Nuova uscita Harper Collins da non perdere “TEA. Storia quasi vera della prima messia” di Daniela delle Folgie, Michela Giraud, Laura Grimaldi, Serena Tateo.

Tea, l’amica che nessuna vorrebbe.

Ma se fosse lei l’unica in grado di salvare il mondo?

Quattro giovani autrici comiche per un romanzo ironico,

inaspettato e attualissimo.

“Un libro scritto da donne ma che sa parcheggiare.”

BADFEMINIST.COM

“Il peggior libro della storia.”

RIVISTA MASCHILISTA ITALIANA

“L’ennesimo disastro del 2020.”

TUTTI

***

Le autrici sono quattro giovani comiche: da La TV delle ragazze – 30 anni dopo a Stand Up Comedy, da Natural born comedians a Sbratz, i loro lavori sono seguitissimi e apprezzati dal pubblico e dalla critica.

Un originale romanzo collettivo che racchiude una satira sferzante, divertentissima e quanto mai attuale, sulla condizione della donna oggi.

Ci sono quattro ragazze. C’è Caterina che, senza nemmeno sapere bene come, è diventata una “influencer body positive”. Posta le sue foto sui social, e grazie a lei molte ragazze e donne hanno iniziato ad accettare il proprio corpo. Finché un giorno, a un evento a cui sta partecipando, si presenta una follower un po’ particolare, Tea…

C’è Nora, copywriter pubblicitaria, che lotta nella selva oscura del precariato, tra capi inaffidabili, diritti mancanti e bong. Finché un giorno non risponde a uno strano annuncio e incontra la sua potenziale nuova datrice di lavoro: Tea…

C’è Flaminia, sangue al cento per cento pariolino, bionda, bella, laureata in storia dell’arte e pronta a sposare Alberto, sangue al cento per cento pariolino, rugbista, buono, ricco, bello. Finché un giorno non conosce la prima fidanzatina del suo promesso sposo, una ragazza stralunata e bislacca di nome Tea…

E infine c’è Lisa, che un giorno si risveglia in obitorio, dopo essere morta senza ricordare né come né quando. Ed è così che, dopo tanti anni, incontra la sua sorellastra, creatura egoista e indisponente che non riesce a sopportare: Tea…

Ma chi è Tea, che sembra venire da un altro pianeta e, nonostante la sua irritante vaghezza, le sue idee assurde (come organizzare una campagna marketing per ricordare alle donne che il loro posto è in cucina e al tavolo da stiro, sempre un passo indietro ai loro mariti), è così irresistibile?

Quattro giovani autrici comiche si sono unite per scrivere un romanzo ironico, surreale e divertentissimo che parla di tante cose serie, dal ruolo della donna nel XXI secolo al precariato giovanile, dalle aspettative sociali alla depressione. E sono partite da una domanda fondamentale: che cosa succederebbe al mondo se all’improvviso arrivasse la prima messia donna?

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DANIELA DELLE FOGLIE (1983) ha scritto serie tv tra cui Don MatteoExtravergine Summertime e ha lavorato come autrice all’ultima edizione di CCN (Comedy Central News). Ha pubblicato il romanzo La felicità delle suore e il memoir L’amore va nell’umido? (Mondadori). Ogni tanto, quando ha bisogno di parlare con qualcuno, sale sul palco per fare della stand up comedy.

MICHELA GIRAUD è nata a Roma nel 1987. Si laurea in Storia dell’Arte alla Sapienza, ma diventa una attrice e una comica. Ha condotto CCN CCN il salotto in onda su Comedy Central, ha lavorato per Sky e Rai (La TV delle ragazzeSorci verdiIl posto giusto) e sul web è la protagonista dei video di Educazione cinica. Gira l’Italia con i suoi spettacoli di stand up comedy, ma ha anche dei pregi.

LAURA GRIMALDI (1988) è una sceneggiatrice di serie TV, film, documentari e a volte recita perché le placa l’ansia. Ha scritto Sbratz, sketch comedy al femminile, ed è tra gli autori dei programmi di Serena Dandini. La TV delle ragazze Gli Stati generali.

SERENA TATEO, (1991) è tra gli autori dei più recenti programmi di Serena Dandini: La TV delle ragazze Gli Stati generali. Ha creato Sbratz, scritto per i The Jackal, lavorato con i The Pills e si è umiliata con la stand up comedy.

“Il giorno dopo il lieto fine” di Alice Chimera, Segreti in giallo edizioni. A cura di Alessandra Micheli

Non ditemi che sono l’unica bimba che odiava mortalmente Cenerentola, Biancaneve, Bella e tutte le principesse disney?

Se è cosi comprendo perché io sono fondamentalmente equilibrata e mi accorgo subito del marcio sotto il tappeto, o del pelo blu nella barba del mostro.

Perché a volte quelle fiabe che un tempo nacquero per educarci a diventare donne, oggi come ieri, hanno perso tutta la loro carica realistica.

Si miei adorati lettori.

Le fiabe non erano un vissero per sempre felici e contenti, un tripudio di unicorni e nuvole rosa, fiori e uccellini canterini.

E splendide idiote impegnate a cantare e a farsi sopraffare inebetite e addormentate dalla malvagia di turno.

Donne senza la spina dorsale per soffrire e per rinascere da quella stressa sofferenza.

Non sono figure al pari della fanciulla senza mani, Di Vasilissa, o della stupenda donna scheletro.

Fiabe che ci insegnavano non solo a essere donne, ma sopratutto persone.

Ogni fiaba per insegnarlo doveva assolutamente essere nera, cupa e oscura.

Non solo luce.

Perché la vita è cosi.

Un alternarsi di giorno e di notte, di speranza e di annichilimento, di buio e di luce.

Di dolore e attimi brevi di gioia.

Ma sopratutto di morte e di vita e ancora vita, nonostante la devastazione.

Io ho avuto la fortuna di avere una madre che mi ha iniziato cosi come si faceva nei tempi antichi, all’arte della vita.

Ho visto con lei tutto, arcobaleni e tormente, uragani e notti stellate ammantate dall’odore della terra bagnata dalla pioggia.

Ho scalato montagne e arrampicata su declivi irti di rovi, con le mani sanguinanti e ho gioito perché avevo raggiunto la cima della montagna. E da li ho ammirato il mondo, cosi piccolo rispetto alle nostre misere concezioni umane.

Ho toccato abbiasi orribili e cieli sconfinati.

Ho vissuto.

Perché per me le favole non erano un e vissero felici e contenti.

Ma un semplice e vissero, nonostante tutto il brutto che esiste, nonostante il non bello che se adeguatamente sbrogliato, diventava meraviglia e stupore.

E cosi Alice Chimera vi regala non solo una raccolta di fiabe alternative, che alternative non sono in realtà.

Ma vi regala la vita, quella vera, quella fatta di discese e salite, di mari e di claustrofobiche prigioni.

Non sta revisionando la fiaba.

Sta soltanto eliminando il politicamente corretto e diventa oggi nella narrazione, quella madre amorevole che incarna i tre volti della divinità, compreso quello di signora morte, del dolore e della sofferenza.

E si siede attorno al fuoco e vi incanta con la sa bravura, restituendo tutte le principesse edulcorate da una finta morale, il valore che avevano. E cosi Cenerentole diviene la fanciulla pura che viene iniziata ai misteri del talamo.

Senza però che questi provochino svenimenti e orgasmi alle cinquanta sfumature.

Ma che diventano assenza di luce, perché Cenerentola non aveva chi spiegava lei il valore del corpo e il rispetto per questo valore. Cenerentola era una donna che non ha MAI agito.

Abituata a obbedire, è passata senza una vera scelta dalle mani della matrigna a quella di un principe che non brillava certo per arguzia.

Del resto innamorarsi solo dopo un ballo, solo perché Cenerentola era sistemata, e elegante non è proprio l’amore che ci meritiamo.

E già dall’inizio altro che romanticismo.

Era uno uomo abituato a ottenere tutto, che non ha affatto voluto la donna, ma il simbolo per usarlo a proprio piacimento.

E cosi i sogni che non vengono annaffiati di sudore e fatica, divengono incubi.

E poi abbiamo biancaneve.

La algida principessa ossessionata in fondo anch’essa dalla bellezza, unica sua risorsa. Che nel peccato di una mela, si perde, inesorabilmente. Eppure quella sua morte e rinascita, non ha portato a nessun cambiamento.

Una donna educata a subire, spesso non fa altro che trasformare questo trauma in ossessione e in problemi di personalità.

E biancaneve in fondo è questo.

Colei che si addormenta ma in fondo non si risveglia di sua volontà.

E’ sempre un altro.

E cosa dire della sirenetta?

Per amore rinuncia a se stessa alla sua natura profonda.

E’ sempre lei che rinuncia al mare per diventare donna.

Non è mai il principe a dire aspetta ci provo io cambiare per te.

E cosa di buono può nascere da questa situazione?

Lei che può essere duale, vivere in acqua e sulla terra, è convinta che amore significa sacrificio.

E ovviamente il suo.

Ma senza la propria essenza profonda…alla fine viene costretta a uccidere una parte di se.

Non fatelo mia donne.

Non scegliete tra voi stesse e l’amore.

Chi vi dice di farlo è un demone infernale.

Voi potete avere tutto, essere sirene e amare un uomo.

Bella colei che libera la bestia, in fondo però non libera l’intero castello dalla maledizione.

Chissà cosa si cela dietro le stanze ora vuote.

Chissà cosa prova chi ha dovuto subire la metamorfosi per colpa di un principe stolto.

E cosi Alice lo racconta, e sorride.

Certo il suo racconto è degno di un Walpole, o di una Radcliffe, ma vale ogni minuto di lettura.

E poi abbiamo lei la mia Alice.

E sono molto esigente con lei perché è e resta il mio libro preferito.

Alice in the wonderland, la storia di chi nel regno altro trova forse se stressa.

Sapete cosa odio della Disney?

L’aver tolto dal libro di Carrol una certa oscurità.

Il regno altro, delle meraviglie, non è affatto adorabile.

Non solo almeno. E no certo secondo i nostri canoni umani.

Il regno è appunto altro, è qualcosa che vive nei sogni come un folletto dispettoso e ci dice, ci sussurra che non non apparteniamo alla terra.

E’ bizzarro, assurdo e inquietante.

Segue le sue regole non le nostre.

E questo ad alcuni fa provare un atavica paura.

Quella del diverso, quella del caos.

Alice in Carrol ha situazioni al limite del dark.

Fiori paranoidi, un te fatto di pazzi, una regina con manie omicide.

Tutto in Lewis ha la bellezza oscura dei miti celtici.

Perché l’altro mondo non è per tutti.

E cosi chi varca le porte del regno, è perché in fondo ha dentro di se quel weird che lo rende alieno dalla società del suo tempo.

Odia le convenzioni, odia rivestire un ruolo, odia etichetta e convenzioni.

E’ un folle e sogna di prendere il te con il Cappellaio matto, e deridere la regina assieme al meraviglioso stregatto.

Meraviglioso è un termine che oggi è stato privato dalle sua controparte caliginosa.

Meraviglioso è degno di riverito rispetto, ma è anche terribile perché sovrumano.

Incredibile, cosi grande da dare un senso di smarrimento e terrore.

E Alice è tutto questo, l’ansia ribelle di chi in questo mondo non ci si trova e lo capovolge, di significato, di senso e di emozioni.

Ecco perché Alice è amata da pochi.

Ecco perché in questo brano, delicato e toccante, si esprime tutto l’amore per il non senso.

Alice Chimera è una di noi.

E’ una scrittrice che al consueto non strizza gli occhi.

E sono certa che in questo libro che sembra un incantato canto, lei renda omaggio al regno della fantasia.

Quello vero, non quello confezionato dal business.

A quelle favole che oggi sono solo passatempi.

Ma che per noi, pochi e scelti da un destino forse infausto sono solo la mappa, per tornare a essere noi stessi, matti come il cappellaio, ghignanti come lo stregatto, e forse un po’ folli come Regina bianca.

Ma felici e profondamente liberi.

***

Per te

che ancora oggi nei miei sogni

prendi il te con la lepre marzolina

e ridi degli nido indovinelli del cappellaio.

In ricordo dei nostri te e di quella complicità che ci rendeva strane e bizzarre.

Senza di te oggi, quel te non ha lo stesso sapore.

Ma continuo a prenderlo e a strizzare gli occhi sorridendo

perché so che dall’altra parte tu fai lo stesso.

E allora brindo a te mamma

con un te fatto di raggi di luna.

“L’abbraccio dell’albero” di Sebastiano Latini, Ensemble. A cura di Patrizia Baglioni

Tutti noi abbiamo un luogo in cui ci sentiamo al sicuro, una coperta di Linus immaginaria che ci circonda e spesso nasconde da un mondo che sa solo ferire.

Il protagonista di questo romanzo, si siede al riparo della sofferenza sotto un grande albero alla fine della via.

Lui è un bambino e l’albero è un amico con cui condividere le lacrime, un confidente a cui rivelare la propria solitudine e da abbracciare nei momenti peggiori.

L’ABBRACCIO DELL’ALBERO di SEBASTIANO LATINI pubblicato da Edizioni Ensemble, è un romanzo intimo, intenso, che parla di crisi personale e dolore familiare, ma soprattutto è una storia di rinascita e coraggio.

Lo scritto si apre sul quartiere Pietralata negli anni Ottanta, in una delle tante palazzine popolari costruite con opere di “edilizia economica”.

Lo scrittore descrive con dovizia di particolari la zona in cui il protagonista cresce e vive le sue prime esperienze.

Per ogni bambino la casa è un luogo sicuro, in cui tornare e invece per il piccolo popolano, ogni rientro è segnato dalla tensione e dalla violenza.

E’ suo padre a fare il bello e il cattivo tempo in famiglia, a seconda dell’alcool che ha in corpo, la vittima prescelta è di solito sua madre, donna remissiva e fragile che lui non sa ancora difendere.

Il bambino inizia a fare della sofferenza inflitta un’abitudine e la accetta senza combattere, dando per scontato che così deve essere in un crescendo di situazioni che lo umiliano e lo segnano per sempre.

La reazione non arriva neanche quando due ragazzi provano a fargli violenza sessuale,

“Ero quasi rassegnato alla sofferenza, tutto quello che mi capitava sembrava fosse giusto che mi succedesse. Sembrava che di sofferenza, di dolore ne avessi talmente tanto, che accumularne dell’altro mi sembrava quasi giusto. Soffrire mi sembrava giusto, ormai mi ero rassegnato, era nel mio Dna.”

L’angoscia arriva dritta allo stomaco del lettore perché quelle non sono solo le parole di un bambino, ma di tanti che come lui perdono fiducia negli adulti e speranza nel futuro, sconfitti da un dolore troppo grande da affrontare.

Ma la storia continua, il giovane cresce e prova anche ad amare, a liberarsi del suo passato, ma c’è sempre qualcosa che gli ricorda che lui non è fatto per essere felice e il malessere esistenziale lo allontana dal lavoro e dalle persone che gli vogliono bene.

In un giorno in cui il limite di autodistruzione sembra raggiunto, va ad un colloquio per un nuovo lavoro.

Lo fa con il suo disinteresse solito, ormai più nulla sembra importargli, prima dell’assunzione deve frequentare un corso e qui ascolta parole che gli cambiano la vita, Giuseppe, il relatore sta parlando di chi perde speranza e pensa che tutto ciò che non va dipenda dagli altri, Giuseppe sta parlando di lui, di quel bimbo ormai adulto deluso dalla vita.

Ogni parola sembra risvegliarlo da un lungo torpore e nella lezione finale quando saluta Giuseppe, il giovane scoppia in un pianto dirotto, ha affrontato le sue paure ed è pronto per rinascere… e anche per il nuovo lavoro.

Vendere case gli piace tantissimo e gli riesce bene, l’uomo colleziona un successo dietro l’altro, manca solo l’amore e arriva Sara, una ragazza che incontra al bar di fronte all’ufficio.

Ma la paura di non essere corrisposto gli fa vivere i primi giorni della sua storia con ansia, euforia e aspettative troppo alte, una giostra di emozioni si alternano, nonostante il suo impegno, non è ancora riuscito a trovare un equilibrio, ma Sara capisce.

Manca ancora molto.

Ma questa non è una storia da raccontare, bisogna viverla tra le pagine, immedesimarsi è facile, Latini ci aiuta offrendoci scorci di vissuto che sembrano nostri.

Il linguaggio è fluido e le descrizioni attente di luoghi, persone e stati d’animo arricchiscono questa storia in modo prezioso.

Tutti siamo il risultato del nostro passato e più che liberarcene possiamo elaborarlo e accettarlo ma spesso ci serve una guida, una voce amica che ci aiuti a riappacificarci con noi stessi.

Questo libro racconta un percorso di crescita e cambiamento, tutto inizia sotto il grande albero e inaspettatamente, tutto finisce lì.

***

Il quarantaquattrenne Sebastiano Latini è nato e vive nella sua amata Roma insieme a sua moglie e i suoi tre figli. Da sempre appassionato alla scrittura ne ha fatto un confortevole rifugio dopo giornate di lavoro, da cui prende ispirazioni.

Il blog consiglia “Marta e Joseph. Una nota nel cuore. Prequel” di Ilaria Mossa. Da non perdere!!

Dopo quella sera, capii che l’amore era un processo lento, come un virus che ti entra nella pelle quando meno te l’aspetti e poi, all’improvviso, ti ritrovi con un mal di pancia atroce. Da un giorno all’altro, ti ritrovi ad amare una persona ma non sai nemmeno quando è iniziato, qual è stata la causa scatenante. Succede e basta. Il tuo cuore batte all’impazzata quando sei insieme a lei ma non capisci in quale esatto momento ha iniziato ad accelerare.

Alla Moz-Art è tempo di prime volte e cuori in subbuglio. Sono gli anni Novanta e in America si respira una certa aria di ribellione e cambiamento che non fatica a riversarsi anche sugli adolescenti. Marta non ha mai conosciuto un ragazzo introverso, dagli occhi dolci e la capacità di ascoltare come Joseph. Anzi, i tipi come lui nemmeno li guarda. Di solito. Ma, come spesso accade nella vita, l’amore si rivela nei luoghi più inaspettati.

I genitori di Marta, però, non vedono di buon occhio quel ragazzo insicuro, povero, così diverso da ciò che si aspettano per la propria bambina. Così, fra pazzie e incertezze, Marta e Joseph dovranno fare i conti con il futuro per capire se il cuore ha la priorità o gli ostacoli sono troppo grandi da superare.

Il libro contiene lo spin off “18 anni dopo”!

L’autrice:

Ilaria Mossa è nata a Bari il 20 ottobre 1993. Grazie alla piattaforma Wattpad, nel 2016, si è innamorata della scrittura e ora non può più farne a meno. “Una nota nel cuore” è il suo romanzo d’esordio.

Facebook: www.facebook.com/MossaIlaria

Instagram: www.instagram.com/ilarymossa

Twitter: twitter.com/ilary933

Wattpad: www.wattpad.com/user/Ilaria_Mossa

Email: mossailaria@gmail.com

Informazioni:

Titolo: Una nota nel cuore – Marta e Joseph (Prequel)

Autore: Ilaria Mossa

Genere: Romance

Editore: autopubblicato

Prezzo ebook: 2,99 € (prezzo preordine 1,99)

Prezzo cartaceo: Da definire

Data di pubblicazione: 30 settembre 2020

Preordine: dal 23 settembre

“Extrema ratio” di Michele Rocchetta, Edizioni Epoké. A cura di Alessandra Micheli

I corsi e ricorsi storici di stampo vichiano ci insegnano che in fondo, gli eventi si susseguono prendendo spesso le stesse sembianze di quelli che li hanno preceduti.

La differenza è in una sorta di evoluzione o involuzione che il fato beffardo sembra donargli come peculiare identità.

Ed è questa mancata idea di una sorta di circolarità che rende la storia si, affascinante ma anche molto delicata.

Quello che ci accade è frutto di un istante, di una coincidenza, di un ritardo e di un attimo flebile e fragile eppure dotato di una potenza interiore capace di finire negli annali delle biblioteche.

Se esiste un universo parallelo e io ci credo, perché credo fortemente negli studi di Einstein e nelle scoperte della fisica quantistica, sicuramente il dettaglio cosi ignorato ha modificato di netto gli scenari. Magari è frutto di una svista.

Di una scelta diversa causata dalla fretta, da un foglio che il vento ha fatto volteggiare.

Ogni evento storico ha, quindi un fratello o una sorella, che ci insegna molto di quanto ogni scelta va ponderata e spesso afferrata in nome della ragion di stato o del bene del popolo.

E’ quello che ci racconta Michele Rocchetta con i suoi due libri.

L’ombra del duce e extrema ratio non giocano sul filo della fantasia, o dell’immaginario.

Ma su quello delle probabilità, dei se e di quei piccolissimi sassolini che dirigono il corso della storia.

E’ questione di scelte, di distrazioni e di attimi fuggevoli.

Perché i percorsi storici sono tanti e infiniti e seppur proseguono per una determinata strada, frutto chissà della casualità, in un altra parte o in un altro arco temporale essi si ripresentano, creando agli occhi di noi studiosi quel caratteristico percorso a spirale.

Gli imperi crescono e maturano, a tratti crollano ma riemergono a volte peggiorati o a volte migliorati.

E cosi i dittatori.

Ne abbiamo tolto dal trono uno in carne e ossa, e incoronato un altro meno reale ma ancor più disastroso: il dio della Borsa.

Colui che con termini altisonanti sta mandando il nostro mondo verso un altra atroce guerra mondiale.

Solo che non ce ne accorgiamo.

Nell’ombra del duce succede la stessa cosa, il famigerato autarca si è salvato.

Tutto per una strana “coincidenza”: Hitler si trovava in una parte del suo bunker, magari al centro del pavimento quando l’ordigno che doveva eliminarlo è esploso.

La riuscita del progetto Walchiria.

E stavolta, in questo arco di tempo non si è affatto salvato.

Anzi.

Grazie a quell’attentato nel 1944 la guerra si è fermata.

Apparentemente.

Nessuno è penetrato nel cuore della Germania nazista, e nessuno ha potuto spartirsela.

Anzi essendosi liberati da soli da quella diabolica presenza, i tedeschi possono mettersi al tavolo delle trattative.

E il mondo ne esce davvero sconvolto e modificato: un congresso di Vienna crea schieramenti e nuovi equilibri.

L’Europa è neutrale e pertanto è nel mezzo della lite delle due superpotenze, senza necessariamente essere costrette da una sorta di debito di riconoscenza, a accogliere uno o l’altro sistema politico.

E l’Italia?

Mussolini è vivo.

Il che significa che i suoi non sono affatto sconfitti, ne si sono arresi.

L’Italia può gestirsi da sola seguendo il suo antico impulso secessionista e ristabilendo ciò che, l’unità di Italia li aveva privati: due regni autonomi e differenti.

Un repubblicano al nord e uno leale ai Savoia al sud.

Insomma divisi siamo nati e divisi restiamo.

E come vedete la storia, se non è guidata dal popolo, resta con un conto in sospeso che prima o poi ci chiede di pagare.

E cosi in questo scenario Mussolini non intende arrendersi.

Rimasto illeso e per nulla pentito torna a gettare la sua ombra sulla sua patria.

E sapete che accade?

Che la guerra scongiurata con l’operazione Walchiria, torna a bussare alla porta.

Mettendo due stati fratelli, divisi ma sempre capaci di rispettarsi, in fondo il rispetto è una scelta, a contendersi il potere e a iniziare una sorta di braccio di ferro.

Nord e sud, ognuno convinto di aver più ragione, e diritti di un altro.

E il nostro eroe, Scandellari si sente in diritto di tornare a provarci, a fermare piani che, stavolta, getterebbero tutto il mondo nel caos.

Ma sopratutto tornerà a affrontare con noi uno dei dilemmi che, ancor oggi non può trovare risposta.

Cosa è possibile sacrificare in nome della pace?

Extrema ratio significa, dal latino, piano estremo, d è mirabilmente espresso il suo significato da n passo tratto dal de bello civili di Giulio Cesare

Gli restava, come “ultima condotta” di combattimento, di occupare quante più colline e presidiare quanto più spazio potesse, allo scopo di dividere le truppe di Cesare; e così avvenne.»

E cosi in guerra, in politica, in diplomazia si avverte spesso la sensazione di trovarsi di fronte a un ultima possibilità di azione, soluzione a cui ricorrere quando tutti i possibili rimedi sono stati tentati senza successo.

E cosi, la guerra diviene l’extrema ratio per trovare la pace.

Il sacrificare un popolo è l’extrema ratio per annientare un nemico.

Chiudere le frontiere è l’extrema ratio per impedire l’invasione.

Il problema è però che in tutti questi extremi, non è mai il governante a perdere.

Ma sempre il popolo.

Sono gli ideali, i valori e la convinzioni.

E’ l’extrema ratio alla base di non solo questo libro, ma di ogni evento storico.

E cosi attraverso missioni segrete, intrighi e azione scritte con magistrale bravura, il popolo soffrirà sempre per questi atti di eroismo.

E mi chiedo se sia davvero necessaria l’ultima soluzione per mantenere un potere che, in realtà corrode.

E non chi lo possiede ma chi lo esercita senza il consenso del popolo

Alla fine, il nostro dovere ultimo, come regnanti e come amministratori, è quello di lavorare per il benessere dello Stato e del Popolo

“Pane amore…e porchetta” di Francesca Morgavero, Buendia Books. A cura di Aurora Stella

Sapevate che la Porchetta di Ariccia è così da oltre duemila anni?

Adesso lo sapete.

Presto, leggendo qualche altro rigo, sarete arricchiti da un’ulteriore informazione. La porchetta è così da oltre duemila anni, perché era il cibo preferito di Nerone (esattamente quel Nerone che si dice abbia incendiato Roma), che lo facesse venire direttamente da quei luoghi e che la ricetta da allora sia rimasta sempre quella (esagerazione da leggenda metropolitana, ma ci sta).

Questo per dire che, a Roma, la porchetta di Ariccia è un’istituzione. Più sacra perfino del papa. Poi, seppur con delle varianti, è stata esportata in tutto il resto d’Italia.

Nello specifico quella di Ariccia viene cotta al forno, con il grasso che fuoriesce dall’arrosto (la pochetta tutto sommato è un arrosto) grazie all’inserimento di cannucce di bambù che lo fanno colare sulla pelle del Maiale; la quale assume così l’aspetto croccante. La famosa “Crosta” (da molti forestieri erroneamente definita anche coccia, corteccia, buccia et similia).

In altre regioni d’Italia, invece, la porchetta viene bollita e poi ripassata al forno e può contenere anche parti delle interiora (i fegatelli) che non sono presenti in quella di Ariccia.

Come so tutte queste cose?

Perché ho avuto la disgrazia, come la protagonista di questo racconto, di lavorare nello street-food (modo elegante per definire un camion-bar) per sette anni (un anno più di lei), prima di capire (contrariamente a lei) che detestavo il cibo, la porchetta e pure i clienti.

Per dirla alla star wars, io e la protagonista di questo shottino, siamo una diade nella forza.

Dove lei rappresenta il lato chiaro della forza e io quello oscuro.

Dove lei, attraverso l’utilizzo corretto di cibo e letture, riesce a riequilibrare (non la forza) ma la dieta e la sanità mentale delle persone. Io invece, da lato oscuro della forza (ma necessario per la diade, per l’equilibrio e via dicendo) osservando non il cosa mangiassero ma il come, meditavo su che razza di orribili persone avessi davanti.

Sì, perché il cibo ci racconta tutto degli individui che incontriamo. Dimmi cosa e come mangi e ti dirò chi sei. Dalle scelte che farai, dai consigli che sarai disposto a recepire, da come mangerai, da quanto mangerai, lascerai, per chi saprà guardare, un’impronta indelebile di te.

La scienza del panino, cari lettori, non è cosa facile. Non si tratta solo di mettere a cuocere un paio di salsicce e buttare là dei condimenti, si tratta di leggere e comprendere in tempi ultra-rapidi, un universo che si esprime attraverso il bisogno primario a cui tutti rispondiamo: la fame.

La prima necessità dell’uomo.

E cosa c’entra la porchetta con l’amore? A parte il fatto che qualcuno potrebbe rispondervi che per lui la porchetta è stato il primo amore, ma non è logico? L’essere umano ha fame di ogni cosa. Di cibo, di amore, di stima, di apprezzamento, di fiducia, di rispetto. L’unico problema è che spesso facciamo come l’asino di Buridano, il quale indeciso tra paglia e fieno, morì a digiuno. Cerchiamo le cose che abbiamo davanti senza vederle, perché l’ovvio è invisibile. Ci abituiamo talmente tanto alla solita minestra che non prendiamo mai in considerazione l’idea che potremmo decidere di cambiare pietanza. Piuttosto operiamo delle varianti. Ci inventiamo degli ingredienti per insaporirla o renderla sciapa, ma non l’abbandoniamo. Ed è quello che accade alla protagonista del nostro racconto. Spesso infatti chi ama (oppure odia) cucinare, impara sì a leggere gli altri, ma spesso dimentica la lezione più importante: quella di leggere per primi in sé stessi e nutrirsi in maniera appropriata. Ho trascurato di illustrarvi un aspetto fondamentale. Le letture. Perché uno degli appetiti dei clienti che la protagonista si propone di saziare è quello dell’anima e lo fa con i libri, con una semplice equazione: per ogni persona esiste una ricetta unica che tra gli ingredienti comprende anche una lettura che lo identifica o che lo salva.

E ora, visto che la protagonista vi lascia con delle ricette, io che sono l’antagonista (per ovvie motivazioni), vi lascerò con titoli di film culinari. Se siete bravi li riconcerete.

La minestra fantasma

Il piatto dei cloni

La ricetta dei sith

Una nuova pietanza

L’impero condisce ancora

Il contorno dello Jedi

Il risveglio della scamorza

Gli ultimi spiedi

La fesa di Skywalker

P.S. avete letto fin quaggiù?

Beh, allora un mini spoiler posso farlo…oltre alla lettura anche la scrittura importante. Se vi state chiedendo che razza di spoiler sia il mio, leggete il racconto.

Il blog consiglia “quella notte il destino fu deciso” di Giada Bonasia. Da non perdere!!!

È il 1339. L’Europa sta attraversando una grave crisi. L’aumento demografico, l’agricoltura, tutto si è fermato, niente va più avanti. Due potenze si scontrano in questo difficile scenario, l’Inghilterra e la Francia, che fanno da cornice alla storia d’amore e di tormento tra Armand e Marichelle, protagonisti, loro malgrado, di diaboliche macchinazioni e di perfidi raggiri. Il lungo periodo di guerra, scontri, riappacificazioni e di complotti tra Inghilterra e Francia – conosciuto come guerra dei cent’anni – sarà il teatro di questo incredibile romanzo che, tra intrighi, amori, tradimenti, amicizie e cospirazioni, ci coinvolgerà lasciandoci spesso con il fiato in sospeso, travolti dalle passioni, illuminati dalle speranze e spinti dal soffio del tempo che tutto lentamente trasforma e che ci spingerà al largo nel grande mare della vita. Un romanzo basato su una Francia immaginaria e su una guerra dei cent’anni rivisitata dalla fantasia dell’autrice, nel quale prenderanno vita le vicende di due potenti famiglie.

***

L’autrice

Mi chiamo Giada Bonasia, sono nata il 21 aprile del 1990 a Palermo, vivo attualmente in un paese limitrofo. Quella notte il destino fu deciso è il mio romanzo d’esordio di genere epic-cavalleresco. Mi piace aiutare i bisognosi e mi piace uscire e stare in compagnia.

Estratto: “Armand le lanciò un’occhiata fugace, adorava guardarla così con la spada in mano e l’armatura, una donna forte, pronta a battersi per la sua patria e la sua gente. Adorava ammirarla nella mischia della battaglia, selvaggia e feroce, senza un minimo di grazie e dolcezza femminile. Troppo tempo aveva visto celare la sua vera indole dietro alle lunghe vesti da principessa, che al castello Deprovuà aveva indossato. Adesso la riconosceva. Riconosceva la sua amata nelle sue vere vesti, quelle di invincibile dama di spade.”

Nuova uscita Little Black Dress “Sinfonia della felicità” di Simona Corvese. Imperdibile!!

Roberto, affermato direttore d’orchestra di fama internazionale e dallo spirito altruista, sta attraversando un brutto periodo e vorrebbe cambiare molte cose nella sua vita. Si concede un anno sabbatico da trascorrere nella sua città, Milano, per riflettere sulla sua frenetica esistenza. Durante questo periodo darà vita alla sua Fondazione Musica Senza Confini, un’organizzazione senza scopo di lucro che permette di far studiare musica gratuitamente a molti giovani che hanno alle spalle situazioni disagiate. Un giorno Roberto incontra per caso, in Corso Vittorio Emanuele, due piccoli violinisti zigani che suonano come virtuosi: Livia e il fratellino Jòzsef.

Scatta l’empatia che accomuna chi soffre. Roberto e la moglie Laura hanno perso una figlia; Livia non ha mai conosciuto affetti sinceri, fatta eccezione per suo fratello Jòzsef. Per difendersi dal loro dolore si rifugiano tutti nella musica, che amano più di loro stessi. Anche la bambina riconosce nello sguardo di Roberto la stessa, silenziosa, richiesta d’aiuto. Tra loro due nascerà un patto di reciproca solidarietà perché desiderano la stessa cosa: una vera famiglia.

“Tartufi e delitti” di Mauro Rivetti, Golem edizioni. A cura di Barbara Amarotti

Mario Moriondo è un rinomato trifolau (cercatore di tartufi) dal passato oscuro.

Ex agente delle forze speciali ha scelto Alba per vivere in tranquillità la sua nuova vita.

Ma la tranquillità certe volte dura poco e così si trova coinvolto in una serie di delitti, apparentemente scollegati tra di loro, che gli costano quasi la vita.

Tra le splendide colline che fanno da cornice al Roero, antiche cantine e il profumo di tartufo che pervade ogni pagina, i colpi di scena si susseguono fino alla conclusione davvero inaspettata.

Rivetti ha non solo dato vita a un personaggio principale che non ha nulla da invidiare a Robert Langdon, circondandolo di comprimari all’altezza della situazione, ma è riuscito a cogliere ogni sfumatura, ogni colore e ogni profumo delle Langhe.

Ho apprezzato la descrizione di luoghi che ben conosco e mi sono incuriosita a leggere di piccoli paesi che, lo confesso, non conoscevo.

Quando si legge un romanzo ambientato nella propria terra d’origine c’è sempre la velata paura di trovare la famosa “magagna” che finisce con il rovinare il piacere della lettura, ma se devo trovare un difetto a questo direi che è troppo corto!

Ho finito con l’affezionarmi a Mario, al suo cane Tim e anche agli altri personaggi e ora non mi resta che sperare in un seguito che, visto il finale, potrebbe anche esserci.

Il blog è orgoglioso di presentarvi il nuovo fantasy targato Segreti in giallo edizioni “Storia del principe torbido. Alba. Libro primo” di Serena Turchi. Da non perdere!

SINOSSI

Anno Domini 1061. I destini dei regni di Tartaria e Altamura si incrociano.

Quando gli occhi ametista del giovane principe Giorgio si fissano in quelli opachi della principessa Alba si apre un corollario di eventi funesti che, in un percorso di guerra e morte, amore e odio, tenebre e sofferenza, potere e distruzione, spianerà al giovane la strada per il trono. Trame sempre più oscure si affacciano nella vita della coraggiosa Alba ed ella si ritroverà costretta a divenire moglie del più sanguinario e spietato tra gli uomini. Ormai, re Giorgio di Tartaria.

La vita da regina si trasformerà in un incubo. Eppure, nell’aridità di quei luoghi nascerà anche uno tra gli amori più estremi, forti, fagocitanti e intensi.

Chi è Giorgio in realtà, la cui violenza distruttiva e sete di conquista sono pari solo al potere che esercita sugli altri? E chi è Elmichi, il sacerdote che sostiene la sua follia dominatrice su tutti i regni della Terra?

E perché il destino di Alba sembra essere irrimediabilmente legato a quello del crudele re?

L’epilogo sarà una tra gli scontri più epici mai combattuti per scongiurare la venuta dell’Inferno sulla terra.

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AUTORE
 

Serena Turchi è nata a San Miniato (PI) il 7 febbraio 1990 e vive a Fucecchio (FI). È docente di Lettere negli Istituti Secondari di II Grado. Considera la scrittura un bisogno esistenziale. Alle scuole elementari portava nello zaino un quadernone ad anelli con tutti i suoi racconti che faceva leggere ai compagni: è da quel periodo della vita che ha cominciato a sentirsi una scrittrice. Ha partecipato a molti concorsi letterari vincendo premi. Il primo riconoscimento con un racconto autobiografico intitolato Paura di crescere, nel 2008. Ha scritto il primo romanzo, La casa dei girasoli, all’età di vent’anni. Il romanzo ha ottenuto un grande consenso nel pubblico locale. Nell’aprile del 2019 ha pubblicato il romanzo gotico Sangue nero, che è stato in gestazione per più di un decennio e affronta la tematica del vampirismo. Infatti Serena è da sempre una studiosa appassionata della figura ancestrale del vampiro, argomento su cui ha svolto anche la tesi di laurea magistrale in Lingua e Letteratura italiana, Il Vampiro nella Letteratura e nel Cinema europei. Ha terminato di scrivere il romanzo inedito fantasy/horror Storia del principe torbido, nel settembre del 2019.

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Titolo: Storia del principe torbido
Sottotitolo: Alba – Libro I

Autore: Serena Turchi

Collana editoriale: Segreti in giallo

Genere: fantasy/epico


Pagine: 470


Cartaceo: € 15,00 E-Book: € 2,99 Offerta lancio 


Uscita: 26 Settembre 2020