“Dead sea” di Tim Curran, Dunwich edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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Non ho mai amato andare in barca.

Ne mi hanno mai sedotto le crociere.

Diciamo la verità, il mare non fa per me.

Amo la terra ferma.

Amo sentire il suo respiro.

Il mare è strano.

Piatto e calmo e poi all’improvviso le onde di alzano e sembrano entità decise a trascinarti con se.

I suoi fondali sono troppo scuri, troppo silenzio nelle sue profondità.

Un silenzio completamente diverso da quello montano, mai perfetto perché inframmezzato da una varietà di fauna che allietano serate e giornate.

C’è sempre un falco di giorno, o un rosicchiare di ghiri.

C’è una varietà di squittii e cinguettii.

Di grilli e altri movimenti che mi fanno compagnia.

Il bosco non è silente ma brulicante di vita.

E cosa dire di notte?

C’è sempre un gufo, un upupa o una civetta a cantarmi la ninnananna.

Il mare no.

Se uno si immerge sott’acqua non ode nessun rumore.

E sinceramente, la mia mente sensibile provoca strane visioni.

Ho sempre visto guizzi strani, ombre immense solcare i flutti.

E quindi no grazie.

Resto sulla terra ferma in compagnia del Big Foot.

Non voglio sentir parlare di meduse, strani cetacei, e altre bellezze marine.

E ne sono sempre più convinta dopo aver letto Curran.

Come al solito, perché non sono una persona sana di mente, l’ho divorato di notte.

In due notti di autentico terrore.

Credetemi.

Quel Dead Sea si è manifestato nella mia camera attutendo i rumori della mia movimentata notte montana.

Ho visto le ombre serpentiformi, il lezzo maleodorante di quel mare che in realtà sembrava davvero un brodo primordiale.

Ho visto quelle forme potenziali di vita, scartate dalla nostra evoluzione. E la nebbia.

L’ho provata sulla mia pelle, appiccicosa e oscenamente viva.

Ogni volta, leggere Curran procura la sensazione strana e claustrofobica di essere entrati in uno sorcio temporale in un altra dimensione.

I suoi libri sono porte su altri mondi, incubi per noi.

E mi sono trovata su un gommone di salvataggio e osservare allibita i mostri che popolavano quello strano brodo primordiale.

Il mar dei Sargassi è scomparso per lasciare posto a un sistema alieno, eppure perfettamente coerente.

La spiegazione delle ultima pagine, affascina e sconvolge tutte le nostre certezze.

E’ come se il sistema einsteiniano fosse dimostrabile, e osservabile.

Ed eccoci a uno strano elemento che scaturisce dalla lettura di Dead Sea ma anche dei precedenti libri di Tim.

La sensazione principale che i suoi libri dovrebbero darci è soffocante. L’odore dell’universo primitivo dovrebbe proprio darci la nausea. Eppure, non so perché, alla fine quello che mi lasciano i suoi testi non è claustrofobia.

E’ un senso di libertà, quello che da l’immagine di un universo senza fine, laddove l’ordinario come parola e come realtà svanisce.

E resta il mistero.

Orrorifico d’accordo, ma sempre mistero è.

I suoi universi portano alla luce qualcosa di nascosto in ognuno di noi. Istinti bassi e volontà di superare i limiti del consentito.

Quel Dea sea che reclama i suoi morti, diviene quasi una madre che consola dall’orrore del vero inferno: quello della vita di ogni giorno. Quella che ci ha già reso morti dentro, spogliandoci di sogni e fantasia.

I suoi uomini, quelli che lui descrive alla perfezione, sono solo corpi guidati da un istinto primordiale.

I suoi personaggi hanno rinunciato a ogni afflato di infinito.

E sappiamo noi sognatori come esso sia composto da abisso e paradiso. L’arcano non è solo magia, unicorni e folletti.

Ma anche sangue respiro e orrore.

E chi lo abbraccia lo abbraccia nella sua totalità.

Chi decide che la vita debba essere più vasta dei nostri schemi, accetta anche di indagare le pieghe dell’ignoto dove si celano i mostri. Consapevole che, forse, il vero mostro non è quello scarto evolutivo.

In fondo i suoi fantasmi, i suoi aberranti molluschi non fanno altro che rispondere alla loro natura predatoria.

Sono cosi, e non possono altro che assecondare i loro istinti.

Ma l’uomo?

L’uomo dovrebbe spingersi sempre vero l’infinito.

E invece precipita nella bassezza.

E cosi dead Sea in fondo, non fa altro che nutrissi della paura, della violenza di qualcosa che noi uomini già produciamo.

Tanto da non comprendere e provare disgusto per le nature aliene.

Invece di imparare a conoscerle e “rispettarle” nella loro stranezza.

Il Dead Sea fa orrore.

Eppure, alcune anime aperte verso la possibilità e l’imprevedibile, ne sono inesorabilmente affascinate.

Io, come voi, sono rimasto intrappolato in questo luogo abominevole per più anni di quanti vorrei ammetterne. Ma a differenza di voi, il mio esilio in questo vuoto è auto-imposto. Già, è vero… ho scelto di venire qui.Lasciate che mi spieghi meglio. Facevo parte di un gruppo di studiosi e ricercatori, sì, matematici e fisici e teorici quantistici, che erano da tempo a conoscenza delle anomalie spazio-temporali associate all’area del Triangolo dei Sargassi/Triangolo del Diavolo. Betydon, Connors, Imab e io. Abbiamo studiato a lungo queste aberrazioni…

E non posso no n sentirmi vicino al mio personaggio preferito John R. Greenberg e capirlo, comprendere la sua sete di conoscenza:

Morirò, forse.

Ma morirò sapendo.

E in forse chi scegli questa morte, in realtà vive, perché entra a far parte della sapienza.

Ecco perché affermo che, dietro gli orrori esiste nei libri di Tim quel senso di infinito che rende la lettura una malia da cui è difficile scappare.

O forse sono più deviata del mondo morto di Dead Sea.

Un ultima nota.

So che il libro di Tim è molto lungo. Almeno per i profani. Per chi invece è un lettore “compulsivo” come molti amano definirsi, il libro di Curran è solo un libro apparentemente normale.

La sua straordinarietà si cela nella capacità narrativa, raro talento che incanta, seduce e rapisce.

Chi conosce Tim non lo dimentica mai più.

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“Il battesimo di luce” di Natascia Lucchetti. A cura di Alessandra Micheli

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Van Helsing è uno dei libri a cui, Natascia tiene maggiormente. Non è solo un ritorno al suo stile e alle tematica a lei care, ma è anche una prova di quanto oggi sia cresciuta come autrice ma sopratutto come persona.

Un autore deve immettere nel libro se stesso.

Altrimenti la narrazione è solo una simpatica accozzaglia di parole che auto glorificano l’ego dello scrittore.

Ma a noi, del suo ego non ci interessa.

Vogliamo ritrovarci nella sua anima, consapevole che quello spicchio di cielo è un po’ uno specchio in cui rivedere noi stessi.

E pertanto dio, il male e la scelta qua in van Helsing intendo, diviene preponderante.

E’ vero che per Natascia i mostri veri sono altri.

E’ vero che Dracula è da lei visto come modello per una critica feroce alla società.

Che molte delle scelta fatte dai “mostri” sono necessarie al mantenimento di una determinata compagine collettiva.

Ma è vero che non è detto che, davanti la bivio tra noi e le esigenze degli altri, dobbiamo scegliere sangue e oscurità.

Possiamo anche decidere di abbracciare la luce e la lotta contro il male. Che esso sia o no risposta a un modello valoriale corrotto poco importa. Una volta compreso e pianto sopra ai carnefici non bisogna restare in silenzio.

Ma Van Helsing ha un solo grande problema: è come se fosse troppo immediato.

Pregevole arte di chi intesse storia con il dono di una parca, sembrava inesorabilmente e stranamente affrettato nel raccontarci l’evoluzione di Abhram.

Perché io conosco Natascia e a lei del dato scenico non frega un cazzo.

A lei serve vedere il percorso psicologico del suo figlio per poter conoscere ancor di più se stessa.

A lei interessa sapere come si arriva la bene o al male, per poter scegliere e scegliendo essere libera. Cosi come asserisce il suo meraviglioso Emanuel:

Esiste il libero arbitrio» disse Emanuel. «E non si può biasimare Dio se l’uomo si fa del male da solo, o cerca le ombre per avere più di quanto non possa. Capisco i vostri dubbi, sono quelli di tutta l’umanità. Le malattie, le carestie, le guerre, un Dio buono non dovrebbe permetterlo. Eppure Dio non è una balia, non è nemmeno un djinn che esaudisce desideri, egli ha creato la natura e l’uomo e ha dato loro il potere di gestirsi da soli.»

«Ci ha abbandonato?» conclusi io.

No. Ci ha reso liberi» ribatté lui, distendendo il braccio armato di un’altra spada di legno, con la quale colpì quella che stringevo io, debolmente. «E dobbiamo mantenerci liberi.»

Ed è la libertà il vero senso di questo racconto che va ad arricchire completare e delucidare il percorso di un uomo che al battesimo di sangue, forse più immediato, più capibile, decise il percorso irto di ferite, di dolore di solitudine: quello degli angeli e della luce.

Abram è libero perché non si lascia andare a un destino già tracciato.

Lui sceglie.

Andare dove anche gli angeli spesso esitano, perché significa superare la propria mortale umanità.

È tosta.

Ma se vogliamo essere liberi, non serve bestemmiare dio.

Serve solo comprendere che ci ha amato cosi tanto:

Era un Creatore che aveva donato il suo mondo alla natura e agli uomini e aveva lasciato loro la libertà di gestirlo.

E in un piccolo, agevole, scorrevole libro che va a completare e arricchire il suo testo principale, Natascia è capace ancora una volta di lasciare il segno.

Cosa che libri più autorevoli e forse complessi del suo non riesco a fare: un inno alla meravigliosa particolarità di un uomo, che è speciale proprio perché libero.

Allora spezzate le catene e fate come Abraham: cercate la luce, e con essa illuminate il buio

“Necropolis. Whiborne e Griffin #4”. Di Jordan L. Hawk, Triskell edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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Eccoci alla quarta avventura di Whiborn e Griffin.

In questo testo, finalmente, il mio eroe si mostra in tutto il suo splendore e i ruoli si ribaltano.

Per chi ha già letto gli altri libri, avrà notato senza dubbio un vero percorso evolutivo di Perceval.

Timido, ingabbiato nelle sue insicurezze, convinto della sua non adattabilità alla società in cui vive, resta ripiegato su se stesso.

E’ un diamante offuscato senza luce che faccia brillare le sue molteplici sfaccettature.

Abituato a una strana invisibilità, quasi convinto che il suo vero autentico posto sia negli angoli.

Eppure, come direbbe una poetessa che amo:

Vorrei viaggiare con gli angeli

attraverso gli angoli

della vita più eterna anziché vivere la vita

piena di insidie piene di incoerenze e falsità

Simona Accarpio

Solo questa poesia potrebbe descrivere perfettamente tutta la saga proposta dalla Triskell.

E’ proprio negli angoli polverosi, quasi remoti, che Whiborne trova finalmente la sua collocazione, sviluppando le potenzialità come una lenta ma inesorabile scoperta.

Ed è quella sua sofferenza quel suo non sentirsi nulla, quel suo vuoto che gli permette di essere “riempito” non solo d’amore ma di scoperte costanti di se.

Adesso negli angoli Whiborne non vive più.

Eppure di quell’esperienza cosi disperata, cosi solitaria porta con se una coscienza altamente sviluppata.

Lui che sa cosa significa non essere accettato, non essere rispettato dagli altri, pertanto, sviluppa non solo forza morale ma empatia.

E quel cuore che pulsa e che vibra di sentimenti pure, lo rendono cosi integro che il male che affronta, non può assolutamente toccarlo.

Ecco che Griffin il forte diviene la parte fragile e Whiborne il fragile diventa una roccia.

Perché entrambi sono parti di uno stesso Tao, parti di uno stesso essere che brama semplicemente alla vita.

Una vita vissuta fuori dai rigidi confini, magari in quegli angoli che da impolverati divengono fonte di saggezza e di sapere.

Quegli angoli in cui ci sono mani tese, frustrazioni e ribelli in attesa di un solo unico sguardo.

Whiborne qua è sicuramente una figura potente che domina tutto il libro e che serve all’autrice anche per continuare la sua missione di denuncia. Qua due sono i temi, la condizione femminile e l’etnocentrismo sfrenato del colonialismo irrispettoso.

Le donne qua raccontate sono archetipi di questa feroce violenza. Entrambe, sia colei che accetta lo status quo, sia chi lo rifiuta sono vittime dell’anatema sociale.

Una viene considerata pericolosa e pazza, cavia adatta per celebrare una radicata convinzione, ossia la condizione di inferiorità fisica e psichica della donna, soggetta spesso a casi di isteria.

Una donna che legge studia ed è sapiente?

Abominio.

Meglio una relegata tra le mura domestiche tanto spesse da soffocare gli urli quando la violenza patriarcale si scaglia con la volontà di annullarle il sorriso.

E il biasimo per entrambe.

Colei che reagisce e colei che non lo fa.

Sono sempre elementi accessori di una società che fa mostra di se stessa, pavoneggiandosi dietro a valori che di etica non hanno nulla.

Pensate sia oramai una situazione sorpassata?

Recensisco da tre anni.

E leggo da quando ne ho sei.

E tutt’oggi alcuni sedicenti dotti, si stupiscono del fatto che conosca Proust, Flaubert e Balzac.

Anzi mi è stato espressamente fatto capire che trovavano strano il fatto che non leggessi romance.

E che potessi dialogare di fisica quantistica, filosofia e psicologia.

Ne vogliamo parlare?

Del resto sono cosi le civiltà evolute.

Poco rispetto per le parti condannate a essere deboli reiterando il sistema eterno di dominazione sottomissione.

Poco rispetto per il diverso e la cultura, usata solo per mostrare la propria superiorità.

E cosi L’Egitto diviene folcloristica ricerca di un successo accademico, accumulazione sfrenata di manufatti, senza rispetto per le tradizioni e per le leggende.

Era consapevole della grande disparità che c’è tra i pochi penny con cui vengono pagati i suoi connazionali e le migliaia di dollari a cui vengono rivenduti i reperti a New York o Parigi.» Si accigliò e fece un ampio gesto.

«Guardati intorno. La maggior parte di questa gente è disperatamente povera, e nei villaggi è persino peggio. Francia e Gran Bretagna sono come due dottori che discutono di un paziente agonizzante, ma che non fanno nulla di concreto per aiutarlo. Ciò di cui l’Egitto ha bisogno è un sistema educativo decente, specialmente per le donne. Se fosse per me…»

E tutt’oggi noi continuiamo a mantenere un sistema paternalistico che in fondo se ne frega delle meraviglie di altri paesi.

Per noi sono solo elementi capaci di adornare un musei inno alla potenza di una o dell’altra nazione.

Senza comprenderne né il valore e senza da esso trarre rispetto e ammirazione per le culle della civiltà.

E nessuno di noi, colonialisti fino al midollo è consapevole che in Afganistan, in Siria, in Egitto ci sono persone come noi,

Non li paga in modo equo per tenere lontani i ladri,» sbottò lui. «Li paga equamente perché li vede come esseri umani con una loro dignità, non selvaggi che dovrebbero ringraziare per ogni avanzo gettato verso di loro.»

Devo spiegare davvero perché ho amato e amo questo libro?

Posso solo dirvi che il mio amato Whiborne mi riserverà tante sorprese e non vedo l’ora di farmele raccontare da questo grande, unico uomo. Purtroppo di carta.

Purtroppo.

Altrimenti alle Europee lo votavo sicuramente.

 

 

“Stormhaven. Whiborne & Griffin #3” di Jordan L. Hawk, Triskell edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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Una cosa è certa: la bravissima Jordan L. Hawk non è solo una maestra ad intrecciare le trame.

E’ molto di più.

E dopo il terzo libro della serie Griffin e Whiborne ne sono più che mai convinta.

Lei elogia quella forma di arte che, attraverso azioni, adrenalina e amore scioccante, elargisce anche stimoli al pensiero e alla riflessione.

Per questo a volte mi indigno quando i suoi meravigliosi libri vengono letti soltanto come un ottimo e adorabile urban fantasy, o peggio un rosa con l’orrenda dicitura MM.

Come se l’amore fosse bisognoso di etichette.

L’amore è amore, e poco importa quale sia l’oggetto della vostra passione, se l’arte, se l’ideale, se un uomo se una donna o persino un adorabile gatto.

E’ quella forza che ci fa essere miglior agli occhi dell’altro la vera, unica magia.

E’ quella capacità non si superarli soltanto, ma di accettarli i nostri limiti, di scavare in fondo all’insicurezza mettendo, per la prima volta forse nella nostra vita, l’altro al primo posto e non la mera soddisfazione dei bisogni.

L’amore eleva l’animo, gli dà nuova linfa vitale, gli dona il respiro e una lacrima di pura compassione per lenire e guarire le proprie orrende ferite interiori.

E’ questo è l’amore celebrato nella saga.

Ma a me, personalmente interessa altro.

Elementi che l’autrice sparge con astuta consapevolezza dietro il velo dell’avventura e dell’esoterismo.

E sono quelli che smuovono qualcosa di assopito dentro di noi, chiamatela coscienza, chiamatelo impegno civile o tendenza ad abbracciare gli ideali.

E attenzione.

Sono gli ideali e non le ideologie, religiose, politiche o economiche, baluardi al servizio dell’uomo, quei muri che ci proteggono dalla sfrenata ambizione di chi, alla sua umanità rinuncia per sedere sul trono del re potere.

Stomrhaven affronta uno dei discorsi più complessi e più vergognosi della nostra civiltà: la pazzia.

Per secoli e fino ad oggi, il pazzo è un pericoloso deviante che mette a rischio l’intera impalcatura sociale.

Ogni forma di distorsione mentale da quella meno pericolosa a quella addirittura curabile, sono visti come orribili demoni da combattere.

O, peggio, da ignorare.

Seppur vero che alcune forme di nevrosi rendono il malato un pericolo per se stesso e per gli altri e vanno assolutamente curate, mi si conceda un pensiero: le altre sono semplicemente diverse visioni della realtà aborrite dalla società moderna.

Da sempre aborrite oserei dire.

Cosi il pazzo che sogna, che si rifugia nel mondo onirico, che è un eterno bambino, viene visto male perchè….improduttivo.

Accadeva nella fine ottocento e fidatevi, accade anche oggi.

Non a caso la dicitura per un cervello che risponde e si connette con altre frequenze diverse da quelle ritenute consone alla normalità, è di handicappato.

Come se l’affronto di essere connesso su altre frequenze del pensiero, su altre dimensioni mentali fosse davvero una limitazione.

Oggi, il pazzo è il menomato e stenta a farsi strada la dicitura più coerente e più obiettiva di diversamente abile.

Diverso, non menomato, non incapace, non difettoso.

Semplicemente qualcuno con abilità cognitive e mentali aliene dalle nostre.

A cui dovremmo approcciarci con curiosità e non con senso di superiorità.

E’ quella convinzione di essere migliori, i dominatori, i depositari di una genetica vincente che stimola il pensiero a relazionarsi con il mondo, nel senso della finalità cosciente.

E ci rendesse autorizzati a manipolare, sperimentare e usare quei cervelli inferiori.

Che appunto perché incapaci di essere utili, sempre in senso produttivo, alla società, almeno possono essere sacrificati per la conoscenza scientifica.

Di sperimentazioni del genere la storia trasuda esempi.

E Stormahaven ce lo mostra in tutto il suo orrore.

Non a caso la volontà di asservire un antica divinità marina, è un simbolo potente.

Nel libro, il dio dei mari e quindi dell’inconscio e degli impulsi oscuri, non sale in superficie perché reo di causare un caos distruttivo.

Esso si limita a osservare il mondo reale e a bearsi delle meraviglie di una realtà cosi diversificata e cosi variopinta.

E’ presente ma non prende mai il posto di dominatore.

Lo scienziato folle, cosi come fece l’orribile dottor Mengele tenta di utilizzare per finalità mai nobili, queste forze inconsce.

A volte giustificando i propri esperimenti inumani, altre per trovare sempre nuove forme di manipolazione del pensiero, utilizzando proprio, per i più turpi esperimenti, coloro che sono considerati non solo senza diritti, ma persino scarti civili.

Ecco che il folle diviene l’uomo senza diritti, tolto di mezzo perché reo di sconvolgere le concezioni rigide di una società che, per mantenersi, doveva scacciare l’immaginazione dai suoi valori.

E negare ogni realtà immateriale.

Ecco che Griffin stesso diviene simbolo di quella corsa sfrenata a soffocare l’orrore sotto il perbenismo silente, complice delle forze distruttive che, ogni morale società, espelle come scorie nocive.

Lungi dall’esaminarle e dal conoscerle preferisce seppellirle.

Perché vedete, non sono i mostri, non sono gli alieni, non sono antiche divinità il vero pericolo.

Ma chi le evoca per fini ignobili come quello dell’interesse.

Economico, politico o di sopraffazione.

Ecco che il vero squilibrio di Stormhaven, cosi come il disastro provocato negli altri due libri è sempre e solo l’insensatezza di un uomo che, in realtà, non si accetta.

E non accettandosi in tutta la sua umanità, non riesce, davvero, a vivere.

 

 

“La Vendetta nel vento” di Roberto Ciardiello, Dark Zone. A cura di Alessandra Micheli

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E’ una recensione molto difficile questa per me.

Perché il libro tocca corde molto sensibili della mia anima.

Anzi oso asserire, dell’anima di tutti.

Per questo essere distaccati risulta difficile, se non impossibile.

Quindi l’unico modo di procedere è raccontarvi e raccontarmi le suggestioni provate durante la lettura.

Premetto che è la prima volta che ho dovuto lasciar decantare il testo, affinché i residui evaporati dopo un lasso accettabile di tempo, potessero deporsi sul fondo e essere osservati senza l’ebbrezza che quel vino amaro, l’amaro calice, mi ha provocato.

Perché se è vero che il libro ci racconta, apparentemente il tema della vendetta, dietro l’elemento sanguinario che stuzzica i nostri impulsi più oscuri, esiste un tema scottante, fastidioso, stridente: la violenza sulle donne.

ANZI sulle bambine.

Capirete che vedere l’innocenza spezzata e vilipesa non può non farmi urlare di rabbia e non può non rendermi felice dell’epilogo.

Parlo io che ho sempre e da sempre rifiutato la violenza sia verbale sia fisica, che ho rifiutato questo sistema basato sulla rivendicazione assoluta dei torti, sull’occhio per occhio e dente per dente.

L’ho fatto convinta che il fucile, raccontato nella canzone dei nomadi, quello impugnato da Salvador fosse semplicemente l’archetipo della forza perturbante della parola.

Dell’impegno e dell’esempio.

Di chi non cede alla volontà di questa civiltà allo sbando, che tenta di livellarti e di farti suo complice.

Ma se una bimba piena di sogni, viene stuprata e uccisa solo per soddisfare la noia, allora è molto difficile per me mantenere l’impegno. Quella ragazza non conoscerà la dolcezza dell’amore, il bellissimo fiato corto di una corsa per i prati o l’eccitazione senza pudore dell’amore fisico.

Non avrà un futuro, non diventerà la persona che i suoi sogni dipingono. E tutto questo perché ci hanno insegnato che esistono vittime e carnefici. Che la donna è solo un mero trastullo, un oggetto da giostrare a piacimento.

All’uomo hanno insegnato che la noia si combatte con la trasgressione, che il piacere sia strettamente connesso al dolore e al supercemento egoico dei limiti.

Violazione.

E’ quella a donarci l’ebbrezza.

Ci hanno insegnato che l’istinto domina l’uomo e quindi perché farsi scrupoli?

E l’ideale, la compassione non hanno posto in occhi che di umano hanno ben poco.

Perché quando non senti più il dolore di nessuno su di te, come una ferita aperta, un ingiustizia che senti tua, che senti sulla tua pelle, fatta a ognuno, in ogni misera, microscopica parte del mondo, hai perso l’umanità .

Sei già morto.

Quando voi guardate con libidine e non con incantata meraviglia una donna, un’adolescente e pensate “Me la farò” voi siete già perduti.

Perché per voi, ogni essere vivente non è altro che uno strumento, di possesso, di piacere, di guadagno.

Di riparazione di torti subiti chissà quando.

E invece, è nella sofferenza acuta, è nell’esistenza delll’abisso, nel nostro sostare in quella fossa oscura, l’arte di imparare a ammirare il cielo e cercare di uscire dalla tomba, scavata dal re di turno.

Ed è l’incazzatura contro quell’assurda realtà che scava quelle prigioni di terra brulla, di terra arida, la vera chiave per la liberazione di tutti noi, perché quel re lo detestiamo, a quel re non crediamo più.

Nel libro il Demiurgo crudele della gnosi, ha vinto.

Ha ucciso e fatto uccidere.

Ma, sopratutto, ha fatto prevalere la vendetta come unica arma di rivalsa. Una vita per una vita.

Ed è cosi che funziona.

Nessuno va alla radice del problema.

Una ragazzina in un quartiere a rischio, isolato e dimenticato persino dai sogni.

Cammina e tutti divengono sordi e ciechi.

In fondo, il pregiudizio, l’omertà ci salva dalla colpa di aver permesso che la solidarietà contadina, fatta di reciproco controllo sociale, venga messa a tacere.

Morta e rinsecchita, raccontata come una favola che ci priva della libertà. Siamo liberi dicono.

Io questa decantata indipendenza non la vedo.

Non l’avverto nel libro che è e resta, reale.

Perché quello descritto non è null’altro che una rappresentazione di cosa accade oggi.

Uomini che stuprano, che uccidono.

Che fotografano il risultato della loro perversa volontà si superare i limiti.

E poi il senso di colpa li corrode, fino a farli diventare bestie.

E assistiamo al trito coro di chi davanti al cadavere non fa altro che urlare. Ma un urlo senza la forza del cambiamento.

Nessuno urla cambiamo la musica.

Cambiano la sceneggiatura e impariamo a cambiare gli attori.

La vendetta è nel vento.

La respiriamo e l’ho respirata io.

E se pensavo che l’epilogo tragico del testo mi desse sollievo, beh non è stato cosi.

Mille altre ragazzine rischieranno e saranno altrettante cappuccetto rosso preda dei lupi famelici.

Eppure, ricordo che il lupo è non il simbolo di impulsi osceni, ma della solidarietà e della crescita.

Il lupo è insegnate e difensore dei principi che fondano la vera collettività.

In una notte buia, in una notte senza luna, nessuna bimba deve andare incontro alla morte o alla violenza.

Nessuno deve restare indifferente.

I mostri non si combattono con la vendetta che non è altro che la violenza giustificata.

Si combatte con il coraggio di cambiare finalmente le note.

Se una ragazza, vuole di sera

andare sola per strada

non lo può fare

non è corretto

che non sia accompagnata

Andare sola per la città

e non c’è niente di male

ma una ragazza

chissà perché

questo non lo può fare

Andare sola, per la città

mi sembra un fatto normale

ma una ragazza

chissà perché

questo non lo può fare

E’ un incantesimo strano, che la colpisce da sempre

mentre il duemila, non è più tanto lontano

Tutte le sere rinchiusa in casa

ma questa volta ha deciso

e vuole andare

per la città

sola col suo sorriso

Sola per strada col suo sorriso

e chi può farle del male

se ci saranno

mille ragazze

che la vorranno imitare!…

Edoardo Bennato

“A carne(male) ogni delitto vale”. Autori Vari, Nero Press edizioni. A cura di Natascia Lucchetti

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Rimaniamo sempre in tema horror.

Be’, ormai quando vedete il mio nome su una recensione penso ve lo aspettiate. Alessandra è stata davvero un angelo a concedermi tutti questi bei libri da recensire. Non finirò mai di ringraziarla. Mi ha detto che Nero Press non delude mai e sì, ha ragione in pieno.

Quando ho visto il nome di questa raccolta di racconti e ho letto la sinossi ero certa che avrei gradito e anche tanto la lettura.

Il tema principale che percorre tutti i racconti è la maschera e l’assassino.

C’è una prefazione molto interessante all’inizio del libro che approfondisce questo tema sia in letteratura che nel cinema.

È fatta molto bene e razionalizza l’evoluzione e l’utilizzo di questo elemento narrativo in modo completo.

Non entrerò in merito di ogni racconto, perché tutti si basano sulla suspence e rivelare anche solo un dettaglio di troppo rovinerebbe l’esperienza, però posso riportarvi i temi che vengono trattati.

Terrorismo, follia, vendetta, onore o solo la tentazione di scoprire qualcosa di nuovo portano i protagonisti a compiere assassinii, nascosti dalla maschera. Sembra che l’oggetto sia in grado di fare dell’uomo un altro essere, di renderlo più forte, più temibile, proprio perché nasconde la sua identità da fallibile umano. Difatti il confine tra umano e bestia, tra umano e dio, tra umano e maschera si assottiglia fino a sparire in tutti i racconti.

E quando sparisce?

Quando la lama cala sulla vittima.

È proprio la morte a unire essere umano e travestimento, cancellando il primo. Ed ecco che in quel momento l’assassino è un Dio malvagio, un demonio, un cacciatore di mostri, un grande guerriero che segue gli ordini del destino o anche una semplice maschera che approfitta della confusione.

Ma non ci sono soltanto carnefici mascherati in questa vicenda; la maschera viene indossata anche dai capri espiatori il cui assassinio viene nascosto dalla folla vociante e in festa durante il Carnevale, perché come dice il titolo della raccolta, tutti i racconti sono ambientati quel giorno.

È interessante anche scoprire le origini e gli usi di ogni ambientazione, perché sono anche loro i protagonisti delle storie a cui fanno da sfondo. Le leggende cupe sugli spiriti maligni che vengono scacciati dalle maschere positive, oppure l’artificiosità del finto Carnevale di Venezia, l’ingenuità di chi partecipa a una festa variopinta senza aspettarsi la fine che arriva portata da un finto guerriero, i carri allegorici sono in certi punti ancora più forti dell’introspezione del protagonista.

Il Carnevale è il vero protagonista della raccolta.

Una festa di liberazione, evasione, ribellione che spesso si rivela una copertura degli intenti più bassi dell’uomo. È la maschera dell’umanità che finisce per rivelare la sua vera natura.

Dietro uno schermo che impedisce agli altri di riconoscerci, siamo capaci di fare qualsiasi cosa con naturalezza, anche di liberare il più violento degli istinti.

Gli appassionati di horror non possono lasciarsi sfuggire questa raccolta. È cruda, feroce e vivida.

Le storie sono tutte molto diverse e danno la possibilità di vedere l’effetto della maschera sull’uomo, sull’assassino, da ogni punto di vista.

Vi consiglio di prenderlo anche per lo stile impeccabile degli autori, perfettamente adatto al genere, mai esagerato o banale.

“Un dolore oscuro” di Giuseppe Calzi, Dark Zone. A cura di Alessandra Micheli

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Giuseppe Calzi non è un autore comune.

Cerco di spiegarmi.

Ogni libro ha un significato nascosto dietro la trama, le scene descritte e le azioni dei personaggi.

Occhieggia silente e aspetta di essere chiamato in causa dal lettore o, nel mio caso, dal recensore.

Il senso, quindi è nascosto tra l’universo a stringhe chiamato libro, e o si cerca o ci si cade quasi per distrazione.

In rari, rarissimi casi, è il significato a fare da burattinaio lasciando che il resto (stile, genere,tecnica narrativa) non siano altro che i fili che lui stesso muove.

E’ il senso il perno attorno a cui tutto il contorno ruota.

E non bisogna cercarlo, piuttosto bisogna comprendere come, gli elementi narrativi si incastrino attorno a esso.

Nei libri di Calzi avviene proprio questo.

E’ il senso che dà origine al libro: tutto parte dall’esperienza e dall’interpretazione dell’esperienza, che Calzi immette nelle sua artistiche performance.

Se il primo libro raccontava di un tema a me caro, la depressione, nel dolore oscuro ancora una volta l’autore legge dentro di me e decide di indagare il più terribile dei demoni.

Eccolo che si presenta a noi, con i suoi acuminati denti, quel sospiro mozzato, quel grigio che tutto ingloba: il dolore.

Per me è difficile parlarne, perché quel mostro ramificato, io l’ho conosciuto, affrontato, sfidato e alla fine abbracciato.

Guardato negli occhi, ne ho sopportato il fetore, e nonostante la sua presenza mi sono rei-inventata un altra vita.

L’ho visto in occhi che si spegnevano e in lutti che demolivano, pezzo per pezzo l’anima.

L’ho temuto, e sono stata in procinto di soccombere.

Pertanto, perdonatemi, se non riuscirò a parlarvi di questo libro in maniera asettica.

La colonna sonora di questo viaggio allucinante eppure salvifico, sarà il mio solito Vecchioni, ma un Vecchioni molto diverso. Non un cantato ma un raccontato, che con passo lieve intesse una danza con il ritmo delle parole scaturite dalla penna di Calzi.

Ho conosciuto il dolore è la canzone, il sottofondo ideale per questo testo. Tutti noi abbiamo incontrato questa nube nera.

L’autore la descrive come una nebbia calda, troppo calda, capace di lasciare vesciche sul nostro corpo interiore.

Si piazza sullo stomaco e ci mozza il respiro.

Il dolore ti guarda, con occhi rossi come il sangue che il cuore, intaccato dalla sua lama, versa.

E quando la morte devasta ogni certezza, distrugge la vita emotiva e reale del protagonista, il dolore esulta.

L’ho sentito, con la stessa voce di quando esultava pensando di vincere me.

Calzi identifica una delle cause più devastanti, che troppo spesso fanno la conoscenza con la nostra resilienza, il maledetto tumore, quell’incepparsi della perfetta macchina chiamata organismo, che cede sotto i colpi funesti dell’informazione impazzita, che si propaga e distrugge ogni energia vitale. Quel male oscuro, uccide l’amore della vita di Dave, distrugge certezze e progetti, distrugge presente e futuro, lasciandogli solo un passato che punge acuminato come uno spillo.

Non è un ricordo piacevole, ma la rimembranza di ciò che non sarà più.

Che non potrà più essere.

Ecco che la rabbia, per quello scellerato destino senza senso, intervenuto come una nota stonata a rovinare la perfetta melodia, si espande iniziando a corrodere ogni anfratto segreto di quell’io solo, sconvolto e fragile.

Senza più muri a proteggerlo.

E’ cosi che ci riduce il dolore.

Embrioni senza più la possibilità di essere.

Sospesi in un limbo eterno.

E di quell’embrione il dolore si appropria, stuzzicando con le sue dita da ragno ( non è una frase mia ma di Vecchioni) quelle ferite ancora aperte. E sapete cosa succede se le ferite non si curano con l’amore e la compassione?

Si infettano.

E producono oddio, vendetta, rabbia.

E la nube nera se ne nutre, ridente.

Allora invade ogni nostro pensiero, e il pensiero diviene azione e realtà: il paesaggio è di un’orrore allucinante, gelido, immobile, oscuro tenebroso, decadente.

E Calzi lo rappresenta con un tanfo di putrefazione che si avverte nelle narici.

Io l’avverto perché l’ho sentito più e più volte.

Perché il dolore può essere porta, ma anche prigione, una prigione dove non ci sono finestre a illuminare gli oggetti.

E questi proiettano ombre terrificanti, presenza costanti, in una lunga notte senza fine.

Il dolore non ci fa godere gli attimi.

Gli istanti magici, il calore di un cammino.

Non ci fa piangere, ricordando il tempo che fu.

Non ci fa ricordare un abbraccio, una carezza.

Distrugge i sogni.

E un uomo senza sogni non è nulla, solo un guscio vuoto preda ambita di golosi demoni.

Ecco diventa una sorte peggiore della morte, perché la morte è il contrario della vita, il suo opposto.

Diventa una non vita, una non esistenza.

Quando il dolore bussa è per farci assaporare quelle semplicità, quei gesti che diamo per scontati.

Esige il sacrificio per farci aprire gli occhi.

E’ la porta adornata di agrifogli da cui passare a un altra percezione del reale.

E’ la sfida di chi sa che la morte non esiste e se esiste è solo un altro modo di vivere.

E’ la prova che noi, all’anima, ci crediamo davvero.

Il dolore ci fa ascoltare il qui e ora.

Immersi in lacrime e devastazione, possiamo sentire la linguetta calda di un cane o di un gatto, darci quel sollievo che cerchiamo.

Perchè il dolore rende i sensi acuiti e più vigili.

In questa poetica, meravigliosa storia, il dolore è semplicemente la consapevolezza che, l’amore, è un emozione cosi grande, cosi immensa, cosi potente, che ci resta attaccata alla pelle, nonostante assuma altre forme.

Nel libro il dolore vero, quello vissuto fino in fondo, quello assaporato goccia per goccia, salva la nostra anima.

E sconfigge il male.

E’ nel dolore che noi ci sentiamo…uomini.

Ho conosciuto il dolore:

ed era il figlio malato,

la ragazza perduta all’orizzonte,

il sogno strozzato,

l’indifferenza del mondo alla fame,

alla povertà, alla vita…

il brigante nell’angolo

nascosto vigliacco battuto tumore

Dio, che non c’era

e giurava di esserci, ah se giurava, di esserci….e non c’era

ho conosciuto il dolore

l’ho preso a colpi di canzoni e parole

per farlo tremare,

per farlo impallidire,

per farlo tornare all’angolo,

cosi pieno di botte,

cosi massacrato stordito imballato…

cosi sputtanato che al segnale del gong

saltò fuori dal ring e non si fece mai più

mai più vedere

Poi l’ho fermato in un bar,

che neanche lo conosceva la gente;

l’ho fermato per dirgli:

“Con me non puoi niente!”

Ho conosciuto il dolore

e ho avuto pietà di lui,

della sua solitudine,

delle sue dita da ragno

di essere condannato al suo mestiere

condannato al suo dolore;

l’ho guardato negli occhi,

che sono voragini e strappi

di sogni infranti: respiri interrotti

ultime stelle di disperati amanti

-Ti vuoi fermare un momento?- gli ho chiesto –

insomma vuoi smetterla di nasconderti? Ti vuoi sedere?

Per una volta ascoltami!! Ascoltami

. e non fiatare!

Hai fatto di tutto

per disarmarmi la vita

e non sai, non puoi sapere

che mi passi come un’ombra sottile sfiorente,

appena-appena toccante,

e non hai vie d’uscita

perché, nel cuore appreso,

in questo attendere

anche in un solo attimo,

l’emozione di amici che partono,

figli che nascono,

sogni che corrono nel mio presente,

io sono vivo

e tu, mio dolore,

non conti un cazzo di niente

Ed è in questo libro, che risuonano le note di una speranza che può sbocciare soltanto solo in sentimenti cosi candidi, cosi puri.

E’ nel coraggio di affrontarlo il male, che il dolore diventa scudo. E invece che nemico, si trasforma nella nostra unica difesa.

Chi soffre, chi sente il dolore lacerargli la pelle, non resterà mai sordo e indifferente ad altri occhi spalancati nel buio

 

 

“Le ossa dei morti” di Miriam Palombi, Dark Zone. A cura di Alessandra Micheli

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Ho sempre sostenuto e sempre sosterrò che l’horror come genere letterario, ha in se una armonica bellezza.

So che vi sconvolgerò, perché per molti si tratta di libri che raccontano di squartamenti vari e di infernali punizioni.

Ma non è cosi.

L’orrore si incentra sul tema del male è vero, ma si contorna di atmosfere soffuse, tenebrose si ma di una loro lucentezza.

E’ un genere che ha origini nelle suggestioni gotiche, e ancora più lontano nelle immagini quasi oscure dei racconti graaliani, laddove il nero era, in fondo, radioso, dove le differenti sfumature di colore si susseguono in un caleidoscopio di bianco, rosso vermiglio e nero, come le ali del corvo.

Ed è in questo modo di interpretare la bellezza che va ricercato e inquadrato la spettacolarità di quel genere che usa, appunti, questi colori.

Lo stesso libro della Palombi si nutre di queste gradazioni: il bianco delle ossa o dei volti cadaverici, il rosso del sangue e il nero dell’abisso da cui gli incubi tentano di uscire.

E nelle descrizioni la Palombi ci sa fare, donando a quel cupo splendore una classe e un’eleganza che non sfigura nei sepolcri di Foscolo e di Edgar Allan Poe.

Ha perfettamente inquadrato la nostra autrice Paolo di Orazio nella sua prefazione:

Questo romanzo esiste per chi ama e sa cosa aspettarsi dall’horror.  L’autrice ha le idee ben chiare e sa come dimostrarlo dalle primissime battute. Qualità sempre più rara.

In una non-epoca di caos cognitivo di generi, di supponenza creativa

Nelle ossa dei morti tutto è logico, consequenziale, ben incastrato e privo di quelle sceneggiate di apparenza che servono per colmare dei vuoti narrativi.

Horror non è solo lo splatter, è l’atmosfera claustrofobica ma soprattutto una sorta di strisciante fascinazione che inevitabilmente ti tiene incollata alle pagine e non può non suscitare una morbosa e seduttiva attrazione verso quegli inferi rigurgitanti demoni e creature contorte.

Il vero horror, non è repulsione ma direi amore.

E un amore forse contro coscienza, contro ogni nostra strutturata percezione del bello, influenzata da una certa propensione per il politicamente corretto e per il moralmente accettabile.

Ecco che la villa maledetta, prototipo e al tempo stesso innovazione nel panorama del ghost stories, non si nutre soltanto di male e di azioni eticamente indicibili, ma anche di una volontà di oltrepassare le barriere del consentito, del benessere societario, del limite che la collettività impone per una “civile” convivenza per poter esaltare una sorta di super io che trascenda ogni legge divina.

O umanamente corretta.

E cosi, i secoli si avvicendano stuzzicando la mente, sicuramente contorta, ma al tempo stesso eretica,di chi con la morte vuole avere un rapporto paritario.

Di chi vuole contrattare l’orrenda fine anche a costo di barattare…la propria anima.

E’ la volontà dei perdenti, dei vinti, che tentano di redimersi attraverso un ribaltamento dei ruoli che dipingono in modo inflessibile il dominato e il dominante.

In questo testo il cattivo, è affascinante perché tenta una sorta di rovesciamento della morale, seppur non cosi ribelle da azzardare un suo totale annientamento.

Ecco che la villa diviene tentazione vera, quella si di abbracciare una divinità oscura che, lungi dal rifuggire l’oscura dama con la falce, decide di nutrirsene e di alimentare, al posto dei sogni, gli incubi più atroci. Ecco che la perversione non si compie: diviene una sorta di atto disperato e tragico di chi vittima degli eventi non ci vuole essere.

Da un 500 vittima di malattie causate dall’ignoranza e dalla scarsa igiene, a una società che nasconde le prove della sua incapacità a essere protettore dei diritti e dei bisogni delle sue componenti minori, donne e bambini, sacrificandoli come basto del dio blasfemo.

Un dio che comunque essi , i potenti, servono, visto che una società dedita al buono, al bello e al giusto, non produce Maddalene da redimere, né bambini da abbandonare.

E fino al moderno novecento con la sua atrocità razzista, convinta che il modo migliore di creare un vero eden fosse quello di distruggere quella componente malsana che ha decreato una società debole e inerme, atta quindi al contagio della degradazione morale.

Peccato che quell’anello debole, non sia affatto una razza precisa, ma un oscuro bisogno umano di dominio.

Ecco che i suoi cattivi, cattivi fino al midollo, sono anche oggetto di una pena infinita.

Pena per vita cosi disperata da dover cercare l’oscura magia pur di sopravvivere.

Di intelligenze buttate al vento in deliri di onnipotenza, di giovani vite uccise prima dell’atto reale, uccise nell’identità, uccise nei diritti, unisce per colpa della volontà di non vedere.

In tutto questo affresco che assume i contorni di una danza macabra, la mostra Dea Morrigan è la demiurga assoluta, ci seduce, ci compiace, ci allieta.

Ci rapisce e ci incanta tanto che le immagini terrificanti assumono una loro romantica bellezza: corvi volteggiano su noi noi, agonizzanti capaci di macchiare di vermiglio prati innevati, e upupe dallo stridere lugubre e al tempo stesso incantevole.

Lapidi come ossute mani bramose di abbracciarci fino a renderci semplici ombre, succhiando energia con un bacio letale.

Immagini che ammaliano, nonostante la nostra strenua resistenza e che ci lasciano attoniti e quasi esausti, perché il viaggio verso l’orrore è un viaggio al centro di noi stessi.

La demiurga terribile e bellissima sorride, e intesse la sua malia raccontato di riti pagani oscuri, dediti alla sconfitta finale della morte, e a riti oscuri in cui antichi alfabeti pervenuti direttamente dalla superstizione medievale ci ricordano che, questo grande uomo cosi perfetto è in fondo un fragile e pauroso essere preda dei deliri notturni.

Troveremo formule arcane, persino un accenno all’alfabeto tebano, usato dalle streghe per i loro impicci magici.

E un alfabeto runico mischiato con quello inventato da Cornelius Agrippa, il mago per eccellenza.

E la tentazione di usarlo per fissare sul foglio le parole sarà immensa: ma attenzione, sono antichi alfabeti pieni di quel potere della parola oggi esautorato dalla nostra frenesia post moderna.

E la parola antica si nutriva dell’anima di una persona, della sua parte più nascosta, creando golem nati direttamente da un calderone che raramente donava effluvi di fiori…

Siate accorti perché creare una nuova villa Biolcati è un attimo…

“Cinerama Holocaust” di L. Filippo Santaniello, Nero Press. A cura di Natascia Lucchetti

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L’horror è il mio genere e quando Alessandra mi ha parlato di questo racconto non ho resistito.

Doveva essere mio.

L’apocalisse zombie è un tema interessante e ricorrente nell’orrore. Ognuno di noi penso abbia visto almeno un film che parla di morti resuscitati da maledizioni o virus e abbia sentito addosso il senso di oppressione e terrore.

Essere mangiati è una delle paure primordiali dell’uomo, ancora più antica e persistente del timore del buio.

Se ci fate caso, anche le vecchie fiabe più famose parlano di streghe, stregoni, giganti, che si nutrono dei bambini. O anche il famigerato lupo nero che se fai troppo rumore ti mangia.

E i morti viventi sono un’iperbole orrenda di questi mostri.

Lo zombie che abbiamo conosciuto nei film è un ex umano, rinato dopo la morte, ma solo in parte. Il suo corpo marcisce mentre il cervello e tutti gli altri organi sono andati. Continua ad alimentarsi e preferisce carne umana. Ha percezione del movimento e del suono, nient’altro.

Nel racconto che sto recensendo, invece, i morti viventi sono una variante molto interessante del mito classico; c’è rimasto qualcosa di più di quello che erano. Le vecchie abitudini, i gesti automatici, sono sopravvissute alla trasformazione. Le descrizioni che l’autore ne fa sono molto ben fatte ed efficaci; riescono a metterci davanti a un’umanità avariata che vorrebbe tornare indietro.

I morti viventi, infatti, si riuniscono al cinema Alhambra per vedere un film ignorante, continuando a morire piano piano.

Io ho amato questo racconto.

Iniziato e finito senza alzare praticamente gli occhi, sia perché il contesto mi piace molto, sia perché la scrittura di Filippo Santaniello è perfetta per il genere.

Cruda, dura, senza orpelli.

Le descrizioni sono efficaci e immediate.

Voglio leggere di più di questo autore, assolutamente.

Lo consiglio a tutti gli amanti dell’horror; è una storia breve ma completa.

“The hematophages” di Stephen Kozeniewsky, Dunwich editore. A cura di Alessandra Micheli

the-hematophages-stephen-kozeniewski-copertina-dunwich.jpgCome ben saprete, sono un’appassionata di letteratura horror.

Credo di aver letto quasi tutti i padri del genere, da Poe a Meyrink fino a inchinarmi davanti alla maestria del grande Lovencraft.

Poi, grazie a quel soggetto che chiamano fratello (io ho i miei dubbi), ho incontrato Stephen King.

A dire il vero, il primo libro che ho letto del maestro è stato un fantasy, uno dei migliori tra l’altro, ossia gli Occhi del Drago.

Da li in poi mi sono innamorata del suo stile, crudo e capace di indagare nell’anima oscura dell’America.

E poi sono andata in cerca di talenti, affamata come uno zombie a Montecitorio, (sottile e sagace battuta politica).

Fino a imbattermi nella casa editrice Dunwich.

E fidatevi, di incubi la sua produzione me ne ha regalati.

Libri bellissimi, corrosivi ma sempre poetici.

In fondo anche l’abisso e le tenebre hanno una particolare magia.

Anche se la morte li accompagna e una morte spesso terribile, ( ma del resto i protagonisti sono dei cretini, sempre pronti a scendere in cantine buie e a passeggiare finferli tra vicoli bui proprio a mezzanotte o peggio, a campeggiare allegri e giubilanti nei boschi) ha il suo lato poetico.

Persino il terrificante Nightcrawler alla fine, ha una sua dolcezza di fondo.

Fidatevi, non sono pazza.

La paura è elegante, raffinata, anche quando zampetta come un ragno. Avete mai visto lo spettacolo che quegli esseri tanti odiati producono con la loro azione?

Le ragnatele sono opere d’arte, e i ragni le intessono con una grazia che pochi possono comprendere.

Diciamocelo.

Noi amanti del generi, in fondo, siamo dandy che osservano gli scenari lugubri con un bel bourbon in mano.

Io una coca cola ma dettagli.

O un vino bianco odoroso di fiori e frutti.

E seduti in poltrona, mentre fuori nuvole nere e minacciose oscurano la beltà del cielo.

Si lo so.

Sono in fondo un’inguaribile romantica, che trova la sua completezza nelle immagini gotiche, laddove amore e terrore si mescolano in un connubio magico.

Del resto chi può negare che i sepolcri di Foscolo non abbiano indubbia meraviglia con le bianche lapidi, i suoi sussurii e un upupa che rompe un incantato silenzio con i suoi stridii?

Nessuno credo.

Tutti noi abbiamo questo lato oscuro.

Solo che in fondo è un lato che sa di eternità e di aria pulita.

L’orrore libera, e fa respirare nonostante i brividi.

O forse è proprio per i brividi che ci fanno sentire quasi…vivi.

Ecco credo che la letteratura horror possa essere quasi sempre definita di notevole poetica classe.

Quasi appunto.

Perché stavolta il libro di cui vi parlo ha sconfitto anche me.

Tutt’ora mentre ne scrivo, il respiro si mozza e non posso fare a meno di sentirmi disturbata.

La mia antica anima ottocentesca di fronte all’arte di Stephen (perché “disgustare è anch’essa un arte) si rannicchia in un angolo cercando di evitare i ricordi claustrofobici causati dalla sua penna.

Una penna che è come uno stridio di unghie sulla lavagna.

Conoscete la sensazione?

E’ molesto quel rumore, osceno e quasi perverso.

Cosi com’è leggere the hemathopages.

Prima di tutto l’ambientazione.

E’ soffocante, calda e innaturale.

Si tratta di un futuro senza passato né presente.

E’ un mondo quasi morto, senza lo stimolo della curiosità, del mistero e della brama di conoscenza.

E’ tutto completamente anonimo.

E già la prima sensazione che ti dice scappa Ale, qua la lettura si mette male.

Ma non è nulla.

In una società senza regole e senza persino collettività, il viaggio si presenta completamente avulso da ogni legge che io conosca.

Ogni percorso che porta nelle tenebre, infatti è redentivo.

La scoperta del mostro, dell’impulso oscuro è come ho detto prima, liberatoria.

Purifica la nostra anima.

Qua non troverete liberazione.

Troverete perversa oscenità di una forma di vita, la nostra, totalmente in balia di organismi diversi, alieni e se mi si permette il termine “incazzati” con noi.

In fondo abbiamo perduto tutto.

Morale, etica, speranza.

L’unica legge è recuperare o tentare di recuperare il passato per trarne profitto.

Nessuna senilizzazione oltre quello del denaro contante: crediti li chiamano.

Crediti, come se noi fossimo in una sorta di debito costante con un universo, un mondo che abbiamo distrutto forzando i cicli della biosfera.

Ah si lo siamo.

Lo abbiamo fatto e lo stiamo facendo.

Alla fine l’alieno ermatofago sembra più vivace di noi.

E in fondo una parte di noi tifa per quell’invasione.

Per quella fine meritata di una creatura capace di brillare, che un giorno scelse di non brillare più.

Senza motivi, solo perché farlo costava fatica.

Ogni scena descritta, seppur non propriamente splatter, sconvolge.

Non esiste rispetto, solo disprezzo.

Non esiste neanche un cerimoniale, solo una atroce considerazione di noi come carne.

Da macello ovviamente.

Anche il vampiro, il demone, lo zombie, la strega avevano, un tempo, la loro ritualità che rendeva il pasto un atto sacrale.

In fondo, noi con il sangue nutrivamo si morti viventi, ma cosi coraggiosi da sfidare dio e la morte.

Persino lo zombie si ergeva contro le leggi fisiche.

La strega poi, la donna che capovolgeva l’assioma in cui voleva il maschio vincitore.

Si vincitore dentro una bella pentola forse.

Qua non c’è onore nella morte.

C’è come scrive la quarta di copertina:

non ci sono limiti alla depravazione e alla violenza dei grotteschi incubi noti come… ematofagi.

Ed è quello che vi aspetta.

Sensazioni dure da scordare, che solo un grande artista può creare. Perchè Stephen Kozeniewski, ha la capacità di unire la capacità descrittiva con una capacità scenografica degna del cinema.

Scorrono quindi fotogrammi, ma saranno fotogrammi del codice chiamato linguaggio scritto.

E diventeranno vivi, quelle bocche voi le sentirete davvero sul corpo.

E se siete davvero in grado di reggere quest’arte perversa…accomodatevi.

Leggetelo.

Il viaggio allucinante sarà…senza ritorno.

E senza salvezza.

Ma ne vale la pena.

Ora scusatemi.

Devo per forza riprendermi, con una dannato libro su unicorni e arcobaleni.

E mi inchino a questo meraviglioso, cattivo, autore.