“Il magnifico perdente” di Sonia Morganti, Oakmond publishing. A cura di Alessandra Micheli

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O la bella Gigogin trallerillerilellera,
la vas a spas col su sposin trallerillerillellà.
A quindici anni facevo l’amore
dàghela avanti un passo delizia del mio cuore!
A sedici anni ho preso marito:
dàghela avanti un passo delizia del mio cuore!
A diciassette mi sono spartita:
dàghela avanti un passo delizia del mio cuor.
La ven, la ven, la ven alla finestra,
l’è tutta, l’è tutta, l’è tutta cipriada.

La dis, la dis, la dis che l’è malada,
per non per non, per non mangiar polenta,
bisogna, bisogna, bisogna aver pazienza
lassàla, lassàla, lassàla maridà.
O la bella Gigogin trallerillerilellera,
la vas a spas col su sposin trallerillerillellà.
La ven, la ven, la ven alla finestra,
la dis, la dis, la dis che l’è malada,
bisogna, bisogna, bisogna aver pazienza
lassàla, lassàla, lassàla maridà.
O la bella Gigogin trallerillerilellera,
la vas a spas col su sposin trallerillerillellà

Avevo tredici anni e a lezioni di musica, alle medie, iniziavamo a conoscere i canti italiani.

Sia quelli popolari che quelli più intensi, capaci di infiammare i cuori e di spronare all’azione giovani intellettuali.

Il loro progetto?

Il sogno di un Italia unita e libera di decidere del suo destino, senza l’oppressione di interessi stranieri.

Per me, maturata da letture forse poco da signorina, come Robin Hood, Edmond Dantes, e il prode D’Artagnan o Richard Shelton (la freccia nera) i canti patriottici ebbero un’influenza profonda e furono il fulcro di tante mie suggestioni idealistiche.

La bella Gigugin fu uno dei più suadenti e mi causava lontane immagini di giovani che non avevano terrore né della morte, ne dell’esilio e combattevano fieri e orgogliosi la loro battaglia, capaci di fissare le minacce negli occhi e di partire indomiti in cerca di un altra vita.

E questo non per meri interessi materiali, ma per una volontà di adempiere a un dovere civile che esulando dai bisogni primari, si rivolgeva alla cosiddetta volontà generale quella che voleva elargire doni al supremo bene comune.

E il bene comune, in ogni mio libro mentore, se ne fregava di interessi privati, di proprietà acquisite con i privilegi e di condiscendenze scodinzolanti per mantenere intatti i servili compromessi.

Erano ideali eterni, quelli che il buon sant’Agostino definiva fondamentali.

Erano i mattoni su cui impiantare una società civile più aderente al concetto di Maat cosmica, quella legge primordiale che avrebbe realizzato il paradiso in terra.

Per tutti, non solo per i potenti o per i leccaculo.

Io, fin da bimba, ero nutrita dai racconti cavallereschi, i custodi prescelti di quel principio di giustizia aderente al complesso ma perfetto ordine supremo. Un ordine impartito da un dio diverso dai racconti cristiani, capace di non crocifiggere l’uomo ai suoi doveri materiali, ma di elevarlo, staccandolo dalla maledetta croce di materia e renderlo puro spirito e far si che questo spirito fecondasse la creazione terrena. Seguendo la scia di questi ideali io diventavo sempre più consapevole e innamorata dell’impegno civile e sempre più a favore di concetti, scontati per molti, come educazione, equità, rispetto per il lavoro e amor patrio.

Un amor patrio che non era affatto quello oggi millantato da tanti sciocchi servitori di Mammona.

Era l’amore per la terra che doveva essere faro per mille altre terre.

Era la fratellanza di tutti gli uomini uniti per compere il più ardito dei progetti: rendere l’intero mondo un mosaico perfetto di piccoli tasselli consci delle proprie peculiarità e uniti uno agli altri da profondi e evidenti legami.

Uno stato senza stato, senza armonia, senza coscienza senza orgoglio non era altro che landa deserta preda dei pirati di turno.

Ecco che la nazione, l’idea di nazione non diveniva muro tra noi e l’altro. Solo con la consapevolezza dei propri doni, delle proprie meraviglie si poteva divenire fratelli e improntare un’Europa o un mondo sull’egemonia della fraternità.

Io posso essere amico, compagno e complice solo in una posizione di equità o di eguaglianza di diritti e doveri.

Se io sono più forte, non attuo altro che la patetica tolleranza, che presuppone sempre uno sguardo benevolente sull’inferiore di turno.

No.

L’idea originaria di nazione ci rendeva tutti cavalieri, decisi a costruire una tavola Rotonda.

Non rettangolare, né quadrata.

Ma tonda, senza capo ne coda.

Capite la meraviglia?

La bella Gigugin diveniva cosi l’eterno canto di lotta di tanti idealisti, compatiti e derisi, che cercavano solamente di rendere il pensiero azione.

E di cosa parlava la bella?

Un canto di amore godurioso?

Un inno alla beltà dell’amata?

Si.

Anche.

Peccato che l’amata non era altro che l’Italia umiliata da tanti troppi interessi.

Fu scritta nel 1859 dal compositore milanese Paolo Giorza che si ispirò a alcuni canti popolari lombardo piemontesi.

Gigugin è il diminutivo piemontese di Teresina usato dai carbonari per indicare l’Italia.

O anche il suo “salvatore”Vittorio Emanuele.

Mentre lo spusin diventa l’imperatore francese Napoleone III al quale è richiesto di stringere alleanza ossia maritarsi.

Ecco che il tema non è la dichiarazione classica d’amore che tanto piace alle donne di oggi (non si parla di un MR Grey) ma è l’invito a fare un passo avanti ossia a liberare l’Italia dallo straniero.

Ma cosa c’entra con il libro della Morganti direte voi?

Beh non che vi faccia male un po’ di cultura, visto che dai moderni sondaggi siamo scarsi di fondamentali conoscenze del percorso che da singoli stati divisi e spesso in lotta tra loro si è arrivati allo stato italiano. Ed è uno dei motivi, la non conoscenza dico che porta tanti, troppi oggi a votare per il disfacimento dell’idea italiana.

Il perché è necessario lo stato per la fratellanza ve l’ho già spiegato.

E’ un po’ come il precetto ama il prossimo tuo come te stesso, che presuppone un te stesso, ossia un essenza chiamata uomo, consapevole di esserlo per poter interagirà pacificamente con l’altro.

In assenza di un interlocutore capace di porsi come elemento degno di rispetto (la comunicazione è rispetto) con cui interagire, si ha soltanto la sopraffazione.

Il dominio oggi è la fase in cui io che sono fantasticamente favoloso, decido di dare a te infimo essere indegno e incivile, l’attenzione perché sono un angelo disceso dal cielo, per renderti da barbaro degno di rilevanza sociale.

Il termine inferiore indica proprio la tendenza a gerarchizzare, come se coloro che per ironia della sorte sono collocati al di sotto della linea accettabile, non fossero altro che pecorelle smarrite da guidare.

In tal caso non esiste un altro da amare perché non riconosciuto degno di essere elargito del rispetto dovuto alla controparte con cui si interagisce. O nel caso peggiore divengo “nemico”.

E in tal caso mi caricherò di tutti i fardelli che il soggetto, stato o clan ritiene indegni, divenendo cosi un olocausto vivente.

Ecco che l’idea di nazione diviene fondamentale per il progresso.

Non più inferiori ma soggetti con cui comunicare e per comunicare si presuppone uno stesso codice ma anche una stessa distanza: non più sotto sopra, ma accanto.

Cosi alcuni uomini, capaci di pensieri elevati decisero di sacrificare la loro comodità e i privilegi per provare a dare corpo a idee interessanti che, però restando fumose, sarebbero preda dei venti.

Numinose e fuggevoli, incapaci di instaurare il movimento necessario al cambiamento.

E’ solo l’azione che da sostanza alle idee. Senza azione esse divengono evanescenti.

Ecco che la Morganti, che si storia se ne intende, da al lettore troppo nutrito da falsi ideali, una figura controversa, odiata, e amata: il prode Mazzini.

Ora io spero per voi, non per me, che sappiate chi fu Giuseppe Mazzini. Può non essere condivisibile la sua impronta ontologica, anzi, molti lo accusarono di mettere il sabato (l’ideale) al posto dell’uomo.

In realtà, la storia e la Morganti lo sa, fu più complessa.

Mazzini fu un uomo complicato, preda di ideali immensi ma per nulla trasformabili in ideologie che agì in un periodo nefasto e delicato.

La giovine Italia fu osteggiata e forse troppo infarcita di grandi uomini dal carattere eccessivamente focoso.

Molti preferiscono l’arte diplomatica del buon Cavour che riusci a fare l’Italia senza spargimento di sangue.

Eppure…la storia la fanno i vincitori e i Savoia dovevano uscire come la dinastia salvatrice.

Ma per essere diplomatici, bisogna sposare l’idea di Machiavelli il fine giustifica i mezzi.

E per ottenere l’Italia senza “sacrificio” significava porre la questione non sul piano della passione ideale ma della convenienza politica.

Ciò presupponeva uno scambio di favori, compromessi e do ut des: ti do per avere, che porterà il neonato stato su un abisso pernicioso, di cui oggi, paghiamo ancora i danni.

Il progetto di Mazzini era molto più sottile e elegante, degno di una mente lucida e elevata: educare alla necessità di uno stato che garantisse il rispetto del patto sociale.

E quindi presupponeva che il popolo, capendo l’impossibilità di sottomettersi ancora a una legge a una potenza che per mantenersi doveva fare accordi con il potere costituto, se ne fregava bellamente della massa costretta nell’indigenza, costretta a sopravvivere, a cui veniva negata una vera partecipazione alla res pubblica.

Salvo poi garantire alla loro sopravvivenza un anti-stato capace di assurgere a finta nemesi dell’ordine costituito con cui, in realtà, stringerà alleanze sempre più forti.

Uno stato padrone e un sotto stato finto ribelle.

Che collaborano per tenere il senso civico fuori dalle decisioni.

Ecco che in questo libro, finalmente Mazzini splende, in tutta la sua modernità e in tutto il suo ribelle piano.

E lo dimostra agendo in uno degli stati più assurdi e controversi della storia: l’Inghilterra, Londra della fuliggine, della povertà dello sfruttamento e della sistematica violazione dei diritti mani, sanciti da una propaganda che voleva l’impero un esempio per tutti gli altri.

E infatti, noi italiani quest’esempio l’abbiamo preso alla lettera: stato moderno, civile sulla carta e orrendo carnefice e pusillanime sostenitore dei ricchi nei fatti.

Detrattore dello sfruttamento e della schiavitù ma esecutore della stessa con il sistema del caporalato.

Povero mio Mazzini!

Mai avrebbe dubitato che il dovere dell’uomo fosse affratellare l’umanità e risvegliare le coscienze, che la libertà e la dignità fossero so- relle gemelle, inscindibilmente legate tra loro.

Eppure, nonostante la sua granitica convinzione, Mazzini era un uomo e spesso tormentato da dubbi e angosce :

Eppure le incertezze che l’avevano tormentato nei giorni più cupi, in Svizzera, si erano riaffacciate con decisione.

Questo perché a differenza di scritti che sembrano apparentemente raccontare il nostro risorgimento, c’è quasi un subdolo istinto a voler deridere la stessa idea di Italia, come se essa fosse pericolosamente sovversiva.

Noi siamo italiani eppure non capiamo a fondo il potenziale di questa realtà.

E credo che solo questo libro che affronta i temi che ci ho esposto ora, li affronta tutti con orgoglio e amore può darci l’idea di cosa, oggi stiamo sprecando rincorrendo i falsi spettri del populismo

La povertà delle classi umili è un problema da affrontare come patriota, così come la miseria dell’Italia. E poi avrebbe continuato a parlargli, andando sempre più a fondo nel suo cuore e spro-nandolo. «Come persona di fede, devi aiutare chi è in difficoltà, devi lottare contro le iniquità e la diseguaglianza» avrebbe sussurrato al figlio «Come uomo, devi difendere i più deboli e impegnarti per il miglioramento, tuo e della società.

E ancora:

Di quell’Italia spartita tra padroni, immiserita, che andava risvegliata, accesa nelle coscienze e negli animi…Infine dette voce alla speranza e ai propositi che l’avevano animato in quel lungo percorso e che rimanevano intatti: risvegliare le coscienze verso la responsabilità e l’azione, per l’umanità e la patria.

Noi oggi sputiamo su questi ideali, con una scuola che non ci fa vivere, come la Morganti, la meraviglia di idee eterne come quelle mazziniane, in una società che denigra gli idealisti come sciocchi, esiste la perdizione e la sconfitta dell’essere umano.

«Ciò che scende dall’altro, dura poco» spiegava,

E che questo libro possa in voi accendere la fiamma della passione come è successo a me e canticchierà tra se le note della Bella Giguin, sedotta da altri marrani che vogliono solo ucciderla.

Non permettiamolo.

Ne oggi ne mai.

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La Triskell editore presenta “Punto di rottura” di N.R. Walker. Imperdibile!

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Trama: 

Libro secondo della serie Turning Point.

Una lotta per ciò che è giusto si trasforma in una lotta per la vita.

Mentre il senso di colpa lo tormenta, il mondo di Matthew Elliott inizia ad andare fuori controllo. Più lui cerca di tenere duro, più tutto gli scivola via tra le dita, senza che riesca a impedirlo.

Dopo essersi introdotto nell’ambiente dei combattimenti clandestini nelle gabbie, Matt inizia a lottare per ciò che è giusto. Più ne resta coinvolto, più il senso di colpa lo consuma – più dolore si fa infliggere per espiare la sua colpa – e presto si ritrova a combattere per qualcosa di più della giustizia.

Lotta per amore.
Lotta per la sua vita.

 

 

Dati libro 

Data di pubblicazione: 18 Luglio

Collana: Rainbow

Titolo: Punto di rottura
Titolo originale: Breaking Point
Serie: Turning Point #2

Autrice: N. R. Walker
Traduttrice: Grazia Di Salvo

ISBN EBOOK: 978-88-9312-551-2

Genere: Contemporaneo
Lunghezza: 300 pagine

Prezzo Ebook: € 5,99

 

 

“Conoscere la propria oscurità è il modo migliore per affrontare le tenebre degli altri. C. C. Jung”. E’ uscita ieri la nuova fatica letteraria di Simona Trivisani, “Ti aspetto in un sogno”. Un libro che vi farà riflettere e che svelerà segreti inimmaginabili.

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Le emozioni inespresse non moriranno mai. Sono sepolte vive e usciranno più avanti in un modo peggiore.
Sigmund Freud

 

 

Sinossi

Le persone che incontriamo sono collegate a noi in modi che nemmeno immaginiamo. E’ il destino a far incontrare Beatrice e Andrea? Che posto è quello in cui si incontrano? Riusciranno ad andare via, o l’ombra li imprigionerà per sempre?Una breve storia per spingere ognuno di noi a ricercare quella luce che si nasconde nel profondo del nostro cuore.

“Unlucky?” di Milena de Rosa. A cura di Alessandra Micheli

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La prima cosa che viene spontaneo pensare dopo aver letto Unlucky è “finalmente una protagonista sana e normale!”

Abituata a adolescenti complessate, piene di strani turbamenti post menopausa e pruriti sessuali fuori norma, la dolcezza buffa e goffa di Claire è un toccasana per me, per tutte noi.

Questo perché le adolescenze nella norma erano troppo abituate a emozioni e sensazioni meno pretenziose o più terra terra, che andavano dal gioire per lo sguardo del prescelto, alle fantasie monotone tipo amore eterno, promesse in chiesa e nidiate di bimbi.

Nulla a che vedere con acrobatiche performance erotiche da far impallidire Yuri Cechi, o strane e oscure fantasie che prevedono candele (l’unica candela che mi interessa è quella della macchina) manette (anche li mi limito alle imprese criminologhe di CSI) frustini (ehi non siamo al Palio di Siena né all’ippodromo) e corde varie ( e non per imparare a fare i nodi dal buon vecchio capitan Findus).

Le nostre idilliache visioni erano molto più fresche e naturali e prevedevano si la volontà di sentirsi pelle a pelle, ma in modo sereno senza l’ansia di acrobazie contro le leggi newtoniane o volontà di appartenenza al limite della sanità mentale.

Ci bastava aver conquistato almeno l’attenzione del nostro eroe romantico e che lui ci avesse notate, a discapito degli orridi vestiti che madri snaturate ci costringevano a indossare, a discapito dei problemi adolescenziali come acne e sudorazione eccessiva, cosi come eravamo con quell’interiorità dotata di una grande ricchezza di immaginazione, con quel grande desiderio di regalare all’altro le chiavi delle nostre segrete stanze del cuore.

E non viaggi allucinatori nelle camere dei giochi, che per me amante dei thriller, sembrano cosi orribilmente simili alla sala del maniaco di turno, provetto serial killer.

Eppure i libri che oggi formano la nostra idea dell’amore prevedono almeno una pedata (se non ti scalcia non è amore) almeno una frustata (Brambilla siamo noi la razza da proteggere) e una bella dose di cera bollente nelle zone sensibili senza neanche tirare giù tutti i santi del calendario e forse anche quelli di quello cinese, ma solo mugolii sensuali di piacere.

Ma io sono anziana e il massimo del piacere a cui aspiro è quello di divorare una bistecca di manzo senza ricorrere al Gaviscon di sera, per far smettere all’adorabile bovino di correre su e giù per il mio stomaco. Come potevo restare, pertanto indifferente alla mia gemella di carta, l’adorabile Claire?

Come non ridere delle sue disavventure che in fondo rappresentano quelle, seppur esagerate per un’esigenza narrativa, delle figuracce (grezze le chiamavamo noi) di ogni santo adolescente che si affaccia alla vita e si trova alle prese con le interazioni con l’altro, fatte di sogni e di incubi, di vette altissime e di abissi, di insegnamenti e soprattutto della più fondamentale delle massime apprese in quegli anni che alcuni vorrebbero dimenticare: non è l’accadimento che fa crescere.

Non sono le esperienze di per se traumatiche il vero impulso che oggi mi ha reso e ci ha reso, parlo di tutti voi ragazzi che mi leggete, le persone che siamo oggi.

Ma è stato e sarà sempre la modalità con cui le abbiamo affrontate, interiorizzate e superate.

E se non superate utilizzate per cementare la strada del nostro futuro. Ecco che in una sequela di esilaranti disavventure, tutte considerate frutto del crudele umorismo di una divinità chiamata sfortuna, possiamo vedere nella storia di Claire semplicemente l’incontro con la vita, in ogni sua sfumatura, la meraviglia dell’amicizia, il senso di solitudine di chi cerca di comprendere e proteggere e persino far nascere la propria personalità, la ricerca della felicità con i suoi limiti etici da creare noi stessi grazie anche all’educazione ricevuta, fatta di elementi da conservare e altri da scartare.

L’incontro con il diverso, l’infrangersi delle nostre aspettative.

Sopratutto questa è stata e sarà sempre la sfida meravigliosa: è dal crollo delle nostre costruzioni mentali, anche se dotato di un impatto a volte traumatico, che può nascere davvero il futuro, il presente e la nuova possibilità capace di creare entrambe.

E’ quando Claire si sente sola, in balia di eventi che demoliscono le sue certezze, che cresce, cambia, matura e diventa sempre più se stessa, rimpicciolendo quel bozzolo infantile che protegge la nostra vera essenza.

Ed è da quel bozzolo che nascono uomini e donne.

Claire ha dalla sua parte la capacità di ridere di se stessa, di affrontare la vite e le sue sfide con ironia.

Nonostante le propri insicurezze a volte pesanti, nonostante il primo impatto con la meschinità umana, è grazie alla forza del sorriso e della risata che gli ostacoli appariranno meno ignoti e quindi meno pericolosi.

Ogni risata, sfogliando questo libro è un passo per ritrovare una purezza che oggi abbiamo perduto.

Troppi libri dark, troppo dolore, troppe adolescenti gotiche e oscure. Troppo amore malato, troppi pochi sogni leggeri e pieni di dolcezza. Troppo poca realtà in questi libri di oggi, rendono Unlucky e la sua adorabile autrice una piccola isola felice, che tutte voi almeno una volta dovete provare a ormeggiare.

E passeggiare sulle sue spiagge assolate, provare a ridere e divertirvi, senza il sogno dello stronzo di turno pronto a ammanettarvi e a piastrellarvi come un marmista turco.

E vivere per un’istante, questa normalità fa bene.

Perché non siamo e spero che nessuno di voi sarà un disagiato Mr Grey o una rincoglionita Anastasia.

Ma una semplice normale Claire.

Ovviamente è una normalità per nulla noiosa.

Credetemi Claire è tutto fuorché monotona.

È in preda delle isterie di due voci nella testa che sono peggio di quelli che avevo io a sedici anni e che mi costrinsero a dare un bel pugno in faccia a un mio povero compagno, reo di aver rovinato la mia vittoria a braccio di ferro.

Beh in effetti la mia idea di normalità potrebbe apparire un po’ contorta, ma certo meglio della vostra che pur di accontentare il disadattato di turno vi contorcete come anguille infarinate nella friggitrice mentre venite scagliate con la fionda addosso al muro della stanza dei giochi.

Bravissima Milena e non smettere mai di andare controcorrente.

Partono a settembre i workshop di lettura organizzati da scrittura efficace a cui parteciperà oltre alla bravissima GiuliaVanda Zennaro ci sarà anche la nostra fondatrice Alessandra Micheli. Vogliamo vedere numerosi iscritti!

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Leggere è un hobby di massa.

Ma è il saper leggere che fa la differenza.

per questo Scrittoria Efficace ha pensato a una serie di workshop a tema letterario, capaci dipresentare e far conoscere le opere dei  più importanti scrittori come Calvin, Hemingway, Dostoevski e Roth.

Saper leggere non significa solo decodificare il codice linguistico, ma evidenziare stili narrativi, iquadrare i temi portanti e i contenuti e applicarli alla realtà di ogni giorno.

Vi aspettiamo numerosi!

 

 

Programma

A settembre si alterneremo video, podcast e risorse più vecchie con nuovi contenuti. Stiamo però preparando tante novità: lanceremo a breve i nostri Workshop di lettura (curati da Giulia Vanda Zennaro e Alessandra Micheli) assieme al nuovo sito; stiamo inoltre registrando i primi Videocorsi (a cura di Valerio Carbone e Flavio Carlini), molti dei quali gratuiti.

WWW.SCRITTURAEFFICACE.COM

Prime anticipazioni
  • Workshop su Calvino
  • Workshop su Hemingway
  • Workshop su Dostoevskij
  • Workshop su Roth
  • Videocorso sulla Scrittura emotiva

 

Fateci sapere quali autori volete conoscere!

 

LE LEGGENDE LUCCHESI RIVIVONO IN MUSICA, ILLUSTRAZIONI E RACCONTI ARRIVA IN LIBRERIA “CHI HA PAURA DEL LINCHETTO?”

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Sgocciola la notte nel grande calderone,

danzano le streghe sopra i rami del Quercione.

Inventano magie,

sussurrano malie,

incantesimi e leggende che sono un po’ tue e sono un po’ mie.

 

 

Viareggio, 10 luglio 2019 – Arriva in libreria “Chi ha paura del Linchetto?” (NPS Edizioni), volume nato dalla collaborazione tra l’associazione culturale “Nati per scrivere” e la band “Joe Natta e le Leggende Lucchesi”, impegnati da anni, ciascuno nel suo campo, nel recupero e nella valorizzazione delle storie e delle tradizioni popolari.

Dall’incontro delle loro passioni, ha preso vita il libro “Chi ha paura del Linchetto?”, un omaggio alle leggende e al folclore del territorio, un diario di viaggio che mescola canzoni, illustrazioni e racconti.

«Le leggende esercitano un grande fascino sugli abitanti di un posto, portandoli a vedere con occhi diversi i luoghi familiari che stanno loro intorno, alla ricerca dei segreti che nascondono. Ma solo viaggiatori attenti possono incontrare le creature fantastiche che popolano la Lucchesia, le Alpi Apuane, la valle del Serchio: fate e folletti, streghi e serpenti volastri, ma anche il diavolo e i suoi emissari» dichiara Alessio Del Debbio, scrittore e direttore editoriale di NPS Edizioni. «Questo volume è dedicato a tutti loro, agli eterni sognatori, convinti che la magia permei e renda più bello e vitale ogni luogo».

Il libro contiene i testi di oltre trenta canzoni di “Joe Natta e le Leggende Lucchesi”, band che da anni gira la Toscana per diffondere, a colpi di musica, l’amore per il folclore, e cinque racconti fantastici di Alessio Del Debbio, già autore della raccolta “L’ora del diavolo”.

Il volume è inoltre impreziosito da venti illustrazioni di Silvia Talassi, musicista e disegnatrice, che ha dato vita alle creature e ai luoghi del folclore lucchese, e dalla prefazione del Prof. Paolo Fantozzi, celebre studioso di leggende e tradizioni popolari.

Chi ha paura del Linchetto?” è già disponibile sul sito NPS Edizioni (https://www.npsedizioni.it/), il marchio editoriale dell’associazione Nati per scrivere, e ordinabile in libreria e su tutti gli store di libri. Presto inizierà il tour promozionale che porterà la band “Joe Natta e le Leggende Lucchesi” e Alessio Del Debbio in varie località della Toscana.

Sinossi

Le leggende esercitano un grande fascino sugli abitanti di un posto, portandoli a vedere con occhi diversi la natura che sta loro intorno, i luoghi familiari, alla ricerca dei segreti che nascondono. Ma solo viaggiatori attenti possono incontrare le creature fantastiche che popolano la Lucchesia, le Alpi Apuane, la valle del Serchio: fate e folletti, streghi e serpenti volastri, ma anche diavoli e loro emissari.

La magia è ovunque e questo breve diario di viaggio vi aiuterà a non smarrirvi lungo la strada per l’ignoto. Perché ciò che non si conosce fa sempre un po’ paura…

Il volume contiene oltre trenta testi di canzoni di Joe Natta e le Leggende Lucchesi, disegni di Silvia Talassi e racconti di Alessio Del Debbio, ispirati al folclore lucchese.

Prefazione a cura del Prof. Paolo Fantozzi.

Gli autori

Joe Natta e le Leggende Lucchesi

Trio acustico formato da Joe Natta (chitarra, voce e armonica), Fabio Rapatmax (tastiera, melodica, kalimba, stilofono, stomp box, otamatone, cori e kazoo) e Ylis (violino, ukulele, ukulele baritono, basso, chitarra 12 corde, concertina, percussioni, otamatone, tin whistle e theremini).

Dal 2014 girano la Toscana per far conoscere le storie e le leggende lucchesi.

Sito: http://www.leggendelucchesi.it

Alessio Del Debbio

Scrittore viareggino, appassionato di tutto ciò che è fantastico e oltre la realtà. Numerosi suoi racconti sono usciti in riviste e in antologie, cartacee e digitali. I suoi ultimi libri sono i fantasy “La guerra dei lupi” (Edizioni Il Ciliegio, 2017), “Berserkr” (DZ Edizioni, 2017) e l’antologia “L’ora del diavolo” (NPS Edizioni, 2018).

Cura il blog “i mondi fantastici”, che sostiene la letteratura fantastica italiana. Presiede l’associazione culturale “Nati per scrivere”, che organizza eventi e incontri letterari. Tiene laboratori e workshop di scrittura e lettura creativa e editoria, in giro per l’Italia.

Sito: http://www.imondifantastici.blogspot.it

L’associazione culturale Nati per scrivere nasce nel 2016 da un gruppo di appassionati lettori, decisi a promuovere la cultura del libro e a valorizzare gli scrittori emergenti, soprattutto locali. Organizza eventi e incontri letterari, reading e laboratori di scrittura a Viareggio e nei dintorni. Nel 2018 ha lanciato il marchio editoriale NPS Edizioni, specializzato in libri fantasy, horror e mistery per tutte le età.

Dati libro 

Titolo: Chi ha paura del linchetto?

Sottotitolo: Storie e ballate del folclore lucchese.

Autore: Joe Natta e le Leggende Lucchesi – Alessio Del Debbio

Editore: NPS Edizioni

Genere: Raccolta di racconti fantastici, disegni e testi di canzoni

Formato: cartaceo e digitale

Prezzo: 10 euro (cartaceo), 2,99 euro (digitale)

Pagine: 126

ISBN: 978-88-31910-18-7 (cartaceo) / 978-88-31910-19-4 (digitale)

Uscita: 15 luglio 2019

Illustrazioni interne di Silvia Talassi.

Grafica di copertina di Mala Spina.

Disponibile in digitale su tutti gli store di ebook.

Amazon (Kindle): https://www.amazon.it/dp/B07V8SVYTR/

Disponibile in cartaceo in tutte le librerie online e fisiche.

Sito NPS: https://www.npsedizioni.it/p/chi-ha-paura-del-linchetto

Review party “Prova d’innocenza” di James Patterson e Andrew Gross. A cura di Alessandra Micheli

 

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Cosa si è disposti a fare per modificare totalmente la propria vita?

Quando si è nati dalla parte sbagliata del mondo, ci sono solo due vie: accettare il proprio fato e il proprio ruolo sociale, o imporsi al destino e scegliere noi il finale da scrivere.

Se uno sceglie la prima via accettare, non fa altro che sottomettersi al volere societario, al diktat della logica di una comunità che, in fondo ma non tanto, ha bisogno di barabba e di Maddalene da redimere.

Chi invece ha l’ardire di prendere la seconda via, impervia ma forse la più gratificante, si trova davanti il più invisibile e strisciante dei pericoli: che il suo riscatto sia soltanto apparente.

Ed ‘ è quello che ci mostra il protagonista Ned.

Deciso a togliersi da dosso il fango della provincia anzi del sobborgo in cui è nato, accetta di partecipare al grande salto di qualità.

Peccato che sia un salto apparente.

Il vero cambiamento di origini e di vita, entrambi sono legati uno con l’altro, lo si attua soltanto se si recide una sorta di catena che ci lega e ci convince della nostra identità.

E appartenenza.

E cosi uno nato in una famiglia dedita alla delinquenza spesso sente di avere il DNA sporco e un po’ come suggerì Lombroso, di essere marcio alla nascita.

Per riscatto, quindi, non si intende lo stravolgimento totale e irreversibile di questa tendenza.

Non significa il togliere definitivamente la macchia dal proprio io o semplicemente accorgersi che essa non esiste.

Significa, riuscire laddove gli avi, i parenti, gli antenati non sono riusciti: il colpo perfetto.

Ma, ironia della sorte, non si realizza un vero cambiamento, una vera evoluzione.

Delinquente sei e delinquente resti.

Magari più fortunato.

Magari più venerato dal tuo quartiere.

Ma sempre ancorato all’esigenza che questa marcia società, questo degradato pese pone come unica legge non scritta.

Quello di creare perfette casta ognuna asservita all’altra.

In queste caste non ci sono speranze di redenzione: i ricchi stanno con i ricchi, e servono come incentivo per aderire ai valori societari più infidi.

I poveri e gli sfigati restano tra loro, e servono ai tanti probe cittadini per sentirsi migliori, per evitare di guardarsi allo specchio e sopratutto. Come monito per chi non aderisce alle loro deliranti idee.

Se non sei un borghese perfetto devi essere un perfetto criminale.

E essere un perfetto criminale significa mantenere in perfetto equilibrio la società.

In questo testo, Patterson e Gross non ci stanno e propongono un alternativa nel loro giallo che profuma soavemente di denuncia sociale.

Magari lieve, magari soffusa ma brillante e orgogliosa con quella sua voce tonante che rivela scabrosi dettagli della società americana ma anche della nostra.

Il colpo mancato di Ned non è la sua disfatta.

E’ si un percorso verso l’abisso ma un abisso redentivo.

Perché nella sua sfrenata corsa verso lo svelamento della verità, lui ritrova se stesso.

Ritrova il suo vero io quello ammaccato da tante, troppe sconfitte, che relegano gli ultimi in un angolo pronti a essere sacrificati per i deliri dei potenti.

Ned invece cambia totalmente la sua storia.

E cosi anche la storia degli altri.

Redime non solo la sua personale storia ma anche quella familiare.

Perché chi è capace di dire no e di trovare in se stesso la forza di rialzare la testa, di non farsi abbattere dalla via più facile, di non lasciarsi sopraffare dall’orrore della corruzione allora è già salvo.

E ‘ un uomo già redento.

E’ un innovatore proprio perché sceglie di non accettare i dogmi di un mondo che in fondo, ci vuole tutti sottomessi, perdenti e impegnati a fare la guerra uno con l’altro.

Un libro coinvolgente, a tratti sognante, venato di quella malinconia di un’America che il suo sogno lo sta perdendo giorno per giorno.

La Triskell editore presenta “Le ossa sotto la pelle” di TJ Klune (Traduttrice: Claudia Milani). Imperdibile!

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Trama: 
È la primavera del 1995 e Nate Cartwright ha perso tutto: i suoi genitori sono morti, suo fratello non vuole più avere niente a che fare con lui e, ciliegina sulla torta, è stato licenziato dal suo lavoro di giornalista a Washington DC. Senza più prospettive, decide di trasferirsi nella baita vicino a Roseland, il paesino di montagna dove la sua famiglia era solita trascorrere l’estate quando era piccolo, per provare a dare una nuova direzione alla sua vita.
La piccola costruzione tra i boschi dovrebbe essere vuota.
Così non è.
Dentro ci sono un uomo di nome Alex e un’incredibile ragazzina che si fa chiamare Artemis Darth Vader e che non è esattamente ciò che appare.
Presto diventa chiaro che Nate deve compiere una scelta: annegare nei ricordi del passato o combattere per un futuro che non avrebbe mai creduto possibile.
Perché quella ragazzina è speciale e su di loro stanno calando forze il cui unico scopo è controllarla.

 

Dati libro 

Data di pubblicazione: 15 Luglio

COLLANA: RESERVE

Titolo: Le ossa sotto la pelle
Titolo originale: The Bones Beneath My Skin

Autore: TJ Klune
Traduttrice: Claudia Milani

ISBN EBOOK: 978-88-9312-536-9
ISBN CARTACEO: 978-88-9312-539-0

Genere: Sci-fi
Lunghezza: 400 pagine

Prezzo Ebook: € 6,99 (in promozione a € 4,99 per le prime due settimane)
Prezzo cartaceo: € 15,00

“Ombre di vetro. Bologna non muore mai” di Fabio Mundadori Damster editrice. A cura di Francesca Giovannetti

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Qualcosa di regalato. Qualcosa di smarrito. Qualcosa che non verrà mai restituito”

Da qui inizia il tutto.

La ricerca di un sadico serial killer, ricomparso dopo 30 anni, conduce l’ispettore Naldi in uno spaventoso viaggio nel tempo.

Sospeso fra l’indagine passata e quella presente, la tenacia e l’intuito di questo protagonista sono la forza principale del romanzo.

Una storia intrigante e spietata, scritta in modo sapientemente crudele ed elegante. La penna di Fabio Mundadori svela quel tanto che basta, tenendo il lettore col fiato sospeso, intento ad elaborare personali teorie sulla soluzione del caso.

Luci e ombre, sacro e profano.

La sacralità di un bambino portato in grembo lacerata dall’efferatezza del crimine, la sacralità della religione contaminata da antiche credenze popolari, un sacerdote la cui devozione vacilla.

In tutto ciò i due protagonisti, Bologna e l’ispettore Naldi; non possono esistere l’una senza l’altro.

Ogni strada, edificio, locale o aerea di periferia è territorio di questo personaggio fuori dall’ordinario, che ha imparato a trasformare la sua maledizione in un prezioso alleato. Non si può e non si deve svelare oltre.

Una trama complessa e articolata, espressa in maniera impeccabile.

Ogni pezzo trova il suo posto, senza forzature.

Un noir vero, italiano, abile.

Una scrittura raffinata, lontana dalla commercializzazione che spesso in maniera turbolenta, arriva da oltre oceano.

Nessuna spettacolarizzazione fuori luogo, ma un’opera da manuale, studiata e resa viva da un ritmo crescente.

Un equilibrio di stile che dona lo stesso, alto, livello a dialoghi, descrizioni, caratterizzazione dei personaggi.

Una trama non scontata, mai banale, con un epilogo che lascerà senza fiato.

Assolutamente consigliato.

“Victorian Vigilante. Le infernali macchine del dottor Morse” di Vittoria Corella e Federica Soprani, Nero Press editore. A cura di Alessandra Micheli

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La scienza per me è una vera passione.

Ma questa passione non è libera di scorrere impunemente.

Non è tutto lecito in suo nome.

Non è una scusa per venerare qualsiasi impulso o curiosità, scevra da un senso di rispetto per qualcosa di immanente che io chiamo l’eterno.

Amare e venerare la scienza è una forma di fede, quella che ti spinge a incontrare dio nei numeri, nei dati, negli esperimenti, accompagnato da un costante senso di meraviglia e riverenza.

E’ l’emozionarsi davanti alla perfezione delle formule chimiche, davanti all’intramontabile immutabilità delle costanti di natura.

Al meraviglioso viaggio nel vero paese delle meraviglie, che è possibile compiere con un microscopio, laddove una goccia d’acqua è un piccolo cosmo, dove un soffice fiocco di neve è una mirabile opera d’arte.

Ed è cosi in ogni appuntamento con la storia naturale, l’etologia, la botanica la biologia e la chimica.

E cosa dire dell’astronomia?

Quell’incontro con la maestosità di un universo in crescita che ci fa sentire spaventosamente piccoli ma parte di un progetto meraviglioso. La scienza è connessa con la religione, quando con rispetto e pudore intende capire i legami che ci uniscono in questo ingranaggio perfetto e sentirsene parte.

E’ la conoscenza che ci fa, semplicemente, osservare il sublime volto di dio, un dio che non è separato da noi da chissà quale distanza siderale, ma è immanente.

Nessun vero scienziato è ammantato dal sogno di onnipotenza.

Perché il potere fa parte del mondo e il vero scienziato è si nel mondo, ma non del mondo.

E’ sacerdote e bambino, è incanto e gioia.

Responsabilità e rispetto.

Perché quando si è consapevoli di far parte di un organismo che ci contiene e ci trascende, si è più attenti, più partecipi e più responsabili di ogni singolo filo invisibile che ci lega uno all’altro.

E questo senso di appartenere alla grande ragnatela dell’esistenza, ci rende maniacalmente attenti a ogni azione, perché essa non generi un onda d’urto che ne danneggi l’incredibile bellezza.

Chi ama la scienza non sogna l’immortalità, perché si sente già immortale interiorizzando la massima che “nulla si crea e nulla di distrugge”.

In victorian vigilant, il senso autentico della scoperta scientifica, viene perduto nel mare impetuoso e oscuro del sentimento di rivalsa.

A muovere il dottor Morse non è l’amore per la conoscenza, ma la volontà semplice e bambinesca di urlare a un mondo distratto “ora ti faccio vedere chi sono”.

E solo un uomo davvero senza dio, inteso però come coscienza, può manipolare il corpo e non usare le capacità per migliorarlo, ma piuttosto per dominarlo.

In un adrenalinica corsa verso il riparare torti reali o apparenti, Victoiran vigilante si muove sulla scena di un’epoca vittoriana che sta lentamente decadendo.

La grandeur britannica è in asfissia.

I sentimenti di rappresaglia delle sue colonie sono voci sempre più potenti.

Le contraddizioni tra la volontà di mostrarsi come guida al mondo, cosi come dovrebbe fare un vero impero e le sue atroci contraddizioni sociali la stanno spezzando.

La società inglese è un morto che cammina, cosi come tanti romanzi perfettamente ci descrivono.

Non è un caso che i romanzi neovittoriani, descrivono la società oramai decadente usando il simbolo del vampiro, colui che pur deceduto non rinuncia a succhiare la linfa vitale di tanti poveri elementi sacrificabili, non a caso scelti tra i perdenti che brulicano i dock o White Chappel.

E’ una nazione alla ricerca di un nuovo senso da dare alla sua esistenza, di nuovi valori e di un nuovo sentimento comunitario che il colonialismo non può più dare.

Ecco che la soluzione la si ritrova in un finto amore per una scienza, che non è altro che una nuova maschera per il vecchio musicante che spavaldo non cambierà mai le sue note.

E sarà sempre la volontà di potenza degli uomini che si sentono piccoli e spauriti davanti al tempo che passa, a un evoluzione che non guarda in faccia i nostri bisogni, a una legge, quella della retroazione, che ci fa scontare le nostre sviste.

La scienza del dottor Morse è il gesto disperato di chi non riesce a trovare una via alternativa alla logica di dominazione, che sta mostrando tutte le sue falle, lasciando che il mare della vita la inondi, la distrugga e la devasti.

In questo scenario tipicamente e deliziosamente decadente e steampunk nel suo originario senso (la bellezza del progresso al servizio dei più miseri obiettivi) coinvolge uomini e donne che tentano di vivere al meglio in questo mondo disperato.

Rachel che in un ultimo atto di redenzione cerca di riparare alle sue scellerate visioni.

Mordecai vittima e carnefice inconsapevole come l’eroe graaliano dei suoi doni.

E i due eroi, stesse facce di una medaglia chiamata giustizia: Percy e Malachy.

Entrambi i volti di quell’umanità che desidera ancora fregiarsi dell’aggettivo umano e che ha solo due strade davanti a se per la redenzione: la purezza dell’ideale e il coraggio di scendere nell’abisso.

In questo mondo che crolla, Percy è l’eroe classico, puro, guidato da alti ideali incapace di soccombere alla tentazione.

Ma pertanto evanescente, come la notte a cui appartiene e troppo irraggiungibile per poter essere imitato.

E poi c’è l’uomo di ogni giorno, che cade, si ferisce, rimane gemente e piangente nell’abisso.

Sbaglia, odia, compie errori.

Ma proprio per questo lì, in quella profonda voragine capace di attutire tutti i rumori, è cosi coraggioso da alzare lo sguardo.

E vedere le stelle.

E decidere in un atto difficile ma sublime di raggiungerle.

Che sia amore, o rimpianto, o dolore, il vero eroe non è il puro, il paladino perfetto.

Ma chi crolla e piange si suoi errori e da quelle lacrime fa nascere una coscienza nuova:

Alla fine siamo frutto tanto delle nostre colpe quanto dei

nostri meriti. Combattiamo nelle tenebre senza sapere se

meriteremo la luce. Combattiamo perché non possiamo fare

altro. Perché qualcuno lo deve fare. La guerra ha delle regole

che non appartengono agli uomini, non appartengono a Dio.

Appartengono solo a chi la combatte.

A chi vigila nell’oscurità notte dopo notte.”

Che un vigilante, un paladino, possa lasciare e pagine di questo libro disperato e poetico e irrompere in  questo post moderno traballante, specchio di quella società che ieri crollava.

Oggi, il nostro orgoglio umano non fa altro che contemplare una   società morente, incapace di distogliere lo sguardo attonito dall’orlo di un abisso senza fine, oscuro e senza speranza.

E allora come nell’epoca vittoriana anche oggi abbiamo bisogno di eroi, di ideali da stringere a noi.

Anzi.

Tutti noi dobbiamo essere eroi di ogni perduto, faticoso giorno.