“Bruciatomarcio” di Loreto M. Crisci, self pubblishing. A cura di Micheli Alessandra

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Non abbiamo bisogno di educazione
non abbiamo bisogno di essere tenuti sotto controllo

Another brick in the wall

Il sogno è finito 
E io sono diventato
Piacevolmente insensibile

Comfortably numb

Frasi estratte dalle migliori canzoni dei Pink Floid che raccontano di un disagio del vivere moderno che a volte sommerge, troppo ostacolato dal self control e dal politicamente corretto. Significa incitare al caos e alla violenza? No assolutamente. Ogni canzone, ogni poesia, rappresentano la modalità creativa con cui dare voce a una rabbia che è presente dentro ogni animo e che viene limitata dalla società. Anzi dalla morale sociale.  E morale ha un significato differente da quello di eticità.

La morale è definita come l’insieme di principi generali che guidano il nostro comportamento e le relazioni che fanno parte del nostro essere, prima di tutto, cittadini. E pertanto, esiste in simbiosi con il periodo storico in cui la società si trova ad attraversare. Si parla, infatti di morale vittoriana ad esempio, o di morale moderna o post moderna. La morale guida la convivenza, protegge l’agglomerato sociale dai pericoli del caos e del libero pensiero, la difende dall’innovazione e dalla riflessione sugli assunti culturali su cui si basa. La difende, in sostanza, dalla creatività dell’uomo. Perché per poter esistere, una società deve poter restare così com’è, ferma, immobile, statica, posta in difesa contro un nemico visibile e invisibile, spesso identificato come l’altro, il diverso, la voce fuori dal coro.

Ma la creatività si basa proprio su questo principio: l’arte o la capacità cognitiva della mente di inventare, di riassemblare in una forma differente ciò che incontra sulla sua strada. E questo significa che la creatività, si scontra con l’immobilismo e da quest’interazione emerge qualcosa di inedito, che sia uno scritto, una teoria, un’opera d’arte.

La creatività va contro, dunque la morale, non contro l’eticità che è totalmente diversa che rappresenta un concetto attivo, presupponendo che etica significhi l’azione, la modalità e l’applicazione di determinati moti dell’animo. Si può essere aderenti alla morale ma non all’etica, e si può essere etici ma non moralisti. Essere etici significa fare ciò che il cuore, la mente e l’animo ci suggerisce ma soprattutto farlo bene. In tal senso Lorenzo, il protagonista è sì amorale, ma è al tempo stesso etico. Vuole scrivere. E Vuole scrivere bene. E non solo per aver successo ma per esistere.

In un mondo che nega l’esistenza come qualcosa di carnale e reale, l’arte della scrittura le si contrappone, all’apparenza sostituisce la forma e con la forma esce una sorta di ribellione contro la staticità, necessaria alla sopravvivenza della morale societaria.  Il contrasto artista/ mondo diventa così una sorta di limbo vuoto che viene riempito dalla rabbia, rabbia contro le resistenze emotive al cambiamento, quello che è alla base del comporre del comunicare. Comunicare significa avere cura di esaltare le differenze, è la consapevolezza dell’esistenza di una differenza di una cesura tra il nostro io più profondo e quello che la consuetudine richiede, che fa scattare la considerazione e il pensiero; nell’immobilismo, infatti, non si pensa ci si adatta, si vive come morti viventi, si ripercorrono sentieri già percorsi, e si resta sospesi in un’eternità, sempre banalmente uguale, giorno dopo giorno. Pensieri ripetuti all’infinito che perdono di importanza ma anche di emozione, stereotipi che appiattiscono le differenze quelle di cui si nutre l’artista, concetti che racchiudono la spettacolarità della vita, la sua complessità in banali e strettissime categorie. Come quella dalla femminilità, costretta in ruoli cosi definiti da essere soffocanti. Ricordate i bustini di stecche di balena che indossava Rossella O’Hara in via con il vento? erano così costrittivi da indurre allo svenimento, tutto per rispettare un rigido canone non solo estetico ma di genere. Ecco come siamo oggi noi donne, abbiamo bruciato i bustini stretti ma siamo soffocate da altre mille insidiose stecche di balena, che sia letteratura, che siano aspettative, che siano le regole dettate addirittura da noi stesse, come uniche modalità per far sentire la nostra voce. E in tal senso la rabbia di Cresci è la nostra ed espressa in un orrore reale, con la frase che riassume una terribile verità: il femminicidio è il mezzo con cui noi oggi esistiamo. Capite? Per esistere la donna deve essere vittima, deve sentirsi in pericolo, deve sentirsi viva soltanto perché discriminata. Facciamo notizia soltanto immerse nel sangue. Rinforzando cosi l’ideologia atavica del sesso debole.

Racconta a tal proposito Murray Edelman in “ Come costruire lo spettacolo politico”:

la legislazione che dichiara illegale ogni forma di discriminazione in base al sesso o alla razza, può sicuramente prevenire un certo numero di casi di questo genere…è però molto difficile che queste leggi abbiano inciso in modo significativo sulla discriminazione…..questa forma di legislazione tende in realtà a riaffermare proprio le differenze in termini di dignità e di trattamento individuale che avrebbero dovuto sradicare….la legge definisce le persone che dichiaratamente si propone di aiutare come vittime bisognose di protezione. Ma questo diventa il segno evidente di una condizione svilita e indignata che legittima il punto di vista già ampiamente diffuso….proprio queste misure legislative contribuiscono a determinare un basso livello di autostima da parte delle vittime di discriminazione e ad incentivare la convinzione del pubblico che le considera esseri inferiori

La rabbia di non essere ascoltato, la rabbia contro queste concezioni stantie, brucia dentro noi e non produce un fuoco positivo, perché resta ingabbiato e deriso da quel mondo su cui, tale fuoco, dovrebbe essere diretto. Ed ecco che alla fine non potendo essere liberato, perché considerato indecente, immorale e deleterio brucia semplicemente sé stesso. Lorenzo è l’immagine perfetta dell’artista che, lungi dall’essere esaltato come strumento di miglioramento dell’animo come nel lontano passato, viene tenuto al margine assieme al marasma dei devianti, degli esclusi, dei pericolosi. Ma tenere alla larga l’arte o peggio addomesticarla per renderla commerciale e quindi innocua, è l’atto disperato e ultimo, di una società che cerca di ignorare il suo costante crollo.

Ma rendere il poeta, lo scrittore, l’artista, il nemico è un brutto segnale: il segnale che la bellezza si è nascosta agli occhi del mondo e il mondo lo accetta.

Crudo, duro, graffiante, essenziale, il libro è un viaggio onirico in una mente che ai più risulterà malata ma i pochi, scelti dal fato, capteranno il famoso l’urlo di Munch quello che racconta la vera tragedia, la disperazione, l’orrore per una realtà che ci uccide dentro. Racconterà la blasfemia di chi uccide la poesia, la capacità di cogliere le sfumature, rivelare i sogni, dare un’occhiata al luogo nascosto dell’anima. è quello il vero pericolo e la vera amoralità.

“D’ark. Il gioco dell’alfiere” di Cristina Silvestri e Mirela Minkova Georgieva, Self publishing. A cura di Vito Ditaranto

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Finalmente ora potete sedervi e leggervi con calma la recensione di un vero capolavoro come non mi capitava di tempo.

Ogni epoca uguale all’altra… tutto cambiar per non cambiar… in un modo dove l’onestà è irreale e io la vivo tutti i giorni e in quest’opera l’ho rivissuta.

Ho cercato e trovato, dunque, espedienti piacevoli nell’arco della mie esistenza per non annoiarmi un po’ come D’Ark che cerca di aiutare la città a rialzarsi dall’illegalità. Non caccio più le mie prede ma gusto il momento di saziarmi creando nuovi sapori; come un gourmet gioca con le pietanze, io gioco con gli uomini; gli allevo, in incognito, per poi nutrirmi quando sono al massimo della loro carica. Uomini come gusci, l’anima è il loro frutto.  Più il baccello è grande, più esponenzialmente eccessivo nelle sua natura, più la sua anima sarà dotata d’energia…cercando di immedesimarmi nel serial killer di nome Guignol, mi sono sentito nelle sue stanze segrete alla sua morte…quel sapore amaro mi è rimasto a lungo nelle viscere, assaporando la fragranza di miele d’un‘anima stanca… Guignol ,ti va di giocare con me?… sono la Morte… e ho fame…

“Guai ai vinti”. La legge del più forte ha trovato persino una legittimazione scientifica: l’ha fornita Charles Darwin, con la teoria della “selezione naturale” e della “sopravvivenza dei più adatti”. Chi sa come si sono svolti realmente i fatti? Chi ne ha veramente coscienza?

“…Combattere e vivere nel modo più onesto possibile è solo utopia…”

 

Questo è il romanzo di un uomo che non ha più niente se non la propria rabbia.

D’Ark è un talento segreto che ha la capacità di scovare le anomalie e di intravedere i fili che intessono la trama di ogni omicidio. Ma questa trama rischia di essere impossibile da ricostruire, anche per lui. Questo è il romanzo di Giorgia, di una donna che sta cercando di ricostruire se stessa, il suo talento è fotografare il nulla, per renderlo visibile. Ma stavolta il nulla rischia di inghiottirla.

Questo si che finalmente è un thriller.

Scritto da chi di thriller ne capisce.

Diciamo che sotto il sole nulla di nuovo, trattasi del serial killer inafferrabile e brutale, certo ordinaria amministrazione per chi legge questo genere  ma la nostra autrice (le autrici, ALEXANDRA L. CLARKE, in realtà è lo pseudonimo di Cristina Silvestri e Mirela Minkova), ha uno stile narrativo e descrittivo degli eventi davvero all’altezza dei più grandi scrittori del genere.

Capitoli brevi e soprattutto sapientemente descrittivi.

Omicidi seppur cruenti mai banali e sempre spiegati nella loro psicologia d’intento.

I protagonisti sono eroi e vittime allo stesso tempo e questo li rende molto umani e credibili, in fondo si tratta pur sempre di esseri umani con dei sentimenti e degli istinti ed emozioni.

Eccellente l’illustrazione del bene e del male e del perchè delle loro reciproche esistenze.

Un romanzo credibile, molto attuale.

La tensione emotiva è tenuta sempre ad alto livello, non ci sono momenti di pausa e ad ogni capitolo non mancano colpi di scena e nuovi orizzonti inesplorati. La vicenda infatti è complessa.

La conclusione è che il bene non può esistere senza il male. Ciò non toglie che la narrazione abbia talora momenti inverosimili e che certi episodi abbiano più del fumettistico che del reale: ma un giallo deve avere i suoi ritmi ed i suoi momenti di suspence, ed in questo le autrici sono davvero geniali. Non cercano gli approfondimenti psicologici dei gialli svedesi o lo stile narrativo cui Jeffery Deaver (scrittore di thriller di cui sono un accanito lettore), attinge per far giostrare i suoi consueti protagonisti: le narratrici badano più all’incalzare degli eventi, senza indulgere troppo a studiare caratteri e psicologie.

La trama è ricostruita in maniera minuziosa nell’incastrare le varie indagini una nell’altra. Il libro è ambientato nella città di Rocha, governata da un Prefetto dove i progressisti e i reazionari si contendono il potere. Questo gioco farà emergere i loschi affari della politica e della corruzione dove la stessa criminalità si infiltra come le radici di una quercia secolare. Giunge l’alba e l’amore ha vinto sull’odio, la sete di sangue è scomparsa. Il bracconiere pensa che la luce del suo nuovo sole possa sostituirsi all’altrettanto novella tenebra portata dalla luna, ma forse non sarà mai così. Accattivante e sconvolgente il romanzo non stupisce mai lasciando il lettore letteralmente incollato alle sue pagine.

I personaggi sono ben costruiti e si incastrano alla perfezione con un finale che lascia la porta aperta. Non manca uno spessore morale a quanto raccontato: la verità alla fine si svela; è quindi inutile cercare di architettare piani per i propri fini in quanto il risultato sarà una punizione certa.

Consiglio questa lettura, ma non se pensate di leggere un romanzo spensierato, è una lettura molto bella, ma impegnativa. Ho adorato e apprezzato in questo romanzo l’elevazione dell’anima ed i viaggi interiori dei protagonisti.

Delle volte l’anima, il carattere e la stravaganza viene trasmesso di generazione in generazione e tutto ciò che potrebbe salvare un discendente, potrebbe anche ucciderlo. Drammatico, feroce e istintivo questo romanzo vi lascerà senza fiato. Un libro molto ben scritto finalmente..

 “…il gioco non è ancora finito…”.

 

Un libro, essenziale e folgorante.

Ora “Sorridi”. E quando avrai un momento di smarrimento o indecisione, fermati, aspetta e senti il tuo cuore.

…a mia figlia Miriam con infinito amore…vito ditaranto.

Quando le rime si incontrano…Il nostro staff vi consiglia di immergersi nelle vivide acque purificanti dei versi poetici con il libro “Da solchi prolifici aurei” di Daniele Petrichiutto e Francesco Currò

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I T A L I A

I figli tuoi sparsi per il mondo
da te
han radici
che si agitano spigliate nelle immagini
dei ricordi:

ne sentono cozzare
le onde del mare in tempesta
per le coste frastagliate;

riflettersi le spiagge ghiaiose
o sabbiose
sotto il sole cocente

mentre il verde delle campagne
sugli spalti degli splendidi panorami
si culla.

Ne vedono
le cime dei monti sovrastare
le colline;

I fiumi, i laghi e gli stessi torrenti
per propria natura
incastonarsi
così come il sale della terra.

di Francesco Currò

 

 

 

 fiumi di petali rossi

formano un tappeto dove attraversano corpi bianchi

di sangue viola.

vene blu di corpi stanchi…

battiti lenti di anime fragili battiti forti in emozioni senza storia.

Cuori con corone di spine,

Rose che hanno perso le loro spine…

Amori che hanno perso la loro intensità petali ingialliti,

letti freddi,

corpi gelati,

anime fuggite,

storie finite forse mai iniziate,

per metà inventate…

polvere sul viso accecano occhi ciechi

rumori forti fanno udire i sordi…

mentre il sangue diventa bluastro e i petali marciscono

le storie finiscono

i corpi si disperdono

lasciando solo rumore di passi e polvere.

Daniele Petrichiutto

 

 

Cenni biografici di Francesco Currò  

 

 Francesco Currò nasce a Merì il 10/09/1959 un paesino della provincia di Messina (Sicilia). Fin da ragazzo coltiva la passione di scrivere poesie. Si diploma nel 1978 all’Istituto Tecnico Industriale di Milazzo. Dopo il servizio militare entra 1980 a far parte del Corpo della Guardia di Finanza con sua prima destinazione operativa Trieste. In tutto questo tempo con la città nasce un amore quasi viscerale tanto che a essa dedica gran parte dei suoi versi nelle sue poesie. Nel 2014, anno in cui viene posto in congedo, prima di trasferirsi ad Attimis (UD) compone una struggente poesia alla città ” Ode a Trieste”, che fa pubblicare sulla quotidiano locale Il piccolo di Trieste; carichi sono i suoi scritti, di sentimento e amore per i luoghi e le persone che ivi frequenta quotidianamente. Tra le sue liriche tra l’altro ricordiamo: ” Il suo bastone assente “, una lirica dedicata a Umberto Saba e “L’allegra Triestina ” e poi tante altre che se anche qui non menzionate, non per questo di minor importanza. Scrive anche poesie per il suo paese natio siciliano, ricordandolo con nostalgici versi. Ad Attimis in provincia di Udine dove viene a risiedere stando immerso nelle floride campagne di verde della piccola vallata circondato da antichi manieri prosegue questa sua arte maturata con gli anni dando gran risalto ai luoghi del posto dove ora vive. Partecipa ricevendo attestato di merito con la lirica ” Ti amo ” al concorso premio nazionale di poesia e narrativa Anps “Golfo dei poeti ” nel 2010. Da editore Pagine s.r.l. Roma nel 2013, pubblica sillogi di poesie per le collana di poeti poesia diretta da Elio Pecora, su: -Viaggi Di Versi___Nuovi poeti contemporanei 13 poeti – Poeti contemporanei 7 poeti Nel 2014 entra a far parte della scuola istituita dal Cavaliere Silvano Bortolazzi più volte proposto come candidato al premio Nobel della letteratura, nonché Presidente coordinatore internazionale e fondatore della Scuola di Poesia – School of Poetry dell’Unione Mondiale dei Poeti UMP, dove viene a ricoprire importanti incarichi nell’ambito della stessa. Nel 2015 gli viene conferita dal Presidente fondatore della scuola la medaglia al merito del 1° grande premio della poesia di Sestrieri per l’impegno nel campo letterario, compresa l’organizzazione di eventi poetici a livello internazionale. 

 

Cenni biografici di Daniele Petrichiutto

Daniele Petrichiutto nasce a Udine, il 30 ottobre 1986. Cresce a Ravosa, un paesino del Friuli Venezia Giulia, coltivando la sua passione per la natura e per gli animali. Nel 2005 si diploma all’Istituto Tecnico Agrario di Pozzuolo del Friuli. Volontario nella protezione civile, collaboratore e guardia ittica volontaria partecipa attivamente alle attività che lo coinvolgono sul territorio. Inizia a scrivere in età adolescenziale, compone le sue prime poesie, alternando periodi particolarmente prolifici ad altri d’inattività. Nel 2010 raccoglie i suoi componimenti e le sue poesie, incentrate su temi che lo riguardano personalmente: episodi di vita quotidiana che lo coinvolgono dal punto di vista sentimentale, uniti col nome “Il 7 Delle Stelle” che successivamente pubblicherà come prima auto edizione a metà del 2012 e poi nuovamente a fine 2013 con l’editore BookSprint edizioni . Scrive con l’intento di condividere e trasmettere le proprie emozioni confrontandosi con la realtà sociale in cui vive. Spesso trova ispirazione nella musica di Francesco Guccini, Fabrizio De Andrè e dei Nomadi.

 

 

 

 

 

“L’ombra di Don Calogero” di Annalisa Pergolizzi, self publishing. A cura di Vito Ditaranto

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Esiste un essere umano che sia privo di punti deboli? Se c’è una cosa certa al mondo è che la risposta a questa domanda è no. “L’ombra di Don Calogero” di Annalisa Pergolizzi  racconta la disperata ricerca del punto debole di una semplice donna, Clara, da parte di un misterioso gruppo di persone apparentemente senza scrupoli e con la chiara intenzione di distruggerla emotivamente e psicologicamente. Clara diventerà il palcoscenico di inspiegabili eventi. Alla ricerca di quella crepa nel suo animo.

Il libro si lascia ben leggere e scorre via veloce, grazie anche alla mole ridotta e alla scrittura semplice ma incisiva. Lo stile di Annalisa Pergolizzi  è molto scorrevole e coinvolgente, accompagnato da una buona dose di tensione e qualche colpo di scena.

Quel che è noto in questo testo è che comunque tutti noi in fondo siamo creature fragili. Basta ben poco a distruggerci, giusto una buona dose di cattiveria unita a un animo volenteroso. Una volta preso di mira non v’è scampo per chi, come la protagonista, non accetta compromessi, o almeno non tutti. L’oblio si spalanca di fronte ai nostri occhi eppure ci ostiniamo a non volerlo vedere, illudendoci che la vita sia ricca di equivoci e che tutto vada sempre per il verso giusto. Ci ostiniamo a credere che persone capaci di ogni cosa pur di salvaguardare il proprio interesse non possano esistere, soltanto perché noi stessi non ne siamo capaci. Chiamiamola ingenuità, ma sarebbe più appropriato chiamarla stupidità. Persone di tal sorta esistono, e sono in grado di penetrare nelle più profonde crepe della nostra anima, sulle quali infieriranno in modo da farci crollare miseramente. Quando la realtà dei fatti ci viene sbattuta in faccia è quasi sempre troppo tardi e ci troviamo a fare i conti con le spesso tragiche conseguenze. Quando tutto è perduto, diverse sono le reazioni, variano da persona a persona.  La storia è ben scritta ed è anche avvincente e tratti emozionante, ma, purtroppo c’è un ma, alcune situazioni e alcuni personaggi mi sono sembrati inverosimili. Per inverosimili intendo l’attitudine o meglio l’accostamento a personaggi noti del mondo dello spettacolo. Certo tutto è possibile, in quanto viviamo in un mondo in cui a volte la realtà supera la fantasia, ma onestamente alcuni accostamenti io li avrei evitati. Nel complesso il libro è ben scritto e la penna dell’autrice è buona anche se ha evidenziato una attitudine alla fantasia ben sviluppata. Comunque, leggendo questo romanzo sono riuscito a immedesimarmi nella vita, nelle emozioni e nelle sensazioni  che Clara affronta.  Un romanzo che fonde passione, amore, avventura; il clima risulta misto quindi tra un romanzo rosa del paradosso e il romanzo di tensione, forse paragonabile come tipologia descrittiva dell’intera vicenda a “Il sospetto” (Suspicion) di Alfred Hitchcock, il film tratto dal romanzo “Before the fact” di Anthony Berkeley nel quale la protagonista si sente minacciata dal marito e in ogni gesto del consorte legge un progetto preordinato dall’uomo per impossessarsi dell’eredità. Il romanzo nel complesso piacevole lascia la sensazione di eterno conflitto tra amore e odio. Il romanzo che è comunque ben scritto è consiagliato a lettori adolescenti sia per la trama che per la modalità di scrittura.

Ora “Sorridi”. E quando avrai un momento di smarrimento o indecisione, fermati, aspetta e senti il tuo cuore.

…a mia figlia Miriam con infinito amore…vito ditaranto.

 

 

 

 

“Come la coda della comete” di Paola Garbarino, self publishing. A cura di Paoletta Maizza

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Sinossi

Lisa è una studentessa universitaria genovese, appena uscita da una lunga e travagliata storia d’amore. Thorger è uno studente erasmus, austriaco, che si fermerà in Italia soltanto pochi mesi. Lei ha un oscuro segreto; lui ne ha più di uno ed è una rockstar in incognito, con un fratello gemello, Harald, che sembra avere tutte le intenzioni di conquistare Lisa per primo.
Ciò che Thorger non sa, è che anche Lisa ha un doloroso segreto, che riguarda la sua storia di lunga data con un ex ragazzo che non sembra avere intenzione di lasciarla andare. Le cose che non sanno l’uno dell’altra saranno quelle che li avvicineranno ma, al tempo stesso, che rischieranno di dividerli.
Segreti, amore, equivoci, lacrime ed eros si snodano in questa storia narrata a due voci.

Come la code delle comete (Le cose che non sapevamo di noi Starsaga) di Paola Garbarino è un romanzo young adult adatto ad un pubblico giovanissimo. L’autrice sa descrivere perfettamente il carattere dei protagonisti della storia incentrandosi in particolare sui due innamorati che raccontano le vicende dal loro punto di vista alternandosi in un doppio POV come in molti del romanzi che vengono pubblicati ora. La lettura è molto scorrevole e piacevole, tanto da riuscire a coinvolgere pienamente il lettore e lasciandolo vivere le avventure di Lisa e Thorger in prima persona. Ci sono dei passaggi molto belli in cui si coglie l’aspetto romantico del personaggio maschile che cela un passato a dir poco doloroso, in cui suo malgrado ci vive continuamente non riuscendone e venire fuori.

Thorger: “Non saremmo in grado di vivere pensando che ogni giorno potrebbe essere l’ultimo! Sarebbe troppo intenso. Non lo sopporteremmo! Io avevo vissuto intensamente e il risultato era stato che ero morto, anche se poi il defibrillatore o Dio o chi per lui mi aveva rimandato indietro…”

Il ruolo di Lisa che sembra essere a protagonista indiscussa del romanzo, è secondo me la scintilla che aiuta Thorger e venire fuori dal suo inferno interiore, un inferno in cui volutamente si è rinchiuso per non crescere e non affrontare la sua realtà.

“La nostra storia, come la coda delle comete, si era spogliata pian piano, impoverendosi; e forse, alla fine, era entrata in collisione. Preferivo pensare allo scontrarsi piuttosto che al dissolversi: c’era passione in una collisione, mentre lo svanire mi metteva soltanto una grandissima tristezza…”

La storia di per sé quindi pare un leggero racconto di quelli che sono gli amori che sbocciano all’interno dell’ambiente universitario, tuttavia i due ragazzi raccontano e tengono dentro il loro passato che li ha forgiati e li ha fatti diventare quelli che sono, quelli di cui si sono innamorati. Questa consapevolezza arriverà, ma nel frattempo l’emozione della scoperta è meravigliosa e in alcuni punti non posso negare di aver pianto  e di essermi emozionata anche tanto. La bellezza di questo romanzo secondo me sta nel fatto che attraverso una storia abbastanza lineare la Garbarino abbia raccontato paure e dolori che caratterizzano la vita dei giovani d’oggi e che li rendono unici nel loro modo di essere di vivere la società odierna. Giovani che bruciano d’amore come la coda della comete e che di loro si può assaporare la passione e la voglia di vivere che vince in assoluto su qualsiasi altra emozione

“Il sonno di Dio” di Giovanni Galaffu, Eretica edizione. A cura di Micheli Alessandra.

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Secondo alcune antiche culture, il mondo in cui viviamo e l’uomo stesso è frutto di un sogno. Come dice la splendida canzone “La stazione di Zima” di Roberto Vecchioni, grande filosofo:

Lasciami
questo sogno disperato
di esser uomo,

Questa concezione (norrena), di un flusso costante del fiume chiamato sogno, che, per chissà quale misterioso percorso diventa realtà, presuppone un evento a dir poco straordinario: Dio produce pensieri, emozioni, onde cerebrali da quella immensa misteriosa mente onnicomprensiva a cui dà volontariamente forma e sostanza, rendendo corporei quei pensieri/ sogni. Pertanto, se crediamo a questa mitica ricostruzione dell’atto creativo, la morte non è che il risveglio.  Se ci pensiamo bene, riflettendoci troviamo conseguenze ontologiche importantissime: noi non siamo Dio come ci raccontano tante teorie deliranti esoteriche, o come ci svela la New Age. Noi non siamo divinità cadute, o angeli schiantati al suolo. Siamo di più e al tempo stesso meno: siamo parte della mente di Dio, sue produzioni. Nelle concezioni religioso filosofiche che portano ad acquisire la nostra presunta divinità, prendiamo troppo alla lettera (nostro enorme difetto il travisare i simboli) il salmo otto:

cos’è l’uomo e perché te ne curi

eppure lo hai fatto poco meno degli angeli

di gloria e onore lo hai coronato

gli hai dato potere sulle opere delle tue mani

tutto hai posto sotto i suoi piedi

 

E pertanto, noi miseri piccoli esseri viventi ci arroghiamo il diritto non solo di creare ma anche di distruggere. Usiamo la conoscenza del bene e del male non per migliorarci ma per sentirci potenti, invincibili. Sentirci un po’ come Dio.  Tutto questo ha come conseguenza la decisione, stolta, di sfidarlo in un assurdo, insensato braccio di ferro, sostenuti da:

quest’orgoglio smisurato
di esser solo un uomo

Roberto Vecchioni

Il sogno che sfida il sognatore, cosi innaturale, cosi insensato cosi foriero di tragedie e creatore di mostri.

E se noi stessi alla fine avessimo dato vita all’inferno?

Ai suoi demoni?

Se quel racconto della ribellione, avesse un finale immerso in una morale diversa, ossia che il lucifero reale è l’uomo?

Se il racconto biblico fosse soltanto una allegoria, tanto cara alla nostra luminosa divinità, in cui racconta il dramma umano?

Lucifero, in un atto insensato si ribella. Voi direte che alla fine è un atto di coraggio, contro, secondo la visione gnostica, un’imposizione, contro il limite, contro quella rigidità che il sistema Dio impone come ordine alle sue parti. È lecito pensarla come fece Milton nel paradiso perduto, rivalutando una figura scomoda, come quella del portatore di luce ma… Esiste un ma. I miti, i racconti non sono soltanto ricchi di un solo significato. Come ho già narrato precedentemente, essi sono bauli pieni di meraviglia e di sfaccettature. E forse, il racconto dell’atto blasfemo di Lucifero / satana è emblematicamente descritto proprio da Galaffu, nella sua poetica, tragica a tratti violenta visione onirica.

Essere parte del divino, di quel sistema ecologico che tutto comprende e tutto trascende implica che, per comprenderlo e distinguerlo dall’essere Dio, debba contenere in sé il senso e il significato di appartenenza. Noi non siamo Dio. Noi siamo parte di Dio. Siamo splendidi e terrificanti tasselli di un volto velato, misterioso e potente che, spesso, i filosofi paragonano a un diamante a un mosaico. Ecco noi siamo le sfaccettature del diamante, siamo i tasselli del mosaico, misteriosamente e dolorosamente scissi. Individuali ma persi.

Dio per amore, per volontà indiscussa, disperde il suo pensiero, o il suono (per dirla alla greca) nell’etere. Ed è questo suono che, discendendo velocemente nei diversi paini dell’esistenza forma l’essenza uomo. Un’essenza che si sente quasi orfana, ma che nasconde il desiderio di appartenenza dragandoci di forma. annubilando il pensiero, addormentando la coscienza con il peccato. Ed è questo il peccato individuato da Galaffu. Leggete:

da millenni li guardava. i suoi figli che si sbranavano l’uno con l’altro

È questo, in fondo il peccato voltare lo sguardo, farsi sedurre dalle ingannevoli promesse di Satana per non guardarsi dentro. Accettare che la natura inferiore, aliena alla vera essenza umana, crei e dia asilo ai demoni, a quei lati oscuri che imbevono la nostra mente di adrenalina, che ci fanno raggiungere l‘acme dei desideri, che distruggono il controllo e fanno sgorgare orgoglio smisurato, chiusura mentale, narcisismo e arroganza:

guerre specie quelle che insanguinavano il suo calcato e percorso da Gesù un conflitto tra due nazioni discendenti da Abramo che portavano su di esse il destino del patriarca che non si era fidato di Dio. Due fratelli e due madri rivali, due nazioni ostili che vedevano morire i propri figli. Due popoli che si dicevano eletti

Eletti significa ergersi tronfi e sicuri di sé uccidendo per dio senza accorgersi che lo si bestemmia? Come si può onorare dio con la morte se Dio è vita e sogno? E il sogno crea, il sogno non distrugge. Nessuno sogno deturpa il volto di un bambino e di una madre. È questa la salvezza patrocinata da tante sacre vie?

i credenti sanno che non tutte le religioni portano alla salvezza. Solo una. Ed è fondamentale credere in quella giusta gli inferi sono pieni di uomini di pace che hanno trascinato con se uomini nel loro falso credo. E in paradiso vi sono uomini di guerra che hanno creduto in Gesù. È scritto guai a voi. La più terribile delle maledizioni

Come, direte voi, tu che rifiuti le religioni trovi queste parole cariche di verità? Si miei lettori. Perché questa frase di Galaffu, c’è tutta l’essenza del libro. Gesù Joshua il cristo significa l’unto. Significa che un giorno, un uomo parte di Dio apre gli occhi. Solleva il velo dell’illusione e si rende conto come, le vie tracciate sono vie piene di falsi alibi. Si rende conto che non è il cibo ingerito a insozzare l’animo ma sono i pensieri e le parole. Si rende conto che l’uomo è più importante delle convenzioni. Si rende conto che nella parola pace esiste l’arrogante imposizione di chi la pace la conquista con la spada al grido di

uccideteli tutti Dio riconoscerà i suoi

Simon de Monfort

Proprio per sconfiggere l’eresia ossia la scelta, il libero arbitrio che il sogno di Dio ci ha donato con tanto amore. E si rende conto che negli uomini di guerra, quelli che cercano la verità e che portano il disordine nella finta armonia si cela la vita e il paradiso. Si rende conto che chi dice no chi protegge il sogno a costo di cozzare contro l’autorità è il vero seguace del paradiso. Colui che butta all’aria il tempio e ne costruisce uno dentro di sé è il vero figlio di Dio.

Tutto il resto è marcio, orrore, violenza insensata, corruzione mascherata da armonia.

E cosi, davanti allo sfacelo di quella meravigliosa creazione, in cui Dio in fondo cresceva con noi, si spezzava per, ironia della sorte, ingrandirsi (perché solo perdendo si accresce) si ritrova a vedere l’uomo, la sua scintilla, quella che doveva sperimentare il mondo ampliando esso stesso l’energia divina dispersa, un’energia che doveva tornare ancora più pura alla fonte, perché chi è messo alla prova deve dare il meglio di sé, si trova privo di speranza. L’uomo rinnega il sogno e l’appartenenza.

Avete mai provato quella sensazione svilente di stanchezza che accompagna chi ha tanto lottato, chi ha creduto in qualcosa e si accorge che il suo sforzo, quell’energia piena di fede è perduta inesorabilmente?

Immagino il volto etereo di un Dio che ci crea, accorgersi che quella creatura per cui ha sfidato anche l’amore dei suoi angeli, fino a accettarne la ribellione, sputa letteralmente sul dono più bello: la vita. E abbraccia quel male che fornisce sollievo immediato, è un placebo per il suo narcisismo e soprattutto non gli chiede costantemente di farsi domande.

Perché, in fondo, questo è Dio. È la nostra coscienza, quella capacità di dirsi attraverso quel cristo figlio dell’uomo, che in realtà siamo noi stessi, quella parte perfettibile su cui bestemmiamo chi sei e cosa cerchi.

È stancante per un uomo, allenato all’immediatezza al tutto subito, alla filosofia pret a porter, impegnarsi a comprendere e comprendersi. La morte, il dolore gli fanno ribrezzo e cosi volta il viso disgustato abbracciando l’effimero, quel Mammona che ci dice costantemente “Non è vero che non di solo pane vive l’uomo. Guarda puoi avere tutto, bellezza fama, successo, soldi, solo in cambio della tua anima. Cosa te ne fai dell’anima? Ti fa provare emozioni! Ti fa versare lacrime, ti impegna a costruire una vita che possa salire al cielo e rendere onore al creatore. E cosa ti dà il creatore in cambio di tutto questo? Morte, fatica, sangue e polvere. vieni con me….

E cosi l’uomo cede, ogni giorno, ogni secondo ogni ora.

Cosa deve fare un’energia divina che è fatta di tutto e tutto comprende?

Che si toglie parte di sé, della sua essenza per darci quella libertà che gli angeli non hanno?

Di,o nell’idea di Galaffu, si addormenta. Per stanchezza forse. Colpito da un senso atroce di amarezza. Forse per non vedere e sognare un mondo diverso.

Se non fosse Dio morirebbe di crepacuore. E invece dorme. Lasciando incustodita tutta la sua creazione e dando l’avvio alla guerra millenaria per il dominio della terra: gli angeli da una parte capitanati da Azarel bella e fiera sprezzante e spaventosa e Lucifero, pieno di livore, di rabbia, di senso di vendetta contro colui che lo ha dannato.

Oh Lucifero non ti accorgi che ti sei dannato da solo…Rifiutando appieno la compassione di dio. perché a quello serviva l’uomo a far provare a esseri perfetti l’imperfetta bellezza dell’uomo.

E invece il sogno meraviglioso di Dio, finisce in un silenzio, frammisto a urla di battaglia a pianti a violenza, a distruzione. A morte terreno conosciuto per Azarel. Ed è lei assieme all’umanità sperduta il protagonista del libro di Galaffiu, troppo bello, troppo perfetto e troppo per essere da me descritto.

Come si descrive la poesia della morte che si commuove stringendo a sé una bimba?

Come si può parlare delle scene apocalittiche in cui gli angeli, abbandonati a sé stessi tremano di paura e trovano coraggio e consolazione in salmi che sembrano scritti più per loro che per noi?

Come si può parlare della morte, protagonista indiscussa del romanzo, cosi atrocemente bella e incomprensibile, così crudele eppure benevola?

Azarel è la vera protagonista, la vera creatura che più di tutti è vicina all’uomo. Strano vero?

Non un angelo perfetto e dolce. Ma una creatura che si nutre di sangue, che sia dei demoni o degli umani. Che non prova pietà eppure è fatta di pietà. Che decide di smettere di condannare l’umanità allo sbaraglio provando finalmente empatia per quello che di più puro c’è al mondo: i bambini.

Ed è in quegli occhi innocenti, candidi che Azarel trova la sua redenzione. Che il mondo stesso, distrutto trova la vera rinascita.

Dio in questo libro, bellissimo, ci mette davanti la prova suprema, credere quando tutto è cenere. Conservare la speranza, la fede quando tutto sembra scivolarci di mano. E quando la tentazione di dire ma chi se ne frega, ci stuzzica. L’angelo della morte cade nell’abisso. Si chiede il senso della distruzione. E lo ritrova in una vita che nasce.

Ecco che Galaffiu ci insegna come solo coloro che sanno accogliere ogni aspetto dell’esistenza senza abbassare lo sguardo, affrontando il dolore la perdita, la devastazione, donando un sorriso anche alla Cupa Signora, possono davvero salvarsi.

Lottare, lottare ancora, nonostante Dio sembri averci abbandonati

Un libro che racconta il nostro dramma di peccatori, riflettendo sul senso del peccato. Ma che ci narra anche lo sbaglio ontologico nostro più grande nei riguardi della morte.

Solo chi non ha fede ha terrore della morte

E la poesia nonostante le scene che fanno sobbalzare il cuore, è il motivo per cui dovete leggere un libro cosi filosofico e vero al tempo stesso. Un libro antico e un libro triste ma con un colore di speranza. La lotta tra angeli e demoni, tra noi stessi e la parte più oscura di noi, avrà sempre luogo finché noi urlando il nostro NO, non risveglieremo quel Dio che oggi sembra dormire, sembra IGNORARE le grida le preghiere.

Io non credo che Dio dorma. Credo solamente che abbiamo disimparato a ascoltarlo. Credo che ognuno di noi dovrebbe abbracciare quel Dio cosi onnipotente e così vicino a vero, cosi…umano. E magari risvegliarlo con un bacio pieno d’amore, quello che ogni figlio dovrebbe dare al proprio padre.

E quel bacio lo aspetta anche Azarel. La morte ha bisogno che noi smettiamo di temerla per buttarci con fiducia tra le sue braccia, nella fiducia che tutto attorno a noi è parte di un disegno più ampio.

Allora forse, dio si risveglierà sorridente dal suo lungo sonno.

Un libro da brividi, un tesoro prezioso, raro in questo mondo che alla forma preferisce l’apparenza. Leggetelo, custoditelo, piangete come me sulle sue pagine. esso si nutrirà di questo per brillare nella nostra mente come un faro per ricordarci chi siamo e da dove veniamo: dal cielo.

Perché la vita è davvero più forte, più forte della morte.

Dal 25 maggio, “Ogni cosa a cui teniamo” di Kerry Lonsdale, leggereditore, sarà disponibile in ebook (€4,99) e in libreria (€14,90) e in anteprima al Salone del Libro di Torino dal 18 al 22 maggio.

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PER CHI HA AMATO COLPA DELLE STELLE DI JOHN GREEN E VOGLIO VIVERE PRIMA DI MORIRE DI DI JENNY DOWNHAM.  

 

“Un libro pieno di sentimenti. Gli addii, la rabbia, la tristezza e l’amore. Le lacrime scendono delicate dall’inizio alla fine. Molto bello!” – RBB Radio Fritz

 

 

“Un romanzo toccante e allo stesso tempo di una carica potente.” – Frau von Heute

 

“Così emozionante da essere adatto per ogni età. Incredibilmente commovente, un libro che dà speranza.” – Moni Littel

 

Sinossi

Tessa, diciassette anni, ha atteso a lungo il ragazzo perfetto, il momento perfetto, il bacio perfetto. Pensava di avere ancora molto tempo davanti a sé, prima di scoprire che a causa di un difetto cardiaco le restano poche settimane di vita. Stordita, arrabbiata, disperata, aspetta di morire chiusa nella sua stanza. È un’attesa amara, la sua, perché sa di non aver vissuto a pieno. Pensa a sé stessa come a una “ragazza soprammobile”, che morirà “vergine e senza patente”. Fino a quando non incontra Oskar e tutto sembra di nuovo possibile. Nonostante Tessa cerchi di allontanarlo, convinta che una relazione sarebbe insensata ed egoistica, lui non le lascia scampo. Oskar sa vedere dietro le apparenze, non ha paura e vuole rimanerle accanto. Pur di sorprenderla, di vedere i suoi occhi brillare per l’emozione, organizza un piano per farle vivere un’ultima estate perfetta. Un viaggio in Italia a bordo della sua Volvo sgangherata per ammirare i tesori di Firenze, sedersi sulla scalinata di Piazza di Spagna, mangiare una pizza a Napoli. Un’ultima estate in cui il tempo non ha importanza e ciò che conta sono solo i sentimenti.

Un romanzo che emoziona e fa riflettere, che tra sorrisi e lacrime ci ricorda quanto sia importante vivere il presente.

L’autore.

Anne Freytag è nata nel 1982 e vive a Monaco. Prima di dedicarsi completamente alla scrittura ha lavorato per un’agenzia pubblicitaria. Ha già pubblicato diversi romanzi, anche con lo pseudonimo di Ally Taylor. La mia ultima estate è il suo primo New Adult. Accolto con entusiasmo da pubblico e critica, ha conquistato i cuori di migliaia di lettrici.

 

La letteratura rispolvera il processo di Salem: anatomia di una tragedia. A cura di Micheli Alessandra

 

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Ho notato come negli ultimi tempi, sono tornati di moda i romanzi che, come protagonista hanno le streghe. Sembra quasi che questa figura tanto odiata un tempo abbia conosciuto un suo periodo dorato. Scevra ormai dai pregiudizi di un passato remoto, vinto dalla tecnologia e dalla conquista dei diritti civili essa ci sorride radiosa, felice di essere riemersa fulgida e luminosa dalle radici dei roghi lontani.

Ogni libro possiede nella sua indubbia e peculiare identità, ha un suo approccio unico e a volte interessante a volta banale su un vero genocidio, uno dei tanti, terribili che infesta la storia, fantasma spesso non compreso, pertanto vivo e potente nel nostro immaginario.

La stregoneria. cosa sarà mai questa parola cosi affascinante e al tempo stesso cosi terrorizzante?

La stregoneria nei libri, ma anche nella realtà, possiede vari livelli di significato. Alcuni autori ne individuano una sfaccettatura, una sfumatura che riportano con la loro creatività tra le pagine del libro che state, or ora sfogliando.

per altri resta, un po’ come l’eros, un modo facile di vendere. Ma non sanno che quell’intrigo usato per fini commerciali ha un motivo specifico che lo rende così fascinoso e ammaliante. La stregoneria è un baule a doppio fondo, se avete il coraggio apritelo, affrontatene la vista, cercate il senso che più si sposa con la vostra mente. tutto a seconda di cosa e come si vuole leggere, del modo in cui è predisposta la mente del lettore e di come il suo livello di maturazione intellettuale è sviluppato.

Come mai quest’interesse?

Solo volontà di fantasia o esiste un motivo più concreto per narrare vicende che coinvolgono questa controversa figura: la strega?

Come ho scritto nel mio saggio “I roghi delle streghe. Storia di un olocausto”

La strega fa parte del nostro inconscio, vive nei sogni, nelle pieghe remote della coscienza di noi donne, in quel territorio dell’anima, luogo intimo e inaccessibile, dove si conserva tutto ciò che serve da nutrimento per l’anima: la fame di Dio, lo struggimento per i misteri, i ricordi, le immagini, le idee, la creatività, le emozioni, tutti gli istinti sacri e profani. Ci troviamo i sogni, le visioni, le radice della luce e dell’oscurità. E’ il territorio in cui estasi e tormento si sfiorano e si mescolano in un connubio irresistibile. Da questo luogo nascosto noi donne ci immergiamo “in acque vivide e purificanti che imprimono nella nostra pelle il profumo del sacro

 

Pertanto, la strega sarà sempre vicina a ciascuno di noi, donna o uomo che sia e sarà più di una vittima, ma la protagonista di un remoto, oscuro e incomprensibile moto dell’animo proprio perché  nella strega si incarnano superstizioni, paure ancestrali, sogni, fantasia erotiche, emotività. E’ simbolo in cui è confluito l’aspetto negativo, oscuro castrante che l’uomo ha attribuito all’archetipo femminile; è stata simulacro nel nome del quale si sono compiute vendette personali e collettive, politiche e religiose. L’immagine della strega contiene un universo simbolico flessibile e ambiguo eppure profondamente importante per la donna. Uccidere la strega ha un significato più profondo per la donna, significa cioè recidere, cancellare il femminino profondo, quel femminino fatti di impulsi, intuito e istinto.

Questo legame noi/ strega è stato analizzato in molti libri, partendo dal lato più oscuro, con Anne Rice L’ora delle streghe o Merrick la strega. a quello più epico come Maite Carranza La guerra delle streghe o Tanya Huff con potere selvaggio e l’emporio degli incanti, per finire con all Souls di Deborah Harkness e le streghe di Swan River Mary Stewart Atwell.

 Ma, altri, hanno tentato di evidenziare il ruolo delle streghe in quella che non a caso è definita la pagina più atroce ma anche più incomprensibile della storia delle persecuzioni, che ancora intriga e toglie il sonno a molti storici, desiderosi di svelare il vero motivo all’origine di una sorta di isteria comune: Il processo di Salem.

Salem è evidenziato in molti libri quali: il libro di Celia Rees il viaggio della strega bambina e se fossi una strega, il labirinto delle streghe di Jeanne Kalogradis, Le streghe di Savannah di J. D. Horn, Antiche voci da Salem di Adriana Mather, Strix di Connie Furnari, Striges di Barbara Baraldi, i diari delle Streghe di Lisa Jane Smith e infine Io tituba strega nera di Salem.

Ma cosa successe davvero a Salem?

Cosa c’è di così assurdo tanto da catturare l’attenzione degli studiosi e che, soprattutto, non riesce ad avere una vera spiegazione logica?

Salem non è solo una semplice città degli stati uniti d’America ma è famosa, a suo malgrado, dal processo delle streghe del 1692, immortalato negli splendidi film la seduzione del male (1996) e le streghe di Salem (2012) e dai romanzi quali La lettera scarlatta di Nathaniel Hawthorne, Tituba strega nera di Salem di Maryse Condé e da Arthur Miller con l’opera teatrale il Crogiuolo.

Questa persecuzione scoppiò in questo remoto villaggio della contea dell’Essex nel 1691, dopo che, alcune giovani dichiarano di essere state vittime di un oscuro maleficio. Tra le ragazze figurava la figlia e la nipote del reverendo Samuel Parris, solete incontrarsi per prevedere in modo innocuo il loro futuro, con le pratiche retaggio di una tradizione contadina che, i puritani, credevano essersi lasciati dietro alle spalle con la loro emigrazione. Tra questa una certa Sarah Cole (nel libro si chiama Sarah Sawyer) che dichiarò di aver visto uno spettro, rendendo così più mefistofelica la situazione. E da quella visione cosi inquietante le ragazze iniziarono ad assumere comportamenti strani (bestemmie, stati di trance) il tutto condito da tremendi attacchi epilettici. L’epidemia si diffuse a altre giovani e i medici, incapaci di spiegarne l’origine, semplificarono il tutto riducendolo a una possessione diabolica, conseguente all’uso di pratica in odore di eresia e di paganesimo.

Tra la moltitudine di donne arrestate, ci fu anche la protagonista del libro sopracitato Tituba, una giovane medicante di colore, Sarah God e un’anziana Sarah Osborne. La prima confessò d’essere una strega e di aver incontrato un uomo aitante, ricco e alto proveniente da boston che i giudici identificarono con Satana.

Nel 1692 la caccia subì un’impennata scatenando tutto il suo orrore, tanto che venne istituito un vero e proprio tribunale e in tutto furono incarcerate e giustiziate 20 persone tra donne uomini e bambini.

L’isteria generale, perché di isteria si trattò, si concluse nell’autunno del 1693 quando il governatore Phips, sciolse la corte per i processi e istituì una corte di giustizia che, dopo aver esaminato 52 casi, assolse 49 detenuti e commutò la pena di morte a 3 soli condannati.

Salem passò alla storia come il più terribile dei processi, superiore per brutalità anche a quello di Triora (effettuato tra il 1587 e il 1589 nel borgo facente parte della repubblica di Genova) e la domanda a cui ogni studioso cerca da sempre di rispondere è: cosa causò questa follia collettiva? Fu a causa di invidie tra famiglie? Fu causata dalla società del tempo? O è valida la teoria di una grave intossicazione alimentare?

 

Andiamo a conoscere la Salem dell’epoca.

Salem village (oggi città di Danvers) era un piccolo insediamento nato per volontà delle autorità di Salem Town e fino alla metà del XVIII secolo rimase una frazione. Assimilate questo concetto che è di importanza cardinale per il processo. Nonostante le petizioni per una maggiora autonomia gli abitanti erano ugualmente divisi tra chi desiderava trasformare il villaggio in comunità indipendente e chi sentiva di voler far restare lo status quo così com’era.

Conservatori e innovatori. Si diciamo cosi.

Uniamo anche l’evento storico della guerra di re filippo appena conclusa che aveva visto opposti i coloni inglesi a alcune tribù dei nativi americani che coinvolse il Massachusettes che, nonostante la vittoria degli inglesi restò esposto alle scorrerie dei nativi per molto tempo.

Una situazione esplosiva. In più ci inseriamo anche la bellezza di essere rimati senza governo (dopo la sospensione del trattato di Bay Colony del 1684-89, si può comprendere come, una società già improntata alla chiusura per cultura e religione, divenne sempre più rigida. Il nemico esisteva, era reale, ma soprattutto andava trovato il classico, banale carpo espiatorio. E chi meglio delle streghe?

Pertanto fu automatico che comportamenti anomali, non spiegabili, in una polveriera di emozioni e di tensione, si risolse nella spiegazione più comprensibile: il demonio circolava libero. Racconta Robert Calef un contemporaneo:

«Entravano nelle buche e strisciavano sotto sedie e sgabelli… [con] svariate posizioni e buffi gesticolii, [e] facevano discorsi ridicoli e assurdi, incomprensibili per loro come per gli altri».

I comportamenti bizzarri, a malapena tollerati, divennero una vera e propria forma di esclusione sociale: erano indice di devianza sociale. e una compagine che conteneva in sé la devianza, unita a eventi reali e minacciosi, rischiava la disgregazione totale delle sue parti con tutte le conseguenze: perdita di potere politico, perdita di status sociale, rischio di contaminazione esterna e vulnerabilità all’esterno. Che fosse l’invasione indiana o la perdita di autonomia.

Questi comportamenti, prima considerati eccentrici ebbero un’acutizzazione soltanto quando fu gridato al maleficio creando nelle giovani vare e proprie isterie. E ovviamente, i bersagli più immediati divennero un’anziana inferma la Osborne e una mendicante di città accusata perché parlava spesso da sola.

Una società allo sbando?

Probabilmente oggi i sociologi la definirebbero cosi. In più la morale puritana, per sua natura inelastica e inflessibile da sempre considerava l’originalità un disvalore, e tendeva a sotterrare le sue contraddizioni, a negare le debolezze interne e le fragilità e a nascondere il marcio sotto la patina del perbenismo:

Durezza del comportamento, convinzione di essere il nuovo popolo eletto da Dio, scelto dalla divinità per conquistare la terra promessa (l’America) i puritani si consideravano gli unici in grado di costruire una società esemplare capace di divenire una guida per tutto il mondo cristiano. E in questa concezione non c’era posto per follie, creatività e sbagli. E senza sbagli non si può creare.

Società radicalmente anti-umanista puntava alla perfezione soltanto in virtù di un adempimento costante e impossibile alla legge divina: dovevano essere un popolo di santi a scapito della parte più inconscia di loro stessi. quella che, invece, satana esaltava. Ed è la libertà che le streghe, per ironia della sorta in fondo rivendicavano

Chiunque percepiva i precetti divini come peso o come una limitazione era considerato come un dannato un peccatore un servo di Satana e in questo caso, il colore acceso dei capelli, un neo posto in luoghi intimi, una diversa attitudine della mente ( la curiosità per esempio o un’acuta intelligenza) ma anche una condizione non dipesa da una scelta personale, vedovanza o povertà, cosi come una naturale bellezza  veniva considerato un tratto maligno, una sorta di predestinazione al male, in quanto poneva questa giovani donne o anziane saggie fuori dalle convezioni.

Chi non accettava questo delirante modo di vivere che costringeva al sacrificio dell’individualità, sull’altare del patto sociale stipulato per conservare intatta e ordinata la società, rappresentava un’erbaccia da estirpare, incarnava il pericolo del libero pensiero, caotico, creativo. Ed era la creatività e l’immaginazione, simboleggiata dalle tradizioni magiche portate con sé dalla vecchia Europa, che minacciava le salde fondamenta di un mondo ordinato rigido e statico. Ma sicuro.

L’individuo nelle colonie puritane era sottoposto a un processo id condizionamento per spingerlo a assumere comportamenti il più possibile anticonformisti senza poter liberamente esprimere nessuna forma di dissenso

Ecco perché, in fondo, le processate come streghe, le perfide maliarde, coloro che con il peccato (ossia il piacere) irretivano i sensi avevano quasi una funzione catartica di stimolare l’immoralità intesa come negazione di questo fittizio bene proposto da quella gretta società, stimolando le domande, stimolando il libero pensiero e pertanto rivelandosi una vera serva di satana.

In questo caso, il signore oscuro citato, dalle fonti derivanti dagli atti dei processi, è un vero satana, ossia un oppositore, un dileggiatore di valori stantii e evanescenti che nulla hanno del vero bene. Del resto soltanto lo sbaglio, il cadere può agevolmente portare l’uomo alla vera perfezione. È il libero arbitrio che, pur in scelta orripilanti per la morale comune, può darci la vera conoscenza di noi stessi. Il male, è il limita da superare per accogliere dentro di sé Verità Eterne che non sanno di imposizioni ma di libere scelte: come dire non si può imporre l’armonia se prima non la si interiorizza.

Pertanto, a volte dietro alla bellezza del romance, alla tensione del fantasy e dei colpi di scena, ogni libro che prenderete in mano, che sfoglierete potrà contenere anche un solo, interessante accenno alla visione diversificata delle due anime del fenomeno stregheria o per meglio dire le due concezioni non antitetiche della stregoneria. che a livello antropologico e sociologico ha due diverse ma non inconciliabili visioni:

La prima la contempla nell’ambito socio – politico. In quest’analisi la strega, in quanto donna e in quanto soggetta a profonde e rigide limitazioni era una modalità di acquisizione non solo di potere ma anche di credibilità. Se già la donna contava quasi niente nell’ambito della comunità, se non come oggetto di riproduzione, questa sorte era ancor più esacerbata nel caso di donne facenti parti della schiera degli esclusi. Si trattava di vedove, di donne eccessivamente curiose, ribelli, di donne la cui bellezza danneggiava altrui interessi o non le portava a concedersi al potente di turno, persone malate, orfane e tutte coloro che, rappresentavano le devianti. In questo senso avere poteri o la capacità decisionale che, la comunità toglieva loro, si manifestava nell’illusione del controllo dei campi, in vendette private, in tentativi di evasione o di rivalsa guidati, ovviamente, dalla superstizione. In tal senso il patto con il diavolo era il patto con l’impulso soggiogato dalla disapprovazione sociale divenuto oscuro e nemico.

Altra visione invece, collocava l’accusa di stregoneria in ambiti più cultural-religiosi, facendo sì che appartenenti alle antiche religioni e agli antichi riti fossero oggetto e bersaglio di chiesa e ordine medico. Qua troviamo sacerdotesse, guaritrici, levatrici e medichesse

Questo scontro tra due concezioni stregonerie, hanno come punto di incontro la condizione non soltanto della donna ma del diverso. Diverso nel senso di un non allineamento con la morale comune, con le idee preconcette non solo del mondo ma dell’essere umano stesso, di cosa poteva essere accettabile e cosa rappresentava una minaccia alla stabilità.

E per quel mondo immerso in una filosofia che considerava la natura non un’alleata ma un nemico da combattere, il vecchio sistema contadino con il suo legame profondo con la terra e i suoi misteri, era inconcepibile. Da punire. Da ridurre in cenere.

Ma da quella genere qualcosa resta nell’aria e viene vissuta, respirata annusata.

La stregoneria, in fondo, non è mai davvero morta. E i puritani di Salem resteranno sempre legati a lei, nonostante i loro atroci sforzi per cancellarla dalla loro vita.

 

Romanzo di esordio per il salentino William Bavone che approda al Salone Internazionale di Torino “Play”: due generazioni a confronto tra ricordi del passato e tecnologia del presente Il più classico dei confronti romanzati si ripropone al lettore in chiave moderna e con ricorrenti pause musicali che scandiscono il ritmo del racconto

 

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SALENTO, 17 MAGGIO 2017 – Sarà presentato al Salone Internazionale del Libro di Torino in programma dal 18 – 22 maggio 2017, “Play” il romanzo d’esordio dell’autore salentino William Bavone, edito da Bertoni Editore.


La presentazione ufficiale è in programma per
domenica 21 maggio alle ore 12,40 presso il Padiglione 1 della Regione Umbria.
L’autore, dopo numerose pubblicazioni dedicate al mondo della politica e dell’economia, esordisce nel mondo dei romanzi con una storia che accompagna il lettore, con leggerezza, a una continua riflessione sui paradossi di un mondo in affanno partendo da due generazioni lontanissime che si ritrovano su un divano per un caffè. Un confronto che vive tra ricordi del passato e tecnologia del presente. Vissuti opposti che discutono tra loro quasi a voler costruire insieme il futuro. Un uomo sulla settantina ed un ragazzo di diciott’anni si incontrano per caso in un quello che appare un qualsiasi sabato pomeriggio e la casualità non è altro che un’esperienza indelebile per la memoria dei due. Il più classico dei confronti romanzati si ripropone a noi in chiave moderna e con ricorrenti pause musicali che ne scandiscono il ritmo di un racconto che, tra una curiosità e l’altra, diventa vivida espressione del pensiero umano. Le contraddizioni di un mondo che corre e si fa sempre più social incontrano l’attimo ideale per riflettere su cosa realmente possa avere un valore.
Temi sviscerati in modo leggero e senza perdere il ritmo di un sound continuo che accompagna la lettura tanto da contraddistinguerne l’indice dello stesso libro che diventa una vera e propria play list.
L’introduzione di libro di Bavone è stata affidata a
Gianluca Morozzi, penna prolifica dello scenario editoriale italiano, che metaforicamente parlando, non fa altro che premere “Play” a questa storia che di per sé rappresenta un incentivo alla riflessione.
Un testo che entusiasma e che è stato definito dal cantautore
Stefano Bellotti in arte Cisco come “un vero e proprio viaggio! Davvero meraviglioso. Mi viene in mente che potrebbe essere una sceneggiatura di un bel film francese o di una bella pièce teatrale”.

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L’autore


William Bavone è nato in Salento nel 1982, laureato in Economia Aziendale presso l’Università degli studi del Sannio (Benevento) oggi vive stabilmente a Parma. Nel suo percorso professionale ha subito palesato il suo interesse per le dinamiche economiche e politiche dell’America Latina finendo con il collaborato con diverse riviste di geopolitica italiane e argentine. Oggi è analista per la rivista Scenari Internazionali ed autore dei saggi: Le rivolte gattopardiane (Anteo Edizioni – 2012), vincitore del Premio Nabokov 2014 – sezione Saggi Editi; Sulle tracce di Simón Bolívar (Anteo Edizioni – 2014); Appunti di geopolitica (Arduino Sacco Editore – 2014); Eurosisma (Castelvecchi Editore – 2016). In questo suo percorso scientifico ha avuto un valore determinante il confronto con l’economista internazionale Bruno Amoroso.
Al Salone del Libro di Torino presenterà oltre a Play, un nuovo saggio dal titolo
Sul declino della Globalizzazione edito da Tra le Righe Libri.

Release blitz party. Les Fleurs du mal presenta “Tander. Dentro di noi, l’energia dei fulmini” di Cristina Vichi. A cura di Micheli Alessandra

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Una domanda ha ossessionato le notti e i sogni degli scrittori di fantasy: cosa accadrebbe se, il tabù che separa i mondi fosse aggirato? Cosa succederebbe se le diverse razze di esseri sovrannaturali decidessero, per un moto del cuore o un atto ribelle, di mischiarsi con la razza umana?

Il primo a ipotizzare le conseguenze fu il profeta Enoch. Nel suo libro, ripreso da ogni autrice fantasy, si narrano le vicende conseguenziali alla rottura del tabù che vietava a angeli e umani di procreare e di innamorarsi. il risultato fu la nascita dei giganti esseri intermedi, mediatori tra i mondi.

Nel caso di succhia-sangue e leggiadre fanciulle fu Stoker e Le Fanu a ipotizzare le conseguenze. Ovviamente, nel caso dei due autori, nati e cresciuti nel clima vittoriano, nutriti dalla mortale della pruderie il risultato fu quasi un monito contro la diabolica unione (un monito meno urlato nel meraviglioso libro di Carmilla, che al contrario di Dracula, fu quasi compassionevole verso il turpe abominio). Nei libri appena narrati c’è la condanna senza appello, costellata dalla visione pregiudiziale e stereotipata del mostro.  Per ripetere Don Abbondio

 questo matrimonio non s’ha da fare.

Altro caso fu quello nel 1999 della celebre saga del principe vampiro di Christine Feehan (vi prego non potete non averla letta, è  il genitore del trito e ritrito Twilight) in cui l’unione ( ovviamente siamo nel post moderno) è considerata con un occhio più benevolo, visualizzato nell’ottica dell’amore non ha ostacoli o per dirla alla Love Story in amore non si dice mai mi dispiace.

E i protagonisti, infatti, non si dispiacciono di scagliarsi, seppur in modo leggiadro, contro lo stereotipo mostro.  Nel libro della Feehan si assiste alla lotta interiore della protagonista, ma anche a una rivalutazione del vampiro come mostro succhiasangue. E  li si apre la strada alle successive pubblicazioni con la Meyer e con la Ward, laddove l’unione sovrannaturale o immortale umana non ha più la connotazione di abominio.

Cosa centra questa premessa con Tander?

Essa non è fatta solo per annoiarvi o per una mia velleitaria propensione al narcisismo culturale (anche se ammetto che sia sicuramente presente in ogni mia recensione) ma nasce dalla constatazione che, nel suo stile indubbiamente originale, la nostra Vichi , ricalca e personalizza, un tema eterno, non sicuramente facile da emulare aggiungendo, quello che a società di oggi richiede: ossia una sottile ma non per questo meno intrigante critica sociale. Una precisazione. Quando parlo di influenze letterarie, non parlo di plagio. Nella mia ottica da saggista, dire il libro è influenzato da una serie di testi che, bene o male, sono e fanno, la storia della letteratura è un complimento. Significa che, lo scrittore ha compreso il sacro mistero dello scrivere: rielaborare temi esistenti da sempre con le peculiarità distintive della personalità unica e inimitabile e con le diverse condizioni politiche, sociali e culturali che si susseguono nel tempo. Ecco che il libro non racconta solo l’emozione, ma rappresenta la storia, rappresenta un mondo e rappresenta per antonomasia l’uomo.

La Vichi lo ha fatto nel precedente libro e lo continua a portare anche in quest’opera odierna, nonostante, apparentemente, il libro sia catalogabile nell’urban fantasy, sia scritto per emozionare, per svagare la mente delle lettrici, c’è ed è la sua forza, un profondo e quasi invisibile a occhi profani, substrato sociale che, seppur con linguaggio semplice, affascina e incanta.

E di questo vi parlerò. Non della storia d’amore, pur ben scritta, non dei personaggi ben delineati, ma di quello che la Vichi vuole comunicare intrecciando storie che fanno parte del nostro bagaglio culturale.

Come ho precedentemente esposto, scrivere di un incontro tra diversi è un bisogno profondamente radicato nella nostra natura. Abbiamo paure e attrazione per il diverso, e una latente incapacità ad accostarci a cosa non conosciamo. Da un lato questo ci spinge a desiderare lo sconosciuto, dall’altro non sappiamo come interpretarlo come comunicare. Non abbiamo gli strumenti per poter dialogare con qualcuno che non sia catalogato nei nostri cassetti mentali. Perché nella società di oggi ma anche del passato, le convenzioni dei rapporti sono importantissime per mantenere il nostro modo di essere, la nostra apparenza ma anche l’interiorità in perfetto equilibrio. Il conosciuto ci regala la noia è vero, ma al tempo stesso ci mantiene immutabili:

sono ciò che sono

e lo ripeto questa frase pronunciata da JHVE il Dio biblico presuppone che, la tua forma resti immutabile, che le convenzioni non cambino e che la società resti divisa in buoni e cattivi.

Perché così è facilmente comprensibile, è gestibile, e per nulla pericolosa. Sapere che quel tizio, in questo caso il Tander è cattivo e le Dee le buone, sono le paladine della giustizia ci dona un certo sollievo. Non ci fa pensare non ci fa domandare lasciando che, il mondo resti com’è.  In questa staticità, si rischia, però la stagnazione del pensiero. La mente, che consciamente cerca il mantenimento dell’equilibrio inconsciamente si spinge verso i limiti; nel caso del libro Niki, è l’elemento che mette tutto in discussione. Lei è diversa perché partecipe di due nature e queste due nature considerate antagonista, in realtà tornano a diventare la manifestazione di un unico fenomeno: la vita.

Buio e luce, male e bene, caos e armonia; quanti saggi ci hanno raccontato come, elementi contrapposti sono in realtà le diverse sfaccettature di un unico diamante?

E Nichi lo sa e per questo diventa il collante che unisce ciò che la società e la morale (non l’etica che è un’altra cosa) ha deciso per convenienza, per comodità di dividere. Senza però, tentare il ricongiungimento. La divisione, infatti è utile per studiare e apprendere il modo.

Soltanto dopo sui può tornare a unire i vari pezzi scissi in un unico mondo, che vive respira e si basa sulle tonalità del Grigio. Il grigio, cosi (non è un caso che il loro maestro si chiami in questo modo) rappresenta la vera saggezza, la vera conoscenza del mondo contro l’illusione del dividere.

Chi divide, tende a comandare, cosi come ci racconta la Vichi dei primi sovrannaturali e considera l’atto di ribellione non un’opportunità di crescita di cambiamento, ma come un vero attentato all’equilibrio. Ma come può esserci un equilibrio se prima non si ha un po’ di movimento? E cosi i Tander compiono l’atto supremo, quello che prima di loro compì Icaro, Prometeo, o la dispregiata Eva: vogliono andare oltre i limiti imposti dalla natura. I Tander, abbracciando il fulmine, fanno l’equivalente atto di disobbedienza di Eva che mangiò la mela tentata dal serpente: vogliono semplicemente sperimentare, conoscere e superare quegli abbagli che, una natura gelosa, una divinità iraconda impone loro per potere sopravvivere essa stessa, immutabile, sempre uguale, stagnante.

Erkan e Nichi rappresentano la potenzialità umana quando ricongiunge i suoi lati frammentati e possono concepire qualcuno che, invece di danneggiare ( come i pregiudizi raccontano)  il mondo, lo salva rinnovandolo.

Cosa significa questa filosofia?

Che il diverso è diverso solo perché noi lo vogliamo visualizzare cosi. In realtà il diverso uno è mai una minaccia ma sempre e comunque un vantaggio di crescita, di mettersi in discussione, di osare a volare fieri come aquile in un cielo, forse poco sicuro, burrascoso ma molto più elettrizzante di un comodo e tranquillo pollaio.

Il diverso è semplicemente quello che non conosciamo che non vogliamo conoscere perché siamo richiusi entro le mura di quel castello fatto di stereotipi e pregiudizi che, ci impediscono la vista del bello come del brutto, ma entrambi chi servono. Nessuna persona è catalogabile in modo così netto: quello che le fa diventare macchine di morte, violenti, crudeli è solo in loro non voler vedere l’altro come specchio, lasciando che l’ossessione del potere sì, ma anche dell’ideale, o meglio dell’ideologia, offuschino la mente. I leader più pericolosi in questo caso, non saranno i Tander (seppur la Vichi condanna la vendetta, l’ardente e scellerato desiderio di potere) ma coloro che si ritengono giusti, santi e investiti da missione divina. Non a caso il personaggio di Artemisia ricorda, drammaticamente il simpatico, adorabile  Arnaud Amaury, celebrato come un eroe, un santo un uomo giusto, che durante il massacro di Beziers nel 1209 ( crociata contro gli albigesi)  rispose così a un soldato che gli chiedeva come riconoscere i buoni dai cattivi (eretici dai pii)

Massacrateli tutti, perché il signore conosce i suoi”

Ecco io vi invito a leggere in questo senso, specie oggi che ci troviamo a contatto con l’altro da noi, straniero, immigrato, diverso questo libro anche come uno strumento per amare il grigio, per abbracciarlo in una filosofia più complessa forse, ma molto più attinente alla realtà. Che Padre Grigio vi insegni a non temere ma a controllare le vostre potenzialità e la vostra mente. È quello a volte la vera bocca dell’inferno generatrice di demoni

Brava Cristina. Ma puoi fare ancora di più.