Cover Reveal! Il nuovo romanzo di Sonia Gimor “Odiarsi a Hollywood. Imperdibile!

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SINOSSI:
Qual è la formula perfetta per un telefilm di successo?
Assumete un regista famosissimo, scegliete un cast stellare e zoomate  su due protagonisti con milioni di fan. Aggiungete una bella  carrellata di pubblicità mirata e il trionfo sarà garantito!
E se i due protagonisti dovessero odiarsi?
Niente paura, a tutto c’è rimedio. Organizzate una bella panoramica su  una finta relazione: prendete Abigail Wright e Nicolas Stevens,  chiudeteli nell’ufficio del produttore, e convinceteli a fingere di  essere innamorati anche nella vita reale. In questo caso utilizzate un  grandangolo, vedrete che il telefilm supererà le vostre aspettative.
Sembra un’inquadratura rischiosa…
Forse. O forse potrebbe essere la migliore sceneggiatura della vostra  vita.

In fondo, odio e amore non sono forse due facce della stessa  
medaglia?

Dati libro 

ODIARSI A HOLLYWOOD
Genere: Chick lit
Cartaceo: 256 pagine, prezzo di copertina 15 €
Ebook: 2,99 €

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Ispirato a “La sirenetta” di Hans Christian Andersen, “L’abbraccio delle onde” è un romanzo con una storia d’amore dalle forti emozioni. Laurie Bragg racconta l’incontro tra due uomini che prima si innamorano e solo dopo devono imparare a conoscersi e ad accettarsi. Un romance M/M che affascinerà i lettori. Una storia fantastica che li rapirà fra le onde del mare. Disponibile su Amazon in ebook e cartaceo a partire dal 21 marzo 2019!

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Sono vivo, lo so. Il bruciore ai polmoni è una sensazione che ormai conosco bene. Per qualche strana ragione anche questa volta l’ho scampata bella. Ma non sento le grida, gli strepiti di chi è accorso in mio aiuto e mi sta intorno. Socchiudo appena gli occhi e, nella luce fioca che segue il tramonto, vedo solo un volto sopra il mio. Sbatto più volte le palpebre perché quello che mi appare davanti non ha senso. Quegli occhi, quell’espressione preoccupata sono fuori luogo. Appartengono al mondo dei sogni, alle allucinazioni di un ragazzo che sta per annegare, non a un mondo reale fatto di sabbia bagnata sotto la schiena e aria fredda che ti congela. Ma sono lì. Che mi guardano in attesa. Sbatto ancora le palpebre, per scacciare gli ultimi residui di acqua salata e per mettere meglio a fuoco. Sì, sono loro. Sono proprio quegli occhi. E anche tutto ciò che gli sta intorno: la pelle chiara, il naso aggraziato, le labbra sottili che fremono di apprensione, i capelli biondo platino, che hanno perso tutti i riflessi del sole e mi gocciolano addosso. La bocca si schiude, come per dire qualcosa, ma rimane muta. Tuttavia basta l’espressione interrogativa per farmi capire che mi sta chiedendo come sto.
Non lo so. Non riesco a capire se sto bene o se sto male, se sono vivo o se sono morto e sto sognando.

Quarta di copertina: 
Per ben due volte Chris Anderson ha rischiato di annegare. Una quando era solo un bambino e la seconda da ragazzo. In entrambi i casi è sfuggito alla morte grazie al bacio di una creatura misteriosa.
Ora è un uomo adulto, ma non ha mai dimenticato quegli occhi verdi e luminosi, i lunghi capelli iridescenti e quel sorriso ammaliante. Perso nei suoi ricordi, finisce per isolarsi nel cottage sull’oceano, dove trascorre le giornate a ritrarre sirene e a cercare la strana figura fra le onde. Un giorno, in seguito a un incidente con il surf, rischia di annegare per una terza volta e la creatura delle sue fantasie torna a salvarlo. I baci e la passione dei suoi sogni diventano realtà quando, scampato il pericolo, i due si ritrovano abbracciati sulla spiaggia. Ma una sconcertante rivelazione lo aspetta. La creatura che l’ha ossessionato per anni e per la quale prova una forte attrazione non è una donna, come credeva. È uno splendido uomo.
Il destino gli ha dato un’altra occasione. Riuscirà a superare il turbamento e cogliere l’opportunità di essere felice?

L’autrice: 
Laurie Bragg ha iniziato a leggere da piccolissima, perché era affascinata dalle storie meravigliose contenute nei libri di fiabe che sfogliava insieme alla mamma. Da ragazzina ha iniziato poi anche a scriverle, e l’amore per la scrittura e i libri l’ha portata a lavorare come traduttrice. Al momento collabora con due grandi case editrici e ha tradotto più di quaranta romance. Spronata da tanti che le dicevano di continuare a scrivere, ha infine vinto la timidezza e ha deciso di pubblicare una di quelle storie. L’abbraccio delle onde è il suo romanzo d’esordio.

Informazioni:

Titolo: L’abbraccio delle onde
Autrice: Laurie Bragg
Editore: autoproduzione
Pagine: 254
Prezzo: 2,99 € (ebook), 9,90 € (cartaceo)
Data di pubblicazione: 21 marzo 2019


ATTENZIONE: Offerta lancio! Per i primi tre giorni dalla pubblicazione e durante il periodo di preorder l’ebook sarà acquistabile a soli 0,99 €! 


Link per l’acquisto in preorder: 
https://www.amazon.it/dp/B07PRTD1XJ
Disponibile anche per Kindle Unlimited!

E’ arrivata la primavera!! La sentite nell’aria? Intanto gustatevela con un fantastico regalo targato Quixote editore ” Stonehenge” una raccolta di racconti, dove l’amore è magia!

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Trama:

Raccolta di racconti MM ed MF, che hanno come tema Stonehenge e le leggende d’amore, a cui hanno partecipato Carlo Lanna, Sarah Bernardinello, Alex Massagrande, FN Fiorescato, Alex K. Moreland, Fernanda Romani e Paola Velo.

 

 

Dati libro

TITOLO: Stonehenge – Quando l’amore diventa leggenda

AUTORI: AA.VV.

AMBIENTAZIONE: Stonehenge

COVER ARTIST: PF Graphics

GENERE: Contemporaneo, QLGBT, Contemporary Romance

FORMATO: E-book (Epub, Mobi, Pdf)

PAGINE: 236

PREZZO: Gratis solo su Store QE

DATA DI USCITA: 21 marzo 2019

“Come una tigre” di Ornella Spagnuolo, Ereticaeditore. A cura di Alessandra di Girolamo

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Bisogna sorprendere il lettore e spiazzarlo un po’! Tutto cambia, tutto si evolve in una società sempre più moderna e allora “perché non andare oltre agli schemi tradizionali della poesia?”

 

Con Ornella Spagnulo ho conosciuto una poesia alternativa, diversa, che esce dagli standard classici conferiti alla lirica. Il suo stile è forte e diretto, non risparmia termini duri e scava fino in fondo ai suoi pensieri. Il libro “ Come una tigre” si presenta in una versione che si avvicina alla prosa per rendere più scorrevole la lettura del testo.

Il tema principale è l’amore; un sentimento talmente forte che necessita di essere interpretato in tutte le sue svariate sfumature. Abbiamo l’amore che salva la vita, che prevale su tutto, che scuote ogni coscienza, che fa la vera rivoluzione, ma abbiamo anche l’amore che fa sprofondare, che confonde, che sottomette e diventa anche solitudine.

 

Una vita insieme solo discese tra i nostri segreti. Se tu venissi lascerei tutto sottomessa al tuo volere. Sarei disposta ad essere me e sacrificherei il resto del mondo. Sola perché tu sei rimasto con lei. Bugiardo Pinocchio”.

 

L’autrice sfiora contenuti importanti: la presenza di Dio e il messaggio lasciato agli uomini. Dio dice di moltiplicarsi, ma esistono varie interpretazioni su questo concetto.

 

Io come umana sono parecchio strana. Io mi sento un libro come posso moltiplicarmi? Allora moltiplico il mio amore per te!”

 

Come ho sottolineato all’inizio, questa raccolta di poesie è molto particolare; durante la lettura non rischieremo di abbracciare termini sofisticati e aggraziati che caratterizzano di solito la poetica, capiterà invece di rimanere colpiti da parole forti e incisive.

L’autrice descrive la donna forte come una tigre e nel contempo debole e insicura come una creatura troppo fragile.

 

Amore amore torna presto perché anche se faccio finta di niente divento pazza senza di te. Agli occhi miei ti vedo come un angelo che mi difende dagli altri. Tu uomo bello che lavori io che non faccio niente perché studio”.

 

Queste ultime parole sono quasi una provocazione; Ornella Spagnulo sembra marcare il concetto che ancora oggi noi donne non siamo considerate al pari degli uomini. Spunti di riflessione allora nascono spontanei leggendo vari passi del libro.

 

Ho tanta fame amore mio tanto so che vanno di moda le bambole ora che io sono troppo grassa”.

 

Anche questo concetto spalanca ampie considerazioni sul ruolo che la donna assume nella nostra società: bisogna abbattere i molteplici pregiudizi e le infinite barriere che ancora fanno da decoro in un contesto che appare da troppo tempo fuori luogo.

Nel corso della lettura si ha anche mondo di apprezzare e interagire con alcuni elementi naturali: il mare, il vento, le api, gli alluvioni e la terra. Elementi talvolta complici dello spirito umano, altre invece no.

 

Gli benderei gli occhi e lo assaporerei come fanno le api con il miele. Non mi piace il vento che mi esclude dal tuo abbraccio in vacanza. Tutto quello che volevo era il mare. Vorrei tornare a prima dell’alluvione che ha allagato il mio corpo e danneggiato il mio spirito”.

 

A prima lettura il libro rischia di non essere apprezzato del tutto dal lettore, ma rileggendo attentamente alcune pagine ci si rende conto della qualità di questo scritto e mi riferisco soprattutto ai versi dedicati alla violenza sulle donne. Anche questo un tema affrontato da Ornella Spagnulo.

 

Cito le sue parole: “ Gli uomini possono essere invasori te lo dice una madre che ha il cuore spezzato e il corpo violentato”. Il cuore lo terrò per me ti darò il corpo in cambio. Stai sempre attenta a non sorridere troppo. E’ questione di sopravvivenza. Parola di una donna che ha sentito male a partorire, non tanto per il dolore quanto per quello che nel parto c’era di lui”.

 

Concludo la mia recensione con questi versi:

 

Non guardare a chi sembra avere degli occhi belli, guarda chi sembra avere un cuore buono”. Mandiamo a fanculo la morte, il mare e tutte le miserie”.

Con immenso orgoglio oggi vi presentiamo un articolo in collaborazione con il fantasmagorico sito di Frasi celebri! ecco a voi “ESSERE SCRITTORE O FARE LO SCRITTORE? Quando “scrivere” fa rima con “vivere”” (fonte : https://www.frasicelebri.it/argomento/scrivere/

 

https://www.frasicelebri.it/argomento/scrivere/

 

Ehi, tu! Sì, proprio tu! Tu che stai leggendo adesso, che in questo preciso momento stai leggendo la parola “momento”! No, no, non distrarti, continua a leggere! Guarda che lo so che hai appena fatto una smorfia come per dire “Ma chi è che sta scrivendo?!”. Insomma, ti invito a proseguire nella lettura… se sei qui è perché questo post parla anche un po’ di te.

Già, oggi affrontiamo la spinosa questione se lo scrittore ci è, o ci fa. Più seriamente, proviamo a capire se lo scrittore è un modus vivendi o, più semplicemente, una qualifica professionale. Oggi, in questo post, ci porremo delle domande. Forse ad alcune troveremo le risposte, ma per altre… beh, forse scrivere è anche lasciare aperti degli interrogativi alla continua ricerca di una risposta che possa soddisfare, almeno momentaneamente, chi scrive e chi legge.

#Perché si scrive?

So grosso modo, come sono diventato scrittore. Non so esattamente perché. Avevo davvero bisogno, per esistere, di allineare parole e frasi? Mi bastava, per essere, essere l’autore di alcuni libri?”

(Georges Perec)

Le ragioni che muovono lo scrittore, che lo sostengono nel difficile compito di mettere su carta (o su schermo) quello che ha in testa, possono essere numerose e davvero diverse. Forse, però, quello che accomuna ciascuno è la sensazione di avere qualcosa da dire, e di volerlo fare a modo proprio.

Bene, se avete individuato cosa vi spinge a scrivere, siete già a buon punto. Adesso dovete chiedervi verso cosa scrivete, verso chi, e perché.

#A cosa serve scrivere?

Serve a qualcosa scrivere delle storie?”

(Jonathan Coe, dal libro “La banda dei brocchi”)

Quante volte ve lo siete chiesto? E’ comprensibile… a noi tutti, per fare quello che facciamo, serve un orizzonte di senso nel quale poter collocare ciò per cui ci spendiamo, ci battiamo, ci emozioniamo. La sfida per ciascuno è quella di trovare il proprio senso, il proprio obiettivo verso il quale dirigersi e, inevitabilmente, muoversi.

#Come si fa a scrivere?

Domanda solo apparentemente scontata. Pare serva una penna e un foglio bianco. Sembra che siano sufficienti un pc e un editor di testo.

Ma certo che non stiamo parlando di come si faccia “empiricamente”! Vogliamo solo chiederci come possiamo mettere per iscritto qualcosa che abbiamo in testa, che ci è accaduto, che abbiamo immaginato o sognato. Forse questa domanda darebbe adito a consigli e suggerimenti vari, ma tra tutti solo pochi ci aiuterebbero nella nostra riflessione. Abbiamo scelto una frase emblematica, che ci può aiutare a fare luce su cosa ci serva per scrivere:

L’arte di scriver storie sta nel saper tirar fuori da quel nulla che si è capito della vita tutto il resto; ma finita la pagina si riprende la vita e ci s’accorge che quel che si sapeva è proprio un nulla.”

(Italo Calvino, dal libro “Il cavaliere inesistente”)

#Qual è il mio stile?

Qualsiasi lavoro tu faccia, se trasformi in arte ciò che stai facendo, con ogni probabilità scoprirai di essere divenuto per gli altri una persona interessante e non un oggetto.”

(Robert M. Pirsig, dal libro “Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta”)

La risposta a questa domanda si trova solo “facendo”. Ciascuno di noi ha le proprie preferenze, attitudini e inclinazioni, ma solo scrivendo si capisce quali sono le nostre affinità. L’importante è scrivere con passione, non tirarsi indietro quando i nostri scritti parlano anche di noi e toccano qualche corda che risuona, che ci spaventa, che ci fa male. Il peggior difetto di uno scrittore, così come nella vita, è probabilmente l’autocensura.

#E se ho il blocco dello scrittore?

Scrivere del blocco dello scrittore è sempre meglio che non scrivere affatto.”

(Charles Bukowski)

Non abbiate timore del blocco dello scrittore, uno dei fantasmi più temuti da chi sceglie di fare dello scrivere la sua vocazione. Anche fermarsi, di tanto in tanto, aiuta a ripartire da una nuova prospettiva.

Dove mi sono fermato? Perché mi sono infilato in un vicolo cieco? Come ne esco? Ricordatevi che il blocco dello scrittore non arriva mai dal niente. Rileggete la storia ma fatelo a testa in giù. Portate il vostro scritto a spasso, in un parco o al mare. Rileggetelo… Che cosa cambiereste? Il blocco dello scrittore non è mai definitivo, basta sapersi porre le domande giuste per affrontarlo.

Il nostro mestiere è, innanzitutto, un fatto di passione, cieca, maleducata, aggressiva e vergognosa. Posa su una autostima delirante, e su un’incondizionata prevalenza del talento sulla ragionevolezza e sulle belle maniere. Se perdi quella prossimità al nocciolo sporco del tuo gesto, hai perso tutto.”

(Alessandro Baricco)

Scrivete, se questo vi appassiona. Scrivete se pensate che questa sia la sola cosa che vi rende vivi. Ma non smettete mai di farvi domande.

Fonte 

https://www.frasicelebri.it/argomento/scrivere/

La rubrica a Viaggio attraverso la storia “A pranzo con il Granduca”. A cura di Alfredo Betocchi

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I Medici, la famiglia egemone che governò Firenze dal 1434 al 1737, tranne alcuni anni di interruzione, fu il faro ai quali tutti i principi italiani guardarono con ammirazione e malcelata invidia.

Rispettosa formalmente delle istituzioni repubblicane, la famiglia s’impadronì del potere effettivo con la forza della ricchezza, allontanando gli avversari con l’arma delle tasse.

La svolta autoritaria si ebbe con Cosimo I, detto il Giovane, primo Granduca di Toscana, incoronato dal Papa Pio V con decreto del 24 agosto 1549.

Da quel giorno la Toscana ebbe una Corte degna di quelle europee più prestigiose.

L’organizzazione di una Corte cinquecentesca aveva un che di gigantesco, era come uno Stato nello Stato.

Il Signore, il Palazzo e la famiglia signorile necessitavano di un “ordo familiaris” e di un “officium” che si preoccupassero di coordinare e dirigere tutti gli abitanti del palazzo, liberi e servi. Vi erano vari livelli gerarchici che partivano dall’alto: il Granduca e la sua famiglia per scendere via via ai cortigiani, ai funzionari, ai paggi, ai soldati e, ancora scendendo, fino agli operai stipendiati (giardinieri, cuochi domestici) e ai servi.

Le corti rinascimentali si contraddistinguevano per un gusto spiccato per la carne, cibo dei nobili per eccellenza, tanto da avere delle riserve di caccia per il Signore e i suoi invitati. La carne era la protagonista assoluta dei sontuosi banchetti che venivano allestiti a Firenze, in Palazzo Vecchio prima e in Palazzo Pitti poi.

Oltre alla carne, venivano serviti degli ottimi vini, rossi e bianchi provenienti dalle cantine granducali.

Avveniva talvolta che gli ospiti illustri, invitati alla mensa del Granduca, portassero essi stessi dalle loro città i loro cuochi e gli chef che li dovevano dirigere, in quanto non volevano privarsi dello stile culinario a cui erano abituati nelle loro dimore.

Il Palazzo era il fulcro e il centro del potere delle Signorie rinascimentali e tra le sue mura il Signore comandava le milizie, rendeva giustizia e accordava le grazie ai sudditi, promulgava i decreti e approvava o riconosceva gli statuti alle terre, alle ville e alle città a lui sottoposte.

Una parte del palazzo era considerata “pubblica” e tutti potevano accedervi, sudditi e stranieri. Solo i mendicanti erano tenuti lontano e dirottati verso l’ufficio dell’ ”Helemosiniere”, in una parte remota dell’edificio, per non infastidire i suoi abitanti. Ovviamente, c’erano luoghi privati non accessibili alla gente comune come le stanze del Granduca e quelle della Granduchessa.

Pubblici erano invece i “tinelli” e la cucina in generale.

Per “Famiglia” del Signore non s’intendeva solo i parenti e i congiunti ma tutto l’insieme della popolazione addetta alle funzioni pubbliche e a quelle private del loro servizio, a partire dagli addetti al cerimoniale fino agli sguatteri di cucina. Tutti costoro testimoniavano il loro attaccamento e fedeltà al Signore con il loro lavoro.

Si sono trovati, negli archivi delle corti principesche, testimonianze scritte dell’”Ordo”, cioè dell’insieme delle rigide regole che governavano la “familia”. Erano riportati gli elenchi delle persone stabili, fedeli e di mestiere rispetto al rango, la dignità, il grado e le mansioni a loro attribuite, subordinati al Granduca in quanto vertice dell’”ordo”.

Ecco un esempio riportato da un certo Susech, antico cortigiano alla corte urbinate:

dopo il Duca e i nobili, l’”Ordo” di Susech riportava i “conti”, i “cavalieri a speron d’oro”, i “gentil’ huomeni”, gli “huditori”, i “maestri di grammatica, logica et filosofia del Duca”, “li secretari et oratori de fora” (cioè stranieri o di altre città), i “secretari di casa, i “cancellieri”, gli “scalchi” (addetti al controllo del personale del Duca), i “camarieri”, gli “scalchi de forestieri” (addetti ai servitori degli ospiti) e così via elencando fino ai cuochi, ai garzoni, le “donzelle” (ragazze addette a vari servizi domestici) e “altre donne di casa” (forse di grado inferiore alle precedenti).

Grande importanza veniva data ai “massari” e generalmente a tutti gli addetti all’allevamento degli animali o al supporto nelle battute di caccia del Duca, oltre a coloro che avevano la responsabilità di lavorare e cucinare le carni e le altre vivande. Erano previsti “offici” per assaggiatori che si accertassero sulla bontà e innocuità del cibo servito sulla mensa del Granduca e per i dispensieri e i servitori alla tavola.

A differenza di quanto si crede, la mercede di tutto il personale era stabilita nella forma mista di denaro e generi, quindi comprensiva di vitto, alloggio e talvolta di vestiario. I collaboratori esterni al palazzo detti “habitanti fora de la casa” lucravano in vitto, in un’unica soluzione, o con assegnazioni annuali di grano, vino e carne.

Insostituibile figura era lo “spetiale” il cui compito era di rifornire il palazzo di materie prime che, sotto il controllo del “maestro di casa”, o acquistava o riceveva i prodotti della proprietà del Granduca, cui sovraintendeva il “factore generale”.

Originale era la convinzione rinascimentale che la Corte fosse lo strumento di governo del Granduca a cui tutti dovevano «studiare de essere amati. Tucti questi officij vogliono essere cum ordine, cerimonia et reverentia.» Non mero lavoro di routine, quindi, ma omaggio continuo d’amore verso il Signore e il suo Stato.

Quello che contava maggiormente era la “voluntà del Signore” e chi non la rispettava era sottoposto a gravi sanzioni. Recitava infatti l’Ordo:

 

«L’Ordo è stabilito dal Signore, ad esso il familiare deve attenersi. Colui che non adempie è assimilato al renitente che oppone resistenza all’autorità. Ne consegue che esso debba essere castigato aspramente perché cusì è necessario.»

 

Alla fine della trafila dei lavori di tanta gente c’era il banchetto che si teneva in occasioni ufficiali o in presenza di ospiti illustri. Non si deve credere che ogni giorno il Granduca facesse dei pranzi luculliani, anzi sappiamo dalle testimonianze dell’epoca che Cosimo I era piuttosto contenuto nel consumo dei cibi.

Un suo biografo, Giovan Battista Cini scriveva di lui:

«Vive come un grandissimo padre di famiglia e mangia sempre unitamente con la moglie e con i suoi figliuoli, con una tavola moderatamente ornata» e ancora « in bere, in mangiare et in vestire et in tutta la cultura del corpo fu modestissimo.»

Il comportamento di Cosimo I non fu purtroppo seguito dai suoi discendenti e specialmente dall’ultimo Granduca, Gian Gastone. Costui contrasse un matrimonio infelice con la tedesca Anna Maria Francesca, duchessa di Sassonia-Lauemburg. Per consolarsi, si dette perciò al mangiare, al bere e al dormire. Pessima abitudine che minarono prima del tempo la sua salute. Mangiava grasso, beveva grosso, sorbiva cioccolato e rosolio e pipava tabacco. Era partito per Düsseldorf vispo e fiorente, tornò a Firenze appesantito, tardo ed afflosciato.

A 26 anni, le eccessive libagioni lo avevano reso quasi cieco. Prese a chiudersi in camera da letto per non dover camminare, dolorante dalla gotta presa a causa degli eccessi dei pranzi a base di carne, impigrito e sonnolento, fumava smodatamente e beveva sempre di più.

Com’era logico questa “dieta” lo portò a soli 66 anni alla tomba, misera fine di un’illustre dinastia.

Review party “Il party” di Robyn Harding, Casa editrice Nord. A cura di Francesca Giovannetti

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La famiglia Sanders conduce un’esistenza apparentemente perfetta: il padre ha un ottimo lavoro, la madre un impiego come freelance che le consente di seguire i figli, Hannah e Aidan.

Ma dietro a tanta apparenza si nascondono i segreti di ognuno di loro: Jeff non è il padre perfetto, Kim non è la madre realizzata e felice e Hannah, la figlia maggiore, non è l’irreprensibile adolescente con ottimi voti.

Il velo si squarcerà dopo la festa dei sedici anni di Hannah, quando, dopo un terribile incidente subìto da una delle invitate, l’intera famiglia precipiterà in un incubo.

Il tema dell’apparenza perfetta che nasconde troppi lati oscuri è uno scenario ricorrente in più di un romanzo, ma in questo caso l’autrice è una vera maestra nel far salire il livello di inquietudine nel lettore.

Scavare dentro gli animi dei personaggi è una prova difficile, scavare dentro quelli di personaggi particolarmente complessi e sfaccettati è ancora più duro. La caratterizzazione rasenta quasi la perfezione.

Pochi e precisi tratti fisici e una moltitudine di sfumature interiori.

Impariamo a conoscere la famiglia Sanders pagina dopo pagina, a tal punto che ci diventano familiari anche gli aspetti contraddittori dei loro caratteri.

Jeff, padre di famiglia e uomo di successo, ribelle ma nello stesso tempo succube di una moglie che pretende la perfezione da chiunque la circondi; la tanto odiata Kim, madre severa e intransigente, accecata dal bisogno di mantenere una facciata che si sgretola lasciandola impotente e costretta all’accettazione e infine Hannah, adolescente complicata, combattuta fra l’essere e l’apparire, decisamente consapevole del giusto e dello sbagliato: ma riconoscere ciò che giusto non significa automaticamente essere in grado di seguirlo.

Sul fronte opposto Lisa e Ronnie, madre single con una figlia ribelle e fuori dagli schemi. Le due realtà si scontreranno e sarà guerra aperta, su tutti i fronti.

E dalle case perfette nei quartieri alti di San Francisco si passa all’ambiente delle scuole esclusive, popolate da ragazzi viziati e noncuranti delle regole, pronti a bullizzare e a infierire sul più debole.

Uno spaccato della classe agiata americana e dei loro figli, un quadro impietoso che fa paura, perché non distante da alcune realtà che entrano nelle nostre case sotto forma di notizie del telegiornale.

Rimane attaccata addosso, dopo aver terminato la lettura, la sensazione di profonda impotenza davanti all’imprevedibile.

Una festa, un incidente, un eccesso di ribellione adolescenziale buttano per aria progetti, sacrifici e aspirazioni. Può essere così fragile ciò che faticosamente si è costruito?

La risposta è sì, un sì pronunciato a denti stretti e spaventosamente amaro. E non ci sono ricette, arrivati a quel punto, che possano rimediare.

Un romanzo con una trama interessante e piena, con una portante vena psicologica.

Un libro che si legge di un fiato, nonostante tematiche attuali molto difficili da comprendere e gestire.

Una costante attenzione all’animo di tutti i personaggi, principali e secondari, che pone l’accento sull’abilità della scrittrice.

Consigliato.

Io non sono niente. Laura Radiconcini. A cura di Vincenzo De Lillo

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Bello, non c’è che dire.
Ma non per una mera questione estetica, per quanto lo stile della Radiconcini sia pure armoniosamente ineccepibile, ma bello per altre questioni.
-Primo, per la forma.
Il racconto in prima persona è sempre difficile da scrivere, ma l’autrice ci riesce egregiamente, dando vita ad un personaggio le cui emozioni sono evidenti e palpabili, pure se non spiegate letteralmente, come si fa di solito nei testi in forma diversa.
Grazie al saggio uso della parola, infatti, sentirai le paure, i tormenti e i pensieri di Matthew, il protagonista, come fossero tuoi, riuscendo quasi a carpirne anche il dolore fisico.
-Secondo, per l’aspetto storico/sociale.
Uno dei periodi più tristi e controversi della storia italiana, quello tra il 1943 e il 1945, di cui sembra sia stato detto tutto e invece, tra partigiani, povera gente e soldati, di uno schieramento e dell’altro, ci sarebbe ancora tanto da dire e o analizzare.
Affrontarlo poi, ricamandoci su una storia appassionante, non è da tutti.
-Terzo, per tutto il resto.
Con fare naturale e senza alcuna forzatura, l’autrice riesce a imbandire una tavola letteraria per lettori dei generi più diversi, dallo storico al fantasy, dall’horror al romance, intrecciando la storia dei personaggi chiave con quella italiana di quel periodo.
La Resistenza partigiana, la fame, la Repubblica di Salò, le deportazioni, il fascismo, fanno da scena alla storia di un uomo, un soldato americano, che, in missione in Italia, viene trasformato in vampiro durante il ritorno alla base dopo un difficile incarico.
Prima però c’è il racconto di quei giorni difficili, in cui ci sono i cattivi: i tedeschi e i fascisti, e i buoni: alleati e partigiani, le cui peripezie e battaglie sono note a tutti.
Poi l’amore per una giovane ebrea, con cui il protagonista scoprirà l’ardore della passione, e, dopo, la trasformazione in “Nonmorto”, situazione in cui Matthew si calerà con estrema difficoltà, in bilico tra la nuova natura da predatore assassino e quella natia di quasi preda, della propria vita.
E poi ancora l’intreccio tra le brutture della guerra e la bellezza dell’amore per la sua bella, per il prossimo, per l’Italia tutta, che cerca di tirarsi fuori a fatica dalle terribili sofferenze belliche.

Insomma bello, che vi devo dire più.
La Radiconcini è una scrittrice con la “S” maiuscola e un’ottima penna, che le permette di spaziare tra i generi senza annoiarti, anzi.

Brava, davvero.

Oggi il blog presenta “Ancora noi” di Diana D.P. edito da una strepitosa Triskell editore.

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Sinossi:
Dopo cinque anni a Dublino, Daniele decide di tornare a Roma per riflettere su una proposta di lavoro che cambierebbe la sua vita: stabilirsi in Irlanda per sempre. In Italia, però, oltre a sua sorella e ai suoi amici, lo aspetta anche Stefano, il passato dal quale è fuggito e a causa del quale non è mai più tornato. Sa di aver lottato per ricostruirsi un equilibrio ma sa anche che, per andare avanti, deve dimostrare a se stesso di essere in grado di affrontare tutti i demoni del suo passato, compreso l’uomo che lo ha costretto a cambiare completamente la sua vita.

Stefano è un infermiere specializzato e trascorre la sua vita fra il lavoro che ama, i suoi amici, suo fratello e un compagno di letto. Non ha mai avuto problemi con la propria sessualità ed è cresciuto in una famiglia che lo ha sempre sostenuto e accettato. Intelligente, estroverso e a suo agio con se stesso, ha vissuto un unico grande trauma nella vita che lo ha portato a essere cinico nei confronti dell’amore, nonostante la sua natura romantica e sensibile: la rabbia nei confronti della partenza di Daniele non è mai scemata, anche se è convinto di essere andato avanti e di aver dimenticato quel ragazzo complicato e bellissimo, con il quale ha avuto un’intensa e travagliata relazione che lui stesso aveva scelto di troncare.

Quando Daniele torna a casa, i ricordi, soffocati e repressi per tanto tempo, riemergono con prepotenza, riaprendo ferite, rimettendo in discussione le scelte e la vita di entrambi.
Una storia tanto importante, finita male e che ha cambiato i percorsi di due persone all’apparenza così diverse, merita di cadere nell’oblio o di avere una seconda chance?
A volte nella vita non si ha scelta e spesso è il cuore a scegliere per noi.

 

Dati libro

Data di pubblicazione: 14 Marzo

COLLANA: RAINBOW

Titolo: Ancora noi
Serie: Time #1
Autrice: Diana D.P.

ISBN EBOOK: 978-88-9312-493-5
ISBN CARTACEO:

Genere: Contemporaneo
Lunghezza: 528 pagine 

Prezzo Ebook: € 5,99

 

 

Il blog è lieto di partecipare al party di Aurora stella con un articolo che speriamo intrigherà i più “Le influenze artistiche nelle opere di Aurora Stella” a cura di Alessandra Micheli

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Cosa spinge un autore a scrivere?

Quale sacro fuoco della passione lo anima?

Da cosa inizia il procedimento della creazione letteraria?

Tutti noi ci siamo fatti da sempre questa domanda. Alcuni hanno evitato la risposta per non avere la magia della lettura rovinata dalla conoscenza. Tutto il procedimento diviene quindi una sorta di atto da demiurgo, si plasma la materia originaria (parola) per creare emozioni e storie. E al tempo stesso le storie intercettano le emotività, le esigenze e le ossessioni dei lettori instaurando il fantomatico patto interpretativo che da voce al libro, rendendolo da oggetto inanimato carne viva e pulsante.

Per altri, me medesima, il conoscere il percorso che porta alla composizione del libro non inficia la meraviglia e l’incanto del prodotto finito. Anzi ne evidenzia la favolosa capacità dell’uomo e della sua mente di usare le fascinazioni che la vita e il nostro cammino per creare arte.

E l’arte parte dalla vita di ogni giorno: sono esperienze raccontate con un codice diverso usando strumenti apparentemente banali, colori o penna o pc, per dare vita a universi e significati.

La mia curiosità su Aurora è immensa.

Conosco un po’ la sua vita e so che il contatto giornaliero con l’altro la porta a ampliare la sua mente creando a volte parodie del nostro quotidiano, a volte proponendo scenari alternativi. O rispondendo in modo tutto personale alle nostre ansie moderne. In ogni libro, quindi l’influenza maggiore la rappresenta la vita stessa, con i suoi dolori, con le sue gioie, le vittorie e le sconfitte, ma anche i difetti e le cesure di una società allo sbando ma ancora strenuamente capace di sognare.

Ma non è solo l’esistenza stessa la fonte del suo atto demiurgo. All’interno di ogni libro possiamo ritrovare una miriade di influenze letterarie e cinematografiche e sarà mio pregio accompagnarmi alla scoperta di libri dimenticati e di film vetusti ma sempre attuali.

La prima influenza che si ravvisa nei suoi scritti in particolare Tiger indomabilis e Furens è senza dubbio l’intramontabile Platone. E non un racconto qualsiasi ma quello racchiuso nel libro settimo della Repubblica e che conosciamo tutti (spero per voi) come il mito della caverna.

Si tratta di uno dei testi fondamentali per la storia del pensiero e della cultura occidentale, un trattato di alta filosofia incentrato sul tema eterno della liberazione dell’uomo dalle pastoie societarie che ne limitano la percezione del reale.

Si immaginano in questa narrazione personaggi incatenati fin dalla nascita nelle profondità oscure di una caverna. Bloccati in modo che i loro occhi possano soltanto fissare il muro di fronte a sé. Alle spalle degli sventurati è acceso un enorme fuoco e che tra esso e i prigionieri esiste una strada rialzata. E su questa strada è eretto un muretto in cui uomini poggiano oggetti vari, animali piante, utensili. Le forme di questi proietterebbero la propria ombra sul muro attirando l’attenzione degli sfortunati. Non avendo esperienza del mondo esterno e non conoscendo la situazione reale (il muretto posa oggetti) essi interpreterebbero le ombre come esseri reali, ossia come le vere piante, i veri animali e i veri utensili. Se in un caso straordinario un prigioniero fosse cosi fortunato da rompere le catene e potesse rivolgere il volto verso l’entrata della caverna, egli sarebbe abbagliato dalla luce e proverebbe un acuto dolore. Inoltre, le forme situate sul muretto gli sembrerebbero meno reali delle ombre a cui esso è abituato, e rimarrebbe dubbioso, incerto e sopratutto disorientato.

E probabilmente l’abitudine, la comodità all’abitudine lo porterebbe verso il conosciuto ossia le ombre. Lo stesso prigioniero se costretto a uscire dalla caverna rimarrebbe accecato, a disagio nel mondo esterno, soffrendo uno shock acuto che lo costringerebbe a rivedere tutte le sue certezze. E proverebbe rabbia per essere costretto ad abbandonare la sua tranquillità. Ci vorrebbe tempo per re-imparare a osservare il paesaggio, tempo per abituarsi ai nuovi concetti, alle nove forme, e tempo per distruggere le precedenti conoscenze e rimpiazzarle con le nuove. Se riuscisse ad apprendere, probabilmente vorrebbe tornare nella caverna al liberare gli altri prigionieri, pervaso dall’euforia di chi scopre la realtà. Ma si ritroverebbe di fronte alla ritrosia dei prigionieri restii ad abituarsi al nuovo, e decisi a credere soltanto alla veridicità delle ombre. Ai loro occhi apparirebbe un pazzo, un folle, un pericoloso agitatore, un ribelle o un disadattato.

Ed è questo che racconta perfettamente il nostro moderno dramma di persone convinte che il solo reale sia la pallida imitazione che vediamo oggi, che il vero reale siano le ombre e siano le concezioni a cui siamo stati abituati da piccoli.

Questo brano ricorda quello gnostico della pistis sohpia, laddove la conoscenza (gnosi) della vera natura di Dio e di conseguenza del mondo creato dal demiurgo, non può non avvenire se non in presenza di un’esperienza di tipo traumatico: rendersi conto di aver creduto da sempre alla menzogna.

E il coraggio di mordere con orgoglio la mela proibita. Questi concetti profondi sulla natura del mondo, delle cose e persino di Dio sono alla base del libro di Aurora e indagano un tema a lei e a me caro: è davvero tutto oro quel che luccica?

La società a cui siamo abituati è davvero quella che ci descrivono?

Dietro a comportamenti apparentemente eroici, umanitari, pregni di buoni sentimenti non si cela forse una sorte di illogicità folle che una volta esternata, li renderebbe meno nobili?

Altre influenze si ravvisano nei capisaldi della fantascienza tra cui il reo confesso è sicuramente Star Trek. E in particolare tre episodi chiave nell’arena dei gladiatori ( qua l’enterprise giunge in un pianeta strano, distopico e una società apparentemente databile al XX secolo, ma dominata da un anacronistico impero romano). Le parole sacre ( geniale rivisitazione della guerra tra pionieri e tribù americane) e un inquietante il ritorno degli arconti. In questa onirica puntata si assiste a una sorta di terapia junghiana al contrario; in questo caso le persone vivono in un modo quasi perfetto idilliaco, sfogando però il loro lato oscuro nel funesto giorno di un misterioso festival, quasi un catartico inno alla violenza sfrenata.

Un film che racconta un evento simile è quello della notte del giudizio scritto da James De Monaco. In questo delirante ma spettacolare film del 2013 si immaginano gli Stati Uniti del 2022 come una nazione rinnovata e governata dai nuovi padri fondatori. Questi per mantenere tassi di criminalità e disoccupazione bassi hanno istituito un periodo annuale di dodici ore, lo sfogo durante il quella tutte le attività criminali, incluso l’omicidio, divengono legali. Unico limite è l’aggressione ai funzionari governativi di livello 10 e il divieto di uso delle armi di guerra di grande calibro. È questo un rito capace, secondo la mente dei governanti, di essere una sorta di catarsi per i cittadini consentendogli di esternare in un rito apotropaico tutte le frustrazioni e i sentimenti negativi purificandosi da esse.

Altro film che influenza l’opera è The Truman show compimento perfetto del mito della caverna di Platone.

Altro omaggio presente nelle pagine è senza dubbio ad Asimov specialmente del testo La fine dell’eternità del 1955 chiave di volta dei romanzi successivi. In questo perfetto libro troviamo l’ossessione del controllo del tempo e l’umana, ma illusoria aspirazione a voler eliminare dalla realtà le sue imperfezioni modificando la storia.

Altro pilatro della narrativa fantascientifica che Aurora cita è senza dubbio Bradbury e le sue Cronache marziane, soprattutto nell’episodio il mattatoio. Proprio come in avviene in Tiger, un inquietante potere mentale, proprietà dei marziani è capace di creare la perfetta illusione. Ogni terrestre vive il suo momento perfetto e quando abbandona la diffidenza, verrà ucciso.

Altra icona della distopia è senza dubbio 1984 di Orwell e la stessa Aurora ci racconta:

L’onnipresente occhio del grande fratello in furens e tiger è rappresentato non solo dal gruppo dei cervelloni (anomalie create dalla natura alla quale si sono ribellati) ma dalla connessione di tutti gli esseri umani che non solo non respingono l’appendice neurale (il biochip) ma amano e riconoscono come propria quella realtà.

Immortale riferimento a un classico della letteratura amato dalla mia generazione è Quo Vadis? Con la toccante storia di Licia e Vinicio, la purezza cristiana contro l’arroganza pagana annullate di fronte alla magia del vero amore.

Lucio e Silyen non esiteranno a sacrificare la propria vita in un eterno ritorno dell’uguale.

Una coppia di giovani martiri creati ad hoc che con il loro amore, pagherà per riscattare l’umanità da sé stessa. Un’umanità che, dopo poco tempo, dimentica per cosa sta lottando e torna sempre sui suoi passi incerti.

Altre influenze le ravvisiamo nelle opere di Verne. È sul sistema presente nell‘isola misteriosa che la genialità di Aurora ha ricostruito Oceania.

O anche Sinuhe l’egiziano di Mika Waltari.

Ma è senza dubbio lo gnostico Matrix ad aver educato la mente di Aurora:

nella visione leggermente gnostica che ho del mondo, noi non viviamo una realtà, ma siamo semplicemente proiezioni e interazioni di un immane videogioco.

Ed è forse questo richiamo occulto, ma neanche troppo agli antichi bogomili, catari e cainiti che rende l’opera di Aurora qualcosa di unico e complesso, ma profondamente vicino alla vera anima occidentale

«Matrix è ovunque. È intorno a noi. Anche adesso, nella stanza in cui siamo. È quello che vedi quando ti affacci alla finestra, o quando accendi il televisore. L’avverti quando vai al lavoro, quando vai in chiesa, quando paghi le tasse. È il mondo che ti è stato messo davanti agli occhi per nasconderti la verità.»

(Morpheus a Neo)