“Horror metal e apocalisse”, Pietro Gandolfi, Alessio Linder, Nicola Lombardi, Giorgio Riccardi, Dunwich editore. A cura di Alessandra Micheli

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Con nelle cuffie la stupenda canzone Demon’s fate dei Within Temptation.

Mi accingo a portarvi con me alla scoperte dei nostri peggiori incubi e di conseguenza di noi stessi.

Si miei mostriciattoli.

Per conoscersi davvero è assolutamente necessario scendere se non a patti, in una sorta di dialogo con i nostri demoni.

Il destino di uno di questi esseri è proprio quello di fungere da contraddittorio in questa sorta di giudizio di secondo grado in attesa di una punizione o di una redenzione.

In attesa della scelta ultima se tornare a casa o abbracciare l’abisso.

Solo da questo strano confronto con quest’incarnazione di ossessioni, paure, limiti e persino possibilità o come amo chiamarli o talenti sotterrati per ignavia, possiamo decidere il nostro destino.

E forse non sarà fatto di luce, ne di colori brillanti, ne arcobaleni, ne unicorni pieni di glitter.

Ma lo avremo scritto noi.

E in questi giorni di penuria di libertà, di quarantena e di una sorta di segregazione dovuta al dittatore di turno (stavolta è un virus) poter dire la nostra, attivarsi e scegliere in totalmente libertà è tutto.

E’ tanto.

E’ la forza umana che si realizza.

E pertanto la Dunwich sa e conosce il valore e l’importanza dell’orrore. Sa che seppur capace di ferirci ci serve, come ci servono gli incubi a liberarci delle catene di un percorso affatto privo di ostacoli e sassi acuminati.

Conosce e sa l’importanza del dialogo con il nostro demone.

E pertanto ci offre un cofanetto con questi discorsi apparentemente diversi, con vari e diabolici simboli.

Esiste un filo comune?

Solo la volontà di ogni autore di riversare su carta quello che ogni giorno, forse per caos o per scelta si trovano a federe, togliendo da esso il velo con cui amabilmente celiano l’orrore, perché eccessivo, perché poco politicamente corretto, perché ci terrorizza, cosi come ci terrorizza la notte e regalandocelo, nella speranza che esso come fossimo dei viandanti lungo la strada per l’altro mondo, bisognosi di un nostro manuale.

In questo caso, sarà azzardato dirlo, il libro della Dunwich composto di quattro mirabili eccellenti racconti, sia dal punto di vista stilistico che di significato, rappresentano per noi quello che fu per tanti egiziani nell’antico tempo, un manuale per affrontare le insidie del regno altro, quello fatto di fili di nebbia, di numinoso e di agghiacciante.

Ecco che a partire dal primo racconto si dipana il filo che non ci fa perdere tra i sussurri, spesso seducenti che provengono dalla nebbia, una nebbia cosi fitta che sembra fatta di sostanza reale, tanto che è capace di sfiorarci con le sue lunghe scheletriche dita…

E iniziamo il viaggio.

Esso parte da uno dei più perfetti e terrificanti libri che io, amante del genere abbia mai letto William Killed the radio star.

Quanto amate la musica?

Quanto è per voi non solo fonte di ispirazione per la vostra arte, ma anche una voce, quella che sibila nel buio che racconta cose di cui voi avete timore, o che non riuscite a dire, perché troppo immersi nel vostro mondo sociale cosi ben definito?

E quando un cantante, o un gruppo o una melodia diventa quasi il grido della vostra anima, riuscite a non identificarvi con essa?

Fino a odiare, e odiare davvero tutti i detrattori della stesa. Loro che no n capiscono che dietro la metrica, il ritmo e il suono si cela il vostro mondo. E uccidere l’esecutore significa sbeffeggiare la vostra interiorità. Io di fans ne ho visti a migliaia.

E mi hanno sempre terrorizzato.

Perché la potenza del suono diviene quasi un arma che rende folli i loro occhi, e acuminate le loro sferzanti parole di difesa.

Cosi l’identificazione diviene cosi profonda che…il fans tende a indossare la stessa pelle dell’artista.

Ma non sempre è un bene.

O meglio non lo è nella fantasia del nostro autore.

E cosi Pietro sorride a dire il vero è quasi un ghigno, a continua a trascinarci nel suo incubo, anche quando non vorremmo.

E io dopo la lettura, mi guarderò bene dal deridere i neomelodici.

Non si sa mai.

Quando credevo che nessuno poteva terrorizzarmi più di cosi, e senza eccessi di splatter si è mostrato a me Alessio Linder con L’ultima fermata di Marty Red.

Il suo orrore è poetico ma non meno sferzante.

E mi racconta un altra storia che sa di declino e depravazione.

Quando l’arte diviene strumento di potere.

Quando il successo diviene solo un mezzo per la sopraffazione.

La musica lo sapete permette all’eternità di entrare nelle nostre affaticate vite, rendendoci capace, con un canto, persino di gabbare la morte.

In questo senso è la redenzione degli ultimi, la possibilità dei sognatori ma..anche il campo di azione di un tetro dio chiamato mammona.

Che con un sorriso fatto di affilati denti ti chiede il peggiore baratto che si possa firmare: il successo in cambio di te stesso, rendendo la musica, la vera libertà la catena con cui trattenere gli spiriti.

Marty Red scenderà proprio li in quell’antro oscuro.

Ma lo farà con la purezza di chi ama.

E forse allora nonostante le minacce il dio mammona lo lascerà in pace.

E finito l’orrore direte voi?

Assolutamente no.

Il peggio arriva con Nicola Lombardi con il suo La cisterna.

E credetemi la claustrofobia che ci ispirerà, la voglia di aria e l’orrore richiamato dalla sua arte non ti lascerà più.

Si appiccicherà alle tue membra e si abbevererà del sangue di una strana emozione chiamata speranza. Nel futuro distopico della cisterna non esiste redenzione.

L’umanità è morta.

Sotterrata quasi senza colpo ferire, o rimpianto.

E’ la dittatura, quella volontà di porre un nuovo ordine morale, semplicemente distruggendo la morale stessa.

Pensateci ogni volta che inveirete contro il male con la stessa veemenza con cui difendete, apparentemente il bene.

Pensateci quando non date ascolto ai pianti, non importa da chi provengano.

O iniziate a creare la vostra cisterna con le parole.

Leggete e rifletteteci.

E poi si arriva al capolinea.

Tutto quello che abbiamo vissuto, nella mirabile penna di Giorgio Riccardi, con Vesuvio Breakout si svela: siamo in fondo morti viventi.

In balia di una natura che ci rifiuta proprio perché incapaci di vivere. Intenti a divorarci uno con l’altro.

Intenti a approfittare di ogni distruzione che apra uno spiraglio per primeggiare.

Siamo in fondo senza anima, solo corpi che camminano in uno scenario apocalittico, che è la realtà di tante zone lasciate a se stesse.

Perché parco giochi per i mostri al potere, i vampiri che si agitano nelle banche, i parlamentari che sono zombi affamati.

In cerca dei nostro cervello e del nostro pensare.

Quattro racconti diversi, divisi tra poesia malinconia e orrore senza fine, orrori reali, vicini a noi eppure cosi ostinatamente ignorati.

Dei libri dalla cruda e nefasta bellezza, capolavori del genere.

Libri che ancora si agitano in me, decisi a non lasciarmi andare neanche dopo l’apparenza parola fine.

Perché l’ultima pagine non è affatto la fine ma solo l’inizio.

E forse, se saremo fortunati scriveremo noi la prossima storia, tentando di allontanare quel mostro tentacolare che la bravura dei nostri autori hanno evocato con l’arcano potere del verbo.

 

 

“Post mortem” di Paolo la Paglia, Nua edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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Qual’è una delle peggiori paure umane?

Anzi la più grande inquietudine di noi umani?

Il buio direte voi.

Del resto gli stessi Iron Maiden ci hanno costruito sopra una delle più belle canzoni di sempre Fear of the dark

Sono uno che cammina da solo

E quando sono su una strada buia

Di notte o a passeggio nel parco

Quando la luce inizia a cambiare

A volte ho strane sensazioni

Sono un po’ ansioso quando è scuro

Paura del buio, paura del buio

Ho costantemente paura che ci sia qualcosa

sempre vicino

Paura del buio, paura del buio

Ho una fobia che ci sia qualcuno

sempre lì

Iron Maidens

Capite?

Non è la paura dell’oscurità che ci attanaglia.

E il terrore che ci sia qualcosa che si cela alla luce della nostra comprensione, qualcosa che non dovrebbe esistere, capace di scardinare ogni nostra certezza. E l’unica, credetemi l’unica che abbiamo e che riusciamo a conservare anche oggi è la certezza che un giorno arriverà la bianca signora a portarci verso un luogo inaccessibile alla nostra mente umana.

E lei la morte la livellatrice sociale, colei che sconfigge ogni civiltà, che primeggia su ogni ideale e su ogni afflato etico.

Lei regna con un ghigno a volte beffardo, a volte compassionevole.

E’ la nostra ancora, il terrore si ma anche la consolazione, tanto che molte anime la scelgono come estremo rifugio dai tormenti, dalle ossessioni e dai troppi pensieri che la vita ci regale.

Arriva e porta via con se chi non si sente accettato in questa dimensione, chi si affanna ma non riesca a sentirsi parte di quella o l’altra comunità.

La nostra paura è che anche lei crolli come certezza. Per questo i non morti, gli zombie o i revenants affliggono i nostri incubi e animano la notte buia, rendendo quella paura concreta e reale

Sei mai stato solo di notte

Convinto che qualcuno ti camminasse alle spalle

Ti sei voltato e non c’era nessuno?

E se allunghi il passo

È difficile voltarsi di nuovo

Perché sei sicuro che ci sia

davvero qualcuno

Iron Maiden

E quel sentirsi seguiti da chi, le regole dell’esistenza le infrange.

E ci cammina accanto, quando dovrebbe essere lontano da noi.

Nel buio i morti tornano.

E sappiamo che se tornano non è mai per coccolarci, rassicurarci o stringerci in un abbraccio.

La morte che infrange le leggi sacre, lo fa per un preciso motivo: punire i colpevoli.

E’, ironia della sorte, la vita che si ribella al disastro che abbiamo creato, nell’autodistruggere quotidianamente l’antica armonia del cosmo.

E’ la vendetta contro l’uomo che decide di non essere più umano ma si atteggia a demone ghignante, tentando di fregare quel dio invisibile celato nella terra feconda, che per un nostro orrobile atto, si ricopre di sangue.

Ed è quel sangue che dona vita ai morti.

E li fa risorgere come furie, come Bansheee, come Nemesi dai denti acuminati.

Post mortem rincorre le nostre paure e la mostra a noi senza pudore, senza pietà.

E ci rincorrono, ci seguono.

Sono quei rumori stridenti della notte, che scambiamo per grida di upupe, ma sono i lamenti dei tanti, troppi sacrifici che il nostro quieto vivere ci impone per restare tale.

E allora la notte cela la nostra colpa, finché stanca di essere complice si trasformar.

In qualcosa che ci terrorizza perché sappiamo, in fondo, di meritarci la non morte, un limbo eterno in cui rivedere come un allucinato film ogni nostra atroce mancanza.

E allora la notte si modificare in un capolinea.

Li fermi e increduli davanti al guardiano della soglia, che ci informa dell’avvenuto cambiamento, sappiamo di non poter assolutamente sfuggire alla redenzione.

Che appare più come una rivendicazione di torti, infinita e senza pietà.

E allora post mortem diventerà la confessione di una civiltà che da tempo a dimenticato il significato di questa parola.

L’ultima cosa che ricordo, stavo cercando la porta

Dovevo trovare un passaggio per tornare dov’ero prima

‘Rilassati’ disse l’uomo notturno, ‘qui siamo programmati per accogliere.

Puoi lasciare la stanza e pagare quando vuoi, ma non potrai mai andartene’

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“Segui le mosche” di Barbara Parodi, Dark zone. A cura di Alessandra Micheli

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Ci sono dei temi ricorrenti negli horror che hanno una forte e profonda valenza simbolica.

Il luogo maledetto ad esempio o l’abitazione che reca in se i più turpi segreti nati dall’attitudine umana al dominio o peggio ancora all’esaltazione di se e dei propri bisogni.

Cos’è in fondo il patto osceno con la malignità?

Di faustiana memoria non è altro che il barattare la propria anima con bisogni più materiali, più immediati che nulla hanno da spartire con l’autentico scopo della nostra terrena esistenza: l’evoluzione.

Immersi in un mondo oscurato dall’apparenza, decisi a ogni costo a raggiungere l’acme di ogni emozionalità, spesso scegliamo il percorso più facile, meno impervio, perché l’altro metterebbe a dura prova le nostre ossessioni.

Un percorso autenticamente esoterico, ci porterebbe alla scoperta del nostro io più profondo, alla consapevolezza dei nostri talenti e dell’innecessita di tante effimere illusioni.

E cosi, l’antro che ha visto svilupparsi queste strane attitudini al comando, ne resta tristemente contagiato.

Il male, nato in seno alla finalità cosciente umana, permea con il suo fetore persino le abitazioni ove lo scempio si compie.

Ecco la radice profonda delle case infestate, funestate oserei dire dall’azione scellerata dell’uomo quasi sempre accompagnata dall’atto sacrilego supremo: l’omicidio.

Nel libro di Barbara quest’atto giunge a noi nella sua terrificante modernità, divenendo non tanto il tentativo di Icaro di avvicinarsi al sole senza conoscerne le regole, ma si immedesima nell’incubo degli esperimenti nazisti.

Incubo mai del tutto sconfitto.

Oramai sapiamo tutti quanti furono crudeli e insensati gli esprimenti odiosi di pseudo-scienziati nazisti, rei di aver desiderato superare il confine datoci da dio con i mezzi meno nobili; non una lenta comprensione correlata di sommo rispetto delle arcane leggi, ma un voler violentare il segreto delle stesse, senza una debita preparazione e senza aver raggiunto un certo grado di introspezione del se.

Il loro intento non era comprendere e accettare, ma violarle e usarle per i propri fini che avevano sempre a che fare con il potere e con la sopraffazione.

Esperimenti che desideravano sconfiggere la morte onde creare un esercito assoggettato alla volontà altrui e privato, dunque, del libero arbitrio.

Non è un caso, dunque, che in quell’antro oscuro dell’istituto psichiatrico, i morti sono assetati, di vita più che di giustizia.

Avendo la loro esistenza deturpata e strappata da un insensata malvagità ambiscono a una sola parola vendetta.

Vendetta contro il mondo al di fuori, reo di aver voltato lo sguardo e complice aver chiuso gli occhi sulla barbarie.

E cosi ogni abitante di quel luogo maledetto viene offerto in olocausto al sogno di sconfiggere dio, perché chi forza le porte tra le dimensioni, non desidera altro che impadronirsi del segreto della divinità: la capacità di gestire e in fondo conoscere la vita, cosi come la morte.

In un senso metaforico l’intero libro è un omaggio ai grandi classici dell’horror da Whirgt a Lovenvraft.

Reiterando la loro idea di base, ossia che chi si appresta affrontare un male simile generato dai meandri più oscuri dell’animo umano ne viene necessariamente inglobato e quindi sconfitto, non fanno altro che raccontare, in sostanza, una visione quasi nichilistica dell’azione umana.

Il male è nell’uomo e se osservato troppo da vicino ne diventa padrone.

Ma, esiste, anche un altra visione meno evidente che, però, traspare dall’opera della Parodi.

Se si osserva più da vicino ogni protagonista o co-protagonista, persino le vittime sono in realtà uomini perduti.

Uomini che non sono riusciti a affrontare il loro passato, le perdite o sono riusciti a risolvere l’annosa questione che divide scienza e fede.

In sostanza anch’essi, nonostante la loro decisione di combattere quella malignità fetida, sono a loro volta dotati di una finalità egoica.

Chi desidera in fondo ritrovare l’amato perduto, chi usa il proprio passato per vendicarsi di un abuso, chi per sentirsi migliore affronta la porta dell’inferno come una prova di coraggio.

E’ in pratica l’io cosciente, quello ammantato dai peggiori istinti a essere protagonista.

E’ per questo che la folle casa, in fondo, li riconosce come personali vassalli, richiamando a se la proprietà di un anima insozzata.

In fondo, come ben ha esplicato la Rowling ma come troviamo nei miglior percorsi esoterici è solo l’anima pura, non infangata dalla coscienza vigile quella creata ad hoc per sostenere i nostri bisogni immediati a poter sconfiggere il male.

E’ l’interezza di un anima redenta dalla luce dell’amore, un anima fulgida nella sua armonia non insozzata da bassi istinti, che può salvare il salvabile.

E’ l’amore l’unica chiave per epurare gli antri maledetti.

E’ la compassione che potrà azzittire le grida malvagie.

Ecco che il nichilismo si trasforma in un monito preciso: chi vuole combattere il male senza aver purificato se stessi non è altro che il folle che desidera raggiungere con ali di cera il sole.

In fondo ogni casa adombrata dalla maledizione, avvelenata dalla mela dell’odio e dell’invidia, può essere sconfitta dal bacio salvifico del principe e del vero amore.

 

 

“Il fantasma di Elmwood Manor” di Pamela Mc Cord. A cura di Alessandra Micheli

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Ricordo ancora con un tocco di nostalgia i bellissimi gialli/mistery Mondadori intitolati i tre detective.

Tre ragazzini diversi uno dall’altro alle prese con i drammi della loro età che però si distinguevano dagli altri coetanei per un’intelligenza e capacità apparentemente straordinarie messe al servizio di giustizia e verità.

Pubblicati negli anni ottanta, furono il mio primo flebile incontro con il giallo per ragazzi.

Anche se, lo ammetto io già a dieci anni mi dilettavo con il mio amato Poirot.

Ma il pregio di questi libri come poi dei loro figli, i piccoli brividi, era quello di sdoganare un genere dalla sua privata nicchia di élite e far comprendere come, esso, fosse in realtà letteratura vera e per nulla rifugio per i disagiati.

O i nerd.

Ecco che fantascienza, horror, e noir tornavano a brillare anche per le nuove generazioni stimolando dei lati della mentre troppo assonnati e troppo istupiditi dalle nuove tecnologie.

Non a caso sono generi che presero piede nei favolosi anni ottanta, preda del diktat della moda e dell’apparenza che, ancora oggi, ci perseguita.

Libri simili erano, quindi rappresentazioni di una gioventù che, se pur provava gli stessi dubbi, i disagi tipici dell’età di trasformazione, affrontava questa ricerca del se in modo diverso e per nulla superficiale. Era concentrato più sulla mente e sulla sostanza che sulla banalità appariscente dell’esteriorità. Non a caso, infatti, i misteri venivano considerati tanto validi da dover essere sbrogliati.

I libri di tal guisa sono dunque, ottimi per comprendere e analizzare le difficoltà tipiche di ogni secolo e di ogni periodo “storico”, proponendosi come rivelatore delle cesure su cii l’adulto e l’educatore dovrebbero intervenire. E ricucire. Immaginate la mia somma gioa quando la mia amata Dunwich mi ha proposto la lettura di una ghost stories per ragazzi con gli stessi nobili intenti dei miei amati gialli vintage. Ovviamente, non me ne vogliano le altre case editrici, qua si tratta di un libro di alta e pregiata fattura, molto più elegante dei suoi fratelli. La penna della nostra balda autrice è al tempo stesso profonda e delicata, ironica e al tempo stesso commovente, capace di far terrorizzare e al tempo stesso emozionare ponendo il fantasma in un aura di pura poesia che ricorda la brillante penna della Montgomery.

Questo risulta un elemento fondamentale: l’aldilà e il peccato, l’omicidio e la compassione iniziano a danzare dinnanzi ai nostri occhi stupiti raccontando come, in fondo, anche in questa società pubblicitaria e mercificata, possa aver posto una sorta di antico ritorno alla romanticità del trapassato.

In questo contesto ipertecnologico, la morte non rappresenta più il mistero tanto declamato da poeti dal calibro di Poe. Diviene una sorta di ulteriore viaggio virtuale in cui il mistero e l’orrore sono privati del loro lato gotico e quindi suggestivo. L’horror stesso soffre di questa limitazione dialettica proponendosi più che altro come mero elenco di nefandezze e di elementi sanguinari e splatter. Manca, dunque la poeticità, la poesia, la perfezione dell’atmosfera che è e resta il vero elemento preponderante della letteratura fantastica.

Non è nella testa tagliata e nella mutilazione, nella ferocia di demoni e fantasmi il vero brivido.

É nell’entrare in punta di piedi in un modo altero a cui dobbiamo credere per non farci sommergere dal ritorno della banalità e del qualunquismo. Dobbiamo vedere i fantasmi per far tornare l’uomo questo essere straordinario tra stelle e gloria cosi come lo dipinse il meraviglioso salmo otto. Ecco che i nostri eroi a differenza di tanti giovani, si pongono con sommo rispetto e riverito timore di fronte al fantasma, onorando la sua vita passata ma anche quel dolore di chi ha visto sottrarsi possibilità e talenti da un destino infausto o da un evento brutale. E restituire la dignità a quelle essenza che appaiono più reali della nostra virtuale dimensione, tanto da provare empatia con i ricordi, con il passato e con la storia.

Ecco che il libro adorabile e perfetto, adrenalinico e suggestivo in quella vetusta dimora, diviene anche di una poeticità strabiliante. In quell’incontro con il sacro i ragazzi crescono e diventano grandi, affrontando i problemi esistenziali di ogni adolescente da una prospettiva privilegiata; chi in fondo è ancora cosi vivo da provare amore, delusione e persino frustrazione, ma con la consapevolezza quotidiana che nonostante questa cacofonia emozionale, la loro speranza è di poter ancora incidere sul presente e sul futuro con le azioni.

Azioni che alla nostra povera fantasmina sono oramai precluse.

Consiglio la lettura non solo ai ragazzi ma anche agli adulti, che purtroppo stanno perdendo inesorabilmente il contatto con il regno dell’immaginario.

Anteprima “Spettri di Frontiera” di Amborce Bierce, Adiaphora edizioni. A cura di Alessandra Micheli

 

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Sicuramente non sarà per voi una novità apprendere che, la sottoscritta, è cresciuta leggendo da adolescente, i libri dell’orrore.

Parlo ovviamente di grandi classici, immortali testi di ogni tempo che vanno da Edgar Allan Poe a Lefanu, per cimentarsi poi con Stoker e arrivare alla meraviglia psicologica di Stevenson.

Nella mia ricerca di questo strano genere, spesso intersecato con il gotico, ho avuto il piacere di leggere ogni tipo di autore.

Persino la meravigliosa George Elliott decise di scrivere un racconto dai tratti agghiaccianti come il Velo dissolto.

E cosa dire di Stevenson con Janet la Storta?

O del mio mito Gustav Meyrink, o persino di un Salgari che, lasciati da parte i suoi adorati corsari, si inerpicò lungo la strana montagna del vampirismo.

E cosi abbiamo un favoloso vampiro della foresta, che non cede affatto alle lusinghe dei cupi manieri irlandesi o inglesi e si ambienta in un Uruguay non meno misterioso, non meno irto di ignoto.

Potrei continuare citandovi altri regali nomi della letteratura che hanno deciso di dare un occhiata all’abisso, incuranti del pericolo di farsi, a loro volta, fagocitare da esso rimanendone inesorabilmente avvinti.

Ma in fondo noi italiani cosi come ogni europeo che si rispetti, abbiamo nel DNA i riti ancestrali dei nostri antenati, immersi in un mondo numinoso a tratti idilliaco e a tratti inquietante, con le suggestioni provocate da azioni benevole per chi non lede il patto tra la società proba e tra i piccolo popolo, rischiando di incrinarne l’equilibrio come narrerà Tim Curran nel suo orrorifico “That Olde Christmas Spirit”.

Nessuno, neanche i più disincantati autori si lasciano scappare l’occasione di una scappata nelle regioni più remote dell’ignoto, neanche quello che sembra più dedito al lato più razionale dell’essere.

E neanche la tanto amata/odiata America sfugge al fascino del racconto spaventoso, neanche gli Usa tutto calcolo e raziocinio o come direbbe un perfetto Robert De Niro, solo chiacchiere e distintivo.

In America le suggestioni e le tradizioni verso il popolo della notte sono molteplici e hanno assunto uno strano colore non più nero come l’oscurità ma brunito come la terra da cui essi sorgono.

Perché la meraviglia dei fantasmi americani è il suo essere un alter ego dell’uomo stesso, fonte e genesi di ogni male e di ogni perversione. Se i racconti europei soffrono della presenza di un rigido cordone ombelicale con i loro antenati celti o norreni, in rameica essi si fondono con ansie più reali.

L’orrore viene dalle regioni impervie, dalle praterie usate dall’uomo bianco ma “possedute” dai nativi.

Viene dalle guerre combattute in nome dell’ideale dell’eguaglianza ma uccise della brutalità della violenza.

Viene dalle città che nella loro corsa verso una propria identità staccata dal paese di origine, in realtà perdono se stessi.

Sono le vittime di una società che si barcamena tra puritanesimo e volontà di innovazione, svincolata dalle pastoie della superstizione religiosa.

Arrivano da chi emigra con tanti sogni, che però deve per forza barattare per la sopravvivenza del corpo.

Emblema di questo strano mondo, spesso deriso dalla satirica penna di Oscar Wilde ( basti pensare al fantasma di Canterville) è senza dubbio il maestro Ambrose Bierce.

Nei suoi libri ritroviamo un uomo che non meno del suo compare Oscar tratteggia in modo crudo i vizi e le virtù del suo paese, a anche un fertile e incredibile narratore di fantasmi, di orrori, di ossessioni che, in fondo, appartengono a tutti noi.

Bierce è il guru riconosciuto della narrazione orrorifica e senza dubbio delle ghost stories.

A lui devono tutto autori come Lovecraft o Robert Block.

Bierce influenza ognuno di voi, miei giovani autori che scrivete di abitazioni stregate, di orrori nascosti in cantina, di persone scomparse, di peccati da scontare.

Dovete a voi quella strana sensazione di malessere che v invade osservando una casa diroccata, o osservando un signore con lo sguardo perso nel vuoto alla ricerca di chissà quali oscure visioni.

Ogni volta che raccontate un omicidio familiare.

Ogni volta che qualcosa passa veloce e si rannicchia nei meandri della vostra mente costringendovi a scrivere.

Bierce stesso non si limitò affatto all’ars letteraria, egli fece volente o nolente, della sua vita stessa un arcano mistero, tanto che ancora oggi non si sa bene la sua fine.

Scomparve misteriosamente in Messico per aiutare la rivoluzione assurda di Pancho Villa.

Una satira resa leggenda.

Una penna che non colorò di grigi ambigui solo i suoi meravigliosi racconti ma la realtà stessa, concreta e rassicurante che in omaggi a un grande autore, si inchinò cambiando un vestito per rendere il suo animo eterno.

Ecco che dopo i meravigliosi racconti d’oltretomba abbiamo una raccolta ancor più interessante, ammaliante ancor più oscura e al tempo stesso venata di quell’ironica pungente che lo resa un critico sociale immortale.

Spettri di frontiera racconta la sua stessa visione della vita, una vita sospesa in cui la morte non è altro che un compimento a metà.

Persi nella realtà tangibile, frustrati dalla loro impossibilità a realizzarsi appieno come soggetti, i fantasmi di Bierce restano sospesi cosi come sospesi erano nella vita.

Non si sa dove vanno.

Rimangono li a memento di drammi e di peccati inconfessabili, resi più spaventosi anche da una mancanza di vendetta.

Basta solo vederli, avvertire la loro mefitica presenza per impedire all’uomo che riesca a contattarli mentalmente perché partecipe della medesima loro angoscia, per esserne divorati.

Ma il fantasma non agisce, è immobile, lungi dall’avere una propria coscienza, seppur modificata o peggio deformata, cosi come i fantasmi inglesi o irlandesi, spesso costretti a divenire loro stessi nemesi del peccatore.

Bierce li rende immobili.

Presenti ma fermi.

Il loro non è un vagare ma un rassegnarsi all’invisibilità.

E’ questo che ci fa orrore. Gli spettri di frontiera restano sulla loro linea Maginot, laddove erano in vita.

Non ricordano, sono solo condannati a ripetere gli stessi metodici gesti o lo stesso assurdo racconto di una fine tragicomica, grottesca a priva di senso.

La lucida e forse pessimistica visione di Bierce li rende non più romantici e affascinanti. Ma patetici e terrificanti per l’orrore che portano con se: la coscienza che la vita è solo una burla, inventata da Buffone di corte.

Ecco che i suoi spettri lasciati li, in quel mondo a metà, non verso i paradiso ne verso l’Ade restano a guarda i frammenti di un esistenza che poteva essere, ma che per ignavia o vigliaccheria non sarà mai.

Neanche di fronte all’estremo ultimo viaggio.

Review party “Tutto è scritto” di Simone Ruggerini, Viola editrice. A cura di Alessandra Micheli

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Ho pensato molto a come scrivere questa recensione.

Il libro in questione, appare agli occhi di chi come me bazzica da un po’ nel mondo letterario, estremamente complesso nella sua apparente semplicità e adornato da molti elementi interessanti che possono piacere, sicuramente, al lettore assetato di novità.

E’ composto da un mosaico di diverse influenze che si radunano inginocchiandosi attorno a uno dei temi cari alla letteratura horror, ossia la casa maledetta.

E’ uno dei migliori temi su cui innestare una trama allarmante e sicuramente capace di suscitare emozioni.

Questo a causa di una duplicità insita nel simbolo della casa.

Infatti, questo archetipo, da una parte richiama una sorta di nido confortante e ovattato.

Pensare alla casa suscita piacevoli ricorsi, gradevoli aspettative e ci riporta un po’ nel rassicurante ventre materno.

Sconvolgerlo donandogli un alone cupo e oscuro, serve all’autore per donare adrenalina e ansia al lettore.

Ma la casa serve anche per chi non vuole solo scrivere horror, ma anche dare al libro un taglio psicologico, tanto che a tratti il libro richiama le suggestioni dei thriller.

La descrizione del killer e della sua mostruosità sembra richiamare gli studi di criminologia, specie nella descrizione del bisogno impellente di “cibarsi” della vita altrui.

Ecco perché i due volti del libro si sfidano in una sorta di danza antica che tende a creare una strana atmosfera soffocante, diversa però dagli altri horror.

Qua manca l’elemento soprannaturale.

Esiste, lo descrive, ma la problematica affonda le radici non nel mondo altro, nei regni oscuri di divinità fameliche e aliene, ma nel mondo più misterioso e meno conosciuto: l’interiorità dell’uomo, quella parte oscura di cui, alla fine, la casa maledetta è il baluardo e lo scrigno.

Ecco perché il senso del testo o almeno delle prime parti, viaggia sulla linea della narrativa inconscia, tanto che si potrebbe ravvisare nell’opera le influenze stevensoniane, non certo meno spaventose o meno claustrofobiche.

Ecco che il significato che primeggia, almeno a parere di questa anziana blogger, ravvisa più una problematica sociale simboleggiata dagli elementi della casa e del liquame oscuro che spesso fuoriesce dai protagonisti.

E questo liquame non è altro che il risultato di una realtà ben descritta dal nostro prode autore e che in fondo, sintetizza tutto il testo:

La violenza era diventata la principale forma di comunicazione tra gli esseri umani, non importava di che sesso, età, razza o ceto sociale fossero: aggredivano per stress, frustrazione, insoddisfazione, noia.

Ecco l’innesco di tutta l’agghiacciante vicenda: la violenza oggi l’unico mezzo di interazione e l’unico modo per trovare un po’ di movimento in una vita statica, non fa altro che alimentare il nostro oscuro io.

E se l’unico modo di interazione è oramai la sopraffazione legittimata dal sistema sociale, significa che , il lato nero, putrido dell’uomo, è in grado di manifestarsi fisicamente.

Ecco il liquame viscido e oscuro onnipresente nel testo.

Il male, non è altro che una sorta di eggregora in cui si concentrano tutte le nostre fragilità, ossessioni, perversioni e limiti che lungi dal divenire mezzi per raggiungere una perfettibilità umana, divengono alibi per eliminare il dolore che la coscienza porta con se.

Perché rendersi consapevoli di quanto in noi c’è da modificare, cambiare, abbracciare o sperare è un dolore costante, una sorta di viaggio in bilico tra paradiso e abisso.

E come ho sempre sostenuto basta lasciare che lo sguardo cada nelle regioni inferiori per esserne avvinti.

Ecco perché non è un caso che l’elemento scelto dal nostro Ruggerini, sia la casa.

La casa è il fulcro di ogni orrore.

E’ colei che ammalia, rapisce e trasforma in mostri.

E’ il ghigno che si manifesta come una tentacolare rete che spinge ogni soggetto, privo di amore, avvinto da rabbia e vendetta a lasciar cadere ogni barriera e ogni pudore.

Il risultato non può non essere che l’apocalisse.

La casa, quindi siamo noi e il nostro io.

Poco importa se il centro di tale malvagità è in cucina o in giardino, o nella cucina.

Prima o poi le scorie che nascondiamo si ingigantiscono prendendo forma e nutrendosi di noi.

Del nostro io, e della nostra anima.

Allora la domanda, affrontata nell’ultima strabiliante e strana parte è questa: come può esistere tutto questo orrore?

C’è qualche divinità lontana che si diverte a giocare o a scrivere le pagine più sanguinose della nostra storia?

Esiste un burattinaio?

O la violenza prima descritta è davvero frutto di noi stessi e di una nostra libera scelta?

Siamo davvero liberi o siamo solo destinati a ripercorrere strade già tracciate?

Siamo solo attori che recitano a soggetto?

Ruggerini ha la sua spiegazione.

Una spiegazione che può cambiare i finali qualora si possa ripescare dal fondo dell’oblio quella consapevolezza volutamente ignorata.

Allora forse le comparse possono davvero diventare attori principali.

Allora di nuovo, la consapevolezza, tanto ambita dagli illuminati può accendere una luce nel buio.

Un libro inquietante, a tratti disturbante ma che proprio per questa sua ctonia natura può affascinare e ammaliare il lettore più smaliziato.

Perché l’orrore non è in una divinità lontana, o in un libro demoniaco.

E’ in agguato dentro di noi.

“Assedio” Daniela Barisono e Alex Montagono, Io me lo leggo editore. A cura di Alessandra Micheli

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1897. Londra è sotto assedio.
E non, come si potrebbe pensare, per via del ceto basso che si è stufato di arricchire il ceto medio.
Stavolta, il virus è più terrificante, più pericoloso: zombie che mettono a rischio il simbolo del vittoriano: la torre di Londra.
Ecco come potrebbe essere descritto perfettamente il testo Assedio.
Che già nel suo titolo racchiude la suggestione chiave e vincente dell’oscura fantasia di Barisono e Montagono: assedio.
Conoscete, spero, l’etimologia del termine vero?
Se cosi non fosse ve la svelo io.
L’assedio è un evento straordinario, una tattica di emergenza che si esplica nell’accerchiamento e il conseguente isolamento di un bersaglio preciso.
Il significato è di rottura violenta, che ha la funzione di aprire un varco nelle file serrate degli assediati.
Ecco perché nella parola avvertiamo un senso di soffocamento pesante, poiché in essa è contenuta la sensazione, anzi l’obiettivo di impedire l’uscita di tutti coloro che si trovano nel perimetro messo sotto tiro.
Ecco che, quindi l’assedio è un provvedimento eccezionale che si mette in atto in circostanze precise: una guerra, la necessità di veder confermato un cretto diritto, una voglia di modifica sostanziale dello status quo.
I protagonisti del testo, quindi, nostre vecchie conoscenze si trovano catapultati in una realtà diversa: non più i fasti e le miserie di una società lacerata dalle sue contraddizioni interne, ma al tempo stesso capace di non lasciare che esse la rosicchino.
Qua, le autorità civili sono sospese, sono totalmente ignorate, perché ironia della sorte, quelle stesse componenti virali del disfacimento, che nascono in senso a ogni società cosiddetta evoluta, si sono totalmente liberate prendendo il sopravvento.
Londra vittoriana appare cosi svelata alla luce impietosa della parola scritta: una società morente che blocca l’evoluzione restando ancorata ai propri privilegi.
Pur coccolando la tecnologia e la scienza, essa mette un freno all’evoluzione che, la conoscenza scientifica porta con se, inevitabile conseguenza del progresso: il cambiamento radicale di ogni assunto culturale che da legittimità e senso all’autorità costituita.
Londra vittoriana ama esse il baluardo delle nuove tecniche. Lo dimostra la precisa costruzione del Tower Bridge, eccellente opera di ingegneria meccanica.
Ama i suoi cervelli, come Babbage.
Fa proprie le meravigliose invenzioni di Tesla.
Ma solo in apparenza per celebrare la sua grandezza.
Si ricopre di ciminiere, di industrie, ma solo perché portino oro e successo nelle loro casse.
Ma, le conseguenze di tanto interesse per il lato tecnologico comporterebbero anche un’evoluzione delle fonti dell’autorità.
Il progresso scientifico non può non accompagnarsi a quello sociale.
Non può esimersi dalla critica sociale, dalla volontà di fare il passo estremo: ossia cambiare totalmente la tradizione a favore della crescita. E non solo economica.
Perché uno stato che finge di cambiare per far si che nulla cambi, è uno stato che porta in se i germogli della sua disfatta.
La crescita scientifica si accompagna e deve accompagnarsi a una morale, etica e mentale.
Vantarsi di una grandezza ma senza viverla davvero, limitandola per timore che essa distrugga i privilegi, significa fingere che il flusso della vita scorra con però dighe imponenti a fermare il suo scorrere.
Ecco che le scelte dell’Inghilterra le si ritorcono contro.
Lo racconta splendidamente Kipling, Dickens e tutti i grandi autori.
E lo racconta, altresì perfettamente il testo assedio.
Le contraddizioni, ossia i morti viventi che il finto progresso industriale porta con se, iniziano a vivere di vita propria fino a rosicchiare, “divorare” ogni elemento del vecchio sistema.
Un divorare inconsulto rabbioso e sicuramente fuori dal controllo del potere centrale.
La regalità vittoriana, infatti, pensò erroneamente di usare la povertà, la rabbia degli operai, il loro malessere per accrescere il proprio prestigio. Finendo annichilita e sommersa da una furia che si rivela assolutamente ricontrollabile.
E’ storia di ieri, e storia di oggi.
Ancora il potere da fuoco alle polveri non rendendosi conto che, la deflagrazione arriverà a distruggere i suoi centri nevralgici.
Cosicché il virus considerato al servizio dei privilegi non sarà altro che una nuova, atroce apocalisse.
E non è un caso che, i protagonisti di questo libro, sono i simboli di ciò che più puro conserva il vittoriano: il cervello, la mente, la testa e la creatività.
La logica che non sarà mai e poi mai al servizio del potere.
Cosa accadrà, beh resta a voi scoprirlo.
Io vi consiglio di gustarvi assedio, con un occhio furtivo alla vostra porta.
Se avvertite dei colpi immediati, forti e rumorosi…beh vi consiglio di scappare.
Sicuramente non sarà un rappresentante della folletto.

“La stanza rossa e altre storie di fantasmi” di Lucy M. Montgomery, Caravaggio Editore. A cura di Alessandra Micheli

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Anche io sono stata bambina.

Si lo so che sconvolgerò molte persone, ma non ho sempre letto horror o thriller con molto splatter.

C’è stato un tempo lontano in cui ero innocente e appassionata e amavo le atmosfere dolciastra di certi libri adatti a noi signorine. Certo, crescendo e iniziando a interessarmi in modo più maturo della letteratura, ho compreso come le mie amate Alcott, Webster e Austen fossero delle autentiche ribelli.

Quei libri erroneamente chiamati dolci e grondanti miele, erano acuminati come spade capaci di stuzzicare e ferire una società troppo chiusa in se stessa. La Alcott diede alla lettrici del suo tempo modelli davvero moderni di femminilità, spezzando un po’ il cerchio della donna oggetto e mai soggetto.

E cosi fece la Austen, ironica e a tratti di un sarcasmo crudele e cosi fece Jean Webster con il suo papà Gambalunga, un manifesto politico e per l’epoca scorretto, di femminismo puro.

Quindi forse no, non sono mai stata davvero innocente.

Ne è la prova il mio strano scetticismo infantile di fronte al libro di Pollyanna o di fronte al più famoso e molto amato dalle mie coetanee Anna dai capelli rossi, scritto da Lucy Maud Montgomery.

Quello che ho amato di più del suo stile sono state senza dubbio le descrizioni, indimenticabili velate da una sorta di sognante patina che le rendeva eteree e quasi distaccate dal noioso tram tram quotidiano. La stessa orfanella, Anna, lungi dall’assomigliare alla più pratica Pollyanna era una creatura rarefatta e sognante, poco incline al lavoro manuale che la buona Marilla tentava invano di insegnarle.

Ella era una creatura dei boschi, fatata e irreale, tutta dedita all’arte romantica del sogno e della poesia:

«rimpianse amaramente la libertà che aveva concesso alla sua immaginazione» perché «i goblin della sua fantasia erano in agguato in ogni ombra intorno a lei, e tendevano le loro mani fredde e senza carne per abbrancare l’atterrita ragazzina che li aveva evocati»

Ecco cosa pervadeva la nostra autrice.

Un senso di irrealtà che ben poco si adattava con il romanzo di formazione per ragazze e andava, invece a alimentare la pila di libri totalmente dediti all’arte della melodia scritta, alla meravigliosa forza del ritmo evocativo, che come un incanto lontano apriva un varco verso un altro mondo cosi vicino a noi eppure cosi difficile da raggiungere. Quindi, non sono rimasta stupita dal constatare che la buona Lucy fu artefice di una raccolta di ghost stories dal titolo evocativo “La stanza rossa”.

Anzi ero bramosa di colmare la mia lacuna letteraria, cosi da comprendere al meglio una scrittrice troppo sottovalutata, ma che aveva la capacità sovrannaturale di infondere bellezza e melodia alle parole scritta. Ecco che la Caravaggio editore seleziona sei racconti di una fulgida meraviglia tratti da diverse riviste che rielaborano in uno stile tutto personale le terrificanti storia di fantasmi. Eppure, l’incontro con la dimensione altra non è per nulla pervaso da un terrore cupo. Sono distanti le sue suggestioni da quelle più orrorifiche di Ambrose Bierce.

I suoi fantasmi sono si tormentati, ma quasi felici di lasciare le spoglie terrene troppo imbrigliate in catene di convenzioni a cui non riescono o non possono per un ansima ricca e indomita, sottostare.

E’ il tema portante della stanza rossa. La protagonista cosi selvatica quasi un alter ego della buona padrona di casa, colpisce non solo per la bellezza ultraterrena, ma anche per la mancanza di docilità che ci si aspetta da una signora. Essa spicca nel contesto femminile, rude come un diamante grezzo e bella come una bufera o come la foresta selvaggia che rende il paesaggio del Canada cosi suggestivo.

Donne graziose ne avevo viste in abbondanza, perché le mie zie e mia madre erano considerate onestamente tali, ma la moglie di mio zio era così poco simile a loro come un bagliore del tramonto al pallido chiaro di luna o come una rosa cremisi ai bianchi gigli giornalieri

Impossibile arginare una bellezza cosi ribelle e cosi libera in un legame che non parla di passione e di sfrenata ricerca del piacere!

L’amante di Miriam è un racconto dalla poeticità struggente che narra del mito platoniano dell’anima gemella, dell’altra metà del al mela tale da sfidare le leggi fisiche, che incontrando l’amore vero, quello puro, inattaccabile è capace di domare la realtà e forgiarla al suo cospetto

Non abbiamo bisogno di scrivere lettere. Ci sono mezzi migliori di comunicazione tra due anime che sono in perfetto accordo l’una con l’altra.”

La storia di Davemport racconta invece, della preveggenza. Anche in questo caso è la passione per malato a stimolare dei lontani meccanismi mentali che si ritrovano a fungere, in codesto modo, da sentinelle per preservare, appunto da ogni sciagura l’oggetto del nostro bene e del nostro desiderio.

Ma è con la ragazza del cancello che la Montgomery raggiunge il sommo grado di bellezza. In questo racconto la morte sveste I suoi panni di crudele signora, ghignante e perfida, per vestire quelli poco consoni a questa nostra società cosi terrorizzata dalla fine, proprio perché senza fede, le vesti della consolatrice. Colei che con mano compassionevole aiuta l’amato a raggiungere I cancelli dell’oltre non con un ruolo spaventoso ma con un sorriso commosso e felice. Si ravvede in questo stupendo racconto le parole delicate e soavi con cui Michele Pecora menestrello moderno esalta l’attimo finale:

Poi non so spiegarmi è come se adesso trovassi la mia liberazione

è come staccarsi da un mondo che non ti ha mai voluto bene.

L’indifferenza, la gente che non ha più niente da dire

adesso io posso, adesso io voglio per l’ultima volta respirare.

Quello che sento non riesco a spiegarlo e tu sei vestita di bianco

ti immaginavo diversa e cattiva pensare che sembri una cosa viva.

Voglio guardare per l’ultima volta gli alberi, i fiori, lo sai, è primavera

e adesso la sera arriva più tardi e i giorni già sono più caldi.

Ma adesso se vuoi possiamo andare ho fatto le cose che avevo da fare

ho detto le cose che avevo da dire

adesso io posso adesso io voglio venire”.

Michele Pecora

E non è un caso che entrambe le manifestazioni, della Montgomery e di Pecora, siamo vestite di Bianco. E siano cosi belle e radiose nonostante il presagio nefasto che portano con se:

Era buio nell’atrio, dove nessuna lampada era stata accesa, ma fuori sul prato la luce della luna era luminosa come se fosse giorno. Era la notte più chiara e più candida che avessi mai visto. Mi sono voltata verso il giardino, intendendo attraversarlo e prendere la strada corta sopra il prato a ovest della casa. C’era un lungo bordo di cespugli di rose che portavano attraverso il giardino fino a un piccolo cancello sul lato opposto… Lo seguii, godendomi la notte. I cespugli erano bianchi di rose e il terreno sotto i miei piedi era tutto coperto dei loro petali come neve. L’aria era immobile e senza vento; di nuovo sentii quella sensazione di attesa… di aspettativa. Mentre mi avvicinavo al cancello, vidi una ragazza in piedi dall’altra parte. Si trovava in un punto illuminato dal chiaro di luna e la vidi distintamente. Era alta e snella e la sua testa era scoperta. Vidi che i suoi capelli erano di un oro pallido, che brillavano in modo strano sulla sua testa come se potessero catturare i raggi lunari. Il suo volto era adorabile e gli occhi grandi e scuri. Era vestita di qualcosa di bianco e lievemente scintillante, e in mano teneva una rosa bianca… molto grande e perfetta.

Pura poesia!

Somma goduria per I miei occhi avvezzi a troppo lassismo nella scrittura e troppa poca letteratura di valore!

Festa privata a smokey island riprende il tema della punizione che non solo ripara I torti ma libera I protagonisti dai sospetti e dall’orrore. E’ solo nell’atto finale in cui l’ingiustizia svelandosi agli occhi attoniti ricuce gli strappi che essa, con la sua mefistofelica presenza aveva causato. Cosi il cattivo viene consegnato all’oblio e I giiusti possono stringersi in un abbraccio eterno.

Stesso tema di redenzione e di riparazione dei torti è presente nel fantasma dai Brixely: qua il bullismo in nuance non viene assolutamente perdonato. E’ di nuovo la paura del numinoso e della morte a punire il bullo della situazione, ricordando in un memento mori, che siamo tutti, in fondo sotto lo stesso cielo:

Nella porta vuota apparve un’alta figura bianca la cui testa raggiungeva il soffitto. Enormi ali d’ombra ondeggiavano vorticosamente intorno a loro, mentre sembrava che nel mezzo di questa terribile apparizione ci fosse una faccia infuocata, con gli occhi vuoti e cavernosi. Nello stesso istante un grido di agonia, il più lancinante che potesse essere udito da orecchie umane, risuonò per la casa. Con un urlo di terrore, Alf Logan si voltò e corse verso l’ingresso, seguito dai suoi compagni. Dall’altra parte del cortile, oltre la conca, e su per la collina scapparono a velocità frenetica, senza mai osare guardarsi alle spalle, sebbene i lugubri lamenti continuassero a seguirli nel vento.

Un libro da gustare, un libro che come un balsamo profumato di cedro, cade sulla nostra anima assuefatta alla banalità, risvegliandola da un sonno pernicioso e facendola rifulgere alla luce della somma arte letteraria.

“La casa dalle radici insanguinate” di Roberto Ciardiello, Dark Zone editore. A cura di Alessandra Micheli

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Eccoci alla festa più contestata, ma in fondo lo so, l’amate perché capace di donare un frizzante senso di libertà.

Del resto, un periodo in cui i confini si dissolvono e la follia girovaga libera per la strada accanto a noi, rendendo la quotidianità ammantata di magia, non può non piacere, non intrigare e non sedurre.

Halloween è il momento in cui le barriere, tutte le barriere, cadono anche quelle dell’inconscio, rendendo veglia e sogno facciate di una stessa realtà. E cosi è d’uopo considerare l’orrore non più elemento da esorcizzare attraverso la scrittura, ma partner di una danza convulsa ma quasi rigenerante.

Perché non scordatevelo mai, l’horror è terapeutico.

Ecco che accanto a demoni e streghe, fantasmi e spiriti burloni, le visioni divengono simboli di impulsi da troppo tempo rinnegati che celebrano la meravigliosa complessità umana.

Non solo raziocinio ma anche antro oscuro, da cui possono emergere le peggiori ossessioni dell’uomo.

Oggi vi parlo di un libro che illuminerà le vostre giornate, di uno strano alone verdastro. 

Un libro nato dalla folle penna di Roberto Ciardiello il cui stile, però, si distacca dall’orrore classico fatto di demoni oscuri, usciti fuori dai meandri di un Ade brulicante di strane energie, per diventare più sottile, più psicologico, fino a trasformarsi in una commedia dell’arte intrisa  di spaventi ben conosciuti,  quelli che ci seguono nella nostra affranta quotidianità.

La casa dalla radici insanguinate accoglie in se nel suo materno ventre l’hard boiled più brutale, raccontando all’inizio di uno dei peggiori incubi del nostro moderno vivere: la rapina.

Una villa che simboleggia il perbenismo borghese viene invasa dai miasmi di una periferia abbandonata a se stessa, generatrice di uomini che rinnegano, per sopravvivere, la propria umanità.

L’inizio è devastante nella sua attualità e la penna di Ciardiello non lascia scampo, non lascia illusioni di redenzione, attacca, rapisce e mette all’angolo il lettore costringendolo alla consapevolezza di una civiltà che è civile solo in apparenza.

La disumanità di un evento da noi giudicato comune, infastidisce proprio perché reduce dai racconti dei TG da esperienze quotidiane da un resoconto patetico del nostro vivere sociale.

Ma pensate che il nostro baldo autore vi lasci in pace raccontando orrore reale?

Vi sbagliate.

Il racconto prosegue, cambiando scenario e inquadrando un altro lato dell’oscura medaglia grondante sangue.

E cosi la famiglia perfetta per cui noi proviamo compassione, vittima del crimine più violento, cambia faccia e diviene anch’essa orrore.

E’ come assistere a una ripresa, un film che non lascia respirare, che non lascia scampo, che incalza con le immagini che dalle parole emergono e si fanno carne.

Ecco che la colpa, la maleducazione, l’idea assurda dei giovani di essere dei privilegiati quindi autorizzati a mancare di rispetto all’altro ( anche questo storia di ogni giorno) viene punita.

Nel modo più spietato.

E la tranquillità, la famiglia esempio, quella da tutelare, diviene custode dei più arcani orrori.

Diviene complice, rea di portare avanti una dialettica di superiorità menefreghista di fronte ai propri simili, alla venerabilità dell’età, al rispetto che è dovuto in ogni contesto sociale.

E qua emergono gli stereotipi della stratificazione: il ricco che guarda con sussiego e timore, e un pizzico, anzi molto di disgusto, a chi non rientra nei propri parametri di giudizio, a chi è fiori dalla propria cerchia elitaria, a chi è tacciato come povero, strano, anacronistico, deviante e pericoloso. Non è un caso che il simbolo degli “abbandonati” della società in ogni testo sia simboleggiato da un anziano.

Può essere uno zingaro (come nel favoloso l’occhio del male di Stephen King) un barbone, un povero pensionato, un reietto.

In realtà, come nella favola Les Contes de ma mère l’Oye” di Charles Perrault (C.Perrault: Le Fate traduzione di Carlo Collodi da “I racconti delle fate) da cui ogni racconto simile prende il proprio bagaglio simbolico, l’apparenza inganna, mette alla prova e elargisce doni o maledizioni.

Nel caso della favola suddetta, si tratta di una manifestazione concreta e materiale del proprio io: perle per il rispetto, rospi e tarantole per l’arrogante superiorità.

Nel caso di Ciardiello la bestialità dell’eccesso, della mancanza di rispetto per l’altro diviene ancora più crudele, più distruttiva, una esternazione arcana del percolo di impulsi lasciati correre eccessivamente liberi, senza la mano saggia che possa se non domarli, saperli dirigere.

Ecco che l’orrore si tinge di arcano.

Lasciando chi legge sopraffatto, sconvolto e assolutamente ammaliato. Impossibile staccarsi da questa lettura, perfetta per una notte di terrore, ma perfetta anche per una sorta di monito utile a dare una svolta a una deriva sempre più pericolosa.

Gli smeraldi, le perle, ed i diamanti Abbaglian gli occhi col vivo splendore; Ma le dolci parole e i dolci pianti Hanno spesso più forza e più valore.

La cortesia che le bell’alme accende, Costa talora acerbi affanni e pene; Ma presto o tardi la virtù risplende, E quando men ci pensa il premio ottiene.

“Il pentacolo. Legancy of darkness. La saga completa” di Mirian Palombi, Dark Zone. A cura di Alessandra Micheli

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La tecnologia in un’era distrutta, quasi spogliata di ogni naturalezza, è l’unica speranza di rinascita.

Scrivevo cosi, a proposito dei due volumi precedenti di Legancy of the darkness.

Del resto sono e resto una fervente ammiratrice della scienza, colei che permette di accendere una luce in q uesto strano buio che ci avvolge.

Una speranza per noi, che cosi fragili ci scontriamo con la nostra mortalità.

Del resto, la nuova tecnica, ha come obiettivo quello di renderci potenti, simili a quel dio che ci ha creati, ma che gioca con noi come il gatto con il topo.

E ammetto che in questo periodo di caduta di foglie, di sentimenti e di gioia, ho guardato agli esperimenti descritti dalla brava Miriam con un pizzico di bramosia: creare uomini nuovi, uomini potenti, uomini senza coscienza, dediti solo al lato godurioso della vita.

Esseri invincibili, senza quella capacità profonda di provare amore, dolore, e compassione.

E mi rendo conto che il sogno delirante della nuova scienza è semplicemente quello: impedire al cuore di pulsare e sanguinare.

Cosi ogni personaggio descritto, ambisce a lasciare un segno in quelle parole che grondano inchiostro come bellissime lacrime su di noi, sull’anima straziata di chi come me, cerca pace in un libro. In fondo cerchiamo tutti la stessa cosa che: scappare dal dolore terreno.

Trovare uno scopo.

Trovare la propria strada e tramutarla in sete di prestigio.

Li, assisi sul trono della nuova tecnica, fingiamo di essere Dio.

Di manovrare quei gretti simili che non sanno o non vogliono sapere che, come direbbe Voldermort, non esiste bene o male, ma solo il potere e la goffaggine stolta di non afferrarlo.

Poi però, davanti al prezzo da pagare, la mia anima ha detto no. Preferisce continuare a soffrire, dubitare, sentirmi anche morire vivendo la vita, piuttosto che sacrificare l’altro sull’altare delle mie frustrazioni, o della mia incapacità di vivere appieno ogni sfumatura dell’esistenza.

E cosi che in fondo fanno tutti i protagonisti del pentacolo.

Sono io che, mi sento pervasa da una dolce malinconia, o tu Miriam, li hai colorati di un umanità cosi nostalgica, e cosi lieve da suscitare in me amore persino per la bestia, vittima dei suoi istinti?

Sono io che vedo la vita diversa o in Elizabeth, in Ghalad, ma persino in Soliman ho visto quella vena di carità, che forse mancava nei libri precedenti?

La delicatezza qua regna sovrana.

Anche nell’orrore, anche nelle perversioni che la scienza porta con se. Che non sono altro quelle di credere che, basta la ragione a rimettere le cose a posto.

Basta la tecnica a ricucire i corpi e i cuori.

Ma senza anima, senza quel soffio vitale, senza la follia di un dio che ci ama cosi tanto da regalarci il mondo e che ci stima cosi tanto da essere convinto che siamo in grado di superare le prove più assurde e atroci, non esiste una vita.

Esiste un’imitazione, un sopravvivere, un muoversi.

Ma non è vita.

Ed è questo che scopriranno i nostri personaggi in questo terzo capitolo, che mai come i precedenti ha saputo toccare corde segrete del mio cuore.

La natura era intervenuta donando a tutti loro capacità straordinarie. Alcuni di quei poteri erano terribili, e provenivano dal lato oscuro dell’animo umano. Non importava quanto doloroso fosse stato raggiungere quella consapevolezza, e se quella fosse l’eredità delle tenebre. Tutti loro avevano in fine accolto quel dono.

Ed è vero.

Il legame dell’oscurità è in fondo un vero e prorpio dono, un opportunità.

Ed è attraverso ogni lato oscuro che noi possiamo creare meraviglie. Cosi come è reale il contrario, ossia che attraverso la meraviglia, l’arcano, possiamo scovare il lato oscuro.

E’ tutta una questione di equilibrio.

E sapete cosa ci tiene in equilibrio?

L’amore.

La compassione.

Quella speranza di non fallire, di riuscire a volare di nuovo, nonostante ali strappate.

NOTA

Per le recensioni dei primi due volumi si rimandano ai seguenti link 

https://lesfleursdumal2016.wordpress.com/2018/06/18/legacy-of-darkness-il-pentacolo-e-il-respiro-del-diavolodi-miriam-palombi-dark-zone-editore-a-cura-di-alessandra-micheli/

 

https://lesfleursdumal2016.wordpress.com/2018/06/18/dentro-il-libro-viaggio-attraverso-la-simbologia-del-libro-di-miriam-palombi-legacy-of-darkness-libro-i-e-iidark-zone-editore-a-cura-di-alessandra-micheli/