“Il signore di Notte” di Gustavo Vitali. A cura di Alessandra Micheli

Perché si legge uno storico?

Cosa c’è in questo genere di cosi accattivante tanto da incantare, ancora oggi, molti lettori?

E’ una domanda che mi sono posta molte volte.

Per quanto oggi la lettura sia un affare di nicchia, per quante statistiche parlino di un crollo sostanziale di giovani e meno giovani capaci di sognare su un libro, il genere cosi vetusto sembra reggere bene.

Molti autorevoli blog si fanno portavoce dei libri che tentano di raccontarci in una prospettiva più letteraria e meno accademica gli eventi che hanno dato la forma, che ha oggi, la nostra società e persino la nostra politica.

Non ce ne accorgiamo, ma la storica viaggia accanto a noi.

Nei dialetti spesso echi di lontane dominazioni.

Nei piatti che richiamano le contaminazioni folli ma meravigliose delle forte di migranti che hanno colorato la nostra realtà.

Lo viviamo noi, affacciati sul mediterraneo inconsapevoli dei legami che ci hanno inesorabilmente stretto e sopratutto lo avverte quest’Europa dei destini incrociati, quest’arazzo che è fatto di mille differenti tessere che da sempre è stato protagonista di scambi, di incontri culturali e perché no di scontri.

La storia la respiriamo in ogni città, in ogni angolo del mondo.

La storia è il nostro racconto sull’evoluzione umana e sulla nostra che sembra l’ultimo anello di una catena fatta di antenati, di esperienze e di discendenze. Forse è questo il bello del libro storico.

Riannoda legami, solleva i veli, riscopre il ricordo di cosa f per poter, spero, comprendere cosa è adesso.

Allora mi sono risposta cosi: il bello del libro storico non è solo nella trama, anche se ha la sua importanza.

Ma è la descrizione del luogo, degli usi e de costumi.

E’ nelle sotto trame, nei dettagli che tessono la ragnatela del tempo che sta nascosto il suo fascino.

E poco importa se parliamo di un giallo, come in questo caso, o di un’autobiografia, di un rosa o di una semplice narrativa di formazione. E’ il contesto che ci affascina e decide per noi, ci inviata a seguirlo nei fumi di quello ieri che ci sfugge.

E che invece viene immortalato, congelato o semplicemente fermato dalla parola scritta.

Si rapisce quell’istante lo si fotografa.

E però lo si arricchisce di tanto altro, la nostra personale visione dell’epoca scelta, un certo amore per la città dove l’azione si svolge e per una strana voglia di interpretarlo quel passato, che non sia solo un agglomerato distante e distaccato di date e di descrizioni.

Il signore di notte scaglie uno dei periodi pi+ù strani e più complessi che ho mai studiato, il seicento.

Ed è un periodo non facile perché funestato da una crisi nera, da guerre devastanti e da un Italia che inesorabilmente si trova a perdere ogni prestigio politico.

E’ l’epoca in cui l’avvio del nuovo processo produttivo industriale, partito dall’Inghilterra e dall’Olanda, causò il crollo delle imprese artigiane, ossia destrutturò non senza conseguenze la base dell’economia europea.

E questa situazione provoco ( non voglio dilungarmi) il ricostruirsi dei grandi latifondi quasi sempre nelle mani dell’aristocrazia.

E a scapito, ovviamento del popolo.

Decadenza e opulenza, fiacchezza morale e al tempo stesso la necessaria innovazione seminata da menti colte e che poi darà il suo frutto sbocciando nel settecento.

E sullo sfondo di un secolo contraddittorio e poco compreso che Vitali da l’avvio a un semplice giallo.

Un omicidio che va risolto e che sporca la bellezza di una città, Venezia che tenta con unghie e denti di mantenere il suo rinomato splendore.

Ed è forse questo il punto forte del testo.

Non l’indagine.

Non il signore di notte,quel Barbarigio borioso e inconcludente amabilmente goffo.

Non il suo alter ego l’unico in grado di scovare il colpevole.

Ma Venezia una Venezia sfavillante che lotta contro quell’offuscamento che la porterà inesorabilmente nel cassetto dei ricordi.

Colorata e a tratti cacofonia.

Ammantata di lusso ma precipitata anche nel più disastroso degrado.

E’ Venezia lo spirito incarnato di quel secolo di contraddizioni che cerca di non essere distrutto da forze opposte che chiedono a gran voce di raccontare la loro versione.

E tra quei canali e quei vicoli che oggi sembrano quasi immobili nel ricordare il passato, il libro diventa una vera e propria macchina del tempo, capace di farci compiere un viaggio straordinario.

E se quest’ambientazione gloriosa e sofisticata, ci fa perdere di vista il clou del libro, ossia chi è l’assassino,poco importa.

Sentirsi come professor Lidenbrock ammaliati e entusiasti e stupiti di fronte alla meraviglia che si apre all’improvviso, credetemi non ha presso.

Come un viaggio al centro della terra il signore di notte decide lui cosa mostrarci e lo fa svelandoci come un perfetto guitto il palcoscenico intatto di un passato che troppo spesso ci sfugge, impegnati a cercare chissà cosa.

Da leggere con quel senso fanciullesco di incanto che troppo spesso perdiamo di fronte al dato scenografico o alla trama immediata.

Qua dovete cercare, o forse semplicemente lasciar che il libro vi guidi.

torna un grande Enrico Ruggeri con “Un gioco da ragazzi” La nave di Teseo. Da non perdere!!

I fratelli Scarrone, Mario, Vincenzo e Aurora, crescono nel dopoguerra figli di un’educazione borghese, fiduciosi in un avvenire scandito dai sogni dorati del boom economico: l’automobile per andare in vacanza, il televisore, il giradischi. Ma il vento tumultuoso del 1968 arriva a scompaginare le loro vite. Il padre Carlo, professore universitario, subisce la contestazione dei suoi studenti come un affronto da cui non sa riprendersi. Mario legge molto, frequenta il movimento, vive la sua formazione come una lotta per ideali che in famiglia non aveva conosciuto. Così il solco col fratello minore Vincenzo, che preferisce il calcio e gli amici alla politica, si fa sempre più grande. La giovane Aurora cerca di tenere unita la famiglia mentre si avvicina al mondo della musica, e tra concerti e piccole tournée dopo il diploma entra in una casa discografica.

Quando il boom economico lascia il posto al suono sordo dei proiettili e delle bombe che scuotono gli anni di piombo, Mario e Vincenzo si ritroveranno su fronti opposti, costretti a fuggire dalle loro vite troppo in bilico. Lontani, ripartiranno dal fondo per riscoprire solo molti anni dopo, nel modo più estremo e inaspettato, quanto era forte il legame che li univa. In una grande, intensa, storia di famiglia, Enrico Ruggeri racconta la nostra meglio gioventù che scopre i suoi lati più oscuri, tra politica, musica, amori furiosi e una passione che non si spegne fino all’ultima pagina.

L’autore

Enrico Ruggeri (Milano, 1957) è un cantautore, scrittore, conduttore televisivo e radiofonico,

vincitore di due edizioni del Festival di Sanremo.

Tra i suoi romanzi ricordiamo: Che giorno sarà (2011), Non si può morire la notte di Natale

(2012, nuova edizione 2019), La brutta estate (2014), Un prezzo da pagare (2016). Presso la Navedi Teseo ha pubblicato Il professore nano (2020).

Il blog consiglia Angeli caduti. Lo sterminatore” di Giuseppina Campo. Da non perdere!!

…] Dalila si ridestò da un sonno agitato, non capiva dove fosse, ma sentiva: delle braccia forti sentiva attorno a sé. Braccia grandi, piene di denso calore e di dolce tepore primaverile. Si mosse un poco, cominciava a provare caldo adesso, il cuore le batteva forte, ansimò.
Capì presto chi c’era dietro di lei e lo trovò sconcertante. Il cuore perse mille battiti e mille battiti le invasero il petto.
«Ti senti meglio adesso? Stavi tremando per il freddo.» Un brivido la segnò
indissolubilmente nell’animo.
Deglutì a malapena e cercò di scendere da quel giaciglio che non era incorporeo, stavolta; era un vero letto, con vere lenzuola e vere coperte.
«Siamo ancora nella baita, dunque?» osservò dinanzi a sé e poi lui.
«Sì. Volevi forse tornare alla mia dimora?» non la lasciò andare. «Non dovresti muoverti troppo, stavolta hai perso molte più energie; sei debole.»

TRAMA:
Una giovane donna tormentata dai suoi demoni e dalle sue mancanze, decide di non poterne più della vita. Ma in pochi secondi tutto il suo mondo viene messo in discussione e un volo improvviso le sconvolgerà ogni convinzione.
Scoprirà che gli angeli esistono, che non sono come pensava, e che non tutto può venir considerato: o bianco o nero.
Scoprirà di avere più luce di quanto immaginasse, e si innamorerà proprio di uno di quegli esseri di luce che le salverà la vita.
Una strana profezia incombe sulla sua testa, uno strano destino sembra essere già scritto per lei, eppure, Dalila, non rinuncerà al suo libero arbitrio, e Nathaniel infrangerà qualche regola per questo essere umano che gli è proibito amare.

“Non tutto può essere spiegato, e non tutto può venir addomesticato. “
Riusciranno i due a trovare la loro pace, il loro lieto fine?
Raphael, il fratello perduto, tornerà a essere fedele ai cieli?
E i caduti, che fine faranno in questa storia dove il bene e il male si confondono?
Dio e uno e sono tanti, l’universo è infinito e ha tante sfumature, il divino è attorno a noi ma non è in tutti…

Dati libro

TITOLO: Angeli Caduti. Lo Sterminatore.
SERIE: Daimon.
AUTORE: Giuseppina Campo
EDITORE: Independently published
GENERE: Paranormal romance / Fantasy
PREZZO EBOOK: 2,69 disponibile in preordine
PREZZO CARTACEO : 6,24 disponibile dal 3 novembre
LINK AMAZON: https://amzn.to/356ReYr



“Undici passi. Nell’inferno della trincea” di Giada Trebeschi. Oakmond Publishing. A cura di Francesca Giovannetti

Trincea, Prima Guerra Mondiale. Emanuele compie undici passi mentre compie il suo turno di guardia, nel fango, nella sporcizia, nella paura della trincea. Li senti dentro e fuori di te, senti gli scarponi malandati battere sul terreno gelido, senti il freddo penetrare nelle ossa, senti la paura percorrere il corpo.

Giada Trebeschi prende il lettore e lo chiude con forza nel corpo di un soldato di ventiquattro anni e il lettore non ci vuole stare, smania, boccheggia, non vede l’ora di uscirne e l’autrice glielo permette. Emanuele viene trasferito a Palmanova perché disegni mappe del territorio; infatti Emanuele è un pittore e l’arte e la sua catarsi.

Ma la guerra non si combatte solo tra il fango della trincea, la guerra ha permeato tutto, scesa come un veleno su uomini e donne, soldati semplici e generali: trasfigura, strappa, devasta ogni cosa.

È un’ illusione effimera, quella che l’autrice paventa per pochi attimi. Emanuela viene inghiottito di nuovo dalla miseria e dalla malvagità umana.

Non è più il suo corpo a essere sporco, ma la sua anima. Tormentato e costretto, trascina il suo essere un giorno dopo l’altro, trovando conforto nella sua arte; passionale, pura, capace di farlo sentire umano, non ancora del tutto perso. Lì si aggrappa Emanuele, silenzioso soldato, carne da macello mandata al fronte. Si ciba della sua arte, nella disperata speranza di rimanere se stesso.

Brutale, travolgente, crudo. Un libro che non descrive la guerra, ma esso stesso è guerra.

Un’accozzaglia di suoni infernali e stordenti, che lasciano passare una lieve melodia, àncora di salvezza ed espiazione.

UN TE’ CON MR. DARCY di SILVIA CASINI, RAFFAELLA FENOGLIO, FRANCESCO PASQUA, LIT EDIZIONI. A cura di Patrizia Baglioni e Raffaella Francesca Carretto

La scena più bella di tutta Alice, diciamocelo, è quella del famigerato momento del te.

Lo ricordate?

Un tavolo lunghissimo.

Tazze su tazze, briciole e burro morbido e dorato.
E il il Cappellaio e la lepre Marzonlia e il dormiente ghiro.

In quello spaccato tipicamente inglese, ma totalmente folle, esiste quella poesia che tutti poi, abbiamo cercato di ricordare nei pomeriggi con il teacup.

Non ci siamo forse mai riusciti.

Non possiamo assolutamente mai far tornare quella stessa magia del libro, quel non sense.

Ma sorseggiando il nostro teacup, magari all’essenza di rosa, ci sentiamo, comunque, totalmente in paradiso.

Il te non è solo una cerimonia, un rito.

E’ il momento migliore per stare un po’ con se stessi, per coccolarsi e per lasciare che la fantasia prenda il sopravvento.

Alcuni si sentiranno Alice.

Altri delle eleganti protagonisti di recengy o di neovittoriani.

Altri ancora nobili decaduti in attesa del riscatto.

Ma il te mette fine a ogni tribolazione, a ogni dolore, a ogni affanno.

Si sorseggia e si dimentica il mondo fuori, che continua a scorrere, cacofonico e invadente.

E per le nostre meravigliose blogger?

Cos’è mai per loro, il momento del Te?

Scopriamolo assieme!!

Magia del te, dolcetti e beatitudine.

A cura di Patrizia Baglioni

Ci sono momenti della giornata che mi rappresentano di più, sono quelli riflessivi in cui ricerco in solitudine un distacco dal brusio quotidiano. Di solito leggo o ascolto musica o semplicemente accantono pensieri. In queste fughe tutte mie non sono sola, tra le mani stringo una tazza di tè.

Eccolo il mio amico fedele che ho imparato a conoscere e sperimentare negli anni: il nero al mattino con uno spicchio sottile di limone e il verde dopo pranzo per ritrovare calma e lucidità. Ma ammettiamolo, l’Italia non è proprio il paese di questa pregiata bevanda e a occhi aperti ho sognato più volte di trovarmi in una sala da tè inglese, alle cinque del pomeriggio, in un ambiente pacato, dove le voci sono sussurri, persa tra gli aromi di gelsomino e bergamotto. Così quando mi sono ritrovata tra le mani UN TÈ CON MR. DARCY scritto da SILVIA CASINI, RAFFAELLA FENOGLIO, FRANCESCO PASQUAe pubblicato da LIT EDIZIONI mi sono commossa.

Il libro sintetizza nella prima parte la storia del tè e della sua commercializzazione prima in Inghilterra e poi in tutta Europa. Estremamente interessante è la distinzione tra le tipologie di tè e la ricerca per creare nuovi Blend dedicati a sovrani o situazioni importanti come l’Earl Grey. Mentre il gusto viene descritto, mi sembra quasi di assaporare la miscela, ripromettendomi di sperimentarla al più presto. Basterebbe questo per farmi soddisfatta e invece no, gli autori con somma maestria ci insegnano il galateo, sì, perché bere una tazza di tè non è cosa da principianti, bisogna conoscerne le regole: dalla tovaglia ben stirata alle tazze rigorosamente uguali e con doppio piattino, uno per la tazza e uno per il dolce. Mescolare e bere il tè diventa poi un’arte e attenzione al mignolo, mai tenerlo completamente alzato, la punta deve discostarsi dalla tazza senza troppo esporsi, sarebbe volgare.

E qui tutta la letteratura inglese dell’età vittoriana mi travolge con i suoi racconti di giovani signorine ben educate che si ritrovano a chiacchierare intorno ad un tavolo su temi virtuosi. Sono con loro tra visite di cortesia e pettegolezzi mascherati da ultime novità dalla città, indosso vestiti di mussola e rivolgo sguardi languidi ai giovanotti della casa. Non sono una romantica ma conservo un amore viscerale per gli autori di questo periodo, fra tutti naturalmente prevale Jane Austen.

Mr. Darcy non capita casualmente nel titolo del nostro libro, egli rappresenta tutto quello di cui abbiamo parlato, la rispettabilità, la tradizione inglese, la preservazione di una nobiltà corretta e rispettosa, la capacità di amare con passione e fedeltà, in una parola: personalità. Ve lo confesso io un tè con Mr. Darcy lo prenderei volentieri… Se Non dovessi andare a preparare una Victoria sponge. Attenzione, se siete dipendenti dalle prelibatezze dolci e salate della cucina inglese, non proseguite la lettura, potrebbe nuocere alla salute! Sandwich, smoked, scones, dolcetti, shortbread, chiffon cakes, gelatina e padding, sono perfetti per organizzare perfetti ricevimenti a tema, di cui non solo troviamo il menù e le ricette, ma anche le indicazioni per apparecchiare la tavola e adornare l’ambiente con eleganza e ricercatezza.

Mentre sale l’acquolina e vado a cercare la sezione melassa al supermercato, leggo che anche in Italia esistono bellissime sale da tè, la più famosa è Babingtons fondata a fine ‘800 da due signorine inglesi di buona famiglia, decise a ricreare l’atmosfera delle sale da tè inglesi nel centro di Roma, a Piazza di Spagna. L’iniziativa non solo ebbe successo, ma presto Babingtons diventò luogo di incontro per artisti e attori che qui trovavano un angolo di pace e riservatezza.

Concludo questo libro con il sorriso sulle labbra, rapita dall’atmosfera del viaggio che ho appena compiuto, ho vagato tra le piantagioni cinesi, alcune perse tra valli incontaminate, ho viaggiato su vascelli pericolanti che approdavano carichi ai porti inglesi, ho vestito gli abiti di una brava padrona di casa che invita a prendere il tè le sue rispettabili amiche e infine mi sono immersa nei profumi di una bakery.

Scusate ora devo proprio congedarmi, l’acqua bolle, la verso nella teiera per scaldarla e poi ancora sul fuoco. Prendo la mia miscela di tè scelta con gusto e cura, ne verso un cucchiaino a testa più uno per la teiera. La temperatura dell’acqua deve essere rispettosa della tipologia di tè così come il tempo di infusione. E ora non resta che aspettare. Anche questo fa parte della magia del tè, pregusto, assaggio e in me solo beatitudine

***

La poesia in una tazza di te.

A cura di Raffaella Francesca Carretto

Quanta poesia in una teacup carica di profumi ed effluvi conturbanti che giungono ai nostri sensi …Ma qual è la magia del tè, quel momento del tea time che imprigiona lo spirito di chi degusta questo infuso.

Ecco, immaginiamo il momento, la nostra teacup accostata alle labbra, il nostro tea sorseggiato a fior di labbra, i profumi sprigionati dai suoi effluvi ..qualsiasi sia la scelta nel tipo di tea, dietro a questo semplice gesto c’è un mondo..

E di questo ci parla il libro Un tè con mr.Darcy , del tè vero protagonista di un libro che è un vero e proprio viaggio attraverso la storia e la cultura e le curiosità che si muovono intorno a questo mondo…ebbene sì, perché è un mondo ricco di storia e di fatti quello che ci si presenta durante la lettura del libro, un vero e proprio vademecum contenente tante notizie e curiosità sul tè.

Ma iniziamo col titolo..Un tè con mr.Darcy…torna subito in mente Jane Austen, la meravigliosa autrice la cui penna ci ha deliziato con i suoi celeberrimi romanzi Regency, e che era cultrice del tè ..ecco l’associazione a mr Darcy che non è il vero protagonista del libro bensì una comparsa, oserei dire, per dar voce al tè e alla sua storia.

Ebbene sì, il tè come detto è il vero protagonista, e in questo libro si dipana la storia della sua diffusione in Inghilterra e della sua centralità nel periodo Regency e oltre, sino ai nostri giorni…perché anche oggi il teatime è un momento importante per chi si ritaglia uno spazio nella giornata per quegli attimi di puro godimento, oserei dire.

Si è capito che amo il tè?

Che sia tra amici a casa, informale e in semplicità, oppure in una sala da tè, il tea time è un’usanza fuori dal tempo e dalle mode, è un momento di straordinaria eleganza e sempre attuale.

Ed ecco che in questo libro c’è tutta, o quasi, la storia del tè, in particolare la sua diffusione in Europa e in particolare in Inghilterra, dove si può dire che sia la bevanda nazionale,e il suo prender piede sino ad oggi.. Ma non solo questo, perché non è solo storia del tè, bensì cultura del tè; in questo libro si parla delle varie tipologie di tè, dell’etichetta legata al tè, il galateo insomma, e poi anche il cerimoniale del tè, e le tante curiosità legate a questa bevanda.

Tra le pagine del libro si vivono le atmosfere di tempi passati, momenti in cui il tè era il protagonista indiscusso e faceva eco all’eleganza e al fascino intramontabile di periodi come l’epoca vittoriana, specchio di un vero e proprio romanticismo dandy che attraverso le righe e le pagine possiamo vivere o magari solo respirare, accompagnandoci magari a una deliziosa fumante tazza di tè, che sorseggeremo gustandoci la lettura e magari sbocconcellando di tanto in tanto uno dei manicaretti le cui ricette sono racchiuse tra le pagine di quest’opera..Ebbene sì, tra le pagine del libro una serie di menù dell’epoca e ricette spiegano anche cosa veniva servito a questi eventi, nei teatime.

Ecco quindi tra le varie curiosità, nel libro, ci sono deliziose ricette riproducibili(io personalmente non vedo l’ora di replicare i ginger bread man e qualche cake dolce e salata), e per chi vuole replicare il tea time all’inglese in una deliziosa tea room, ecco che gli autori ci lasciano degli indirizzi in Italia e in Europa, dove sorseggiare una ottima teacup accompagnata da qualche delicatesse.

Orbene, Un tè con mr.Darcy è questo ed altro…è storia, usanze, ricette e curiosità racchiuse in un libro che aprirà, a chi lo legge, le porte di un mondo antico ma in chiave moderna.

A chi sarà incuriosito e lo sceglierà, buona lettura!

“Invisibili” di Suellen Regys. A cura di Alessandra Micheli

Avete presente uno dei cliché più gettonati per i romanzi con sgumatra rosa?

Lui ricco, bello, arrogante e vincente.

Lei povera triste e sfiduciata.

Un incontro casuale.

Si incontrano per affari, lui strizza l’occhio e lei si sdilingua in squittii degni di un topo con la raucedine.

Lei cede, scatta la passione e con un jumbo jet degno di Jeeg Robot d’acciaio la porta in una località esotica, o banalmente a Parigi a mangiare croissant con lo champagne.

E in cambio lei deve cimentarsi in esercizi ginnici, sessuali, che neanche il famoso Juri Chechi potrebbe.

Che sogno vero?

Certo se vi piace questo stereotipo trito e ritrito e abbastanza assurdo ( il croissant con lo champagne vi procura un posto dritto verso l’inferno per oltraggio al gourmet).

Unica nota degna di essere riportata in questa recensione è sicuramente la mia Orticaria che spunta sempre in questi libri del genere.

Unica nota dolete…

Se vi piacciono trame di questo tipo però, scordatevi il libro invisibili.

Prima di tutto lui è si ricco, bello e vincente, ma anche tanto strano.

E’ il classico uomo che sparisce.

Letteralmente, ( dio che battutona).

Lei è si povera e inconsapevole del suo fascino.

Forse perché è vestita da marmotta.

Si.

Avete letto bene.

M-A-R-M-O-T-T-A.

Ovviamente sa Suellen Regis non potevamo aspettarci niente di meno.

Dopo pinguini presi in arresto.

Dopo un agente di polizia totalmente folli, non potevamo non avere anche la marmotta gigantesca.

E questa visione creerà dei drammi nel bellodannatoeiosonofico vero?

No.

Cioè il cliché del macho cade rovinosamente quando, dinnanzi alla scena surreale, il soggetto (maschile) si chiede ma le marmotte sanno nuotare?

Ti trovi davanti a una vestita da urside. A

cida e isterica, tanto da assomigliarmi.

E tu chiedi se sa nuotare?

Certo il dato più agghiacciante è quello in cui io la faccio diventare la domanda fondamentale della mia vita.

E solo per questo fossi in voi, scapperei lontano da questa pseudo-blogger, più strana dei personaggi di Sueellen.

Ma sono abili nuotatrici o no?

Ma non divaghiamo.

Ecco cosa accade quaNDO entriamo nel weird mondo colorato delal nostra autrice.

Tutto perde di senso.

Tutto diventa assurdo e bizzarro.

Troviamo personaggi totalmente alieni dalla nostra realtà come il genio Darwin

Oddio io amo Darwin.

E amo la sua defunta e rediviva zia.

Eppure..

Come ho sempre spiegato il surreale è un modo più sofisticato degli altri (pagami Suellen) per disinnescare abitudini mentali e schemi precostituiti con i quelli troppo spesso ci approcciamo ai libri o alla realtà.

Siamo cosi abituati a pensare per comparti stagni da diventare abitudinari.

Dormienti e amanti delle soluzioni facili.

E cosi assuefatti al cliché che esso, da elemento costitutivo della narratologia, e quindi bene accetto, diviene stereotipo.

E sapete la differenza tra cliché letterario e stereotipo letterario?
Il cliché viene usato per facilitare il discorso letterario, sapendo però che esso non esaurisce la vastità della vita.

Lo stereotipo ci usa, rendendoci afoni e dormienti nei confronti della complessità della vita.

Lo stereotipo, insomma, diviene la comodità che ci permette di non muoverci, di non cercare, di non pensare.

E cosi il pensiero si obnubila.

Ecco che in una situazione cosi atrocemente sonnacchiosa e per nulla serena ma anzi inquietante, dove il cervello assomiglia più a una larva di ascaride, il bizzarro, il weird, il nonsense ci sveglia.

Qualcosa non quadra o come dico sempre io qalchequadra non cosa.

È tutto diverso, distorto, per nulla rassicurante.

E’ come i quadri di Escher, dove si deridono le proporzioni, la prospettiva e la logica acclamata.

E ci da cosi fastidio anche se ci fa ridere, che il cervello finalmente si comporta come la bella addormita della favola: si sveglia.

E iniziai a aver fame.

Di domande più che di comode risposte.

Di fantasia e di innovazione.

E di concetti che siano liberi di trasformarsi anche nei loro opposti.

Cosi, ridendo, Sueellen ci fa riflettere.

Perchè i suoi personaggi non sono solo pazzi, folli, strani, anti-sistema, anti-clichè.

Sono anche…invisibili.

Da Dorenn al suo Niol.

Da Darwin a Gillian fino a arrivare a Alain.

Sono invisibili.

Non sono considerati dalla società perché non rispondono a schemi ben prestabiliti.

Non sono poveri citrulli.

sono folli e al tempo stesso lucidi.

Sono soli, con un carico di dolore che non ha smorzato la loro caparbietà, quella di lasciare un impronta nella vita.

La loro, non quella di un selfie o di una foto trendy.

Cosi come sono, imperfetti, pieni di ferite ma ancora capaci di accogliere l’impossibile.

Ed è quell’impossibile che li fa esistere, che gli fa incontrare la dignità e persino l’amore.

Contro il male che si nutre di potere e di successo arriva il valore dell’invisibilità.

Sapete perché?

Perché ogni invisibile ha una storia importante da raccontare.

Ha sforzi e unghie per non lasciarsi annichilire dal biasimo societaria.

Ha un valore umano da tenere appuntato nel petto.

Perché dietro l’invisibilità di una storia che ignoriamo c’è il valore universale della compassione.

Che significa vibrare con l’altro.

E allora la risata avrà un retrogusto importante, quello della commozione.

E inizieremo forse, lo spero, a vedere più l’altro non come mezzo o occasione mondana, ma cosi com’è.

Assurdo, impossibile, strano ma è quello che ci fende umani.

Che fate, ci provate a divertirvi e a pensare con Invisibili?

Dai pensate.

Non c’è ne lookdown ne una tassa sul pensiero.

Provateci.

La rubrica Cinema e parole presenta “Metropolis” a cura di Aurora Stella

Metropolis (Fritz Lang)

“Ma che film ‘recente’ che ci stai recensendo!”

Immagino che, dopo aver letto il titolo del film, vi verrà spontaneo dire questa spiritosaggine. Questo perché, come al solito, non avete una visione quadridimensionale e vi bastate solo sul fatto che il film è muto, in bianco e nero ed è stato girato nel 1926. Sempre sull’onda di questi dati, potreste addirittura arrivare a pensare che sia un film vecchio e non abbia più nulla da dire e che la sua importanza sia tale, solo per il suo apporto alla storia del cinema.

Tuttavia, dal momento che è ambientato nel 2026 (esattamente cento anni dopo l’inizio delle riprese) e tenuto conto che io ho la suddetta visione, vi dico che il film non solo non è vecchio, ma che lo è il vostro modo di pensare.

D’accordo, non ci sono gli effetti speciali di Tenet o di Matrix, non c’è l’intreccio di Inseption, ma io vi dico che, tra tutti i possibili film distopici, Metropolis è quello che si avvicina di più all’attuale 2026, in quanto distopia.

Ora, la maggior parte di voi, fa risalire l’inizio del filone distopico a George Orwell e al suo 1984.

Al massimo Ray Bradbury e il suo Fahrenheit 451

E invece no, cari miei. Perché, grazie a Metropolis possiamo retrodatare il tutto. So che qualcuno mi contesterà il fatto che Metropolis è un film, mentre 1984 e Fahrenheit 451 sono libri. Ma se vi dicessi che Metropolis è stato tratto da un romanzo (pensato già allo scopo di farlo diventare un film) scritto da Thea von Harbou, moglie di Fritz Lang, cambierebbe qualcosa ai vostri occhi?

Questo complicherebbe e semplificherebbe al contempo le cose. Ma noi siamo amanti del gatto di Schrödinger e quindi una cosa e il suo opposto non ci sconvolgono più di tanto. Soprattutto perché (e lo posso dire felice e contenta)almeno per la distopia mater sempre certa est, pater nunquam.

Ma cos’è questa brutta parla la distopia?

La faccio semplice: l’opposto dell’utopia.

In pratica la distopia è la rappresentazione di un mondo futuristico in cui nessuno di noi vorrebbe vivere.

Spesso film e libri distopici iniziano già con descrizioni di mondi cupi, terribili. Si percepisce da lontano la sensazione di claustrofobia, di impotenza, di disperazione. In Metropolis, invece il mondo è perfetto. C’è il sole, le strade sono belle, ci sono velivoli, giardini meravigliosi dove i giovani giocano tra loro neanche fossero al giardino d’infanzia. Neanche la casa della strega di Hansel e Gretel era tanto zuccherosa, se messa al confronto del mondo di Metropolis.

E un giorno, in questo giardino dell’Eden, da un ascensore, sbuca fuori una ragazza vestita alla meno peggio, accompagnata da ragazzini altrettanto straccioni che si presentano nel parco giochi del più ricco tra i figli di Metropolis. La ragazza, cacciata poco dopo la sua irruzione, vuole mostrare ai bambini come vivono i loro fratelli nel mondo di sopra.

Ecco. Già questa è la prima incrinatura.

Esiste un piano di sotto e un piano di sopra.

Praticamente tutto il bello che c’è sopra è spinto dalla forza lavoro delle persone che vivono al piano di sotto, dove la gente fa turni massacranti di lavoro, cammina come robot, non vede mai la luce del sole e non distingue il giorno dalla notte.

Persino il tempo in Metropolis è modificato.

Non ci sono ventiquattro ore, ma venti. In maniera da dilatare il tempo. Perché mai dilatare il tempo, vi chiederete voi, che senso ha?

Ve lo spiego con un esempio pratico e opposto a ciò che accade nel film (io amo i paradossi dove tutto e il suo contrario convivono). Quando andavo a scuola, il primo anno di liceo scientifico, facevo quattro ore al giorno di lezione. Entravo alle 8,30 e uscivo alle 12.30 (indirizzo scolastico scelto appositamente per pigrizia). La mia migliore amica, invece, faceva sei, a volte sette ore. Eppure, entrava alle 8,00 e al massimo usciva alle13,00 quando faceva sei ore e alle 13,50, quando faceva sette ore. Com’era possibile questo mistero? Grazie alle ore ridotte a cinquanta minuti. Questo stratagemma consentiva, risparmiando minuti, di inserire più materie. Una forma contratta di tempo. Si aveva la sensazione di affogare, sommersi dalle materie scolastiche. Un modo per accelerare. Se applichiamo questa logica al film notiamo subito che qualcosa non quadra. Perché, se abbiamo un mondo in cui la manovalanza è simile alla schiavitù, non hanno reso la giornata di ventotto ore anziché venti?

La risposta è semplice. Dilatando il tempo, anziché contrarlo, si ha la sensazione di rilassamento, di avere meno fretta. Tu lavori dieci ore, ma in realtà ne hai lavorate dodici. Tuttavia non protesti perché, in fin dei conti, sono dei ritmi umani. Perché la von Harbou, che di mestiere faceva l’attrice, aveva capito l’importanza della percezione e della relatività.

Se non lo capite o pensate ad Einstein e a formule complesse, vi dico per semplificare: provate a passare dieci munti su una poltrona e dieci minuti su un braciere acceso, poi capirete quanto il tempo sia relativo. In fin dei conti, sembrano dirvi i padroni di Metropolis, hai lavorato solo dieci ore, che vuoi che siano?

Da questo piccolo, apparentemente insignificante dettaglio, possiamo intravedere una seconda incrinatura di questo mondo utopico. Dettagli che ci portano a intuire che qualcosa di più grande bolle in pentola.

Ma io, all’inizio di questo discorso, vi avevo detto che tra tutti i film distopici Metropolis è quello che si avvicina di più alla realtà odierna e non rinnego il mio pensiero.

Quante multinazionali conoscete che lavorano a ciclo continuo? Quante volte avrete sentito dire frasi come “L’importante è avere il lavoro” quasi che lavorare non servisse per vivere, ma si vivesse per il lavoro? (anche se con turni massacranti e stipendio irrisorio?)

Anche Charlie Chaplin con Tempi moderni si era occupato di questo fenomeno. E chi pensa che Charlotte fosse solo un comico dai pantaloni larghi, non ha capito nulla della poesia di Chaplin.

Ma torniamo al nostro caro film.

C’è un eroe.

Un po’ tonto in verità.

C’è un’eroina.

Una con cuore, fegato e cervello. Cosa inusuale adesso, figuriamoci per l’epoca.

C’è un cattivo.

Veramente ce ne sono una filza. Il padre dell’eroe e padrone di Metropolis, lo scienziato pazzo che crea una forma di vita artificiale (noterete una certa somiglianza con C3PO) ci sono i ricchi e la stessa forma di vita artificiale a cui vengono date le sembianze dell’eroina per infangarle la reputazione e permetterle la distruzione di Metropolis.

La novità, mi direte ancora voi, dov’è?

Perché dovrebbe essere attuale una trama così ridicola?

Tutta la fatica per creare un robot e poi al massimo viene usato per distruggere una reputazione? Ma per favore.

Ebbene sì, che vi piaccia o no, quella è la parte veramente moderna di tutto il film. Non i gadget futuristici o le forme di vita artificiali o il classismo. Quello c’era pure nel Medioevo con la servitù della Gleba.

Riflettete. Perché un influencer si chiama influencer? Forse perché influenza?

Maria (l’eroina) è una influencer. Non ha social o smartphone, sta in una grotta e ha un seguito immane: tutti gli operai dei sotterranei. Non c’è un abitante del sottosuolo di Metropolis che perda una delle sue predicazioni. E come si fa a togliere di mezzo questa dannata influencer? Uccidendola? No, si farebbe di lei una martire e la rivoluzione diverrebbe incontenibile. Ma se qualcuno distruggesse la sua immagine, la rendesse una venduta, un demone, allora perderebbe di credibilità nei confronti di chi riponeva in lei una speranza. Questa è la trovata geniale del padre dell’eroe.

Ma l’umanità è volubile e un influencer resta pur sempre un influencer. E lo scienziato, lo sa. Lui vuole una cosa più banale: la vendetta. Perché non usare la falsa Maria (identificata come la Babilonia dell’Apocalisse), per attuarla davvero una catastrofe di dimensioni Bibliche? Una cosa tipo “Muoia Sansone e tutti i Filistei”, per capirci.

E quanti influencer hanno determinato il corso della storia, da quando l’uomo ha posto piede su questo povero pianeta?

Riuscirà il nostro eroe a salvare la sua bella, a comportarsi come vuole la profezia, che non ho nessuna voglia di spiegare?

Il cuore è il mediatore tra il braccio e la mente.

Potrei anche rivelarvelo, tanto dubito che qualcuno andrà a rivedere un film in bianco e nero, muto, di due ore e mezzo e con i sottotitoli in tedesco (praticamente la famosa corazzata di Fantozzi).

Tuttavia, poiché sono cattiva, non ve lo rivelo e vi lascerò col dubbio fino alla fine. (A men che non andiate su Youtube a vederlo)

Aggiungerò solo che Orwell, a parer mio, quando ha scritto La fattoria degli animali, per le pecore deve essersi per forza ispirato alla popolazione di Metropolis.

E considerando che mancano pochi anni al 2026, così per scaramanzia, io un’occhiata al film gliela darei.

Nuove uscite Diarkos editore da non perdere!!!

Divisero in due l’Italia, come Coppi e Bartali. Si parlava di loro nei bar come si parla e si tifa per la Juve o l’Inter, il Milan o chi preferite voi. Anche coloro che seguivano distrattamente il grande ciclismo si schieravano dalla parte dell’uno o dell’altro.

Tutti. BEPPE CONTI MOSER SARONNI. Il duello infinito DIARKOS CONTENUTO Moser e Saronni, i protagonisti d’un infinito, splendido, storico duello, purtroppo l’ultimo nel grande ciclismo, all’insegna d’una rivalità che ha raggiunto picchi superiori a quella fra Coppi e Bartali. Erano le stagioni in cui gli appassionati di sport si schieravano dalla parte dell’uno o dell’altro, come si fa tifando per l’una o l’altra squadra di calcio. L’autore visse sempre in prima fila quelle sfide e ripercorre adesso le storie di un’epoca ricca di fascino, gli anni settanta e gli anni ottanta, soffermandosi sui grandi momenti non solo del ciclismo, ma anche del calcio, della Formula Uno, del pugilato e dell’atletica, fra successi e lutti, ricordando cosa stava accadendo in Italia e nel mondo, le Brigate Rosse, i terremoti, tante tragedie, la morte dei Papi e di parecchi uomini illustri. Ma pure vicende liete e gaie della nostra vita, a partire dal Festival di Sanremo. Un libro che si legge come un romanzo, grazie agli entusiasmanti trionfi ed agli splendidi, irripetibili litigi di Moser e Saronni.

Francesco MOSER, trentino doc, è fra i campioni più popolari del nostro grande ciclismo. Possiede alcuni primati importanti. E’ il corridore italiano che ha vinto di più, oltre 200 corse. Ha realizzato in Messico il record dell’ora in altura, poi quello al Vigorelli e quello al coperto a Stoccarda. Assieme a Fausto Coppi, è il solo campione italiano ad aver vinto un mondiale sia su strada che su pista, nella difficile specialità dell’inseguimento individuale. E’ l’unico italiano ad essersi aggiudicato il Super Prestige nel ’78, una sorta di mondiale a punti del ciclismo. La sua specialità restano le grandi classiche, tre Roubaix consecutive e per distacco, due volte il Giro di Lombardia, la Sanremo e la Freccia Vallone, la Parigi-Tours ed infine altre sfide di un sol giorno.

Beppe SARONNI, lombardo anche se nato a Novara, è stato fra i più grandi talenti di gioventù del nostro ciclismo. Forse il più grande in assoluto. A 19 anni era già professionista ed ha cominciato subito a vincere battendo campioni eccellenti, non solo Moser, anche grandi stranieri quando in gruppo c’erano ancora Gimondi e Merckx. A 20 anni ha sfiorato il Mondiale, a 21 ha vinto il Giro d’Italia, s’è poi aggiudicato la Milano-Sanremo per distacco in maglia iridata. E da campione del mondo s’è imposto anche al Giro di Lombardia e poi nell’annata successiva al Giro d’Italia per la seconda volta. Quando ha smesso di correre è rimasto nel ciclismo professionistico diventando un punto di riferimento per tutti in qualità di team manager di successo rifiutando – per poter svolgere bene quel compito – anche la carica di commissario tecnico della nostra nazionale.

L’AUTORE

Beppe Conti ha vissuto da vicino le grandi sfide del ciclismo iniziando proprio con i duelli fra Moser e Saronni a metà anni settanta, con ampie parentesi dedicate al calcio ed allo sci di Alberto Tomba, fra Mondiali e Olimpiadi. Ha debuttato alla Gazzetta dello Sport, ha vissuto una vita a Tuttosport, adesso è opinionista televisivo di Rai Sport. Per Diarkos ha pubblicato Le leggende del ciclismo.

***

“Minate la loro pomposa autorità, rifiutate i loro standard morali, fate
dell’anarchia e del disordine i vostri marchi. Causate più caos e
distruzione possibili, ma non lasciate che vi prendano vivi.”
(Sid Vicious)

Antonio Bacciocchi attraversa la storia del punk da una prospettiva inedita, unendo alla competenza enciclopedica del critico musicale gli aneddoti e le esperienze personali di protagonista delle scene.
Il punk è stato, senza alcun dubbio, uno dei momenti di maggior rinnovamento a livello musicale, sociale e di costume del Novecento. Sia che lo si consideri una semplice evoluzione di situazioni già in essere o un effimero evento passeggero, non si può negare che sia comunque stato un deflagrante punto di rottura con il passato. Ha infatti influenzato milioni di ragazze e ragazzi in tutto il mondo, contribuendo, in maniera decisiva, a rivoluzionare – forse per l’ultima volta – il rock inteso nella sua più ampia accezione. La progressiva musealizzazione lo ha depotenziato di ogni aspetto sovversivo, rendendolo una semplice, ennesima, corrente musicale a cui è correlata una ben precisa estetica. Per molte e molti è rimasto, invece, un’attitudine con cui affrontare la vita e la sua difficile quotidianità. E di questo, noi gliene saremo per sempre grati.

L’AUTORE
Antonio Bacciocchi. Scrittore, musicista, blogger. Ha militato come batterista in una ventina di gruppi (tra cui Not Moving, Link Quartet, Lilith), incidendo una cinquantina di dischi, suonando in tutta Italia, Europa e Stati Uniti e aprendo per Clash, Iggy and the Stooges, Johnny Thunders, Manu Chao, Siouxsie e molti altri ancora. Ha scritto una decina di libri tra cui Uscito vivo dagli anni 80, Mod Generations, Paul Weller. L’uomo
cangiante, Rock ’n’ Goal, Gil Scott-Heron. Il Bob Dylan nero, Ray Charles. Il genio senza tempo. Collabora con il mensile «Classic Rock», i quotidiani «il manifesto», «Libertà» e per RadioCoop. È tra i giurati del Premio Tenco e dei Rockol Awards. Da quindici anni aggiorna quotidianamente il suo blog tonyface.blogspot.it dove parla di musica, cinema, culture varie, sport, con cui ha vinto il Premio Mei Musicletter del 2016 come miglior blog italiano

***

Attraverso quasi quattro secoli di storia, il racconto della dinastia
fiorentina protagonista, in Italia come in Europa, del Rinascimento e
del passaggio all’età moderna.

Il libro ripercorre la storia della famiglia Medici e dei suoi membri più in
vista, a partire dalle origini della fortuna del casato nella Firenze tardo
trecentesca, passando per la grande epoca rinascimentale di Lorenzo il
Magnifico e il primo granduca Cosimo I, fino a giungere a Gian Gastone,
mancato senza discendenti diretti nel 1737 e tradizionalmente considerato
come l’ultimo erede della dinastia. Un filo che si intreccia, nella politica
come nell’arte e nella scienza, al passaggio dell’Italia e dell’Europa alla
Modernità, raccontato in maniera discorsiva attraverso gli strumenti della
ricerca storica, fonti edite e inedite, documentarie e iconografiche, di natura privata e di carattere pubblico, con attenzione anche al protagonismo della componente femminile della famiglia – come Caterina, regina di Francia – e a quella ecclesiastica.

L’AUTORE
Claudia Tripodi Dottore di ricerca in Storia medievale e diplomata in Archivistica, Paleografia e Diplomatica presso l’Archivio di Stato di Firenze. Tra le sue pubblicazioni, Gli Spini tra XIV e XV secolo. Il declino di un antico casato fiorentino (2013) e la curatela di Vespucci, Firenze e le Americhe (con G. Pinto e L. Rombai, 2014).

***

«Il Diavolo ha tutte le carte in regola per tornare a dire
la sua nel calcio che conta. E l’istinto del tifoso mi
sussurra che forse l’ennesima rinascita si avvicina.
Forza vecchio cuore rossonero».

Il Milan è la squadra italiana che ha vinto più trofei in campo internazionale grazie a una serie di campioni dal talento straordinario e di stelle del calcio conosciute in tutto il mondo. Dall’inglese Herbert Kilpin al cannoniere svedese Gunnar Nordahl, dal barone Niels Liedholm, esempio di sportività, a José Altafini, autore della doppietta che laureò il Milan prima squadra italiana sul tetto d’Europa, da Cesare e Paolo Maldini, padre e figlio che alzarono entrambi la Coppa dei campioni a quarant’anni
di distanza l’uno dall’altro, a Gianni Rivera, primo giocatore nato in Italia a vincere il Pallone d’oro. E poi Franco Baresi, Ruud Gullit, Marco van Basten, fino ad arrivare al bomber ucraino Andriy Shevchenko e a Kaká, sintesi di potenza atletica e classe sopraffina. Tutto ciò è confluito nelle pagine che seguono, nient’affatto asettiche e imparziali, semmai impregnate di un sentimento profondo. Un libro di parte, scritto da un milanista per i milanisti, che ripercorre la storia del Diavolo e delle leggende che hanno fatto sognare milioni di tifosi.

L’AUTORE
Antonio Carioti (Reggio Emilia, 1961) lavora come giornalista alle pagine culturali del «Corriere della Sera» e al supplemento settimanale «la Lettura». Ha scritto diversi saggi di argomento storico, ma ha raccontato anche la sua passione rossonera nel libro Con il Diavolo in corpo (2011). Tifoso del Milan sin dall’infanzia, ha visto dal vivo otto finali di Coppa dei campioni ed è stato due volte a Tokyo per l’Intercontinentale, nel 1989 e nel 1990. Abbonato a San Siro ininterrottamente dalla stagione 1986-87, anche quando abitava a Roma, ha pubblicato inoltre un «manuale di chi tifa Milan» intitolato #incimaalmondo (2014).

***

Il mito è un racconto che va al di là del suo significato letterale. Se
ci fermiamo alla lettera, distruggiamo l’essenza stessa del mito, il
quale si esprime «con la forza misteriosa e sovrana degli
archetipi».


I primi capitoli della Genesi raccontano eventi accaduti agli albori dei tempi, in antichità remote e inaccessibili, usando il linguaggio del mito, l’unico in grado di esprimere i misteri del mondo attraverso l’uso di immagini. Il mito, infatti, non è riducibile a un racconto fantastico, bensì può essere visto come una narrazione sacra indirizzata all’uomo del suo tempo per la propria edificazione morale. Ma qual è l’origine del mito biblico? È possibile pensare all’esistenza di un mito primordiale (Urmythus), da cui siano derivati tutti gli altri? Esistono dei punti di contatto tra i miti della Genesi e le scoperte scientifiche, tra cosmogonia e
cosmologia, tra antropogonia e antropologia?

L’AUTORE
Armando Savini è docente di economia e metodi di ricerca per il business, cultore di esegesi biblica da oltre venticinque anni, già consigliere del Direttivo diocesano della Gioventù ardente mariana di Roma e responsabile del Centro studi. Tra le sue pubblicazioni: Le due sindoni (2019); Il Messia nascosto. Profezie bibliche alla luce della tradizione ebraica e cristiana (2019); Maria di Nazaret dalla Genesi a Fatima (2017); Risurrezione. Un viaggio tra fede e scienza (2016); Dall’impresa-macchina all’impresa-persona. Ripensare l’azienda nell’era della complessità (2009).

“Tracce a esse” di Simona Manganaro, Pathos edizioni. A cura di Patrizia Baglioni

Il libro fotografico di SIMONA MANGANARO edito da PATHOS EDIZIONI mi ha stupito e commosso.

Sarà che quando si è obbligati a limitare i propri spostamenti, la voglia di viaggiare cresce e ad ogni pagina di un libro, si ha l’impressione di affacciarsi a un orizzonte.

Il libro che riporta una foto sulla pagina destra, evoca una storia su quella sinistra attraverso poche parole, frasi accennate che costruiscono pian piano una storia.

Immagini e lettere si fondono in un unico percorso lasciando TRACCE A ESSE.

È difficile capire se siano le foto ad aver ispirato lo scritto o il contrario, ciò di cui siamo certi è che viaggiano in accordo restituendo al lettore/osservatore un senso di armonia.

I portali delle case dei paesi ci parlano con parole semplici, così come comuni sono le espressioni dei passanti eppure la loro potenza è chiara ai nostri occhi: Simona Manganaro sta parlando di noi e dei luoghi che ci portiamo nel cuore.

Sfoglio le pagine e ogni immagine mi sfiora in profondità, le parole incise accanto completano l’opera e non posso far altro che soffermarmi.

Forse il potere della foto, in bianco e nero o a colori, come in questo caso, è proprio quello di creare empatia.

Con me ha funzionato, ho seguito le Tracce lasciate e mi sono lasciata trasportare dal racconto che il libro mi ha donato.

Una scimmietta malinconica mi guarda da dietro le sbarre, in questo momento mi sento come lei, e non c’è tanto altro da fare se non aprire i confini della fantasia.

Ricordo che la casa editrice Pathos partecipa a più progetti di solidarietà e ogni anno in accordo con gli autori devolve parte del ricavato a tre Associazioni Onlus: Gli Amici del Mondo di Bea, Kirua Children – Tanzania, ENPA Canile Chieri Torino. Un motivo in più per comprare un libro.

Il blog consiglia “Delitto all’imbrunire” di Filippo Di Pino, VGS libri. Da non perdere!!

Sinossi

In una calda sera d’estate, due colpi di lupara sconvolgono la quiete di Aidone, un pittoresco paese nelle vicinanze di Enna.

Perché un semplice allevatore viene ucciso a sangue freddo? Che relazione c’è tra i furti di bestiame accaduti in zona e una società internazionale che acquista capi da inviare nei paesi arabi? E l’assicurazione locale, che ruolo ha in tutto questo?


L’indagine serrata del capitano Calì rivela scenari e verità che mettono in luce un sottobosco nemmeno lontanamente immaginato. Una sorta di scatole cinesi, con imprevisti, colpi di scena e una sorprendente soluzione finale.⁠


Un romanzo appassionante e un investigatore che saprà farsi amare. Immersi nei vicoli di Aidone, tra i suoi monumenti, i panorami, la cucina e la sua gente, saremo testimoni del dipanarsi di una storia che varca i confini, non solo della Sicilia, ma dell’Europa intera.⁠

L’autore

Filippo di Pino è nato ad Aidone (Enna) ma vive a Francoforte, dove si è trasferito all’età di ventidue anni. Ha fatto diversi lavori prima di dedicarsi alla ristorazione, gestendo due ristoranti nell’ex DDR. Fin da bambino, ascoltando le narrazioni degli anziani del paese, in tempi in cui la televisione era ancora per pochi, ha cominciato a scrivere e immaginare le sue storie. Ma solo dopo la pensione è riuscito a dedicarsi a questa sua passione. Ha sempre mantenuto un rapporto molto stretto con il paese d’origine, al punto da farne teatro di quasi tutti i suoi racconti.

Delitto all’imbrunire è il suo romanzo d’esordio.

Titolo: Delitto all’imbrunire

Autore: Filippo Di Pino

Editore: VGS LIBRI

Genere: Giallo, poliziesco

Numero di pagine: 244

Data di pubblicazione: ottobre 2020

Link di acquisto shop casa editrice: https://www.vgs-libri.com/product-page/delitto-all-imbrunire

Amazon: https://amzn.to/3mNYvnv

Mail VGS LIBRI: redazione@vgs-libri.com

Booktrailer: https://www.youtube.com/watch?v=dUfFxxSNtUM&feature=youtu.be