“Victorian Vigilante. Le infernali macchine del dottor Morse” di Vittoria Corella e Federica Soprani, Nero Press editore. A cura di Alessandra Micheli

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La scienza per me è una vera passione.

Ma questa passione non è libera di scorrere impunemente.

Non è tutto lecito in suo nome.

Non è una scusa per venerare qualsiasi impulso o curiosità, scevra da un senso di rispetto per qualcosa di immanente che io chiamo l’eterno.

Amare e venerare la scienza è una forma di fede, quella che ti spinge a incontrare dio nei numeri, nei dati, negli esperimenti, accompagnato da un costante senso di meraviglia e riverenza.

E’ l’emozionarsi davanti alla perfezione delle formule chimiche, davanti all’intramontabile immutabilità delle costanti di natura.

Al meraviglioso viaggio nel vero paese delle meraviglie, che è possibile compiere con un microscopio, laddove una goccia d’acqua è un piccolo cosmo, dove un soffice fiocco di neve è una mirabile opera d’arte.

Ed è cosi in ogni appuntamento con la storia naturale, l’etologia, la botanica la biologia e la chimica.

E cosa dire dell’astronomia?

Quell’incontro con la maestosità di un universo in crescita che ci fa sentire spaventosamente piccoli ma parte di un progetto meraviglioso. La scienza è connessa con la religione, quando con rispetto e pudore intende capire i legami che ci uniscono in questo ingranaggio perfetto e sentirsene parte.

E’ la conoscenza che ci fa, semplicemente, osservare il sublime volto di dio, un dio che non è separato da noi da chissà quale distanza siderale, ma è immanente.

Nessun vero scienziato è ammantato dal sogno di onnipotenza.

Perché il potere fa parte del mondo e il vero scienziato è si nel mondo, ma non del mondo.

E’ sacerdote e bambino, è incanto e gioia.

Responsabilità e rispetto.

Perché quando si è consapevoli di far parte di un organismo che ci contiene e ci trascende, si è più attenti, più partecipi e più responsabili di ogni singolo filo invisibile che ci lega uno all’altro.

E questo senso di appartenere alla grande ragnatela dell’esistenza, ci rende maniacalmente attenti a ogni azione, perché essa non generi un onda d’urto che ne danneggi l’incredibile bellezza.

Chi ama la scienza non sogna l’immortalità, perché si sente già immortale interiorizzando la massima che “nulla si crea e nulla di distrugge”.

In victorian vigilant, il senso autentico della scoperta scientifica, viene perduto nel mare impetuoso e oscuro del sentimento di rivalsa.

A muovere il dottor Morse non è l’amore per la conoscenza, ma la volontà semplice e bambinesca di urlare a un mondo distratto “ora ti faccio vedere chi sono”.

E solo un uomo davvero senza dio, inteso però come coscienza, può manipolare il corpo e non usare le capacità per migliorarlo, ma piuttosto per dominarlo.

In un adrenalinica corsa verso il riparare torti reali o apparenti, Victoiran vigilante si muove sulla scena di un’epoca vittoriana che sta lentamente decadendo.

La grandeur britannica è in asfissia.

I sentimenti di rappresaglia delle sue colonie sono voci sempre più potenti.

Le contraddizioni tra la volontà di mostrarsi come guida al mondo, cosi come dovrebbe fare un vero impero e le sue atroci contraddizioni sociali la stanno spezzando.

La società inglese è un morto che cammina, cosi come tanti romanzi perfettamente ci descrivono.

Non è un caso che i romanzi neovittoriani, descrivono la società oramai decadente usando il simbolo del vampiro, colui che pur deceduto non rinuncia a succhiare la linfa vitale di tanti poveri elementi sacrificabili, non a caso scelti tra i perdenti che brulicano i dock o White Chappel.

E’ una nazione alla ricerca di un nuovo senso da dare alla sua esistenza, di nuovi valori e di un nuovo sentimento comunitario che il colonialismo non può più dare.

Ecco che la soluzione la si ritrova in un finto amore per una scienza, che non è altro che una nuova maschera per il vecchio musicante che spavaldo non cambierà mai le sue note.

E sarà sempre la volontà di potenza degli uomini che si sentono piccoli e spauriti davanti al tempo che passa, a un evoluzione che non guarda in faccia i nostri bisogni, a una legge, quella della retroazione, che ci fa scontare le nostre sviste.

La scienza del dottor Morse è il gesto disperato di chi non riesce a trovare una via alternativa alla logica di dominazione, che sta mostrando tutte le sue falle, lasciando che il mare della vita la inondi, la distrugga e la devasti.

In questo scenario tipicamente e deliziosamente decadente e steampunk nel suo originario senso (la bellezza del progresso al servizio dei più miseri obiettivi) coinvolge uomini e donne che tentano di vivere al meglio in questo mondo disperato.

Rachel che in un ultimo atto di redenzione cerca di riparare alle sue scellerate visioni.

Mordecai vittima e carnefice inconsapevole come l’eroe graaliano dei suoi doni.

E i due eroi, stesse facce di una medaglia chiamata giustizia: Percy e Malachy.

Entrambi i volti di quell’umanità che desidera ancora fregiarsi dell’aggettivo umano e che ha solo due strade davanti a se per la redenzione: la purezza dell’ideale e il coraggio di scendere nell’abisso.

In questo mondo che crolla, Percy è l’eroe classico, puro, guidato da alti ideali incapace di soccombere alla tentazione.

Ma pertanto evanescente, come la notte a cui appartiene e troppo irraggiungibile per poter essere imitato.

E poi c’è l’uomo di ogni giorno, che cade, si ferisce, rimane gemente e piangente nell’abisso.

Sbaglia, odia, compie errori.

Ma proprio per questo lì, in quella profonda voragine capace di attutire tutti i rumori, è cosi coraggioso da alzare lo sguardo.

E vedere le stelle.

E decidere in un atto difficile ma sublime di raggiungerle.

Che sia amore, o rimpianto, o dolore, il vero eroe non è il puro, il paladino perfetto.

Ma chi crolla e piange si suoi errori e da quelle lacrime fa nascere una coscienza nuova:

Alla fine siamo frutto tanto delle nostre colpe quanto dei

nostri meriti. Combattiamo nelle tenebre senza sapere se

meriteremo la luce. Combattiamo perché non possiamo fare

altro. Perché qualcuno lo deve fare. La guerra ha delle regole

che non appartengono agli uomini, non appartengono a Dio.

Appartengono solo a chi la combatte.

A chi vigila nell’oscurità notte dopo notte.”

Che un vigilante, un paladino, possa lasciare e pagine di questo libro disperato e poetico e irrompere in  questo post moderno traballante, specchio di quella società che ieri crollava.

Oggi, il nostro orgoglio umano non fa altro che contemplare una   società morente, incapace di distogliere lo sguardo attonito dall’orlo di un abisso senza fine, oscuro e senza speranza.

E allora come nell’epoca vittoriana anche oggi abbiamo bisogno di eroi, di ideali da stringere a noi.

Anzi.

Tutti noi dobbiamo essere eroi di ogni perduto, faticoso giorno.

 

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“La bella e la bestia. Una favola Steampunk” di Elena Mandolini, Dario abate editore. A cura di Alessandra Micheli

 

Leggete con attenzione queste parole:

Noi non siamo esseri umani liberi. La libertà non è parte del nostro mondo. Il nostro compito è di diventare potenti, acquisirne sempre più…

E ancora:

potere e pace sono due argomenti di fronte ai quali i legami di sangue vanno in secondo piano.

E un altra:

il potere è ciò che conta, la gloria eterna negli annali della storia. Solo questo

Tranquilli miei cari lettori.

Non ho voluto iniziare questa recensione con estratti per riempire i fogli, in quanto priva di idee.

Anzi.

Questo libro è un vulcano pronto a eruttare contenuti incandescenti come lava, capaci di distruggere ogni nostra umana concezione. Ma voglio focalizzare la vostra attenzione non sul lato “romantico” della storia della Bella e la bestia, ma sulla sua rivisitazione steampunk, che la rende profondamente diversa e con una morale molto più acuta e acuminata, rispetto alla storia originale.

Tutti voi sanno l’intento di quella strana e straordinaria fiaba:l’esaltazione della diversità considerata, non più come oggetto di timore, ma soggetto su cui riversare una venerata meraviglia. Un altro significato riguarda la banale (mica tanto) scoperta che l’abito non fa il monaco, per restare nel campo del folclore popolare. Che ha il significato di andare oltre le apparenze e addirittura oltre i preconcetti e il ruolo sociale. Ecco perché Beauty and the best, resta affascinante sia dal punto di vista semantico che antropologico, in quanto, reitera i concetti portanti della cultura umana, e osa addirittura, scontrarsi con quei tabù che sembrano necessari alla conservazione della tradizione e quindi della compagine umana.

La fiaba, in fondo, non è altro che un ripetere in una nenia ipnotizzante, tutti i capisaldi rigidi e venati da autorevolezza che, nei secoli, i nostri antenati hanno costruito come un perfetto intoccabile mosaico. Nessuno osa dubitare, quindi, di quegli assunti. Le fiabe non faranno altro che confermare queste ataviche prese di posizione, tanto che gli etnologi usano le favole proprio per comprendere appieno l’ethos di un determinato popolo o di una determinata etnia. Lì, in quello scrigno riservato ai più piccoli, in un atto di socializzazione primaria, si trovano le idee sullo stato, sulla persona, sul bene e sul male, sulle leggi e consuetudini sociali e persino sulla politica.

Ed è qua che vorrei focalizzare la vostra attenzione.

Che la politica non sia solo l’esercizio pratico del potere dato dalla sovranità, è oramai di pubblico dominio. La polis è tutto, tutto comprende, dai bisogni primari e quelli più privati, dalla volontà generale a quelle più particolari, dalla sociologia alla funzione giudiziale. Dalle leggi dello stato, alle consuetudini sociali. La politica invade ogni sfera del cittadino, persino quella privata dominando o tentando di dominare impulsi, indirizzando i talenti personali sulla via della pubblica utilità.

Le fiabe, in quest’ottica, assumono il valore di osservatori del proprio tempo, innovando a volte impedendo invece l’evoluzione politica. Ogni fiaba avrà, quindi, sia un potere adattativo, ossia inserirà il soggetto a cui è destinata nel mosaico civile, oppure distruggerà tale mosaico per ricostruirlo, usando l’arte della critica.

E lo steampunk, signori miei, fa parte della seconda categoria di storie.

Innova.

Distrugge.

Contesta.

Si ribella.

Al pari della forza propulsiva di quell’energia a cui deve il nome, ossia il vapore, parte come un treno spazzando via ogni nostra acquisita concezione sulla vita, sull’amore, sulla femminilità ( a tal proposito mi permetto di ricordarvi Caligo) e sopratutto sulla società.

Il libro di Elena Mandolino non stonerebbe in un trattato di Macchiavelli, di Rosseau o del buon vecchio Saint Simon.

Non li conoscete?

Beh vi consiglio di leggerli.

Vi apriranno un mondo che prima vi era precluso, un mondo in cui voi, oggi, vivete, agite, vi muovete e che per molti resta coperto da uno strano velo, una ragnatela fitta di illusioni e di irrealtà, quasi una sorta di mondo parallelo che, con l’autentico, poco ha da spartire.

Voi oggi, vivete nella stessa illusione di Bella, convinti che, la scalata al potere sia necessaria e vitale per il mantenimento e la prosperità della vostra vita. Siete convinti che la voce dell’autorità di turno dica solo egregie verità, che sia la sola voce autorevole, sia la sola affermazione valida e vi nutrite di bugie e menzogne.

Questo capita sia nella gestione del potere, nelle votazioni, nelle arti persino in questa favolosa giungla che è la letteratura, divenuta campo privilegiato per la rottura di legami di solidarietà e di mutuo soccorso. Rotta l’empatia che tiene unite le persone, quindi il micro-sistema, questa tendenza all’assolutezza del potere, all’egoismo del:

comparire negli annali della storia

invade anche le grandi idee, i gradi ideali, la grandi manifestazioni umanitarie, rendendo sempre più concrete le parole di Vilfredo Pareto quando asseriva che, dietro apparenti moti nobili dell’animo umano, come la beneficenza, la democrazia l’umanesimo, si celavano ancor più oscuri impulsi.

Questo steampunk è la prova dell’effettivo delitto avvenuto nei confronti degli ideali.

Bella rappresenta ognuno di noi, cresciuto con una ferrea disciplina ma sopratutto nutrita con il latte della fandonia.

Su tutto.

Sulla sua generazione, sulla realtà del mondo, sulla divisione in amici nemici, sulla natura intima del re considerato nemico e ingabbiato nel ruolo di cattivo.

Tanto che, il suo incontro con questo oscuro figuro, risulta strano, inquietante, oserei dire dissonante: l’immagine che le avevano fornito NON equivaleva alla realtà.

Si allontanarono con deferenza e con una sincera devozione negli occhi. Il rispetto che notò in loro la fece scuotere nuovamente. Trovava tutto questo molto ambiguo e anomalo

Vi do una dritta, custoditela in voi come un talismano: le persone non sono mai come la visione parziale delle convenzioni vogliono farci credere. Un nemico, tacciato tale dalla consuetudine e dall’apprendimento sociale, non sarà mai cosi oscuro come viene dipinto. Siamo esseri umani cosi complessi e cosi articolati, da sfuggire a ogni definizione. Queste forse ci fanno comodo per approcciarsi all’altro, costruire con lui un’interazione, per un pacato vivere civile, ma non sono mai la veridicità, non rappresentano l’interezza, non sono mai davvero fedeli al loro ruolo, sono molto di più di quanto questo tende a descriverceli.

E bella fa l’esperienza più drammatica: rompe i suoi schemi mentali. Li polverizza e li distrugge. E qua non rappresenta più il soggetto persona, ma l’ipotesi nobile di un essere umano che pensa, che elabora, che sperimenta. Tanto da abbracciare la nobile arte della domanda che ci spinge a voler sapere, a voler vedere oltre ogni aspettativa.

Ma non riguarda solo il rapporto a due, quello tra individui, ma l’approccio che essi hanno nei confronti del mondo e di quella polis sopra descritta. E cosi la nostra Elena si immerge nell’ardua riflessione sul potere e i regnanti, non prediligendo un sistema strutturale a un altro, ma mettendo la centro di questo “domino” nientedimeno che la Maat egizia.

Il mio popolo era stanco e sfiduciato e quando un popolo è stanco e sfiduciato alla fine si sfocia nella rivolta e nell’anarchia

E ancora

credo che la forza di un sovrano sia proprio nell’amare incondizionatamente la sua gente e NEL PRENDERSI CURA DI LEI

E insisto:

Molti sovrani, nella continua ricerca di accrescere domini e poteri dimenticano gli oneri verso il proprio popolo

Devo aggiungere altro?

Questa cesura sempre più profonda tra popolo, volontà popolare e sovranità, la stiamo vivendo oggi, sempre di più, sentendoci sempre più alienati. Carlo Mongardini metteva in allarme gli intellettuali e i politici, dallo svuotamento progressivo dell’istituto della rappresentanza. ( Forme e formule della rappresentanza politica, Franco Angeli editore NDR) Non ci sentiamo più cittadini ma vagabondi di passaggio. Non ci sentiamo più legati al territorio e traditi dall’istituto della democrazia rappresentativa. Noi abbiamo rinunciato a una parte della nostra libertà, e del nostro potere decisionale per far si che il bene comune promuovesse armonia, stabilità e progresso.

E non è stato cosi.

Il nostro diritto al governo è stato letteralmente infangato, deriso e ferito.

Il nostro legame con la città, con il territorio è stato reciso in modo atroce.

E siamo sperduti.

Ecco che allora, un libro può donarci una chiave di lettura.

Forse un libro può se non farci cambiare renderci almeno consapevoli di cosa davvero sta accadendo oggi.

Ed è questa la forza di questo libro, raccontare questa realtà che noi tutti viviamo ma a cui raramente diamo un nome: insoddisfazione.

Magari non avremmo Bella E Philip a darci speranza.

Magari non ci salveranno dal baratro.

Ma cavolo potremmo riflettere, sull’oggi, sulla nostra realtà, e immaginare uno scenario diverso. Ed è immaginando che davvero cambia il mondo, perché cambia la nostra percezione di esso.

Brava Elena. Altro colpo andato a segno!

“Caligo. La prima avventura di Barbara Ann” di Alessandro Scalzo, Vaporteppa, Antonio Tombolini Editore. A cura di Alessandra Micheli

 

Potrei iniziare la recensione, semplicemente affermando come Caligo, sia il classico steampunk pieno di tecnologia, vapore e una città sull’orlo dell’abisso che resiste strenuamente.

Ma per fortuna il decadimento cerebrale non mi ha ancora colpita e non ho intenzione di iniziare cosi banalmente la recensione di un testo che innova e rinnova, persino un genere così moderno come quello del mio amato Steam. L’autore, beffardo e divertito, inserisce tra le righe di corse mirabolanti, zombie affamati e robot preoccupante, quasi delle nemesi di una civiltà che, nonostante il suo impegno verso il progresso, resta terrificantemente sull’orlo del baratro.

Come ho già spiegato in miliardi di articoli, lo steampunk è sia novità letteraria sia una feroce critica sociale in particolare del periodo vittoriano. Feroce perché nonostante, porti avanti le scoperte di due illustri nomi del periodo, Babbage e Tesla, ne deride al tempo stesso gli assunti culturali, quelli che, forse, permisero ai due di divenire geni.

Con due notevoli differenze: Babbage era spunto dal desiderio di aumentare la produttività del nobile impero di Albione senza tuttavia spingersi oltre, e senza innovare troppo. Tesla rappresentò, invece, la creatività portata all’estremo, tanto temuta dei ligi e prodi borghesi dell’età vittoriana. Non a caso un favoloso testo come il mistero di paradise road, individua come nemico della società inglese vittoriana, proprio la creatività simboleggiata dalla poesia. Tutta la scienza che non era finalizzata alla crescita del reddito e alla prosperità dell’impero, ma rappresentava solo uno stimolo al libero pensiero e all’immaginazione a briglia sciolta, veniva ostacolata.

Perché vi racconto questo?

Per due motivi. Uno perché sono infame e amo tediarvi con dotte nozioni. Secondo e più importante perché è lo spirito di questo Caligo, questa nebbia che sale dal mare avvolgendo tutto cosi come la fantasia dello steam avvolge come un’aria venefica tutte i concetti moralistici e valoriali di qualsiasi società statica. E di moralismi, di maschere di idee che oggi ci appaiono terrificanti, Caligo né è pieno. Alterigia, arroganza, elitarismo, preconcetti, volontà di potere. Tutto questo si trova in pagine intinte con penna ironica e velenosa. Ma il genio dell’autore non si limita a descrive quest’assurda società. E a deriderla. Ma si spinge oltre, fino a creare il peggior anatema vivente, quello che avrebbe fatto impallidire e sicuramente morire di infarto la proba regina vittoria: una protagonista, scomoda, oscena, licenziosa, un vero antieroe.

La nostra Barbara Ann è quanto di più antipatico sia mai scaturito dalla fantasia di un autore. Supera in antipatia persino l’odiosa Fanny Price di Mansfield park. Di Jane Austen ovviamente. E fidatevi per declassarla ce ne vuole. Barbara è arrogante, cosciente del suo ruolo privilegiato, piena di assurdi preconcetti, terribilmente priva di empatia con il prossimo. Fantasticamente fredda di fronte alla violenza che accetta come elemento imprescindibile della società del suo tempo. E non si sente per nulla schiava di queste regole e di questa consuetudini. Anzi ne è quasi convinta tanto da muoversi sicura e tronfia in quelle strade a volte pervase da autentiche ingiustizie, perfettamente capace di voltare con alterigia lo sguardo.

Incapace di ribellarsi agli schemi gerarchici che dividono l’umanità in privilegiati e disperati. Anzi. Frasi politicamente scorrette escono con naturalezza da una boccuccia di rosa e mostrano come essa accetti pedissequamente la cultura del suo tempo.

Eppure…

Nonostante sia una degna rappresentante convinta e per nulla infastidita delle paranoie sessuali e della pruderie del suo tempo, la nostra adorata protagonista, le infrange di continuo. E’ sessualmente attiva rispetto alle sue compatriote, convinte di essere una donna in preda di quella che al tempo si chiamava isteria femminile.

E sapete cos’è era in realtà?

Quello che noi oggi rivendichiamo con ardore ossia la consapevolezza del piacere, del proprio corpo e l’uso a volte smodato che di esso ne possiamo fare. Goduriosa eppure conscia della sua colpevolezza di quella natura ombrosa e pericolosa che la donna rappresentava all’epoca soggetta a oscuri e sconvenienti, per nulla eleganti, impulsi. Che Barbara Ann vive con frivolezza e con estrema leggerezza. Eppure questo fa di lei improvvisamente, non più un soggetto perfettamente incastrato nella morale del tempo ma alieno, inquetante dissonate e deviato. All’improvviso, durante il suo percorso di vita quasi banale e scontato, la bella antieroina improvvisamente ci sciocca, divenendo un inno al piacere libero, alla ribellione contro le regole e simbolo della ricerca della propria soddisfazione personale e fisica. Ecco che il personaggio caricatura diviene qualcosa di più intenso, quasi uno schiaffo a tutti i tabù che apparentemente era rea di accettare in modo acritico, ma che snobba cercando da sola la strada verso la sua realizzazione. E cosi tra uno svenimento e una punizione scatta il lato più dissacratorio proprio dei valori che prima sembrava aver accettato, gettando la maschera e divenendo una menade, una medusa o una ninfa dei boschi.

E il risultato è che quello stesso contesto diviene privo di sostegno e di accettazione, sfaldandosi pagina dopo pagina, rivelando le sue crepe le sue frustrazioni e la sua inconsistenza. La vera vittoriosa è lei, la perfida suddita di albione che irride tutti, che tutti domina tramite una bellezza giunonica che rivendica la sua antica natura di Dea. Ed è negli ultimi capitoli che Barbara Ann diviene qualcosa di più importante nel nostro mondo, eco di antichi riti, custode di antiche conoscenze e quasi potatrice di verità occultate da troppo tempo. L’umanità diviene cosa davvero è: un figlio che ha perduto sua madre, in balia di orrori commessi da egli stesso per colpa di un abbandono, di una mancanza di educazione che sconterà con una vendetta atroce: l’uomo che sottomette l’uomo si autodistrugge. Per questo il dormiente, il vendicatore si risveglia punendo coloro che, quella Dea primordiale (la natura, la coscienza, la bellezza e l’armonia del creato) hanno tentato di gabbare.

Un libro che è godibile sia come momento di svago, ma che, come ogni gioiallo che si rispetti ha dei significato molto profondi che posso riassumere in questa bellissima, antica e importantissima frase:

 

«La Terra soffre. La Terra soffre perché il Re e la Terra sono una cosa sola, e senza il Re, la Terra muore. E anche il popolo soffre, perché non c’è più il Re a difendere i proletari dalle prepotenze dei borghesi e dai soprusi dei padroni delle fabbriche.»

 

E io solo per questa frase /( per per aver citato il mio amato Tesla) mi inchino non solo davanti alla bravura, all’originalità, al coraggio di quest’autore ma anche di fronte a una Casa editrice che finalmente non sforna testi omologati, ma piccoli indispensabili raggi di sole in questa, perdonate l’eccesso di ridondanza, valle di lacrime.

I miei omaggi.

“Gli Arconti Ombra. Il fuoco segreto di Altea” di Isabel Harper, editart editore. A cura di Alessandra Micheli

 

Cosa distingue l’uomo dalle altre creature?

Se ci affidiamo alla teoria cattolica è l’anima. Per altri è la nostra mente che ci permette di elaborare risposte adattative agli stimoli esterni. Per gli artisti, e in questa categoria rientrano anche gli scrittori, quelli che scrivono perché spinti da una forza magnetica e non dal dio business, è l’immaginazione.

Se andiamo a ritroso dai tempi, ci rendiamo conto che è questa capacità creativa, unita sicuramente a una certa agilità mentale, ad aver permesso tante meraviglie architettoniche, tanti dipinti, tante storie e leggende quelle che poi, in un secondo tempo, sono confluite negli scritti moderni e contemporanei. Basta dare un’occhiata ai codici minati dei buoni monaci benedettini. O basta solo leggere una poesia dei trovatori, dei cantor d’amore per rendersi conto di quale immenso dono abbia colorato l’esistenza di questa strana creatura. Così sospesa tra due diverse forze, abisso e paradiso, tecnica e creatività, spirito e materia ed è da questa lotta, da questa tensione che si è sviluppato quel movimento in grado di portare avanti la nostra evoluzione.

La fantasia, la capacità di proiettarsi in un immediato futuro o addirittura di immaginare un mondo dissonante, una politica più umana o semplicemente uno scenario fisico e psicologico differente è stato riversato in tanti scritti, divenuti capisaldi della filosofia occidentale e non. Basti pensare agli scritti di Tommaso Moro, alle “invenzioni” politiche di Nicolò Macchiavelli, alla perfetta Scienza Nova di Gianbattista Vico, alle utopie di Tommaso Campanella o alle elevate e scientificamente moderne invenzioni di Leonardo da Vinci. Potrei elencare autori innovativi per pagine e pagine di questa mia recensione, in modo da farvi sfiorare per un solo istante la stessa meraviglia che tocco io attraverso il contatto quotidiano con libri, quadri, filosofi e scienziati.

Ma questa breve disanima serve solo a asserire come, quello che ci rende più grandi di angeli, quello che ha consentito di esercitare il nostro potere sulla natura nominandola, ossia rendendola esistente, è semplicemente la fantasia. E con la fantasia noi non solo possiamo in modo ludico staccarci da questa dimensione e assaporare altre realtà, ma anche raccontare in modo simbolico e allegorico problematiche della nostra pericolosa società e proporre, in modo meno pomposo e accademico, nuove intriganti soluzioni.

E’ questo il vero scopo del fantasy, è questo forse l’ambizioso progetto di autori come Tolkien, la Bradley o il fantasmagorico Terry Pratchet: osservare con occhio meno rigido e imparare a lasciare che, la propria coscienza, evada dal ristretto campo mentale per abbracciare altri significati, nascosti magari in dimensioni meno usuali.

La fantasia sarà il portale per migliorare, con nuove energie, il nostro di mondo.

E qual’è il problema più impellente del nostro mondo?

Ce lo racconta con una magistrale capacità evocativa, deliziosa e profonda i nostri autori conosciuti con lo pseudonimo di Isabel Harper. Con uno scenario che sta sospeso tra i mondi incredibili e a tratti comici del mio amato Pratchet e uno steampunk che avvolge di questo vapore ogni elemento, ogni invenzione, trasportandoci in un universo dove tecnica e magia si abbracciano, si sorridono e si fanno l’inchino, ma al tempo stesso donano ai giovani e a noi meno giovani ma sicuramente eterni ragazzi dentro ( almeno spero) una favola, anzi una saga dove il vero obiettivo non è tanto trovare manufatti magici e sconfiggere il cattivo di turno, quella figura che tanto ci ricorda il Mordread arturiano, colui che usando a malo modo il potere trasforma la terra idilliaca in terra desolata. Ma tenta di restituire un afflato di armonia ai cittadini di uno strano paese che sembra privo di quel qualcosa che rende la vita una costante e meravigliosa scoperta: la fantasia. É questa fiamma che ci spinge a osare, a porci domande a non accontentarci della banalità quotidiana, ma che ci spinge a considerare un insetto una fonte di sorprese, che rende un tramonto una magia e uno scenario astronomico il segno della presenza delle divinità.

Ecco cosa è oramai, inesorabilmente, tristemente perduto.

Non a caso il fuoco di Altea quel regalo delle divinità, che rendeva unica e numinosa l’esistenza. Perduto il fuoco, ribellatosi a un atto blasfemo e lacerante dell’anima (l’omicidio,) sparisce per sempre dalla vita della sue creature la creatività .È cosi per gli abitanti di Altea, ma la scoperta più tragica è che, quei cittadini, potremmo essere noi

Chi non ha tutto questo tempo sono gli abitanti di Altea. Si stanno spegnendo ogni giorno di più e neppure se ne rendono conto.

In fondo perché rendersene conto?

Abbiamo il progresso, abbiamo la conoscenza, abbiamo agi e comfort, abbiamo una società evoluta pregna di soddisfazioni.

Ci dev’essere un altro modo per avere tutto questo progresso! Senza questo grigio… Anche gli abitanti di Altea stanno diventando grigi.

Siamo grigi.

Siamo privi di inventiva. Siamo prede di ingranaggi che ci costringono a vedere una sola realtà, quella che si nutre delle nostre frustrazioni. Siamo soggetti a una manipolazione costate di stimoli visivi e intellettivi che lungi dal darci la carica per distruggere e ricreare, ci rendono dormienti. Libri, film programmi TV sono annichilenti di quella componente sacra che fa di noi protagonisti e non comparse nei piani di qualche multinazionale o di qualche furbesco soggetto che si serve di noi, oramai burattini per vivere negli agi e nei vizi. Darci solo briciole, darci l’illusione di libertà, darci soltanto uno svago senza che, esso, bussi alla nostra coscienza, fa di noi essere grigi, senza slanci, senza vere emozioni e senza sogni. E un popolo senza sogni è destinato a languire in catene in celle buie e maleodoranti. E’ cosi con i libri che divenendo occulti mezzi di coercizione, ci legano sempre di più alla dimensione terrestre.

In questo senso leggere Altea è un omaggio alla nostra libertà.

Si viaggia in quest’universo cosi vicino a noi perché parla alla nostra anima, con le sue assurdità e con la sua intrinseca e elegante ma semplice bellezza. La sua magia ci rapisce, convincendoci che, lo stridore di qualche stano uccello notturno, sia in realtà la spaventata memostrilla. Un pigolio sommesso è la dolcezza di un Tenerillo. Ogni rumore oscuro e assordante non è altro che il tentativo di liberazione di un arrabbiato Pestaduro.

Insomma, ogni elemento della nostra quotidianità si trasforma fino a che il portale dimensionale creato dalla nostra fantasia, viene di nuovo aperto e noi siamo a Altea mentre giriamo entusiasti e curiosi, pieni di meravigliosa aspettativa come novelle Alici, nella strana bottega di Dedalus.

E’ questa la vera arte.

Ecco la vera magia che da libro deve sprigionarsi e avvolgerci come un profumo in grado di risvegliare arcane memorie.

Leggere Altea è un atto anche ribelle.

Perché ci permette di reagire contro chi vuole renderci omologati e “grigi” verso coloro che credono che:

governare sia fare quello che gli pare. Non è così. Governare significa tracciare un cammino che conduca a un futuro migliore per tutti. Chi vuole governare soltanto per avere il potere deve andarsene.

Chiunque veda nelle capacità, nelle potenzialità, nell’arte comprenda la scrittura un mero mezzo di sussistenza, di bramosia, di guadagno deve andarsene. E per farlo noi tutti, come Ailan e Marill dobbiamo trovare la nostra sacra fiamma.

E trovandola illuminare di nuovo questa valle oscura.

Un libro che oltre a essere di una bellezza abbagliante, divertente e ironico, degno dello steampunk più puro, è anche un dolcissimo canto di speranza per chi come me alla fantasia ci tiene più della sua stessa vita.

“Legacy of Darkness. Il pentacolo” e “Il respiro del diavolo”di Miriam Palombi, Dark Zone Editore. A cura di Alessandra Micheli

 

 

Ho avuto il piacere di conoscere Miriam grazie al suo libro L’archivio degli dei”, un thriller esoterico in cui si respira un’atmosfera gotica davvero eccelsa, quasi velata, quasi trattenuta. Scelta adeguata, in grado di non offuscare il genere scelto, ma al contrario capace di rappresentarlo e omaggiarlo.

In “Legacy of the darkness” la vena tetra dell’autrice ha la possibilità di sfogarsi appieno, attingendo a ogni sfumatura. Dal gotico all’horror, fino a sfiorare con mirabile precisione uno dei generi più difficili, ossia lo steampunk. Il mondo immaginato in Legacy è profondamente impregnato di quest’anima, nebulosa come il vapore da cui il genere prende il nome (steam), raccontando con pregiata poetica assieme a fosche immagini, quell’atmosfera tipica dei racconti steam, cosi divisi tra interesse magico e venerazione quasi ossessiva della scienza.

Il suo mondo è in fondo il nostro, non una vera e propria ucronia, ma una sorta di specchio distorto che ci mostra un mondo parallelo, rovesciato, in grado di rendere quell’ansia postmoderna che si pone tra l’odio viscerale per la superstizione e l’amore totalizzante e a volte arido per la tecnologia.

La tecnologia in un’era distrutta, quasi spogliata di ogni naturalezza, è l’unica speranza di rinascita. Ecco che si svela, mano a mano che la lettura prosegue, uno scenario bizzarro che suggerisce, più che mostrare, una strana e inquietante catastrofe… addirittura claustrofobica, grazie a questa scelta azzeccata di non descriverla appieno.

Resta quasi al margine, eppure presente e invasiva con la sua cupezza, come un fumo tossico che invade piano piano una Londra simbolo della civiltà che, nonostante la sua atroce decadenza, non vuole cedere il passo al totale collasso. Ecco che la città si presenta quasi come un morto vivente, impegnato a raccogliere pezzi di se stesso, lungo un tortuoso cammino chiamato sopravvivenza. E’ una civiltà che non può più auto rigenerarsi, priva di spinte motorie e di volontà, costretta a dar vita non a una vera e propria rifioritura, quanto a un’illusione perpetua di uno splendore oramai perduto nei secoli. Londra appare moderna per la tecnica spinta alla sua massima potenza, eppure cosi decadente, cosi perduta, cosi totalmente priva di umanità.

Ed è un dettaglio presente in ogni libro: la scienza tecnologica, come nelle più cupe previsione del sociologo Jean Baudrillard, ha ucciso la realtà.

Un delitto perfetto.

La realtà è soltanto un ologramma, un ricordo, un sogno reso possibile dalla razionalità ma totalmente privo di animus, di spirito o semplicemente di coscienza. Ed è in uno scenario apocalittico e quasi tecnocratico che la volontà di arcano prende il sopravvento creando una vera e propria schizofrenica ricerca del magico. Ecco che tecnologia e superstizione, che meccanica e spiritualità si inseguono sfidandosi, a discapito dell’unico vero elemento che ci rende davvero umani: la percezione.

E’ quella che in questo universo manca.

Nella lotta a tratti spietata tra natura e scienza l’uomo ha perso la sua capacità, l’unica davvero magica, di forgiare il suo reale attraverso l’arte del pensiero e della mente. Senza di essa, senza l’acquisizione di questa sublime capacità creativa, è un essere perduto, in balia dei peggiori istinti sociali e umani, quelli a cui siamo soggetti a causa della privazione della nostra primigenia capacità di dare i nomi e quindi di avere potere sulla natura. E senza questo potere che ci rende protagonisti, l’uomo è solo comparsa di una trista commedia che usa l’altrove non come luogo di crescita, non come isola felice da cui abbeverarsi per poter ritrovare magari nuova linfa vitale, ma semplicemente come scusa per imporsi su un mondo che lo schiaccia e lo sottomette.

In questi due bellissimi libri l’umanità è schiava sia della tecnologia che della magia. E nonostante la negazione costante del mondo numinoso, il mondo delle favole e dei sogni, al tempo stesso lo cerca, ma lo cerca nel modo sbagliato. Non come un amico da ritrovare e da visitare ogni tanto, ma come luogo di cui servirsi per reagire alla schiavitù con il potere che il mistero e l’ignoto donano.

È il dramma della finalità cosciente che usa il potere sulla bellezza, sull’ignoto, che usa la conoscenza solo per imporsi. Ed è quello che apre le porte al vero male.

E cos’è il male nella visione di Miriam?

Il male descritto da Miriam non è soltanto quello delle visioni cristiano cattoliche. Il vero male è nel non conoscerne il nome ossia l’essenza. È quell’invito ai peggiori impulsi quali vendetta, volontà di rivalsa, volontà di riscatto, dolore non espresso, vizi, incapacità di provare empatia perché troppo presi da sé stessi.

E’ un male infido e minaccioso per chiunque. Anche per i probi, per i timorati, per coloro che non affrontano l’ombra, sapendo che si corre il rischio di perdersi.

E, infatti, i suoi eroi sono particolari: dotati di enormi potenzialità, vite al limite toccate dal mistero, punite per la troppa curiosità che li porta persino a non aver riguardo per i culti, per le mitologie, per il mistero.

Emblematico è il personaggio di Raven. Un uomo talmente consumato dal vuoto da aver bisogno di nutrirsi non solo di sangue, ma perfino dei ricordi, della vita intima dell’altro, pur di non soccombere alla totale perdita del sé.

E questa perdita cosa la provocherebbe?

La Palombi lo accenna serafica: la volontà ossessiva di conoscere per avere un posto nel tempio della gloria.

E cosi ogni personaggio è una parte dell’animo umano. Abbiamo colui che sa sconfiggere il male perché continua a conservare la facoltà antica e biblica di dare il nome alle cose, alle essenze e alle entità. Si affaccia chi è, invece, in grado di esercitare la vista interiore, quella in grado di osservare l’essenza e non solo la forma (dio quanto ci manca questa capacità!). Abbiamo il collegamento con l’antica conoscenza della creazione, quel lontano mito del tempo del sogno, laddove era la mente inconscia a dare forma alle immagini, l’anima guerriera che protegge il segreto della nascita dell’universo e del vero compito dell’uomo.

Fa capolino l’uomo che conserva il legame con la natura e quell’anima di lupo tanto celebrata da libri come quello della psicologa Clarissa Pinkola Estes, che considera questa parte istintuale non in senso negativo e distruttivo, ma come guida e come capacità di muoversi in questo mondo assurdo e, soprattutto, di onorare e rispettare i legami tra noi e quest’universo (è il vero unico religioso, in quanto protegge e venera i legami con la natura e i suoi infiniti cicli). Infine, colui che è in grado di visitare il mondo dell’ombra, quello che per Jung è essenziale conoscere per il corretto equilibrio psicofisico della creatura uomo.

Un libro che non è solo un viaggio orrorifico e adrenalinico nel regno oscuro della fantasia, che regala nuova vitalità alla parte meno luminosa del nostro essere, ma che eleva lo steampunk, il gotico e l’horror a bastioni essenziali e fondamentali di ogni sana vita onirica.

No.

Qua abbiamo un discorso filosofico di alto livello che affronta i temi della responsabilità, della natura del potere e del male, della dicotomia tra natura e spiritualità, tra tecnologia e realtà con una semplicità e una classe che ammalia.

E sono due le domande che caratterizzano i volumi.

Nel pentacolo l’ho individuata in questo estratto:

Sostituirsi a Dio, interrompere il corso naturale delle cose non è mai un bene

ed è per questo che nel primo libro è presente questa dicotomia che cerca di

contrastare l’egemonia della tecnica e scongiurare la creazione di un universo privo di ogni dogma morale

Mentre nel secondo libro si mette in evidenza quanto spesso la ricerca della conoscenza crei il passaggio attraverso cui possono entrare in questa realtà cosi sofferente, le peggiori emozioni

E ricordate… Ciò che si mostra al nostro sguardo incredulo è solo la minima parte di ciò che in realtà è. Ciò che è celato deve rimanere tale.

Perché la tecnica senza l’etica è solo e soltanto aberrazione, così come la spiritualità senza raziocinio diviene solo superstizione.
Ed è indispensabile per ognuno di noi, per mantenere in vita questo pazzo assurdo mondo, che l’equilibrio divenga il nostro mantra.

Bravissima Miriam.

Hai creato non solo un mondo, ma hai fornito a questo collassata civiltà uno spunto di riflessione indispensabile, affinché il nostro personale pentacolo, si attivi, a difesa e baluardo di quanto ancora di meraviglioso c’è nel mondo.

“Steambros investigation. L’anatema dei Gover” di Alastor Maverick e L.A. Mely, Dark zone editore. A cura di Alessandra Micheli

 

Lo ammetto. Odio Alastor e Mely. Perché ogni volta che riesco a mettere le mani su un loro libro ne rimango cosi estasiata che è poi difficile immergermi in altre letture. Il loro steampunk ammalia, attrae e seduce così profondamente l’anima che è molto difficile mettere fine alla magia. Una volta arrivati alle ultime pagine le parole hanno oramai preso vita, tanto da divenire immagini reali che continuano a danzare sorridenti serafici dinanzi ai nostri occhi. La mente è oramai conquistata e non smette di restare legata, non solo alle emozioni suscitate dalla bravura stilistica dei due autori, ma soprattutto dalle descrizioni, cosi vivide e realistiche da divenire vere fotografie, veri scorci di un paesaggio che riconosciamo in ogni luogo. Mi è capitato di convincermi che, le ville e le magioni protagoniste del libro fossero riconoscibili in ogni mio peregrinare, convinta che una o l’altra fossero l’ispirazione per i loro racconti.

È questa la vera arte, fatta non solo con pregiate tecniche stilistiche ma con un arte quasi negromantica capace di infondere la vita nei personaggi di carta. I fratelli Hoyt sono talmente veri da fuggire totalmente dal rischio di essere stereotipi. Il genio dei due autori è stato quello si di scavare a fondo nel calderone dell’archetipo tramandatoci dalla letteratura vittoriana, madre del moderno steampunk, e nel cogliere i migliori e più intriganti aspetti e renderli unici e totalmente originali. La logica quasi ossessiva di Melinda, pur essendo presa a prestito da due dei più grandi investigatori della letteratura mistery quali Sherlock e Poirot, diventano tratti unici e personali. La sua onestà intellettuale rigida e quasi composta, rifuggente da ogni compromesso tipico dell’adorabile ma inquietante miss Marple diviene un tratto autentico e unico.

E cosi Nicholas cosi autenticamente dandy ma al tempo stesso di fanciullesca memoria, cosi galante e al tempo stesso cosi terrificantemente acuto, tanto da ricordarci i personaggi wildiani ma anche di sfuggita la perfezione e l’intelligenza dei personaggi di Leblanc. E poi un caleidoscopio di influenze letterarie che rimangono quasi echi lontani, amalgamanti in un prodotto letterario unico e perfettamente riconoscibile. Il tratto distintivo di questo secondo libro è senza dubbio la perfetta capacità di cogliere i dettagli, quelli che sfuggono a un occhio pigro, minuziosa ricerca dell’essenza, ritratto acuto e disadorno al tempo stesso, della compagine umana. Una perfetta ricostruzione di un’epoca perfettamente riprodotta dallo spirito stemapunk.

Eh sì cari miei lettori.

Anche in questa seconda e più inquietante avventura, lo steampunk abbracciato allo spirito del vittorianesimo, domina incontrastato, fondando in un testo di apparente evasione i due spiriti caratterizzanti un evo che tuttora affascina e intriga non soltanto gli addetti ai lavori ma autori e lettori stessi. Ho già raccontato nella mia precedente recensione cosa è, anzi cosa rappresenta a livello educativo l’età vittoriana. In questa cercherò di incentrare la mia analisi su come lo steampunk sia l’unico e il vero narratore di quella cultura che, lungi dall’essere passata, abbraccia anche il nostro fallace postmoderno. Il contesto sociale e economico dei libri dei fratelli Hoyt è un tempo non tempo. Mi spiego. Nella favolosa età vittoriana tutto sembrava possibile e al tempo stesso tutto era frenato. Una scienza che produceva incredibili invenzioni, che dava speranza e vita alle migliori menti scientifiche e che, tuttavia era terribilmente ingabbiato in una morale che, lungi dallo spingere al massimo questo vento rinnovatore, lo costringeva in rigidi limiti. La moralità era così alta da impedire per ironia della sorte la scienza a più alte conquiste.

Babbage, lo stesso Tesla venivano “sfruttati” soltanto in rapporto alla finalità cosciente, al mantenimento di un alto livello economico che producesse benessere e ricchezza senza contestare la stratificazione sociale. E questo perché, se portata ai suoi massimi estremi, la scienza avrebbe completamente destrutturato il pensiero che giustificava l’esistenza stessa dell’élite al potere. Ecco il potere della conoscenza lasciata a briglia sciolta. Prendete le conquiste einsteiniane. Esse hanno avuto il potere di mettere in discussione il pensiero razionalistico e meccanicistico che giustificava una presunta superiorità di una parte della popolazione e giustificava la stratificazione sociale nel senso piramidale. Lo stesso concetto di divinità elargitrice di beni materiali, a patto di ottenere una sottomissione e un cedimento dei propri doni intellettuali in cambio di benessere e prosperità, ne è un esempio eclatante. Non a caso quello che reggerà la compagine sociale e politica del periodo in questione, nella sua corsa vero una sorta di neo-capitalismo sarà sostenuta, nientedimeno che dalla morale protestante o anglicana (vi invito a leggere il saggio di Max Weber a tal proposito).

Lo steampunk, invece, è la possibilità resa viva e corporea del “e se invece…”

E se invece di restare soltanto progetti sulla carta Babbage e Tesla avessero davvero realizzato le loro strabilianti macchine?

E se invece di restare ancorati strenuamente a una oramai stantia tradizione, il vittorianesimo avesse avuto un moto di orgogliosa ribellione fino a creare una modernità totale?

Ecco che lo steampunk rende viva questa probabilità, facendo compiere a quel periodo che oscilla tra auree prospettive e oscurantismi medievali un balzo in avanti che è totale movimento. E nel movimento esiste la speranza di una totale evoluzione che non colpisca soltanto i beni materiali o immediati bisogni, ma soprattutto combatta in modo totale e spregiudicato gli assunti culturali. Ecco perché Melinda e Nick sono cosi moderni da essere loro stessi, più che le macchine che appaiono beffarde nel racconto, anacronistici. La loro mentalità stra-logica è spinta all’estremo andando a riflettere in modo estremamente ribelle, sulle modalità di vita di quella nobiltà e di quella borghesia che nella storia rappresentarono non opportunità ma semplici freni all’innovazione. E ancora una volta questo indomito e folle coraggio i nostri eroi lo dimostrano nell’andare con piglio caparbio a scoperchiare un altro vaso di pandora, stavolta molto più pericoloso e inquietante del primo libro.

E si trovano in una magione che non è altro che il simbolo di quell’era strana e straordinaria, mostruosa direi dove tutto è ossessivamente incongruente, eccessivo, stonato e pieno di imitazioni. Ed è così che il secondo libro rende manifesta la convivenza di due temi antitetici: ossia la chiusura, accanto alla ventata di novità. Tutto deve restare al proprio posto in una sfarzosa esibizione di un perbenismo che risulta eccessivo, stonato, soffocante e soprattutto pacchiano, imitazione grossolana dei valori etici. E come nella villa, sussurrante di segreti scabrosi nascosti in mille stanza chiuse a chiave, vittime di un immobilismo che ha del patologico arriva il vapore, arriva la velocità, l’azione a dare movimento al tutto. E non è un caso che la loro presenza fastidiosa, troppo logica in un mondo che dell’illogicità dei segreti fa il suo prediletto scudo contro il cambiamento, è l’emblema della capacità di azione del nostro steampunk. Perché questo filone è e resterà necessariamente movimento e lo si vede nella scelta del termine steam ossia vapore, quel vapore che con la sua forza eppure con la semplicità di un principio, da vigore e energia a pezzi di metallo altrimenti fissi e senza vita. E’ il principio vitale (acqueo) che porta energia agli eventi, apparentemente disastrosi è vero (leggetelo per capirlo) ma che daranno finalmente l’avvio alla vera storia.

A volte bisogna portare allo scoperto un segreto, una verità difficile da digerire affinché finalmente la storia abbia un inizio.

E magari una fine.

Questa è evoluzione.

Libro perfetto, altamente filosofico in ogni sua parte, con un tocco in più: una sorta di velata nostalgia che rende i personaggi forse più umani, più fragili ma non per questo meno degni di stima. Ed è forse il lieve, virgineo rossore delle guance di una sempre agguerrita Melinda quel perfetto contrasto, che dona quel tocco di poeticità keatsiana che mancava, forse, nel precedente libro.

Ecco cosa colpisce ogni volta che leggo questi due veri Scrittori…. la perfezione di ingranaggi che sanno muoversi in sincronia tra loro, grazie a un talento innato.

“SteamBros Investigation. L’armonia dell’imperfetto” Alastor Maverik e L.A. Mely, Dark zone editore. A cura di Alessandra Micheli

 

Questa recensione è stata la mia spina nel fianco.  Questo non per le critiche che dovrei elargire al testo, ma perché essere, stavolta, obiettiva e anaffettiva verso un romanzo mi risulta difficile.

Capite?

E’ uno steampunk ambientato nell’epoca vittoriana. Ora, direte voi cari lettori, cosa lo differenzia dagli altri libri? Tutto. Ambientazione, atmosfere, dettagli e riferimenti a uno dei periodi che fanno germogliare pensieri nella mia mente. E ogni libro che oltre alla fantasia, stuzzichi i neuroni spesso assopiti di fronte all’imperversare di testi retti dalla sola regola del caos, dello scompiglio, sia ormonale o emotivo, rappresenta un dono elargito dalle mie amate muse.

E’ difficile, troppo difficile spiegare a chi non ne ha mai sperimentato la lettura, comprendere perché si ama molto il romanzo vittoriano o neovittoriano, di cui lo steampunk è degno erede.

E’ un età particolare, articolata e variegata in cui si ravvisano due anime: quella bigotta soffocante e ottusa della pruderie (Cito a questo proposito il neo vittoriano di Pietro De Angelis) ma anche spettacolare, dedita al principio del progresso scientifico, dove, grazie alla strabiliante forza innovatrice delle invenzioni, ci si proiettava direttamente in un futuro che appariva prossimo, vicino, abbordabile e foriero di possibilità per tutti. Tutto sullo sfondo di una Londra perduta tra i fumi delle ciminiere, dalla calugine pesante delle nuvole di carbone che celava agli indiscreti sguardi le miserie di una città metropoli. E’ questa contraddizione tra pulizia logica e marciume perverso, tra innovazione e retrogrado pensiero che affascina proprio perché capace di raccontare il vero volto umano oscuro e luminoso, che fa del nostro viaggio sulla terra un’avventura straordinaria.

E il romanzo di Alastor  Maverik e LA Mely, è tutto questo, un inno alla logica del periodo, quella scienza che appariva l’unico vero baluardo contro la disgregazione sociale e morale ma anche uno sguardo scanzonato e irriverente alla chiusura sociale di quel mondo che lottava strenuamente contro la perdita costante di parti di sé.

Perché è questo che rappresenta la scienza, la destrutturazione dello spazio sociale e dei ruoli in virtù di una nuova compagine in linea con le istanze moderniste e globalizzatrici della nazione che cresce. In quel tempo remoto eppure vicino a noi, c’era posto per l’abisso della disperazione creata dalla perdita della creatività accanto, ed è questo lo straordinario all’esaltazione dell’immaginazione. Un immaginazione però, sottomessa all’utilità nazionale, sociale, immediata della finalità cosciente, posta idealmente al servizio della patria britannica ma che in un’ottica di realismo storico era appannaggio dei pochi, molto pochi depositari del potere e della legittimità sociale. Erano i nuovi borghesi, lavoratori instancabili, attaccati al valore della produttività, della prodigalità, della decenza a entrare con passo felpato e sicuro nella compagine elitaria della Londra del tempo, accanto a lord che stentavano a tenere le redini del potere, che dovevano creare un buco nel muro delle regole di accettazione sociale ai nuovi ricchi. E questi, per poter essere davvero accettati, dovevano ripulirsi dalla calugine oscura di fabbriche e di un passato non proprio ricco di principi e di nobili natali.

Una società rampante, florida eppure strenuamente attaccata alla conservazione di almeno una facciata, come se accanto all’innovazione bisognasse garantire lo status quo. Perfette a questo proposito le parole che la Rowling fa pronunciare all’odiosa Dolores Umbridge, rappresentante perfetto di quel self control inglese che tanto accecò e acceca tuttora l’immaginazione del periodo:

Preserviamo ciò che deve essere preservato, perfezioniamo ciò che può essere perfezionato e sfrondiamo pratiche ciò che dovrebbero essere proibite. 

Ecco in sostanza il pensiero vittoriano, l’accettazione della logica fine alla grandeur della nazione ma con le necessarie limitazioni a un’immaginazione (simboleggiata dalla poesia, dal mistero e dall’esoterismo letterario) che potevano spingere la trasformazione oltre limiti non possibili da consentire. Che il mummificato sistema sociale restasse immutato come pegno per l’evoluzione e la prosperità economica.

Ecco tutto questo lo ritroviamo nel libro dei due autori, geniali, perfetti e ricchi di cultura. Ritroviamo l’irrisorio sarcasmo verso l’eccessivo controllo delle emozioni, troviamo personaggi per nulla facili da inquadrare e rappresentanti di quell’ordine nel caos. Troviamo la Londra cupa, annebbiata a vittima di se stessa con le sue eccessiva contraddizioni, le stesse che la portarono al limite. Troviamo addirittura l’accenno, condanna del lavoro minorile pratica diffusa dall’epoca. E l’arrivismo, mosso fino al massimo tanto da contemplare la soluzione dell’omicidio come lecita e addirittura giustificabile. Ma, soprattutto, troviamo un perfetto simbolo dell’asservimento dell’arte alla mera necessita, tanto da scatenare, per forza di cose, una pazzia senza ritorno.

Perché se il concetto base era la sopravvivenza e la conquista di un ambito posto al sole, rappresentato da uno status sociale da raggiungere a ogni costo, per poterlo fare era necessario e consigliato, un modo di vivere tutto basato sulla sottomissione, sulla mansuetudine, sull’abnegazione al padrone di turno, non più l’imprenditore della fabbrica ma anche il marito e l’autorità.

E vogliamo parare della feroce critica sociale verso le istituzioni?

 Morris non è altro che il classico rappresentante dell’investigatore dell’epoca, che prediligeva il palco rappresentato dalla considerazione sociale piuttosto che la risoluzione di casi. Lo  ritroviamo nella cronaca nera del tempo, che considerava importante il mantenimento di un’apparenza, relegando il marciume li nei bassifondi, nascondendolo sotto la coltre del cielo oscuro di carbone. Ignorati, dileggiati, considerati responsabili di se stessi accusati di essere lassisti di fare dell’assistenzialismo il loro mantra , la loro ragione di vita, considerati parassiti in seno all’operosa società, i ghetti londinesi erano un eccezionale amalgama di vite, disperazione, forza e forse, nel loro essere l’elemento deviante sostenevano e alimentavano la considerazione di se stessi, dei signori. Come dire: senza un povero da compatire o da attaccare, una società si troverebbe sotterrata dalle sue contraddizioni interne. Cosi White Chapel, quel contenitore brulicante di vita ignorata divenne facile preda del peggior seria killer della storia, Jack the ripper, tanto che ancora oggi, si dibatte sulla sua identità. All’epoca fu quasi lasciato agire, nonostante le nuove tecnologie,fu considerato quasi una conseguenza della scelta lavorativa di giovani perdute. Prostitute? Esse erano un abominio in seno a una società che della pruderie faceva il suo vanto.

Nicholas e Melinda Hoyt rappresentano la rivolta contro tutto questo. Rappresentano la vera forza della logica, del concetto, dell’innovazione posta a servizio di tutta la comunità. Schierati contro il lassismo rappresentato dall’autorità Morris, devono risolvere ogni caso, ogni mistero per riparare, a un torto subito, un torto fatto non solo a loro stessi ma a tutta la working class del tempo.

E in questo spunta l’elemento stempunk che spinge l’innovazione a limiti quasi moderni, come ribellione ai limiti imposti dalla mentalità dell’epoca e come inno di libertà e ribellione.

La “Hoyt Brothers investigations”. Il loro obiettivo primario è quello di riparare a tutte le ingiustizie di cui il sistema corrotto e negligente non si occupa.

La genialità di inserire una tecnologia anacronistica nella Londra vittoriana racconta come spingere fino all’estremo limite la genialità umana possa portare a un cambiamento non solo tecnologico ma anche e soprattutto mentale. Lo steam è un inno alla vera modernità che fa del ribaltamento degli assunti culturali con cui si ingabbia l’eccesso un valore da coltivare, da rendere quasi dominante nella scarna mentalità dei pavidi e degli ottusi.

E qua si nota come quegli elementi anacronistici gridano ribellione costante a una situazione vista e rivista nei mille saggi storici, a una forma mentis che per quegli stessi riferimenti tecno futuristici ci appare sempre a maggiormente stantia.

Descrizioni al limite della perfezione che mi hanno fatto domandare “ma cosa vogliono da me questi due Autori? non posso analizzarli ma soltanto incensarli”. Ti catapultano in quella magnifica possibilistica atmosfera che ti avvolge e ti ammalia e ti trascina con se, tanto da aver il terrore di arrivare all’ultima pagina e non solo. I personaggi sono di una bellezza commovente, profondamente fragili e forti, profondamente umani ma anche alieni al loro tempo pertanto eterni simboli della genialità umana: altro che scimmia nuda che balla! Chi ha il coraggio di porsi come outsider, chi non ha paura di infrangere tabù, di scoprire che i draghi intoccabili del potere sono soltanto draghi di cartone diventa davvero un essere umano non più solo membro a suo malgrado della comunità.

Ultimo dettaglio. Mel o Melinda, è un affascinante connubio in cui si raccolgono le influenze letterarie più disparata, una sorta di misto tra Sherlock Holmes ( che appare quasi di sfuggita) della Shirley della Bronte e della pazzia passionale di Catherine di Cime tempestose. Ha la genialità e le strane abitudini della Violet di Lemony Snicket,  ha la strana propensione a un cinismo a a un’anafettività di fondo dello Sheldon di “Big Bang theory”. Ha la sostanza e la forza degli eroi descritti da Verne (come non ricordare l’eccentrico capitan Nemo di ventimila leghe sotto i mari)

Un libro ricco, colto, suadente avvincente e geniale che vi consiglio vivamente. A me ha toccato corde nascoste del cuore. E ha smosso quella passione che per correttezza professionale tengo nascosta quando recensisco ma che una volta liberata fa davvero apprezzare la bellezza e la ricchezza di un libro.