Una nuova fatica letteraria per una penna ammantata di poesia “Noi e null’altro” Di Luisa di Stefano. Da non perdere!

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Noi  e null’altro è il nuovo libro di Luisa di Stefano. Una raccolta poietica con l’intento di rimettersi in gioco diversificando la scrittura, donandole una voce quasi musicale. Ecco che la nuove veste creativa continua un progetto iniziato con Anime Gemelle e proseguito con Per dirsi ti amo, e che qua trova il suo massimo compimento.

L’amore si racconta, l’amore traspare e si inerpica attraverso le parole e arriva dritto all’anima.

Dati libro. 
Titolo: Noi e null’Altro
Autrice: Luisa Distefano
Editore: Self Publishing
Data di Pubblicazione: 17 Gennaio 2020
Genere: Poesie
Pagine: 65
Prezzo:
e – Book 0,99€
Cartaceo. 4,99€
Kindle Unlimited Gratis
Disponibilità: Amazon

Il Taccuino Ufficio Stampa è lieto di presentare “Il senso di un’ombra “di Jay Manari. Da non perdere!

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«Vuoi sapere perché una delle mie stranezze è proprio la totale assenza di peso? Perché sono “Leggerezza”? Ecco… la Felicità, anche se non sembra, è pesante e proprio per questo, per trasmetterla, bisogna essere leggeri come l’aria! Solo così, infatti, ognuno può serenamente avvicinarsi al peso della propria Felicità. Questo è il motivo per cui esisto. Un adulto direbbe: «Ah, è il tuo lavoro!» e uno dei miei piccoli seguaci risponderebbe canticchiando: «È un gioco, è il gioco di Peter!». Il gioco della Felicità […]».

 

Jay Manari ci fa conoscere le rocambolesche abilità di Peter, acrobata al Neverland Circus, diretto da Spugna al servizio del ricchissimo pubblicitario Sir James Hook. Un personaggio in bilico, non solo per la sua occupazione, ma anche per quello che rappresenta: un’anima votata all’eterna gioventù sempre in fuga, in un mondo che “non c’è”. Una narrazione ispirata all’opera di James Barrie che unisce l’evasione della fiaba al resoconto sofferto di chi ha potuto seguire la genesi di una creazione artistica che ha accompagnato – e continuerà ad accompagnare – intere generazioni.  Inquietudine e leggerezza, in un romanzo “dedicato a tutti quei bambini maggiorenni che conoscono la differenza fra crescere e invecchiare.

***

Un libro nel libro nel teatro: Il senso di un’ombra è liberamente ispirato all’opera teatrale “Peter Pan, il bambino che non voleva crescere” dello scrittore scozzese James Matthew Barrie. Questo significa molte cose, forse troppe, poste in un equilibrio mirabolante, perfetto, che fa saltare il fiato dal petto alla gola, proprio come fa un’acrobata sul filo. Peter Pan è tante cose: l’infanzia scandita da storie fantastiche, i sogni prima di addormentarsi, la crescita che non si accetta, la fuga da quest’ultima, l’assenza di peso, dimensione, ombra, gravità; una leggerezza che significa ritirarsi in un mondo immaginifico, così da non perdere mai quello slancio vitale, lo stesso, forse, che fa spiccare il volo. Nella vita comune questo può essere tradotto nell’attitudine a un vago sentore di giovialità che non è superficialità, ma piuttosto una ricerca incessante di questa bramata gioventù che non segue l’età biologica, bensì esiste in ognuno di noi ed è costituita dal bagaglio emotivo, fatto di secondi, ere, minuti, decenni, chi lo sa. Un’età incalcolabile, che non segue gli step canonici: non c’è un’infanzia che diventa adolescenza e poi giovinezza ed età adulta, ma un magma che si espande lento e scottante, che oltrepassa i confini generazionali e diventa uno stato generale e perpetuo; tutto questo diventa poi un’arte fine e infinitesima, ovvero riuscire a entrare nel surreale, tanto da conoscersi in meandri mai battuti, inconsci, estranei quasi. Il sorriso, il volo oltre le nuvole, la spensieratezza diventano così lo strumento per affrontare il proprio ospite inquietante, una presenza a volte scomoda che però ci permette di interpretare quella stessa “leggerezza” – la giovinezza – come un filtro attraverso cui guardare il mondo, viverlo, appassionarsi per riconoscere, nelle pulsioni più genuine, il senso della nostra identità, e così accendere un lumino, poi un faro sulle oscurità altrui. Parole che servono, tramite un’opera indimenticabile come quella di Peter Pan, a far emergere la natura pedagogica del testo, ed essere così anche d’esempio per una lettura non solo giovane, ma che certamente si può definire di formazione.  Jay fa tutto questo, e le immagini presenti nel testo creano un mondo trasversale che si ricollega alla natura molteplice e sconfinata delle arti, di quanto queste possano stringersi in un afflato che rinsalda il nostro più profondo sentire. Le immagini sono fantasia, ma possono anche essere diapositive, fotografie, fotogrammi, frame. Sogni? Sì, anche. E così l’artista che ce le dona si fa genitore delle nostre fantasticherie, del nostro mezzo interpretativo: lui acrobata e anche noi, oscilliamo su queste emozioni che si vedono, si sentono e si toccano con la speranza che possano rimanere eterne.

 

 ***

TRAMA. Scrittore talentuoso e squattrinato, Peter lavora come acrobata al Neverland Circus, gestito dal capo clown, il signor Spugna, a sua volta alle dipendenze del pubblicitario plurimiliardario Sir James Hook, meglio noto come Uncino, ora marito di Wendy. Narrato attraverso gli occhi della prima attrice che abbia mai interpretato Peter Pan, Il Senso di un’ombra svela i lati più oscuri della sceneggiatura originale dell’autore scozzese James Barrie, approfondendo la natura del suo vero finale, molto spesso censurato sia dalle produzioni cinematografiche che da quelle teatrali, mettendo in luce i drastici cambiamenti avvenuti poco prima del suo celebre debutto al Teatro Duke York il 28 dicembre 1904. 

 

BIOGRAFIA. Regia. Scrittura. Pittura. Queste le arti predilette da Jay Manari, giovane artista indipendente che dal 2014 lavora per produzioni di film, promo, serie TV e video musicali tra l’Italia e gli Stati Uniti.  Nel 2014, ha fondato ManarìFilmArts Productions, una nascente casa di produzione e post produzione video, attualmente dedita alla pre-produzione di Feelings In The Shadow, la versione cinematografica de Il senso di un’ombra.  Da gennaio 2018, Jay lavora come Direttore Artistico e Video Content Creator per MiraBan LTD, una poliedrica Società di Arte e Intrattenimento londinese.  Da settembre 2019, vive a Cardiff, dedicandosi al potenziamento del proprio stile registico, così da far risorgere l’Italia quale sostenitrice partecipe e internazionale della Settima Arte e non solo come suo set cinematografico o musa inspiratrice.

 

 Dati libro 

Titolo: Il senso di un’ombra

Autore: Jay Manari

Genere: Racconto – Fantasy – Letteratura per ragazzi

Casa Editrice: Gruppo Albatros Editore

Pagine: 102

Prezzo: 13,90 €

Codice ISBN: 978-88-306-1155-9

 

 

“Watergrace” di Hendrick R. Rose, Dark Zone. A cura di Chiara Iucci Linaioli.

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Ho letto lentamente quest’opera.

Non mi convinceva.

Inizia come un cappa e spada alla D’Artagnan, con duelli, tenzoni, dolci fanciulle pericolose e audaci maschi blasonati che confondono l’odio con l’attrazione.

Nulla di nuovo sotto il sole, quindi.

La storia si dipana.

Come da manuale, i due protagonisti, novelli Romeo e Giulietta di due regni che si odiano, finiscono per innamorarsi perdutamente, tanto da sfidare convenzioni e ragioni di Stato per aversi.

E fin qui nulla di nuovo, no?

Eppure…

Eppure.

Watergrace è un perfetto crescendo, come ce ne sono pochi.

La sua forza non è l’originalità degli eventi, quanto la continua salita di un climax che non ci si aspetta, che elude, ma è lì, e il lettore non lo sa, non lo intuisce, lo sente a livello inconscio, ma quando capisce… allora è troppo tardi, ci sei dentro. Ti ha preso.

Watergrace è una romance, un fantasy, un libro d’azione, un distopico e un thriller.

Non sono molti i libri a presentare il villain (e che villain!) quasi sul finire delle pagine.

Irrilevante che poi ci sia o meno un seguito: la storia cresce in sordina, esplode e risolve in quelle pagine.

L’autrice illude, e lo fa magnificamente.

Occorre avere la pazienza di leggere fino all’ultima riga per comprenderlo.

Fa parte del piano.

Un piano bene congeniato, una mente raffinata.

I personaggi sono tutti caratterizzati magnificamente: pochi tratti, e molti dialoghi. Descrizioni essenziali all’osso. I loro volti fioriscono nella mente del lettore con eccezionale freschezza.

Non è un libro facile, Watergrace. Può essere equivocato. Stavo per farlo anche io, in effetti.

Innanzitutto, è scritto da cima a fondo con i verbi declinati al presente indicativo: non “Ash estrasse la spada”, ma “Ash estrae la spada”. Disturbante.

Poi, i dialoghi: teatrali, non nel tono, ma nel botta e risposta. Spesso sono più i dialoghi che le azioni a dominare la scena. Soffusi di ironia shakespeariana, infilzano affondi tra le parti in lotta ben più del fioretto.

Una bella combriccola affiatata, plateale, gaudente… Si resta quasi increduli quando arriva il vero cattivo. E, come in ogni buon thriller, lo si cita all’inizio da subito, ma lo si riconosce alla fine.

Un ottimo romanzo.

Una buona seconda prova dell’autrice di “Armonia finale” (2017, La Ponga ed.).

“La trasparenza del camaleonte” di Anita Pulvirenti, DeA Planeta editore. A cura di Alessandra Micheli

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La trasparenza del camaleonte non è un libro facile, ne immediato. Eppure di una bellezza abbagliante.

Forse è il tema trattato che tocca profondamente l’anima, forse è perché in fondo, mette a nudo la verità dietro la nostra presunta e millantata normalità: aveva ragione Pirandello, recitiamo tutti a soggetto.

Ognuno di noi indossa maschere per poter essere accettato da quella invisibile giuria che comanda la cosiddetta società civile.

Che dall’alto ci impone regole di buon vivere, di cortesia e di interazione.

Bisogna sorridere al momento giusto, persino alle battute che non capiamo perché distanti dal nostro mondo interiore.

La differenza tra noi e una persona con una vera diversità è che il nostro mondo interiore noi lo impacchettiamo e con un bel fiocco lo nascondiamo in un cassetto.

Che per abitudine rimane chiuso.

E cosi costringiamo il nostro io assetato di altro a scendere in strada e immergersi felici nel mondo che va di fretta.

In fondo, ognuno di noi ha la sua parte, chi da protagonista chi da comparsa.

Convinti come siamo che alcuni ci credono fermamente e per non sfigurare alziamo il tono della voce e ci apprestiamo a eguagliare in perfezione la finta recita.

Carminia a differenza è incapace proprio di adeguarsi a questo strano ballo.

Lei ha una sindrome precisa, che rende le sue abitudini importanti. Indispensabili.

E che rende l’altro impaurito nell’osservarla, forse proprio perché rivediamo in lei qualcosa che dobbiamo negare a noi stessi.

Siamo tutti autistici quindi?

Forse.

In un certo modo l’essere umano è davvero alieno al mondo civile.

E alieno non perché non riesce a riconoscere le regola del buon vivere, ma perché il cervello non è preparato a crederle vere.

In un certo senso pur nelle enormi difficoltà alla socializzazione, un autistico è molto più vero del cosiddetto normale.

E forse siamo noi a considerarlo malato, perché diverso, perché non riusciamo a capirlo.

Non possiamo capirlo.

Non possiamo non vedere nelle loro ossessioni, nella loro abitudinaria stabilità qualcosa che ci tranquillizza.

Il ripetere di gesti, quell’essere lontani dall’interpretare i cosiddetti codici societari, è il simbolo dell’incapacità a adeguarsi alla legge della maggioranza.

Se chiedete a qualcuno cos’è la normalità oltre a una sequela di non si fa e non si deve non sa spiegarlo.

Normale è chi non vive di fantasia.

Normale è chi affronta il rischio.

Chi accetta la comunicazione anche qualora essa sia assurda e più folle delle immaginazioni che divengono reali.

Per tanto troppo tempo il diverso è stato curato.

E’ stato schedato.

E’ stato guardato con sospetto.

Carminia in fondo è più civile di noi.

Rispetta gli altri anche se non li capisce.

Vuole stare sola e cerca di restare fedele a se stessa.

Siamo noi i violenti nell’invadere il suo spazio, senza sapere perché Carminia non vuole vestirsi come noi, non vuole ridere come noi, sedersi in mensa o interpretare il ruolo della donna di mondo.

Siamo noi a dirle anormale solo per la sua mania di pulizia, per quel suo leggere solo una frase di un libro.

A me capita quando una musica mi parla, quando il suo ritmo disseta la mai mente, e capita di sentirla e risentirla più volte, addirittura per mesi interi.

Ci sono cosi canzoni che rassicurano la mia anima in subbuglio, asciugano le lacrime.

Eppure il mondo ci dice che dobbiamo sperimentare, riempire di parole anche inutili i silenzi, che dobbiamo vivere nel disordine. Dobbiamo.

Questa è la società che cerchiamo, che vogliamo difendere a scapito di persone speciali come Carminia.

Che per anni si è sentita frustrata, perché incapace di essere come gli altri.

Perché non rispettava la volontà altrui, le aspettative e non seguiva il dogma vigente.

Carminia era la sbagliata in un mondo omologato.

E cosi ha imparato a recitare per restare a galla.

E viene definita anormale.

Perché non facciamo lo stesso?

Alzi la mano chi di voi a volte non sente il peso del dover fare, del dover essere, del doversi vestire, del dover ridere.

A diciotto anni io odiavo uscire ma per essere accettata mi costringevo a lunghe sessioni nei pub, perché era cosi che rendeva un’adolescente normale.

Magari io sarei stata ore sul divano a leggere o sognare, o parlare con i miei amati personaggi di carta.

Per anni ho dovuto mentire sulla mia natura profonda, sulle mie credenze religiose, sui miei passatempi.

Per anni io sono uscita e truccata come si conveniva e ho sorriso, riso e finto di interessarmi ai discorsi altrui, alle banalità.

Per anni io, che non ho la stessa sindrome di Carmina (almeno a cosa so) mi sono sentita frustrata nel dover assecondare ciò che era consono al mio essere donna, cittadina, figlia amica, sorella.

Ho indossato le gonne nascondendo la mia coda di lupa, e dovuto soffocare i sogni di libertà che mi spingevano a buttare in aria ogni convenzione e correre libera.

Oggi a quarantanni sono finalmente riuscita ad accettare che, forse, io sono solo Alessandra.

Con le mie fobie, con i miei valori, con quel mio modo brusco di essere, con quella non voglia di socievolezza, con il mio bagaglio di sogni, con i miei anfibi sotto le gonne di tulle.

Sono io, come Carminia è Carminia, né sbagliata, ne perfetta.

Siamo noi che magari leggiamo solo una pagina di un libro, o ascoltiamo per ore, giorni, anni la stressa musica, perché si.

Siamo noi che ordiniamo lo stesso piatto da anni senza l’ansia di dover cambiare.

Tanto cambiamo lo stesso, che ci impegniamo o no.

Senza lo stress di riempire i vuoti correndo senza più aver respiro, riempendo il tempo con mille progetti ,mille impegni, in barba a una sana noia di cui abbiamo terrore.

Riempire i silenzi con voci e cacofonia.

Noi siamo cosi.

Strani, imperfetti, alieni, sognatori, folli, assurdi ma felici.

Nonostante tutti i giudizi alla fine l’unica vera strada possibile è fare ciò che desideriamo.

Accettarci per quello che siamo a prescindere dal giudizio altrui. Ora dopo aver letto la trasparenza del camaleonte ho capito perché ho amato la strana canzone di vecchioni Il violinista sul tetto: io sono fieramente folle di suonare, scrivere, leggere solo per le stelle.

Non per gloria successo, approvazione ammirazione.

Io sono cosi e ringrazio Carminia che oggi è seduta accanto a me.

Ha strane abitudini e legge sempre la stessa riga di un libro.

Ma è la migliore amica che io abbia mai avuto.

Spero diventi la vostra.

Preparatevi ad emozionarvi con “La trasparenza del camaleonte” di Anita Pulvirenti, DeA Planeta. Un libro che non dimenticherete facilmente.

 

copertina camal«La mia invisibile sedia a rotelle, la prigione in cui vivo da quando ho memoria di me stessa. Basta un minimo evento imprevisto e dentro di me si scatena il disordine. E con il disordine la disperazione.» Susanna Tamaro 

 

Un romanzo brillante e delicato su cosa significa soffrire di Asperger, una patologia poco conosciuta e che riguarda molte più persone di quanto pensiamo.

Carminia è una quarantenne dedita al proprio lavoro e fedele fino all’ossessione ai propri riti quotidiani: si alza alle sette meno dieci, mangia sempre una fetta di crostata alle ciliegie e indossa gli abiti rigorosamente ordinati sulla sedia la sera precedente. Non ama condividere il suo tempo coi colleghi, o conversare con loro; la gente non le piace, non la fa sentire a suo agio. Per questo motivo da piccola la prendevano in giro, e ancora oggi tutti la definiscono “strana”. Infelice e consapevole dei propri limiti, si rende conto di confondere la fantasia con la realtà, oltre che di parlare con personaggi immaginari che però sembrano davvero aiutarla a trovare un percorso da seguire. Fino al giorno in cui una psicologa riesce a dare un nome ai suoi disturbi: sindrome di Asperger. E saperlo è il primo passo per vivere un’esistenza migliore.

 

L’autrice

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Anita PULVIRENTI è nata e vive a Catania e cura uno dei bookblog letterari più seguiti, “Chili di libri”.

 

 

 

 

Data di uscita: 21 gennaio 2020 250 pagine – 15,00 euro

“Whiborne e Griffin #6. Hoarfrost” di Jordan L. Hawk, Triskell. A cura di Alessandra Micheli

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Cesare Lombroso passó la sua vita a cercare di definire i confini entro cui collocare i cosiddetti devianti. Non solo i criminali ma anche coloro che potenzialmente potevano abbracciare quel pericoloso declino morale.

Cercò dati oggettivi per definire il mostro in una maniera più pratica: ossia non l’essere speciale come descritto nell’antica Grecia e in molti racconti mitologici.

Ma colui che per qualche strana inclinazione avrebbe potuto mettere a rischio l’intero corpus sociale.

Ecco che il mostro subiva la sua trasformazione da essere ricco di talenti a minaccia per la società Questo serviva non tanto per definire, come avverrà in seguito i requisiti per appartenere alla casta dei buoni; ma per uno studio psicologico capire cosa porta un essere umano a infrangere il patto di armonia.

Purtroppo, Lombroso nella sua ricerca di dati oggettivi creo un precedente che si rivelava facilmente applicabile alle teorie razziste fino a assurgere a substrato valoriale su cui impiantare deliranti idee.

Però, nonostante non si possa capire da lacune linee del volto cosa ci rende “mostri” il talento di Lombroso fu quello di provarci nell’idea, condivisibile in un certo qual modo, che l’anima risplende nella forma.

E che quindi è la sostanza che da origine alla forma. Dopo Cesare ci hanno provato altri scienziati, altri psicologi altre teste a cercare di comprendere chi sono i veri mostri.

E questo presupponeva non tanto l’analisi oggettiva del volto, seppur questo diede origine alla cosiddetta comunicazione non verbale, usata oggi dai nostri criminologi e profiler, ma anche l’esame del contesto educativo e politico sociale in cui l’uomo si trovare a dover crescere e socializzare.

E cosi ogni epoca e ogni èlite ha avuto i suoi mostri.

Ha avuto il suo nemico spesso identificato nelle categorie fragili, come donne e bambini, e nei diversi, tra cui, ovviamente risplendeva l’omosessuale. Le inclinazioni si sposarono con la ricerca della radice dello squilibrio sociale, con la volontà di dare limiti al concetto, alla necessità di isolare, quindi, l’evento disgregante confinandolo in comodi archetipi anche con il pericolo che essi, applicati in modo convulso, dessero origine ai stereotipi.

Perché questa lunga premessa?

Perché stavolta la nostra Jordan ci parla proprio di questo annoso problema: chi sono i mostri.

Come si è visto nei precedenti libri Griffin e il suo amato Perceval rappresentano agli occhi degli abitudinari al pensiero l’elemento deviante.

Essi con il loro amore proibito mettono in discussione e quindi a rischio ogni tradizione consolidata e ogni comoda convenzione.

Abituati all’archetipo umo/donna ridefinirlo comportava non tanto una fatica ontologica, quanto una sorta di solitudine: privati della comodità di un concetto standard ci trovavamo impreparati e fragili di fronte alla caotica complessità della vita.

Anche con la descrizione del loro amore, la Jordan metteva alla prova la nostra modernità rappresentata dall’elasticità del pensiero; dietro la avventure che in realtà servivano per portare ironicamente alla luce le tante, troppe assurdità del nostro sistema occidentale, in modo abbastanza “crudele” la Hawk metteva anche noi sotto la lente di ingrandimento: saremmo stati capaci di empatia con un amore totalmente “estraneo” alle nostre abitudini?

In questo sesto libro la Hawk continua la sua indagine nei nostri confronti. Messe in discussioni tutte le certezze, persino letterarie (grazie alla sua strabiliante capacità di intessere un arazzo con i mille differenti fili, chiamati genere) si concentra anch’essa nelle stesse questioni lombrosiane: cosa definisce qualcuno mostro.

E in questo testo abbondano i personaggi mitologici totalmente estranei alla nostra abituale idee a di umanità.

E qua è molto più difficile provare empatia e si rischia di affibbiare dalla visionaria alla nostra talentuosa autrice. Seppur immersi in un amore “contro natura” Griffin e Whiborne apparivano ai nostri occhi come esseri umani.

Immersi in un mondo strano, con strane capacità ma pur sempre umani. E’ con “Stirpe” che iniziano a vacillare le certezze.

Whiborne diviene un ibrido, colui che unisce inconscio e conscio, umanità con divinità diventando, quindi meno umano.

E già abbiamo difficoltà a considerare i suoi parenti degni di totale rispetto.

Troppo alieni, troppo strani, troppo alteri per poter essere compresi. Però divengono quasi simpatici nello scorrere del libro. Il nostro disagio è in agguato, ma quasi rassicurato dal fatto che, seppur in modo distorto, i suoi antenati siano una sorta di prototipo umano. In quel caso ci rivolgiamo alle nostre nozioni di evoluzione: magari questi esseri acquatici non sono altro che un diverso ramo dello stesso albero.

In fondo non siamo tutti nati da una sorta di brodo primordiale? In fondo i, ketoi hanno il loro linguaggio, la loro società, il loro concerto di civiltà e bellezza abbastanza concordante con il nostro.

Possiamo passarci sopra.

Ma la Jordan non è ancora soddisfatta.

Cosi, in questo libro ci mette di fronte esseri che dei ketoi non hanno neanche l’ombra. Sono organismi elementari, profondamente simili a insetti. E noi dovremmo provare empatia per loro?

E noi dovremmo provare empatia per loro?

Quei protagonisti striscianti simili a… no lo dovrete scoprire voi, sono i mostri dei nostri incubi.

E minacciano l’uomo.

Ecco che la guerra escatologica riporta il libro all’ovile del fantasy classico: loro i buoni combattono contro le ombre crudeli.

Ma è davvero cosi?

Possiamo definire noi la civiltà basandosi sulle nostre convinzioni?

E le nostre convinzioni sono davvero etiche?

Il libro rimette tutto in discussione.

Persino la concezione di razza dominante, in grado di poter approfittare degli organismi inferiori, considerati privi della stessa nostra intelligenza e della stressa nostra capacità talentuosa e creativa.

Hoarfrost è il colpo di grazia verso il nostro comodo pensare all’occidentale.

E non solo rispetto al buono e cattivo, ma anche a concetti come sangue, stirpe razza e famiglia.

Tutto viene messo in discussione e osservato da una prospettiva più elevata, laddove in fondo l’umanità è qualcosa di molto più profondo e complesso della definizione banale che gli diamo.

L’umanità scavalca le idee, i valori, gli stereotipi, le differenza. Osserva il profondo e comunica con l’anima, con quella sostanza che, oggi, rifiutiamo in favore di una perfetta forma.

E la Jordan ci schiaffeggia e ci mette di fronte la nostra miseria: quella che ci rende cosi pateticamente fragili da doverci affidare a un concetto chiuso, da dover delegare la capacità critica, di scelta e di valutazione alla fonte più autorevole, quella che si nutre di slogan e facilonerie populiste. Non è quello che accade oggi nella nostra vita politica?

Non ci sentiamo grandi e giusti solo nell’appoggiare acriticamente ogni discorso anche quando esso esalta la disgregazione invece che alla cooperazione?

Non ci riempiamo la bocca con termini come famiglia onore, patria, razza senza averne mai indagato il senso, perché qualcuno quel re che muove i fili ci ha fornito il pacchetto completo del resinificato?

La Jordan come sempre non mi delude.

Abbandona il tracciato classico del viaggio dell’eroe in favore di uno più impervio ma importante: la critica sociale.

E per me è amore duraturo e imperituro.

L’antro misterioso di Layla oggi ci parla di un altro libro “Quello che non so di te” di Francesca Redolfi.

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Buongiorno amici lettori, oggi vi parlerò del libro di Cristina Redolfi “Quello che non so di te”.

Il libro fa parte della collana Literary Romance, ed è il secondo romanzo della scrittrice.

Ma andiamo con ordine, come sempre. La protagonista della storia è Samantha Ascani, chiamata Sam dagli amici più stretti, è una ragazza semplice web designer per un’azienda privata.

I suoi trascorsi la portano ad essere una ragazza ipocondriaca: la morte della mamma è l’effetto scatenante della sua situazione che ha segnato tutto il suo percorso di vita. Un padre un po’ distratto, non riesce ad aiutarla come vorrebbe, ma in questo il destino ci mette lo zampino, quando in ospedale, dopo l’ennesimo attacco di ipocondria, incontra Giulio.

Con lui, un po’ per vergogna, un po’ perchè capisce che non può perderlo, cerca di superare le sue paure sfidando in un certo qual modo quello che più le spaventa, possiamo dire che in questo Sam ci insegna che davvero in amore possiamo tutto.

L’amore dà la giusta carica per combattere, per affrontare tutto quello che ci blocca e non ci fa andare avanti, anche i nostri demoni più profondi.

Ovviamente per ogni momento felice, c’è sempre un momento di sconforto, di tristezza, e quel “ma” che sta arrivando per Samantha e Giulio cambia le carte in tavola: il destino riscrive la storia.

Questa è una storia dove ogni ragazza può ritrovarsi, perché la nostra protagonista, è una persona comune, una persona che potremmo incontrare ogni giorno, in ogni momento; Cristina Redolfi, in più è stata molto brava a scrivere in prima persona, così facendo ci fa immedesimare molto di più nel personaggio, nelle sue emozioni, in tutto quello che sta vivendo, ci fa vivere “a colori”, gli stessi che Sam vede per ogni situazione che si palesa davanti a lei.

Non voglio anticipare nulla di più o darvi altri dettagli, posso però dirvi che la storia è raccontata in modo molto semplice, ho trovato spesso dei difetti in questo libro, ossia il divagarsi troppo nel racconto, iniziare a parlare di qualcosa, per perdersi a raccontarne un’altra, per poi tornare, dopo pagine e pagine, all’inzio, e il lettore in questo può perdere il filo del racconto chiedendosi: “ma di cosa stavamo parlando?” .

Racconta molto, senza troppo descrivere i sentimenti più profondi, perché di cose da dire ce ne sono, e spesso avrei preferito che fossero stati argomentati, o sviluppati diversamente.

Nel complesso credo che sia un libro “carino”, ma che difficilmente consiglierei.

Buona la storia, ma c’è ancora da lavorare.

“L’enigma del Fuhrer” di Stefano Mancini, Fanucci editore. A cura di Alessandra Micheli

 

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Anche se andassi nella valle della morte

non temerei male alcuno,

perchè tu sei sempre con me.

Perchè tu sei il mio appoggio,

il posto più sicuro per me.

Al tuo cospetto io mi sento tranquillo”.

E cosi il perfido Mancini ci è riuscito.

A farmi commuovere e sciogliere questo pezzo di ghiaccio che ho nel cuore.

Forse creato per difendermi un poco dalle emozioni che lo scrittore riversa nel suo libro.

E sono tante, spesso troppo rumorose, spesso grida che a tratti feriscono l’anima. Ma in certi casi il mio cuore si sveglia e si unisce alla coscienza in un canto antico eppure cosi tragico da essere impossibile ignorare.

Certi libri vanno oltre la struttura.

Vanno oltre il genere.

Sono bauli che nascondono altro, dietro l’adrenalina della narrazione.

Oltre l’arcano potere della grammatica, oltre il belletto e l’orpello della tecnica letteraria, oltre i personaggi e i consigli di editing.

Sono le mazze con cui si distruggono lentamente, ma in modo preciso, i muri con cui circondiamo noi stessi.

Quando scegliamo la via più facile e ci facciamo incantare dal fachiro che ipnotizza, con il suono del suo magico flauto. il serpente.

Siamo cosi affascinati dalla sua funambolica arte che non ci accorgiamo né dello sfavillio crudele dei suoi occhi, ne della disperazione del serpente privato del suo libero arbitrio.

E’ cosi che descrivo l’orrore del nazismo.

Parole capaci di sedurre con una cantilena oscura le menti dei giovani, capaci di stuzzicare le frustrazioni di un popolo donandogli una facile ricetta per un futuro glorioso e nobile, per un riscatto capace di portarli alla guida del mondo, li nel posto che gli spetta di diritto. Individuando il male e promettendo di farlo sparire.

Su per un camino, nei lager, uccidendo fratellanza e compassione.

Il sacrificio in olocausto a favore del sogno della grande Germania.

Che grandezza c’è nell’orrore?

Che gloria c’è nella vendetta?

Mancini racconta non solo un epoca, né apre le porte immaginazione più grande dell’uomo, ne ci racconta in modo ardito le più eretiche teorie di chi siamo e da dove veniamo.

Mancini fa di più che proporre teorie per comprendere la parte più esoterica del nazismo, quella che per anni hanno coccolato la mente dei ricercatori. E tutti noi sappiamo che, in un modo oscuro e tenebroso, quelle strane concezioni che sembrano abbracciare il misticismo e la teosofia, intrigano. Sappiamo come l’idea di razze aliene, capaci di contenere dentro il proprio DNA il segreto della creazione infondono una brama ossessiva in noi. Conosciamo la suggestione delle reliquie, delle ardite teorie sulla terra cava, su Atlantide, sulle visite aliene dei folli del circolo di Thule. Sappiamo delle spedizioni del povero Otto Rahn alla ricerca del sacro catino.

Mancini non si limita a usare il contesto del Reich per narrarci l’ennesima storia tra thriller e mistery.

O meglio a me non interessa analizzare quella parte.

Mancini denuncia e neanche ce ne accorgiamo.

Denuncia con una semplicità disarmante l’orrore di chi divide il mondo in buoni e cattivi, in inferiori e eletti sulla base non dei talenti, ma di convenzioni assurde, dell’odio e della volontà di sopraffare l’altro.

Io sono eletto perché esisti tu, inferiore, razza considerata alla stregua di animali.

E cosi in quelle scene strazianti, di rinascita della coscienza, scene in cui il nostro scienziato si rende conto, piano piano, che per la gloria che brama per il suo paese aveva stipulato il diabolico patto faustiano: aveva barattato la sua umanità.

E allora il mio cuore si è stretto.

Perché è quello che accade ancoraggi.

Per mantenere intatte le nostre assurde convinzioni, le nostre ideologie dobbiamo assolutamente barattare compassione e empatia.

Dobbiamo mettere il sabato al di sopra dell’uomo.

Non ci sono altre strade.

Gunter diventa sempre meno uomo e sempre più marionetta.

A capo di un progetto grandioso effettuato non per sete di conoscenza ma per deliri di onnipotenza. U

n esperimento che fagocita le vite umane e forse per questo è destinato a fallire. Ironia della sorta?

In un mondo affatto lontano, è grazie a un ebreo che nascono i malati sogni delle SS e i deliri di Himmel.

Senza il nostro meraviglioso Einstein nessuna scoperta sarebbe stata possibile.

E allora l’odio si rivela per quello che è banale, insulso, insensato.

Un puntare i piedi di un bambinetto che nella sua stupidita contagiosa ha ucciso milioni di uomini, solo per dimostrare che lui esisteva.

Che era il migliore.

Che era il superuomo capace di infrangere i limiti della morale e dell’etica.

Era simile a un dio e solo per quella sua autoelezione poteva fare tutto ciò che la mente, malata tra l’altro, gli suggeriva.

Ecco che il babau degli incubi infantili si fa carne e diventa ilo nemico. Ecco che per punire coloro che lo avevano reso anonimo inizia a devastare.

Perché piccolo, incapace di vivere e quindi deciso a non far vivere nessuno.

E infatti si circonda di zombie.

Perché cos’è un uomo senza il sublime mistero dell’anima, la coscienza?

Uccidi e uno stappo ti lacera sempre di più, fino sa lasciarti un guscio vuoto.

In fondo il prezzo da pagare è poco rispetto al sogno di gloria: venire ricordato nei secoli.

Adolf ci sei riuscito.

Ancora oggi parliamo di te e ti ricordiamo.

Ma in cambio della gloria che ti spetta c’è chi ti ricorda con odio, chi con paura, chi con rabbia, chi con disprezzo.

E poi ci sono io che ti ricordo con immensa pena.

Perchè sei un perdente, con la differenza di avere mani lorde di sangue. E milel spettri che ti sussurrano l’amara verità.

E sono molto più vivi de te.

Perché in fondo nell’ossessione di apparire tu e gli altri gerarchi,avete finito per scomparire, devastati dallo stesso odio che avete instillato nelle menti.

Traditi da chi si è sentito tradito di voi.

Persi nello stesso tempo che avete voluto violare.

E per questo il finale descritto dal nostro Manicin è emblematicamente meraviglioso, con la sua semplicità, e nella sua sarcastica condanna. E dovete leggerlo.

Nella ricerca del potere, in quella strada macchiata di sangue, voi non siete altro che puntini di un cielo oscuro che abbiamo illuminato.

Voi con il vostro folle progetto di addormentare con le mele avvelenate delle parole l’altro, lo avete solo aiutato a svegliarsi.

Chi nell’abisso del nazismo si è trovato e ha visto il cielo che rinnegava, ha cambiato davvero il corso della storia.

Ha cambiato il mondo.

E questa è la speranza che porta con se un libro di tal guisa: che basta aprire gli occhi per non chiuderli mai più.

Il blog è lieto di segnalare l’uscita del terzo volume della trilogia della Rosa del deserto “Ishtar. La guerriera” di Maria E Lina Guidetti. Imperdibile!!!

GIUDETTI 3

«Non andrò via senza aver prima affrontato la regina di Zagros» inveì Dungir. Non voleva scappare come un codardo, ma si chiese se fosse davvero pronto a perdere la vita. Pensò che Ekur non avesse tutti i torti. La loro sconfitta era schiacciante e lui poteva scegliere tra salvare il proprio onore e morire oppure salvare se stesso e pianificare l’ultima mossa con intelligenza. Quando riaprì gli occhi, il suo cuore mancò un battito perché non troppo distante da loro, riuscì a discernere il fluttuare di una lunga chioma rossa. La rosa del deserto. Era in groppa al suo cavallo e lo fissava, ne era certo, e ancora una volta fu per lui come se il tempo si fosse fermato. Guardò come in un sogno lei, con il viso trasfigurato dall’ira, partire al galoppo e sguainare la spada sollevandola in aria per prepararsi all’attacco. Poi, un momento dopo, poco più distante, vide altri guerrieri gutei abbandonare la battaglia per lanciarsi al suo inseguimento. La guerriera tuttavia, cavalcò a tutta velocità avvicinandosi rapidamente alla sua postazione.

 

Sono passati più di due anni da quando Ishtar è diventata la regina di Zagros. Il suo nome ora è Safiye, colei che, come la profezia gutea aveva predetto, riuscirà a trionfare sui sumeri, riportando la luce dove c’era il buio.
Pur essendo una guerriera temibile sul campo di battaglia, la nuova regina saprà conquistare terre e popoli servendosi della sua astuzia, senza perpetrare violenze contro gli innocenti. I giusti la riveriranno come una Dèa, mentre i malvagi la temeranno.
Dungir sarà per lei un nemico pericoloso, da annientare per il bene del suo popolo, ma soprattutto per il bene di suo figlio a cui desidera dare un futuro sereno. Cosa accadrà quando la guerriera si ritroverà faccia a faccia con l’uomo che aveva creduto di amare con tutta se stessa? Sarà l’odio o l’amore a prevalere?”

 

Dati libro 

Titolo: La rosa del deserto – Ishtar la guerriera (terzo volume della trilogia)

Autore: Maria e Lina Giudetti

Genere: Romance storico

Data di pubblicazione: 16 gennaio 2020

Prezzo: 2,99

Editore: Autopubblicazione

Pagine: 401

Il blog è lieto di presentarvi una nuova rubrica L’antro misterioso di Layla. Oggi ci parla del libro “Raccomandata Semplice” di Eleonora Persichetti.

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Il libro che sto per presentarvi oggi, “Raccomandata semplice” è edito da Lettere Animate ed Eleonora Persichetti è la scrittrice di questa nuova storia.

Mi trovo in difficoltà dover scrivere una recensione per questo libro, i motivi sono davvero tanti e disparati, ma come sempre facciamo un passo alla volta.

Adele è la protagonista di questa storia, e fin qui nulla di strano, giusto?

L’unico problema è che una storia realmente non c’è, mi è sembrato più un racconto, un blocco di appunti di una scrittrice che scrive per ricordarsi le cose, eppure quanto ci sarebbe stato da dire, da scrivere.

L’autrice butta nero su bianco pensieri, ci mette davanti delle situazioni, senza mai realmente svilupparle, lasciandoci l’amaro in bocca, non entra nei particolari, nelle emozioni dei protagonisti.

Non ce li descrive, a parte qualcosa di sporadico dell’aspetto, ma noi lettori vogliamo altro.

Noi lettori siamo affamati di emozioni, soprattutto se la categoria del libro è di colore Rosa!

Noi lettori abbiamo bisogno di immedesimarci in quello che ogni personaggio stia vivendo, qui si rimane in superficie.

Eppure le basi ci sono tutte, le idee giuste per essere un vero libro, ma, ripeto, non vengono sviluppate.

La scrittura è frettolosa, superficiale, approssimativa, non spiega nulla dei sentimenti della protagonista e non ci fa entrare nella sua anima, come un libro dovrebbe fare, e di certo il racconto in terza persona proprio non aiuta in questo.

Non c’è mai quel pathos che ti fa dire “Oh mio Dio”, che ti coinvolge in qualche modo, nemmeno il finale, inatteso, ci dà quell’energia giusta.

Di questo libro, una volta finito, purtroppo, non ci rimane assolutamente nulla.

Un peccato davvero.