“La stanza degli ospiti” di Dresda Say Mitchell, Newton Compton. A cura di Layla

La stanza degli ospiti - Dreda Say Mitchell

 

Bello. Coinvolgente. Intrigante. Psicologico e profondo.

Questi alcuni aggettivi dell’ultimo libro edito dalla Newton Compton: La Casa degli Ospiti di Dreda Say Mitchell.

Ogni libro ha le sue sfaccettature e questo ne ha davvero tante, e la spinta psicologica che ha, lo rende completo, da ogni punto di vista.

Come sempre proviamo l’arduo compito di recensire un libro giallo, ormai sapete bene la difficoltà che trovo nel farlo, perché vorrei dirvi tutto, vorrei farvelo conoscere a 360°, ma non è semplice come può sembrare. Cercherò però, come sempre, di fare del mio meglio.

Sapete bene, come già detto, che non vi racconto molto di quello che succede nelle storie, ma vi presento, soprattutto, i personaggi e le caratteristiche che compongono ogni pagina del libro, e non sarò da meno in questo caso.

Cominciamo dalla protagonista: Lisa.

Lei è la persona a cui gira intorno questa storia.

E’ una ragazza, semplice, che vive fuori Londra, ma che ha i suoi segreti, che custodisce molto bene.

Non è la sola ad averne, ovviamente, ma ve ne accorgerete man mano che andate avanti con la lettura. Alex, il suo ex ragazzo, gioca un ruolo molto importante: sarà il suo alter ego, o semplicemente, potremmo definirlo, angelo custode.

Dipende dai punti di vista.

I genitori di Lisa, Edward e Barbara, invece, saranno personaggi, cardini, di una storia ricca di colpi di scena.

Ok! Basta vi sto dicendo davvero troppo.

Bello è il primo aggettivo che ho usato appena finito il libro.

Ha tutte le caratteristiche e sfumature di giallo, che un libro di tale valore deve avere.

Non cade in nessun cliché, anzi ti fa entrare all’interno del personaggio coinvolgendoti in modo spasmodico.

La Mitchell gioca con la mente, e ci riesce davvero bene.

Psicologicamente, il lettore, riesce a percepire quelle emozioni che coinvolgono così tanto da ritrovarsi al confine con la realtà e la fantasia.

Soprattutto quando la nostra protagonista, Lisa, descrive i suoi incubi.

Tu sei lì.

Con lei.

Il lettore, vive quell’ansia, quell’attimo che fa trattenere il fiato, che porta a respirare affannosamente, ma nel momento in cui si tocca l’apice, e si è certi di aver percepito, capito l’istante, la nostra scrittrice è pronta a mettere altra carne sul fuoco, ribaltando, così, le carte.

E tu, mio caro lettore, sei di nuovo da punto accapo, ignaro che nel capitolo successivo si stia formando un altro dramma o semplicemente un pezzo di puzzle in più a cui dovrai dare forma o collocarlo nella posizione giusta.

Credetemi, solo all’ultima pagine, quando tutto sarà messo alla luce del sole, avrete l’esatta posizione di tutti quei pezzettini di puzzle, che credevate “svelati”.

Insomma, lettori, questo libro è davvero tutto da leggere, ve lo consiglio senza alcuna esitazione, e sono certa che farete come me, leggendolo tutto d’un fiato.

“Amore di Mamma” di Sarah Flint, edito da Newton Compton. A cura di Layla

amore di mamma - sarah flint

 

Amore di mamma” è l’ultimo libro che ho letto per voi.

A differenza dei romanzi letti precedentemente con sfumature di rosa, questo libro, è formato da diverse sfumature di giallo, che tendono verso il nero; è editato dalla casa editrice Newton Compton, e primo libro thriller della scrittrice Sarah Flint.

Prima di entrare nel vivo della recensione, è giusto mettere un’importante parentesi, per capire meglio i dettagli che l’autrice ci fa conoscere nella sua storia; bisogna, quindi sapere che, Sarah Flint, è una scrittrice che porta la sua prima professione, la sua esperienza, tra le pagine di un libro: detective per oltre trent’anni, si cimenta a scrivere storie particolarmente ricche di dettagli, vissute, grazie, al suo lavoro.

Proprio i dettagli portano il lettore ad immedesimarsi nella storia, con tutta l’anima. Chi legge, ha, quindi, una sorta di esperienza mistica con ognuno dei personaggi, partendo da Charlotte Stafford, la nostra detective. Fondamentale è stato, quindi, raccontare in prima persona, di ogni singolo protagonista, quello che hanno vissuto, avendo così il punto di vista individuale.

Charlotte Stafford, Charlie per tutti, è una giovane detective, altezza media e fisico atletico, con 9 anni di esperienza dalla sua, non si scoraggia davanti a nulla, anzi è sempre pronta ad imparare. Nella centrale di polizia di Lambert, dove lavora, il detective Capo Geoffrey Hunter è il suo mentore e da lui cerca di apprendere il più possibile;

Come ogni giorno il capo Hunter espone i vari casi e le varie indagini aperte e, in un lunedì mattina come tanti, il capo, è pronto ad esporre i fatti di un nuovo caso, il quale, nessuno avrebbe mai immaginato dove sarebbe andato a finire. Alcuni fatti s’intrecciano, due indagini, quasi per caso si incontrano: un caso di scomparsa, e di molestie domestiche. Ma non è tutto.

Julie Hubbard e suo figlio Richard, 14 anni, sono scomparsi, mentre il figlio Ryan rimane a casa con il padre: Keith Hubbard. Proprio quest’ultimo, è noto già alle autorità per le sue aggressioni e violenze domestiche. Julie non ha mai voluto denunciarlo, Richard invece, ha sempre tentato di convincere la madre a fare l’esatto contrario; proprio questo fa pensare a Keith Hubbard, all’allontanamento da casa volontario, ma proprio questo non convince la polizia. Da qui iniziano gli interrogatori, e i sospetti che porteranno la nostra detective alla conclusione del caso.

Non vi porterò al centro delle indagini, perché un giallo o thriller, non può essere raccontato, ma solo sfiorato con rispetto della trama e dell’enfasi degli avvenimenti, perché va letto e goduto. E sì, proprio goduto. Soprattutto se è un thriller di queste dimensioni, dove spesso si confondono i colori, si mescolano, come già detto, tra le note del giallo e del nero, e questo è importante sottolinearlo.

La scrittrice, Sarah Flint, affronta una tematica davvero forte tra le sue pagine, la violenza fisica e psicologica e ci fa entrare nella storia grazie alla narrazione che fa, da ogni punto di vista dei personaggi, come già vi avevo anticipato. Lo percepiamo attraverso descrizione delle varie situazioni da parte del killer, il quale ci fa vivere quello che sta provando, le sue sensazioni più profonde al limite del claustrofobico; le sue vittime, al contrario, ci portano a percepire quel senso di angoscia per quello che stanno subendo; in fine, ma non meno importante, sono le sensazioni di chi sta cercando la soluzione ad un caso estremo: Charlotte.

La scrittura è molto scorrevole e fluida; la narrazione di alcune scene, invece, è molto forte, cruda, ma ben dettagliata. Devo ammettere che, spesso, ho fatto fatica a continuare la lettura, per il senso di angoscia che ho vissuto, di dettagli ben delineati, ma è un fattore, a mio avviso, comunque positivo, perché un libro, thriller, deve scaturire nel lettore, certe sensazioni.

L’unica nota stonata, se così vogliamo definirla, è un “fuoritrama” di un caso parallelo, che viene narrato durante la storia principale e che ci distoglie dal pathos della suspense che stiamo vivendo con i personaggi e la trama. Distoglie lo sguardo e l’obiettivo nel momento in cui la narrazione è al massimo della sua concitazione.

Consiglio questo libro dalle note forti, crude, ma senza dubbi, un libro che ti lascia qualcosa dentro, che ci fa riflettere, e pensare, che il passato di ogni persona, delinea, sicuramente, il suo futuro.

Non andrò oltre, ma capirete le mie parole, solo dopo aver letto la parola Fine.

 

“I segreti di Westhill House” di Jess Ryder, Newton e Compton. A cura di Ilaria Grossi

i-segreti-di-westhill-house-x600

 

Un coinvolgente thriller psicologico è la definizione giusta per definire l’ultimo thriller di Jess Ryder, autrice di “La ex moglie”.

Il  filo conduttore è la violenza domestica, violenza verbale e psicologica, violenza contro le donne.

La violenza domestica è dannosa per tutti quelli coinvolti. Di solito sono le vittime a prendersene la colpa”

La storia ci porta sulla Promenade abbandonata di Nevansey, spiaggia, mare e sulla collina una casa “Westhill House”, un tempo accoglieva donne vittime di violenza e i loro bambini, dando un tetto e protezione a chi bussava alla loro porta, donne che aiutavano altre donne.

Stella, dopo la tragica morte dei genitori, decide di lasciare Londra per acquistare Westhill House, ormai fatiscente e decrepita ma con un buon potenziale e assieme al compagno Jack, decidono di trasferirsi e iniziare i lavori per cominciare una nuova vita.

Le difficoltà sono tante, i lavori richiedono un forte investimento di manodopera e materiali per la ristrutturazione, tra Stella e Jack iniziano a venir fuori malintesi e discussioni e una notte bussa alla porta Lori, sconvolta e ferita, dice di essere vittima della violenza continua del marito e ha paura di  esser trovata, niente polizia, niente assistenti sociali.

Stella, in ricordo dei genitori si mostra gentile e premurosa, ma Lori sembra conoscere tante cose del luogo e spesso si contraddice. Perché ha scelto proprio Westhill House?

Parallelamente, l’autrice ci racconta la storia di Kay, ragazza madre vittima della violenza del marito Alan e le due storie sembrano calamiti che si attirano, con un unico fil rouge e un unico posto

Westhill House”.

La tematica è attualissima, la violenza contro le donne, rabbia repressa, infanzia difficile.

L’autrice è stata capace di dar vita ad una storia convincente e personaggi ben costruiti, ottimo stile narrativo e descrizione dei luoghi, sensibilizzando e mettendo luce per far riflettere, cercando di essere d’aiuto per molte donne, vittime e sopravvissute.

Un thriller psicologico da non perdere.

Buona lettura 

Ilaria Grossi per Les Fleurs du mal blog letterario

“Amnesia” di Patricia Walter, Edizioni le Assassine. A cura di Alessandra Micheli

walter_amnesia.jpg

Mi si permetta di dirlo, oggi c’è troppo pregiudizio.

E confina noi donne, esseri cangianti dalle mille sfaccettature in grigi esseri dediti tutti all’apparenza.

E’ vero che troppe di noi sono state fagocitate dalla tentazione dei social e le trovi li truccate perfette a parlare, fingendo una passione che non trovano.

Se poi non abbiamo voglia di sistemarci perché la donna deve essere assolutamente curata, esistono i filtri.

E cosi siamo tutti bellissimi burattini pronti a seguire il demiurgo di turno.

E questo senso di superficialità invade anche la letteratura, costringendoci e produrre libri dalle copertine sfavillanti, cosi ricchi di dettagli, ma poveri dentro.

Ecco perché oggi i libri risultano grigi, scarni ma sopratutto edulcorati cosi tanto da essere privati di quel pizzico di malvagità che ci appartiene, quella capacità di superare le difficoltà sporcando le nostre mani dalle perfette french con il fango.

Leggo cosi tanti libri da averne perso il conto.

Mille?

Diecimila?

So solo che ultimamente erano cosi aridi da inaridire pure la mia coriacea anima.

Poco capaci di osare e quando la facevano era solo per reiterare i peggiori pregiudizi, tutte felici di essere descritte come ebeti, ingenue biancanevi canterine.

Ecco che quando la Assassine edizioni sono apparse alla mia visuale, con la loro suadente voce, un qualcosa è scattato dentro di me risvegliandomi dal torpore.

Donne che scrivono gialli?

Nessuno stupore.

In fondo, io sono cresciuta con Agata elegante ma dal sorriso serafico. La foto di Agata è dentro di me.

Con quello sguardo che ruba dalla monna lisa la sua impenetrabile anima, misteriosa e complessa.

Una donna capace di andare oltre le convezioni e scrivere…di delitti.

Eh si in fondo noi donatrici di vita, in fondo la morte la conosciamo davvero.

E forse a differenza dell’altra parte della luna, non la temiamo.

Non abbiamo quel rapporto morboso che molti autori hanno con il genere.

Non abbiamo bisogno di scene raccapriccianti per far saltare sulla sedia il lettore.

E amnesia lo dimostra.

Fin dalle prime pagine il senso di claustrofobia e di orrore si fa strada. Una protagonista che non sa spiegarsi né le ferite, ne la sua mancanza di ricordi.

Cosa è successo?

Chi la minaccia?

Quale orrore la sua mente rifiuta?

Una ricerca che la rende selvatica, diffidente, sospettosa, insomma le fa abbracciare l’oscurità.

E noi che leggiamo ci lasciamo trasportate dal suo buio.

Una donna senza passato, con poco presente e nessun futuro.

Ecco che pagina dopo pagina non riusciamo a staccarci.

Il testo fluido diventa una melma vischiosa che ci cattura e ci invade il cuore e la mente.

Lo sentiamo quel dolore e quella paura.

Come se fosse nostro.

Il tempo si dilata e il libro prende vita, come una voragine ci porta dentro se…

Sentiamo di non essere più al sicuro, di non avere certezze, di non avere più punti fermi.

Amori e amicizia si ritrovano a essere altro che facciate di una commedia da cui, stranamente l’amnesia sembra volerla strascinare fuori.

E in questo caso a tenerci incollati non è tanto la scoperta di un colpevole, ma di un identità perduta.

Perché senza ricordi, in fondo, siamo nulla.

Ma soprattutto siamo fragili.

Sono quelli a forgiare la nostra personalità con la forza dell’esperienza. Nel buio ci sono solo ombre, minacciose e un ignoto che non fa altro che minacciarci.

E cosi l’empatia con la protagonista è completa, creata con pochi, sapienti tocchi, con una capacità rara di infondere alla parola l’emozione desiderata.

Qua è oscurità e insicurezza, fragilità ma anche la forza di andare fino in fondo alla ricerca di una verità cosi semplice ma al tempo stesso devastante.

Nessun luogo è un tranquillo paradiso abitato da elfi allegri e rubicondi. Ma soprattutto non è cosi facile distinguere il male.

Spesso non è l’uomo solitario che ci osserva, ma è il sorriso finto e feroce di chi ci invidia…

Basta.

Ho detto troppo.

L’avventura agghiacciante di amnesia non può essere e svelata, e un percorso che dovete iniziare con coraggio e un pizzico di spavalderia.

Siete pronti?

Attenti allora, il viaggio è piano di insidie e orrori cosi apparentemente piccoli che sono troppo sottovalutati dagli autori. Per creare tensione…basta il talento.

E fidatevi Patricia Walter, di talento ne ha da vendere.

E le assassine edizioni lo hanno ben compreso.

Amnesia è un luogo buio in cui entrare per uscirne cambiati.

Amnesia è il capolavoro migliore della narrativa psicologica che abbia mai letto.

Io fossi in voi mi ci immergerei.

“Le voci dei morti” di Sergio Duma, Montang edizioni. A cura di Vincenzo de Lillo

download

 

Non fatevi ingannare dal titolo, non è un libro thriller o horror, questo.
Se per thriller o horror s’intende una storia colma di splatter, tensioni mozza fiato o mostri.
Cioè forse mostri sì, ma di altra natura.
E non è nemmeno un libro fantasy, se in uno di questi vi aspettate di trovare orchi, fate, maghi o spettri.
Cioè forse spettri sì, e pure maghi a dirla tutta, anche se un po’ diversi da come li dipingono di solito.
E allora che libro è, se il titolo è così macabro?
La verità è che non lo so.
Ecco l’ho detto.
Non so se ciò che scrive il nostro Duma si possa considerare ironico e divertente, per il modo in cui gioca con le parole, e con una scrittura che per lunghi tratti mi ricorda quella del mio scrittore preferito, Stefano Benni.
Oppure di stretta attualità, sottolineando gli effetti del web sulla gente. Mondo virtuale in cui le fake news diventano vere perché:
“…forse non è vero ma anche se non è vero è vero lo stesso perché questo è sul web…”.
O addirittura con i tratti marcati della denuncia sociale, con uno dei personaggi, Laura, che riesce a fatica a nascondere un coming out a se stessa, prima che agli altri.
O ancora un libro che parla di sesso, quello libero e giovane della bella Elisa, che per noia e per amore, forse, entra in un gruppo di fanatici, i Delirium Boys, che creano fake news per divertimento, rischiando di fare danni irreparabili.
Senza poi contare la follia e l’ossessione del suo vicino di casa, che in preda ad una maniacale paranoia, compie gesti degni dei migliori serial killer…
E durante tutto ciò il racconto di una serie tv americana, di quelle tanto care ai giovani fruitori dell’internet, che tra magia e occultismo si intreccia a meraviglia con la storia degli altri personaggi, a volte anche con un crudo resoconto dei fatti, mentre qualcuno spia tutto da una dimensione parallela, in questa sorta di delirio universale che mette in scena il bravissimo Duma.

Cioè, che libro è questo, per voi?
Riuscireste a definire a che genere appartiene o a catalogarlo secondo i più comuni canoni?

Ma poi alla fine cosa conta, se vi piacerà come è piaciuto a me, vi giuro, ve ne fregherete.
Perché sarete travolti dalle parole, dalla fantasia e dalla storia, senza pensarci più.
E secondo me, non ne resterete delusi.

 

 

“Il mondo dei sogni” di Sergio L. Duma, Teomedia editore. A cura di Francesca Giovannetti

il mondo dei sogni-cover

 

O meglio…il mondo degli incubi.

In questa serie di racconti  l’inquietudine è l’ingrediente principale.

La curiosità lascia velocemente il posto all’angoscia. In un vortice di paura e orrore un uomo e una donna, misteriosi narratori, trascorrono la notte in un locale raccontando storie inquietanti.

Sullo sfondo una città tetra e piovosa, minacciata da un crudele serial killer.

Completano la rosa dei personaggi un cameriere e un barista, un vecchio silenzioso, una donna matura, una giovane coppia di ragazze e tre uomini.

Potrebbe essere un gruppo casuale di avventori ma niente è lasciato al caso.

Ciò che può sembrare ordinario è l’esatto opposto.

I due narratori, in una altalena continua di attenzione che si sposta tra chi li circonda e i protagonisti dei loro racconti, costruiscono una quadro oscuro sull’umanità.

Ne portano alla luce il lato buio: i desideri più inconfessabili, le paure che maggiormente tormentano, i dubbi , le incertezze su noi stessi e sul mondo, la sostanza dell’anima, la malvagità serpeggiante, il pericolo della fiducia mal riposta, l’inganno dell’apparenza, l’ambizione sfrenata, l’estrema necessità di evadere da noi stessi e dal mondo.

E ancora: dei, angeli, demoni, spiriti.

Ogni storia ha un suo centro, ogni racconto spinge a riflettere.

In che modo?

L’autore fa leva sui peggiori istinti, sulle pulsioni più basse.

Desiderio di morte, di sangue, di annientamento proprio e altrui.

Psichedelico.

Scatole cinesi di incubi, proiezioni che diventano sogni e si trasfigurano in visioni.

Una voragine che non cattura, ma ingoia, vorace.

Un abisso del quale non si vede il fondo.

I racconti non sono completamente isolati, ciascuno richiama qualcosa da un altro.

Le storie in sequenza non frammentano l’opera, tutt’altro la rendono un’opera “circolare” fino ad essere inglobata da un finale eccellente.

In tutto ciò brilla incessantemente il genio dell’autore che si distingue per una straordinaria competenza nella scelta dei vocaboli, nel ritmo della narrazione, nella macabra originalità, nella spiccata abilità nell’arte del coinvolgimento.

Autore che diventa esso stesso  protagonista, in una girandola onirica che rompe gli schemi tradizionali della narrazione.

Ma per chi sa cogliere l’essenza, egli riesce a essere sia colui che sconvolge, sia colui che guida.

Una lettura feroce, e, permettetemi, non adatta ai deboli di spirito.

Se amate uscire dagli schemi in maniera alienante, questo è sicuramente un libro che non vi deluderà.

“Arcani maggiori” di Sergio L. Duma, Biblioteka edizioni. A cura di Alessandra Micheli

Arcani_maggiori.jpg

Quando immaginazione e realtà si confondono e valicano i muri, oltrepassando i confini, arrivano le risposte più importanti.

Perché vedete, ciò che ci sfugge di giorno, è ciò che, in realtà, è più importante per il benessere della nostra anima.

Sono gli impulsi profondi, le frustrazioni che il quotidiano produce con i suoi ostacoli, con i suoi no e i suoi se.

Sono i sogni traditi e i sogni che svaniscono all’alba e ci lasciano soli e insoddisfatti.

Ma, soprattutto, la veglia nasconde sotto un tappeto elegante, proprio i segreti più scabrosi, quelli che dobbiamo nascondere a ogni costo, per sopravvivere e per continuare a sostenere la facciata di sanità.

Ed è l’arcano che si alimenta nel lato oscuro di noi stessi che, seppur per molti è considerato una scoria, è in realtà il germoglio da cui una nuova vita può crescere, svilupparsi e diventare albero frondoso.

Arcani maggiori è proprio questo, incontro tra finzione che diviene realtà e realtà che al tempo stesso si nutre di finzione.

La finzione che in fondo va tutto bene, finché si nega quel bussare costante della parte ctonia del nostro io.

Duma sa giocarci con questi temi.

Ama sollevare i tappeti del perbenismo, rendere protagonista indiscusso quel lato inconscio che tutti noi temiamo perché considerato foriero di ostri.

E che, invece, può essere anche padre di incredibili lampi di creatività, qualora un eroe cosi coraggioso abbia l’ardire di andare alla ricerca del vero.

La vera finzione, dunque, non è nella irrealtà di una recita, ma nella costante negazione che, in quella commedia dell’arte fatta di maschere e personaggi, si celi la verità.

Ecco che arcani maggiori si trasforma in dramma dramma pirandelliano in cui si reiterano cliché e stereotipi, in cui l’apparenza inganna perché funestata dalla continua menzogna e mancanza di consapevolezza.

Ecco che il reale è reality, manifestazione ambigua di sentimenti e di motivazioni assurde, di tentazioni e di debolezze che prendono il sopravvento e diventano le mani con cui si gestiscono i fili delle molteplici e disarmanti personalità.

Reale e finzione.

Dove inizia l’una e finisce l’altra?

Quando si imbraccia l’arma della negazione.

Neghiamo i lati oscuri e loro sorridono feroci, prendendosi piano piano il dominio della nostra anima, finché non divengono impulsi cosi potenti da compiere la deflagrazione finale, lasciando solo macerie davanti a noi. E’ la negazione della parte eclissata, che potente nel sicuro grembo dell’invisibilità prospera tentacolare, invadendo appunto ogni anfratto del nostro io.

E alla negazione si accompagna sempre la fandonia, sulle motivazioni alla base di ogni azione, sulla volontà di redenzione che ci è prospettata come unica ancora di salvezza.

Bugia del nostro vero volto, troppo adombrato da patetiche maschere ridenti, il cui riso però assomiglia ancor più a un ghigno satanico.

Arcani maggiori è la fiera dell’ipocrisia, un paese di pazzi, di scellerati troppo presi dai propri vizi per pensare al vero autentico benessere.

In realtà non sono personaggi egoici in questo testo.

Sono solo caricature patetiche di anime che scappano dalla luce della consapevolezza.

Che tentano di stendere il pietoso velo su ogni mancanza, su ogni vuoto, su ogni impulso scaturito quasi come un grido per essere visto, per essere odiato, ammirato…in sostanza per esistere.

E esistere solo con la trasgressione è il canto morente di una fenice che non sa rinascere dalle proprie ceneri.

E cosi si recita a soggetto.

Peccato che la recita non è altro che pantomima pedissequa del nostro essere umano in bilico tra fallimento e caduta.

Come Sempre Duma intinge la sua penna nei lati più deludenti dell’essere umano.

E lo fa perché solo incontrando il nostro abisso forse, possiamo alzare la testa e riuscire a rimirar le stelle

 

 

“Il manoscritto” di Franck Thilliez, Fazi editore. A cura di Alessandra Micheli

il-manoscritto-673x1024.jpg

 

Sono arrivata a bramare la lettura del manoscritto attirata dalle tante parole non solo di lode, ma anche ricche di un miscuglio di emozioni che virano dal orrore al disagio profondo.

Chiunque abbia aperto questo libro ne è rimasto profondamente colpito, traumatizzato, disturbato, turbato, quasi disgustato.

Come se esso contenesse dentro un canto oscuro, simile a unghie che stridono sul vetro, un suono difficile da dimenticare, che irrompe magari in notti strane, quelle senza luna, senza luce, senza nulla che un buio profondo.

E’ pur vero che il thriller deve far rabbrividire.

Ma in quel brivido esiste un inizio e una fine, decretata dall’ultima illuminante pagina.

E’ una sorta di viaggio nelle menti più perverse dove, però, alla rivelazione finale i colpevoli hanno la loro giusta punizione.

Ecco che altri ne usciranno redenti, altri “puniti” e la verità scioglierà i nodi che tengono il lettore avvinto al testo.

Questo, nel manoscritto, non esisterà.

La verità, oscura viscida, strisciante non sarà affatto una redenzione, ma una condanna.

Il male, la perversione, faranno da padrone sullo sfondo di una società per nulla idilliaca che non avrà più tappeti dove nascondere il suo marcio.

L’autore vi nutrirà di quelle scorie e ve le farà conoscere come base fondante di ogni azione umana.

Nessuno si salva.

Nè le vittime ne i colpevoli.

Nessuno avrà la giustizia perché quando la pazzia e il male iniziano a dominare le menti e le azioni, nessuna eventualità di riscatto è mai possibile.

Ecco che da thriller con una sua motivazione etica, il testo diventa solo una voragine di oscurità che prende il lettore impreparato, curioso o convinto che, in fondo, la bellezza salvi e lo trascina con se.

Ecco il perché di tanti commenti che evidenziano lo stile serrato, e il ritmo sempre più cacofonico che diviene un urlo finale acuto come quello di una Banshee, nella loro testa.

Questo perché da sempre il male, la pazzia, la follia, la perversione, sono, in fondo, tollerati come sfoghi necessari di una società che perde pezzi di se.

Troppo abituata alle apparenze e totalmente estraniata dal cosiddetto patto con l’ombra, quello di junghiana memoria.

Noi di ombre, di dolore, di tragedie ne siamo costantemente informati e plasmati, tanto da riconoscerle come parte inevitabile della nostra evoluzione.

Che però, priva di slanci emotivi, di afflati ideali, di volontà caparbia di guerrieri contro questi tentacolari alieni, diviene involuzione.

Perché un mondo, una società che accettano la perversione come elemento necessario alla nostra sanità mentale non è che una società che accetta dentro di se il cancro che la porterà alla morte.

E il manoscritto, in questo senso è altamente etico, più di chi pone, come risoluzione, la luce della giustizia.

Perchè dobbiamo renderci conto che, il progresso, non porta e non può portare con se anche il disfacimento morale e mentale.

Che non significa alienazione, perché è in questo baratro che germogliano demoni e mostri.

Dobbiamo capire che non si vince sottomettendo l’altro.

Che non si sfoga il giusto dolore con la violenza e con la trasgressione. Che la trasgressione morale è una porta aperta sull’abisso, permettendogli di guardarci e di iniziare a sedurci piano piano.

Siamo troppo abituati a accettare il peccato e il male, come altra faccia della medaglia e non più come un interlocutore da affrontare con parole di speranza.

E’ vero.

Il bene ha come controparte il male.

E’ vero.

Molti psicologici parlano della necessità di non combatterlo, ma di parlarci e di modificarlo alla radice.

E’ una lotta costante, diversa da quella tra buoni e cattivi.

E’ un dissolverne le ragioni che lo sostengono e trasformalo in altro.

Ecco il significato oggi della lotta al male e al peccato.

Conoscerlo, ricordarsi della sua esistenza, parlarci e vederlo nella sua costituzione interna per iniziare a smontarlo.

E ricostruirli in un altra forma.

Dobbiamo individuare quelle cesure societarie che portano alla scelta sbagliata.

Dobbiamo imparare a prenderci cura delle componenti della nostra realtà.

Il male ci pone davanti alla nostra vera natura di demiurghi, di eredi del potere creativo di dio.

Non dobbiamo contemplarlo in una società relegandolo ai bassifondi. Dobbiamo iniziare a usare l’arte della creta e ri-modellarlo.

Altrimenti il manoscritto in tutta la sua aberrante di-sincronia, non diverrà altro che profezia.

E alle battute finali noi avremmo solo la conferma che ci siamo perduti. Inevitabilmente, orrendamente, perduti.

“Due cadaveri senza nome” di Karen Katchur, Newton e Compton editore. A cura di Alessandra Micheli

due-cadaveri-senza-nome-x1000.jpg

Ho una grande debito con la Newton e Compton.

Visto il mio immenso amore per i classici e i miei scarsi guadagni, senza l’idea della Newton di creare una collana economica con la mia misera paghetta non avrei mai potuto stringere a me i miei amati Dickens e Woolf.

Ecco che potevo finalmente accostarmi a Wilde a Stevenson.

Eccomi impossessarmi in modo quasi compulsivo delle loro strepitose raccolte horror, avvicinandomi al favoloso Bierce e ai racconti di streghe e fantasmi di tutto il mondo letterario conosciuto.

Addirittura tutta la produzione di Conan Doyle era nelle mie nervose mani, sfogliata e risfogliata, letta appresa quasi a memoria e amata, dio quanto è stata amata.

I Mammut, occhieggiano dalla mia libreria con i nomi dei miei adorati scrittori: Austen, Bronte, Deledda, Poe, Collins.

E ogni scaffale trabocca dei suoi libri a mille lire, sia di saggistica che di narrativa.

Li leggo e ancora oggi avverto quel brivido di felicità nello stringere a me quelle preziose parole, quelle meravigliose trame, quelle favolose mirabolanti capriole letterarie.

La Newton sdoganò la cultura da troppo tempo nascosta nelle polverose biblioteche, nei circoli privati dell’èlite letteraria, regalando a noi giovani libri immortali come cuore di cane o Narciso e Boccadoro.

Tutto alla portata di adolescenti o di malati accumulatori come me. Quindi potete capire come il mio approccio alla Newton sia totalmente diverso dal vostro.

Io ho un debito di somma riconoscenza con loro, perché è grazie alla mission che portarono avanti che io ho potuto leggere, sognare e crescere.

Oggi mi trovo ovviamente a raccontarvi del testo che ho scelto, totalmente differente dai classici che tanto ho adorato e ne sono fiera, perché anche oggi non sono stata affatto delusa.

Sarà che ho sviluppato un certo istinto da cercatore di tesori, ma quando il naso mi prude nel leggere una sinossi, beh allora è quello il libro giusto per me.

E spero per voi.

Due cadaveri senza nome contiene tutto quello che amo in un thriller, non solo l’adrenalina, visto il ritmo lento e quasi immobile che l’autore ha scelto di usare.

Ma soprattutto per il significato, per l’intento del testo che, stranamente, rappresenta uno dei temi a me cari.

In questo viaggio interiore alla ricerca della verità, gli eventi si snodano seguendo una lentezza che potrebbe risultare a tratti stancante ma che, ai fini del significato, si rivela azzeccata: il paese descritto è infatti, immobile, impantanato in una rete di connivenze e di favori tipici di una comunità chiusa.

E tipici ( lo so visto il mio strano e patologico amore per le ricostruzioni dei delitti americani) tipici di una certa America che, pur riconoscendosi nel grande sogno, ne resta tristemente al margine.

Ecco che il patto tra i cittadini e l’autorità, quello di riconoscersi sotto una bandiera e sotto gli ideali che la stessa proclama, diventa una promessa evanescente e totalmente disattesa.

Ecco perché la comunità che si sente tradita dall’autorità centrale, si stringe alle sue convenzioni e ai suoi legami, mantenendo o tentando di mantenere in piedi le sue strutture.

Che non sono strutture realmente politiche, ma sono mentali, sono ideologiche e sono di sentimento.

In un America alienata e distante dal sogno promesso, la comunità rappresenta l’unica fonte se non di benessere, di sicurezza, di certezze e di protezione.

Tanto che, secondo recenti studi sociologici, molte delle cittadine apparentemente perfette e autonome, sono invece altamente chiuse all’esterno, totalmente incentrate sul mantenimento dei propri valori e delle tradizioni anche se questo rischia di cozzare con l’evoluzione dei tempi e della storia.

Nel testo si avverte questa chiusura, una chiusura che, ovviamente si nutre di complicità, di omertà è di segreti.

Segreti che però mimano la purezza dell’idea stessa di organizzazione, ossia un qualcosa che resta unito da legami solidali e affettivi, divenendo soltanto un semplice alibi per giustificare ogni violenza e ogni sopruso. Ecco che in questo scenario claustrofobico la lentezza non fa altro che regalarci questo vuoto interiore, questo mantenere le strutture finto solidali della cittadina, non più per necessità quanto per abitudine.

Tutto deve restare secretato, nessuna verità può emergere all’esterno, pena il disfacimento totale della comunità.

Una comunità che proteggendo la violenza invece di alimentare la cooperazione, in fondo è già morta.

Quella partecipazione tra situazioni e violenza, tra tutori dell’ordine e elementi di disordine nasce dal quel sentirsi estranei al loro paese, come se quella cittadina fosse un elemento di un organismo globale, lasciato a morire al margine di una vita politica che vive bene senza una sua parte. E’ in quel senso di esclusione che si attua un nuovo patto, scellerato, quello tra dominanti e dominati, rendendo la comunità totalmente squilibrata.

Ecco che la ricerca della verità e quindi dell’identità dei sacrificati ( quasi si fosse in presenza di un antico rito apotropaico) diventa importantissima non solo per riappacificarsi con la giustizia ma per rinnovare la comunità stessa.

E’ solo con gli ultimi atti del dramma che il senso di claustrofobia scema per donarci finalmente un senso di libertà.

E’ nel ritrovare i ricordi che il cerchio di chiude e finalmente si può sperare in una nuova possibilità di vita.

E’ nel restituire identità e storia ai cadaveri, simboli della perdita di coscienza della società, che la cittadina può avere una speranza di rinnovarsi e recuperare il suo senso unitario.

E una ragazzina ferita, donna resa quasi cinica e spaventata dai sentimenti proprio perché custode involontaria di un terribile segreto, può finalmente trovare pace.

Il libro della Kathcur è la dimostrazione che, il genere è solo un mezzo per raccontare qualcosa di più profondo che una storia di evasione: serve per farci riflettere su noi stessi ma sopratutto sulla realtà che ci circonda. E magari provare a cambiarla.

 

“Claire Morgan serie. Sorridi e muori” di Linda Ladd, Triskel Redrum edizioni.

69927735_2411888168859883_2390587206499565568_n.jpg

Oggi viviamo più che mai nell’era dell’apparenza.

Lo vediamo dai social che postano istanti rubati a una vita che sfugge alla complessità del reale, per congelarsi in un’ eternità fittizia.

Manca nelle foto di oggi, anzi scusate i selfie, l’essenza stessa del significato di una foto.

Che sarebbe quello di cogliere l’anima, tanto che per alcuni popoli primitivi, la nostra macchina fotografica, era un demone capace di fagocitare la vera essenza di un uomo.

In pratica di rubargli l’anima.

Oggi, invece, serve solo per fare i numeri, crearsi un seguito di follower, mettersi in mostra in una perfezione plastificata.

In fondo Carmen Consoli ebbe una grande intuizione quando scrisse l’agghiacciante un amore di plastica.

Ma come posso dare l’anima e riuscire a credere
Che tutto sia più o meno facile
Quando è impossibile
Volevo essere più forte di ogni tua perplessità
Ma io non posso accontentarmi 
Se tutto quello che sai darmi
È un amore di plastica

Prevedeva un’era in cui le pose, la gara a chi più bella appariva (specchi specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame) così che l’apparenza diventasse preponderante rendendo gli altri elementi della vita, quelli degni di essere vissuti, totalmente inutili.

E’ la morte della realtà in un eccesso di tecnologia.

Non solo il computer, non solo il cellulare con le foto, ma anche il dominio del ritocco estetico sia fisico ma sopratutto virtuale.

Photoshop domina come un bizzarro demiurgo, alterando volti, alterando la vita stessa, in una cacofonica corsa all’eccesso.

Ecco che i programmi di oggi ci permettono di cambiare colore di capelli, di occhi e persino diventare amabili elfi.

Tutto ciò è sicuramente più inquietante di un thriller, considerando che esso è finzione letteraria mentre ciò di cui parlo è attualità, vita di ogni giorno.

Si fotografano paesaggi ma non solo per mantenerne viva la memoria o per proteggere qualcosa da vari disastri naturali.

Io ho foto di Amatrice dei tempi d’oro e oggi per me sono cimeli, memoria che resiste.

No.

Oggi noi fotografiamo per poter apparire.

Non per rendere eterni gli attimi.

Non per divenire racconto e eco, ma per esistere.

Ecco che la bellezza, unico valore capace di salvarci dal baratro, per ironia della sorte diviene feticcio di una società morente, che si sostiene solo mostrandosi mentre crolla pezzo per pezzo.

Nessuna esistenza, solo scenografia adatta per una patetica recita, degradante, affatto simile alla mia commedia dell’arte, laddove l’ironia prendeva in giro i costumi e aveva quel tocco ribelle.

La bellezza è perfezione assoluta, è mancanza di specificità è omologazione e desiderio insano di mostrarsi.

Ecco che uno dei peggiori frutti di questo mondo impazzito sono i concorsi di bellezza per le bambine.

Conoscete no i programmi americani?

Sono tutta infanzia che rinnega la sua infanzia, che congela l’innocenza in un sorriso malizioso non degno di un età di scoperta e di fantasia. Ecco che Linda Ladd, fantastica come sempre, nasconde una sorta di personale orrore con un thriller dai tratti davvero crudi.

Credo sia il suo libro più brutale.

Nelle descrizioni di infanzie violate, di un mondo effimero pieno di marcio nascosto sotto le luci brillanti della passerelle.

Di bambini costretti a crescere per soddisfare la sete di strane ambizioni dei genitori.

I protagonisti finiscono in un vortice di violenza che lascia i segni, divenendo piccole star, o solo comparse in un mondo di adulti irresponsabili, uccidono non solo la loro innocenza, o l’integrità di un anima che preservò spesso i nostri eroi ma anche noi stessi dal male.

Essi divengono fantocci che rappresentano i vizi di oggi, di questa società malata e li impersonano senza sapere che, i finali, possono essere assolutamente diversi, vari e strabilianti.

Non necessariamente devono soddisfare la sit com del degrado, dello share o dei voti.

Possono essere imperfetti e bellissimi.

Possono avere lentiggini, capelli crespi, denti storti senza che questo infici la loro meraviglia unica e indiscutibile: quella di essere umani, ricci di sfaccettature, di sogni e di emozioni.

Dietro il thriller quindi, si agita l’accusa di un mondo che, pur di andare per la sua strada anche se questo significa abbracciare l’abisso, sacrifica la sua parte migliore.

Perché i danni di un esempio pessimo, i conflitti irrisolti e le lacerazioni causate ai bambini nella nostra sfrenata corsa verso l’acme di ogni emozione, significa creare altri adulti completamente inadatti a salire sulla giostra della vita.

Significa creare ferite che quasi mai vengono curate con coraggio o con sentimenti opposti a quelli che le hanno procurate.

Significa dare ai ragazzi dei vuoti, da colmare con le peggiori nefandezze, sprecando il dono unico e inestimabile della vita.

Claire in questo libro è meravigliosa nella sua imperfezione come un contrasto per reginette algide e quasi vuote.

Lei con la sua rabbia, il suo dolore, le cicatrici anche visibili, il suo sarcasmo, e quel suo irriverente essere fuori dagli schemi, diviene il perno su cui, coloro che sono caduti nel vortice dell’orrore, possono aggrapparsi per risorgere.

In fondo, solo Claire con tutta la sua umanità anche scomoda, con i suoi urli, con la lacrime la sua chiusura è l’unica che può combattere con il serial killer.

Perché soffrendo e sputando sangue che sgorga dal cuore, diviene intoccabile dal male.

E allora ancora una volta sono le cose meno apparentemente belle a salvare.

E’ quel dolore che rende gli occhi gonfi, che rende i visi devastati, e l’amore che scompigli la perfette acconciature che rappresentano le uniche vere cose per cui lottare, rialzarsi e lottare ancora.

Ancora una volta è il dolore la vera unica bellezza e l’arma da impugnare per non soccombere di fronte agli orrori che sostano lungo la nostra strada.

1

 

Recensione a cura di Alessandra Micheli