La talentuosa A.S. Twinblack torna con un altro libro da non perdere “La cacciatrice”.

Prese posto sullo sgabello davanti al bancone e, nel farlo, urtò con il ginocchio il suo vicino di posto.

«Mi scusi» disse Max con tono dispiaciuto, voltandosi nella sua direzione.

Sgranò gli occhi per la sorpresa. La rossa, con i riccioli fiammanti, era di nuovo lì e, a quanto pareva, era sola. Max trattenne il fiato per qualche secondo, aspettandosi una reazione. Intanto, il desiderio di raccogliere quei lunghi capelli in una mano e tirarli con forza, mentre da dietro affondava nel suo corpo, stava diventando un’ossessione. Ma da come la donna si stava comportando, restandosene lì, immobile e senza dire una parola, Max capì che non aveva proprio intenzione di dargli un’opportunità.

La rimirò meglio. Il vestito che indossava, nero e aderente, le arrivava sotto il ginocchio, le maniche lunghe le coprivano le braccia per intero e sul davanti la scollatura rotonda metteva in evidenza i seni. Ai piedi calzava un paio di scarpe con il tacco vertiginoso, di colore rosso, e la borsetta, abbinata, la teneva poggiata sul bancone vicino al bicchiere.

Max scrutò con attenzione il profilo del seno, per sincerarsi che fosse vero. Da quando aveva avuto quella sgradevole esperienza col trans, le siliconate le scartava a priori. Quello che stava vedendo, però, sembrava un seno di taglia media, morbido al tatto, e se fosse stato fortunato lo avrebbe verificato a breve.

Tuttavia la donna aveva l’aria di tirarsela assai, manco ce l’avesse per orizzontale e tempestata di diamanti preziosi. Max conosceva bene quei tipi. Bastava che sentissero odore di soldi e l’avrebbero sbattuta in faccia al primo riccone lardoso, vendendosela molto cara.

Con lui però cascava male… malissimo.

Max si agitò sullo sgabello mentre una fantasia porno stava prendendo forma nella sua mente.

Ritentò di nuovo. «È un vero peccato lasciare sola una bella donna.» Alzò la voce per farsi sentire meglio.

L’altra non rispose e neppure si girò a guardarlo.

«Come ti chiami?» continuò lui, mentre con la mano faceva cenno al ragazzo del bar di avvicinarsi.

La rossa bevve un sorso dal bicchiere. Non una parola, né un mugugno, e tanto meno un gesto qualsiasi che gli facesse capire di essersi accorta di lui.

«Per me un Long Island» chiese Max rivolto al barman, «e per la signora un…» Si interruppe voltandosi verso di lei, in attesa della risposta che non arrivò. «Un altro di quello che sta bevendo» concluse con un mezzo sorriso.

«Allora, non vuoi dirmi come ti chiami?» le domandò, ancora, sporgendosi verso di lei e abbassando volutamente il tono della voce per renderlo più sensuale. A volte, con certe donne funzionava. Gli dicevano che la sua voce somigliava a quella di Luca Ward. Il doppiatore di Russel Crowel in Il Gladiatore, per intendersi.

Nel mentre si lanciò una rapida occhiata alle spalle. Il timore che parrucchino-box, o qualche altro scimmione focoso, sopraggiungesse con aria bellicosa a rivendicare i diritti sulla bella rossa non lo abbandonava.

Lei avvicinò le labbra alla cannuccia, ignorandolo. Aspirò un lungo sorso, e subito dopo prese a disegnare pigramente il bordo del bicchiere con le dita. L’attenzione di Max fu catturata da quei polpastrelli il cui movimento lo fece pensare a una carezza fatta sulla pelle liscia di un’altra parte del suo corpo. Gli pareva quasi di sentirli, e un calore improvviso gli si addensò nel basso ventre.

Si infilò la mano destra nella tasca dei jeans e cercò di sistemare l’uccello che cominciava a stare stretto. Poi prese il cocktail dalla mano del barista. Ne bevve quasi la metà, tutto di un fiato. Era con molto ghiaccio, come piaceva a lui. Quindi, poggiò il bicchiere sul bancone e tornò a fissare la donna. Era così piena di sé da non degnarlo neppure di uno sguardo, un comportamento, quello, che lo mandava in bestia.

Finì il resto del drink e fece per scendere dallo sgabello. Non sarebbe rimasto lì a fare la figura del morto di figa che sbava dietro a un culo e a un paio di tette. Ma quando poggiò il piede a terra, la voce calda di lei lo inchiodò sul posto, come se un lazo infuocato gli avesse avvolto i lombi facendolo prigioniero.

«È importante?» rispose la rossa con lo sguardo fisso sulle bottiglie di liquore riposte sulle mensole di fronte. Stringeva il bicchiere con la mano sinistra, mentre con le dita dell’altra continuava ad accarezzarne i contorni.

Max si soffermò a guardare le unghie lunghe laccate di rosso. Pensò al piacere che avrebbe provato nel sentirle graffiargli la schiena e infilarglisi nei glutei, mentre si spingeva tra le sue cosce aperte. Quello sì che sarebbe stato un delirio, non la lingua di Luana, la ragazza che la sera prima aveva conosciuto in un altro locale e che si era limitata a baciarlo.

Contento, Max riprese posto sullo sgabello, intenzionato a portare avanti la trattativa che gli avrebbe permesso di realizzare la sua fantasia. Il ghiaccio era finalmente rotto, segno che avrebbe avuto buone possibilità di portarsela a letto, e mentalmente si sfregò le mani in segno di soddisfazione.

«Beh… sì. Voglio sempre sapere come si chiamano le donne con le quali faccio sesso» continuò con aria spavalda.

Lei chinò la testa, e i lunghi capelli rossi le ricaddero davanti al volto, celandone in parte il sorriso.

«Chi ti ha detto che voglio fare sesso? E con te, per giunta?» aggiunse la donna con tono vivace.

«Tesoro, ma tutto di te dice che è quello che vuoi. E io so come farti godere.»

«Ah, sì?» proseguì girandosi verso di lui.

Max ebbe un sussulto e la rossa scoppiò a ridere.

SINOSSI

Max Rouge, giovane aspirante giornalista, ha un chiodo fisso: rintracciare la donna con i capelli rossi alla guida di un Audi R8 nera. Conosciuta una sera in discoteca, quello che doveva essere un incontro di piacere, ha avuto, invece, una conclusione inaspettata. Scoprire l’identità della rossa non sarà per niente facile, tanto più che sembra essere scomparsa nel nulla.

Durante le sue ricerche, Max conosce Tania, una trentottenne solitaria e con problemi a relazionarsi con gli uomini. È accaduto qualcosa di orribile nel passato della donna, ma lei ha solo pochi ricordi frammentari, e gli incubi che la svegliano di notte.

Le strade di Max e Tania si incrociano con quelle di altri personaggi, ciascuno con oscuri segreti da nascondere, e man mano che Max si avvicina a scoprire chi è la donna dai capelli rossi, anche Tania inizia a riacquistare la memoria.

La verità verrà a galla in una trama complessa e intricata in cui nessuno è come sembra, ma tutti nascondono la loro vera natura per soddisfare la sete di vendetta.

Nuova uscita targata Hope edizioni “Il guardiano rivelato” di Georgia Lyn Hunter. Imperdibile!!!



Trama:
Dalle fosse del Tartaro, un guerriero riemerge con un bisogno più letale della vendetta …
Dagan, il Guardiano taciturno e solitario, convive con una sete inestinguibile che ha tenuto nascosta per tre millenni ai suoi stessi compagni. Mantenere l’autocontrollo è fondamentale per il suo lavoro, soprattutto ora che è sulle tracce di un pericoloso assassino, dotato di poteri letali. Ma, quando incontra una esasperante giovane donna, che risveglia i suoi istinti e minaccia di far crollare i suoi scudi mentali, tutti i suoi segreti rischiano di essere rivelati. E, quel che è peggio, non riuscire a resisterle potrebbe condurre entrambi alla distruzione.
Shae Ion, una ragazza umana con l’abilità di vedere gli Altri, cerca sua madre, scomparsa da sei mesi. Pur di ritrovarla si immerge sempre più nel mondo oscuro di cui è a conoscenza, finendo per diventare il bersaglio di una forza sinistra, che minaccia la sua vita. A salvarla è un immortale bellissimo e sensuale, che la rapisce portandola con sé in un luogo isolato, dove potrà tenerla al sicuro insegnandole, allo stesso tempo, a controllare i suoi poteri in crescita.
Anche l’attrazione tra i due cresce irresistibile, aggiungendo un’altra minaccia, ancor più terrificante, a quella esterna: Dagan darebbe tutto per Shae, ma il predatore che è in lui, lasciato libero di reclamarla, potrebbe toglierle la vita.

Dati libro

Titolo: Il guardiano rivelato
Autore: Georgia Lyn Hunter
Serie: Fallen Guardian #3
Genere: Paranormal/Urban Fantasy
Data di uscita: 19 maggio
Traduzione: Cristina Rombi
Cover: Franlu

“Carne mangia Carne” di Andrea Monticone, Buendia books editore. A cura di Alessandra Micheli

L’impatto del libro è quello di un documentario, la stessa forza distruttiva, la stessa angoscia che non può essere risolta dalla convinzione che, in fondo, si tratta di falsificazione del reale.

Scordatevi le teorie di Calvino, quelle sul romanzare le sensazioni che la vita di ogni giorno ci regala, sulla leggerezza.

Il massimo a cui potete aspirare è il concetto della rapidità degli eventi che, come lame di rasoio incidono la nostra coscienza.

E cosi carne mangia carne diviene risveglio brutale di chi in fondo era convinto che, il nostro bel paese fosse in fondo un paradiso idilliaco e che tutte le brutte notizie fossero solo una rara eccezione, incapace di sputtanare la regola basata sulla civiltà.

Un popolo di santi e navigatori, del tutto alieni alla brutalità della malavita che restano nel sottobosco, negli angoli di una periferia che si tende e dimenticare, a ignorare e rendere inesistente dalla pedissequa abitudine a voltare altrove lo sguardo.

E cosi nella Torino di oggi, elegante signora blindata per causa corona virus, l’orrore è libero di sfogarsi prospettando nel silenzio a cui la pandemia ha costretto i suoi cittadini.

E si manifesta in tutta la sua violenza, rendendo stavolta impossibile raccontarsi una storia diversa fatta di edulcorati sentimenti e di accusa di complottismo.

Il coronavirus non solo uccide il corpo ma si sbarazza anche della tendenza umana al quieto vivere. Infrange il muro della complice acquiescenza di valori dimostratisi fallaci, distrugge ogni convinzione di potenza e di invincibilità.

Porta allo scoperto quelle ombre che viaggiavano assieme a noi, abituata a non essere nominate e pertanto più forti.

Cosi non emerge solo un sistema politico debole con tutte le conseguenze del caso, non emerge solo l’incapacità ottusa di un economia che da troppo tempo causa danni.

Non emerge solo la vulnerabilità di un ecosistema che sembra vendicarsi mietendo vittime, ne di una sanità che mostrai l suo volto ferito da tanti, troppi tagli.

Si manifesta in tutta la sua potenza la parte marcia della società che viene quasi divorata da quest’abitudine alla scorciatoia.

E cosi la mafia nigeriana perde la sua fama di ribellione per rivelarsi un altra triste storia di denaro, di volontà di erigersi a superuomini burattinai di marionette spersonalizzate da ogni diritto a esistere. Emblematica è la prima frase di questo libro agghiacciante nella sua crudeltà e necessaria perché capace di sferrare pugni al nostro addormentato senso civico:

«Devi solo scopare o morire. Prima scopi e poi muori.»Joy Beauty gliel’aveva sentito ripetere tante volte. Anche in italiano, perché lui voleva parlare sempre in italiano.«Sei una donna. Servi solo a scopare. Finché muori. E scopi o muori.

Ecco cosa si cela dietro alle mafie, la trasformazione di soggetti in prodotti commerciali utili alla soddisfazione di un bisogno primario o secondario, da gettare via una volta che l’uso continuato lo rende inservibile.

E’ il consumismo sfrenato che si nutra di trasgressione, che si alimenta dalla voglia di andare oltre il limite del consentito.

Che fa passare la brutalità per forza e la vigliaccheria per onore.

Ogni mafia, in fondo, si differenzia per il rituale di affiliazione, ma diventa identico nell’esaltare la povertà di valori, e banalizzare l’uomo, per abbruttirlo e renderlo sempre di più schiavo delle proprie pulsioni basse. E cosi potere, denaro, manifestazione di un superuomo che è in realtà piccolo di fronte alla natura che si ribella in preda a un virus che sembra vendicarsi di noi esseri tracotanti e arroganti, divengono gli estremi in mezzo a cui viaggia un solo elemento: la nostra povertà interiore.

E su questa alimentata da troppi tante serie televisive e film dove diventa quasi stridente il messaggio distorto che rende un uomo qualunque misero e fragile il mito da ammirare, il libro di Monticone diviene necessario nella sua cruda lucidità, nel suo devastante realismo, per far cadere i falsi miti che ci ancorano alla visione di una terra dove appunto carne mangia carne.

Dove la vendetta diventa il mezzo per risolvere i conflitti interiori e la sopraffazione sostituisce orribilmente la cooperazione.

E cosi chi porge l’altra guancia è lo stupido da biasimare, mentre chi strappa il cuore di chi osa ribellarsi diviene quasi il dio da venerare.

Non è cosi ragazzi.

E leggendo il libro forse, lo spero per voi, ve ne renderete conto.

Non esiste gloria né nella vendetta,ne bellezza e onore nelle scorciatoie.

I nuovi concorsi letterari de del Terebinto edizioni.

Dopo il grande successo delle prime edizioni

tornano “Riscontri Poetici” e “Riscontri Letterari”

In collaborazione con l’Associazione Culturale e Letteraria “Riscontri”, la casa editrice di Ettore Barra ha pubblicato i bandi delle nuove edizioni di “Riscontri Poetici” e di “Riscontri Letterari”. Entrambi i concorsi hanno riscontrato grande partecipazione nelle prime edizioni che hanno portato alla pubblicazione di tre antologie poetiche e sette antologie di racconti. Tra le quali le ultime uscite: Semi di luce (a cura di Emilia Dente) e L’assassino dietro l’angolo. Racconti immaginari di crimini desiderati (a cura di Carlo Crescitelli).

I nuovi bandi, disponibili sul sito riscontri.net, hanno come scadenza il 31 luglio e sono entrami strutturati con due sezioni ciascuno. “Riscontri Letterari” presenta due sezioni a cui è possibile partecipare con racconti inediti di massimo 18mila caratteri, mentre quest’anno è possibile iscriversi a “Riscontri Poetici” sia con poesie inedite che con raccolte già edite.

I contratti editoriali. A cura di Francesca Giovannetti

Benché il collettivo di cui faccio parte non si occupi di rappresentanza scrittori, non è raro che ci venga fatta qualche domanda sui contratti editoriali.

Alcuni punti saranno brevi e concisi, altri avranno bisogno di più tempo per essere espressi da me e letti da voi.

Innanzi tutto due precisazioni:

Prima precisazione: CE gratuite (free) e a CE pagamento (EAP)

Con una CE gratuita non avete nessun tipo di costo. Editing, correzione di bozze e promozione sono a loro carico.

Si stanno affacciando sul mercato editoriale delle formule “miste” dette spesso “ a doppio binario”. Ad esempio : “siamo una CE gratuita MA ti paghiamo le royalties dalla copia n.100 in poi”, “siamo una CE gratuita MA ti chiediamo di acquistare 50 copie del tuo romanzo, a prezzo scontato, come piccolo contributo”, “siamo una CE gratuita MA abbiamo bisogno  di un piccolo contributo per portarti in fiera…tradurre il tuo libro…avere una grafico per una cover più accattivante…”.

Ebbene potete chiamarle come volete ma appena vi chiedono un “contributo volontario” le case editrici automaticamente non sono più a FREE. Potreste obiettare “Ma non sono obbligato! È volontario!”. Giusto, potete dire di no. Poi però attenzione alla fine che farà il vostro libro. Se non ve lo immaginate vi indico un posto io: si chiama dimenticatoio.

Seconda precisazione : le piattaforme di crowdfunding. Alcune CE le usano e lo spacciano per tale. Facciamo chiarezza. Il crowdfunding è un sistema per chiedere fondi quando avete un’idea che ritenete vincente ma non avete soldi per realizzarla. Ad esempio: vorrei scrivere un libro sugli Eschimesi ma ho bisogno del denaro per fare il viaggio e documentarmi. Mi aiutate? Ecco: questo è crowdfunding.

Ma avere un libro bello e pronto per la pubblicazione e metterlo sulle piattaforme di acquisto spacciandole per crowdfunding è una presa per il naso. Il vostro progetto è fatto e finito. La CE lo sta mettendo in PREVENDITA. Se raggiungete il numero previsto verrà pubblicato, altrimenti no. Questo per farvi capire quanto l’editore è pronto a scommettere sul vostro lavoro. ZERO. Perché non si assume nessun rischio.

Nessuno qui vi sta dicendo quale tipo di casa editrice dovete prediligere, soltanto scegliete in maniera consapevole, sapendo a cosa state andando incontro.

Adesso veniamo ai contratti. La prima cosa da sapere è:

Quello che non è specificato sul contratto non esiste.

E credetemi, non è un’affermazione superflua.

Non accettate mai accordi verbali siglati da una stretta di mano, accompagnati da frasi rito che ben conosciamo, purtroppo. “Ah…non ti preoccupare…poi troviamo un punto di incontro”, “ma tranquillo, se poi ti contatta una big figurati se una soluzione non la troviamo!” “In caso ne riparliamo!”

NON ESISTE che possiate firmare qualcosa in tali condizioni. Per questo diffidate dei contratti editoriali estremamente brevi e concisi. Tutto deve essere specificato. Cosa intendiamo per “tutto”:

diritto d’autore

Innanzi tutto sappiate che cederete  i diritti patrimoniali d’autore. Il libro lo avete scritto voi, conservate i diritti morali d’autore, malo sfruttamento economico del libro non è più vostro. Solitamente nel contratto cedete anche i diritti secondari, cioè diritti di trasposizione dell’opera in altri formati, dalla traduzione alla graphic novel.

Firmacopie e presentazioni

Spesso nei contratti si chiede all’autore di partecipare a un certo numero di eventi. Assicuratevi che sia specificato da chi devono essere organizzati e da chi devono essere pagati. Ad esempio: se siete di Napoli e pubblicate con una CE di Torino è quasi scontato che l’editore organizzi sul suo territorio. Mettete sulla lista delle spese viaggio e alloggio e fatevi due conti in anticipo. Sempre in tema di presentazioni chiedete quanta libertà avete nel prendere iniziative personali. Avete la libertà di attivarvi per un evento sul vostro territorio? Se sì in quale modo verrete supportati? Ad esempio: dovrete acquistare di tasca vostra le copie per tali eventi? Allora mettete in conto il numero di copie invendute che potrebbero rimanervi a casa.

Ufficio stampa e promozione

La parte dolente: il libro va pubblicizzato? Come? Teoricamente una casa editrice dovrebbe avere un ufficio stampa addetto ma, soprattutto se si parla di piccole e medie CE, questa area non esiste. Quindi dovrete attivarvi da soli. Come? Contattando biblioteche, prenotando sale per eventi, facendo pubblicità on line sui canali social, contattando blog. Ma sul contratto tutto ciò deve essere specificato. Alcuni autori hanno dovuto pagare di tasca propria la copia cartacea mandata a un blog perché sono venuti a sapere, dopo la firma, di avere il divieto assoluto di divulgare il formato digitale ai blog. Altri non hanno avuto piena libertà di gestire la propria pagina autore…e  mi fermo qui…Quindi prima di firmare a) chiedete se esiste un ufficio stampa e come lavora, b) chiedete quali e quante restrizioni avete nel pubblicizzarvi da soli. Se mentre leggete state pensando di affidarvi a un ufficio stampa indipendente, chiedete se potete farlo e anche qui, informatevi prima sui costi, che non sono irrisori.

E adesso fate un bel respiro e preparatevi a leggere qualcosa di molto interessante su una clausola presente in moltissimi contratti e punto dolente di tanti autori:

il diritto di opzione:

L’opzione è una clausola contrattuale molto comune, minimizzata dagli editori e sottovalutata dagli autori. Tuttavia, può dar luogo facilmente a contestazioni legali e a situazioni spiacevoli, specie considerando il mercato editoriale di oggi.
Vediamo perché.

Senza utilizzare termini e formule tipici della giurisprudenza, diciamo che l’opzione è una clausola che vincola l’autore per un eventuale futuro libro che intenda scrivere.

L’autore si impegna a consegnare all’editore l’opera successiva a quella contrattualizzata o tutte le opere che produrrà in un dato lasso di tempo. A quel punto, a consegna avvenuta, l’editore può decidere se formalizzare il contratto, dimostrando il suo interesse entro un periodo. Se in detto lasso di tempo l’editore non mostra interesse a pubblicare l’opera, l’autore è svincolato dall’opzione ed è libero di sottoporre il suo lavoro a un altro editore. Ma se l’editore mostra interesse, l’autore non può rifiutare la pubblicazione, perché è come se avesse già firmato la sua parte di contratto.

Perché si tratta di una clausola critica?
È chiaro che l’autore acconsente a rinunciare in maniera abbastanza pesante alla sua libertà. Il contratto editoriale, come qualsiasi contratto, si basa sul sinallagma. Ossia, su una reciprocità dinamica di diritti e doveri. Ma è anche vero che il contatto ha forza di legge tra le parti.

In cambio di cosa l’autore rinuncia alla sua libertà futura? In Italia raramente l’opzione viene compensata monetariamente, non solo per la condizione del mercato editoriale ma anche perché la giurisprudenza ha rimosso tale obbligo.

E quindi, per cosa si sacrifica l’autore?
Per l’interesse del contraente forte.

Ma cosa ne ha in cambio? E a quali condizioni?
Queste due domande sono il motivo per cui spesso l’opzione, se non nulla, è inapplicabile.

L’autore, accettando una clausola di opzione, si trova a firmare un contratto in bianco e può trovarsi costretto ad acconsentire a condizioni peggiorative e non adeguate, spesso presentate come non trattabili dal contraente forte, ossia dall’editore.

Perché sia valida, l’opzione deve riportare esplicitamente le condizioni del/dei contratti futuri e il loro oggetto deve essere determinato o determinabile. Clausole generiche del tipo “ogni opera  di futura ideazione” non sono sufficienti. In linea di principio, il contenuto della clausola di opzione, trattandosi di clausola vessatoria, dovrebbe avere la doppia firma dell’autore ed essere stilata nel dettaglio, quasi come un contratto a parte, su un foglio ulteriore.

Va da sé che anche dall’analisi del contratto in generale deve risultare un bilanciamento degli interessi tra contraente forte e contraente debole e l’opzione deve essere in armonia con tale quadro.

Spesso, sappiamo, gli editori non permettono all’autore di trattare sulle condizioni contrattuali per i motivi più disparati. Di solito dicono che l’esordiente non può permettersi di questionare (lo ripeteranno anche quando non lo sarete più, sappiatelo), che la volontà di consultarsi con un avvocato mostra mancanza di fiducia o può dar luogo a spionaggio industriale e concorrenza sleale, perché si parla del contenuto del contratto con terzi.
Ecco, quella è già una vessazione e una mancanza di rispetto.

Non ascoltate mai l’editore o l’agente che con la scusa dell’umiltà, della fiducia da dimostrare, del fatto che non siete conosciuti e quindi non avete peso sul mercato eccetera… non vi permette di tutelare i vostri diritti.
Farlo dopo è possibile e ma probabilmente sarà molto amaro e doloroso pensare di aver lasciato stuprare le vostre opere, la vostra dignità e professionalità.

Speriamo di essere riusciti a chiarire qualche punto.

L’unico consiglio da dare? Prima di firmare fate valutare il contratto che vi è stato proposto da un avvocato esperto del settore. Sarà sicuramente un ottimo investimento.

Una grande uscita targata Hope edizioni “Rimani immobile” di Lisa Regan. Da non perdere!!!

unnamed

 

Trama:

Dopo anni di servizio come agente di pattuglia, la detective Jocelyn Rush è quasi immune alla violenza che imperversa nelle strade di Filadelfia… quasi. Dopo aver salvato la figlia di tre anni, durante un furto d’auto, Jocelyn finisce al pronto soccorso e incontra Anita, una ex prostituta che ha conosciuto durante i suoi pattugliamenti, e che è stata mutilata in una brutale aggressione.

Con l’aiuto del suo collega e grazie al supporto dell’Unità Vittime Speciali di Filadelfia, Jocelyn scopre che Anita non è stata la prima vittima di questi attacchi e che non sarà l’ultima. Quando la violenza la colpisce da vicino, Jocelyn sa di dover fare qualunque cosa pur di fermare questi sadici aggressori, anche se questo la costringerà a fare i conti con un terribile ricordo del suo passato.

Rimani immobile, di Lisa Regan, vincitrice di numerosi premi, è un thriller coinvolgente e carico di tensione.

Biografia

Lisa Regan è un’autrice bestseller di USA Today e del Wall Street Journal, grazie alla serie Detective Josie Quinn, senza contare molti altri titoli thriller. Lisa è membro del “Sisters in Crime”, “International Thriller Writers”, “Crime Writers Association” e “Mystery Writers of America”. Vive a Filadelfia con suo marito, sua figlia e un Boston Terrier di nome Mr. Phillip.

Dati libro

Titolo: Rimani immobile

Autore: Lisa Regan

Autoconclusivo

Serie: Jocelyn Rush

Traduzione: Ilaria Scorrano

Cover: Franlu

“Solo un ora più tardi” di Simona Liotta. A cura di Francesca Raffaella Carretto

 

download

 

 

Quali potrebbero essere le nostre emozioni se, come Pietra, la protagonista di Solo un’ora più tardi, ci trovassimo nel limbo del coma e rivivessimo la nostra vita?

Tutto mentre la raccontiamo a uno sconosciuto, che ci accompagna in un viaggio attraverso i nostri stessi occhi quasi per rievocare le esperienze e i trascorsi che ci hanno segnato o che abbiamo guardato disillusi e disincantati, trascinati nell’inedia di un animo in cerca di rivincita, soprattutto con se stessi. Un animo ferito dalla vita stessa e da quelli che dovevano essere gli affetti più cari e teneri, un animo che si porta dietro un retaggio familiare difficile di rifiuti, in primis quello di una madre forse troppo giovane e disincantata da un sentimento tradito, e di soprusi, violenze e abbandoni, con momenti di piccole e fragili gioie.

Eppure Pietra ha chi la ama, anche se non è così forte da lottare per lei, e nel suo racconto la donna fa un excursus di tutte le vicissitudini che l’hanno plasmata e formata, dentro e fuori, o che forse l’hanno fatta crescere in un limbo di sentimenti repressi, accumulati, compressi …quasi a creare in lei una bomba ad orologeria pronta a percuotere e sconquassare la sua intera esistenza.

Lei sviscera la sua storia, ripercorrendone le tappe più forti e significative, rievocando le figure che hanno lasciato un’impronta indelebile nel suo cuore e nel suo animo di bambina prima, e di adolescente e adulta poi.

In questo racconto manifesta tutto il suo dissapore nei confronti di chi le è o è stato vicino, sia i congiunti di sangue che quelli acquisiti…quelli che, a loro dire, lei ha adottato.

Il libro che Simona Liotta ci propone, si muove con delicatezza ma lo fa attraverso una musicalità inaspettata, perché è così che l’ho intesa mentre scorrevo le righe di questa storia, così diversa da altre eppure con una delicatezza intrisa di forte pathos; e l’alternarsi di poesie, di vari autori e della stessa Simona Liotta, negli incipit di ciascun capitolo ha creato uno stato di predisposizione nei confronti di una lettura che non è solo un dialogo ma rappresenta una rielaborazione del proprio io, dando la possibilità di guardare tutto con occhi nuovi.

Se lo scopo dell’incontro tra la protagonista e lo sconosciuto è di aiutarla ad acquisire nuove consapevolezze e una nuova occasione di rinascita, lo scopo dell’autrice è quello di aiutare il lettore, in modo molto delicato e linguisticamente elaborato, a vivere questa storia immergendovisi, assaporandone ogni parte, ascoltandone le minuzie e le particolarità, incuriosendolo verso quelle poesie, quell’arte e quella musica di cui si dà cenno, e gli stati d’animo che si creano, dando voce e vita ai suoni dell’infanzia e della vita tutta di Pietra e dei suoi congiunti.

Non di meno si resta colpiti dal modo in cui eventi vissuti dalla protagonista vengono narrati senza turbare o disgustare il lettore, nonostante lo spessore e la gravità degli stessi.

Si tratta di una narrazione fine, forbita, e forse quasi desueta nell’uso di termini che portano a creare intere frasi corpose che forse con un’elaborazione più semplice o semplicistica non avrebbero affascinato, se pure forse avrebbero avuto una differente incisività.

Eppure all’autrice va il plauso di aver dato vita a un cantico quasi, in cui poesia e bella scrittura creano un’opera elegante e raffinata, come pure è lo stile dell’autrice, unico ed emozionante, che riesce a dar modo al lettore di essere partecipe dell’involuzione dei sentimenti della protagonista sino a saturarne l’animo.

Questo libro sa tenere alto lo stato di attenzione del lettore, sino alla conclusione benevola e coraggiosa della storia. Un romanzo scorrevole, ma non banale, appassionato, triste e al contempo coraggioso nei temi e nelle dinamiche. La narrazione è intensa e ricercata e poetica, e sublima alla dignità dell’essere umano.

Una storia forse triste, ma che racchiude in sé tanta profondità.

A chi sarà incuriosito e lo sceglierà, buona lettura!

Intervista di Alessia Mocci ad Ilaria Grasso: vi presentiamo la raccolta Epica Quotidiana. A cura di Alessia Mocci (Fonte https://oubliettemagazine.com/2020/05/14/intervista-di-alessia-mocci-ad-ilaria-grasso-vi-presentiamo-la-raccolta-epica-quotidiana/)

trasferimento

 

Ad ora la poesia è una bomba disinnescata. Chi inviterebbe un poeta in un programma televisivo o lo inserirebbe in una organizzazione come fece Olivetti con Sinisgalli? Nella migliore delle ipotesi spesso vi si dà un ruolo consolatorio che però si rivolge comunque a pochi. Al poeta dunque non rimane che fare ciò che il giornalista non può o non vuole fare e cioè sollevare questioni. In altri fare da portavoce, come ho provato a fare in Epica Quotidiana.”

Ilaria Grasso

 

Una bomba. Un’arma senza munizioni. “La poesia è una bomba disinnescata”.

Ilaria Grasso con accento polemico (πολεμικός) pone davanti agli occhi l’evidenza dell’assenza del poeta dai programmi televisivi di attualità e cultura e dalle imprese, e ci ricorda dell’ingegnere e politico italiano Adriano Olivetti (Ivrea, 11 aprile 1901 – Aigle, 27 febbraio 1960) che nel 1938 assunse il poeta Leonardo Sinisgalli (Montemurro, 9 marzo 1908 – Roma, 31 gennaio 1981) come responsabile dell’Ufficio tecnico di pubblicità. Olivetti innescò la bomba (βόμβος). Ed il poeta fece gran rumore con le vetrine ed i manifesti pubblicitari che anticiparono di vent’anni il movimento artistico Pop-Art.

Originaria di Lucera in provincia di Foggia, Ilaria Grasso vive a Roma da anni, città nella quale lavora come impiegata. Da osservatrice sensibile ai bisogni ed ai mutamenti della società, compone versi e collabora con portali online quali “Carteggi Letterari”, “Poetarum Silva” e “Zest Letteratura Sostenibile”.

Epica Quotidiana” è stato pubblicato nel 2020 da Macabor Editore nella collana “I fiori di Macabor”, con l’elaborazione grafica della copertina di Giorgio Ferrarini. La prefazione è stata curata dal poeta Aldo Nove.

In autobus al mattino la gente stanca/ sale per andare a guadagnarsi il pane.// Avanziamo isolati dai vetri di una bottiglia/ traboccante di una moltitudine di disperati.// […]– Ilaria Grasso

A.M.: Ilaria, la ringrazio per il tempo concesso in questa intervista e mi complimento per questa sua nuova raccolta dal titolo “Epica Quotidiana”. Rivolgendoci per un attimo al passato: qual è stato il suo primo passo in editoria?

Ilaria Grasso: Grazie a Lei perché in queste domande trovo molta cura nella lettura della raccolta da parte sua e anche la volontà di iniziare un dialogo artistico e culturale sul tema del lavoro e della contemporaneità. Era uno degli effetti che auspicavo con la pubblicazione di “Epica Quotidiana”. Ad oggi riscontro una scarsa capacità di concentrazione e una mancanza di volontà o di contenuti del e nel dialogo. Siamo come persi in una logorrea infodemica senza precedenti che ci impedisce ascolto profondo e capacità di cooperare dialogando. Succede a tutti, me compresa. Trovo sia intellettualmente onesto fare questa premessa prima di partire con l’intervista.

Bene, iniziamo!

Il mio lavoro inizia con la plaquette dal titolo “Le mie verdi miniere di sale”. Era una riflessione sul dolore e aveva senz’altro una radice più intima e intimista ma aveva già in nuce alcune tematiche del lavoro e di una di quelle che considero una delle tante lotte che dobbiamo mandare avanti e cioè la questione femminile. E in questo quadro considero donne anche le donne che non sono nate femmine biologicamente. Ma ritorniamo all’editoria, cosa a volte diversa dalla letteratura. La letteratura per me si compone di tre parti. Una è fatta da chi scrive, l’altra da chi legge, la restante parte è tutta evocazione e mistero e imprevedibile sorpresa. Rappresenta infatti ciò che ti trovi a scrivere e che nasce scrivendo o ciò che ti trovi a pensare leggendo. Le mie verdi miniere di sale ed Epica Quotidiana sono state pubblicate senza la richiesta di alcun contributo da parte mia. La plaquette è stata pubblicata da Arduino Sacco Editore, una piccolissima casa editrice che ha scommesso sui miei versi; lo stesso ha fatto Macabor Editore per Epica Quotidiana. Ho mandato la mia raccolta a svariati editori e in molti mi hanno richiesto contributi fino a mille euro o hanno risposto che la raccolta, pur nella sua validità, non era nella loro linea editoriale. Ero sul punto di affidarmi a una buona tipografia e prepararmi a inviare la raccolta alle varie redazioni affinché raggiungesse i lettori ma ecco che incrocio nel mio percorso Bonifacio Vincenzi che con entusiasmo e gratuitamente mi propone di pubblicare Epica Quotidiana con Macabor Editore. L’ho ringraziato per questo all’interno della raccolta. Le prime copie mi arrivano a casa nei primi giorni della quarantena anche grazie al suo impegno. Insomma ringrazio Bonifacio e la Macabor editore anche per questo!

A.M.: Nella prefazione de “Epica Quotidiana”, lo scrittore e poeta Aldo Nove scrive: “[…] la “chiusa” (quasi sempre gnomica) delle poesie di Ilario Grasso è fulminante e lapidaria. […] ogni componimento […] è più frammento di puzzle che tessera di mosaico, si dà nel suo lacaniano uno-tutto-solo che non riesce più a farsi coro o movimento (eppur si muove, eppure sotterraneo r-esiste).” Ritiene che questa descrizione rispecchi i suoi componimenti?

Ilaria Grasso: Aldo Nove lo conoscevo ma come si conosce un poeta e uno scrittore e cioè tramite i libri. Avendo letto il suo Sono Roberta e guadagno 250 euro al mese, che è stato materiale fondamentale per la mia raccolta, l’ho contattato tramite FaceBook per sottoporgliela e lui è stato molto gentile rispondendo con entusiasmo alla lettura della raccolta. Abbiamo parlato molto e mi ha incoraggiato a pubblicarla. Con il tempo siamo diventati amici e ci sentiamo spesso per confrontarci su varie tematiche e ci vogliamo bene. Aldo ha da subito inquadrato questo aspetto della raccolta pur non conoscendo i miei gusti musicali. Parlo dei CCCP e di Giovanni Lindo Ferretti e di Massimo Zamboni che hanno molto contribuito al farsi del mio pensiero. Ma ritorniamo a “chiuse”, “mosaici” e “frammenti”. Mi rispecchio totalmente in ciò che Aldo ha scritto nella prefazione. Rispondo a queste domande il 29.04.20. Il premier Conte ci dice che il 4 maggio saremo nella fase 2, i cui contorni sono ancora opachi. Sia nella fase 1 che nella fase 2 non sono stati trattati i temi di chi abita da solo, di chi è disabile o ha figli disabili, di chi non ha una casa o ancora dei tossicodipendenti e delle prostitute. O ancora vedo molto disinteresse a parlare delle mafie e della corruzione. Pochi d’altronde anche gli articoli su questi temi. A fronte dei “Fertility Day”, nessuno al governo si domanda e propone qualcosa per la salute psicofisica nei bambini. Come sarà uno stato che non si occupa dei bambini e quindi del futuro del paese? Anche della cultura si parla poco e dunque chiudo la domanda con il pensiero di Formica all’interno di un articolo del giornale Il Manifesto: occorre prima pensare e poi agire. Cosa pensiamo se non leggiamo? Vedo una strana forma di collaborazione da parte di chi tace o fa finta di niente per il “quieto vivere”. Ecco, questo per me non è esattamente far parte di un coro perché anche nel coro il “contro coro” è importante per fare musica e movimento e ritmo ma al momento, nello scenario attuale, non c’è.

A.M.: La raccolta apre con “Le gesta dei padri” che comprende dieci poesie dedicate a grandi poeti, dal toscano Franco Fortini al russo Vladímir Majakóvskij. “Qui a Taranto il rosso dispera./ Ricopre il bucato appena steso e le facciate dei palazzi./ Ottura occhi e narici. […]” si legge e subito si comprende, grazie alla forte immagine che il verso riesce a pennellare, l’incriminato. Perché la poesia è necessaria nella società?

Ilaria Grasso: Erano altri gli autunni e altre le primavere, ti direi. Questa mia non è una forma di nostalgismo ma una feroce presa d’atto che dal passato dobbiamo apprendere riducendo il margine di errore e conservarne memoria ma abbiamo il dovere di pensare più in là del nostro tempo e del nostro spazio con criteri altri e impegnarci tutti a fare proposte inclusive. Mi si domanda sottilmente del ruolo del poeta nella società. Ad ora la poesia è una bomba disinnescata. Chi inviterebbe un poeta in un programma televisivo o lo inserirebbe in una organizzazione come fece Olivetti con Sinisgalli? Nella migliore delle ipotesi spesso vi si dà un ruolo consolatorio che però si rivolge comunque a pochi. Al poeta dunque non rimane che fare ciò che il giornalista non può o non vuole fare e cioè sollevare questioni. In altri fare da portavoce, come ho provato a fare in Epica Quotidiana. Christian Tito, farmacista, poeta e documentarista, non si è mai stancato di fare poesia denunciando le storture del marketing e della globalizzazione e di parlare dell’ILVA, svelando gli aspetti più spinosi della questione della realtà siderurgica più grande d’Italia. Evidenziò infatti l’inquinamento e la disperazione dei tarantini di fronte ai loro morti e alla propria terra stuprata dagli interessi che ruotano attorno a quello stabilimento. Lo ha fatto fino a quando ha potuto. Ora lui non c’è più perché è morto prematuramente.

Tito era in stretto legame con un altro poeta che amo molto, Luigi Di Ruscio, che molti definiscono, a torto o ragione, il “poeta operaio”. Testimonianza della loro amicizia è Lettere del mondo offeso, un libro che raccoglie i loro scambi e riflessioni. Il lavoro che ho fatto con Epica Quotidiana non è stato solo uno studio monografico e tematico sulla poesia e letteratura aziendale e del lavoro ma anche scambi con poeti e con registri, di età e provenienze molto distanti dalle mie. Li ho citati tutti nei ringraziamenti in calce alla raccolta. Ma torniamo a Tito. In una delle sue poesie dice “non importa se voi non leggete le poesie/ perché sarà la poesia a leggervi tutti”. L’ho messa in esergo alla sezione “In-organico” proprio per evidenziare tutte le riflessioni che sopra ho fatto.

A.M.: Ed è con la seconda parte “In itinere” che si raggiunge “Epica Quotidiana” con il suo “garbuglio/ di monumenti e radiazioni” con i “tre semafori di una lentezza disarmante”, “la gazzarra dei motori” e “la metro gonfia”. Versi che fanno pensare ad una grande città affollata, rumorosa, ed ad un personaggio che si aggira quotidianamente in quelle strade. Qual è la fortunata città che ha “tanti i poeti che mandano avanti il Paese” e che “Lavorano in ufficio o chissà dove/ per il mutuo o per pagare le spese.”

Ilaria Grasso: La città è quella dove da più di dieci anni vivo ed è diversa da quella in cui sono nata e cioè Lucera. Come tanti sono andata via dal Sud per mancanza di prospettive e Roma non è una città che esattamente ho scelto. Mi ci sono ritrovata più per lavoro che per altro. Quando ho iniziato a lavorare per la raccolta abitavo a Talenti e per raggiungere il mio luogo di lavoro che si trova nel quartiere San Giovanni di Roma impiegavo un’ora e tre quarti del mio tempo all’andata e lo stesso facevo al ritorno. Più o meno come alcuni miei colleghi che vengono in ufficio da Napoli o da Viterbo o da zone limitrofe a Roma. Ogni giorno che tornavo a casa era un’impresa epica, tra cambi d’autobus e scioperi bianchi e malfunzionamenti. Per non parlare di quando dovevo fare il cambio a Piazzale dei Cinquecento e camminare controcorrente attraversando altri commilitoni che come me andavano a lavorare. Parlo al passato perché, dopo un lungo periodo di logoramento che mi ha procurato forti attacchi di panico che mi hanno costretta a fermarmi per un periodo di sette mesi, ho cambiato casa, sono molto più vicina al lavoro e ora la mia esistenza è meno pesante. Sto molto molto meglio. Ecco da dove nasce il titolo Epica quotidiana e la sezione “In-itinere”. Questa sezione è un impegno a non dimenticare il mio passato e tenerlo bene presente nelle discussioni quando parliamo di lavoro e anche di migrazione.

A.M.: In “Ingorgo” si legge: “La processione avanza sempre nelle stesse direzioni/ tra canini d’acciaio e il guarire dei motori./ Anche in tangenziale, sempre in mezzo al niente affollati.” La chiusa, “in mezzo al niente affollati”, è stata donata dal poeta Giulio Maffii.

Ilaria Grasso: La poesia Ingorgo ha una storia molto particolare. Quando cambiammo dirigente perché il precedente andò in pensione arrivò in ufficio Raffaele Saccà. Nella sua stanza aveva appeso dei quadri molto particolari. Erano degli ingorghi composti da modellini di macchine, carri armati e aeroplani tutti compressi in un’unica composizione “alla maniera di Arman”, come dico nella poesia. Quei quadri mi affascinavano molto e mi davano modo di fare riflessioni sulla contemporaneità. Chiedevo costantemente a Saccà chi fosse l’autore. Lui era sempre sfuggente nelle risposte non dicendomi mai chi fosse. Un giorno, forse stremato dalla mia insistente curiosità, mi disse che era lui l’autore di quei quadri. L’ingorgo era ed è per me metafora ancora valida per rappresentare cosa siamo noi nella costrizione delle nostre vite routinarie e bisognose di status symbol che altro non sono che continuo comprare e continuo desiderio indotto e di cui probabilmente dovremmo imparare a fare a meno. Da quel giorno di quasi cinque anni fa abbiamo iniziato un dialogo sulle arti e sul mondo che hanno portato lui a tenere una mostra personale sui suoi Ingorghi in una delle gallerie del centro di Roma e me alla pubblicazione di Epica Quotidiana. Molto importante è stato anche il dialogo con Giulio Maffii, poeta e collega di redazione. Collaboriamo infatti entrambi con la rivista on line Carteggi Letterari. Spesso gli mandavo mie poesie su Messenger o via WhatsApp e mi dava suggerimenti. Quando lesse la prima volta Ingorghi mi disse: “in mezzo al niente affollati”. Io risposi: “Esatto Giulio! Proprio così! Posso mettere queste tue parole nella poesia?”. Lui fu molto generoso e mi regalò la chiusa di Ingorghi. E così quella chiusa si trovò sia in uno dei pannelli della mostra di Saccà che in Epica Quotidiana. Anche Maffii e Saccà sono presenti nei ringraziamenti, perché la gratitudine per me è anche una forma di dialogo: in essa c’è il riconoscimento che è alla base di un discorso autentico.

A.M.: In “Delle umane risorse” si legge: “Forse un giorno parleremo veramente/ e capiremo davvero chi siamo/ al di là del ruolo e del mercato.” Poco prima in “Mobbing” si legge: “La consapevolezza a volte si paga/ ma a pensarci bene/ è uno sforzo sostenibile, anzi necessario.” Qual è il ruolo della filosofia?

Ilaria Grasso: Nella seconda risposta vi anticipavo già l’importanza per me della filosofia nella produzione poetica e letteraria. Senza una struttura di pensiero cadono ponti e costruzioni ma anche impianti versificatori e stratificazioni linguistiche e concettuali. La filosofia e il pensiero sono dunque per me fondamentali. “Chi sono io? Chi siamo?” sono domande fondamentali per l’individuo. Bisogna interrogarsi e avere il coraggio di ascoltare la o le risposte, prenderne atto, analizzarle ed elaborarle. Già prima del Covid eravamo di fronte a un mutamento antropologico di cui non tutti erano perfettamente consapevoli. Dopo il Covid probabilmente avremo, chissà, anche mutazioni genetiche o biologiche, magari sul funzionamento delle nostre cellule o dei nostri organi. È tutto ancora sospeso. Nel frattempo auspico la nascita di una neo ontologia che consenta di ristabilire i criteri di esistenza di entità come i cyborg o i robot o le IA e solo in seguito concettualizzare in altro genere di filosofia le relazioni o i significati dei loro segni nel mondo e nella poesia.

A.M.: Su “Nello stato in cui siamo” si legge l’Art.1: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sullo stipendio. La sovranità appartiene a chi la esercita, quando presenti, nelle forme e nei limiti della tipologia contrattuale.” Qual è il suo pensiero sulla globalizzazione e sul futuro (ma assai vicino, fin troppo vicino) impianto di microchip negli esseri umani?

Ilaria Grasso: Il primo articolo di quella stramba e bislacca costituzione me lo ha donato il mio amico Ubaldo, in una delle tante riflessioni sul parassitismo e sul familismo amorale, due cancri della realtà italiana che vanno in crash con la globalizzazione. Il resto degli articoli li ho declinati io o meglio io e Ubaldo che non ho messo nei ringraziamenti per sua richiesta specifica che rispetto.

Il nostro atteggiamento di fronte alle tecnologie e alla modernità è pieno di resistenze al cambiamento che si manifestano con una enorme rimozione del dolore e dell’errore nella nostra coscienza collettiva e individuale. Non concepiamo anche di cambiare perché “si è sempre fatto così” o per una forma di distonia emotiva collettiva che ci porta a reagire in maniera poco sana di fronte agli imprevisti o alle novità che fanno parte della vita. Quanto ho iniziato a comporre Epica Quotidiana il mio atteggiamento nei confronti della tecnologia era assolutamente oppositivo. Poi con il tempo e con lo studio e l’osservazione della realtà ho compreso che sono anni che siamo sotto controllo. Ho preso consapevolezza che siamo i dati e la merce che produciamo e che ci inducono a consumare senza soluzione di continuità. Dobbiamo arrenderci di fronte a questa inquietante evidenza. Il Covid ha messo in ginocchio bar, ristoranti, pizzerie e tutto ciò che è svago non solo perché volevamo ancora dare l’immagine di una società in buono stato ma perché politiche di vario genere e di varia natura hanno indirizzato il cittadino a fare delle scelte a favore dell’immagine e del proprio tornaconto personale e non del contenuto. Non mi spaventa essere controllata. C’è sempre uno schiavo e un padrone. D’altronde, il BDSM e la letteratura di De Sade, Masoch, la Trilogia di Roberta di Klossowski e Alfred de Musset in Gamiani o ancora Pasolini all’interno delle 120 giornate di Sodoma ci svelano proprio questa importante verità. Nel sesso come nel lavoro diamo sempre il consenso, attraverso un contratto scritto o meno che sia, e dobbiamo rispettare sempre i termini di quel contratto. Ad ogni diritto corrisponde un dovere e i diritti per essere goduti vanno manutenuti, sempre. Ma è il confine a fare la differenza. E su questo dobbiamo tenere gli occhi sempre ben aperti e agire responsabilmente per il bene nostro e dell’altro. Ne siamo consapevoli? Lo facciamo?

A.M.: In questo particolare periodo di isolamento causato dall’epidemia ha avuto modo di scrivere? È stato per lei fonte di ispirazione?

Ilaria Grasso: Non sto scrivendo nulla. Mi faccio sismografo e registro tutto ciò che sento del mondo dalla mia cella claustrale. Ho un taccuino su cui appunto sensazioni fisiche, notizie, i sogni che fanno gli altri e le intuizioni che nascono grazie ai confronti con amici, poeti, qualche giornalista e alle varie chat e gruppi FB che seguo. Mi appunto anche fantasie erotiche mie e di altri per capire come lavora il senso di imminente apocalisse sull’eros e sul desiderio. Leggo molto (libri e giornali) e ogni sera registro un video dove leggo poesia e saggistica. Rappresenta per me una forma di preghiera laica che mi aiuta a usare la voce e mettermi in connessione col mondo. Vivo da sola o meglio in compagnia di me stessa e sono immersa pienamente nel silenzio interrotto dalle sirene delle continue autoambulanze che sento solo quando ho le finestre aperte. Il mio tempo non è tutto mio. Una parte lo dedico per contratto alle attività che svolgo “da remoto”. Insomma sono una smartworker. Mi domando: mi piacerebbe essere sempre in smartworking? Penso di no perché il lavoro è anche spazio che si trasforma in luogo grazie alle relazioni che lo abitano. I luoghi di lavoro vanno dunque presidiati e custoditi non solo perché il lavoro è uno degli elementi che assorbono maggiormente l’esistenza degli uomini ma perché sono uno degli spazi dove è ancora certo ci siano esseri umani. Un ufficio deserto credo sia un’immagine inquietante al pari di quello di una fabbrica dismessa. Quindi per il futuro sono per un uso moderato e contingentato dello smartworking.

Ma ritorniamo al tema della clausura e alla sua dimensione predominante e cioè il silenzio. Nel silenzio si manifestano i nostri mostri interiori ma è anche il contesto che prepara l’epifania di una intuizione o di una sorpresa. Quando abitavo in Puglia la mia casa era piena di un silenzio assordante e inammissibile per la mia inquietudine. Ora il silenzio ha assunto un valore di veglia, di ascolto profondo ma significa anche tempo lento all’interno del quale contemplare oggetti astratti. Dove pensare e ripensare. Dove leggere e rileggere libri e punti di vista. Il silenzio è quella cosa che dovremmo imparare a custodire per il “poi”.

C’è solo una cosa che al momento un poeta che vuole dirsi tale deve fare in tempi di Covid e cioè tutelare e proteggere la libertà di pensiero in tutti i contesti.

A.M.: Sul display del PC leggo: Attività completata con successo” dunque possiamo salutarci con una citazione…

Ilaria Grasso: Chiunque di noi si trovi a lavorare al PC per svariate ore è costretto a leggere una frase del genere per cui mi è sembrato giusto trattare la questione con ironia, dato che nella vita di tutti i giorni la realtà è alquanto pesante e alienante. Esiste una intera categoria di lavoratori che non fanno altro che cliccare tutto il giorno e vengono definiti “click workers”, che poi è il titolo della poesia da cui è citato il verso con cui inizia la domanda. Chi sono questi lavoratori? Vi lascio la definizione di clickwork secondo me più lucida ed esaustiva che è di Roberto Ciccarelli. La trovate in “FORZA LAVORO. Il lato oscuro della rivoluzione digitale” edito da DeriveApprodi. Eccola qui:

[Il clickwork è una rappresentazione della forza lavoro composta da una folla di mansioni depurate dal corpo e dall’intelligenza umana, disponibili per ogni attività e al servizio di un comando diretto, senza mediazioni, esercitate dall’infrastruttura digitale. Il lavoratore è un primate che compone codici su una tastiera senza comprenderli. È il risultato di un nuovo evoluzionismo: il passaggio dalla forza lavoro che usa un personal computer alla persona che diventa computer sarebbe il grado finale dell’autorealizzazione umana]”.

A.M.: Ilaria, le domande generano risposte e le risposte ulteriori domande. Il fondamento del dialogo con l’altro e con il sé. Auguro al lettore di inciampare nella lettura di questa tua “Epica Quotidiana” e di prendere qualche istante della giornata per ragionare sugli interrogativi che hai proposto in questa intervista. Domande, a mio avviso, valide in ogni epoca come farmaco (φαρμακός), propriamente come espulsione per giungere all’agognata catarsi (ἀγωνιάω, κάθαρσις). Saluto con le parole del filosofo ed orientalista francese Constantin-François de Chassebœuf, conte di Volney:

Il dubbio, rispose, è forse un crimine? L’uomo è forse padrone di sentire diversamente da come sente? Se una verità è evidente e concreta, dovremo solo compatire chi non la riconosce: la pena scaturirà proprio dalla sua cecità. Se essa è incerta o equivoca, come trovarle, invece, un carattere che non ha? Credere senza evidenza e senza dimostrazione è segno d’ignoranza e di stupidità. Il credulone si perde in un labirinto di incongruenze; l’uomo assennato esamina e valuta, per rendere concordi le sue opinioni; e l’uomo in buona fede tollera la contraddizione perché solo da essa nasce l’evidenza. La violenza è l’argomento della menzogna e l’imposizione d’autorità di una credenza è l’atto e l’indizio di un tiranno.

Written by Alessia Mocci

 

Info

Sito Macabor Editore

http://www.macaboreditore.it/

Acquista “Epica Quotidiana”

http://www.macaboreditore.it/home/index.php/libri/hikashop-menu-for-categories-listing/product/103-epica-quotidiana

Torna a emozionarci e stupirci la meravigliosa arte targata Dark Zone. Ecco a voi le nove uscite “Sospesi nel nulla” di Filippo Mammoli e “Il tempo dei mezzosangue. Le fauci degli abissi” di Rob Himmel

97717868_1457745341082998_1053546973673553920_n

 

La perfezione di una bellezza eterea non lasciava spazio ai più bassi impulsi della carne. Con la mano destra si accarezzò il fianco, scendendo dal torace fino al rialzo appuntito dell’anca. Continuò ad abbassare la mano scivolando verso l’interno, per apprezzare l’enormità dell’incavo tra le cosce.

Un corpo perfetto è quello in cui non c’è più nulla da togliere, perché il superfluo è già stato eliminato, pensò con soddisfazione puntando gli occhi in quelli della sua figura esile riflessa dallo specchio. Stava accadendo tutto in modo molto naturale, più di quanto si fosse aspettata.

Mantenendo lo sguardo fisso davanti a sé, portò le mani sulla schiena, dove il leggero dolore stava aumentando di intensità. Si erano formati due rigonfiamenti allungati, ma non se ne meravigliò. Vi passò sopra i polpastrelli, sentendo quelle escrescenze gonfiarsi fino a scoppiare.

 

Sinossi

Quindici racconti ambientati ai nostri giorni, quindici storie dove la vita, con le sue pulsioni più elementari e i suoi sentimenti più genuini, si scontra con muri invalicabili.

In una baraccopoli indiana come nel lussuoso studio di un avvocato, in un letto d’ospedale o nel cortile di un manicomio, in una Firenze agghindata per la vigilia di Natale o in paesi del meridione d’Italia dove anche sognare è impossibile, il grido di dolore per le assurdità e le ingiustizie si leva prepotente e inconsolabile in questa suggestiva e sensibile raccolta.

Emergono così vivide istantanee a ricordare le gabbie e le angosce, ma anche il desiderio d’amore e di libertà che caratterizza l’esistenza dell’uomo del nostro tempo, senza alcuna possibilità di sciogliere il «nodo gordiano» della contraddizione.

Sogni, visioni, paure e ansie da psicanalisi raccontano un’umanità lanciata a folle velocità verso l’abisso, fotografata un istante prima del punto di non ritorno.

 

Si accorse che doveva muoversi. Fece una doccia di cinque minuti, poi prese un caffè in piedi, si infilò pantaloni, giacca e cravatta e si catapultò in macchina. Alle otto aveva la riunione con i rappresentanti del sindacato a cui avrebbe dovuto comunicare i nomi dei venti operai da licenziare. Come sempre in queste occasioni, si era preparato un bel discorsetto. Analisi di mercato, crisi congiunturale, spending review, delocalizzazione, competitività… Le solite favole a cui nessuno credeva più, ma che funzionavano sempre.

Continuavano a chiamarlo per questo, in quella come in tante altre aziende. Il primo nome che avrebbe fatto sarebbe stato senz’altro quello di Rapezzi, il più giovane ma più politicizzato di tutti. Non conosceva nessuno dei dipendenti dell’azienda, non li aveva mai incontrati. Non doveva. Il rischio di associare alla faccia una storia e una rete di relazioni che lui avrebbe incrinato era un lusso che non poteva permettersi. Sarebbe stato un errore imperdonabile. Per lui, il tagliatore di teste, dovevano essere solo nomi e numeri, pedine da sacrificare sull’altare del profitto e delle leggi del bilancio.

 

Biografia

Filippo Mammoli è nato a Prato il 5 agosto del 1972. Ingegnere elettronico, è responsabile dello sviluppo software di un’azienda fiorentina che lavora nel settore del controllo qualità tramite machine vision.

La sua passione per la scrittura inizia dalla poesia, con cui si cimenta fin dall’età di vent’anni. Ottiene premi in concorsi letterari e pubblicazioni nell’antologia del concorso “Daniela Pagani” indetto dal C. A. L. C. I. T Chianti fiorentino nel 2004. Nel 2005 pubblica un’altra poesia nell’antologia “I segreti di Pulcinella” edita da Giulio Perrone.

Nel 2016 pubblica in self publishing il suo primo romanzo dal titolo “I casi del destino”.

Nel 2018 il suo racconto “Purezza” viene inserito nell’antologia “Racconti toscani” edita da Historica edizioni.

Nel 2019 vede la luce il thriller “Oltre la barriera” pubblicato da Dark Zone edizioni con cui partecipa al Salone del libro di Torino.

Sempre nel 2019 esce per un’altra casa editrice, la Jolly Roger edizioni, il thriller dal titolo “Il bosco delle more di gelso”.

 

Un gruppo di giovani che scherzavano e chiacchieravano appoggiati ai motorini parcheggiati davanti alla chiesa, attirò la sua attenzione. La risata squillante di una ragazza sui sedici anni abbracciata a un suo coetaneo funzionò da macchina del tempo.

Agnese si bloccò a osservarla con la sigaretta in bocca e, per alcuni istanti, smise di aspirare. Aveva avuto anche lei sedici anni, ricordava bene la spensieratezza e la capacità di sognare orizzonti impossibili, tipiche di quell’età. Non riusciva però a provarne nostalgia. Era altresì invasa da un sentimento misto di compassione e rabbia. Compassione per quella povera ragazzina illusa e rabbia per la fine poco poetica che avevano fatto tutti i suoi progetti di allora.

Aveva imparato col tempo ad annegare le delusioni nell’alcol e nelle sigarette che ormai divorava senza quasi più assaporarne il gusto, ma soprattutto era diventata bravissima a non lasciar trapelare nulla all’esterno. Aveva imparato a tenersi tutto dentro per non rovinare a se stessa e agli altri il quadretto rotondo di una tranquilla e laboriosa famiglia del Nord. Quel nord dove si lavora, si crescono i figli e la domenica si va a messa, dove si fa volontariato e non si ha tempo per pensare a cose futili e inafferrabili come la felicità.

 

***

97973081_241812683799011_4922894796030214144_n

 

«Oh… ti prego… Basta, basta!» singhiozzò Lenara, agitandosi nel letto e ridendo a causa del solletico. Quando il momento di ilarità terminò, si fece seria e guardò in direzione della finestra sbarrata. «Quanto pensi che durerà… tutto questo? La notte non potrà nasconderci per sempre.»

Lui si stese sul fianco, puntellando il gomito e poggiando la testa sul palmo. La guardò dritta negli occhi. «Perché adesso? Sarebbe meglio lasciare simili pensieri a momenti meno belli… questi dovremmo dedicarli soltanto a noi due.»

Lenara sospirò. «Hai ragione, ma ogni volta che lascio il castello di nascosto rischio di essere scoperta da Varo. Se dovesse accadere prima delle nozze…»

«Non accadrà. Sei troppo astuta per lui, inoltre sei un’esperta di magia illusoria. Non capirà mai quello che stai facendo, e comunque mancano pochi giorni alle nozze, poi attueremo il nostro piano.»

«E dopo, cosa faremo? Una volta restituito il regno nelle mani di Lorigan, che ne sarà di noi due?»

Lui le accarezzò il viso, le baciò la spalla con delicatezza e infine rispose: «Andremo via, lontano da tutti. Costruiremo il nostro futuro secondo ciò che desideriamo. Io e te».

«Sarebbe bello…»

«Ma…?»

 

La campagna di conquista dell’impero Danador sta per collassare su se stessa. Tra i regni sottomessi torna la speranza e cominciano ad accendersi le prime scintille di rivolta, pronti a reclamare la propria libertà a costo della vita.

Tuttavia il vero piano dell’Imperatore Kedrax è passato in sordina, ma quando i Mietimorte svolgono l’incarico affidato loro, la vera minaccia si palesa: le Fauci degli Abissi stanno per spalancarsi.

Separati dagli eventi e sparpagliati in varie parti del continente, Jandar, Lenara, Ethan ed Eliadar, tentano di opporsi a questo flagello con scontri che coinvolgeranno potenze, dèi, arcidemoni e il dragone Namias.

La vera battaglia ha inizio.

Nulla avrebbe potuto scuotergli il sonno nel gelido lago che accoglieva il suo corpo come una tana confortante, mentre la spessa lastra di ghiaccio sopra di sé lo teneva celato ai pochi abitanti delle lande ghiacciate di Ghiarkur.

Nulla avrebbe mai potuto turbare i suoi pensieri, ottenebrati da un sortilegio che serviva ad anestetizzare i suoi sensi di colpa, permettendogli di non rimuginare sui gravi errori commessi un secolo prima.

Nulla avrebbe mai potuto intaccare il desiderio di restare fuori da qualunque evento stesse accadendo nel continente, evitando di immischiarsi nelle faccende dei mortali per l’ennesima volta.

Nulla avrebbe mai potuto, fatta eccezione per una cosa: Jandar. Nel momento stesso in cui lo zaffiro che gli aveva affidato era andato in frantumi, lui lo aveva percepito come una lama penetrata nel cervello. Era stato simile al suono di una campana che continuava a echeggiare nella sua testa, insistente e irritante.

L’autore

Nato in Germania, Rob Himmel è cresciuto in Italia, nella florida terra d’Abruzzo, tra montagne, mare e arrosticini. Fin dalla tenera età si è appassionato ai fantasy, elaborando mondi e storie nelle ore di gioco infantili. Poi, crescendo, ha dato sfogo alla sua creatività inventando giochi da tavola per proprio diletto. Con l’avanzare del tempo, l’adolescenza l’ha condotto a conoscere e innamorarsi di Tolkien con Il Signore degli Anelli. Da amante del genere, si è cimentato per più di una dozzina di anni nel famoso gioco di ruolo Dungeons&Dragons, dove, in quanto Dungeons Master, ha condotto i suoi amici in avventure straordinarie, costruendo mondi, storie e intrighi. Tutta questa creatività è infine sfociata nella scrittura.

Ha esordito con Le lame scarlatte (DZ Edizioni – 2017), premiato al Trofeo Cittadella, poi è stato pubblicato con La progenie di Abaddon (DZ Edizioni – 2018) e la trilogia epic fantasy Il tempo dei mezzosangue (DZ Edizioni – 2018/2019/2020).

 

Il cielo si era schiarito ai primi cenni dell’alba quando un uomo dalla mole impressionante, con barba e capelli folti, uscì sbadigliando e stiracchiando le braccia. Sollevò il mento come ad annusare l’aria, poi raccolse la scure infilzata su un tronco, usato per spaccare la legna accatastata poco più in là, e si allontanò.

Mogurzath osservò la bussola e vide che l’ago non si era spostato dalla casa. Quindi il suo obiettivo era dentro e l’uomo doveva essere solo il Vigilante. Restò ancora nascosto, consapevole di stare sottovento e quindi di non essere individuabile dal mutaforma che si stava allontanando.

Quando lo ritenne distante a sufficienza, avanzò.

«Mi spiace disturbare» esordì Mogurzath, «ma sono venuto per accompagnarti. È giunto il momento di lasciare questo posto.»

Udì dei passi strascicati e sulla soglia si delineò una donna dalla sensualità ammaliante con lunghi capelli neri. Non si era degnata nemmeno di mettersi qualcosa addosso per coprire i seni prosperosi e le parti intime. Vicino all’inguine aveva un tatuaggio che ricordava un serpente stilizzato, o una «S». Si portò una mano sopra gli occhi per attenuare la luce del giorno e con fare assonnato si poggiò allo stipite.

«Chi sei?» biascicò prima di sbadigliare.

«Il mio nome è Mogurzath Cacciamaghi, sono stato assoldato dall’Imperatore Kedrax per portarti da lui.»

Un nuovo titolo per una strabiliante NUA edizioni “L’odore della colpa” di Tony J. Forder. Da non perdere!

cover500

Trama:
Dodici anni dopo aver lasciato Peterborough, il detective Bliss torna a far parte della squadra Crimini
Maggiori e si ritrova coinvolto in un’indagine su un serial killer.
Penny Chandler è stata promossa a sergente e lavora a Londra, nella divisione del MET che si occupa di
crimini sessuali. Quando però vengono denunciati due stupri a Peterborough, l’agente si offre volontaria
per interrogare le vittime e ben presto nota un possibile collegamento tra gli stupri e l’indagine per
omicidio di Bliss.
Potrebbe esserci un solo responsabile per entrambi i casi?
Per riuscire a catturare l’assassino, però, Bliss deve scoprire il suo movente.
Un movente che sarebbe dovuto rimanere sepolto nel passato…

Dati libro

Titolo: L’odore della colpa
Titolo originale: The scent of guilt
Serie: Bliss #2
Autore: Tony J. Forder
Traduttrice: Raffaella Arnaldi
Genere: Thriller
Lunghezza: 400 pagine
ISBN ebook: 978-88-31399-06-7
ISBN cartaceo: 978-88-31399-07-4

Prezzo ebook: € 5,99
Prezzo cartaceo: € 15,00