscuro recesso degli abissi.

Ed è lì che scatta il racconto. È lì che le maschere crollano e si rivela un io più vero e a volte più ferino. E in quell’istante magico che il demone si rivela sconvolgendo tutte le certezze morali e etiche. È in quel momento che la verità dei gesti, degli ideali, si mostra con nitidezza. E racconta di come tanti elevati valori, non sono altro che patine con cui si nasconde blasfemia, crudeltà, violenza e dominio. Ogni protagonista getta la sua apparenza di bontà, o di probità, o di eroismo e diviene più mostro del demone.

Che semplicemente risponde a una sua natura particolare al di sopra delle leggi dell’umana società. Emblematica è la risposta del demone/ragno al moralista di turno, l’inquisitore giunto per sconfiggerlo: 

“Maledetta bestia…” sussurra l’inquisitore. Io sono una bestia? Allora dimmi cosa hai mangiato in questi giorni, umano. Quanta carne hai consumato per essere qui, oggi, davanti a me. Io sono un predatore, sono stato chiamato qui da qualche umano idiota, che non ha calcolato le conseguenze.”

E chi è allora il vero mostro? La bestia? Il demone che risponde alla sua natura particolare e istintiva, o chi richiama in modo sconsiderato forze di cui non conosce la forza ne l’impatto sul mondo/ecosistema, solo perché assecondano e risolvono le sue assurde frustrazioni? In ogni racconto il soprannaturale è cercato per assecondare i propri bisogni egoistici. Chi per il potere, chi per denaro, chi per primeggiare, chi per dominare. E in ogni caso l’ombra rappresentata dal demone, richiede il pagamento del debito. E fidatevi non è mai un pagamento equo. Chi gioca con l’inconscio tentando di manipolarlo, non sta affatto compiendo una gesto eroico: sta tentando di gabbare il dio Ecologico, ossia il dio che presiede alla giusta gestione del ciclo naturale, alla difesa dei confini tra ragione e sentimento, tra meccanico e soprannaturale e alla giusta e necessaria separazione tra i due piani conscio e inconscio.

Affinché la destra non conosca mai del tutto cosa fa la sua sinistra, perché una necessaria segretezza è importante per il corretto equilibrio della nostra totalità di esseri senzienti. Non possiamo sempre e del tutto essere certi e conoscere i processi mentali, perché questo creerebbe uno squilibrio emotivo pesante: sapere che in fondo tutto è illusione, tutto è percezione, che il reale è un qualcosa elaborato dal cervello, ci renderebbe più pazzi di quello che già siamo.

Ma è altresì necessario che, ogni tanto, la luna di sangue e quindi l’incredibile faccia capolino nelle nostre vite affinché i nodi vengano sciolti, i torti riparati e un po’ di incredibile, seppur oscuro e per nulla luminoso, inizi a bagnare e fertilizzare le nostre vite. Ecco che il fantasy non è altro che il simbolo di quel mistero che viaggia nella meraviglia di un vero mondo incantato, quello della corteccia cerebrale, quello che unisce i mondi e li tiene speratati, quello che falsifica il reale e lo riproduce costantemente donandogli nuove forme.

È il mondo del bizzarro e del non senso, dell’orrore e della meraviglia. È il regno di una luna di sangue rossa e luccicante come il sangue che ci scorre nelle vene. È il rosso della vita che si rinnova, della terra che si nutre, delle emozioni che devono, ogni tanto, circolare liberamente. Ma è anche il rosso della rivelazione, della sincerità, quando ci mostriamo nudi di fronte al giudizio degli altri e forse, per un attimo ce ne fottiamo.

È il rosso della linfa vitale che scorre in noi, è il colore della vera fantasia, che non è cosi luminosa come noi crediamo, ma che brilla con il colore del nero. Non a caso la meraviglia era espressa cosi dai racconti celtici:

“era caduta la neve durante la notte
un falco aveva ucciso un’anatra…
un corvo si abbatté sulla carne dell’uccello.
Peredur si fermò e vedendo la nerezza del corvo, il biancore della neve, il rossore del sangue
pensò alla chioma della donna che amava di più, nera con il corvo
alla sua pelle bianca come neve
ai pomelli delle sue guance
rosse come il sangue
Mabinogion”

Questo perché Bellard sa, lo capisce perché di simbolo è nutrita la sua ANIMA e ci svela che anticamente termine bruno non significa solo scuro, ma anche brillante. Infatti, la divinità oscura per eccellenza la Cailleach, è dotata di un fulgore che non si altera in nessun momento, né all’alba, né al crepuscolo, né di notte.Lo si vede piuttosto accrescere, risplendere trattenere e diffondere luce. Pertanto, nel regno sotterraneo di cui luna di sangue è discepolo, le divinità solari (I demoni crudeli del libro) non si trovano in contraddizione con l’oscurità, con il nero, con il “dark”. In conformità all’antica tradizione. Ecco perché, nonostante il suo alone gotico, crepuscolare, il testo non manca di una certa lucentezza, espressa mirabilmente nell’ultimo racconto. Il libro è un inno al mondo che tutti noi amiamo ma di cui temiamo però, le regole. Di quel mondo che tutti bramiamo, ma quanto terrore nel decidere di scendere in quella buca nel terreno!

Cosa ci aspetterà? Un bianconiglio o un demone? L’orrore o la fantasia? Nel mondo immaginario non esiste questa dicotomia. Perché il vero mondo immaginario è rottura di regole, schemi, valori, ideali e persino etica e morale.

È il caos da cui tutto rinasce, è un momento di sospensione del giudizio severo di una società che non ci lascia mai del tutto liberi. Il mondo del fantastico è e deve essere, gotico, crepuscolare, oscuro, brumoso e al tempo stesso vivido, brillante e ROSSO.

Il fantastico deve essere un onirico e devastante viaggio nella mente dell’autore. Che non si vergogna di mostrarci la sua ombra.
Questo rende, un racconto di fantasia, quindi non una mera invenzione che parla di folletti, fate, orchi ed eroi. Il genere dovrebbe trattare ciò che è vero, attraverso una bellissima bugia.

Ed è così che Luna di Sangue è semplicemente:

narra quello che i miei occhi

percepiscono.  

È uno specchio distorto sulla mia realtà.

Questo libro, quindi, narra quello che i miei occhi percepiscono.

È uno specchio distorto sulla mia realtà.

Uno specchio bellissimo, antico e moderno, ornato di intarsi strani e di simboli arcani. Uno specchio in cui io sono entrata spavalda e fiera.

E fidatevi, non me ne sono minimamente pentita.

 

 

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Recensione a cura di Alessandra Micheli.

Revisione a cura di Fabiana Urbisci. 

 

“Nandera. Il ragazzo della profezia” di Pierluigi Cuccitto, Apollo Edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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La domanda che mi faccio più spesso ultimamente è la seguente: dov’è finita la fantasia?

Dove sono andati i sogni e l’immaginazione?

E’ vera la profezia che prospettava un mondo interamente tecnocratico?

Io, purtroppo, vedo la creatività asservita a un certo tipo di potere.

Che sia politico o del mercato, non importa. Importa come essa sia imbrigliata, sottomessa alla logica che di logica non ha nulla e dominata dalla rapidità e dall’efficienza.

Lo noto nei libri che hanno quest’ossessione di spiegare ogni dettaglio, come se rendere credibile un libro, assumerlo a volto di un realismo che diviene impellente per poter vendere, fosse il mantra che guida e ingabbia la dote dello scrittore.

Credibilità, coerenza, spiegazioni.

La frase che ascolto più spesso è “la magia del tuo mondo la devi spiegare”.

Ma come si fa a spiegare, ossia usare la mente conscia, qualcosa che appartiene a un altro universo e al regno del numinoso?

Come si fa a giustificare l’irriverente distorsione delle regole della fisica, o della geologia, affinché esse risultino rassicuranti per noi uomini?

Ecco la parola che regna in ogni fantasia che perde se stessa: rassicurare. E, invece, quel mondo che scaturisce dall’inconscio tutto è tranne che rassicurante.

Deve sconvolgere, mettere un sorta di lieve ansia ma, sopratutto, affascinare e far riposare la parte razionale del cervello e coccolare un po’ il lato emotivo e istintivo di noi stessi.

So che oggi, in questo mondo in cui la tecnologia uccide il reale, viviamo cercando di dare un senso a tutto.

So che il marketing ha invaso il mondo dell’arte dando la sua forma a quello che è, per natura, caotico.

E so che il caos, dato dalla magia, è per alcuni spaventoso.

Sapete cosa significa magia?

Significa totale rottura delle regole naturali, capacità di un semplice umano di compenetrarle, dominarle e stravolgerle.

E questo senza l’ausilio della scienza considerata fattibile, ma con un impennata di ribelle tentativo di divenire demiurgo del proprio mondo. La magia spezza il consueto e fa irrompere lo straordinario e il bizzarro. Ecco che le rocce possono parlare, che i fiumi scorrono in senso inverso all’abituale, l’acqua sgorga dal nulla, gli animali parlano e i cieli sono amaranto.

Oggi noi stiamo perdendo i momenti belli in cui, le favole, raccontavano di eventi fuori dall’ordinario.

Di streghe che abitavano su strane case con zampe di galline, di bambole che aiutavano l’innocente a superare le prove di una maga pazza.

Di lupi parlanti e di bambine piccolissime che sposeranno delle fate.

Di donne che da vecchie megere divenivano fanciulle dal portamento regale, decise a punire la maleducazione facendo sgorgare dalle laringi rospi e insetti e premiando la bontà facendo, invece, fuoriuscire perle e petali dalla bocca.

E’ vero.

Molte delle favole e dei racconti sono simbolici, sono archetipi per parlare di noi stessi ma…nessuno può negare che, in fondo all’animo, c’è il sogno che il paese delle meraviglie non sia solo un tentativo di rompere la monotonia della nostra limitata visione egocentrica con il non sense e il bizzarre, ma esiste davvero.

Che Peter Pan non sia solo il simbolo della necessità e della pericolosità della fantasia, ma aspetti che ogni bambino sia lasciato solo per cospargerlo di polvere di fate per farlo volare.

Tutti noi, in fondo, di nascosto nei bagni dell’ufficio, dell’università abbiamo un momento in cui vorremmo battere le mani affinché le fate, o la stessa Trilly non muoia.

Efficienza sta divorando tutto.

E Nandera, il sogno reso parola, rischia il tracollo.

Efficienza pensa alla finalità cosciente.

Produce e rende il mercato attivo.

Ma per farlo ingabbia e fa morire di inedia i sogni.

Gli efficenti odiano la magia perché è inspiegabile e non rinchiudile in un preciso modello.

La magia rifugge la scienza e la deride.

La magia si nutre di mistero e ha bisogno che l’ignoto ci parli.

E’ la magia, la fantasia l’unica capace di sostenere l’eroe dopo mille atroci peripezie.

E’ la fantasia e lo straordinario che rendono il dolore solo una componente di un universo in movimento, vivo e benevolo.

Ho sentito molto dire che le atroci prove iniziatiche di un personaggio sono cliché assurdi.

Perché dopo tanti dolori, dopo aver visto abissi e morti atroci, non si esce forti ma lacerati.

Ecco che anche questa convinzione è prodotta da efficienza, che ride beffarda mentre vi rende schiavi del terrore del dolore.

Nandera produce dolori indicibili.

Nandera è scenario di fatti agghiaccianti.

E il protagonista, Joan, non può uscire indenne da tutto questo.

Un percorso iniziatico è solo la sciocchezza pensata da Campbell per giustificare un certo sadismo masochista nei libri.

E’ efficienza che parla.

Perché vedete l’abisso nel mondo della magia e del fantastico è semplicemente il luogo, il rio abajo rio, (Il fiume sotterraneo che da vita alle storie, e anche a noi perchè noi siamo storie da raccontare o raccontate) come direbbe la psicologa Pinkola Estes in cui è possibile osservare le stelle.

L’abisso, lo sprofondo, laddove Ade rapisce Proserpina, è in realtà una grotta dalle stalattiti fulgide di colori, che proiettano arcobaleni cangianti lungo le pareti.

Per chi non si fa dominare da efficienza, il dolore è una porta su altri mondi e altri universi sconosciuti che hanno il nome di anima, te stesso, interiorità.

Per chi non crede nell’utilità immediata di efficienza, la sofferenza e le prove sono solo il modo in cui la divinità ti rapisce a se.

Perché soltanto chi cade può rialzarsi.

Solo chi muore può rinascere, solo chi diviene grano macinato dal mulino della vita, torna a brillare e diviene pane.

Questo voler vivere in un mondo totalmente tecnocratico ci fa aver terrore delle emozioni, oscure e luminose.

Tanto che l’oscurità necessaria la nostro cuore, diviene un nemico, perché efficienza ci dice che, chi è toccato dal segno e dalla lotta con dio, ne viene irrimediabilmente trasformato.

E voi credete in peggio, credete che vi renda squilibrato.

Joan è squilibrato infatti.

Ma nel senso batesoniano del termine: è privo di quello che voi definite equilibrio.

Scusate, che efficienza chiama equilibrio.

Joan trova la magia dentro di se.

Joan parla con linci e Dodi scomparsi.

E’ amico di un mezzo genio.

Vuole divenire, lui orfano e contadino, un re con un suo popolo.

Vuole salvare Nandera.

Si joan è un pazzo.

Ed è la sana pazzia di chi affronta le prove della divinità e diviene diverso, alieno al mondo che gli appare solo un concentrato di vera pazzia.

Perché non sa vedere oltre il proprio naso, perché ha cosi paura della meraviglia dell’incantevole ignoto, che ha bisogno che tutto sia spiegato, sia efficiente.

Sia comprensibile.

Ma la vita sfugge a ogni classificazione.

Essa è magia stessa.

E la vera magia di Joan è in una certa spavalda ribellione.

In una sorta di guasconesca imprudenza.

E’ il coraggio di dire si a un mago e accettare che lo straordinario lo guidi.

Allora efficienza perderà la sua presa sul mondo e tornerà Peter Pan a farci volare.

Un libro che non è soltanto un fantasy, ma una sorta di grido liberatorio per chi come me, considera il sogno l’unica vera realtà possibile.

Dicono tutti che non c’è,

ma io che l’ho visto so dov’è.

Forse non immagini,

ma non è difficile comprendere.

L’hanno lasciato in libertà,

vive lontano;non è qua.

Forse si nasconde in mezzo agli alberi.

Vola veloce su di noi,

fotografare tu non puoi.

Chiede a una farfalla che gli faccia compagnia.

Ti accompagna, mare che ti bagna,

come fosse un temporale;

sale dove vuoi.

Se ci credi forse lo vedrai.

Chi sei?

Dimmi cosa vuoi.

Cosa devi raccontare?

Ci sei?

Dimmi come sei.

Moriremo crescendo.

Chi sei? Dimmi come fai

a girare tutto il mondo.

Ci sei?

Dove volerai solamente con la fantasia?

Enrico Ruggieri

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Di Alessandra Micheli

“Il fuorilegge della Magia Nera. Shadow Play” di Domino Finn, Dunwich edizioni. A cura di Francesca Giovannetti

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Secondo capitolo delle avventure di Cisco Suarez, l’incantatore delle ombre, colui che è tornato nel mondo dei vivi dopo dieci anni di oblio.

La caratterizzazione del personaggio cresce, il protagonista, non perdendo la sua indole impulsiva, comincia ad abituare il lettore a riflessioni più intime. Lo scopo principale è fare luce sui dieci anni dimenticati per poter attuare la propria vendetta.

L’autore descrive il suo protagonista da tre angolazioni diverse.

Un negromante curioso, giovane, poco esperto e troppo spavaldo, un assassino spietato senza controllo sulle proprie azioni, un uomo diventato un potente animista che sonda il suo potere prendendo coscienza della sua dimensione.

Un prima e un dopo separati da dieci anni di buio.

Ma è proprio in quegli anni che Cisco deve dolorosamente scavare se vuole arrivare a ricostruire la sua vita.

Mettere in ordine il passato è l’imperativo primario per decidere come pianificare il futuro.

Ma non sempre le scoperte sono piacevoli.

Così, mentre continua ad affrontare battaglie sempre più audaci e difficili, Cisco fa i conti con ciò che è stato.

Un libro che si snoda sul crinale del dubbio, della fiducia malriposta, del sospetto avvertito ma non confermato.

Uno stato di continua suspense fuori e dentro il protagonista.

Serrato fino all’ultima riga, quasi indecifrabile come la magia che racconta, il finale alza il velo su un colpo di scena che proietta verso un ultimo capitolo che si preannuncia decisivo.

La tensione narrativa viene mantenuta grazie all’introduzione di nuovi e inquietanti personaggi che portano altri fenomeni paranormali coi quali avvengono incontri e scontri.

Un’opera paranormale che coinvolge sentimenti molto terreni: amore, amicizia, fiducia, avidità.

Un equilibrio riuscito dal punto di vista narrativo, .

Non resta che attendere l’epilogo.

 

“Gli antonciani e la rivolta dei ribelli” di R.E. Key. A cura di Chiara Luccy Linaioli

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Antiocia è un regno situato nel sottosuolo. Gli antociani sono il popolo che vi abita, persone dal nostro stesso aspetto, il cui scopo è quello di far funzionare l’umanità, salvaguardandola. Per farlo, ognuno riveste un ruolo, legato a una professione. Ogni ruolo viene affidato dopo il superamento di un test, che avviene in un determinato periodo della vita degli antociani, a centosedici anni. Cosa accadrebbe se a qualcuno venisse in mente di sconvolgere l’organizzazione del sottosuolo? Se volesse impadronirsi del potere e destituire i governanti? A mettere ordine ci sono i trottolieri, aiutati da fotografi, torrettisti, orologiai, scribaldi e quanti altri. Riusciranno a contrastare la rivolta dei ribelli capeggiati dal collezionista.”

 

Libro cronaca autoconclusivo, questo romanzo di RE Key, fantasy, con sfumature urban e steampunk, è scritto a quattro mani dai coniugi Key: due antociani fedeli al governo eppure costretti a vivere in incognito a causa della loro missione. Ovvero, narrare della ribellione. Non sappiamo altro degli autori.

Regole ferree, infatti, gestiscono il popolo a cui appartengono, quindi, in mancanza di un’approvazione ufficiale, i Key sono costretti a nascondersi per raccontare quanto avvenuto.

Essendo Elly Key una “scribalda” (per chi vuol saperne di più consiglio di procurarsi il libro), lo stile ricorda un articolo giornalistico. Narratore onnisciente in terza persona e ritmo scandito da molteplici colpi di scena sapientemente dosati. Un testo, quindi, godibile dai 9 anni ai 499.

La “magia” di questo mondo è tutta tecnologica.

Bilie che catturano case, macchine da scrivere che inviano messaggi, polaroid che modificano lo spazio-tempo… Roba da far strabuzzare gli occhi a ogni babbano.

Una gustosa, moderna variazione sul genere.

Ma…

Note dolenti:

Essendo i Key due Antociani, purtroppo sopravvalutano la capacità umana del comprendere le dinamiche del loro longevissimo popolo (500 anni di vita media). Innanzitutto, non viene quasi mai specificato in che modo gli Antociani migliorano il mondo “umano”.

Nel libro le interazioni si limitano a comparsate.

Le uniche preoccupazioni dei personaggi sono obbedire al governo e non far scoprire il via vai di case antociane ai vicini terrestri.

Escluso ciò, nei vari scontri con i ribelli (fra battaglie, sequestri, incendi, agguati in stile mafioso, etc…) poca e nulla cura viene posta per preservare la segretezza.

Si sa, i ribelli anche a questo si oppongono evidentemente: alla segretezza.

Loro vorrebbero poter morire in pace sulla superficie e poi tornare con la propria casa a vedere il sole, post mortem.

Onestamente, benché antipatici, non si riesce a biasimarli poi così tanto.

Di Antocia sappiamo poco o nulla; a parte di un poderoso apparato burocratico con falle notevoli (“Ministero della Magia” style, come sa bene chi legge Harry Potter), non abbiamo idea se nel sottosuolo lo stile di vita sia differente dalla copertura “mortale”.

Per questo è auspicabile che i coniugi Key tornino a scrivere e colmino le lacune che il loro progetto divulgativo, giustamente, non può esaurire in un’unica volta.

Se avete amato Men in Black e Diagon Alley; se vi appassionate a macchine fotografiche vintage, a orologi modificati, a macchine da scrivere e a biciclette sgangherate che sfrecciano come il vento; se la vostra preoccupazione maggiore è scoprire se i vicini di casa vi invitano a cena di continuo perché vi adorano o perché vogliono usarvi come scudo umano per non far rinchiudere in una bilia la loro dimora… ebbene, comprate il libro.

E buona lettura!

P.S. se desiderate leggere la parte “antociana”, tirate la J per la codina!

Chiara

“Il fuorilegge della magia nera. Dead man”di Domino Finn, Dunwich edizioni. A cura di Francesca Giovannetti

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“Il mio nome è Cisco Suarez: negromante, incantatore di ombre, fuorilegge della magia nera. Sembra abbastanza fico, vero? Lo era, fino a quando non mi sono risvegliato mezzo morto in un cassonetto.
Ho detto mezzo morto? Perché intendevo morto al 100%. Non faccio le cose a metà.
Perciò eccomi qui, ancora vivo per una qualche ragione, in un altro giorno assolato a Miami. È un paradiso perfetto, se non fosse che mi sono immischiato in qualcosa di brutto. Ricercato dalla polizia, avvolto dal fetore della magia oscura, con creature dell’Altrove che sbucano da tutte le parti… per non parlare delle gang voodoo haitiane. Credetemi, è tutto molto divertente fino a quando non hai un cane zombie alle calcagna.
Il mio nome è Cisco Suarez: negromante, incantatore di ombre, fuorilegge della magia nera… e sono totalmente fottuto.”

Si presenta da solo, questo intrigante libro che mescola fantasy, thriller e horror aggiungendo alla ricetta una buone dose di paranormale.

Originale sotto diversi aspetti, a partire dalla voce narrante, in prima persona.

Il protagonista si rivolge direttamente al lettore con una marcata vena in bilico fra l’ironia il sarcasmo che alleggerisce un’ambientazione cupa e spaventosa.

Il libro ha una duplice proiezione temporale, una rivolta al passato di Cisco, di cui ha perso memoria, l’altra al suo futuro dopo il risveglio. Ma non si può sfuggire alla universale regola logica che necessita di conoscere il passato per vivere il futuro. Cisco è senza passato, o meglio, non lo ricorda; la discesa in ciò che è stato è dolorosa e lacerante, ma necessaria.

Il presente non è roseo: non sa più chi sono gli amici e chi i nemici.

Questo continuo interrogarsi, costruire teorie e supposizioni rischia di far impazzire il protagonista…e i lettore.

È questo uno dei punti di forza della narrazione: la ricerca e la messa in ordine dei pezzi mancanti unita a un senso di disorientamento e sfiducia nei confronti degli altri personaggi.

Ne viene fuori un protagonista estremamente tormentato, al limite della paranoia, sfuggente, arrabbiato e cinico.

Descritto in ogni sua sfaccettatura emerge un personaggio dove il male e il bene coesistono senza stridere.

Magia, riti, spiritismo e animismo: ecco altre colonne portanti del testo.

Ognuno di questi termini ha il suo significato che l’autore spiega in maniera lineare e senza tecnicismi, solo per aiutare il lettore a calarsi in questo mondo parallelo popolato da non vivi e creature soprannaturali.

A questi elementi si mischia però la consueta vena di avidità molto umana e poco soprannaturale, che dà all’intera opera un importante contrappeso reale.

Un libro ben scritto, fluido e scorrevole. Originale nella scelta del soggetto e nella tecnica di narrazione.

Un libro veloce e pieno di adrenalina, dove l’azione occupa la maggior parte dello spazio ma lascia spiragli per le descrizioni dei drammi interiori da affrontare.

Ma l’avventura non è finita.

Cisco Suarez è appena all’inizio del suo cammino dopo il ritorno al mondi dei vivi.

E questa opera spinge senza dubbio a continuare la lettura.

È solo un “ci vediamo”, al quale non resta che aggiungere: “presto”.

“Il tempio dei Mezzosangue. I venti della discordia” di Rob Himmel, Dark Zone editore. A cura di Alessandra Micheli

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Ogni volta che leggo un libro di Rob Himmel la sua genialità stuzzica il mio senso della realtà.

Mi spiego meglio.

La sua passione per il genere fantasy, la sua volontà di purificarlo che clichè e stereotipi crea una sorta di apertura in un genere altrimenti granitico, liberandolo dalla sua autoreferenzialità, dalla sua autosufficienza e accostandolo al reale.

Il fantasy diviene cosi non mondo auto costruito con sue leggi e sue regole, bastante a se stesso, ma uno specchio convesso in cui si possono riflettere quelle parti della nostra società degne di una severa ma giusta autocritica.

Ecco che i libri epici divengono monito di oggi, le avventure piene di adrenalina e azione divengono modello per gli uomini del nostro tempo,privi forse di elfi e draghi, di demoni e strani esseri primordiali, ma partecipi degli stessi identici drammi.

In fondo, anche noi abbiamo i nostri diavoli, peccato che essi lavorino a Montecitorio e non nell’esercito dell’armata del Drago.

Ma il risultato è lo stesso: conquista, supremazia e disgregazione.

Tutto il senso del libro è contenuto nello strillo sulla cover:

l’unità non è che una fragile tregua dall’egoismo.

Una frase potente, forte, arguta, la base sui cui Rob impianta le storie dei personaggi che animano questo mondo cosi apparentemente distante dal nostro.

Un mondo che rivelerà come gli eroi non sono altro che maschere, in cui ognuno, dietro quella apparente volontà di incidere sul loro tempo, di aderire alla profezia che vuole la salvezza dell’unità, non fa altro che disgregarla portando dentro di se motivazioni diverse, valide se prese una per una, ma inutili di fronte al bene comune.

Quello che amo in Rob, è quel suo cinismo lucido, tipico di noi sognatori, ogni volta che li cerchiamo quei sogni e non essi non si fanno trovare.

O svaniscono all’alba, o li seppelliscono dietro fiumi di parole, atti coraggiosi agli occhi del volgo, ideali e propositi di vendette.

Ogni protagonista ha il suo demone.

Un suo motivo per andare alla ricerca del movimento, quello che partendo da una lontana profezia distribuisce ruoli a destra e manca.

Nella speranza che, nella massa, tra i viaggi, tra i personaggi che si muovono inconsapevoli a volte di essere soltanto pedine, esista chi possa fare da ponte per una nuova era.

Non a caso il titolo suggerisce la terza via: il tempo dei mezzosangue.

Mezzosangue una parola spesso usata con disprezzo, ma che indica il necessario ibrido capace di riunire in se il meglio di ogni razza.

Una razza creata da chi intendeva mettersi in mostra verso il dio originario, chi voleva essere cosi speciale da lasciare dietro di se un modo simile e somigliante.

E ecco che, nel secondo volume, Rob inserisce indizi e lascia aperti di discorsi, mettendo noi lettori in una tesa aspettativa verso il finale che raccoglierà tutte le storie e forse farà emergere il vero trionfatore.

Quel mondo, cosi come il nostro è frutto di un atto creativo.

Ma badate bene, non della fonte di tutto, chiamatelo dio se volete.

Ma delle sue emanazioni, che sentono per la prima volta, qualcosa di umano stuzzicare la loro fantasia: la volontà di avere qualcuno che li veneri cosi tanto da farli competere con dio.

Ecco i i nephilim creatori delle razze, dei mondi, dei grimori e di tutto lo scibile umano.

Peccato però, un particolare: nell’atto costruttivo essi infondono qualcosa di se alle razze, non solo l’essenza più pura, ma anche la loro volontà egoistica di competere con Dio, rendendole, dunque, inclini alla discordia.

Ecco il senso della frase che mi ha colpito: nell’unità ci sono i semi della discordia.

Quando ci uniamo, spesso lo facciamo per il bene supremo, per ristabilire il patto tra noi e l’universo, per venerare una creazione di cui ci sentiamo parte.

Lo facciamo per tutelare i nostri interessi, per riparare i torti apparenti, finanche rischiando di aprire gli abissi, senza immaginare le conseguenze.

Lo facciamo perché una profezia ci ha isolato dalla massa e convinti di essere speciali.

Lo facciamo per rispondere a ordini di sapienti che, non sapendo prevenire davvero il male, lo eliminano. Come se tagliare l’erbaccia sia la vera soluzione.

Pochi si incamminano con la necessaria inconsapevolezza verso il destino come Balderk.

Che deve svegliarsi e imparare la sua vera origine e persino decidere di accettarla.

E cosi ancora una volta come nel racconto del vecchio marinaio di Coleridge, sarà chi privo della finalità cosciente affronterà o il mostro marino e la sua colpa, o la buia foresta dell’inconsapevolezza.

Non sappia la tua destra cosa fa la tua sinistra, ci rende davvero eroi.

E cosi anche oggi vediamo un unità baluardo di interessi personali.

E mentre leggiamo rapiti dall’arte di Rob forse impareremo a osservare il nostro di mondo.

Perché il senso ultimo del libro, non è fa fuggire il lettore verso altri mondi, rinnegando il proprio, non è il mezzo per sfuggire dalle nostre responsabilità, ma affrontarla, decisi e pieni di volontà.

Io non amo molto il fantasy, ma leggere Rob è per me è sempre un dono inestimabile.

Non c’è stato un suo libro che non mi ha scatenato riflessioni su me, sul mio mondo, sul mondo in cui mi trovo a vivere.

Ecco che autori cosi li dovreste tenere vicino non al cuore, ma proprio alla coscienza.

“Storm at Keizer Manor” di Ramcy Diek, Dunwich editore. A cura di Chiara Luccy Linaioli

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Annet è una venticinquenne appassionata, schietta e dedita al suo lavoro; sta da sempre con Forrest, neo laureato in cerca di impiego. La loro vita è quanto di più moderno e normale si possa trovare.

Lei porta i soldi a casa, lui si occupa delle incombenze domestiche.

Il Keizer Manor, la dimora-museo del grande pittore Alexander Keizer, festeggia il suo centenario, e Annet gestisce l’organizzazione dell’evento.

Durante i festeggiamenti, la coppia bisticcia e lascia la magione per chiarirsi. In quel momento, un evento meteorologico estremamente violento e improvviso trascina via Annet.

Stordita, ferita, la giovane si risveglia nel Diciannovesimo secolo.”

Libro autoconclusivo, è il romanzo d’esordio di Ramcy Diek, viaggiatrice olandese che decide di vivere negli Stati Uniti; l’opera ha collezionato ben tre riconoscimenti per questa prima prova narrativa.

Il genere a cui strizza l’occhio è il romance storico con “time travel”, e appassiona per la fluidità narrativa: il testo è davvero godibile, il ritmo non lascia mai tempi morti. I personaggi sono vivi, vibranti e – che li si ami o li si detesti – entrano in sintonia con il lettore.

Il lettore viene coinvolto fin da subito emotivamente. Annet, si ritrova all’improvviso strappata da tutto ciò che conosce per finire in un secolo ancora ostile alle donne. Alle donne come lei…

Non per questo la giovane perde la sua lingua velenosa da ragazzina cresciuta in strada, fra le rovine dei molti matrimoni della madre. A differenza di sue più famose colleghe letterarie a spasso nel tempo (es. “Outlander” di Diane Galbadon, “Hyperversum” di Cecilia Randal, etc…) la nostra eroina non ha alcuna intenzione di mimetizzarsi nel nuovo mondo, ma all’opposto impone il suo modo di vedere in un’epoca in cui al gentil sesso viene riconosciuta soltanto il diritto di fare da tappezzeria.

Affrontando pericoli, costumi ormai desueti e malattie mortali, Annet cerca aiuto, e raggiunge l’unica persona che conosce in quel secolo, ovvero Alexander Keizer, il pittore.

Come da prassi per ogni romance che si rispetti, fra i due la scintilla scocca alla prima occhiata.

Alto, ombroso, sexy, ricco, sicuro di sé, intimamente gentile (un Mr. Darcy meno orgoglioso e con pochi pregiudizi), Alexander (da qui in poi Alex) perde la testa per la misteriosa “pazza” dai costumi disinibiti e la lingua irriverente piombatagli fra capo e collo.

Lei non si fa desiderare.

Dopo una iniziale, quanto vana, resistenza da parte di entrambi, la passione travolge i due e ben presto convolano a nozze per difendere l’onorabilità di lei e della ricca famiglia di lui.

Nota originale del romanzo: l’autrice decide di non far comparire solo all’inizio il povero, disperato Forrest, per poi censurarlo tra i veli dello spazio tempo. La narrazione si svolge in parallelo. Man mano che evolve la love story di Annet e Alex, si dipana anche la situazione drammatica del vecchio fidanzato del futuro, il quale, come nel più classico dei polizieschi, viene persino sospettato della sparizione della ragazza.

Senza svelare il finale del romanzo, che vi consiglio di acquistare e leggere, il lieto fine arriva per tutti, e i fili delle esistenze travolte dall’evento inspiegabile trovano una giusta, nuova felicità.

Benché adorabile, il testo non è adatto al lettore appassionato di sovrannaturale.

Il viaggio nel tempo, presentato come un evento straordinario dovuto a chissà cosa, resta una sorta di “macchietta”, soppiantato ben presto dalle passioni della protagonista, che decide di preferire il buon sesso e il marito ricco al futuro da cui proviene. Non c’è nessuna spiegazione del perché sia avvento quel viaggio nei secoli, e – a dispetto del famoso ciclo di film di Spielberg – non c’è nessun ritorno al futuro.

Lo “storm” che travolge Annet svolge un ruolo puramente accessorio. A meno che l’autrice non decida di regalarci un sequel, la sua comparsa accidentale è destinata a non ripetersi.

Stesso dicasi per le molte sottotrame suggerite, ma mai sviluppate.

Il rapporto burrascoso con il fratello di Alex, Leo, che molto ricorda il collega di lavoro di Richard Gere sula famosa pellicola “Pretty Woman”; la sinistra profezia della donna che predice il futuro; l’ostilità del suocero che accoglie una “concubina” in casa; il ruolo attivo che Annet vuole avere nella ricchezza di famiglia Keizer, usando le sue conoscenze del futuro per arricchire il marito (v. il personaggio di Biff su “Ritorno al futuro II”)…

 Nulla viene sviluppato.

Tutto si risolve da sé.

Ma a chiudere il cerchio è una sorta di deus ex machina che mette ai protagonisti di tutte le epoche il cuore in pace: le coppie si assestano con rispettivi nuovi partner, le indagini sulla scomparsa sono abbandonate, i “cattivi” diventano buoni, e vissero per sempre felici e contenti… fino al prossimo “storm at Keizer Manor”.