“Il vecchio e il mare” di Ernest Hemingway. A cura di Beniamino Malavasi

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A distanza di sessantacinque anni dalla sua pubblicazione ci si potrebbe chiedere perché leggere un romanzo come “Il vecchio e il mare”. Le prime risposte alle quali si potrebbe pensare sono sostanzialmente due: l’Autore è un Premio Nobel per la letteratura e il libro in oggetto è un “classico”: tutto giusto ma non esaustivo. In realtà (parafrasando il professor Keating de “L’attimo fuggente”) non si deve leggere “Il vecchio e il mare” perché è carino o perché “fa figo”; al contrario, si deve leggere “Il vecchio e il mare” ( e le altre opere di Hemingway) perché siamo membri della razza umana. E la razza umana è piena di passione, di emozioni, di ricerca.

 

È stupido non sperare, pensò. E credo che sia peccato. Non pensare ai peccati, pensò. Ci sono abbastanza problemi adesso, senza i peccati. E poi non riesco a capirli.

 

Non riesco a capirli e non sono certo di credervi. Forse è stato un peccato uccidere il pesce. Credo proprio che sia così, anche se l’ho fatto per vivere e per nutrire molta gente. Ma allora tutto è un peccato. Non pensare ai peccati.

 

È troppo tardi per pensarci e c’è chi è pagato apposta per farlo. Lascia che ci pensino loro. Tu sei nato per fare il pescatore e il pesce è nato per fare il pesce. San Pedro era un pescatore, e anche il padre del grande Di Maggio.

 

Ma gli piaceva pensare a tutte le cose che gli capitavano e poiché non c’era niente da leggere e non aveva la radio, pensò molto e continuò a pensare al peccato. Non hai ucciso il pesce soltanto per vivere e per venderlo come cibo, pensò. L’hai ucciso per orgoglio e perché sei un pescatore. Gli volevi bene quand’era vivo e gli hai voluto bene dopo. Se gli si vuol bene non è un peccato ucciderlo. O lo è ancora di più?

 

“Tu pensi troppo, vecchio” disse ad alta voce.

Pensò con dolore agli uccelli, specialmente alle piccole, delicate sterne nere, che volavano sempre in cerca di qualcosa senza quasi mai trovar nulla e pensò: “La vita degli uccelli è più dura della nostra, tranne per gli uccelli da preda, pesanti e forti. Perché sono stati creati uccelli delicati e fini come queste rondini di mare

 

se l’oceano può essere tanto crudele? Ha molta dolcezza e molta bellezza. Ma può diventare tanto crudele e avviene così d’improvviso e questi uccelli che volano, tuffandosi per la caccia, con quelle vocette tristi, sono troppo delicati per il mare”.

 

Pensava sempre al mare come a la mar, come lo chiamano in spagnolo quando lo amano. A volte coloro che l’amano ne parlano male, ma sempre come se parlassero di una donna. Alcuni fra i pescatori più giovani (…) ne parlavano come di el mar al maschile. Ne parlavano come di un rivale o di un luogo o perfino di un nemico. Ma il vecchio lo pensava sempre al femminile e come qualcosa che concedeva o rifiutava grandi favori e se faceva cose strane o malvagie era perché non poteva evitarle. La luna lo fa reagire come una donna, pensò.   

 

 

…Sono contento che non dobbiamo cercar di uccidere le stelle… Pensa se ogni giorno un uomo dovesse cercar di uccidere la luna pensò.

La luna scappa. Ma pensa se ogni giorno uno dovesse cercar di uccidere il sole. Siamo nati fortunati, pensò. Non capisco queste cose, pensò. Ma è una fortuna che non dobbiamo cercar di uccidere il sole o la luna o le stelle…

Un foglio bianco, una macchina da scrivere e passione: ecco Hemingway che diventa Santiago, il “vecchio”, il pescatore che da ottantaquattro giorni torna a casa a mani vuote.

E’, forse, uno sconfitto?

No!

L’Autore sintetizza il dramma interiore del suo protagonista in poche parole:

 

“Ma l’uomo non è fatto per la sconfitta” disse. “L’uomo può essere ucciso, ma non sconfitto.”

Al contempo, Hemingway ci offre non un supereroe ma un uomo normale, con i suoi dubbi, le sue incertezze, le sue paure:

 

…Nessuno dovrebbe mai restar solo, da vecchio, pensò…

 

”La mia sveglia è l’età” disse il vecchio. “Perché i vecchi si svegliano così presto? Sarà perché la giornata duri più a lungo?”……“Forse ci riuscirei anch’io. Ma cerco di non farmi prestare mai niente. Prima si chiede in prestito. Poi si chiede l’elemosina.”…

 

Santiago siamo noi quando ci alziamo ed affrontiamo le traversie della giornata (i pescecani del romanzo): a volte sono dure, a volte paiono insuperabili eppure..

 

l’uomo non è fatto per la sconfitta”.

 

Ecco perché “Il vecchio e il mare” è attuale; ecco perché “Il vecchio e il mare” va letto: per il messaggio positivo che ci trasmette. “

 

L’uomo non è fatto per la sconfitta.”

 

 

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“Sonnifera” di Riccardo Gramazio, Lettere animate editore. A cura di Natascia Lucchetti

Sonnifera

 

 

Dopo un lungo silenzio sono tornata a recensire e devo dire che il ritorno è stato ottimo sulle righe di Sonnifera.

Gramazio ha coccolato con le sue dure parole il mio desiderio di nuda e cruda realtà. Avevo bisogno di incominciare con un autore così, che parlasse del sentimento dell’uomo di fronte a una fragorosa caduta.

Ebbene in questo libro inizia mettendoci di fronte a un personaggio che vive sospeso tra realtà e delirio. Parliamo di Terence Stones,  ex frontman di un gruppo rock, alcolizzato. Distrutto dalle dipendenze e dalla solitudine, egli inizia un viaggio dentro di sé e lo fa attraverso un sogno, un incubo dalle tinte confuse.  Ogni persona che incontra all’interno del sogno prende forma dalle sue paure, i suoi rimorsi, legando sempre più strette le due realtà.

Gramazio ci racconta attraverso flash perfettamente amalgamati con la vicenda, la storia di Terry, analizzando i suoi legami con la famiglia, con coloro che furono i suoi amici, con il lavoro e con la musica. Musica che è veicolo d’espressione, collante, ma anche maledizione, esattamente come la libertà. Libertà esagerata, che deriva dalla rottura di ogni schema predicata dallo stesso stile di vita delle rockstar, dei divi che hanno tutto e gridano ancora contro il mondo senza un vero motivo. Diciamo che da protesta, quello del rocker diventa uno stile di vita vuoto dal momento che egli si vende al fanservice e si trasforma in ciò che la gente vuole.

I soldi portano ai vizi e i vizi cancellano la personalità di Terence che era stata così forte da arrivare fino alla vetta. L’abbandono da parte della moglie fa sì che lui si ritiri lontano dai riflettori e da quel momento in poi, tutto precipita.  Il mondo si chiude alle spalle di Terence lasciandolo solo con i suoi demoni. Demoni che l’abbandono rende reali dietro i volti di Selene, Julia, Mida; li estrapola dal sogno e li pone faccia a faccia con un uomo indebolito, solo e confuso.

Ho adorato l’analisi approfondita che Gramazio fa della parabola del successo. Il protagonista che ci racconta non è un eroe, ma un uomo pieno di paure e debolezze. Un debole? No, soltanto qualcuno che ha visto il mondo dall’alto, è stato tentato e ha accettato il patto con il diavolo, ovviamente non inteso nel vero senso della parola. Il diavolo di Terence è la bottiglia, è la droga, è il successo.

Lo stile di Gramazio, proprio come ho annunciato, è crudo, ma allo stesso tempo poetico. Le sue frasi sono una gioia per gli occhi per quanto sono perfette.

Vi siete chiesti perché non ho messo estratti?

Proprio per questo motivo. Avrei riportato tutto il libro.

Scorrevole, coerente e chiaro, nonché terribilmente vero, Sonnifera è una  bella lettura che consiglio a chi abbia intenzione di fare un passo oltre la coltre dorata della fama e del successo. Dietro tanta luce si nasconde per forza una lunghissima ombra.

Molto, molto bello.

 

il blog consiglia un evento straordinario: prima presentazione in libreria del romanzo “I ditteri” di Marco Visentin a Equilibri a Roma il 17 ottobre alle 18,30. non mancate!

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La prima presentazione in libreria del romanzo “I ditteri” di Marco Visentin si svolgerà martedì 17 ottobre alle ore 18,30 al negozio Equilibri di piazza Medaglie d’Oro 36/b, a Roma.
L’incontro sarà sotto forma di conversazione con il giornalista di EcoDelCinema ed esperto di letteratura distopica Riccardo Muzi, e con il pubblico presente.
A raccontare i contenuti del libro, meglio che qualsiasi comunicato, sono le recensioni fin qui ricevute:

 

Con una conclusione tutta psicologica, non troppo svelata e misteriosa, una volta arrivati alla parola “Fine”, si avvia la riflessione e l’immaginazione del lettore, raggiungendo così l’obbiettivo che tutti i libri dovrebbero ricercare, quello di far pensare”. (Flavia Vittorini, Media & sipario)

 

Un libro adatto ad una lettura pensata, ragionata, riflessa, in quanto apre alla meditazione sulla società dell’oggi e del domani”. (Chiara Pompeo, Isola dei Libri)
– “Visentin convince con il suo stile lineare, senza troppi fronzoli, ma dove trovano posto fantasia e sarcasmo, bilanciati finemente tra loro”. (Francesca Buffo, Periodico italiano magazine)

 

L’ultima parte del romanzo è veloce, viva e tiene attaccati fino alla fine, lasciando al lettore alcune domande esistenziali. La scrittura è curata nei minimi dettagli, si riesce ad entrare nel libro con i pensieri, superato l’inizio la lettura scorre veloce appassionante, un buon libro d’esordio per Marco Visentin” (Sara Cacciarini, Culturamente)

 

Visentin riesce ad amalgamare in modo eccelso i vari salti narrativi restituendo al lettore delle visioni altamente vivide” (Riccardo Muzi, EcoDelCinema)

 

Un racconto che si snoda in un mondo ambientato nel futuro con richiami a realtà o a scoperte scientifiche del nostro tempo, in una società basata su un’organizzazione postcapitalistica e su una democrazia che cela in realtà una «dittatura morbida»” (Manlio Triggiani, Gazzetta del Mezzogiorno)

 

Attraverso gli occhi – e non solo – di un’entomologa, Marco Visentin, con una prosa ricercata, scabra, dura, feroce e ammaliante, racconta la dicotomia fondamentale del nostro tempo, fra essere e apparire, distopia e allegoria, straniamento e spersonalizzazione, forma e sostanza, speranza e realtà, onestà e prevaricazione” (Gabriele Ottaviani, Convenzionali blog)

 

I ditteri è un libro dalla storia originale, che immagina un futuro che non sembra poi così lontano, ma che ci guarda pericolosamente attraverso il buco della serratura dei nostri tempi; l’autore si trova così a miscelare realtà storica e invenzione creativa” (Erika Pomella, IntoTheMovie.com)

 

 

L’autore

Marco Visentin nasce nel 1971 a Roma. È laureato in filosofia, disciplina che insegna in un liceo romano. Si è dedicato alla scrittura professionale, come giornalista e copywriter per siti inerenti al mondo della scuola, degli enti locali e dello spettacolo dal vivo. Come narratore, ha pubblicato racconti per Einaudi, Adnkronos Libri, e testate locali. L’idea e il capitolo iniziale de I ditteri sono stati premiati nella rassegna di arte giovanile Enzimi nel 2000. La trama è stata sviluppata successivamente fino alla stesura del romanzo, che è il primo dell’autore.

 
Pagina Facebook dell’evento I ditteri di Marco Visentin alla libreria Equilibri
Roma, 16 ottobre 2017

Romina Pepe
Agenzia di comunicazione & ufficio stampa
+39 333 2672482
pepe.stampa@gmail.com
Sito Internet de I ditteri: http://www.licosia.com/?p=1621 
Pagina Facebook: https://www.facebook.com/ditteri/

 

Il blog è lieto di presentarvi, un libro che vi emozionerà sicuramente.Esce oggi “E a tutti, una buonanotte” di Kaje Harper ( traduzione a cura di Cristina Bruni) Triskell edizioni. Imperdibile!

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Sinossi

In Lezioni di vita, il detective Mac e l’insegnante Tony hanno deciso che una relazione, anche se tenuta nascosta, vale la pena di essere vissuta, nonostante i rischi e le difficoltà.

Ora Tony deve andare a trovare la famiglia per le festività, per cui i due si ritrovano a essere separati.

Sulle spiagge della Florida, Tony riflette sulle gioie e sui problemi della loro vita insieme, mentre Mac, sotto la neve in Minnesota, deve occuparsi di un caso di omicidio che in qualche modo lo tocca da vicino.

E la sera, al telefono, cercano di ritrovarsi grazie alle parole.

 

 

Dati libro

Data di pubblicazione: 16 Ottobre

 

Titolo: E a tutti, una buonanotte

Titolo originale: And to All a Good Night

Serie: Lezioni di vita #1.5

Autore: Kaje Harper

Traduttrice: Cristina Bruni

Genere: Contemporaneo

Isbn: 978-88-9312-287-0

Lunghezza: 43 pagine

Prezzo: € 0,99

La ragazza italiana

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La ragazza italiana

di Lucinda Riley

In collaborazione con il blog “I romanzi si raccontano”

  • Giunti, giugno 2017
  • Editore: Giunti
  • ISBN: 9788809860438
  • 473 pagine
  • Lingua: Italiano
  • 10 – 11ore di lettura
  • 129,000 parole in totale

 

Napoli, 1966. È una splendida giornata estiva e la casa dei Menici ferve di preparativi per la festa che si terrà quella sera. Rosanna ha solo undici anni e sogna di diventare bella e corteggiata come la sorella maggiore Carlotta, che con la sua pelle di velluto e i lunghi capelli scuri attira su di sé tutti gli sguardi. Ma Rosanna ha un altro dono, che la rende davvero speciale: una voce straordinaria in grado di incantare chiunque la ascolti. Soprattutto il giovane Roberto Rossini, brillante studente della Scala di Milano, che dopo l’esibizione di Rosanna propone a suo padre di farla studiare con uno dei più grandi maestri della lirica. Un incontro fatale, quello tra Roberto e Rosanna, che segnerà per sempre il loro destino.
Milano, 1973. Ormai una giovane donna sensibile e appassionata, Rosanna ha finalmente realizzato il desiderio di essere ammessa alla Scala. Inizia per lei un periodo inebriante: il ritmo della metropoli, le estenuanti prove di canto, i primi gloriosi passi sul palcoscenico. E sarà proprio qui che le strade di Rosanna e Roberto si incroceranno di nuovo.
Affascinata e intimorita da quell’uomo carismatico e sfuggente, sempre circondato da donne bellissime e acclamato nei teatri di tutto il mondo, Rosanna finisce per essere travolta da un sentimento potente e inarrestabile. Ma un segreto nascosto nel passato di Roberto e le oscure trame di una donna senza scrupoli minacciano di infrangere tutti i suoi sogni…
Da Napoli a Milano, fino a Londra e a New York, un’indimenticabile storia d’amore sullo sfondo dell’ammaliante mondo dell’Opera. Titolo originale: “The Italian Girl” (2014).”
Un estratto
Rosanna sedeva a un tavolo appartato e guardava il bar riempirsi di amici e parenti degli ospiti d’onore. Carlotta sorrideva e si toccava i capelli in mezzo a un gruppo di uomini. Giulio osservava geloso da una sedia in un angolo.
Poi calò il silenzio e le teste di tutti si voltarono in direzione della figura che si stagliava sulla soglia.
Sovrastava Antonia; si chinò a baciarla sulle guance. Rosanna lo guardava a bocca aperta. Non le era mai passato per la mente di definire “bellissimo” un uomo, ma in quel momento non le venivano altre parole. Era molto alto e con le spalle larghe; si vedeva che era forte dai muscoli degli avambracci, che la camicia a maniche corte lasciava esposti. Aveva i capelli lisci e neri come un’ala di corvo, pettinati all’indietro per enfatizzare i tratti scolpiti del viso. Rosanna non vedeva di che colore avesse gli occhi, ma erano grandi e luminosi, e aveva le labbra piene, al contempo mascoline, in netto contrasto con la carnagione, insolitamente chiara per un napoletano.
Rosanna provò una strana sensazione allo stomaco, la stessa tensione che sentiva prima di un’interrogazione, a scuola. Lanciò un’occhiata a Carlotta e vide che anche la sorella stava osservando il nuovo arrivato.

Nota dell’autrice su La ragazza italiana

Ho scritto la storia di Rosanna e Roberto molti anni fa, firmandola con il nome di Lucinda Edmonds. Il libro fu pubblicato nel 1996 con il titolo Aria. Nel 2013 i miei editori mi hanno chiesto di recuperare alcuni vecchi lavori. Erano tutti fuori catalogo, ma hanno comunque voluto averne una copia. Mi sono quindi avventurata in cantina, dove ho recuperato gli otto volumi che avevo scritto tanti anni prima. Erano sciupati dall’umidità e ricoperti di sporcizia e ragnatele, ma li ho inviati comunque alle case editrici dicendo che avrei capito se avessero deciso di cestinarli: dopotutto, ero molto giovane quando li avevo scritti. Con mia grande sorpresa, la loro reazione è stata molto positiva. Mi hanno chiesto se fossi interessata a ripubblicarli.
Ripubblicarli significava rileggerli, e come qualsiasi scrittore che ripercorra la propria opera, anch’io mi sono riavvicinata con un senso di trepidazione alle pagine di Aria. È stata un’esperienza bizzarra, perché non ricordavo granché della storia e mi sono fatta coinvolgere come una lettrice qualsiasi, girando le pagine sempre più in fretta per scoprire cosa sarebbe successo. Il libro aveva bisogno di qualche modifica e aggiornamento, ma la storia e i personaggi c’erano. Mi sono messa al lavoro per qualche settimana ed ecco il risultato. Spero vi piaccia.

Lucinda Riley, gennaio 2014

A mio figlio Kit

 

«Ricorda questa sera,

perché sarà l’inizio dell’eternità.»

 

 

“Un incontro improbabile. Cristianesimo e magia”. A cura di Micheli Alessandra

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Dal terzo secolo in poi il cristianesimo fu imposto in tutta l’Europa; tale evangelizzazione non impedì alle religioni pagane di sopravvivere clandestine, specie nelle aree rurali. Essendo queste cultura improntate alla credenza nell’esistenza della magia, si pose in netto contrasto con una religione, come quella cristiana, apparentemente, antimagica, sia per eredità giudaica, sia per i postulati del suo credo che predicavano il riscatto dei derelitti nel regno dei cieli. Non poteva, dunque che avversare, la magia opponendosi alle premesse psicologiche su cui essa prosperava. Scopo della magia, infatti, era procurare beni, felicità, salute subito per goderne in questa vita anche scavalcando il volere di Dio.

Tale scopo rappresentava il contrario dei precetti cristiani per cui, sofferenze e sventure, erano invece garanzie di felicità ultraterrena. La magia si proponeva di piegare il corso degli eventi agli umani desideri, mentre l’etica cristiana spingeva l’uomo a conformarsi alla volontà divina e ai suoi disegni imperscrutabili.

Ma cos’era davvero la magia?

La parola magia deriva dal greco “mageia” e si riferisce a un corpo di dottrine, di pratiche rituali volte a conferire all’adepto una conoscenza e una saggezza superiore. Questa conoscenza riguardava la vera natura del cosmo che doveva essere considerata una realtà vivente che ha in se un’anima (anima mundi) una volontà un principio di attività interno e spontaneo. Il sapiente dunque è:

 

“ colui che conosce le catene che discendono dall’alto e sa costruire attraverso incantesimi, immagini, numeri, talismani un interrotta catena di realtà collegate tra loro”.[1]

I

l mago non manipola la natura né la teme, né la osserva in modo freddo e meccanico, il mago diventa natura e interagisce con essa. Le operazioni del mago non sono contro natura ma provengono dalla natura stessa poiché le leggi del cosmo sono le medesime che regolano l’uomo[2]. Agendo su sé stesso, il mago agisce anche su queste leggi e viceversa.

Per diventare mago e per praticare l’arte, è necessario che si arrivi a partecipare a un principio che è superiore alla sua natura; questa è una via per operare sul mondo ma soprattutto è un processo di rigenerazione mistico religiosa. Le virtù fondamentali del mago sono disciplina ascetica, distacco dal mondo, ascolto della parola, illuminazione, capacità di sollevarsi a un livello intangibile ad altri uomini, l’umiltà, la segretezza.

Da ciò si deduce, quindi, che la magia, quella vera, non si divide in bianca e nera. La magia è la principale componente della cosiddetta religione iniziatica e dipende dalle intenzioni dell’officiante. Esiste un rapporto strettissimo con la religione la differenza è che nell’atto religioso ci si rivolge al Dio o agli Dei per ottenere la grazia (beneficio concesso dall’alto) mentre nella magia si tenta di costringere agli Dei ad obbedirgli (potere che io richiedo e che non è concesso dall’alto). Nel primo caso io mi pongo come subalterno alla divinità, nell’altro come un suo pari se non come parte dello stesso potere. Si potrebbe parlare della religione come di una via esteriore (la salvezza è rivelazione concessa dall’alto) e la magia come una via interiore (conoscenza e rivelazione si trova in sé e va indirizzata verso il raggiungimento di diversi scopi). Il potere magico è il potere dell’uomo, della conoscenza, della consapevolezza che il macrocosmo e il microcosmo sono uniti e quindi agire sull’universo significa agire su sé stessi e viceversa. Il mago non ha più bisogno di intermediari perché parte dal presupposto che in natura ad un evento ne segue necessariamente e invariabilmente un altro senza alcun intervento soprannaturale o individuale[3].

La religione rappresenta lo sforzo dell’uomo per propiziarsi o conciliarsi le potenze superiori che si presuppongano dirigano e controllino il corso della natura e la vita dell’uomo. Ma se la religione implica la credenza in essere soprannaturali che governano il mondo e il tentativo di conquistarne la benevolenza, essa presume che il corso della natura sia elastico e variabile e perciò si ha il potere di persuadere e indurre le potenze che lo governano a deviare a nostro beneficio il fiume degli eventi.

Tale elasticità è in netto contrasto con i principi della magia poiché essa parte dal presupposto che i processi naturali siano rigidi e invariabili nel loro operare) È un conflitto radicale, che spiega l’ostilità del sacerdote nei confronti del mago anche se nei tempi antichi tali funzioni spesso si mescolavano.

 

Note

[1] Cecilia Gatto Trocchi ”La magia” ed Newton e Compton, 1994 p.12

[2] Secondo Paracelso l’essenza della magia è volta a scoprire le leggi dell’universo dove ogni cosa ha un anima, non dunque manipolare gli eventi a favore del praticante

[3] In questo senso la magia si apparenta alla scienza; si serve del principio causale ad ogni causa corrisponde a un effetto, la differenza sta sull’analogia dei simboli e sulla contiguità degli oggetti. Alla base dell’intero sistema c’è la fede nell’ordine e nell’uniformità della natura.

 

“Arma Infero II. I cieli di Muhared” di Fabio Carta, self publishing. A cura di Andrea Venturo

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Come posso condensare in poche sentite parole le oltre 700 pagine di questo volume? Magari con un’imprecazione alla toscana, di quelle che iniziano con “Maremma…” seguite da un colorito quanto improbabile susseguirsi di epiteti e aggettivi atti a qualificare una gentildama dai costumi discutibili.

Ecco, quanto scritto poco sopra è il modo in cui gli abitanti di Muhared direbbero “Maremma cignala schifa bu’aiola”. Mi rendo conto che le citazioni toscane potrebbero sembrare fuori luogo, ma non ho mai letto un libro del genere, neanche quando mi feci le ossa sul mio primo vero mattone letterario, quel “Nome della Rosa” che tanti lettori nel mondo ha saputo attrarre, complice anche una bella interpretazione cinematografica. A dispetto del film il libro era impreziosito dalle riflessioni filosofiche di Adso da Melk: pagine e pagine di trattati di filosofia che rappresentavano il fulcro del romanzo, cui gli omicidi a base di arsenico facevano da contorno o da “esaltatore di sapidità” vale a dire il ruolo del sale nella pastasciutta.

Dunque ecco cosa attende il lettore di questa duologia: Arma Infero. Una storia di fantascienza ambientata su un sistema posto a 42 anni luce dal Sole, attorno alla stella Mu-Arae, su un mondo terraformato a metà. La storia in sé è molto semplice: da mille anni sul pianeta in questione le cose non vanno, i coloni tentano di portare avanti le loro esistenze, di completare il terraforming pur orbi delle conoscenze possedute dai primi pionieri.

Perché questa barbarie?

Perché la colonia non decolla?

 Le domande sorgono man mano che si procede nella lettura e al lettore il compito di trovarle, dato che i protagonisti hanno davvero ben altro per la testa.

Ho parlato di duologia, ma sospetto che il terzo volume della serie sia in arrivo. Il libro infatti conclude gli eventi narrati nel primo volume, che sebbene non abbia letto, viene citato per sommi capi durante tutta la narrazione così da avere da un lato una panoramica di quanto accaduto e dall’altro (per chi ha letto il libro) un promemoria discreto che non scade mai nella becera ripetizione. Il finale tuttavia introduce un proposito, da parte di uno dei protagonisti, che non lascia dubbi circa l’intenzione dell’autore nel completare la storia con almeno un altro volume.

Lo stile narrativo è… massiccio. L’italiano utilizzato è forbito, ricco di termini ricercati e specifici, per i quali la mia presunta conoscenza della lingua di Dante si è rivelata insufficiente tanto da costringermi a ricorrere al dizionario ogni due-tre pagine. Termini come “anodino”, “adontare” o “souplesse” ora non hanno più segreti come la “volata” delle armi da fuoco. Le pagine del libro sono settecento e passa, vuol dire che ci sono almeno un centinaio di termini come questi che richiedono attenzione da parte del lettore poiché da una corretta interpretazione degli stessi dipende la comprensione di trama e scene varie.
L’uso preciso e puntuale della lingua italiana, tuttavia, ha reso debole la caratterizzazione dei personaggi, specie da metà libro in poi. Se prima il parlare forbito e “arzigogolato” fosse appannaggio del solo Karan, uno dei protagonisti, diviene man mano comune a tutti i personaggi che via via fanno la loro comparsa fino a sembrare tutti troppo simili. Questa una delle note dolenti della narrazione, altrimenti priva di particolari difetti.

La trama è molto semplice: una ricerca duplice, quella dei protagonisti e quella del lettore. I primi affannati nel tentativo di recuperare il “santo Graal” che in questo caso è un sistema operativo (codice macchina), mentre il lettore viene più o meno guidato a leggere, pagina dopo pagina, la storia di Muhared e capire perché è diventato così e cosa è successo prima.
Tutte le domande trovano una risposta, a patto di avere un buon dizionario a portata di mano… e in questo l’aver letto l’ebook con un reader dotato di connessione a Internet mi ha dato una grossa mano: un clik e il dizionario online (treccani, wikipedia, google… eccetera…) mi proponeva la risposta in pochi millisecondi.
Aspetto non secondario: dover studiare per comprendere la narrazione e procedere lungo la trama ha aggiunto, nel mio caso, maggiore appeal a questa storia.

L’ambientazione curata e coerente ha aggiunto uno sfondo realistico e credibile, insomma non avevo la sensazione che città e paesi fossero buttati là solo per sport, ma si percepisce una cura studiata e certosina tanto nell’onomaturgia quanto nella morfologia dell’ambiente. Muhared è credibile come pianeta, come storia, come geopolitica… insomma è realizzato molto bene.

I personaggi non mi hanno convinto del tutto: alcuni  erano caratterizzati molto bene come Luthien, Karan o Tritton il tecnomante, altri parevano copie del protagonista Karan e man mano che ho proceduto nella lettura ho visto la somiglianza con quest’ultimo estendersi a tutti i personaggi che andavo incontrando durante la lettura.

Ci sono citazioni per tutti i gusti, a partire da piccole chicche quali Algernon, il topolino che da il nome al racconto “Fiori per Algernon” di Daniel Keyes, ai Chochobo di Final Fantasy, i gialli pollaccioni che allietano tutti gli episodi della serie. Chi come me è abituato a viaggiare tra le galassie con la fantasia avrà un bel ritrovare, nascosti nei nomi di nazioni e personaggi, i titoli di racconti, cartoni animati, miti e leggende, videogiochi e molto altro. Tutti deliziosamente intessuti nel legame filologico che unisce i nomi di luoghi e persone di una data regione.

Per molti, non per tutti.
Fabio Carta sa scrivere, possiede uno stile forbito e con tutta probabilità si è divertito molto con la filosofia prima di affrontare la scrittura di Arma Infero I e II, poiché specie nell’ultima parte del libro affronta temi tutt’altro che banali come quello della singolarità tecnologica e il limite vingeano, ovvero la terza domanda esistenziale: “dove andiamo”?
Concetti dai quali normalmente si rifugge preferendo evadere proprio attraverso opere di fantasia. Peccato che la fantascienza sia l’antitesi di questo luogo comune: ben lungi dal favorire l’evasione, la fantascienza, come il fantasy, rappresenta da sempre una parabola che riporta la mente a considerare quel che la realtà offre ogni giorno, ma permette punti di vista straordinari. Dunque se si è in cerca di un po’ d’evasione e di una lettura leggera dentro la quale spegnere il cervello per qualche giorno… non è il caso di leggere questo libro. Ma se si è alla ricerca di un testo capace di stuzzicare e stimolare la mente e a cimentarsi con i problemi dell’Esistenza, ancorché in modo divertente e dotto allo stesso tempo, ecco che Arma Infero può essere un valido strumento.

“La Bellezza è una forma del Genio, anzi, è più alta del Genio perché non necessita di spiegazioni. Essa è uno dei grandi fatti del mondo, come la luce solare, la primavera, il riflesso nell’acqua scura di quella conchiglia d’argento che chiamiamo luna. Oscar Wilde”. Il blog è orgoglioso di presentarvi, “Celeste imperfetto” di Fabio Falugiani, Mezzelane editore. Imperdibile!

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Sinossi

 

«Dio esiste, gli uomini sono buoni e il denaro non è importante.»

 

È con queste convinzioni che Giovanni affronta gli ostacoli che la vita gli pone davanti e, come un moderno Don Chisciotte, combatte impavido un mondo che sembra non girare mai per il verso giusto. Il racconto della sua vita si sviluppa fino all’età matura e si snoda intorno alle sue innumerevoli vicissitudini sentimentali. Celeste Imperfetto è la storia di un sogno, la storia di una generazione, di un paese allo sbando che ha perso i valori che lo sostenevano. È anche la storia della famiglia italiana negli ultimi trent’anni, della sua profonda crisi, del suo lento disgregarsi in virtù di un benessere economico che l’ha ridotta in briciole. Ma una salvezza esiste, anche per Giovanni: l’amore per la cultura, la mistica bellezza della musica, il fascino dei ricordi e il tempo che passa, sono le non piccole speranze di cui si riveste. Il suo catalogo delle donne, le stelle appiccicate sul soffitto e gli angoli più segreti della sua Firenze, compongono il suo personale tentativo di combattere l’eterna e implacabile dissoluzione di tutte le cose.

 

 

L’autore

Fabio Falugiani è nato a Firenze nel 1969 da padre mugellano e madre fiorentina. Fin da piccolo la profonda curiosità per la parola scritta favorisce la sua formazione classica e la predilezione per la
poesia greca e latina. Saranno gli incontri con i romanzi di Pratolini e Camus ad avvicinarlo al Novecento.
Appena maggiorenne convola a nozze e diventa padre di Luna, ma il matrimonio dura solo pochi anni. Le seconde nozze in età matura avranno ancora minor fortuna.

Nel 1996 comincia la sua avventura nel mondo del commercio e della Grande Distribuzione, che gli darà ottime soddisfazioni, ma mai la convinzione di essere realizzato.

A trentacinque anni per motivi professionali lascia l’amata Firenze e dopo lungo girovagare approda definitivamente nella cittadina di Monsummano Terme, dove felicemente risiede tutt’oggi.

Sono questi gli anni dediti allo studio della musica classica, passione tardiva ma intensa, che affianca i suoi interessi letterari.

Ha pubblicato alcuni articoli e recensioni di Filologia con l’interesse particolare sulle relazioni tra la Firenze rinascimentale e la diffusione delle opere greco-latine. Ama il tennis, l’astronomia e la
cucina italiana.

 

 

Dati libro

Autore: Fabio Falugiani

Formato 15×21

N° pagine versione cartacea 400

€ 16,90

Isbn 9788899964962

N° pagine

ebook 1005 € 6,49

Isbn 9788899964986

Collana: La mia strada

Aspettami fino all’ultima pagina

 

Aspettami fino all’ultima pagina

di Sofía Rhei

 

  • Newton Compton Editori, agosto 2017
  • ISBN: 9788822712455
  • 216 pagine
  • 59,000 parole
  • Lingua: Italiano
  • 4 – 5 ore di lettura

In collaborazione con il blog “I romanzi si raccontano”

Dalla Spagna il romanzo bestseller sul potere terapeutico dei libri.
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«Per guarire dai mali del cuore la letteratura è un farmaco potentissimo.»
«Una bellissima storia sul potere dei libri, sulla loro capacità di curare, nella cornice di una città magica, Parigi, in cui le emozioni brillano più delle stelle.»
«Il mistero dell’amore e la magia della letteratura riuniti in una storia che mi ha stregato fin dalla prima pagina e non mi ha più lasciata.»
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Silvia ha quasi quarant’anni, vive e lavora a Parigi e ha una relazione difficile con Alain, un uomo sposato che da mesi le racconta di essere sul punto di lasciare la moglie. Dopo tante promesse, sembra che lui si sia finalmente deciso, ma la fatidica sera in cui dovrebbe trasferirsi da lei, le cose non vanno come previsto. E Silvia, in una spirale di dolore e umiliazione, decide di farla finita con quell’uomo falso e ingannatore e di riprendere in mano la sua vita. Alain però non si dà per vinto, e Silvia non è abbastanza forte da rimanere indifferente alle avances dell’uomo che ama… Dopo giorni e notti di disperazione, viene convinta dalla sua migliore amica a fare visita a un bizzarro terapeuta, il signor O’Flahertie, che sembra sia capace di curare le persone con la letteratura.
Grazie ad autori come Oscar Wilde, Italo Calvino, Gustave Flaubert, Mary Shelley, e al potere delle loro storie, Silvia comincia a riflettere su chi sia realmente, su quali siano i suoi desideri più profondi e su cosa invece dovrebbe eliminare dalla sua vita…
Sofía RheiNata a Madrid nel 1978, è una scrittrice, poetessa e traduttrice. Laureatasi in Belle Arti, è autrice di alcune serie per bambini e romanzi per ragazzi pubblicati con lo pseudonimo di Cornelius Krippa. Aspettami fino all’ultima pagina è il suo esordio nella narrativa per adulti.

“Un’estate per sempre “ di Alice Adams, Mondadori editore. A cura di Sara Pelizzari

 

 

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Il romanzo di cui vi parlo oggi è introspettivo, ci fa riflettere e fa rivivere, a chi ha già passato i trent’anni, quel periodo scanzonato in cui si crede davvero che i sogni possano diventare realtà.
La storia si estende in un periodo di tempo molto lungo, vent’anni per l’esattezza.
I protagonisti sono quattro amici, Eva, Lucien, Sylvie e Benedict.
Si incontrano all’università (in realtà Lucien non la frequenta, ma è fratello di Silvie e fa comunque parte del gruppo) e vivono insieme questo bel periodo, fino a ritrovarsi al giorno della laurea e rendersi conto che le loro strade si divideranno, perché ognuno ha fatto scelte diverse per il futuro.
Eva sogna una carriera in ascesa che la liberi dalle ristrettezze del passato, Lucien e Silvie vogliono lasciarsi alle spalle una storia famigliare che fa ancora troppo male e Benedict invece decide di approfondire gli studi universitari.
Tra indecisioni, malintesi e parole non dette si riavvicineranno e allontaneranno a fasi alterne.
La vita è ben diversa da quello che ci si aspetta e i quattro protagonisti di questo romanzo se ne renderanno conto a loro spese, infatti ognuno di loro si troverà a dover affrontare situazioni totalmente inaspettate, come d’altra parte succede ogni giorno nella vita vera.
Lentamente e inevitabilmente ci saranno dei meccanismi che li riporteranno a ritrovarsi tutti nella stessa città, Londra, dopo aver trascorso vent’anni a inseguire i sogni che da giovani pensavano di voler vivere.
Non più ragazzi spensierati, ma ormai adulti consapevoli, con alle spalle esperienze di vita e davanti agli occhi un futuro da costruire con consapevolezza e passione.

“Un’estate per sempre” è un buon libro, che incuriosisce, ma che soprattutto ci fa riflettere e ci aiuta a capire come, a volte, ciò che ci può rendere felici è davanti a noi. Dovremmo solo avere il coraggio di capirlo.