“Il manoscritto” di Franck Thilliez, Fazi editore. A cura di Alessandra Micheli

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Sono arrivata a bramare la lettura del manoscritto attirata dalle tante parole non solo di lode, ma anche ricche di un miscuglio di emozioni che virano dal orrore al disagio profondo.

Chiunque abbia aperto questo libro ne è rimasto profondamente colpito, traumatizzato, disturbato, turbato, quasi disgustato.

Come se esso contenesse dentro un canto oscuro, simile a unghie che stridono sul vetro, un suono difficile da dimenticare, che irrompe magari in notti strane, quelle senza luna, senza luce, senza nulla che un buio profondo.

E’ pur vero che il thriller deve far rabbrividire.

Ma in quel brivido esiste un inizio e una fine, decretata dall’ultima illuminante pagina.

E’ una sorta di viaggio nelle menti più perverse dove, però, alla rivelazione finale i colpevoli hanno la loro giusta punizione.

Ecco che altri ne usciranno redenti, altri “puniti” e la verità scioglierà i nodi che tengono il lettore avvinto al testo.

Questo, nel manoscritto, non esisterà.

La verità, oscura viscida, strisciante non sarà affatto una redenzione, ma una condanna.

Il male, la perversione, faranno da padrone sullo sfondo di una società per nulla idilliaca che non avrà più tappeti dove nascondere il suo marcio.

L’autore vi nutrirà di quelle scorie e ve le farà conoscere come base fondante di ogni azione umana.

Nessuno si salva.

Nè le vittime ne i colpevoli.

Nessuno avrà la giustizia perché quando la pazzia e il male iniziano a dominare le menti e le azioni, nessuna eventualità di riscatto è mai possibile.

Ecco che da thriller con una sua motivazione etica, il testo diventa solo una voragine di oscurità che prende il lettore impreparato, curioso o convinto che, in fondo, la bellezza salvi e lo trascina con se.

Ecco il perché di tanti commenti che evidenziano lo stile serrato, e il ritmo sempre più cacofonico che diviene un urlo finale acuto come quello di una Banshee, nella loro testa.

Questo perché da sempre il male, la pazzia, la follia, la perversione, sono, in fondo, tollerati come sfoghi necessari di una società che perde pezzi di se.

Troppo abituata alle apparenze e totalmente estraniata dal cosiddetto patto con l’ombra, quello di junghiana memoria.

Noi di ombre, di dolore, di tragedie ne siamo costantemente informati e plasmati, tanto da riconoscerle come parte inevitabile della nostra evoluzione.

Che però, priva di slanci emotivi, di afflati ideali, di volontà caparbia di guerrieri contro questi tentacolari alieni, diviene involuzione.

Perché un mondo, una società che accettano la perversione come elemento necessario alla nostra sanità mentale non è che una società che accetta dentro di se il cancro che la porterà alla morte.

E il manoscritto, in questo senso è altamente etico, più di chi pone, come risoluzione, la luce della giustizia.

Perchè dobbiamo renderci conto che, il progresso, non porta e non può portare con se anche il disfacimento morale e mentale.

Che non significa alienazione, perché è in questo baratro che germogliano demoni e mostri.

Dobbiamo capire che non si vince sottomettendo l’altro.

Che non si sfoga il giusto dolore con la violenza e con la trasgressione. Che la trasgressione morale è una porta aperta sull’abisso, permettendogli di guardarci e di iniziare a sedurci piano piano.

Siamo troppo abituati a accettare il peccato e il male, come altra faccia della medaglia e non più come un interlocutore da affrontare con parole di speranza.

E’ vero.

Il bene ha come controparte il male.

E’ vero.

Molti psicologici parlano della necessità di non combatterlo, ma di parlarci e di modificarlo alla radice.

E’ una lotta costante, diversa da quella tra buoni e cattivi.

E’ un dissolverne le ragioni che lo sostengono e trasformalo in altro.

Ecco il significato oggi della lotta al male e al peccato.

Conoscerlo, ricordarsi della sua esistenza, parlarci e vederlo nella sua costituzione interna per iniziare a smontarlo.

E ricostruirli in un altra forma.

Dobbiamo individuare quelle cesure societarie che portano alla scelta sbagliata.

Dobbiamo imparare a prenderci cura delle componenti della nostra realtà.

Il male ci pone davanti alla nostra vera natura di demiurghi, di eredi del potere creativo di dio.

Non dobbiamo contemplarlo in una società relegandolo ai bassifondi. Dobbiamo iniziare a usare l’arte della creta e ri-modellarlo.

Altrimenti il manoscritto in tutta la sua aberrante di-sincronia, non diverrà altro che profezia.

E alle battute finali noi avremmo solo la conferma che ci siamo perduti. Inevitabilmente, orrendamente, perduti.

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“Due cadaveri senza nome” di Karen Katchur, Newton e Compton editore. A cura di Alessandra Micheli

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Ho una grande debito con la Newton e Compton.

Visto il mio immenso amore per i classici e i miei scarsi guadagni, senza l’idea della Newton di creare una collana economica con la mia misera paghetta non avrei mai potuto stringere a me i miei amati Dickens e Woolf.

Ecco che potevo finalmente accostarmi a Wilde a Stevenson.

Eccomi impossessarmi in modo quasi compulsivo delle loro strepitose raccolte horror, avvicinandomi al favoloso Bierce e ai racconti di streghe e fantasmi di tutto il mondo letterario conosciuto.

Addirittura tutta la produzione di Conan Doyle era nelle mie nervose mani, sfogliata e risfogliata, letta appresa quasi a memoria e amata, dio quanto è stata amata.

I Mammut, occhieggiano dalla mia libreria con i nomi dei miei adorati scrittori: Austen, Bronte, Deledda, Poe, Collins.

E ogni scaffale trabocca dei suoi libri a mille lire, sia di saggistica che di narrativa.

Li leggo e ancora oggi avverto quel brivido di felicità nello stringere a me quelle preziose parole, quelle meravigliose trame, quelle favolose mirabolanti capriole letterarie.

La Newton sdoganò la cultura da troppo tempo nascosta nelle polverose biblioteche, nei circoli privati dell’èlite letteraria, regalando a noi giovani libri immortali come cuore di cane o Narciso e Boccadoro.

Tutto alla portata di adolescenti o di malati accumulatori come me. Quindi potete capire come il mio approccio alla Newton sia totalmente diverso dal vostro.

Io ho un debito di somma riconoscenza con loro, perché è grazie alla mission che portarono avanti che io ho potuto leggere, sognare e crescere.

Oggi mi trovo ovviamente a raccontarvi del testo che ho scelto, totalmente differente dai classici che tanto ho adorato e ne sono fiera, perché anche oggi non sono stata affatto delusa.

Sarà che ho sviluppato un certo istinto da cercatore di tesori, ma quando il naso mi prude nel leggere una sinossi, beh allora è quello il libro giusto per me.

E spero per voi.

Due cadaveri senza nome contiene tutto quello che amo in un thriller, non solo l’adrenalina, visto il ritmo lento e quasi immobile che l’autore ha scelto di usare.

Ma soprattutto per il significato, per l’intento del testo che, stranamente, rappresenta uno dei temi a me cari.

In questo viaggio interiore alla ricerca della verità, gli eventi si snodano seguendo una lentezza che potrebbe risultare a tratti stancante ma che, ai fini del significato, si rivela azzeccata: il paese descritto è infatti, immobile, impantanato in una rete di connivenze e di favori tipici di una comunità chiusa.

E tipici ( lo so visto il mio strano e patologico amore per le ricostruzioni dei delitti americani) tipici di una certa America che, pur riconoscendosi nel grande sogno, ne resta tristemente al margine.

Ecco che il patto tra i cittadini e l’autorità, quello di riconoscersi sotto una bandiera e sotto gli ideali che la stessa proclama, diventa una promessa evanescente e totalmente disattesa.

Ecco perché la comunità che si sente tradita dall’autorità centrale, si stringe alle sue convenzioni e ai suoi legami, mantenendo o tentando di mantenere in piedi le sue strutture.

Che non sono strutture realmente politiche, ma sono mentali, sono ideologiche e sono di sentimento.

In un America alienata e distante dal sogno promesso, la comunità rappresenta l’unica fonte se non di benessere, di sicurezza, di certezze e di protezione.

Tanto che, secondo recenti studi sociologici, molte delle cittadine apparentemente perfette e autonome, sono invece altamente chiuse all’esterno, totalmente incentrate sul mantenimento dei propri valori e delle tradizioni anche se questo rischia di cozzare con l’evoluzione dei tempi e della storia.

Nel testo si avverte questa chiusura, una chiusura che, ovviamente si nutre di complicità, di omertà è di segreti.

Segreti che però mimano la purezza dell’idea stessa di organizzazione, ossia un qualcosa che resta unito da legami solidali e affettivi, divenendo soltanto un semplice alibi per giustificare ogni violenza e ogni sopruso. Ecco che in questo scenario claustrofobico la lentezza non fa altro che regalarci questo vuoto interiore, questo mantenere le strutture finto solidali della cittadina, non più per necessità quanto per abitudine.

Tutto deve restare secretato, nessuna verità può emergere all’esterno, pena il disfacimento totale della comunità.

Una comunità che proteggendo la violenza invece di alimentare la cooperazione, in fondo è già morta.

Quella partecipazione tra situazioni e violenza, tra tutori dell’ordine e elementi di disordine nasce dal quel sentirsi estranei al loro paese, come se quella cittadina fosse un elemento di un organismo globale, lasciato a morire al margine di una vita politica che vive bene senza una sua parte. E’ in quel senso di esclusione che si attua un nuovo patto, scellerato, quello tra dominanti e dominati, rendendo la comunità totalmente squilibrata.

Ecco che la ricerca della verità e quindi dell’identità dei sacrificati ( quasi si fosse in presenza di un antico rito apotropaico) diventa importantissima non solo per riappacificarsi con la giustizia ma per rinnovare la comunità stessa.

E’ solo con gli ultimi atti del dramma che il senso di claustrofobia scema per donarci finalmente un senso di libertà.

E’ nel ritrovare i ricordi che il cerchio di chiude e finalmente si può sperare in una nuova possibilità di vita.

E’ nel restituire identità e storia ai cadaveri, simboli della perdita di coscienza della società, che la cittadina può avere una speranza di rinnovarsi e recuperare il suo senso unitario.

E una ragazzina ferita, donna resa quasi cinica e spaventata dai sentimenti proprio perché custode involontaria di un terribile segreto, può finalmente trovare pace.

Il libro della Kathcur è la dimostrazione che, il genere è solo un mezzo per raccontare qualcosa di più profondo che una storia di evasione: serve per farci riflettere su noi stessi ma sopratutto sulla realtà che ci circonda. E magari provare a cambiarla.

 

“Claire Morgan serie. Sorridi e muori” di Linda Ladd, Triskel Redrum edizioni.

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Oggi viviamo più che mai nell’era dell’apparenza.

Lo vediamo dai social che postano istanti rubati a una vita che sfugge alla complessità del reale, per congelarsi in un’ eternità fittizia.

Manca nelle foto di oggi, anzi scusate i selfie, l’essenza stessa del significato di una foto.

Che sarebbe quello di cogliere l’anima, tanto che per alcuni popoli primitivi, la nostra macchina fotografica, era un demone capace di fagocitare la vera essenza di un uomo.

In pratica di rubargli l’anima.

Oggi, invece, serve solo per fare i numeri, crearsi un seguito di follower, mettersi in mostra in una perfezione plastificata.

In fondo Carmen Consoli ebbe una grande intuizione quando scrisse l’agghiacciante un amore di plastica.

Ma come posso dare l’anima e riuscire a credere
Che tutto sia più o meno facile
Quando è impossibile
Volevo essere più forte di ogni tua perplessità
Ma io non posso accontentarmi 
Se tutto quello che sai darmi
È un amore di plastica

Prevedeva un’era in cui le pose, la gara a chi più bella appariva (specchi specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame) così che l’apparenza diventasse preponderante rendendo gli altri elementi della vita, quelli degni di essere vissuti, totalmente inutili.

E’ la morte della realtà in un eccesso di tecnologia.

Non solo il computer, non solo il cellulare con le foto, ma anche il dominio del ritocco estetico sia fisico ma sopratutto virtuale.

Photoshop domina come un bizzarro demiurgo, alterando volti, alterando la vita stessa, in una cacofonica corsa all’eccesso.

Ecco che i programmi di oggi ci permettono di cambiare colore di capelli, di occhi e persino diventare amabili elfi.

Tutto ciò è sicuramente più inquietante di un thriller, considerando che esso è finzione letteraria mentre ciò di cui parlo è attualità, vita di ogni giorno.

Si fotografano paesaggi ma non solo per mantenerne viva la memoria o per proteggere qualcosa da vari disastri naturali.

Io ho foto di Amatrice dei tempi d’oro e oggi per me sono cimeli, memoria che resiste.

No.

Oggi noi fotografiamo per poter apparire.

Non per rendere eterni gli attimi.

Non per divenire racconto e eco, ma per esistere.

Ecco che la bellezza, unico valore capace di salvarci dal baratro, per ironia della sorte diviene feticcio di una società morente, che si sostiene solo mostrandosi mentre crolla pezzo per pezzo.

Nessuna esistenza, solo scenografia adatta per una patetica recita, degradante, affatto simile alla mia commedia dell’arte, laddove l’ironia prendeva in giro i costumi e aveva quel tocco ribelle.

La bellezza è perfezione assoluta, è mancanza di specificità è omologazione e desiderio insano di mostrarsi.

Ecco che uno dei peggiori frutti di questo mondo impazzito sono i concorsi di bellezza per le bambine.

Conoscete no i programmi americani?

Sono tutta infanzia che rinnega la sua infanzia, che congela l’innocenza in un sorriso malizioso non degno di un età di scoperta e di fantasia. Ecco che Linda Ladd, fantastica come sempre, nasconde una sorta di personale orrore con un thriller dai tratti davvero crudi.

Credo sia il suo libro più brutale.

Nelle descrizioni di infanzie violate, di un mondo effimero pieno di marcio nascosto sotto le luci brillanti della passerelle.

Di bambini costretti a crescere per soddisfare la sete di strane ambizioni dei genitori.

I protagonisti finiscono in un vortice di violenza che lascia i segni, divenendo piccole star, o solo comparse in un mondo di adulti irresponsabili, uccidono non solo la loro innocenza, o l’integrità di un anima che preservò spesso i nostri eroi ma anche noi stessi dal male.

Essi divengono fantocci che rappresentano i vizi di oggi, di questa società malata e li impersonano senza sapere che, i finali, possono essere assolutamente diversi, vari e strabilianti.

Non necessariamente devono soddisfare la sit com del degrado, dello share o dei voti.

Possono essere imperfetti e bellissimi.

Possono avere lentiggini, capelli crespi, denti storti senza che questo infici la loro meraviglia unica e indiscutibile: quella di essere umani, ricci di sfaccettature, di sogni e di emozioni.

Dietro il thriller quindi, si agita l’accusa di un mondo che, pur di andare per la sua strada anche se questo significa abbracciare l’abisso, sacrifica la sua parte migliore.

Perché i danni di un esempio pessimo, i conflitti irrisolti e le lacerazioni causate ai bambini nella nostra sfrenata corsa verso l’acme di ogni emozione, significa creare altri adulti completamente inadatti a salire sulla giostra della vita.

Significa creare ferite che quasi mai vengono curate con coraggio o con sentimenti opposti a quelli che le hanno procurate.

Significa dare ai ragazzi dei vuoti, da colmare con le peggiori nefandezze, sprecando il dono unico e inestimabile della vita.

Claire in questo libro è meravigliosa nella sua imperfezione come un contrasto per reginette algide e quasi vuote.

Lei con la sua rabbia, il suo dolore, le cicatrici anche visibili, il suo sarcasmo, e quel suo irriverente essere fuori dagli schemi, diviene il perno su cui, coloro che sono caduti nel vortice dell’orrore, possono aggrapparsi per risorgere.

In fondo, solo Claire con tutta la sua umanità anche scomoda, con i suoi urli, con la lacrime la sua chiusura è l’unica che può combattere con il serial killer.

Perché soffrendo e sputando sangue che sgorga dal cuore, diviene intoccabile dal male.

E allora ancora una volta sono le cose meno apparentemente belle a salvare.

E’ quel dolore che rende gli occhi gonfi, che rende i visi devastati, e l’amore che scompigli la perfette acconciature che rappresentano le uniche vere cose per cui lottare, rialzarsi e lottare ancora.

Ancora una volta è il dolore la vera unica bellezza e l’arma da impugnare per non soccombere di fronte agli orrori che sostano lungo la nostra strada.

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Recensione a cura di Alessandra Micheli

“Astrid” di Giulia Balzano, Alter Ego edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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Astrid ha la forza della verità.

E’ il termine migliore che posso usare questo libro.

Perché non è l’omicidio e il suo svelamento il fattore principale che mi ha fatto innamorare del testo, quello è un intelligentissimo escamotage letterario.

Cosa accade quando un evento scioccante invade le vite, apparentemente probe e noiose di cittadini semplici e concentrati su gesti normali?

Cosa succede davvero all’interno delle vite di ciascuno di noi?

Quali ossessioni, quali frustrazioni si agitano nei meandri oscuri della nostra psiche?

In ogni contesto sociale dal più complesso al più immediato, si svolgono due vite: un NORMALE retta lineare e una ombrosa oscura e nascosta. Dietro le azioni considerate ovvie e necessarie per mantenere la società attiva e operosa, esistono radici non logiche che ne alterano il sapore di “ordine”.

Dietro parole, dietro atteggiamenti, dietro a motivazioni e ideali, esiste un mondo nascosto che pochi hanno il coraggio di visitare.

Anzi viene nascosto ammantato dal velo sudicio della menzogna.

E’ quella che mantiene intatte le apparenze, e le apparenze oggi sono tutto ciò che abbiamo.

Abbiamo solo il nostro nome, la nostra correttezza, il nostro perbenismo a salvarci dall’annullamento totale dell’essere.

Nel lavoro, nei rapporti sociali, persino nel mondo variopinto dell’arte o della letteratura, non è l’anima a decidere chi siamo di fronte al mondo, ma è la maschera.

Una maschera che cela un ghigno o un sorriso, un sogno o un dolore.

Un ruolo che portiamo avanti volteggiando come perfetti commedianti, portando avanti la nostra farsa, sopravvivendo dunque, ma non vivendo davvero.

Perché l’essenza di ogni uomo, di ogni donna, di ogni soggetto che vuole diventare persone è celato proprio nell’io più nascosto, in quella zona oscura tanto amata da Jung.

Ed è la verità a redimere il nostro percorso terreno.

Non è certo la facciata, non è l’apparenza che tenta di annichilire la sostanza.

Non è la bugia che raccontiamo a noi e ci raccontano di noi a far crescere la società.

Troppo concentrata sul vorrei e poco sul sono.

Troppo presa a rincorrere effimere soddisfazioni dei bisogni e poco impegnata a guarda davvero il proprio volto con tutti i segni del tempo e della rabbia.

Una rabbia cosi nascosta che deve in qualche modo irrompere la di fuori. E esplode come una miccia spandendo i suoi lapilli incandescenti su tutto ciò che lo circonda.

E credetemi, i lapilli non scaldano, non creano cibo, devastano soltanto.

E cosi, in quella fabbrica apparentemente tranquilla, fatta di legami apparentemente solidi, si compie l’atrocità più emblematica un omicidio. Ma a morire non è tanto una persona, una donna stimata da tutti, quanto il bisogno di Verità.

Astrid è il simbolo di un atteggiamento che non tace i disagi.

Che non silenzia il dolore.

Che non conserva sotto il tappeto le colpe.

Astrid è quel vento che quel tappeto lo solleva mettendo ognuno di noi di fronte al vero se.

Una visione per molti orripilante, una visione distruttiva o a tratti redentiva, perché è vero ciò che è scritto nel sacro libro: la verità rende liberi.

Per chi sa farle fronte e partire in cerca di un altra vita.

Cosi nel micro-sistema umano, specchio di una società morente, ognuno usa l’omicidio come mezzo per riparare torti dubiti.

Per trasformare una realtà che lo atterrisce, diventare la nemesi per fermare il male.

Un male che trova la sua origine non tanto nell’animo del “cattivo” di turno, quanto nelle logiche di un sistema che ha bisogno delle gerarchi per definirsi: buono e cattivo, sano e malato, colpevole e innocente, probo o peccatore.

Ecco che quell’azienda covo non di vipere ma di pateticità, di dolore e di affanni, diviene lo specchio di ognuno di noi, del nostro vivere sempre più affannoso, della ricerca non di una felicità ma dell’oblio che non ci fa sentire tale mancanza.

Per alcuni la morte di Astrid sarà lo stimolo a muoversi e dirigersi verso il cambiamento e la riappropriazione del suo vero io.

Come Cristian che spunto dalla verità impersonata dalla giovane rompe ogni legame che lo ingabbia e lo rende un morto vivente.

Giulia che trova finalmente la strada verso l’amore e il cuore dell’ispettore Relli che finalmente con l’incontro con l’altro cura il cuore ferito.

Ma ci sono anche i perdenti: Francesca che soccombe sotto il peso della consapevolezza.

Maria Teresa che cede sotto l’incapacità di relazionarsi con le persone in modo sano e non ossessivo.

Tutti a loro modo vengono toccati da una grande verità: non si sfugge al se stessi. L’incontro con il dolore, con il male, con l’orrore è solo il modo che ha la vita di porci di fronte al vero volto che ci descrive.

E’ il modo con cui la vita ci mette di fronte a sbagli, responsabilità e scelte.

E bisogna essere dotati di una corazza forte, di un animo saldo per affrontare l’orrida discesa negli inferi.

Perché in fondo, al di là di tutti i problemi procedurali successivi al suo assassinio, era questo quello che Astrid aveva lasciato sulla terra: la forza della verità. Ed era proprio un problema di verità,

E’ sempre un problema di verità.

Con noi stessi e con l’altro.

Con la società e con i nostri ideali.

E’ il problema che assilla e non fa dormire.

E’ il motore che scatena la ricerca dell’oblio e dell’annichilimento dell’essere.

E quello che ci fa osservare ogni linea del volto dell’altro ma non conoscerlo per nulla.

Tu credi di conoscermi perchè sai il mio nome

tu credi di vedermi perchè conosci ogni linea del mio volto

pensi di volermi solo perchè senti che io ti voglio.

Hai bisogno di un illusione da mantenere

Ma cosa ti importa della verità?

Jon Bon Jovi

“L’ospite crudele” di Rebecca Fleet, Longanesi editore. A cura di Alessandra Micheli

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Il libro d’esordio di Rebecca Fellet colpisce come un pugno.

E’ angosciante e al tempo stesso venato di una sorta di malinconica poeticità.

Ed è questo che seduce e avvince il lettore, che si trova sospeso, cosi come dovrebbe essere con ogni libro, tra il torbido confine di abisso e paradiso. La storia è apparentemente semplice e banale: un matrimonio in crisi, un tradimento, l’eccitazione del peccato, la seduzione della tentazione.

Il segreto che una donna porta con se dietro i suoi silenzi e i suoi soffusi rossori.

Eppure…cosi come in ogni dramma umano sotto l’apparente “normalità” di una crisi si agita ben altro, marcio forse irresponsabilità.

Si capisce come la fatica di mantenere saldo un rapporto, nonostante il privilegio di appartenere alla casta dei perfetti, (non una sbavatura nelle vite di protagonisti che sono dei rispettabili professionisti) cela in realtà un problema molto diffuso ma al tempo stesso celato alla coscienza: la dipendenza.

E’ da questa abnorme caduta del marito che la bella Caroline inizia a sentirsi sempre meno viva, imprigionata in un legame appiccicoso e soffocante, legata a un uomo che diviene sempre di più evanescente e chiuso in se stesso.

Ed ecco il brivido del tradimento, la voglia di sentirsi ancora viva con emozioni diverse, passionali carnali che donino un contorno più definito alla sua esistenza cosi…illusoria.

Perchè Caroline e Francis, a casa loro, nel bel quartiere, nonostante l’impegno di genitori, non ci sono.

Non esistono.

Non sono reali, ma hanno linee soffuse.

Caroline diventa soggetto solo con la rottura del tabù e dei voti matrimoniali.

Nulla di oscuro direte voi.

Senonché l’eccesso emozionale divine per una donna pallida e inconsistente una vera droga.

Essere solo con il sesso proibito fa di lei dipendente quasi quanto il marito lo è con i tranquillanti.

Ed è nell’eccesso che non porta a una soluzione del dramma ma piuttosto a una sua sospensione, che la svolta verso l’inferno è possibile.

La passione qua descritta non ha assolutamente il calore, l’ebbrezza di un emozione sana e redentiva.

Ha piuttosto la vischiosità dell’ossessione.

Caroline non è serena neanche tra le braccia dell’amante perché incapace di urlare il proprio disagio e trovare il bandolo della matassa.

E pertanto, essa si ingarbuglia sempre di più finché l’adrenalina di questo acme emozionale non raggiunge traguardi allarmanti creando il disastro.

E’ da questo orrore causato per irresponsabilità, per superficialità, o per appunto volontà di esistere, ma esistere nel modo sbagliato, che gli eventi prenderanno una piega agghiacciante.

Eppure..è dallo shock che Carolnie si risveglia e prova a riprendere in mano la sua vita.

E’ dal dolore, dalla colpa, dalla morte che ironia della sorte si inizia a ritrovare la vita.

Nonostante il percorso difficile, oscuro e a volte privo di bellezza, Caroline, Sandra, Francis e persino Carl l’amante trovano loro stessi e acquietano i loro drammi interiori.

Chi è Sandra direte voi?

E’ il perno attorno cui ruota tutta la storia.

Non ho intenzione di svelarvi di più ma Sandra, ricca di un dolore impensabile, inesauribile, e arrabbiata è il simbolo della vendetta trasformata dalla compassione.

E’ la conoscenza che distrugge i pregiudizi, comodi e usati per dare voce a quel malessere.

Solo trovando il nemico noi possiamo collocare il dolore nella categorie della nemesi riparatrice di torti.

Ma certi eventi, non sono dati da un comportamento calcolatore.

Molto spesso i peggiori eventi sono dovuti alla disperazione.

Cosi atrocemente chiusi nel proprio male da non riuscire a vedere mai l’esterno.

E’ solo ritrovando l’umanità nel male che possiamo lasciarci alle spella ogni pensiero distruttivo.

E’, in fondo, la colpa che può salvare dall’abisso dell’odio.

Perché solo la colpa, ossia l’irresponsabilità dell’atto, una volta compreso e reso visibile alla coscienza, può darci la pace che cerchiamo.

L’uomo redento non è quello che non cede mai.

Ma quello che sostando disperato nell’abisso, riesce a vedere le stelle.

Un libro intenso, per nulla facile, un thriller che ha una svolta imprevedibile divenendo pura poesia.

Da leggere assaporando ogni parola, ogni capitolo, ogni sensazione. Per scoprire come dietro,all’orrore più impensabile una lacrima può purificarlo e farci vedere la bellezza.

“Ombre di vetro. Bologna non muore mai” di Fabio Mundadori Damster editrice. A cura di Francesca Giovannetti

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Qualcosa di regalato. Qualcosa di smarrito. Qualcosa che non verrà mai restituito”

Da qui inizia il tutto.

La ricerca di un sadico serial killer, ricomparso dopo 30 anni, conduce l’ispettore Naldi in uno spaventoso viaggio nel tempo.

Sospeso fra l’indagine passata e quella presente, la tenacia e l’intuito di questo protagonista sono la forza principale del romanzo.

Una storia intrigante e spietata, scritta in modo sapientemente crudele ed elegante. La penna di Fabio Mundadori svela quel tanto che basta, tenendo il lettore col fiato sospeso, intento ad elaborare personali teorie sulla soluzione del caso.

Luci e ombre, sacro e profano.

La sacralità di un bambino portato in grembo lacerata dall’efferatezza del crimine, la sacralità della religione contaminata da antiche credenze popolari, un sacerdote la cui devozione vacilla.

In tutto ciò i due protagonisti, Bologna e l’ispettore Naldi; non possono esistere l’una senza l’altro.

Ogni strada, edificio, locale o aerea di periferia è territorio di questo personaggio fuori dall’ordinario, che ha imparato a trasformare la sua maledizione in un prezioso alleato. Non si può e non si deve svelare oltre.

Una trama complessa e articolata, espressa in maniera impeccabile.

Ogni pezzo trova il suo posto, senza forzature.

Un noir vero, italiano, abile.

Una scrittura raffinata, lontana dalla commercializzazione che spesso in maniera turbolenta, arriva da oltre oceano.

Nessuna spettacolarizzazione fuori luogo, ma un’opera da manuale, studiata e resa viva da un ritmo crescente.

Un equilibrio di stile che dona lo stesso, alto, livello a dialoghi, descrizioni, caratterizzazione dei personaggi.

Una trama non scontata, mai banale, con un epilogo che lascerà senza fiato.

Assolutamente consigliato.

“Brandelli di memoria” di Alessio Vecchioni, Scatole Parlanti edizioni. A cura di Francesca Giovannetti

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Aron si trova incatenato a una sedia, al buio.

Non ricorda niente, nemmeno il suo nome.

Oscure presenze appaiono e scompaiono, una voce esce da una cassa.

Aron annega e riaffiora, a tratti, nei suoi brandelli di memoria.

Soffocante e inquietante, questo romanzo breve mette a nudo la potenza della memoria e del ricordo.

Chi siamo realmente?

Cosa ci spinge o ci trattiene?

Siamo i nostri ricordi o siamo altro da loro?

Quanto influiscono sulla nostra individualità?

Alla fine di questa lettura le domande saranno più numerose delle risposte.

Pagine costruite con un ritmo straordinariamente serrato, che guida e confonde allo stesso tempo, lasciando il lettore in uno stato confusionario e onirico.

L’autore gioca sul filo della realtà e dell’illusione, racconta di un palcoscenico reale che si trasforma spesso in un panorama passato, dove riaffiora il racconto.

Un faticoso gioco di costruzione del passato per comprendere il presente. Visioni confuse di ricordi che affiorano con difficoltà, alla ricerca di figure femminili, una donna, la madre; e soprattutto alla ricerca della verità: cosa è successo?

Che cosa ho fatto?

Quale male ho compiuto o subito?

La presenza di una vittima è il pretesto, quasi, dal quale si parte, per affrontare un viaggio insidioso e difficile.

Un flusso continuo di emozioni e immagini, a volte raccapriccianti, come il cervello vivo e pulsante dal quale escono indizi per continuare il cammino attraverso ciò che è stato e si tenta di ricordare.

Uno stile che si snoda in bilico fra il racconto e il pezzo teatrale, dove il cambiamenti di scena sono repentini e spiazzanti.

È più facile procedere scrivendo cosa NON è questo libro

Non è una lettura leggera.

Non è una caccia all’assassino.

Non è una linea retta.

Cosa rimane?

Una matassa disordinata di incubi e angosce, una ricerca faticosa del ricordo attraverso pochi frammenti, un brancolare alla ricerca di ciò che è stato e del perché.

E alla fine ci si chiede: non è quello che ciascuno di noi ha provato, almeno una volta?

L’autore lo fissa con inchiostro e carta; e il lettore riflette.

 

 

 

“Gli ultimi anelli della catena” di Fedora D’Anzeo, Augh! edizioni. A cura di Francesca Giovannetti

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Ben scritto e ben costruito, questo giallo psicologico di Fedora d’Anzeo, è una piacevole e scorrevole lettura.

La trama entra subito nel pieno del racconto, con i protagonisti sulla scena del crimine.

La caratterizzazione dei personaggi è il punto di forza dello stile dell’autrice. Il commissario Alessia Licata, determinata nel lavoro, insicura nella vita privata, è una miscela affascinante di sfaccettature umane.

Combattente sul fronte dell’indagine e della sfera intima, il commissario porta avanti due indagini parallele.

La prima è quella tradizionale, alla ricerca del colpevole e del movente, la seconda è quella interiore, alla ricerca della comprensione delle proprie dinamiche familiari.

Così come si sviluppa e arriva alla conclusione l’indagine, di pari passo la protagonista scioglie i nodi della sua storia passata, preparando il terreno a una prospettiva diversa.

L’intreccio stretto fra percorso della trama e percorso interiore rende il ritmo narrativo molto sostenuto. La caratterizzazione del personaggio principale è completa e ben illustrata ma all’autrice sono bastate pochi “passaggi di penna” per dipingere anche quelli di minori. Un’abilità non sempre scontata e molto apprezzabile.

Il romanzo è ambientato a Firenze, ma la città scompare e la scrittura si concentra sulla trama e i suoi protagonisti.

Assolutamente lontano dal cliché “patinato e perfetto” e da quello “tormentoso e tormentato”, i poliziotti sono descritti come donne e uomini dalle molte sfumature, imperfetti e comuni ma mai banali.

La trama è resa interessante dall’intreccio del caso con la vita della protagonista.

La vittima è la donna responsabile della disgregazione della famiglia del commissario Licata.

Non per questo l’impegno della giovane poliziotta sarà minore; al contrario, diventa uno stimolo per dare il meglio di sé, per comprendere ciò che è accaduto, per capire gli stati d’animo che furono del padre e della madre all’epoca dei fatti.

Un libro con una forte componente psicologica elaborata nella giusta misura.

Consigliato.

 

“La balia” di Nova Lee Maier, Leggereditore. A cura di Francesca Giovannetti

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Un thriller marcatamente al femminile con personaggi ben caratterizzati e descritti.

Miriam, caparbia poliziotta di Rotterdam che con il suo intuito non molla la presa su una assassina che soltanto lei riconosce.

Hennequin, la regina del male, oscura, diabolica, manipolatrice.

Didi, appena divenuta madre, fragile e condizionabile, piena di insicurezze e dubbi.

Nelly, la madre di Didi, personaggio chiave che fa la sua comparsa sul finale, figura che guida la svolta finale della trama.

Hennequin è l’infermiera che assiste Didi nel periodo post partum creando con lei un legame malsano di dipendenza psicologica, insinuandosi come veleno in una famiglia appena formatasi.

Miriam è il poliziotto tenace e silenzioso, che ricostruisce con fatica il passato di Hennequin. Le due donne sono legate da una tragedia recente e Miriam, non creduta e quasi compatita dai suoi colleghi, che vedono in lei solo un’ossessione priva di fondamento, ha come unico scopo quello di trovare la verità.

Il personaggio esce dallo schema-thriller, fin troppo abusato, del poliziotto tormentato e solitario.

Miriam è un giovane ispettore, aperta alla vita e alla possibilità di una relazione, non risucchiata dal proprio lavoro fino a perdere l’identità.

Una sola, potenziale, criminale la spinge oltre i confini, portando avanti un’indagine in solitaria; niente rocambolesche avventure, nessuna spericolata azione la accompagna lungo il suo percorso ma soltanto una minuziosa, certosina, paziente, capillare ricostruzione della vita di Hennequin. La trama prende un ritmo più vivace nell’azione finale, convulsa, rapida, risolutiva e inquietante.

Un thriller psicologico che va in crescendo di pari passo con la descrizione di Hennequin, gelida e spietata, che si cala nel ruolo di infermiera. Una figura che dovrebbe essere di aiuto e sostegno trasformata dall’autrice nella personificazione del male. Contrasto apprezzabile dal punto di vista narrativo.

Infine Didi, divenuta madre da pochi giorni.

Le frustrazioni di Didi non sono frutto della fantasia della scrittrice ma sono talmente reali da far identificare nel personaggio la gran parte delle mamme che si trova a leggere queste pagine.

Non c’è periodo più fragile e alienante di quello immediatamente dopo la nascita del proprio bambino.

Si diventa più deboli e influenzabili, si può rinascere o morire, a secondo delle persone che ti circondano.

La famiglia è il tema dal quale scaturisce la trama, tutto prende vita e forma dalla famiglia.

I rapporti tra genitori e figli e il modo di affrontare i lutti dei propri cari possono segnare il destino di una singola persona o di una generazione. La psiche emotivamente fluida di un bambino, se non adeguatamente compresa, curata e guidata può trasformarli in adulti pericolosi.

Il male può essere evitato?

La risposta è no.

Un’unica certezza rimane: il nastro del tempo non può essere portato indietro. Bisogna andare avanti, con il fardello delle azioni passate, tentando di costruire un futuro, nonostante tutto.

Un thriller psicologico in salita, con un’ascesa di rivelazioni sconvolgenti, fino all’epilogo fuori da ogni previsione.

“Luoghi oscuri” di Linda Ladd, Triskell edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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E’ molto difficile per me scrivere questa recensione.

E non perché non so cosa raccontarvi o per una mancanza nel libro, per una irrefrenabile voglia di criticarlo aspramente, ma perché la sua bellezza soffusa e sicuramente tenebrosa, è difficile da raccontare.

Come si può spiegare il tramonto?

Ogni parola è superflua.

O come si può abilmente descrivere lo spettacolo di una luna rossastra che emerge dalle nubi grigie?

Io purtroppo non ho il dono che ha Linda Ladd nel descrivere le sensazioni e le atmosfere, non ho la sua pregiata capacità artistica.

I suoi libri sono gracchianti richiami di upupa che stride nella notte più scura e solo chi come me, ha una parte di animo crepuscolare potrà comprenderne il fascino soffuso.

Altro dato.

Ho notato spesso come gli amanti del thriller cerchino l’emozione nei meandri delle loro certezze, ripiegando le loro scelte su case editrici blasonate, o su autori celebrati dai critici o semplicemente rassicuranti nella loro reputazione acclamata.

Da chi non saprei dirlo.

Ebbene la Triskell, mi sia concesso di affermarlo, ha sfornato finora capolavori (sono certa che lo diventeranno negli anni) a raffica, curandone la traduzione e esaltandone la cavernosa bellezza. Sicuramente alcuni di essi sembrano silenti, ma una volta sfogliate le pagine la loro voce tonante e quasi di oltretomba, arriva dritta alla nostra anima, la rapisce, la ingabbia.

Linda Ladd è una di queste demiurghe, capaci di scuotere la nostra assuefazione al crimine con l’arte della parola.

E credetemi non è un arte cosi scontata.

Per lei è un dono capace di sgorgare come una limpida, ma mica tanto, fonte e creare ruscelli rumorosi e gelidi.

E sono cosi i suoi libri, gelidi.

Ma in luoghi oscuri ella supera se stessa.

Già l’inizio risulta accattivante; un luogo apparentemente tranquillo, forse troppo, sonnacchioso e tenacemente deciso a non osservare l’orrore che si cela in angelici volti: è il classico ambiente in cui il male viene combattuto con il non so, non vedo e non sento.

Tranne pochi, sparuti coraggiosi egli è libero di prolificare indisturbato fino a raggiungere e a segnare la povera Claire Morgan.

Ma lasciatemi ora lodare e bearmi dell’abilità letteraria della favolosa Ladd:

La vernice bianca si stava scrostando dalle tavole che rivestivano l’esterno; sulla porta in legno qualcuno aveva inciso una grande croce e poi l’aveva dipinta di un colore rosso sangue. Una campana nera era appesa a un palo in mezzo al piazzale, e dalla logora panca in prima fila il piccolo orfano sbirciò oltre il portone aperto quando un uomo magro come uno spaventapasseri e vestito di scuro tirò con forza la lunga corda verso il basso. Il rintocco lento e regolare risuonò inquietante e funesto, facendolo rabbrividire.

Come non restare incantati dalle prime lente parole?

Esse penetrano lentamente nella carne, scavandosi un varco verso la mente e creando il giusto portale affinché la scena divenga corposa e reale.

Ma non è finita, seguitemi ancora in questo incubo dai toni poeticamente gotici:

Dopo circa dieci minuti su una scivolosa strada sterrata nel bel mezzo del nulla, vedemmo poco più avanti la nostra pattuglia marrone scuro, le luci che ancora lampeggiavano nell’oscurità. Conferivano alla neve un bizzarro effetto aureola, dorato e pulsante. E la neve stava iniziando ad attaccare, ricoprendo gli alberi e le strade.

Ed è la neve che congela questi attimi in una scenografia di malsana violenza come se il tempo fosse stesso, troppo sconvolto nell’osservare la depravazione dell’essere umano.

E l’orrore non si ferma ma, invece, come una nebbia mefitica, invade i luoghi apparentemente candidi e bonari in cui il dramma è iniziato e svolge le sue spire come un serpente risvegliato da chissà quale lungo sonno.

Il dato che stona non è soltanto negli efferati omicidi; è in qualcosa che è dentro ogni protagonista, e che trasborda al di fuori, invadendo e contagiando un inverno che sa di morte e di fetore:

C’è del marcio in lui, Bud. Riesco a sentirlo.»«Già, anch’io. Il tuo istinto sta urlando tanto quanto il mio?»

il marcio si avverte fin da subito e invade stuzzicando la narici della nostra virago detective:

Mi chiesi se anche i nostri sostituti sarebbero stati vittime della stessa energia negativa che impregnava quei corridoi sacri e colorati.

Felicità non era il termine giusto per descrivere l’aria che si respirava nell’accademia Cupola della Grotta per i Talentuosi. Mi chiesi quale fosse il tasso di suicidio tra i docenti e il personale.

E con queste poche, perfette parola Linda Ladd descrive perfettamente il male, un tentacolare e appiccicoso virus che si attacca agli abiti, che si nutre di un apparente serenità, di un tram tram quotidiano fatto di riti e gesti ossessivamente perfetti, come se fossero dei veri e propri scongiuri contro la sua invasività vischiosa.

Il male prospera laddove noi vogliamo che il nostro ordinato mondo sopravviva intatto e ordinato, e ogni elemento che mette a rischio questa compostezza viene relegato nel sottobosco, nelle regioni più infernali, tenuto a bada da quel volgere lo sguardo altrove, in modo ossessivo.

Ma il male ignorato si nutre di invisibilità fino a crescere, e crescere creando sempre più caos, sempre più delitti, fino a destabilizzare completamente quell’ordine tanto agognato.

Ligia all’etimologia che vorrebbe il thriller un romanzo capace di far rabbrividire, Linda Ladd ci porta nei suoi luoghi oscuri.

E attenzione, sono davvero bui e oserei dire, agghiaccianti.

Persino io avvezza a mannaie e altre piacevolezze, per giorni non sono risuscita a scrollarmi quella viscida sensazione strisciante.

Ma non vi svelerò la sua origine.

Nell’orrore dovete piombarci impreparati.

Ma vi consiglio di procurarvi del Raid.