Pasquino torna più incazzato che mai. Cosa avrà da dirci?

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Alla fine ce semo arrivati eh

ce semo arrivati alla fine della fiera.

E mo so cazzi popolo mio.

Tocca pagalli i debiti che se contraggono quando se fanno li inciuci co li mercanti der tempio.

Se aspettate che un certo Joshua se faccia avanti per buttalli all’aria, state freschi belli mia..

Pure lui s’è trotto li cojoni de st’umanità che balla canta ma se fa li cazzi sua.

De che parli Pasquino mio?

Te sei impazzito?

Me direte voi.

Nun so io pazzo.

Sete voi che ve avvinghiate alla vostra favolosa ipocrisia.

Adesso che la Madre Terra ce presenta er conto dicendo

a chicchi mo pagate pure l’interessi, l’iva e ogni bond che so decenni e secoli che io v’avverto che davanti all’infinito, non sete altro che na scureggia de topo”.

Ma a noi che ce fregava?

Se all’esterno er monno piangneva sui fiumi de sangue.

Se le stragi venivano immortalate in quarche libro polveroso…che ce frega noi c’avevo a tivvù, Sanremo, i mondiali.

Domenica live.

Er grande bordello.

Noi semo un paese vincente eh mica spicci.

Porelli semo passati pe na guerra civile, per tante tragedie, avemo avuto er duce, i nazisti a invadece le case…

E’ vero.

L’Italia è nata da tante troppe macerie.

Ma nun è che poi alla fine avete imparato n’cazzo.

Oggi ve rode er culo de sta a casa.

Ve rode delle libertà perdute ( tranqulli n’avete mai avute eh).

Piagnete i morti, i vostri però.

Perché fino a un mese fa della Siria sotto e bombe, dei regazzini cinesi morti per il virus, non ve fregava un emerito cazzo.

So lontani.

Semo invincibili.

Avemo a Leopolada.

Ci sta Berlusconi che difende l’interessi italiani ( sti cazzi che a concimaje i gerani ce stava un mafioso.)

C’avemo Sarvini che ce citofona pe sape come stamo.

La Cina è lontana.

La Siria mmanco so ndo sta.

Ma esiste?

E il Krnya co i raccolti rovinati dalle locuste, che è un firm?

E mo però ndo vai eh italiano?

Ndo cazzo vai a raccomandatte a quer padreterno che hai tradito per un social o per instamgramm?

Adesso piagni.

Certi lamenti che manco la pora mi nonna co le novene.

Sono disorientato.

Porello.

Quando erano disorientati l’altri però te ne fottevi vero?

Eri perso dietro ai cazzi tua.

Eri li sur piedistallo e ce stavi bene.

L’avevi apparecchiato co le poltrone e i tavolini co li centrini.

E che volevo dire de quello che parla de individualismo osceno de chi, sta situazione l’accetta come parte del dramma umano?

Ah mo chi impara dalla crisi è individualista.

Io lo chiamavo saggio, pensa te quanto so antico.

Io pensavolo individualista lo sei te, mo che morono i tua de parenti.

Che se limitano le tue, de libertà.

Che pensi alla tua nazione.

Perché fino a du settimane fa blateravi contro i migranti che te rompevano er cazzo.

Poco importava se era a causa del tuo tenore de vita, del tuo gretto capitalismo. Adesso fioccano le bandiere della nostra patria.

Quelle su cui prima te ce soffiavi er naso e cor mocciolo scrivevi la tua storia. Cor mocciolo nascondevi le tue complicità.

Eh si sete complici.

Quanno votate.

Quanno credete al testa de cazzo de turno che ve facilità er compito de pensa. Non pensate.

Bastava un atteggiamento finto buono e poi passate a pensà ndo andà a fa l’aperitivo.

Mo ve sete resi conto della crisi sanitaria.

Della povertà.

Della mancanza de lavoro.

Prima eravate tutti calvinisti: eh se è povero è perché sperpera.

Perchè non ha lo spirito imprenditoriale.

Se l’è cercata.

Mo però brucia pure il culo vostro.

Sapete come diceva l’amico mio?

So tutti braci cor culo dell’altri.

Adesso applaudite le misure estreme der governo, che fino a du giorni fa schifavate.

Però nessuno s’è detto aho, tutti co ste soluzioni, i miliardi chiesti all’Europa. Ma io nun ho visto mica un politico di

“A rega io credo nel mio paese. So parte della stessa comunità. Semo tutti fratelli. Per questo me dimezzo lo stipendio, gli lo metto a disposizione su un conto emergenza”

Se lallero, prima de vedello poi morì.

Io so na statua e il ruolo mio è de fa polemica.

Ma a vorte me sento morto più umano de voi.

Il blog è lieto di presentarvi il libro edito da Buendia Books “Il collare dei Savoia” di Anna Maria Bonavoglia. Da non perdere!

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“Torino è una città colma di antichi misteri e
nel suo passato molte porte sono state lasciate aperte.
Può la mente più geniale del XIX secolo richiuderle?”
(Mariangela Cerrino)

 

Esistono personaggi immortali, che entrano nel cuore dei lettori per non uscirne mai. E quegli stessi
personaggi, nati dalla penna di autori ormai “classici”, stuzzicano la fantasia degli scrittori di oggi,
chiedono loro di farli tornare sulla carta, nel tumulto dell’avventura, ancora una volta.
Anna Maria Bonavoglia accetta la sfida e, con passione e assoluta fedeltà storica (con qualche licenza…
paranormal), consegna al pubblico un racconto avvincente ambientato nella Torino di fine XIX secolo,
tra le ombre della zona romana, gli infernotti e il Duomo… rigorosamente nel Canone Holmesiano!

***

“«Un collare cavalleresco. Di argento, con tre nodi d’amore e il motto Fert inciso in oro» scandì piano. Siger sussultò: «La storia parla di un collare come
quello: è il perduto collare di Amedeo VI di Savoia. Il Conte Verde» disse con voce soffocata.”

Torino, 1892. Nella nebbia si consumano delitti efferati, mentre il furto del collare cavalleresco del Conte Verde minaccia di liberare una forza diabolica: toccherà all’enigmatico Siger e al suo proverbiale acume risolvere un mistero centenario tra storia e magia.

L’Autrice

Anna Maria Bonavoglia ha nel cuore due città: Taranto, dove è nata, e Torino, dove vive e lavora. Ha scritto due romanzi, pubblicato racconti di genere giallo e fantascientifico in diverse antologie, sul Giallo Mondadori e su Urania. Non ama molto parlare di sé, un po’ perché non si ricorda proprio tutto quello che ha scritto (sta invecchiando, anche se non lo ammetterebbe mai) e un po’ perché preferisce siano i suoi scritti a parlare per lei.

 

Dati libro 
Il caso del collare dei Savoia è:
una FIASCHETTA
un VERMOUTH, una storia potente e noir,
un NOVELLO, un testo contemporaneo
ISBN: 978-88-31987-25-7
Collana: Fiaschette
Pagine: 64
Prezzo: € 4,00

 

“La donna Francese” di Aldo Boraschi, Panesi edizioni. A cura di Alessandra Micheli

La Donna Francese - Aldo Boraschi

 

A volte il rovesciamento dei ruoli mi serve.

Mi serve perché altrimenti la vita appare troppo lineare totalmente aliena del mio io.

Che si nutre e prospera nei contrari, nel bizzarro e nel non senso.

Cosi anche i generi che devono venerare la divisione netta dei ruoli, mi appaiono soffocanti.

Badate bene, comprendo che il male è male e il bene è bene.

Non ci vuole il Marzullo di turno per farmi capire la differenza tra un sorriso e una lacrima, tra ferire e abbracciare qualcuno.

Ho una coscienza bella vispa e lei è la luce che illumina questo fosco mondo.

Però..e si cari miei lettori esiste un però.

Come direbbe il buon vecchio Edoardo Bennato, che ha in fondo ripreso il concetto del tao, esiste un unico grande dio nel mondo: l’equilibrio.

E per ottenerlo quello che so autoregola ogni qualvolta che l’eccesso minaccia la struttura interna (uomo) o esterna ( società), bisogna che ci sia il grigio a dominare.

Non il bianco e nero.

Ma la sfumatura.

In ogni bene cosi esiste un po’ di male, in ogni male un po’ di bene.

Del resto lucifero non era un angelo?

E Caino non ricevette dalla divinità il marchio che lo rese intoccabile? Quella è la regola.

Quella è la salvezza di un mondo che non può essere totalmente perfetto.

Anche la stessa parola sacro ha in se i contrari: puro e impuro che danzano assieme e si abbracciano, e magari chiacchierano in un dialogo che sa di terno.

Ecco ogni tanto libri che ci ricordano questa arcana verità ci vogliono. Devono esistere e prosperare nella nostra mente eventi e trame che mescolano un po’ le carte, distruggendo le nostre certezze e mettendoci un po’ in discussione.

Quei libri che, quando la parola fine si palesa dinnanzi agli occhi ti lasciano attonito e un po’ irritato.

E inizi a pensare dove davvero nasce e prospera quello che noi chiamiamo male.

O disordine, o Caos, o ogni altro aggettivo che narra la distorsione in senso al fatto chiamato vita.

E la donna francese è uno di questi arguti libri.

Racconta e ti dona un personaggio quasi buffo, un eroe.

Ma all’improvviso l’autore viene scavalcato dalla parola stessa che prende vita e inizia a auto raccontarsi.

E cosi l’autore svanisce e con lui tutta la sua retta mente, la sua logica precisa.

La storia inizia a crescere e riprodursi giocando con noi come il gatto con il topo.

Fino a stravolgere, irriderci e deriderci.

Cosi i buoni divengono cattivi.

I folli sani e i sani folli.

La bellezza sfiorisce per dare origine a cosa celava: il volto della decadenza.

Tutta la magia diviene banale, assurda e ci si chiede com’è possibile essersi lasciati abbagliare da tali cliché.

Ecco che la donna Francese diventa il nostro ghignante Joker che bussa alla porta e ci chiede vuoi giocare a poker?

E nel poker lo sapete il bluff finale è SEMPRE possibile.

E qua credetemi, si gioca a un poker tremendo.

La posta in gioco?

Le vostre convinzioni.

La vostra abitudine.

Persino la quotidianità di una lettura.

E tutto diventa grottesco e al tempo stesso, forse più vero.

Perché la realtà in fondo non è altro che un abile gioco di specchi, impersonato dal prestigiatore di turno.

“Il Palio insanguinato” di Giovanna Barbieri. Self publishing. A cura di Francesca Giovannetti

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Nel pieno dei preparativi per il Palio, Siena viene sconvolta da un atroce delitto.

Una giovane di buona famiglia orribilmente strangolata in un vicolo della città.

Edmondo e Goffredo indagano con arguzia e testardaggine per scoprire il colpevole.

Il libro può vantare una ricostruzione storica molto precisa e accurata.

Dall’acciottolato per la strada ai grandiosi monumenti, ogni cosa è descritta nel minimo dettaglio.

L’ambientazione è ricca di particolari e cala il lettore nelle vie della Siena dell’epoca.  Scontri sociali e fra famiglie in vista sono la realtà di quel periodo e influenzano le vite dei singoli e della comunità.

L’autrice è riuscita a rendere l’atmosfera in maniera molto efficace e palpabile.

Particolarmente da apprezzare la descrizione dell’abbigliamento dell’epoca, resa con una terminologia storica accurata con cui si impara a prendere confidenza.

Immersi in questa atmosfera, atroci delitti che necessitano di una rapida risoluzione.

Un giallo storico che non tralascia le indagini, incuriosendo il lettore che prova a trarre le proprie conclusioni per arrivare alla soluzione prima dei protagonisti.

È questo da sempre l’ingrediente essenziale per un giallo, rendere il lettore partecipe, coinvolgerlo a tal punto da sfidarlo a risolvere l’enigma.

Ma l’abilità sta nello svelare quel tanto che basta, senza scoprirsi del tutto e rendere troppo ovvio il finale.

E in questa opera, noi, novelli investigatori, rimarremo sorpresi dall’epilogo, perché così deve essere!

Quindi invito a tuffarvi fra i vicoli di Siena, insieme a Edmundo e Goffredo, per risolvere i misteri de “Il Palio Insanguinato”.

Il blog presenta”Il collegio dei segreti” di Paolo Arigotti, Onda D’urto edizioni. Da non perdere!

IL COLLEGIO DEI SEGRETI prima di copertina

 

E’ esistita una resistenza tedesca contro il nazismo? Se si, chi furono coloro che trovarono il coraggio di opporsi, spesso a rischio della vita propria e dei familiari?
Un episodio noto alle cronache storiche, oggetto di film e libri di successo, fu la sedizione interna, sfociata nell’attentato alla vita di Hitler del 20 luglio 1944, ordita da ristretti circoli oligarchici e militari, con l’obiettivo di mettere fine ad una guerra ormai
irrimediabilmente perduta.

Nel rimandare ad altre e ben più degne analisi storiche dell’evento, quel che preme sottolineare è che furono tante le voci, individuali e collettive, che tentarono di levarsi contro Hitler, perfino nell’ambito di un regime oppressivo ed intollerante verso qualunque forma di deviazione rispetto all’ideologia ufficiale.
L’opera che vi apprestate a leggere vuole, al di là della trama, restituire degna memoria a questi eroi, troppo presto dimenticati per ragioni politiche collegate alla storia tedesca ed europea del secondo dopoguerra.
I personaggi e le loro vicissitudini, frutto della fantasia dell’autore, hanno lo scopo di dare a questi uomini e donne dimenticati un nome, un volto ed una storia; ogni riferimento a persone o fatti realmente esistiti o accaduti è del tutto casuale.
Non si tratta di personalità straordinarie, ma di comuni individui, a volte semplici ragazzi e ragazze (una per tutte Sophie Scholl, giustiziata nel 1943), che maturarono la consapevolezza delle ingiustizie che venivano perpetrate attorno a loro.

La vicenda inizia con un incontro, o meglio un ritrovarsi, tra due vecchie amiche, a distanza di anni da una serie di tragici eventi che le videro, loro malgrado, protagoniste.
Si torna così indietro nel tempo, al 1936, subito dopo i giochi olimpici di Berlino, con l’arrivo nella capitale tedesca della piccola Edda e di suo padre, un diplomatico italiano inviato in Germania in virtù dei legami di amicizia con Galeazzo Ciano; la decisione del
genitore di iscrivere la figlia – orfana di madre – in un collegio privato d’elite, dove vengono accolte ed istruite ragazze appartenenti alle famiglie della “Berlino bene” di quegli anni, si rivelerà fatale.
L’altera ed enigmatica direttrice del collegio, la signorina Braun, è un’indiscussa autorità al suo interno, eppure nonostante guidi un’istituzione che opera grazie alla protezione di influenti esponenti del regime, ci sono piccoli episodi che lasciano intendere alla piccola
Edda – e non solo a lei- che la donna non sia una convinta nazista.
Edda stringerà amicizia con alcune allieve del collegio, tra cui Greta, figlia di un importante personaggio e suo fratello Mark, del quale finirà per innamorarsi; sarà grazie a lui che conoscerà il mondo dei giovani non allineati col sistema educativo nazista.
Incontreremo anche la piccola Ariel, un’altra ospite del collegio, e due bambine di origine rom, Sabine e Kristal, sfuggite all’arresto ed alla deportazione; le loro vicende si incroceranno con quelle degli altri protagonisti.
Al pari della direttrice, il professor Heinlein è in apparenza un fervente sostenitore del regime, ma rivelerà un volto del tutto diverso, così come Annelise, altra allieva del collegio, imparentata alla lontana con la famiglia Goebbels.
Un cenno a Quinnici, collega di lavoro del padre di Edda, che collaborerà con quest’ultimo in un rischioso doppio gioco, che si rivelerà tragico per entrambi.
Completano il quadro alcuni personaggi negativi (l’ispettore Volker e la governante Severa), per lo più servitori o delatori del regime, una specie molto diffusa all’epoca che, per tornaconto o semplice meschinità, avrebbero gettatovicini o conoscenti nelle maglie
dell’apparato repressivo nazista.
Alla fine di tormentate ed intricate vicende, coloro che sopravvivranno a guerra e persecuzioni faranno scelte  profondamente diverse, inevitabilmente influenzate dai loro trascorsi.

 

L’autore

Nato a Cagliari il 26 maggio 1973, Paolo Arigotti si laurea in Giurisprudenza nel 1998,
prendendo servizio poco più di un anno dopo nella pubblica amministrazione; attualmente è laureando magistrale in Storia e società presso la Facoltà di Studi umanistici dell’Università di Cagliari.
Essendo da sempre un grande appassionato di storia, viaggi, lettura, scrittura e cinema, fa il suo esordio nel mondo letterario con il romanzo Un triangolo rosa, incentrato sullo
sterminio dei gay sotto il nazismo, premiato con diploma d’onore della giuria per la
narrativa edita nell’ambito del concorso internazionale Il Molinello 2016, pubblicando nel 2018 Sorelle molto speciali, dedicato alla condizione delle persone Down negli anni Trenta del secolo scorso.
Paolo Arigotti, inoltre, è autore di diversi racconti pubblicati in varie antologie e di un manuale giuridico.
Il collegio dei segreti è il suo terzo lavoro dato alle stampe e stavolta l’autore si è concentrato, con una trama ricca di riferimenti storici e colpi di scena per catturare attenzione del lettore, alla storia degli oppositori interni del nazismo

“Fuga da Parigi” di Stephen Harding, edito da Newton Compton. A cura di Francesca Giovannetti

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Un resoconto storico diventa un romanzo, un romanzo che avidamente leggiamo con la consapevolezza di conoscere persone e non personaggi.

Un’opera incredibile, con una ricostruzione documentata in maniera certosina.

Ogni nome, luogo, particolare di guerra, è ampiamente spiegato nelle numerose note alla fine di ogni capitolo. Impensabile poterne fare a meno, in quanto aumentano, se ce ne fosse il bisogno, il senso di realtà che il libro merita.

Non si tratta di una storia d’amore nata in tempo di guerra fra due personaggi scaturiti dalla fantasia di uno scrittore e resi verosimili da fonti generali. Assolutamente no. Questa è la storia del soldato Joe Cormwell, statunitense, e della parigina Yvette Morin.

Joe precipita con altri compagni, abbattuto dalle  forze tedesche e la famiglia Morin, che fa parte della Resistenza francese, aiuterà nella fuga lui e decine di altri soldati alleati.

Questa è la storia di una Parigi snaturata, piegata, deformata dalle visioni naziste del Fuhrer.

È Parigi, ma è come se non lo fosse; le svastiche sono ovunque, si sente parlare tedesco, si vedono uniformi straniere.

Una resa amara, capitolata per salvare la Francia, ma a cui il popolo francese si ribella. Nascono quindi le associazioni della Resistenza, uomini e donne che rischiano la vita per un amore di patria che va oltre la paura della morte.

Un concentrato di saldi principi che non tramontano, un’armata segreta coraggiosa che non scende a compromessi. Il cuore pulsante della Francia.

L’incontro fra Joe e Yvette nasce in un rifugio segreto per soldati: profondo e improvviso come solo in tempi disperati può accadere ma con l’amara consapevolezza della insita fragilità.

Colpisce al cuore, questo libro, per l’atmosfera ricreata con minuziosa dedizione. Traspare l’umore di Parigi, splendida città deturpata, traspare lo sbigottimento, l’angoscia, il senso di impotenza di decine di soldati abituati  alla prima linea e costretti alla clandestinità, traspare l’indomito coraggio della rete della Resistenza pronta a tutto.

Un mondo crudele e surreale.

Ma è quello che accadde, loro sono persone.

Uno scritto che forse indugia su troppi particolari ma senza i quali sarebbe una racconto come tanti. Questo non lo è: è personale, intimo, vero.

L’autore ha incontrato Yvette, ci ha parlato l’ha avuta davanti a sé. La scena non è descritta ma è come se lo fosse, è lì, vivida, davanti a un lettore incredulo, triste ed esasperato dall’atrocità del conflitto.

Yvette Morin ha parlato con Stephen Harding.

Forse per la prima volta nella mia nuova vita di lettrice digitale,   ho rimpianto di non avere l’edizione cartacea di questo volume.

Per me il libro non è la carta, il libro è il messaggio, il senso, l’emozione che mi suscita, ma qui, alla fine del volume, mi sono trovata ad accarezzare sullo schermo le fotografie dei Joe e Yvette, a scrutarle, a penetrarle con lo sguardo per cogliere ogni loro sfaccettatura: è difficile non desiderare di toccare quelle foto dopo averli conosciuti. Perché è questo che Stephen Harding riesce a fare: ci rende parte di quel mondo non poi così lontano.

Questo non è una storia d’amore o un thriller.

Questa è la realtà che visse Parigi, che visse Yvette, che visse Joe, che vissero decine e decine di soldati in cerca di salvezza. È una storia di salvezza, coraggio e Amore : per la patria, per la famiglia, per lo straniero.

“I Migliori Anni” di Cinzia Giorgio, Newton Compton Editori. A cura di Ilaria Grossi

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E’ la storia di una donna cocciuta e ribelle, bella, sicura di sé, lei che non voleva essere seconda a nessuno.

E’ la storia di Antonia Matilde Carbiana, la nonna di Cinzia Giorgio, che apre le pagine di un diario di ricordi per regalarci una storia ambientata a Venosa nel 1943, dove la guerra e l’occupazione dei nazisti, spezzava la vita e con essi sogni e speranze.

E’ una saga familiare, ruota attorno alla piccola grande Matilde, la quale ottiene all’età di sedici anni la possibilità di continuare gli studi a Bari con il fratello Tonino.

Per Matilde, studiare era fondamentale soprattutto per una donna “potersi realizzare”, essere indipendente ed emancipata, perché lo studio le avrebbe garantito il passaporto per la libertà, di uscire da una piccola cittadina come Venosa che ormai la soffocava.

Presso la residenza della signora Nereide a Bari, Matilde incontra Gregorio, giovane studente di medicina.

Un incontro che segnerà per sempre la vita di Matilde e la donna che sarà.

Perché certi incontri sono destinati ad essere tatuaggi indelebili e invisibili agli altri, ma non alla tua anima.

Con un salto temporale, ritroviamo nel 1975 Matilde, donna sposata e futura nonna del primo nipotino, fredda e distaccata in un giorno bellissimo dove i ricordi del passato tornano come una tempesta per la sua anima.

Lei aveva cercato di colmare l’assenza con la perfezione sempre, una serenità solo apparente che non combacia con la serenità del cuore, mostrando una fragilità a cui nessuno è immune.

Lo stile di Cinzia Giorgio è fluido, scorrevole, prezioso e preciso nei dettagli, interessante e capace attraverso la memoria di riportare nero su bianco, con grande eleganza sentimenti, emozioni e pezzi importanti di un epoca storica per non dimenticare, attraverso una storia e saga familiare appassionante.

La più grande lezione che ho imparato dalla vita è che non si deve forzare nulla: relazioni, amicizie, amori. Non ne vale la pena, perché tutto ciò che deve accadere, accadrà, e ciò che non deve accadere, non accadrà. Ogni notte e ogni giorno ho sognato di camminare accanto a te, pur sapendo che non sarebbe mai più successo. Ma la mente può costruirsi un’altra vita con un finale diverso, un finale nel quale io e te siamo insieme, felici”

 

Complimenti Cinzia Giorgio

Buona lettura 

Ilaria Grossi per Les fleurs du mal blog letterario

Il blog presenta “Il silenzio di una madre” di Daniele Campari, Eretica edizioni. Da non perdere!

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Sinossi.

“A sessant’anni riceve il suo primo smartphone. Entra nella stanza, si mette di profilo proteggendo la parola…”. Ma non parla. Ecco che il silenzio è il linguaggio adottato tra madre e figlio. Un silenzio che, in tratti drammaticamente narrativi, diventa l’epilogo comune della vita di ognuno. Il silenzio per una madre è una raccolta in versi che strizza l’occhio alla poesia contemporanea, pur lasciando libera di esistere la pura lingua poetica.

L’Autore

 Daniele Campanari è doppiatore e speaker pubblicitario professionista per brand nazionali e internazionali in radio, Tv, web. Ha lavorato per TIM, Michelin, Trivago, Edison, Mulino Bianco, IKEA, e molti altri. Come autore ha pubblicato Giocatore di Whisky Bevitore di poker (2012), In guerra non ci sono mai stato (2014) e Corpo disumano (2017).

“Tre giorni prima di natale” di Lilli Luini, Edizioni il Vento Antico. A cura di Alessandra Micheli

 

9788894806755

 

Scendi giù, nel mio profondo

Dove sono diventata così insensibile

Senza un’anima Il mio spirito dorme in qualche luogo freddo

Finché non lo trovi e lo riporti a casa

svegliami. Svegliami dentro. Salvami

Chiama il mio nome e salvami dall’oscurità

Ordina al mio sangue di scorrere

Prima che io venga cancellata

salvami dal nulla che sto diventando

Adesso che so cosa mi manca.

Respira dentro me e rendimi reale

Riportami in vita

Chiama il mio nome e salvami dall’oscurità. Svegliami.

salvami dal nulla che sto diventando

Evanescence

Solo queste meravigliosa parole di Bring to me life degli Evenescence potrebbero dare voce al vero cuore del meraviglioso libro Tre giorni prima di natale.

So che apparentemente vi troverete di fronte un giallo dai toni sublimi e perfetti.

Ma qua ragazzi miei, ed è ciò che mi rende felice, c’è molto di più.

Ci sono anime intrappolate.

C’è solitudine e dolore, quello che ti lascia senza voce.

Il delitto, lo stalker non è altro che la conseguenza estrema di una assoluta atroce e purtroppo conosciuta assenza di amore.

Perché l’amore non naviga assieme alla convenienza.

Nè all’omertà, ne al denaro.

Nè alla menzogna.

Lo troviamo nel destino infame delle tante, troppe haunted girl, ragazze che reduci da un mal di vivere che ahimè conosco benissimo, diventano cosi evanescenti, cosi fragili da essere spazzate via dal primo soffio di vento freddo sulla loro pelle sensibile.

Tutto inizia come un gioco, inizia per un successo che diviene la nostra unica arma di esistere.

E per farlo si punta a appropriarsi della fragilità dell’altro, a rubare un dolore che non divine più porta ma soltanto opportunità per i troppi corvi e gli sciacalli che da esso, come fiere affamate sono attratte.

E allora anche questo goethiano mal di vivere diviene semplicemente un oggetto da porte usare, per accrescere fama potere, e denaro.

Tutti piccoli giovani Werther da immolare in un titolo del TG.

E sapete la cosa più assurda?

Ve la svelo io.

Anche il peggior guru di morte, il peggior esempio di banalità che divine affilata come un coltello non è altro che un ennesimo alibi con cui società e mondo civile usa per seppellire sotto l’elegante tappato la propria responsabilità.

Cosi padri che hanno dentro di loro il seme della violenza, cosi decisi a rifarsi di torti subiti o immaginari rendono i loro figli il nulla.

Un nulla che non tace, grida, ma rischia di essere azzittito da chi non vuole cambiare una virgola della propria tranquilla routine.

Ho usato routine, non vita.

E cosi il focus della colpa si sposta verso chi ha si usato vocaboli di odio e parole che mancano del coraggio del dolore, quello di affrontarlo, fargli fronte e usarlo come arma capace di scalfirlo il muro dell’omertà affinché grondi, finalmente lacrime. Purificatrici. Salvifiche.

E’ vero.

Ci sono troppi profeti della morte e pochi della vita.

Ci sono troppi che odiano il dolore tanto da dirti che è la fine di tutto e mia l’inizio.

Ci saranno sempre i giullari con il volto bianco cadaverico, su cui un sorrido sghembo ripeterà ossessivamente che il dolore uccide e non fa crescere.

Ci sarà sempre chi impiccherà questo malessere, invece di aiutarti a ferirlo per fa sgorgare tutte le emozioni che contiene.

E con quelle ri-colorare un mondo, tralasciando i pigmenti sgargianti con cui si tenta di celarlo.

Ci saranno sempre.

Ma saremo noi e dover combattere il senso del voto con la voglia, anche flebile di pienezza.

Non saranno allora i guru del male i veri problemi.

Saranno i padri che vorranno egoisticamente annientare ciò che non hanno avuto in dono da dio, la speranza, la bellezza e la forza.

Sarà una scuola che rifiuterà l’anima rendendo più importante il profitto.

Una società che per mantenersi di imporrà il silenzio complice.

E allora il tuo grido svegliami, fa che il mio sangue scorra, non dovrà mai più essere urlato al di fuori di te stessa.

Non dovrà essere il cappio intorno al collo la tua unica risposta.

Dovrà essere la rabbia di non starci a queste atroci leggi.

Dovrà essere quella tua disperata voglia di sopravvivere che non annienterà il dolore, ne i ricordi.

Che non ti renderà affatto un eroe, non cosi come lo immaginiamo noi mentre osserviamo i film.

Sarà il coraggio di vedersi finalmente allo specchio.

Sarà la rabbia e il rifiuto ad amare di Lorena.

Un rifiuto fasullo perché lei, che apparentemente risulta una sopravvissuta, questo coraggio lo ha nel momento che usa il suo dolore per affrontare il male, per impedire che altre persone si trovino ad avere i suoi stessi occhi asciutti.

E nonostante la sua fragilità, quel suo lottare contro i demoni che le cantano, la notte, nelle orecchie, riuscirà a non lasciarsi annullare da quel male strisciante che in questo libro appare in tutta la sua forza: il non coraggio che ci fa vivere una non vita.

E allora tre giorni prima di natale, quando la luce ravviva l’oscurità della notte tenebrosa, quando la luce irromperà di novo nei nostri occhi avvezzi a tanto, troppo buio, la corsa contro il tempo sarà una parabola di redenzione.

Con il suo ritmo incalzate.

Con una tensione che riesce a toccare livelli alti, sempre di più un un parossismo di orrore, tre giorni prima di natale si conferma il giallo più bello che io abbia mai letto.

Intenso e commovente, fragile e granitico, la penna della Luini scorre veloce, senza preoccuparsi di nulla se non di narrare e intingere dal sangue del nostro io più profondo, il giusto inchiostro per dare vita alle parole.

Review party “La notte del Kaiju” di Cristopher Sabir. A cura di Alessandra Micheli

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Scrivere un horror non è affatto facile come sembra.

E non solo per la diversa tecnica letteraria da usare, per la comprensione dell’importanza dell’equilibrio, necessario in una passeggiata oscura nei meandri dell’abisso.

Ma, sopratutto, perché l’autore stesso deve avere un buon rapporto con i suoi incubi.

Essi devono fluire dalla usa penna in perfetta sincronia con le sue emozioni.

E per averla bisogna che entrambi gli aspetti dell’io vengano conosciuti.

Chi scrive horror ha fatto pace con il suo lato oscuro, forse lo ama, lo sente profondamente necessario, tanto da regalarlo al lettore affamato.

Chi non è riuscito a capire l’importanza del suo incubo, non scriverà mai un vero horror, potrà usare l’effetto scenico, le mille diverse tattiche di narrativa.

Ma sarà uno scritto.

Non un libro orrorifico.

E cosi chi conosce l’abisso, sa anche quanto esso sia necessario per mantenere il vero, autentico equilibrio omeostatico.

So che per molti di voi la produzione di tali immagini è un fattore di squilibrio.

Vi svelo un segreto: solo chi è saldo come la quercia nel terreno può vivere e prosperare nella tempesta.

Solo chi ha davvero fatto amicizia con i suoi demoni può descriverli.

Gli altri li negano, fuggono, scappano atterriti.

Noi amanti della notte più nera li accogliamo e ci facciamo raccontare da essi le paure, i limiti di quella, ripeto fino allo sfinimento, misteriosa creatura chiamata uomo.

E cosi il nostro Cristopher entra, con lodi e applausi, nel mondo cosi sfaccettato del regno dell’abisso.

Siamo noi, veterani a accoglierlo con sorrisi sbilenchi e sardonici ghigni.

Non ci saranno feste eleganti, né sorrisi lieti.

Ma non saremo mano accoglienti degli amanti di unicorni e arcobaleni.

Noi mostri, noi fantasmi, noi demoni siamo qua a accettare di raccontare, fluendo dalla sua incantata penna, il nostro messaggio.

Sperando che esso sia di sprone, auto e monito per quest’umanità cosi strana e sola.

Siamo uomini.

A noi è stato dato l’arcano dono di nominare il mondo e quindi renderlo manifesto.

Fino a allora era solo un’idea nella mente dell’eterno.

Eppure, questa responsabilità che ci rendeva subalterni, servi o semplici attendenti, ci ha dato alla testa.

Tra il nominare e il sopraffare o dominare il creato il passo è stato breve.

E cosi come malefiche formiche abbiamo iniziato a costruire i nostri possedimenti.

Operose, laboriose e decise a prendere ogni briciola che cadeva dal cielo.

E cosi tronfie da sentirci importanti, fondamentali per un ecosistema che, beh mi spiace dirlo, sopravvive anche senza di noi.

Lo vediamo oggi. Mentre il virus spazza ogni nostra illusione, madre natura sgambetta felice.

Felice di averci dato una dimostrazione della sua forza.

Il dio eco, ecologico, che non si può beffare.

E allora cosa accade quando il degno umano si rivela nient’altro che carne da macello?

Cristopher lo racconta con toni apocalittici, a tratti dolorosi riuscendo a scolpire con un punteruolo appuntito, la storia simbolica di noi stolti piccoli uomini.

Dall’altro dell’infinito qualcosa si rompe.

La porta tra i mondi resta aperta permettendo all’abominio di seminare morte, terrore e sangue.

E la cosa che fa più male è che l’uomo all’improvviso si scopre fragile, indifeso, niente di diverso da un semplice mezzo di sostentamento.

Da cibo.

E cosi il clichè del potere umano si rovescia.

E ci troviamo a vivere il peggior nefasto incubo: siamo noi adesso a dover sottostare a una potenza maggiore, aliena, incomprensibile.

Ecco che la notte Del Kaiju svela la nostra vera natura: nient’altro che pedine sullo scacchiere di un ecosistema che, per quanti sforzi noi facciamo, ci sfuggirà sempre.

E l’unica speranza di tale orrore, di tale presa di coscienza sarà nella rinascita di un diverso modello di vita.

Di un uomo nuovo.

Diverso, più consapevole, più forte e più responsabile.

Non so se accadrà, ma dal disastro per forza, per logica dell’equilibro cosmico, il nuovo deve risorgere.

Lo stile dell’autore, seppur apparentemente può essere tacciato di una certa acerbità, a una lettura profonda appare maturo, tagliente, consapevole.

Capace di non dare tregua al lettore.

Ecco perché alla fine della lettura ci troviamo affannati, tremendamente spaventati e cosi privi di certezze.

Da farci quasi arrabbiare con questo piccolo uomo che incalza il nostro muro con la lama della coscienza.

Godete di questo stato, che per molti potrà apparire funesto.

E’ la vostra migliore opportunità per tornare, finalmente a essere umani.