Educazione e apprendimento, capisaldi dell’umanità. A cura di Alessandra Micheli

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In un articolo precedente ho asserito con convinzione che, la  religione è e resta un mezzo educativo importante in quanto rende noto alle nostre coscienze come ogni creatura è la variazione di un processo che fa parte di una natura prettamente sistemica del mondo.

Grazie a questo aspetto pedagogico della religione possiamo addentrarci anche in quello a essa parallelo, quello dell’educazione e dell’apprendimento. In quanto metafore, le religioni comunicano dei principi e delle verità eterne della storia e della biologia, permettendo agli uomini di modellare il proprio sistema sociale in analogia con il più ampio sistema ecologico.

Come nella religione, anche nell’educazione in genere, si dovrebbe garantire l’acquisizione di una visione olistica dato che si è potuto osservare come, il divario mente/natura, la miopia sistemica e la finalità cosciente, non abbiano fatto altro che accentuare la tendenza dell’uomo a provocare danni al proprio ambiente. Nella sua varietà di forme, nel suo continuo cambiare e nella sua staticità, il mondo attorno a noi sembra allo stesso tempo familiare e sconosciuto. Quell’avvertire con la parte non consapevole di noi analogie e differenze, consonanze e dissonanze e il fornire risposte esplicite alle esplicite domande sul perché e sul come accade è la premessa del nostro essere vivi, del nostro apprendere. Apprendere è la specialità dell’essere umano, significa elaborare un processo di conoscenza che passa attraverso un riconoscere la struttura che connette a noi stessi. Se la finalità cosciente impedisce la visione unitaria del reale, è necessario recuperarla per vivere i rapporti in una maniera più sana; bisogna trovare un metodo educativo diverso più attento alla sensibilità alle relazioni e alla sensibilità estetica della consapevolezza sistemica per poter vivere in maniera più sana e meno distruttiva le scelte che il nostro essere umani ci impone.

Il processo dell’apprendimento è dotato di una doppia struttura: una componente selettiva, conservativa e una componente casuale, creativa che prelude perciò al cambiamento. La componente conservativa, agisce da filtro critico per ammettere il nuovo; attraverso il metodo della comparazione, le nuove idee si confrontano con le idee preesistenti con la logica e con il senso comune. Qui la componente due si manifesta nell’interazione con l’ambiente esterno. Interagendo con gli aspetti causali imprevedibili della vita, ogni organismo apprende e mette in atto strategie adattative: è qui che la creatività, l’immaginazione producono nuovi pensieri e creano forme nuove. Il cambiamento avviene in virtù della flessibilità degli organismi; nell’adattarsi all’ambiente esterno l’organismo può sì cambiare i contesti entro cui vive, ma può anche adattare la propria capacità di adattamento ed essere facilitato in questo dal fatto che apprende ad apprendere.

Nel processo mentale dell’apprendimento, però, può accadere che gli individui o la società, incamerino stabilmente apprendimenti e quindi cambiamenti senza averli precedentemente codificati (ossia senza aver assegnato un nome al processo). La codificazione diviene un processo cruciale; in questo processo però gli esseri umani possono cadere in errori di tipizzazione logica (di assegnazione di nomi e classi). Nell’accettare il nuovo e nel tendere a massimizzare più che ad ottimizzare, essi potrebbero fissare stabilmente una variabile che sembrerebbe assicurare un momentaneo benessere e assuefarsi all’adattamento che hanno incorporato senza aver verificato a quale tipo logico appartenga.

La configurazione degli organismi viventi manifesta rapporti di relazione, e gli apprendimenti codificati, resi stabili in virtù del continuo ritornare sugli stessi contesti, creano forme rese evidenti non soltanto dal codice verbale ma anche dall’assenza di parole. Il codificare gli apprendimenti procedendo per successivi aggiustamenti, il creare o il riprodurre modelli, schemi astratti e inconsapevoli, permette di rendere stabile:

 

 “ciò che non deve essere facilmente cambiato: costituisce le premesse del cambiamento che è tale in quanto agisce per differenza.”

Conserva R. Immaginazione e rigore nei processi di apprendimento in Gregory Bateson, a cura di Marco Deriu,

 

L’immaginazione e la creazione di nuove forme, vengono così temprate dal rigore e si fanno strada nel confronto (e anche nello scontro) con la rigidità del sistema che vogliono cambiare. Ogni sistema cui venga affidato l’apprendimento, viene visto come un filtro critico sotto cui debba passare il nuovo.

Pianificare tutte le soluzioni o tenere sotto controllo tutte le variabili di un progetto educativo è pressoché impossibile; conviene piuttosto ampliare le domande e riformularle al fine di inserire le risposte in una prospettiva più grande. Quello che serve per educare l’uomo verso una strada che, passando attraverso i tradizionali metodi educativi porta alla pace, è ripensare il pensiero, la nostra umanità, le nostre epistemologie alla luce di una Gestalt più vasta, per riconsiderare, alla luce del fondamento biologico della vita e della conoscenza, i contesti entro cui ragioniamo di apprendimento e i contesti dove viene programmata (in una mescolanza di vicoli formali, e della novità del cambiamento) la trasmissione culturale dei contenuti e dei metodi educativi.

Nel caso dell’educazione che possa portare a una sana gestione dei conflitti, bisogna rendersi conto di un fatto scontato ma di fondamentale importanza che spesso viene trascurato, la trasmissione culturale sarebbe facile se, coloro che apprendessero, fossero macchine banali.

Le persone alle quali si rivolgono i metodi educativi, coloro che imparano per tentativi ed errori, hanno già maturato alcune idee su se stessi e sul mondo. L’apprendere per tentativi ed errori convive, infatti, con l’apprendimento che avviene nella prima infanzia e che struttura quello che poi noi saremo, il nostro modo di segmentare gli eventi e l’esperienza. L’apprendimento conseguito nella prima infanzia, ha la caratteristica di autocovalidarsi e di conseguenza lo rende quasi inestirpabile. L’accettare la pluralità delle intelligenze in qualsiasi processo educativo ( specie in quello che ha per obiettivo non il semplice ripetere meccanico di rituali o procedure, ma quello che ha per obiettivo un mutamento nella scala dei valori) si rivela sì una scelta saggia e obbligata, ma rappresenta anche un fattore di rischio perché se tutte le epistemologie funzionano ( grazie al loro continuo autoconvalidarsi) non tutte sono corrette, soprattutto dal punto di vista dell’ecologia delle idee. Ad esempio, un’epistemologia incentrata interamente sull’io e non sulla relazione con l’altro, può essere distruttiva per entrambi e per tutto il sistema sociale. La relazione con l’altro fondata sulla comprensione e sul rispetto, è fondamentale sia per la transizione da uno stato di disordine ( che si possono esplicare in un contrasto societario, nella formazione di stereotipi, nella considerazione binaria del sistema società Amico/nemico) sia per la risoluzione dei conflitti vera e propria, una risoluzione che non può essere soltanto giuridica ma che investe il piano sociologico e psicologico degli attori sociali.

Oltre dunque alla modifica di componenti del carattere che possono rendere inutile lo sforzo del militare e di ogni addetto alla costruzione della pace, è necessario che si adegui il comportamento al contesto. Il nostro contesto postmoderno risulta, molto spesso, difficile non solo da gestire a causa della sua logica ambigua e sfumata, ma anche perché risulta differente dal modello comportamentale a cui siamo stati educati. Le riflessioni sul contesto di apprendimento, quindi, si rivelano utili per capire come, si possa rispondere a questa esigenza. Il contesto sociale in cui l’apprendimento si svolge (che può essere la scuola, la famiglia, la società) appare come il luogo dove, alla cura dell’estetica della relazione, si accompagna una costante verifica delle variabili che collaborano a definire la forma del contesto, la sua adeguatezza agli apprendimenti sollecitati e dei comportamenti strutturati nel carattere delle persone.

 Nasce, così, il problema di quali resistenze al cambiamento del carattere vadano rimosse, laddove la centralità della persona rischia di vanificare il progetto di un’educazione aperta alla collettività. Certe rigidità, risultato dell’assuefazione e di una certa maniera di segmentare l’esperienza, non sono stati immutabili che informano in modo deterministico sui futuri cambiamenti. La reversibilità delle abitudini apprese dimostra che un organismo può conseguire un adattamento nuovo a nuovi contesti; è lecito ammettere e richiedere cambiamenti che il carattere di un individuo può sopportare, e che sono ragionevolmente finalizzati e motivati dal contesto di apprendimento. Esiste da un lato una tendenza verso la coerenza che è propria dell’organismo, il quale pertanto tende a rifiutare ciò che avverte letale per il suo equilibrio; però d’altro lato ci può essere la coerenza e la persistenza del nuovo stimolo. A favore del cambiamento o del miglioramento dell’apprendimento collaborano la durata della sequenza correttiva, l’aver adattato un certo apprendimento all’età e il ritorno ciclico sulle stesse cose e anche l’esercizio; è così che un apprendimento, casuale e aleatorio, da semplice percezione di una differenza, si trasforma in cambiamento.  La persistenza di un’idea nuova è garantita non soltanto dalla sua forza interna e dall’ essersi combinata con abilità complementari, ma anche e soprattutto dalla sua durata

 

“anche le idee migliori resteranno scritte sulla sabbia e sull’acqua, se l’incursione nel casuale non si accompagna alla ricerca di una forma che le faccia durare.”

Gregory Bateson Una sacra unità

 

Dietro tanti comportamenti inadeguati al contesto esiste un uso sconsiderato della libertà o l’ignorarne i limiti ma anche l’assenza da parte dell’apparato educativo di messaggi che informino sia sul necessario rigore delle procedure sia sulle forme e sui processi che facilitano la stabilità degli apprendimenti e il riconoscerli da parte di chi apprende.

Sono molti gli apprendimenti che possiamo comprendere e di cui possiamo avere consapevolezza. Si può ragionare anche sugli automatismi e prendere atto che sono sbagliati, cambiarli però, è un passaggio di altro ordine. L’affrontare un problema per tentativi ed errori è salutare nella fase di scoperta del problema, ciascuno nel tenere sotto controllo l’elemento casuale, si misurerà con l’esperienza acquisita e le competenze ridurranno il tempo di acquisizione per tentativi ed errori, della nuova competenza. Nel tempo però, è conveniente convertire quella flessibilità in rigidità occorre che, quel fermarsi a comprendere, sia convertito in memoria stabile e inconsapevole. Per conseguire la competenza stabile, occorre che su qualche versante colui che apprende crei qualche rigidità; sarà così più probabile che la tensione verso un certo apprendimento giunga a manifestarsi in una forma adeguata. Nel corso di queste operazioni si potrebbero incamerare altre nozioni, anche quelle che non si era messo in conto di imparare. L’apprendimento imprevisto acquista significato in virtù di quella rigidità che intenzionalmente escludeva altri apprendimenti; questo modo di atteggiarsi verso la molteplicità degli eventi ha all’origine alcuni apprendimenti forti e ben costruiti, magari saranno quegli apprendimenti che avranno cambiato il grado di flessibilità (l’aver esplorato più campi disciplinari può aver accresciuto la flessibilità). La scoperta di nuovi apprendimenti e di nuovi modi di segmentare gli eventi e di integrarli con la personale epistemologia, porta a riconsiderare la relazione tra sè o l’oggetto dell’apprendimento.

Il concetto di deuteroapprendimento consente all’attore sociale:

 

 “di modificare la sua capacità di apprendere da parte dello stesso sistema in rapporto ai contesti co-costruiti, consente di acquisire un saper-fare, ma anche un saper fare acquisizione di sapere, per riconoscere non soltanto ciò che in modo virtuale, era già noto”.

Stefano Manghi . (a cura), Attraverso Bateson,

 

 

Apprendere comporta l’unione del conosciuto con lo sconosciuto, comporta l’organizzare e riorganizzare l’equilibrio/disequilibrio di un sistema rispetto all’ignoto al nuovo. Il riuscire a superare i contrasti tra ciò che siamo e i contesti che attraversiamo, rappresenta un cambiamento di epistemologie. Tale cambiamento risulta necessario specie oggi poiché molti dei comportamenti sociali (per esempio rispetto al problema immigratorio) sono sostenuti da epistemologie che hanno sì dimostrato la loro nocività ma che sono profondamente radicate nella nostra morale. La concezione, per esempio, dell’esistenza di un nemico è nata da bisogni di espansione, di difesa, di attacco e di conquista, mentre oggi noi dobbiamo educare dei volontari per compiti che si prefiggono di tamponare, se non addirittura allontanare, le fratture del sistema che provocano la diffidenza e in casi estremi una vera e propria guerra civile.

La violenza non è più il mezzo idoneo per conseguire i nuovi obiettivi di risoluzione dei conflitti e il militare tradizionale non è più l’attore sociale protagonista delle nuove operazioni.

D’altro canto la nuova educazione dei cittadini rappresenta una necessità primaria; educare sopratutto al rigore di valori condivisi quali la democrazia, la pace, il rispetto e la comprensione, ma educare anche al conseguimento di un ordine superiore di cambiamento, ossia alla flessibilità e alla creatività. Queste riflessioni, forse, possono contribuire alla formazione di una cittadinanza più consapevole e preparata ad affrontare gli innumerevoli contesti e le innumerevoli ambiguità insite in questo mondo così eterogeneo e multiculturale.

 

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“Un piccolo sogno” di Susan Elizabeth Philips, Leggereditore. A cura di Natascia Lucchetti

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Una bella storia romantica, narrata con uno stile impeccabile.

Queste due sono le linee guida della mia recensione.

Stiamo parlando di un romanzo rosa che ci presenta una splendida eroina. Rachel Stone è una giovane mamma dal passato difficile. Cresciuta ingenua come una ragazzina di campagna, viene a contatto con un Televangelista di successo. Noi forse non conosciamo molto bene queste strane figure pubbliche, ma se facciamo un giro sui canali gratuiti del satellite, ci ritroviamo spesso a vedere uomini che predicano la parola di Dio da un pulpito televisivo, facendo leva, guarda caso, sul valore delle donazioni alla comunità. E Dwayne Snopes, marito defunto di Rachel si era arricchito con questo sistema. Aveva fatto attecchire la religione becera che predicava sulla mente delle persone più deboli, disperate. Un po’ come tutte le sette, la religiosità di questo tipo cattura gli strati più fragili della popolazione : persone anziane, individui soli o malati. Ovviamente l’inganno dura finché qualcuno non comincia ad aprire gli occhi. Nel caso di Snopes, il raggiro giunge al suo termine con un mandato di cattura. Nella fuga, l’uomo cade vittima di un incidente e muore. Sua moglie si ritrova quindi a pagare tutti i suoi misfatti come peccati incisi sulla pelle.

Il romanzo si apre con la descrizione di una donna povera che assieme a suo figlio vive in macchina, adattando le sue esigenze agli ultimi pochi stracci e i residui di cibo mezzo marcio. La sua vecchia Impala si ferma nei pressi di un edificio in stato di abbandono che poi si scoprirà essere in ricostruzione. Siamo a Salvation, in North Carolina. Una città che ben ricorda Dwayne Snopes e ciò che ha fatto e sa che sua moglie si rendeva partecipe alle sue prediche. Il primo incontro che la ragazza fa è con Gabe Bonner, il titolare di quell’edificio cadente, che ha bisogno di braccia per ristrutturare il vecchio drive-in. Dal primo dialogo emergono subito le due personalità di Gabe e Rachel. Diversissime, forti e simili. I dialoghi sono percorsi da una brillante ironia che li rende bellissimi da leggere ed immaginare. Il livello di dettaglio delle descrizioni è ottimo e coinvolgente. Rachel è costruita perfettamente per il suo scopo. Una donna magra, non bellissima, con qualche difetto, che però è  forte e sicura di sé. Non esita mai nelle sue scelte anche se a volte teme che siano sbagliate. Gabe invece è il suo opposto. E’ un uomo alto, imponente, ma nasconde una personalità minata da dolori e fratture che l’hanno indebolito fino a chiuderlo in una fortezza gelida di apparente mancanza di sentimenti. Importantissimo è anche Edward, il bambino di Rachel, il suo bene più prezioso. Nonostante la mancanza di possibilità, sua madre continua a viziarlo, in un certo senso e lui non accetta di crescere. Il simbolo del coniglietto Horse, che il bambino porta sempre con sé nonostante l’età, descrive esattamente la sua personalità, il suo legame morboso con l’infanzia intesa come protezione e incapacità di adattamento.

Salvation è ostile, tutti sono contro di Rachel, a partire dai fratelli di Gabe : Ethan e Cal. Entrambi vedono la donna come un’arrampicatrice sociale che vuole sfruttare la ricchezza di un uomo distrutto, reduce dal dolore della perdita di sua moglie e suo figlio.

In pratica, tutti, tranne Gabe e Kristy, la segretaria del pastore Ethan, vedono Rachel per il contrario di quello che è. Il bello di questo romanzo, però, è che la protagonista non si perde in piagnistei, non si strappa i capelli né si oppone a tutte le critiche con parole vuote. Lei dimostra tutto con i fatti, combattendo il pregiudizio, giorno dopo giorno con le sue azioni. Rachel è la scintilla di Salvation. Sebbene sia odiata dalla maggior parte dei suoi abitanti, lei sconvolge le vite di tutti, direttamente e indirettamente. Cambia Gabe, lo risveglia dallo stato di astrazione costringendolo ad affrontare il dolore, cambia Kristy, aiutandola a prendere coscienza di sé come donna libera che ha delle esigenze dalle quali non può prescindere e così facendo modifica l’esistenza radicalmente anche Ethan. Anche chi la odia dovrà ricredersi di fronte a ciò che lei fa.

Il messaggio più interessante di questo libro è che la forza non è celebrazione. La forza è volontà e impegno di cambiare vite partendo dalle piccole cose. La forza è ostinazione.

Consiglio caldamente questa lettura a chiunque si voglia godere una storia profonda e sentita, raccontata con uno stile scorrevole e coinvolgente. Un plauso va ai dialoghi con cui l’autrice fa esprimere i suoi bellissimi e variegati personaggi.

Bello!

Un romance coi fiocchi.

Dietro le quinte della letteratura. La musica racconta. Incontro con la Casa Editrice Letteratura alternativa, che ci parla del libro “La locomotiva” di Antonio D’Errico

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In attesa di conoscere più da vicino il nuovo libro di Antonio D’Errico andiamo a scoprire i segreti e le motivazioni che hanno spinto l’editore di Letteratura alternativa, a investire su un testo di musica.
Nonostante la musica sia e resti uno dei fattori culturali più importanti, c’è da ammettere che, nei riguardi dei cantautori storici, la nuova generazione provi una strana indifferenza. Emergono novità musicali, spesso spinte in avanti da logiche di marketing e commerciali che poco o nulla hanno a che fare con la vera arte. Testi e musica sono delle ripetizioni ossessive, basate magari su poche note, che lungi dallo stimolare il pensiero, lo annebbiano, lo addormentano. Oggi molti critici inneggiano l’originalità insita in testi che, a un attento esame, non sono che dei calderoni ribollenti di frasi e citazioni messe a casaccio, senza un filo logico a guidarle. E guai a ribellarsi!
I testi e la musica che fanno da sfondo alla storia raccontata nella “locomotiva” sono profondamente distanti da questa logica moderna, essi sono racconti di vita ma soprattutto trasposizioni letterarie di idee e di archetipi che hanno ispirato grandi ideali e grandi azioni. Sono poesie accompagnate da una melodia che coccola le parole e che funge da contesto per far risaltare i significati, in un’interazione che le rende, eterne e indimenticabili.
E un editore che si impegni a far conoscere ai giovani queste meraviglie non è che da esaltare, cosi come è da ringraziare l’autore stesso che ha donato una parte di sé stesso, ma anche della generazione che ancora credeva nel potere distruttivo e creativo al tempo stesso della parola.

che questa maledetta notte
dovrà pur finire
perché la riempiremo noi da qui
di musica e di parole

 

Chi sono

Letteratura Alternativa, un’anima un po’ femmina e un po’ ribelle,
nasce con un piccolo grande progetto di ricerca e valorizzazione di tutte quelle forme di cultura alternativa e non.
La necessità è quella di adoperarci per scoprire e proporre nuovi testi, nuovi talenti letterari, dando visibilità ad autori/autrici di vario genere e di età, che difficilmente troverebbero spazio all’interno dei grandi colossi editoriali.
La “nostra” Casa Editrice è interessata soprattutto alla qualità del prodotto scritto ma, anche all’immagine e al packaging editoriale.
Il nostro “gruppo” di lavoro assicura ai propri scrittori un’assistenza professionale, duratura nel tempo, di elevato standing, un rapporto lavorativo aggiornato, un nuovo modo di fare letteratura, che cura ogni aspetto inerente la valorizzazione, lo studio commerciale delle aspettative di mercato, l’editing, la promozione, e tutti quei processi essenziali propedeutici, atti all’agognata pubblicazione del proprio libro.
Studiamo, attraverso il marketing editoriale e la pianificazione delle aspettative dell’autore/autrice, dinamiche di mercato, gli sbocchi autorali e relazionali che intercorrono tra i collettori che intervengono dal manoscritto inedito alla creazione di un libro stampato. Soprattutto oggi, la professionalità, la guida intellettuale, il comprendere le esigenze, i servizi resi, l’umanità della relazione, son divenuti una condizione obbligata per far emergere un autore/autrice e per far muovere con successo, gli stessi, dentro il mare magnum dell’editoria e della crisi finanziaria.
Dal sito di Letteratura alternativa

http://www.letteraturaalternativa.it/chi-siamo/

 

A.Come mai questa scelta di investire su un testo di storia e musica?

L. Innanzitutto, per me che sono il Direttore Editoriale di “Letteratura Alternativa Edizioni”, la musica rappresenta certamente il sottofondo della mia esistenza. La musica è una delle arti, insieme alla letteratura, che supplisce a tutti i deficit prettamente umani. La Nostra CE investe in tutto ciò che è vera arte e musica, soprattutto quella dei cantautori è assimilabile alla poesia. Per ciò che concerne la scelta di mettere in risalto anche un testo storico, sottolinea la Nostra volontà di riconoscerci, e di far riconoscere il lettore, nelle radici e nella memoria comune.

 

A. Testi intramontabili come quello che dà il nome al libro, che cosa possono dare oggi a questo mondo giovanile cosi confuso e caotico, troppo preso dal virtuale?

L. La Nostra Casa Editrice presta molta attenzione all’universo giovanile, che ritiene, senza dubbio, il futuro civile e culturale; siamo però convinti che la generazione giovanile debba conoscere i capisaldi della musica d’autore, così come i pilastri della letteratura, affinché possa serbare il ricordo della bellezza e di ciò che vi era dietro ogni grande canzone: ribellione, libertà, anticonformismo.

 

 

A. La locomotiva è un testo intenso. Cosa spera di dare al lettore?

L. “La locomotiva” è il romanzo della libertà e della ribellione, del tempo che è trascorso in maniera indelebile. Un tempo che ha portato con sé dei piccoli miracoli, fatti di mitiche canzoni e di paesaggi stupendi. È il romanzo della memoria e del riscatto della cultura. Al lettore darà certamente grandi emozioni e una prospettiva veritiera sui sentimenti più autentici e spesso sepolti.

 

A. . Una frase simbolo del testo.

L. È un viaggio immaginario quello descritto, perché non sono le canzoni a muoversi ma le idee e, soprattutto, le persone. Sono loro che si spostano, portano in giro se stesse, il loro spirito, la loro memoria. Promuovono glorie e miserie, vicinanze e lontananze, segnano destini, rivelano mancanze, lacune, accumulano odio o riservano delicatezza, vicinanza, anelano a paradisi, a un Eden di pace e speranza o a un limbo senza ritorno.

 

 

A.Che vantaggi e svantaggi ha oggi il mondo editoriale?

L. Il mondo editoriale può essere affascinante, ma al medesimo tempo equivoco. Come in ogni settore aziendale ci sono dilettanti, squali, e, fortunatamente, ottimi professionisti. Lo svantaggio di fare l’editore qui in Italia è che, purtroppo, la gente legge molto poco (solo il 40% del popolo italiano legge almeno un titolo all’anno), il vantaggio è che puoi mettere in campo tutta la tua creatività e hai a che fare con qualcosa che ti riempie la mente e il cuore: la cultura.

 

 

A. Quale rapporto si instaura tra autore e editore?

L. Noi aspiriamo a un processo che vada oltre la mera collaborazione. Cerchiamo di instaurare con i Nostri autori (al di là di rari casi, che ci sono sempre) un rapporto le cui fondamenta principali siano la fiducia, la cooperazione e la trasparenza, anche a costo di essere a volte troppo schietti.
Sicuramente un’intesa collaborativa e sinergica fra autore e editore è propedeutica alla buona riuscita di un progetto comune.

 

 

A. Cosa deve esserci nei testi che li rende idonei alla pubblicazione?

L. In primo luogo, la conoscenza piuttosto approfondita e una certa padronanza della lingua italiana. Poi, ricerchiamo l’originalità dello stile e del messaggio che ogni autore può trasmettere ai Nostri e ai Suoi lettori. Inoltre siamo fermamente convinti che l’autore debba essere il primo a credere al suo lavoro e al modo in cui lo propaganda.

 

A. . Che difficoltà può incontrare o incontra una CE piccola o media di fronte allo strapotere dei grandi?

L. Letteratura Alternativa Edizioni è sul mercato editoriale da meno di un anno e mezzo, ma vanta dietro le quinte fior fiori di addetti ai lavori che hanno esperienza decennale nel settore. In questo breve periodo di vita la CE ha già raggiunto grandi risultati mettendo sotto contratto nomi rilevanti della letteratura contemporanea, inoltre si accinge a partecipare alle principali kermesse internazionali, oltre a nuovi traguardi che ancora non possiamo rivelare. Pertanto, ci definiamo una giovane realtà editoriale in veloce espansione. Di certo, non siamo una SPA quotata sui mercati finanziari, né godiamo di privilegi dettati da nomi consolidati e blasonati, ma siamo certi che faremo la nostra parte in Italia, come una nuova editoria che punta alla qualità e all’innovazione.

 

 

A. Cosa cerca la vostra casa editrice in un romanzo?

L. Cerchiamo la storia e l’autenticità dello stile. Crediamo molto nella tecnica e nella disciplina con cui si procede alla stesura di un romanzo. I Nostri corsi di scrittura in giro per la penisola hanno sottolineato proprio questo aspetto: cura dello stile e ricerca della trama.

 

A.Cosa offrite agli autori che scegliete?

L. Offriamo affidabilità, competenza e trasparenza; ma, pretendiamo serietà e collaborazione. Le nostre pubblicazioni sono free sia per profili senior sia per junior. Inoltre, il nuovo segmento nato per autori emergenti si sta rivelando oltre a un’eccitante sfida, un ottimo trampolino di lancio per le nuove penne.

 

A. Quale è la parte più difficile del rapporto scrittore CE?

Di certo, come ogni rapporto lavorativo che si rispetti, l’aspetto più delicato è la costanza che entrambi metteranno o meno nel voler crescere insieme, con sacrificio e determinazione.

 

 

A. Quale è il rapporto con i blog del settore?

L. Noi prediligiamo lavorare su internet, perché riteniamo che sia uno dei canali più immediati e diretti; quindi siamo sempre propensi alle collaborazioni con siti e blog. Al di là degli Hub guardiamo alle persone che ci stanno dietro. Per noi il rapporto interpersonale è fondamentale.

 

 

A. Che etica guida il vostro lavoro?

L. Il rispetto per il lettore, in primis, oltre al riguardo per la buona letteratura e per la cultura. Diamo e cerchiamo trasparenza e correttezza agli autori.

 

 

A. Per una CE cosa conta davvero quando si pubblica un romanzo?

L. Tutte quelle cose già ribadite ai punti precedenti… Siamo certi che il passo più importante lo debba svolgere l’autore credendo fermamente alla sua “creatura”, non fermandosi mai nella crescita personale e di ricerca.
Non demordendo mai e attivandosi il più possibile per far conoscere la sua storia. Senza l’assurda pretesa che sia solo l’editore a dover garantire visibilità e stimoli. La collaborazione è fondamentale. Quando una Casa Editrice cresce lo fa insieme ai suoi autori e viceversa.

 

 

A. Quanto oggi conta ancora il talento?

L. Per noi conta davvero tanto, ma, oltre a quello, ricerchiamo e mettiamo sotto contratto la serietà professionale e l’innovazione.

Ringrazio l’editore per il tempo che ci ha dedicato, ma anche per quella passione e il senso etico e estetico che mette nel suo lavoro.

Perchè un libro non è soltanto evasione ma:

 

 

per tutti i ragazzi e le ragazze
che difendono un libro, un libro vero
così belli a gridare nelle piazze
perché stanno uccidendo il pensiero

 

 

 

Ricordo a tutti che il libro è in *Libro in pre-ordine fino al 28 febbraio 2018
*Le spedizioni partiranno dopo il 15 marzo 2018 sul sito

http://www.letteraturaalternativa.it/carrello/

 

Il blog presenta oggi “La mossa del principe. Serie captive prince volume due” di C.S. Pacat, Triskell editore. Imperdibile!

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Sinossi:

Con i loro due paesi sull’orlo di una guerra, Damen e il suo nuovo padrone, Laurent, dovranno lasciarsi alle spalle gli intrighi del palazzo e concentrarsi sulle più ampie forze del campo di battaglia mentre viaggiano verso il confine per scongiurare un complotto fatale.

Costretto a nascondere la sua identità, Damen si sente sempre più attratto dal pericoloso e carismatico Laurent, ma via via che la fiducia nascente tra i due uomini si approfondisce, le scomode verità del passato minacciano di infliggere il colpo mortale al delicato legame che ha cominciato a unirli…

 

 

Dati libro

COLLANA: RESERVE

Titolo: La mossa del principe

Titolo originale: The Prince’s Gambit

Serie: Captive Prince #2

 

Autrice: C. S. Pacat

Traduttrice: Claudia Milani

 

ISBN EBOOK: 978-88-9312-345-7

ISBN CARTACEO: 978-88-9312-348-8

 

Genere: storico fantastico

Lunghezza: 285 pagine

 

Prezzo Ebook: € 5,99

Prezzo Cartaceo: € 12,00

“Il valore delle piccole cose” di Marco Vozzolo, Leone editore. A cura di Monica Maratta

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L’umanità e la sensibilità che arricchiscono il libro di Marco Vozzolo sono  racchiuse già nel titolo: “Il valore delle piccole cose”. La trama coinvolgente si dipana in balzi temporali tra il presente e il passato, quest’ultimo rievocato dall’anziano Antonio attraverso i suoi ricordi della seconda guerra mondiale in Italia, ovvero, nello specifico a Castelforte, un piccolo paese della Ciociaria. Sono scene vive, toccanti, quelle nate dalla penna e dall’impeccabile documentazione storica del Vozzolo, il quale di quei luoghi è originario. Assaporiamone la triste poesia leggendone un estratto .

 

“Mammà… mammà, iammo, sosete. Dobbiamo scappare non c’è più tempo.” La voce vibrò non tanto per la concitazione quanto per l’esplosione che per poco non li coinvolgeva.

Si udirono subito dopo i tonfi sordi dei sassi, delle schegge, rami e pezzi di fango che cadevano tutt’intorno.

Un’altra cannonata fece saltare un bunker in cui i tedeschi avevano piazzato una mitragliatrice, facendo schizzare pericolosamente cemento e ferraglia.

Riarsa dell’acre fumo che saturava l’aria, la gola gli doleva e poteva sentire il cuore martellargli nelle tempie. Un fischio persistente gli penetrava nel cervello dalle orecchie.

Ma la sua piccola mano non aveva lasciato quella di sua madre e, recuperando tutta la forza di cui disponeva, prese a tirare forte.

 

 

 Lorenzo, invece, proiettato nel presente, in un solo giorno perde tutto ciò che d’importante si ha nella vita: la moglie che lo ha tradito, il padre che muore e, infine, il lavoro. Sarà proprio l’uragano abbattutosi su di lui e sulla frenetica vita condotta a Prestolle che lo riporterà nel lento, dolce scorrere del tempo nel paesino di Castelforte, dove  ritroverà il legame spirituale con  Maccio, suo padre, ormai scomparso. In quell’occasione intreccerà la sua esistenza a quella di Antonio, amico da sempre  del genitore.

 

Una coltre di mura poderose, l’altissima torre e il suo campanile, testimonianze dell’antica civiltà medievale, gli si stagliarono di fronte. La strada aveva iniziato a risalire la collina su cui era posato quel paese costruito interamente da pietre bianche locali.

 

La nostalgia pian piano lo sovrasta. Lorenzo ritrova la familiarità del luogo d’infanzia assopita negli angoli reconditi della mente, sacrificata alla frenesia e alle esigenze di una vita che non lo soddisfa, di una cittadina che odia e, soprattutto da una moglie egoista che non lo ama.

 

Sorvolò con lo sguardo la piana in cui scorreva pacatamente il fiume, incendiato dalla luce del sole già alto. Fazzoletti di terra frazionati da muri a secco erano tutt’intorno a lui. Incredibilmente arroccati tra le rocce vincevano alberi di fico, e fichi d’India. Poco più giù, aranceti dalle geometrie perfette costellati di alberi di limone, il giallo dei frutti che spiccava nel verde e marrone. E gli immancabili ulivi, quelli che aveva anche suo padre da qualche parte proprio lì.

 

Marco Vozzolo è un autore che promette grandi cose, perché leggendo il suo libro non si prova solo il piacere di scoprire un testo scorrevole, immediato, crudo ed emozionante, ma si carpisce un grande insegnamento: proprio quando tutto è perduto e sembra che la vita sia finita avviene la rinascita, e sarà un’esistenza più matura, saggia della precedente.

Tutto è possibile se si ha il coraggio di guardarsi dentro e volersi un bene egoista ma sano. Il passato ritorna prepotente per insegnare i veri valori.

 

 

 

“Ma che occhi grandi hai” di Paolo Scquizzato, Effatà editore. A cura di Alessandra Micheli

Ma che occhi grandi che hai COP

Per prima cosa, ci tengo molto a sottolineare un dato su questo saggio: mi ha letteralmente stupita. E credetemi lasciare me senza parole non è facile. Ho letto e riletto questo saggio più volte cercando con una punta di malizia di scovarne difetti ontologici, di beccare almeno una parte che potesse peccare di faziosità. E mi sono ritrovata invece un testo importante, profondo, di una bellezza abbagliante ma soprattutto onesto. E credetemi dal titolo sembrerebbe tutto l’opposto. Fiabe e vangelo sembrano riecheggiare una distorsione del senso archetipo delle fiabe per portare l’altro a abbracciare quel sistema di valori che, comunque, la casa Editrice abbraccia. Nulla di più sbagliato. E vi invito a seguirmi in questo viaggio attraverso un lato della nostra psiche eccessivamente odiato o temuto.

Innanzitutto il testo non è propaganda cattolica, ma è semmai un invito a attraversare un oscuro bosco per poter

costruire la propria statua interiore

Questa statua non è altro che il vero sé liberato da ogni orpello che spesso invece di spingerlo verso l’evoluzione lo ingabbia inesorabilmente, congelandolo in una perenne situazione di possibilità incompiuta. Consuetudini, rigidità presenti nel sistema sociale, nelle identità prestabilite dalla nostra modernità, aspettative familiari ma anche la reiterazione costante di comportamenti ritenuti accettabili dalle agenzie di comunicazione, ci fanno indossare maschere cosi ingombranti che si confonde il nostro essere uomini con il nostro essere cittadini incastrati in ruoli prestabiliti.

È quello che Collodi stesso denunciò nella favola di Pinocchio, asserendo come ogni uomo fosse, in sostanza, un burattino pieno di fili in mano al Mangiafuoco di turno, che può essere sia un ideale, una posizione sociale, o un qualsiasi contesto in cui la collettività diviene più importante della peculiare specificità umana. È il dramma espresso persino da Tocqueville nel suo la democrazia in America in cui sottolineava il pericolo insiti nel concetto di uguaglianza che spesso finiva per sfociare in quello di omologazione. La volontà di porre rimedio alle distorsioni, naturali, presenti in quella collettività che decide di riconoscersi come comunità strutturata (la società) e quindi di dotarsi di un sistema di controllo che possa barattare alcune libertà con un più generale bene comune, diventa, spesso una dittatura della maggioranza che toglie valore all’alterità relegandola in un angolo e coronandola di timore, di disprezzo o di diffidenza. Ecco che l’essere umano diviene incompleto, diviene così legato alle convenzioni tramutate per incanto in stereotipi e pregiudizi che codificano la nostra percezione del reale e soprattutto dell’incontro con l’altro estremamente difficoltoso e deleterio. Anche nelle più semplici e meravigliose faccende umane come l’amore, assistiamo a questa lenta decadenza. Anthony De Mello, un grande maestro di vita mise a nudo le distorsioni presenti in quei concetti a noi cosi familiari come tolleranza, rispetto, uguaglianza, ma soprattutto l’amore.

E senza quel legame profondo che è caratteristica distintiva della nostra complessa vita interiore l’esistenza diviene una mera successione di eventi fisici a cui togliamo la magia della meraviglia. L’amore come ci raccontano è pericoloso e fuorviante. Ce ne parlano come di un’ossessione, come di una sottomissione totale all’altro, come una catena da cui non si può scappare, come sacrificio, come totale cedimento del se e come appiattimento della nostra vera anima spesso barattata con questa sorta di droga. L’amore raccontato ai giovani è terrificante perché presuppone il totale annientamento delle proprie specificità per riconoscersi in cliché, in stereotipi fisici e morali e soprattutto pedissequamente impegnato a soddisfare aspettative dell’altro.

La frase inquietante “L’amore è cieco” ci rende totalmente incapaci di un’autonomia mentale di fronte all’altro che diviene così aguzzino. Lo vedo costantemente nei romanzi proposti al mio blog, dove si accetta di subire ogni assurda pretesa da quella più semplice a quella più trasgressiva proprio perché, in fondo l’amore è cieco. Sbagliato. L’amore non è cieco, l’amore ci vede benissimo, l’amore è:

l’amore è visionario. Vede ciò che gli altri non vedono. Vede al di là delle apparenze, al di là di tutte le difese che mi sono data per proteggere il cuore.

Considerare l’amore come una sorta di occhio privilegiato sul mondo, ha significati importantissimi, non solo quello di donare consapevolezza di una realtà liberata da schemi rigidi, di donare una sorta di leggerezza tradottasi in quel costante senso di meraviglia che solo il vedere può donarci:

Ecco la grande differenza tra guardare e vedere: la capacità di stupirsi. Per questo un grande peccato per la tradizione spirituale è la mancanza di meraviglia. Non stupirsi più di nulla vuol dire che le cose mi rivelano solo il loro lato superficiale, banale, solito. Non stupirsi più di nulla vuol dire accontentarsi della datità delle cose.

Considerare il mondo vivente, le nostre azioni e l’intero nostro essere soltanto come un agglomerato di cellule, di regole fisiche e chimica significa degradare l’essere umano a mera macchina ed è in questa visione meccanicistica, distante anni luce dalla vera scienza, che iniziano a nascere quelle patologie del sistema umo/ambiente che spesso, nei miei articoli, sintetizzo con la parola finalità cosciente.

La finalità cosciente non considera l’interezza dell’essere, considera l’essere come mezzo per il raggiungimento di fini personali e di bisogni, creando quella cesura e quella dicotomia mente e natura, anima e corpo, pleroma e creatura che è alla base di tanti, pericolosi sistemi epistemologici. In ogni orrore della nostra modernità, un esame approfondito ci mostra come, essa sia frutto di una mancanza di identificazione profonda con l’ecosistema (inquinamento) e con la creatura che lo abita (guerre, violenze e olocausti). Sentirci, invece, parte di un mondo in cui i legami tra noi e l’altro, tra noi e il mondo, tra noi e la società sono cosi fondamentali che ogni nostra reazione può causarne la crescita o addirittura la morte. Ecco la bellezza della spiritualità, insegnarci, come disse De Mello, a vivere in armonia con il mondo, con la società e con il proprio simile.

Ma come si vive in questo modo?

Ecco che le tradizioni religiose, mitologiche e etnologiche, ci vengono incontro mostrandoci una strada semplice eppur fondamentale: la conoscenza con noi stessi. Non è un caso che, sia nel vangelo, sia nelle tradizioni fiabesche che hanno origine nelle Queste Du Graal, la prima frase che si sente rivolgere l’eroe è la seguente:

tu chi sei? Cosa cerchi?

Anche nel bellissimo libro di Giobbe, un Dio che,Gregory Bateson chiama addirittura “ecologico”, in un turbine maestoso alle lamentele del suo fedele discepolo e del consiglio di anziani risponde:

Il Signore rispose a Giobbe di mezzo al turbine:

Chi è costui che oscura il consiglio

con parole insipienti?

Giobbe 38-1,2

La domanda chi sei, e soprattutto cosa cerchi è uno dei punti chiave dell’acquisizione di consapevolezza.

E come si diventa consapevoli?

Ce lo spiega attraverso alcune fiabe specifiche, Paolo Scquizzato ci si conosce soltanto affrontando l’ombra, quella tanto studiata da Jung. Ed è proprio attraverso le fiabe che entriamo in contatto con:

tutto ciò che è relegato e dimenticato nel nostro inconscio

Questo è perché la fiaba, oltre a veicolare le tradizioni culturali di una specifica società , ci porta attraverso

La fiaba intende descrivere il mondo interiore dell’essere umano, in tutti i suoi aspetti, da quelli più luminosi a quelli più umbratili, senza negare e calpestare l’ombra, a dispetto d’una certa morale che preferirebbe negare ciò che è difficile accettare e faticoso da poter gestire.

Ecco che il riconoscimento di questo impulso inconscio, così importante eppure così spaventoso diviene fondamentale per poter vivere una vita interiore sana, feconda e soddisfacente. E negarci, con il nostro politicamente corretto la parte “oscura” del vivere diviene fondamentalmente pericoloso nonché sospetto di privilegiare la crescita di burattini anziché di uomini. Affrontare il bosco, l’orco, il mostro, il lupo o le matrigne crudeli metti in condizioni ogni essere (anche il bambino) di imparare che i draghi esistono, ma che possono essere addomesticati.

Le fiabe, al contrario, pongono il bambino onestamente di fronte ai principali problemi umani. Contrariamente a quanto avviene in molte moderne storie per l’infanzia, nelle fiabe il male è onnipresente come la virtù. Il male non è privo delle sue attrattive e spesso ha temporaneamente la meglio… I profondi conflitti interiori che traggono origine dai nostri impulsi primitivi e dalle nostre violente emozioni, sono tutti negati dalla moderna letteratura per l’infanzia, per cui il bambino non viene aiutato ad affrontarli. Ma egli è soggetto a disperate sensazioni di solitudine e d’isolamento, e spesso soffre di un’ansia mortale. La fiaba, invece, prende molto sul serio le ansie e i dilemmi esistenziali e s’ispira direttamente ad essi.

Ecco che il lato più brutto dell’esistenza, chiamato da Clarissa Pinkola Estes il non bello, va sbrogliato, osservato e forse nutrito da una sincera lacrima di compassione.

Attraverso un viaggio tra specifiche fiabe, quella che meglio di tutti affrontano l’ombra, Scquizzato ci accompagna, in realtà a scoprire noi stessi e il meraviglioso, magico potere della paura, del dolore, delle nostre fragilità, porte che ci proiettano verso l’assoluto. È attraverso questi lati poco compresi che si sperimenta davvero la bellezza dell’amore, non solo di un altro essere, ma soprattutto l’amore che noi stessi e di conseguenza Dio, provano per questo speciale uomo così imperfetto ma così amato:

che cosa è l’uomo perché te ne ricordi

e il figlio dell’uomo perché te ne curi?

6 Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli,

di gloria e di onore lo hai coronato:

7 gli hai dato potere sulle opere delle tue mani,

tutto hai posto sotto i suoi piedi;

salmo otto

Per divenire uomini, accettarci nella nostra totalità fatta di luci e ombre, Scquizzati ci suggerisce semplicemente di

attraversare il nostro “bosco” interiore fatto di ombre e paure, per uscirne trasformati e cominciare il viaggio verso il compimento del sé e quindi della felicità.

Questo è un saggio di fondamentale importanza per tutti, ma soprattutto per le giovani generazioni che sono chiamati all’ardua impresa di riformare il nostro sistema di valori che noi abbiamo criticato e demolito senza, però, ripensare a un’alternativa. Come ho scritto nei miei articoli non rifiuto in toto la religione ma rifiuto quella che si priva del sacro, quell’essenza indispensabile che fa sì che il racconto del legame tra noi e l’universo, tra noi e quella mistica energia chiamata Dio (religione da religio ossia legame) sia sano e soprattutto creativo. Nella meravigliosa poesia di Samuel Taylor Coleridge La ballata del vecchio marinaio è il senso del sacro, tradotto nella bellezza che scatena un senso acuto di meraviglia che rende possibile la redenzione. Il racconto cristico ci pone davanti a questa straordinaria verità nelle sue frasi bellissime e più importanti di tutta la sua storia

«Lasciate che i bambini vengano a me e non glielo impedite, perché a chi è come loro appartiene il regno di Dio

Come dire che è la loro fantasia creativa e la loro capacità di stupirsi la chiave per raggiungerlo.

Ma soprattutto

Il sabato, il giorno del riposo, è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato. Questo affinché sappiate che il Figlio dell’uomo è Signore anche del sabato” (Marco 2:23-28

Ed è questa grande importanza che rivestiamo noi esseri umani, può essere sviluppata appieno solo conoscendo, accettano e gestendo i nostri peggiori istinti, affrontando i Barbablù e riconoscendoli e soprattutto

Andate nel bosco, andate.

Se non andate nel bosco, nulla mai accadrà,

e la vostra vita non avrà mai inizio.

Clarissa Pinkola Estés

Grazie davvero a Paolo Scquizzato.

Religione e responsabilità. A cura di Alessandra Micheli

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La saggezza sistemica può essere appresa attraverso le tradizioni religiose che racchiudono e delimitano l’area del sacro. Il sacro si riferisce all’unione, alla globalità dell’essere, alla connessione totale del sistema uomo ambiente.

Il sacro ci aiuta a riconoscerci come parte di un tutto più ampio che ci comprende e ci trascende.

La religione, in quanto espressione rituale di questa unità, viene presentata come rivolta a problemi epistemologici ineludibili quali i limiti della conoscenza, le lacune inevitabili di ogni descrizione, i paradossi generati dalla ricorsività.

Nel corso della storia dell’uomo la religione è stata forse, l’unico sistema cognitivo capace di fornire un modello dell’integrazione e della complessità del mondo naturale. L’atto di fede nei confronti del sacro, diviene sinonimo di un atto di fede nel tessuto integrato del processo mentale che avvolge tutta la nostra vita.

Come è possibile, in un’epoca di disordini come quella attuale, conseguire un educazione olistica del genere?

E che benefici può apportare la stessa al problema pratico di adattare il pensiero alla situazione sociale e politica di oggi?

Il conseguimento della visione olistica può apportare il beneficio della flessibilità, e soprattutto può portare la riconquista della già citata saggezza sistemica. Riconoscerci come parte di un tutto più ampio non è una speculazione mistica; riconoscere la natura olistica del mondo equivale ad acquistare quella che Vincent Kenny chiama:

 

“il compito senza speranza dell’umanità”

Vincent Kenny

La nozione del sacro in Bateson

http://www.oikos.org/vincsacro

 

 

ossia la responsabilità personale verso il sacro (inteso come concezione sistemica).

Non è certo possibile una definizione univoca di  sacro in quanto esso fa parte dell’indescrivibile dell’esperienza umana e deve necessariamente rimanere tale. Il suo connotato principale, però, è identificabile nel requisito fondamentale di possedere dei confini che lo delimitano e che lo distinguono dal profano. Quando osservo come sia nocivo il finalismo cosciente, non fa altro che mettere in evidenza come, i tentativi disperati di spiegare la nostra esperienza umana, sono sempre e necessariamente incompleti e che c’è molto di più nella vita e nella mente di ciò che si incontra nel finalismo:

 

” …Ma le parti o i pezzi che appaiono alla coscienza invariabilmente forniscono un quadro errato della mente come totalità. Il carattere sistemico della mente non è mai rappresentato, perché il modello è stabilito dallo scopo prefissato…Noi non vediamo mai in consapevolezza che la mente è come un ecosistema (una rete di circuiti autocorrettivi). Noi vediamo solo degli archi di questi circuiti, e l’istintiva volgarità dello scienziato consiste nello scambiare questi archi con la più ampia verità…L’ego personificato di Freud, l’io, il super-ego, non sono effettivamente personificati. Ognuno dei loro componenti è costruito sull’immagine della sola consapevolezza e la consapevolezza non assomiglia all’intera persona. La consapevolezza isolata è necessariamente depersonificata”.

Bateson G., Bateson M.C.

Dove gli angeli esitano: Verso un’epistemologia del sacro

 

Secondo Vincent Kenny, il modo in cui gli uomini si sono occupati di questa inevitabile caratteristica che limita gli sforzi umani, ha riguardato anche l’evoluzione delle religioni per maneggiare questa scomoda circostanza. Ciò porta ad ammettere l’impossibilità di costruire un ponte sul divario e quindi coinvolge la totale consegna delle nostre responsabilità per vivere questo divario ad una speciale classe o setta di persone, abbiamo delegato la responsabilità personale del sacro su una parte del nostro stesso sistema che è considerato estraneo a noi. I preti o i druidi sono l’altro. Per vivere pienamente il nostro essere umani, il nostro essere parte di un tutto più ampio che ci comprende e ci trascende, si deve resistere alla tentazione di scaricare su qualcun altro, o su qualcos’altro, le nostre responsabilità personali di come stiamo vivendo la distanza tra le nostre vivide esperienze e i vani tentativi di descrivere e spiegare queste esperienze. Il dolore, la gioia, la rabbia, non possono essere codificate dal linguaggio umano.

Il Dio sistemico punisce chi non comprende di essere parte del tutto, perché, così facendo, limita l’integrazione delle esperienza umane in un ciclo naturale di cui ci sentiamo estranei. Perdendo il contatto con il sacro, abbiamo perso il senso di responsabilità verso il mondo. In un’ottica di totale separazione simile a quella che stiamo vivendo, contiamo solo noi, il nostro gruppo, la nostra setta, la nostra nazione, il nostro clan; tutto ciò che sta fuori è una minaccia per la nostra sopravvivenza, è minaccia per le regole fittizie che ci siamo dati per vivere questo drammatico divario. Qualsiasi significato noi riusciamo a trovare, rimane interamente di nostra proprietà soggettiva e che non verrà mai a descrivere un reale stato delle cose. Ma, paradossalmente noi possiamo e dobbiamo superare la nostra coscienza muovendoci oltre i limiti del linguaggio mettendo in dubbio i limiti stabiliti dell’azione e i limiti stabiliti di significato ed entrando per scelta nel dominio dove la nostra comprensione si distrugge.

La volontà di fare questo sforzo impossibile è un sintomo della presenza del sacro: arrivare nell’ignoto nel senso di essere parte di una mente più grande. Il Dio ecologico, il Dio che non si può beffare, viene esaminato in modo scientifico perché questo tema può aiutarci ad assumere responsabilità verso i sistemi e verso la nostra stessa vita. Credere nel sacro, infatti, ci rende in grado di essere responsabili di fronte a tutte le manifestazioni della vita dei sistemi viventi di cui anche noi siamo parte. Il sacro ci rende responsabili anche verso la costruzione di miti alla produzione di ideologie che guidano ogni giorno le nostre azioni e che racchiudono in sè l’essenza del sacro. La religione permea ogni periodo storico e ogni momento della vita umana e può fungere da strumento educativo; ma può altresì essere tanto manipolata da rappresentare un fattore di gravissime patologie. Nelle culture occidentali e anche in quelle orientali, esiste una tendenza crescente a fare un uso scorretto del sacro:

 

 ”…Abbiamo qualcosa di bello, di fondamentale per la nostra civiltà che tiene insieme tutti i valori collegati con l’amore, l’odio, il dolore, la gioia e il resto, un modo per dare un certo senso alla vita”

Gregory Bateson. Una sacra unità.

 

e poi invece il sacro viene usato come scusa per conquistare il potere, per uccidere in nome di principi costruiti dall’uomo, per dare sfogo agli impulsi più bassi, per giustificare una guerra o un massacro.

La nozione di responsabilità non investe solo il macrosistema ma investe anche il micro-sistema uomo. L’uomo è continuamente lacerato dal dualismo imperante tra coscienza e corpo tra spirito e materia tra logico e non logico. Questo dualismo, percepito come insanabile, limita gli sforzi per comprendere il mondo e per vivere in armonia con esso. La delega di responsabilità personale verso terze persone o verso costruzioni personali come ideologie o principi reificati, è il dramma dell’umanità, un dramma complicato dall’esistenza di una finalità egoistica che ci ha allontanato bruscamente “dall’Eden”. L’uomo irresponsabile di fronte alle sue distruttive scelte e ai suoi patologici comportamenti, si chiede spesso qual è la sua identità, qual è il suo scopo nella vita dove è il fine ultimo dell’esistenza.

Viviamo l’oggi, il presente, la vita, non più come se fosse il massimo dei beni, ma sostituendolo da altre costruzioni mentali che ci allontanano di più dalla sua natura sistemica.

Il finalismo cosciente si inventa così dogmi intoccabili, religioni sempre più intransigenti e chiuse all’esterno, inventa una serie di comode scorciatoie per arrivare a quella pienezza che gli è preclusa dal peccato originale.

L’uomo dotato di libero arbitrio si sente paradossalmente privo di libertà originaria che consisteva nel riconoscere in sè gli stessi cicli naturali cui era soggetto l’ecosistema. Si sente privato della sua umanità della conoscenza e se la prende con un Dio che ha tentato di ingannare. L’uomo compie ogni giorno scelte che vengono effettuate senza un reale conoscenza dei meccanismi che regolano la sua vita, così come regolano il mondo circostante; opera scelte che lo portano a contrapporsi a elementi che fanno parte del suo sistema; abbiamo l’uomo contro l’uomo, l’uomo contro il suo ambiente, abbiamo in realtà l’uomo che distrugge se stesso.

Se queste scelte, operate senza responsabilità dall’uomo, gli si rivoltano contro, come si possono modificare atteggiamenti ed epistemologie sbagliate?

Come è possibile generare una comunicazione migliore tra la coscienza e l’inconscio tra la realtà e le nostre decodifiche della stessa?

Ecco che  la religione si presenta come un modo per educare l’uomo a vivere con saggezza, ma è possibile anche imparare dalla religione una maniera meno confusa e nociva di educare e comunicare con i vari livelli della realtà affinchè essi possano essere compresi accettati e integrati nella nostra visione.

 

Dalla disoccupazione al successo come chef a domicilio , nel romanzo d’esordio di Marco Giarratana “Romanzo con angolo di cottura” Longanesi editore. Imperdibile!

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«Sai che non posso più fare altro.» La voce del signor Riccardo assume un’eco metallica mentre tengo il cellulare tra l’orecchio e la spalla e rovisto nelle tasche in cerca delle chiavi di casa. « Potrebbe  mantenere l’ affitto invariato . Tutto si può , basta volerlo. Quindi?» domando, celando con maestria la Fine Della Mia Pazienza. «Quindi se non accetti, a dicembre devi andare via.» Chiudo gli occhi. Sospiro. Vivo in questo bilocale da quando sono arrivato a Milano, non esiste altra dimora all’infuori di lui. È il 17 settembre, fa caldo e due giorni fa ho compiuto trentadue anni.

Romanzo con angolo cottura è l’esordio narrativo di Marco Giarratana, autore del blog “L’uomo senza tonno”, la cui pagina Facebook ha ottenuto più di 25 mila fan in un anno. Il libro racconta una vicenda generazionale in cui tanti trentenni si riconosceranno, liberamente ispirata all’attività di «scièf» a domicilio di Marco, capace in breve tempo di attirare l’attenzione dei food-lovers di tutta Italia. Il protagonista del romanzo, Marco, alter-ego dell’autore, ha lasciato la Sicilia per Milano, convinto che avrebbe presto combinato Qualcosa di Serio, magari con la musica. Poi invece… la crisi, l’affitto, il lavoro che non c’è e se lo trovi è bene tenertelo anche se non ti piace. Gli anni volano via mentre lui fotocopia le sue giornate nell’open space dove scrive annunci pubblicitari per otto euro l’ora. Fino alla Settimana che Cambia Tutto, quella in cui prima viene sfrattato e poi, con tre quarti dell’open space, licenziato. Catastrofe. Ma lo è davvero? Perché non approfittarne per provare a fare qualcosa che gli piaccia davvero? E a Marco piacciono moltissimo diverse cose: la musica, il sesso, il cibo. Non per forza in quest’ordine. Nasce così il foodblog dell’Uomo Senza Tonno, il barbuto Scièf a Domicilio che prima conquista il web e poi, una cena per volta, seduce Milano e dintorni con i suoi piatti stravaganti, spesso arditi, capaci di far sorridere anche i palati più severi. Mentre fioccano i clienti e con loro incontri e situazioni impreviste, in una sarabanda di cucine, città e menu, Marco parte per un viaggio che lo porterà parecchio fuori dalle rotte già tracciate. Ma al centro esatto di questa cosa imprevedibile chiamata vita.

 

 

L’autore

MARCO GIARRATANA, originario di Caltanissetta, 33enne, nel 2015 viene licenziato dall’agenzia di ecommerce in cui lavorava da 4 anni come writer. La stessa settimana riceve anche lo sfratto. Marco si rimbocca le maniche e decide di mettere su una nuova attività: farà lo chef a domicilio. Ama cucinare da sempre e grazie a un blog e a una pagina Facebook ben gestiti, il suo progetto decolla. La sua pagina “L’uomo senza tonno” passa da 1200 fan nell’aprile del 2016 agli oltre 25 mila di oggi e Il Fatto Quotidiano gli ha assegnato un blog omonimo sul sito della testata.

 

In libreria dal 22 febbraio 2018

“Il faro” di Filippo Semplici, Delos Digital edizioni. A cura di Natascia Luchetti

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Immaginate di essere presi per il collo dai debiti e avere una famiglia da mantenere senza poter fare affidamento su un lavoro.

Giunge da voi un uomo che vi dice: guadagnerai fior fiore di quattrini accendendo e spegnendo un faro posto su un’isola deserta, un paradiso naturale del Pacifico.

Voi che cosa fareste?

Be’, io dopo aver letto questo libro non accetterei.

Tommaso, il protagonista, parte tutto contento, convinto che con quella scelta risolleverà le sorti della sua famiglia. Ha sempre avuto una vita difficile: la droga, la disintossicazione, la nascita di un figlio problematico e la difficoltà a trovare lavoro.

È un ultimo, uno di quelli che stanno peggio, o almeno così si definisce lui durante uno degli intensi monologhi all’interno del libro, un pezzo fantastico che non posso riportarvi per evitare spoiler.

Ebbene, l’arrivo sull’isola è come il primo passo in paradiso. Il lavoro non è difficile, il paesaggio è meraviglioso e tranquillo. In un primo momento Tommaso sembra trovare l’equilibrio perduto da tanto tempo. L’isolamento dalla società matrigna è la chiave per riprendere a vivere come un tempo, recuperare i ritmi perduti per colpa degli affanni, almeno fino a quando le cose non iniziano a complicarsi.

La cagnolina di famiglia sparisce nel nulla. Non si ritrova né viva né morta. È il primo campanello d’allarme, preludio a una tragedia ancora più grande. C’è qualcosa nell’isola, sotto il pelo dell’acqua limpida. Non posso dirvi di più, perché vi rovinerei la sorpresa che c’è ed è fantasticamente intensa.

Vi posso però dire che queste pagine analizzano la paura in senso lato.

L’ignoto, il più grande di noi ci spaventa, ci atterrisce, quasi ci fa impazzire. Sovverte l’ordine morale che dovrebbe tenere insieme la struttura di un essere umano. Diventiamo animali dunque e dobbiamo sottoporci alla legge del più forte, chiunque egli sia.

E l’autore ci presenta un protagonista fallibile, pieno di difetti, un antieroe credibile che trova la forza proprio dal basso della disperazione.

Le atmosfere Lovecraftiane si avvertono forti e chiare nella seconda parte del libro, quando la vicenda diviene incubo e oppressione, attraverso immagini di abomini deformi.

Eppure la vera mostruosità è la paura, il mutamento dell’animo umano dal razionale all’irrazionale della follia.

Consiglio la lettura di questo romanzo breve a tutti gli amanti dell’horror classico.

Troverete pane per i vostri denti…anche se finirete per abbandonare l’idea di trasferirvi su un’isola deserta per trovare un po’ di pace.

Oggi il blog consiglia “Rosso Sangue. Gold and iron vol I” di L. Carpenetti & K. Elise, Quixote edizioni

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Trama

Dopo aver perso sul campo il suo partner lavorativo, Edward Davis guarda la vita con occhio cinico e la affronta a muso duro, passando le sue giornate tra lavoro e incontri occasionali con ragazzi più giovani, che non lo mettano in condizione di impegnarsi.
Nel bel mezzo di un caso complicato, viene piantato dall’ennesimo collega, che viene sostituito dal figlio di un politico, appena approdato alla sezione omicidi. Dopo l’iniziale diffidenza, il detective dovrà ammettere che David Briggs è molto di più del raccomandato che credeva e che i meriti sul campo non sono l’unica attrattiva dell’uomo.
Lo svolgimento delle indagini prosegue a pari passo con la crescente attrazione tra i due, fra incomprensioni e momenti di estrema vicinanza. Come l’acciaio e l’oro del distintivo che portano, i due si scopriranno opposti e complementari.
Ma il detective Davis capirà la forza di questa nuova unione quando sarà sul punto di perdere Dave e si getterà al salvataggio del collega. La circostanza estrema riuscirà a scuotere le sue convinzioni e predisporlo più positivamente verso un’eventuale frequentazione. Non una vera e propria relazione, ma qualcosa che gli si avvicini molto.

 

 

Le autrici

Lucia Carpenetti, quarantatre anni, vive a Trieste con i suoi due bambini e un gatto. Dal 2011, affianca al proprio lavoro nell’ambito del sociale una proficua attività in campo letterario, partecipando a concorsi e pubblicando racconti e romanzi, per lo più in ebook, sotto lo pseudonimo di Lily Carpenetti.
Pagina Autore su Facebook: https://www.facebook.com/pages/Bloodlust/137351842970995?fref=ts

K. Elise, sigla per Kullen Elise, è lo pseudonimo di un’autrice romance italiana, che desidera rimanere anonima. Con il vero nome, ha auto pubblicato quasi una decina di romanzi, negli ultimi due anni, ma Rosso Sangue è il suo primo M/M. La Kullen è un’appassionata lettrice di libri gialli, e il suo bagaglio culturale è stato molto d’aiuto per l’intreccio poliziesco della storia.

 

Dati blog

TITOLO: Rosso Sangue
AMBIENTAZIONE: San Francisco
AUTORE: L. Carpenetti & K. Elise
SERIE: Iron & Gold #1
COVER ARTIST: PF Graphic Design
GENERE: Qlgbt Poliziesco
COLLANA: All Colors
FORMATO: E-book (Mobi, Epub, Pdf) e cartaceo
PAGINE: 260
PREZZO: 3,99 € (e-book) su Amazon, Kobo, Itunes, Google
Play, Store QE (in preorder)
DATA DI USCITA: 21 Febbraio 2018

 

 

 

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