Vi sveliamo la cover del nuovo libro della Dri editore “Bugie a Santorini” di Pamela Boiocchi e Michela Piazza. Da non perdere!

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Sinossi:

“Potresti essere sincera. Questa eventualità non la prendi neanche in considerazione?”

Dire la verità ad Alex? Mai. Piuttosto la morte.

Metti una scrittrice che ha perso l’ispirazione e un affascinante, impudente sconosciuto.

Falli scontrare, attrarre, bisticciare. E poi baciare.

Immagina che lui sia l’unico in grado di sbloccare la crisi da pagina bianca della nostra autrice e che lei decida di sfruttare i suoi consigli e le sue carezze per riuscire a terminare il libro.

Aggiungi le isole greche, un mare cristallino, due amiche pazze e una coscienza che parla con la voce di una piratessa del Settecento.

Ah, e non scordare la passione, perché in questa faccenda c’è una dose abbondante di peperoncino.

Cosa può andare storto? Che anche il ragazzo misterioso nasconda dei segreti…

Pronti a fare il doppio gioco?

Qui ognuno mette in palio il proprio cuore, ma la verità non è mai quella che sembra.

“Bugie a Santorini”, una brillante commedia romantica in cui le menzogne hanno il sapore piccante del vero amore.

 

SCHEDA PRODOTTO

Titolo: “Bugie a Santorini”

Autore: Michela Piazza – Pamela Boiocchi

Editore: Dri Editore

Genere: Chick lit

Collana: Brand New Romance

Formati disponibili: ebook 2.99/ cartaceo 12.99

Lancio ufficiale 6 giugno, in preorder dal 2 giugno

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Il nostro amico Gatto. A cura di Alfredo Betocchi

 

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Chi, come me, ha un gatto che gironzola per casa, orgoglioso, egoista e sprezzante, sa che ogni giorno deve conquistarsi la sua fiducia e il suo amore.

I gatti sono diventati animali da compagnia molto tardi nella storia moderna, solo all’inizio del XIX secolo, con la moda dei gatti da esposizione, prevalse nelle famiglie l’abitudine di ospitare uno o due gatti in casa, ma il rapporto uomo/gatto è molto più antico, risale nientemeno che a 9000 anni fa.

Non è un segreto che l’unico animale addomesticato con certezza dagli Egizi sia proprio il gatto, discendente da una sottospecie felina di origine libica. La sua presenza è attestata sin dal Neolitico, ma solo nel Nuovo Regno (1550 a.C.) è possibile parlare di gatti domestici.

La diffusione del gatto è dovuta alla spietata caccia che dava ai roditori che minacciavano di distruggere i depositi di granaglie utili al sostentamento della popolazione. A qiesto scopo veniva adorata Bastet, la Dea raffigurata con le sembianze di gatto o come una donna dalla testa di felino.

A partire dal Nuovo Regno l’animale fu associato alla Dea Tefnet dalla quale prese il titolo di “Occhio di Ra”, personificando il calore vivificante del Sole.

Nel 57 a.C. Diodoro Siculo, famoso storico greco, riferisce di una legge faraonica che recitava così: “Chiunque ammazzi un gatto viene condannato alla pena capitale, a prescindere dall’intenzionalità del suo crimine”.

I gatti occupavano, nell’antico Egitto una posizione analoga a quella della vacca sacra nell’Induismo.

Esistono innumerevoli varianti di questi felini ma tutte le razze domestiche presentano minime differenze nell’aspetto e hanno più o meno la medesima taglia.

Un Gatto è un gatto e lo si riconosce subito, qualsiasi sia il suo colore o la lunghezza del suo pelo. Ci sono gatti più tozzi e più longilinei, con orecchie a punta o arrotondate, col pelo corto o lungo, ma esso rimane inequivocabilmente Lui, il padrone incontrastato delle nostre case.

I gatti, specialmente i cuccioli, suscitano una tenerezza spontanea in coloro che li guardano, con le loro moine e le loro buffe posizioni.

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I felini devono, in tutte le età, esprimere la loro capacità di cacciare. Nei cuccioli questa capacità si esprime nel gioco, inseguendo una pallina o un altro oggetto ludico, quelli più adulti, se vivono in appartamento, devono poter praticare almeno una volta al giorno quest’attività. Bisogna quindi farlo giocare con ciondoli o topini di stoffa.

Il gatto è sempre stato considerato un animale misterioso per il suo carattere indipendente e solitario. Con i suoi occhi lucenti e il passo felpato, è sempre stato considerato fonte di stupore e turbamento, di venerazione e di superstizione.

Sono capricciosi, affettuosi, circospetti, socievoli e scontrosi, feroci o arrendevoli e distaccati, orgogliosi e giocherelloni, sospettosi e teneri, insomma sono tutto e il contrario di tutto e questo contradditorio comportamento ha suscitato nell’uomo i sentimenti più contrastanti: dall’adorazione all’odio profondo.

Nel Medioevo sono state scritte cupe pagine sanguinarie di persecuzioni, specialmente contro i felini dal pelo nero. I gatti neri erano considerati animali magici e personificazione del Diavolo soprattutto nell’Europa centrale.

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Dove la superstizione portava alla famigerata caccia alle streghe, i poveri felini furono accumunati nella credenza che assieme a quelle donne praticassero riti demoniaci e procurassero alla popolazioni infinite sofferenze. Nella fantasia popolare, i gatti e le streghe potevano tramutarsi l’uno nell’altra ed entrambi servire Satana. Le streghe, però, non si limitavano a tramutarsi in gatti ma pare che si servissero di loro per raggiungere i luoghi del Sabba, le Messe Nere.

Nei villaggi tedeschi e generalmente del centro Europa, furono sterminati milioni di povere bestiole innocenti, come anche migliaia di povere donne, colpevoli solo di praticare arti d’erboristeria e sciamanesimo.

Le chiavi di identificazione del gatto sono quattro:

  1. Lunghezza del pelo.

  2. Forma del muso.

  3. Lunghezza della coda.

  4. Origine e provenienza della razza.

Sarebbe qui troppo lungo elencare tutti i tipi di razze feline, per semplificare, si può affermare che la Grande Famiglia del Gatto ha avuto origine nei tre continenti che circondano il mare Mediterraneo. Il gruppo “Silvestris” è europeo, il gruppo “Lybica” dall’Africa e quello “Ornata” dall’Asia.

I gatti domestici, se reinseriti in natura, rinselvatichiscono. In America ci sono ben 40 milioni di gatti domestici tornati selvatici contro 75 milioni di gatti ancora domestici. I gatti non soffrono per questi passaggi da domestico a selvatico e viceversa, perché la loro natura indipendente impedisce di sottomettersi completamente all’uomo, come fanno invece i cani che hanno un carattere gregario.

Infine due parole sull’interessantissimo linguaggio dei nostri “a-mici”.

Il gatto “parla” a noi con il comportamento e i miagolii.

Due sono i bisogni primari del nostro amico: soddisfare il bisogno di nutrirsi e il desiderio di affetto.

Quando il gatto ha fame vi girerà intorno, guardandovi fisso poi monterà con le sue zampe sulle vostre scarpe e, se voi ancora insensibili non gli date retta, chinerà e struscerà il muso sulle vostre gambe. Infine, se vede che siete ancora sordi alle sue moine, miagolerà e, in ultima istanza, aggredirà i vostri polpacci con un bel morso!

Diverso è il suo comportamento se vuole le “coccole”. Emetterà piccoli miagolii e si dirigerà verso il più vicino tappeto di casa, sdraiandovisi e allungando il collo. Voi comincerete a carezzargli dolcemente la schiena con movimenti lenti, mai bruschi. Il gatto alzerà, a un certo punto, la testa per dirvi che gradisce molto i grattini dietro le orecchie e soprattutto sulle sue guance. Queste carezze lo fanno andare in estasi e così emetterà dei versi chiamate “Fusa”, manifestando una emozione intensa. Questo fatto, solitamente, gratifica anche il padrone che vede confermato così l’amore del suo gatto per lui.

Il massimo atteggiamento di fiducia del gatto verso il padrone è mostrargli la pancia, che è la parte più vulnerabile di sé. Nessun animale ama mostrare la pancia, quindi questo gesto indica proprio una sconfinata fiducia verso il suo padrone.

Quando il gatto si sarà stancato delle carezze, vi mollerà un bel morso, non troppo forte e riprenderà la sua aria altera e distaccata che lo distingue dal cane, sempre remissivo e disponibile per il suo padrone.

I felini sono pure animali freddolosi e non è raro che si accoccolino sul vostro letto nelle sere d’inverno cercando riposo e caldo.

Due parole anche sull’enigmatica “Erba Gatta”. I gatti sono animali carnivori e il loro intestino non è adatto a digerire i vegetali. Unica eccezione questa pianta aromatica della famiglia della menta che ha un irresistibile attrazione sui felini. Basta la visione di questa piantina per fare impazzire dal desiderio il vostro micio. Si butterà a capofitto su di essa, mordendone le foglie e inghiottendole come se fossero un dolce al cioccolato.

Il mistero dell’Erba Gatta è una molecola simile all’LSD. Fortunatamente questa pianta non ha nessun effetto nefasto sulla salute del gatto ma non è, tuttavia, l’unica a far andare fuori di testa il nostro micio.

E’ il caso dell’ulivo, del papiro, della mimosa, del kiwi e dell’asparago.

Attenzione però, non date mai al vostro micio del cioccolato, è puro veleno per il suo organismo!

Adesso, se vi è venuta voglia di farvi accompagnare nella vostra vita da uno di questi meravigliosi, amorosi, orgogliosi e sprezzanti animali, dovete solo recarvi presso una sede dell’Associazione Nazionale della Protezione Animali e adottarne uno abbandonato.

Vi consolerà nei momenti tristi e vi divertirà con le sue moine e gli atteggiamenti comici e burleschi.

“Cuori Neri. Il direttore” di Simona Pino D’Astore, Graus edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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Non sono un’amante dei mondi virtuali, più che altro amo il mondo immaginario creato dalla letteratura e mi è capitato più volte, girando per i vicoli della mia disfatta ma fiera Roma, di essere Robin Hood, o l’impavido Edmond Dantes.

A volte ho bisogno di follia e divento un po’ Alice vestendomi, magari, nel mondo stravagante con cui ho sempre visualizzato il Cappellaio. Perfettamente definito, come se Burton fosse entrato nelle mie visioni, dal film Alice in Wonderland.

E quando ho voglia di un po’ di raffinatezza divento il dandy per eccellenza, un Dorian Grey libero da ogni convenzione, tanto ci sta un quadro in soffitta a patire per i miei sbagli.

Ecco.

Io mi sento grande divorando pagine di libri e di classici.

Forse mi invento, forse mi sento amata dalle dolci soffici mani di Mamma March.

Per questo non riesco molto a comprendere il mondo dei miei coetanei, o di tanti giovani che si identificano con una realtà brutale dalla quale rifuggo.

Mentre io faccio mie le massime di un triste Svevo, vedo post con aforismi presi nientedimeno che da Gomorra o da Rosy Abate.

Frasi di disprezzo per la legge, che fanno di semplici occhi spaventati o di menti frustrate dalla troppa arida quotidianità, dei veri guappi da manuale.

Ecco io questo vostro amore per il banale non lo comprendo.

Perché ritengo, e la Arendet mi è testimone, che la criminalità non sia altro che la faccia di una banalità del male, che pensa di rendere tutti rispettati, ma che li rende buffi e patetici burattini del potere che li manovra.

E leggendo il libro inchiesta da brivido, Cuori neri, queste domande sono tornate. Perché in questo testo sono mostrate tutte le facce dell’ignoranza, della povertà e dell’educazione che manca in quei “ghetti” inutilmente dannosi chiamati “quartieri a rischio”.

Come descrisse la bravissima Ela Zanel, raccontando del “quartiere”, al pari la Pino D’astore tratteggia quella mancanza di responsabilità della società che, per sentirsi proba, onesta, migliore, compassionevole, cristianamente dedita al bene, ammassa quel prodotto scarto del suo benessere in luoghi precisi.

Ecco i quartieri penosi, dallo Zen al Serpentone di Roma, ai famigerati quartieri di Scampia, all’orrore dei casermoni di Quarto Oggiaro.

E anche la nostra bella Puglia ha la sua maddalena da compatire e magari redimere. Luoghi in cui la violenza è un fatto di famiglia è una scarna eredità blasfema da regalare a figli non amati, non desiderati, a cui è stata strappata l’infanzia e quella purezza che del bimbo tanto incantò Pascoli.

È il luogo dei soldi facili, spesso costrizione di chi una parvenza di vita migliore non la concepisce, se non tramite le vie traverse dello Stato. L’illegalità in un paese che non si cura delle sue parti ma le lascia marcire, è quello che fu, per l’unità d’Italia il brigantaggio: uno Stato nello Stato promessa di, se non redenzione, di ricchezza e di riscatto. Un riscatto nel sangue, ma sempre meglio di una vita eterna da fallito, da vittima compiacente per far sentire meglio il santo di turno.

Ecco sfilare la voci di tanti, troppi uomini perduti.

Peccato che mentre raccontano il loro travaglio interiore, a perdere siamo tutti noi.

Complici di uno Stato sanguisuga, che per accrescere le pance dei mille coglioni che si siedono su poltrone di velluto, spreme le giovani vite, convincendole che la strada, l’unica giusta, è quella del crimine, della mafia e della camorra. E loro sono convinti di avere uno Stato padrone da combattere, uno Stato che non li considera né cittadini né esseri umani, che se ne frega della loro disperazione, di situazioni al limite della povertà. Guardiamo tanto all’Africa ma fidatevi, da noi in Italia siamo messi peggio, perché almeno in quei paesi un po’ di speranza, nonostante l’orrore, resta, noi non abbiamo neanche quella.

Perché dei paesi del terzo mondo se ne parla, dei paesi nostri, dei quartieri degradati, no. O almeno se non in campagna elettorale, quando l’Ercolino di Turno tuona contro l’insicurezza provocata da chi alla legge non crede.

E sapete cosa tira fuori di sconvolgente la D’astore?

Che la legge, il cui Stato deve esserne il protettore, viene violata non dalle organizzazioni criminali, bensì dallo Stato stesso. Ciancimino e i processi ad Andreotti ne sono la prova. Le commistioni tra mafia, camorra e politica sono all’ordine del giorno. Anche oggi al TG ho sentito di scambi di favori, appalti truccati, mazzette per chiudere un occhio, voto compromesso dall’incidenza di minacce dei settori dell’illegalità. Continuo?

Ma non ho ancora sentito una sola dannata voce che dicesse: “ora basta!” Solo protesta, ma proprio ora che ci sono le elezioni le raccontano. Voi, cari miei finti probi cittadini, non dovreste indignarvi quando vengono fuori le notizie di commistione mafia/camorra e politica, dovreste incazzarvi come bisce per queste notizie, perché ci sono questi tentacolari legami.

Io credo che quel re che siede panciuto sul trono e si nutre di noi, dei sogni, delle speranze, delle energie e dei soldi, debba essere spodestato.

E questo libro, specie alla fine, può aiutarci a farlo. Perché anche nell’orrore più nero esiste sempre la speranza di redenzione. Di redimere e amare così tanto la nostra terra da aiutarla ad alzarsi di nuovo, più bella e luminosa di prima.

Fatelo cadere questo maledetto, dannato RE!

Mentre il fucile urla fuoco tutto il giorno

volano avvoltoi nel cielo blu attorno,

avanza il battaglione, brilla il ferro e l’ottone,

e cadono sull’erba mille bravi cittadini.

C’è un re, c’è un re

che non vuol vedere,

c’è un re, c’è un re

che non vuol sapere.

Mentre il cannone lancia lampi nel cielo,

rullano tamburi incalzano zampogne,

insieme nella polvere, sangue e sudore

e cadono sull’erba mille bravi contadini.

C’è un re, c’è un re che non vuol vedere,

c’è un re, c’è un re

che non vuol sapere.

C’è un re che dorme rapito dalle rose,

non si sveglia nemmeno quando madri silenziose

unite nel dolore a giovani spose,

gli mostrano un anello con inciso sopra un nome.

C’è un re, c’è un re,

che non scende dal trono,

c’è un re, c’è un re

che non fa nessun dono.

C’è un re, c’è un re

che non scende dal trono,

c’è un re, c’è un re

che non fa l’ultimo dono.

Una volta il brigantaggio era la reazione contro gli interessi dei ricchi, che volevano cambiare solo il suonatore e mai la musica.

Oggi è solo la mano sporca che spiana la strada a eleganti scarpe firmate. Lui muore, lui si sacrifica, mentre i maiali si ingozzano.

E vi rubano la libertà per cui tanti uomini hanno versato il loro sangue.

Omme se nasce

Brigante se more

ma fino all’ultimo avimmo a sparà

e se murimmo relate nu fiore

è na preghiera pe sta libertà.

Dove sta la vostra?

L’avete barattata per un Rolex?

La Triskell edizioni presenta “Titano” di Gotens. Imperdibile!!

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Trama: 

Helios aveva sempre sognato di andare su Titano, quella luna così misteriosa lo aveva attirato fin da quando era bambino. Finalmente è riuscito a prendere parte a una spedizione destinata a entrare in contatto con la sua misteriosa popolazione; qualcosa però va storto e la navetta sulla quale sta viaggiando viene abbattuta. 
Salvo per miracolo, fa la conoscenza di Deimos, una creatura completamente bianca e dagli occhi viola, che incute paura al solo sentir pronunciare il suo nome. Helios è costretto a convivere con lo spietato assassino, ma pian piano la paura lascia il posto a un senso di sicurezza. E forse a un sentimento più profondo.

 

Dati libro 

Data di pubblicazione: 20 Aprile

Collana: Rainbow

Titolo: Titano
Autore: GotenS
Genere: Fantascienza
Lunghezza: 168 pagine
ISBN ebook: 978-88-9312-511-6

Prezzo: € 3,99

“Spegnere il buio” di Teresio Asola, Eretica edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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Il viaggio è fatale al pregiudizio,

al bigottismo e alla ristrettezza mentale.”

Raramente inizio delle recensioni raccontando le emozioni e le suggestioni che un testo mi procura.

Non perché io sia un cyborg ma perché a volte mi lascio trasportare dal mio lato sociologo, e affronto il tema del libro che, secondo la mia misera opinione, può servire alla crescita personale e societaria di questa realtà spesso decadente.

Nel testo di Teresio Asola, invece, le immagini scorrono vivaci sotto gli occhi, occhi che tornano bambini, che si beano di una luce che brilla anche nel buio.

Al contrario di quello che racconta la trama, non è il buio reale a essere protagonista, anzi. In questo testo, nonostante si parli di una parte del mondo che molti chiamano erroneamente terzo, come se fosse una periferia folcloristica che serve soltanto per farci sentire migliori, la luminosità si propaga da ogni parola.

La trama è al tempo stesso intrigante e semplice, Tiziano si è incaricato di patrocinare e “vendere” un ambizioso progetto energetico.

Pensò al socio di maggioranza dell’azienda. Era stato Nesto a mandarlo in Madagascar per il Progetto Duemila delle Nazioni Unite, che ambiva alla riduzione di povertà, fame, malattie, analfabetismo, degrado ambientale e discriminazione di genere….Il progetto malgascio, che coinvolgeva una Ong di New York, i Rotary Club di New York e Antananarivo e l’Università dell’Oklahoma, mirava a trasformare i villaggi rurali in comunità tecnologicamente all’avanguardia

Il punto di partenza è quindi piuttosto immediato: il buon occidentale va a potare un briciolo della sua fantastica civiltà nel paese arretrato.

Storia trita e ritrita direte voi.

Se non fosse che, Asola, il suo progetto letterario lo stravolge.

In quelle zone al confine con l’africa e il Madagascar, dove si intrecciano civiltà apparentemente diverse e orgogliose della loro specificità, il mondo grigio e forse noioso del buon Tiziano si illumina di…colori.

Ma signore, qui non siamo in Africa. L’Africa è un’altra cosa, noi siamo nell’Oceano Indiano. Ci sono influenze asiatiche, qui».

È l’incontro con questo caleidoscopio di umanità così variegata e felice di vivere, che provoca in Tiziano una sorta di ipnosi.

È affascinato da tutto e anche impaurito da quella vitalità così giovane e ridente nonostante una povertà che spesso li priva dei classici comfort. Nonostante la carenza energetica, nonostante quel buio che di notte invade i pensieri, dal suo albero ode schiamazzi e feste, ode risate, musica, la vivacità di un popolo capace di godere della semplicità offerta da un tamburo e da un corpo che balla.

Qui non è Africa… “; si guardò attorno, e nonostante i batuffoli di cotone nelle orecchie gli arrivavano il tramestio, il vociare, le musiche e le grida d’imbonitori della piazza impazzita di festa che trapelavano dagli scuri serrati. Si rincantucciò sotto le coperte di lana e si abbandonò a quella notte invernale di giugno. Alle due passate si svegliò; c’era rumore, ancora, e il banditore che all’altoparlante dava fuori le ultime urla armoniose. Poco dopo la musica di strada e le voci lasciarono spazio al silenzio.

Ed ecco che episodi rapidi si susseguono come in un film, fotogrammi, attimi che condensano emozioni così immediate, un fermento di vita così rivoluzionario che improvvisamente il grigiore di una civiltà che ha perso la sua capacità di ridere con poco, diventa un lontano ricordo. Tiziano da questo viaggio ne uscirà cambiato, così legato a un mondo che in fondo non sente affatto lontano, nonostante lo stupisca giorno per giorno.

Lo stupiscono le persone incontrate per le strade:

Un uomo camminava con una gorba sul capo piena di enormi pani, una donna procedeva dritta bilanciando un cesto in testa, un giovane proponeva uno strumento musicale cilindrico con corde metalliche, gruppi di bambini andavano a scuola in divisa, un venditore ambulante proponeva timbri di gomma, due ragazzi trainavano ognuno un carretto colorato a due ruote pieni l’uno di verdure e l’altro di frutti, un venditore di giornali teneva in equilibrio sulle braccia una pila di quotidiani disposti in verticale perché se ne vedesse la prima pagina. Ovunque sorrisi e allegria.

il mercato ricco di colori:

trattenne uno sguardo di rassegnazione, tornò a osservare la folla del mercato, ormai diradatasi come la polvere sollevata dal ciclomotore troppi minuti prima. L’unico pneumatico che viaggiava sulla strada gialla era quello lanciato dalle mani gracili dei due bambini. Sembrava un quadro di De Chirico.

lo stupiscono i luoghi, persino il cibo:

Si servì di un croissant, ne apprezzò la fragranza e lo posò sul piatto; con le mani pinzò una baguette croccante, che come il croissant pareva fatto a Parigi; ne tagliò rotelle che spalmò di una marmellata di mango, litchi e banana confezionata in minuscoli vasetti di vetro. Incoraggiato dai profumi e dal gusto del croissant e del pane, si tagliò una fetta di torta di frutta. ‘Lassaggio gli confermò quel che aveva letto: i prodotti di pasticceria, di derivazione francese, erano assai buoni. Provò, contravvenendo ai consigli di Mara, la macedonia di frutta fresca; ne pescò una cucchiaiata da una ciotola di vetro. E si sentì in dovere di provare un ottimo yogurt della Tiko, azienda lattiero-casearia di proprietà del Presidente della Repubblica

Lo stupisce quel buio ricco di luce che è andato a debellare:

Ma la domanda che mi sono posta, mentre mi facevo affascinare dall’atmosfera del testo era:debello il buio». La frase gli era venuta d’istinto avendo visto poco prima l’avviso sui blackout, e la notte precedente quell’oscurità sulle strade. Gli era venuta più efficace che se l’avesse pensata per giorni. «Bravo tu» rise tuonante l’ambasciatore «ma il buio dell’animo, il buio del cuore, o il buio degli occhi?»

Che buio spegne quindi il nostro libro?

Allora mi sono risposta da sola, quando Teresio ha sottolineato:

lui era interessato al mondo di bambini, ragazzi, giovani. Tutti parevano giovani. Strana impressione, venendo dall’Italia, così anziana.

Il buio che si spegne è quello del pregiudizio.

Quando ci avviciniamo all’Africa lo facciamo sempre con un grammo di compassionevole pietà.

Ci sentiamo vicini a quegli esseri così sfortunati da nascere nella parte del mondo meno ricca. Noi sì che siamo privilegiati, chiusi nelle nostre comode case, con la tecnologia che ci permette di vivere una vita attraverso lo schermo. Senza ballare se non per sfinirci di delirio di onnipotenza, laddove balliamo per postare le foto su Instagram; beviamo superalcolici per annichilire una costante paura della solitudine; siamo immersi in case molto più grandi del villaggio malgascio. Eppure, molto più soli.

Non si ride se non è politicante corretto farlo, per mostrarsi riconoscenti dei tanti doni.

Il buio che si spegne è quello del pregiudizio.

Quando ci avviciniamo all’Africa lo facciamo sempre con un grammo di compassionevole pietà. Ci sentiamo vicini a quegli esseri così sfortunati da nascere nella parte del mondo meno ricca. Noi sì che siamo privilegiati, chiusi nelle nostre comode case, con la tecnologia che ci permette di vivere una vita attraverso lo schermo. Senza ballare se non per sfinirci di delirio di onnipotenza, laddove balliamo per postare le foto su Instagram; beviamo superalcolici per annichilire una costante paura della solitudine; siamo immersi in case molto più grandi del villaggio malgascio. Eppure, molto più soli. Non si ride se non è politicante corretto farlo, per mostrarsi riconoscenti dei tanti doni.

Ma il sorriso non arriva agli occhi: non sentiamo quel gusto della vita, non si balla a tarda notte per le strade.

Non si suona e soprattutto non si è felici.

In Africa, nell’Africa raccontata da Teresio, i sorrisi veri abbondano:

Di là, rumori, polvere e sorrisi africani.

È la Parola che appare più volte:

mentre con la telecamerina riprendevo volti, sorrisi, occhi, mamme stanche di miserie ma rallegrate dal fagotto sulla schiena di bimbi con sguardo radioso.

strepiti, cori, canti, allegria e sorrisi. Un ragazzo allungò impertinente la lingua sorridendo, gli occhi fuori dalle orbite, sgranati dall’eccitazione.

Io non potrei scrivere dell’Europa in questo modo, non potrei ripetere la parola sorrisi.

Allora sono necessari libri come questo, che spengono il buio dell’ignoranza, della convinzione e della supponenza.

Perché il vero viaggio inizia solo quando si getta la maschera quotidiana e si inizia di nuovo a essere se stessi.

E con questo libro, credetemi, quella maschera non la indosserete mai più.

“Occhi dal passato” Di Marco Moretti, Eretica editore. A cura di Irene Ceneri

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Recensire un libro non è mai un compito semplice. recensire questo mi rende il compito ancora più duro. OCCHI DAL PASSATO, nel titolo in realtà, è racchiusa ogni cosa.

Un libro che devo dire mi ha conquistata molto. Una storia intrigante che vede intrecciarsi in modo incredibile passato e presente, quasi una stesura cinematografica, si legge il libro vedendo perfettamente il film che scorre davanti ai nostri occhi. 

Il libro non lascia troppo respiro, i capitoli non sono Presenti, l’intera storia procede in avanti senza voltarsi mai, probabilmente lo scrittore ha fatto una scelta ragionata a tal proposito, proprio per lasciare questo senso di velocità senza spazio di pensiero. Quasi come quando tutti noi ci prendiamo 10 minuti per  cercare di capire che cosa stia accadendo, come se d’un tratto ci domandassimo come siamo arrivati a quel punto.

Il punto esatto in cui per evitare di rifare errori del passato, se ne commettono di nuovi.

Un libro che regala emozioni di vario genere, e che sopratutto può essere lo specchio delle nostre vite. Si, perché in un personaggio o nell’altro della storia, possiamo ritrovarci tutti.

Quante volte ci capita di scovare un particolare che ci ricorda di scelte fatte in passato, di situazioni non chiuse, di emozioni vissute troppo o perdute.

 

Non credi sia meglio evitare film già visti?”

E se tu sbagliassi? Se non fosse una replica, ma una prima visione?”

Le seconde chance “sono” repliche, non si tratta di nuove sceneggiature”

Quindi se un regista cambia il soggetto, non vincerà comunque alcun premio?

 

Ecco! Tutto ha inizio da qui, e la vita comincia a cambiare.

Rileggerò questo romanzo tra qualche tempo, perché sono sicura che possa ancora regalarmi nuove emozioni, lasciando scoprire di se ancora qualcosa.

Consiglio davvero questa lettura, a chi vuole riscoprire pensieri che sembravano essere scomparsi.

Un viaggio complicato ed interessante. 

Intervista di Alessia Mocci a Silvano Trevisani: vi presentiamo Alda Merini tarantina. (Fonte http://oubliettemagazine.com/2019/05/14/intervista-di-alessia-mocci-a-silvano-trevisani-vi-presentiamo-alda-merini-tarantina/)

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“L’assillo della contemporaneità è il successo. Tutte le arti vengono esercitate più che come espressione dello spirito e come esperienza di innalzamento culturale, esclusivamente come affermazione della propria personalità.” –

Silvano Trevisani

Silvano Trevisani, giornalista professionista, è nato e vive a Grottaglie. Attualmente è redattore capo del settimanale “Nuovo Dialogo” e direttore della rivista “l’Officina – Laboratorio delle culture e delle storie” (Edit@ dal 2014). È stato per molti anni responsabile dei servizi culturali del “Corriere del giorno di Puglia e Lucania”, ha lavorato per la redazione di Bari di “Repubblica”, ha collaborato con “l’Osservatore Romano” e collabora con giornali e riviste.

 

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Saggista, poeta, scrittore e critico d’arte, ha pubblicato numerosi volumi e saggi di storia, economia, arte, letteratura, oltre a opere di poesia e narrativa. Ha ideato le celebrazioni ufficiali per il ventennale di Giorgio de Chirico, nel 1998, per conto della Fondazione de Chirico, realizzato un saggio per il catalogo De Chirico e la Metafisica del Mediterraneo (Rizzoli, 1998); ha curato il diario inedito di Carlo Belli, teorico dell’astrattismo geometrico (AltaMarea, 1997).

Per la narrativa: il romanzo umoristico Lo norevole (Manni, 1997), con prefazione di Vincenzo Mollica, Storie di terre di sole (riedita da Capone, 2007), prefazione di Donato Valli e Ombre sulla città perduta (Radici Future, 2017).

Tra i suoi numerosi saggi: Creatività e inclusione (Rubbettino, 2013); Alda Merini e Michele Pierri, cronaca di un amore sconosciuto, (Edit@ 2016).

Per la poesia ha pubblicato le sillogi Poesie (Nuova Amadeus, 1995), prefata da Giacinto Spagnoletti, vincitrice del Premio Saturo d’argento e del Premio Vanvitelli-Caserta, 5 poesie d’amore, in Amore, amore… nei versi di dieci poeti pugliesi” (Edizioni AltaMarea, 1998, con prefazione di Donato Valli), L’altra vita delle parole (Nemapress, 2012), con prefazione di Plinio Perilli e postfazione di Cristanziano Serricchio, Geometrie del desiderio, con le illustrazioni di dieci grandi artisti (Edizioni Galleria Margherita, Taranto 2012), Terra Madre, con le illustrazioni della scultrice Lucia Rotunno (Print Me, 2017).

Ha collaborato con Macabor Editore per alcuni numeri della collana “Sud – I poeti” ed ha curato nel 2019 il volume “Alda Merini tarantina” di cui tratterà la seguente intervista.

L’antologia, disponibile in libreria da maggio, tratteggia la poetessa dei Navigli nella bella città di Taranto proponendo un’interpretazione dei fatti che portarono al matrimonio con il poeta e medico Michele Pierri da parte di intellettuali ed amici che hanno conosciuto la coppia e le due identità.

Alda Merini tarantina” è anche un viaggio nella Puglia poetica grazie alla presenza della sezione “Voci dal silenzio – Poeti pugliesi contemporanei e da non dimenticare” e da una interessantissima “Antologia dei poeti pugliesi”.

 

 

A.M.: Buongiorno Silvano, sono lieta di poter dialogare con lei a proposito della nuova pubblicazione di Macabor Editore “Alda Merini tarantina” che vuole sì ricordare il decennale della morte della poetessa ma anche proporre una riflessione sulla poesia pugliese. Quando nasce l’idea di collaborare all’antologia poetica?

Silvano Trevisani: Ho conosciuto Alda Merini, Michele Pierri, quasi tutti i figli di Michele, Giacinto Spagnoletti e molti degli amici che furono vicini alla coppia negli anni di Taranto. Ho avuto per le mani poesie e documenti inediti e ho per molti anni letto quello che si diceva su Alda, quando era ancora viva, e sul suo rapporto con Taranto, del quale mi sono occupato in alcuni libri molto documentati. Degli anni di Taranto, che sono fondamentali nella rinascita di Alda, si è scritto pochissimo e in maniera quasi sempre sbagliata. Soprattutto nei giornali che si sono occupati di lei in occasione della scomparsa, mi è capitato di leggere errori grossolani, datazioni erronee, giudizi superficiali. Ho cercato di raccontare la verità oggettiva, forse disturbando qualcuno di quelli che si ritenevano i soli biografi, ma ho voluto che si ricordasse che Alda è stata tarantina, che ha svolto un ruolo culturale negli anni di Taranto e dimostrare che gli anni di Taranto sono stati per lei fondamentali. Ricorrendo quest’anno il decimo anniversario della morte, ho pensato che sarebbe stato bello coinvolgere nella celebrazione i poeti pugliesi a me più cari (per molti anni ho curato le pagine culturali del quotidiano Il Corriere del giorno), ma allargando l’orizzonte anche ai poeti scomparsi, che hanno dato lustro alla Puglia poetica. È nata così l’idea di un’antologia che nascesse e si sviluppasse attorno al ricordo di Alda Merini “tarantina”.

A.M.: Nella sua introduzione tratteggia la casa editrice Macabor come impegnata per “la conoscenza e la diffusione della poesia, genere che incrocia il massimo della militanza con il minimo della diffusione, in un paese in cui tutti scrivono e nessuno legge”. Quali sono le cause di questa “impellente” necessità di scrittura senza alcun interesse verso la lettura?

Silvano Trevisani: L’assillo della contemporaneità è il successo. Tutte le arti vengono esercitate più che come espressione dello spirito e come esperienza di innalzamento culturale, esclusivamente come affermazione della propria personalità. In tempi di esasperazione dell’individualismo (leggansi i vari moniti di papa Francesco) quasi tutte le persone scolarizzare, oggi, sono indotte a credere che il possesso di strumenti comuni di espressione le renda potenziali artisti: scrittori, poeti, pittori, cantanti, ballerini, attori, registi, sceneggiatori, musicisti, e così via… Ma se per la maggior parte delle arti occorre acquisire abilità aggiuntive (ad esempio il musicista deve almeno saper leggere il pentagramma) per la scrittura l’accesso è molto più semplice, e la pubblicazione di propri testi è molto favorita dall’abbattimento del costo della stampa. Si sa che la poesia, poi, è un’attitudine quasi universale, soprattutto in età adolescenziale, solo che oggi quasi tutti coloro che hanno scritto poesie, non aggiornandosi, si convincono di aver scritto qualcosa d’importane e non ci pensano due volte a stampare. Detto questo, accade che la maggior parte dei poeti, che continua a scrivere secondo forme e linguaggi di livello scolastico, sia convinto che la vera poesia sia la sua, non avendo attrezzatura critica, e non ha mai l’interesse a leggere i libri degli altri, neppure per affinare il proprio stile. Perciò tutti scrivono ma pochissimi leggono. Ciò porta la poesia a essere un genere per niente commerciabile e gli editori come Macabor, che pubblicano poesia e anzi organizzano progetti di poesia, sono davvero degli eroi. Che meritano sostegno e collaborazione, anche perché non sono editori-stampatori e non favoriscono il proliferare delle pubblicazioni per trarne profitto.

A.M.: Si è scelto di dedicare un capitolo dell’antologia a Michele Pierri, punto di riferimento della cultura pugliese purtroppo, oggi, poco conosciuto. Qual è stato il suo rapporto con Pierri?

Silvano Trevisani: Michele Pierri è stato, soprattutto per noi tarantini, ma non solo, un punto di riferimento. Persona straordinaria e umile dalla vita avventurosa e affascinante. Grandissimo poeta che ha scontato, come tutti coloro che scelgono di rimanere al Sud, la distanza dai centri di potere, nonostante fosse amato da Ungaretti, Betocchi, Pasolini, Maria Corti e moltissimi altri. Lo consideravo mio maestro e lo frequentavo soprattutto per conoscere il suo parere sulle mie poesie. Ho incrociato molte volte Alda, negli anni del loro matrimonio, che interveniva spesso con le sue osservazioni e i suoi apprezzamenti. Michele, che era molto umile e molto disponibile, mi disse di far leggere le mie poesie a Giacinto Spagnoletti, che era il critico letterario più autorevole, e anch’egli tarantino. Così feci: passai tutto a Giacinto, secondo il consiglio di Michele, che però ebbe vari problemi di salute e soprattutto per la vista, e mi portò via molto tempo. Alla fine, curò la pubblicazione della mia prima racconta di poesie. Purtroppo, però, Michele era già morto da qualche anno.

A.M.: Michele ed Alda si incontrano nel 1981 con “frequentazioni telefoniche ed epistolari”. Come fu affrontato il problema della “pazzia” della Merini?

Silvano Trevisani: Michele, rimasto vedovo da alcuni mesi della amatissima moglie Aminta, morta nel 1980, da cui aveva avuto dieci figli (un undicesimo era morto infante), fu sensibilizzato da Giacinto Spagnoletti alla vicenda di Alda, che era da poco uscita dal manicomio, chiuso per effetto della legge Basaglia ed era completamente smarrita. Michele ritrovò una lettera del ’52 in cui Giacinto, scopritore di Alda, parlava già della sua pazzia e della sua grande poesia e ne fu toccato. Cercò di esserle utile con le sue parole e la sua disponibilità e lei gli si attaccò morbosamente. Quando poi si sposeranno Michele, che era un grande medico ed era stato anche direttore sanitario dell’Ospedale di Taranto, la fece visitare da vari amici specialisti che riscontrarono come la bipolarità di Alda fosse effetto della sua smania di affermarsi come poetessa, frustrata già negli anni dell’adolescenza. In effetti, Alda che non risolverà mai i problemi mentali, troverà un certo equilibrio solo dopo il grande successo degli anni ’90.

A.M.: Alda Merini e la città di Taranto. Perché la poetessa dei Navigli anelava la Città dei due mari?

Silvano Trevisani: Alda era delusa da Milano. Una volta dimessa dal manicomio, dopo circa quindici anni d’internamento, si ritrovò sola: il marito, Ettore, un panettiere, brava persona che però era molto lontana dai suoi interessi letterari, era malato terminale e lei non si sentiva in grado di assisterlo. Era stata dimenticata da tutti. Le case editrici non le dettero credito e nemmeno Maria Corti riusciva a venirne a capo e lei stampò delle plaquette autoprodotte senza esito. Michele rappresentava una via di fuga da Milano, perché le dedicava grande attenzione, la sosteneva economicamente negli anni della malattia di Ettore. Insomma: voleva cominciare da capo con un grande poeta che potesse accompagnarla e sostenerla. E così cominciò ad assillare Michele, nel vero senso della parola. Arrivò a iniziative sconcertanti, come scrivere al Papa. Insomma: capiva che il suo futuro era nella città dei “due” mari. E lei di mari non ne aveva mai visto neanche uno!

A.M.: L’editore Bonifacio Vincenzi è il firmatario della presentazione in “Alcune considerazioni su Silvano Trevisani” e scrive: “[…] egli spesso con la memoria scavalca il suo tempo e, nell’inevitabile latenza, attraversa l’oblio per ritornare ai momenti fondamentali dove la parola poetica non era ancora accesa e se ne stava nella dimensione indeterminata del futuro.” Ritiene che queste parole siano rappresentative?

Silvano Trevisani: Se un critico letterario può, talvolta, valutare la qualità formale e letteraria delle poesie, solo un poeta può entrare nei meandri e cercare i luoghi spirituali, emozionali, letterari, nei quali una poesia ha preso corpo. E Bonifacio Vincenzi è un poeta.

A.M.: Lino Angiuli, Vittorino Curci, Dino De Mitri, Daniele Giancane, Giuseppe Goffredo, Giacomo Leronni, Anna Santoliquido, Gerardo Trisolino hanno omaggiato Alda con una lettera od una poesia. Compare anche una sua lirica intitolata “Per una storia d’amore (Alda e Michele)”. È stata composta in occasione della pubblicazione oppure in precedenza?

Silvano Trevisani: La mia poesia l’avevo già scritta ma non pubblicata, poi per l’occasione l’ho ritoccata. Nella mia silloge “L’altra vita delle parole” ne avevo dedicata un’altra ad Alda.

A.M.: È in programma una presentazione del volume “Alda Merini tarantina”?

Silvano Trevisani: Sì, è in programma una presentazione a Taranto il 30 maggio prossimo, nel salone degli specchi del Municipio.

A.M.: Salutiamoci con una citazione…

Silvano Trevisani: Poesia poesia/ sembra che non ci sia/ poi ti prende la mano/ e ti porta lontano” − Riccardo Cocciante

A.M.: Silvano la ringrazio per il tempo che mi ha voluto dedicare e la saluto con una citazione tratta dal volume “Alda Merini tarantina” scritta da Giuseppe Pierri nel paragrafo “Un profilo biografico di Michele Pierri”: Tutte le attese, le certezze, le paure che attraversano la mente del poeta atterrito dal dolore si riversano momento per momento nella sua poesia che diviene esigenza di conoscere Dio quale Egli è, di avere certezza dell’aldilà, anche immediata. La parola diviene violenta, esasperata, di provocazione, quasi torturante, per costringere Dio a manifestarsi, a dare un segno certo della sua esistenza, e non conta se si dovrà pagare il prezzo dell’inferno, perché l’inferno è già qualcosa, è certezza di Dio, “il suo ultimo scalino”.

Written by Alessia Mocci

 

 

Info

Sito Macabor Editore

http://www.macaboreditore.it/home/

Acquista “Alda Merini tarantina”

http://www.macaboreditore.it/home/index.php/libri/hikashop-menu-for-products-listing/product/76-alda-merini-tarantina

 

 

Fonte

Intervista di Alessia Mocci a Silvano Trevisani: vi presentiamo “Alda Merini tarantina”

Vi sveliamo oggi la cover del nuovo romanzo di Lia Carnevale ” Una nuova alba”. Da non perdere!

 

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Un Paradiso amaro, è questo quello che troverà Hana, dopo essere arrivata a Tel Aviv e aver sposato l’uomo che ama… da sempre. Hassan è un uomo che ha perso la donna che ama poco prima di sposarsi. Cosa ci si può aspettare da uno come lui? Può sperare Hana che Hassan possa innamorarsi di lei, quando il cuore dell’uomo sembra occupato da un’altra donna? Ben presto si accorgerà che la sua ingenuità le ha giocato un brutto scherzo. Segreti, intrighi e pericoli nascosti nell’ombra faranno da sfondo a una storia passionale e fuori dagli schemi che sarà per molti il risveglio di una nuova alba.

 
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Titolo: UNA NUOVA ALBA

Autore: LIA CARNEVALE

Editore: SELF EDITOR

Genere: ROMANCE CONTEMPORANEO

Data di pubblicazione: 3 GIUGNO 

Disponibile su Amazon e su kindle unlimited

“Il bambino che non poteva amare” di Federica D’ascani, Triskell editore. A cura di Francesca Giovannetti

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Il giorno in cui Teresa conosce suo figlio è lo stesso in cui ne piange la morte. Il suo angelo, il suo Paolo, è nato deforme e deceduto subito dopo la nascita. O almeno è ciò che le viene detto.

La realtà, se possibile, è ancora più atroce.

Paolo, nato con la sindrome di Down, viene disconosciuto dal padre e trasferito in una struttura pubblica che dovrebbe prendersene cura: un manicomio.

È possibile che il coraggio di pochi possa cambiare un destino ?

Ambientato nell’immediato dopoguerra, questo libro è un vero e proprio pugno nello stomaco. Erroneamente si tende a voler credere che, una volta spazzato via lo spettro del fascismo, la società sia tornata a una placida normalità scevra di preconcetti ed estremismi ideologici.

Ma così non fu e queste pagine ce lo ricordano con brutalità.

Durante il fascismo, i bambini nati con la sindrome di Down, quelli che durante lo sviluppo manifestavano segnali di comportamento anomalo,( si cominciava allora a definire l’autismo), coloro che nascevano con deformità fisiche, venivano soppressi. Dopo la guerra la pratica non venne abbandonata; molti medici che avevano collaborato con il governo erano sostenitori convinti della purezza della razza e della necessità di eliminare tutto ciò che non rispettava i canoni della perfezione. Ma le prime voci di ribellione cominciavano ad alzarsi: coraggiose e ostacolate, voci di novelli Don Chisciotte, pronte a rischiare, pronte a sacrificarsi.

Il 1945 segnò la fine della guerra, non la fine della ideologia.

Federica d’Ascani sceglie di rendere le donne protagoniste e nelle note finali si comprende il perché :

“ …spiegando come dietro ogni storia d’autismo vi fosse una genitrice colpevole di anaffettività […]concetto frutto di elucubrazioni mentali derivanti da una società patriarcale e da convinzioni misogine, che volevano la donna inutile e prevalentemente stupida.”

Le donne di questo romanzo sono intelligenti, sensibili , coraggiose, pronte a sfidare il mondo.

Mara, medico presso il manicomio di Santa Maria della Pietà.

Sara, infermiera giovane e determinata.

Suor Germana, burbera ma con un cuore d’oro.

Teresa e il suo immenso amore materno che la porta a superare ostacoli insormontabili.

Donne forti e fragili, spaventate e temerarie, che metteranno il gioco la loro stessa vita per tentare di donarne una nuova al piccolo Paolo, vittima innocente di un sistema preverso.

Paolo non è il solo bambino che ha bisogno di essere salvato, ma è l’unico che abbia la possibilità di farcela.

È il tormento peggiore per Sara e Mara, infermiera e medico, inorridite dalla brutalità dei manicomi dove i maltrattamenti sono la cura; vorrebbero salvarli tutti, ma non possono. Le maglie del potere, delle vecchie protezioni politiche, i pregiudizi che camminano costantemente nella società consentono a queste donne fuori dal comune un raggio d’azione limitato. Ma loro sono tutto, sono luce, speranza, umanità e amore incondizionato per i più deboli.

Nelle attuali strategie di negoziazioni per il rilascio di ostaggi si parla della tecnica definita “goccia- fiotto-flusso”.

Si basa sulla gradualità dell’evolversi della situazione: si richiede il rilascio di un unico ostaggio, poi di un gruppo e infine di tutti quanti. Questo romanzo me lo ha ricordato. Questi bambini sono ostaggio di un potere e di una società malata e devono essere liberati. Ma non è possibile farlo in massa. Paolo è la prima goccia, Sara e Mara le mani che ostinatamente e ingannevolmente aprono un rubinetto arrugginito e chiuso da troppo tempo.

Il bambino che non sapeva amare : un titolo forte e devastante. Si scrive al singolare, ci si riferisce a una figura precisa della trama, ma in realtà tutti i piccoli internati erano visti in questo modo: essere inutili , incapaci di dare amore, gusci vuoti coi quali sperimentare le proprie teorie di pseudoscienza.

Un romanzo profondo e intenso, umano, doloroso e difficile.

Una scrittura che lascia poco all’immaginazione, essenziale ed efficace, un tunnel profondo immersi nel quale è possibile vedere un’uscita. Una denuncia della barbarie, dei pregiudizi, della lotta occorsa per smantellare un sistema malato.

In ultima battuta, non possiamo dimenticare le figure maschili del libro.

Gli spregevoli medici che portano avanti pratiche barbariche spacciandole per una cura, ma esistono anche uomini buoni, come l’ispettore Ascanio Tremigi, l’enigmatico padre Nereo, il debole ma umano Libero, marito di Teresa, e Bartolo, capofamiglia schietto e genuino.

Un romanzo da leggere e che abbiamo il dovere di non dimenticare.

 

L’antieroe in una società schiacciata dall’ignoranza e dal complicato riscatto civile nel dissacrante romanzo “Un giorno, o l’altro” di Tommaso Borrelli. Un libro da non perdere!

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Un giorno, o l’altro” di Tommaso Borrelli, edito dalla Kairòs, 220 pagine, euro 15, è un libro che racconta di un insegnante quarantenne della provincia napoletana e dei suoi tentativi per evadere dalla routine in una società schiacciata dall’ignoranza e dal complicato riscatto civile.

Tra le pagine lucide, crude, ironiche e a tratti ciniche del libro, il protagonista fa di tutto per uscire da una realtà che non sente più sua e che, anzi, è in contrasto con le aspirazioni e i sogni di un tempo, in cui pareva avviato ad una brillante carriera e ad un’esistenza eccitante.

I totem di quell’epoca dorata sono un docente universitario e una ex fidanzata, Alice, entrambi personaggi bizzarri, sopra le righe, verso cui il protagonista/autore ancora oggi prova un acuto sentimento misto di nostalgia e avversione.

L’idea di scrivere il romanzo è nata da un’insoddisfazione come lettore. Non riuscivo a trovare una storia priva di elementi artificiosi, “romanzeschi”, che appunto mostrano fin troppo la mano dello scrittore, i suoi trucchi, la sua voglia di dominare la finzione narrativa. Cercavo un contatto con la pagina scritta ad un livello più profondo, la descrizione di una realtà anche sgradevole e noiosa, ma concreta. E mi sono scritto il romanzo che avrei voluto leggere”,

spiega Borrelli, che così ha dipinto, per dar vita al suo personaggio “indeciso, sgradevole, maschilista, rancoroso”, un quadro dissacrante della società odierna, di come essa appare ai suoi occhi e di come, probabilmente, in realtà è.

Ci si potrebbe chiedere la ragione del titolo, “Un giorno, o l’altro”. Non è che il mantra del protagonista, la formuletta magica che gli permette di tirare avanti. In sostanza, ciò che più colpisce è “l’altro”, quello che l’uomo/autore cerca disperatamente dentro se stesso e non fuori, ovvero una versione ipotetica di sé, di ciò che forse lui sarebbe stato se da giovane avesse fatto scelte diverse.

Quello che affresco è anche un distruttore di certezze: la scuola, il lavoro, la didattica (essendo egli un insegnante), il matrimonio e i sentimenti. Il suo è un rifiuto totale di tutto ciò che il mondo gli propina, ma non è un ribelle. O meglio, è un ribelle vigliacco, un rivoluzionario da poltrona: teorizza il superamento del matrimonio e tradisce la moglie, ma di nascosto. Litiga con i colleghi insegnanti e svolge il suo lavoro in modo svogliato, però senza mai oltrepassare il limite, senza trasformare la sua inerzia in protesta aperta. Perché, se lo facesse, sarebbe un eroe, un personaggio da romanzo, e lui invece non lo è: gli manca la stoffa”,

chiarisce l’autore, che conclude:

“Sconsiglio il volume ai lettori che cercano storie di buoni sentimenti, a quelli che da un libro desiderano essere rafforzati nelle certezze che già hanno prima di entrare in libreria, e ai lettori incapaci di distinguere la finzione narrativa dalle convinzioni personali, quelle dell’autore e le proprie. Perché questo romanzo offre una descrizione accurata e non edulcorata della vita di provincia e dell’insoddisfazione di un uomo comune, senza compiacimenti letterari e senza inganni commerciali”.

L’AUTORE

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Tommaso Borrelli nasce a Napoli nel ’78 e risiede tuttora nell’hinterland. Dopo aver intrapreso studi di letteratura e di teatro, si è dedicato per un certo periodo della sua vita alla scena e a perseguire la carriera accademica finché non ha iniziato il percorso per diventare insegnante. Oggi insegna materie letterarie in una scuola media della provincia. Gli autori cui si ispira sono Bianciardi, Testori de “Il Ponte della Ghisolfa”, DeLillo, Arpino. Al momento, tra embrioni, appunti, e capitoli sparsi, ha in lavorazione numerosi testi in cui rimane forte il tema della formazione individuale nel sud Italia.