I nuovi concorsi letterari de del Terebinto edizioni.

Dopo il grande successo delle prime edizioni

tornano “Riscontri Poetici” e “Riscontri Letterari”

In collaborazione con l’Associazione Culturale e Letteraria “Riscontri”, la casa editrice di Ettore Barra ha pubblicato i bandi delle nuove edizioni di “Riscontri Poetici” e di “Riscontri Letterari”. Entrambi i concorsi hanno riscontrato grande partecipazione nelle prime edizioni che hanno portato alla pubblicazione di tre antologie poetiche e sette antologie di racconti. Tra le quali le ultime uscite: Semi di luce (a cura di Emilia Dente) e L’assassino dietro l’angolo. Racconti immaginari di crimini desiderati (a cura di Carlo Crescitelli).

I nuovi bandi, disponibili sul sito riscontri.net, hanno come scadenza il 31 luglio e sono entrami strutturati con due sezioni ciascuno. “Riscontri Letterari” presenta due sezioni a cui è possibile partecipare con racconti inediti di massimo 18mila caratteri, mentre quest’anno è possibile iscriversi a “Riscontri Poetici” sia con poesie inedite che con raccolte già edite.

Emergenza globale: cosa fa la rete salesiana Il contrasto al Coronavirus oggi: l’allarme dal Sud del pianeta. Da parte di tutto il blog va un enorme GRAZIE a questi uomini straordinari.

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Dai Paesi poveri giungono poche informazioni sulla pandemia mentre i missionari segnalano l’impotenza delle autorità locali

Quando l’Italia faticosamente si sta avviando al punto di svolta nella diffusione del Coronavirus19, ci tocca alzare lo sguardo oltre i confini nazionali con un senso di
condivisione e di responsabilità.

Quello che si temeva da parte delle persone più attente e coinvolte nella solidarietà con i popoli più poveri si sta palesando. A noi, che siamo un’antenna sensibile della rete mondiale dei salesiani, compete anche il ruolo – forse non facilmente comprensibile dall’opinione pubblica – di riferire l’allarme sulla diffusione della pandemia in Africa, Asia, America latina.
Se la mappatura dell’Organizzazione Mondiale della Sanità segna solo qualche
“puntino” nella parte Sud del pianeta, mentre colora a cerchi ampi l’Europa e l’emisfero Nord
https://experience.arcgis.com/experience/685d0ace521648f8a5beeeee1b9125cd

non è per la bassa incidenza del virus ma per il ritardo nella rilevazione dei dati epidemiologici e – possiamo purtroppo dirlo con certezza – nell’assenza di una qualsiasi
rilevazione in vasti territori già ordinariamente “dimenticati”.

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Africa
I media citano i Paesi del Sud e del Nord Africa come quelli che si affacciano nella triste classifica dei più colpiti. Ma possiamo documentare dalle testimonianze che ci arrivano quotidianamente dai missionari che il virus sta colpendo nel cuore del continente, dal Ghana al Sud Sudan, dal Madagascar al Rwanda:

Il covid-19 nel mondo dei missionari salesiani


e già si attivano delle risposte:
https://news.missionidonbosco.org/non-abbandonare-i-ragazzi-questo-impegno-altempo-del-coronavirus/
assieme alla solidarietà che esprimono verso di noi attraverso preghiere e messaggi.
https://news.missionidonbosco.org/un-messaggio-di-vicinanza-dal-gambia/

Nel contempo la straordinaria invasione delle locuste sta creando le condizioni
perfette per lo scatenarsi di carestie la prossima estate in Africa Orientale.
https://news.missionidonbosco.org/le-locuste-anche-in-uganda-i-salesiani-cercanodi-prevenire-la-tragedia/

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Asia
Non più tardi di un paio di settimane fa ci arrivavano messaggi di solidarietà con l’Italia in emergenza sanitaria da Paesi come l’India o la Siria:

https://news.missionidonbosco.org/non-siamo-soli-i-poveri-ci-scrivono-per-dirciche-ci-vogliono-bene/
https://news.missionidonbosco.org/una-preghiera-per-noi-dalla-siria/

Da questa settimana le opere salesiane in Asia sono investite anch’esse delle ondate di gente che fugge dalle grandi città non più in grado di offrire la sopravvivenza e
ritorna nelle campagne da cui era fuggita. Con una promiscuità che preannuncia l’ecatombe.

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America Latina
La situazione estrema del Venezuela, il cui Presidente è ormai formalmente accusato di narcotraffico, è quella in cui la combinazione fra mancanza di cibo e sistema sanitario al collasso renderà incontrollabile anche dal punto di vista sociale la diffusione del virus. Il quale sta espandendosi anche negli altri Paesi del Centro e del Sud. Là i missionari possono fare da argine proteggendo i ragazzi che accolgono e coinvolgendoli nella solidarietà, garantendo vicinanza e conforto alle popolazioni anche nei
villaggi lontani.
https://www.infoans.org/sezioni/foto-notizie/item/10078-argentina-i-volontari-

distribuiscono-beni-di-prima-necessita

https://progetti.missionidonbosco.org/progetti/in-venezuela-lemergenza-e-piu-viva-che-mai/

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Nel resto del mondo
Nelle aree citate ma anche nel resto del mondo, i salesiani stanno partecipando attivamente alla diffusione di informazioni sulla prevenzione e sulla cura. Il Consiglio Generale della Congregazione ha diramato tempestivamente istruzioni per gestire questo momento soprattutto nei Paesi dove potrà risultare carente l’azione delle autorità governative.
https://news.missionidonbosco.org/capitolo-generale-tutto-il-mondo-salesiano-nelcortile-di-valdocco/
https://www.infoans.org/sezioni/notizie/item/10093-rmg-un-messaggio-di-fede-esperanza-da-parte-del-rettor-maggiore

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La dimensione spirituale nel tempo della pandemia
Non secondario per i salesiani è ricorrere alla preghiera, confidando nella vicinanza di Maria Ausiliatrice. Anche i missionari danno il loro contributo offrendosi di celebrare l’eucarestia secondo le intenzioni che anche Missioni Don Bosco può segnalare. È un canale offerto per garantire la prossimità religiosa che è venuta meno a causa della situazione e delle stesse limitazioni fisiche in essere. Quanto destinato alle celebrazioni in terra di missione si tradurrà in aiuto concreto dal punto di vista sanitario e soprattutto economico/sociale diretto alle persone colpite da questa pandemia.

Ricorda i tuoi cari in terra di missione


https://www.infoans.org/sezioni/notizie/item/10093-rmg-un-messaggio-di-fede-esperanza-da-parte-del-rettor-maggiore

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Missioni Don Bosco sta raccogliendo elementi per delineare un piano di intervento
che preveda: massima limitazione del danno sanitario e sociale; tenuta delle relazioni educative con i giovani; soccorso per i casi di mancanza di cibo; pronta ripartenza dei percorsi che coinvolgono i giovani nella costruzione del loro futuro e di quello delle loro comunità. Ad esempio in India i salesiani si stanno già muovendo anche convertendo i propri convitti a centri di accoglienza per chi non ha una casa, aprendo le porte a un
piccolo ma significativo numero di quei “disperati” in fuga.

La rubrica Politica, società e costume presenta “STATI EFFIMERI E VIRTUALI”. A cura di Alfredo Betocchi

 

 

STATO: “Signoria, Dominio, Potere Sovrano, riunione di uomini di un Paese sotto un’unica amministrazione politica, civile, militare ed economica”… …e fin qui la definizione del vocabolario, ma Stato vuol dire anche disporre di se stessi, indipendentemente dagli altri, correttamente, senza prevaricazione dei propri vicini.

Col trascorrere dei secoli, gli Stati sono passati da poche unità (i grandi Imperi) a poco più di duecento.

Niente è tuttavia mai definitivo: la Storia ci ha insegnato che, come gli uomini, anche le Nazioni sono mortali. Alcune vivono secoli come il Sacro Romano Impero altre, più numerose, molto ma molto meno.

Molte Nazioni sorgono, vivono qualche anno, alcuni mesi o addirittura pochi giorni1 poi, travolte da un tragico destino, schiantano per cause esterne o implodono per motivi interni.

Anguilla

Di Stati effimeri è piena la Storia ma la maggior parte di essi sono ignoti al grande pubblico. Chi si ricorda più dell’isola di Anguilla, nei Caraibi, ribellatasi agli inglesi, caduta in mano alla mafia americana e durata meno di due anni dal 1967 al 1969 o la tragedia del Biafra, Stato secessionista dalla Nigeria, la cui indipendenza finì, dopo tre anni dal1967 al 1970, in un tremendo bagno di sangue?

La molla che scatena l’intento indipendentista di molti Stati effimeri o virtuali è sempre “la Protesta Fiscale”, che, detto tra noi, è un gran bel motivo!2

Ecco un indicativo esempio di Stato effimero:

Al largo delle coste orientali dell’Inghilterra, fuori delle acque territoriali britanniche, si trova una struttura galleggiante su un banco di sabbia formata dalla parte superiore di un vascello affondato addirittura negli anni trenta.

Durante la Seconda Guerra Mondiale essa fu occupata da 150-300 membri della Marina Reale e abbandonata dopo la guerra, senza demolirne la struttura.

Il 2 settembre 1967, Paddy Roy Bates proclamò la sua sovranità sulla base, battezzandola “Principato di Sealand”.

La vita del nuovo Stato fu però tormentata. Dopo un incidente con un vascello inglese, Bates venne citato in giudizio dinanzi alla Corte Internazionale dell’Aia.

Questa, a sorpresa, stabilì di non aver competenza poiché l’incidente era avvenuto in acque internazionali. Il Principato emise anche passaporti, vendendoli soprattutto ai paesi dell’est europeo, ma i possessori furono coinvolti in molti importanti crimini, incluso l’omicidio di Gianni Versace.

La famiglia Bates revocò così tutti i passaporti. Tra le attività di Sealand vi fu anche quella di ospitare siti web di dubbia legalità e di aver offerto asilo a Napster, il p2p più discusso della storia.

Chi vuole poi può acquisire, pagandolo, un quartino di nobiltà (diventando conte, barone o marchese). Nel 2007 Sealand è stata messa in vendita ma per ora nessuno si è fatto avanti.- Chi vuol fare il Principe può rivolgersi al sito http://buysealand.com/?p=7.

Paddy Roy Bates, il primo Principe di Sealand, è morto nel 2012 e Michael, suo figlio, ne ha preso il posto. Il fascino di questo piccolissimo principato ha attirato, dopo la Brexit, anche molti scontenti fedeli alla UE che hanno chiesto il passaporto di Sealand. La saga continua…

Le origini del positivo successo degli Stati auto proclamati indipendenti all’interno dell’Australia, ebbero inizio nel lontano 1969.

 

Hutt River

 

In quell’anno Leonard Casley, un coltivatore di grano che possedeva circa 7500 ettari a nord di Perth nell’Australia Occidentale, ebbe una disputa con il Ministero dell’Agricoltura che intendeva diminuire la quota a lui assegnata per la produzione di frumento. Le trattative non portarono a nulla così Casley, il 21 aprile 1969, proclamò la fattoria “Provincia Principesca di Hutt River”, con sè stesso come Principe.

Nel maggio 1980 promosse il suo Principato a Regno. Nel frattempo, ovviamente, aveva smesso di pagare le tasse e di seguire le direttive del Ministero.

Data l’ubicazione remota della sua fattoria, al Ministero si fecero una risata. Molti altri agricoltori, quando il fatto finì sui giornali, seguirono le orme di Casley, fondando fantasiosi Stati sulle loro proprietà: “la Provincia di Bumbunga, lo Stato Indipendente di Rainbow Creek, l’Impero di Atlantius” e via enumerando.

Questi “Stati” sono diventati di un qualche interesse per i turisti in visita ma, naturalmente, non sono stati riconosciuti da nessuno anche se alcuni di essi si rivolsero invano alla Regina Elisabetta (che è formalmente il Capo di Stato dell’Australia) per una improbabile legittimazione.

Tornando dalle parti di casa nostra, in passato ci sono stati due esempi clamorosi di Stati virtuali che tutt’oggi vantano eredi al “trono”: Tavolara e Seborga.

La prima è un’amena isola sullo sbocco del golfo di Olbia. Nel XIX secolo era abitata da non più di 100 pescatori analfabeti e governata dal Capo di una potente famiglia isolana, i Bertoleoni. Costui agiva come un vero e proprio re, dirimendo le controversie e provvedendo ai bisogni dei “sudditi”. Stranamente Tavolara non è mai stata parte del Regno di Sardegna. Nel 1836 il re Carlo Alberto di Savoia, visitando l’isola, riconobbe la sua indipendenza sotto il regno di Paolo I Bertoleoni.

Neanche l’Unità d’Italia produsse cambiamenti poiché nessuno si accorse di questo piccolo Regno. Alla nascita della Repubblica Italiana, il riconoscimento di Carlo Alberto perse efficacia e l’indipendenza svanì. Oggi vi è ancora un Re: tale Carlo II, operaio, con poca salute, abitante a Venezia.

Se andate a visitare la Pinacoteca di Buckingham Palace dove si possono ammirare i quadri delle famiglie reali d’Europa, accanto ai Borboni, agli Hohenzollern e ai Romanov, troverete una graziosa foto d’epoca di Carlo I Bertoleoni di Tavolara con la sua reale famiglia.

Altrettanto pittoresca è la storia del paesino di Seborga in Liguria. Posto nell’entroterra di Bordighera, provincia di Imperia, si allunga su un cucuzzolo tra piante di mimosa, uliveti e prati. E’ un piccolo Principato di duemila persone che conia una sua moneta e ha un piccolo esercito di guardie in eleganti uniformi bianche. Lo governa Giorgio I Carbone, eletto 42 anni fa dai suoi concittadini quando, quasi per caso, si accorsero di essere indipendenti.

Seborga divenne Principato nel 954 e dal 1118 è sede dell’Ordine di S.Bernardo di Chiaravalle. Acquistato dai Savoia (si dice, con i soldi della Massoneria) nel 1729, dopo il Congresso di Vienna (1815), venne praticamente dimenticato.

Giorgio I ha provocato l’Italia battendo moneta – il Luigino – che vale circa quattro euro, stampando francobolli, aprendo Consolati e distribuendo targhe automobilistiche. Egli governò fino al 2019, sostituito poi da Marcello I (Menegatto) e da Nina Menegatto, prima donna a ricoprire la carica di Principessa.

Il Sindaco (quello vero!) eletto in una lista civica è tranquillo: la Principessa paga regolare l’affitto per la sua Reggia e inoltre le sue esternazioni attirano parecchi turisti che incrementano le attività economiche del paese.

Analoga vicenda di borgo dimenticato e Repubblica effimera ma non tanto, fu Cospaia. Nel 1441 la Toscana era dominata da Firenze (a parte Siena) su cui, con bonomia e pugno di ferro, Cosimo il Vecchio sovrastava tutti.

A Basilea, era da poco stato eletto Papa Felice V, di famiglia Savoia, con una elezione a dir poco irregolare: un solo cardinale e trentadue elettori nominati da una commissione manipolata dalla sua potente casata.

A Roma regnava un altro Papa, Eugenio IV; insomma uno non sapeva più a che Papa votarsi.

L’Italia era percorsa da eserciti mercenari e per la povera gente non c’era pace. I confini fra gli Stati erano molto elastici e nessuno sapeva veramente dove passavano le frontiere. Tempo prima, Cosimo aveva prestato al Papa Eugenio ben 25000 fiorini per la contesa con Felice V; non avendo visto indietro il becco di un quattrino, pretese dal Papa il territorio di Borgo Sansepolcro. Per evitare scontri, furono nominate due commissioni che, tra Sansepolcro (Ar) e San Giustino (Pg), dovevano tracciare il nuovo confine. Con buona volontà, i saggi seguirono il corso del torrente Rio senza sapere che questo si divideva, a un certo punto, in due rami.

Avvenne così che mai gabelliere, fiorentino o papalino, si presentò più ad esigere le tasse nel paese di Cospaia, trovandosi questo su di un colle tra i due rami del torrente.

I villici dalla gioia proclamarono prontamente la Repubblica, dotandosi di Gonfaloniere (forse il porcaro), di bandiera nazionale, un campo tagliato diagonalmente di nero su bianco e di un motto: “Perpetua et firma libertas”, che si può vedere sull’architrave della chiesa cittadina.

Oltre al contrabbando, che da quel momento fiorì nella neonata Repubblica, Cospaia divenne famosa, dopo il 1574, per le coltivazioni di tabacco che sono tuttora fiorentissime. La Libera Repubblica di Cospaia non era però destinata a rimanere per sempre tale. Nel 1826 Papa Leone XII ottenne, alla fine, dai 14 anziani del paese la sottomissione tanto agognata. Firenze storse il naso ma abbozzò.

Non si poteva far guerra per 330 ettari di campi coltivati a tabacco e in fondo essa s’era tenuta Sansepolcro. Dei 25000 fiorini…nessuna traccia!

L’indipendenza, per una svista, era durata ben 385 anni e scusate se è poco.

Per finire, vorrei ancora citare i numerosi Stati Virtuali che si possono trovare su Internet. A chi piace può auto-proclamarsi Re, Imperatore o Presidente (secondo i gusti), con un clic. Il gioco ebbe inizio nel 1979 quando un tredicenne americano di Milwaukee, Robert Ben Madison, decise che la sua cameretta (2metri per 3) sarebbe diventata indipendente e sovrana, creando il Regno di Talossa e nominandosi Re Robert I.

Dal 1981 altre persone furono ammesse alla cittadinanza e nello stesso anno si tennero le prime “libere elezioni”.

Nel 1985 il Regno divenne costituzionale e oggi conta centinaia di cittadini viventi in tutto il mondo. Naturalmente lo Stato ha un Parlamento, una bandiera (un campo verde su rosso) e una lingua: il talossiano (con tanto di dizionario on line di 15.000 parole.

Con l’era di Internet, però, iniziarono i guai. Molti cybernauti, divenuti cittadini talossiani accusarono il ragazzo, ormai quarantenne, di essere un dittatore. Infine Robert si è dimesso, lasciando la corona a un suo amico, John Wolley.

Molti sono andati più avanti, aprendo Ambasciate e battendo moneta (sempre virtuale, per motivi fiscali). La maggioranza di queste Computer-Nazioni sono Monarchie (che, nonostante i tempi, godono ancora di un indubbio fascino).

Altre sono Repubbliche, ma si contano anche Comunità Anarchiche e Comunarde.

Chi fosse interessato a giocare, fondando una micro nazione, può provare a questi indirizzi: www.ping.be./leys/mw oppure www.geocities.com/CapitolHill/5111.

Buon divertimento!!!

L’Autore dell’articolo ha pubblicato una “Trilogia delle Streghe” e il romanzo “Ramesse XI”.

1Come la Repubblica Autonoma del Benin, separatosi dalla Nigeria dal 20 al 22 ottobre 1967.

2Vorrei ricordare che gli Stati Uniti d’America si ribellarono all’Inghilterra a causa di una protesta fiscale.

Al via la prima edizione del festival “Dystopian Day. Imperdibile evento!

Dystopian Day

 

Dai social alle librerie: i lettori si organizzano per dare vita a una giornata di dibattiti, panel, incontri con gli autori e tanti libri!

Sabato 21 marzo prende il via la prima edizione della manifestazione Dystopian Day, una giornata di dibattiti e incontri interamente dedicata alla distopia e ai suoi autori. Organizzato dal gruppo di lettori facebook “Leggere distopico” e dai suoi admin, Liliana Marchesi e Delos Veronesi, Dystopian Day nasce prima di tutto come momento di incontro tra lettori e appassionati. L’opportunità di incontrare autori, editori, traduttori e addetti ai mestieri, ma anche lettori e appassionati, ha reso possibile l’organizzazione di questa giornata fitta di incontri e di appuntamenti, sin dalla mattina. Giulia Abbate, Chiara Reali, Silvio Sosio, Giorgio Raffaelli e Leonardo Di Lascia, Elisabetta di Minico e Dario Tonani, sono solo alcuni dei nomi ospiti di questa prima edizione.
 E si comincia alle 10:30, con un incontro dal titolo “Eroine Distopiche e Femminismo”, che vede la Abbate, Liliana Marchesi e le autrici Michela Monti e Federica Amadori confrontarsi sul ruolo della donna nella nostra società contemporanea e tra le pagine dei classici e contemporanei. 
 Si prosegue, alle 14:30, con un incontro con gli “addetti ai lavori”, tra editori, traduttori e autori a disposizione del pubblico per rispondere a tutte le loto curiosità. 
 E si chiude alle 17:30 con il panel “Distopia letteraria e Storia contemporanea”, interamente dedicato ai sottili legami tra la nostra contemporaneità e il mondo narrativo distopico.

Non mancano gli autori in vetrina e gli incontri con i blogger e la stampa per interviste e momenti dedicati agli autori ospiti. Ma il Dystopian Day è importante anche perché segna un legame molto importante tra il pubblico di lettori on line, che si muove principalmente su facebook e community dedicate, e le librerie. Ad ospitare l’evento è infatti, la libreria specializzata in gialli e fantastica Covo della Ladra di Milano. E mentre si dibatte su quanto le dinamiche di lettura on-line stiano affossando le librerie fisiche, il 21 marzo, parlando di fantascienza e distopia, cercheremo di fondare le basi per delle dinamiche più fluide in cui il virtuale possa diventare reale, grazie alla volontà dei lettori e all’attività delle libreria.-

Info & press http://www.leggeredistopico.com/ Mail: Tel.
lunedì 17 febbraio 2020

Il programma

Ore 10:30 Eroine Distopiche e Femminismo Le protagoniste di ieri e di oggi nelle storie distopiche: cosa è cambiato? Il ruolo della donna dalla società alle righe: una storia ancora aperta.
Partecipano: Giulia Abbate (editor e scrittrice di “Manuale di Scrittura di Fantascienza”, edito da Odoya), Liliana Marchesi (fondatrice di Leggere Distopico e autrice di “CAVIE”, edito da La Corte),  Michela Monti  (autrice di “83500”, edito da Triskell Edizioni) e Federica Amadori (autrice di “Amari spicchi d’arancia”, edito da Le Mezzelane Casa Editrice).

Ore 14:00 Premiazione dei vincitori del Dystopian Contest.

Ore 14:30 EDITORIA. La parola agli esperti. Esperti del settore a confronto, per rispondere alle curiosità dei lettori.

Partecipano: Delos Veronesi (autore di “Winter”, edito da Watson Edizioni), Leonardo Di Lascia (fondatore di ThrillerNord e agente letterario), Chiara Reali (traduttrice), Masa Facchini  (Capo-redattore presso Acheron Books),  Silvio Sosio (Editore Delos Digital), Giorgio Raffaelli e Marco Scarabelli (Editori Zona42).

Ore 17:00 Distopia letteraria e Storia contemporanea Il nostro presente attraverso i romanzi distopici. Quanta realtà c’è nella letteratura Distopica?

Partecipano: Elisabetta Di Minico (saggista e ricercatrice, autrice di “Il futuro in bilico”, edito da Meltemi Editore),  Valentina Romanzi (dottoranda in letteratura angloamericana), Daniela Ruggero (autrice di “Nectunia”, edito da Dark Edizioni), Dario Tonani (autore di “Naila di Mondo9”, edito da Mondadori), Diego Tonini (autore di “Niente di umano all’orizzonte”, edito da Scatole Parlanti).

Info & press http://www.leggeredistopico.com/

lunedì 17 febbraio 2020
Nel corso della giornata ci saranno diversi momenti in cui poter incontrare gli autori, sia per farsi autografare i libri che per chiacchierare con loro.
Oltre ai panel principali (sala presentazioni) ci saranno infatti altre tematiche che verranno affrontate insieme alle blogger ufficiali dell’evento nelle dirette de “L’autore in vetrina” (spazio libreria). Parleremo di  Cose dell’altro mondo,  Distopia oggi e  Inquinamento Distopico.

ALTRI AUTORI PRESENTI:

Ilaria Pasqua – “Bomb Man”, Scatole Parlanti Lorenzo Sartori – “Alieni a Crema”, Plesio Editore Simone Colombo – “Radio Heads”, Narrativa Il Folgio Marta Leandra Mandelli – “Il gatto & gli stivali”, A. CAR. Edizioni Giovanni Magistrelli – “L’unione nel mirino”, Astro Edizioni Maria Carla Mantovani – “Il fulcro dell’universo”, Self-publishing Dario Degliumoni – “I figli del disastro”, Nativi Digitali Edizioni

BLOGGER UFFICIALI DELL’EVENTO:

Romina Braggion – Diario di ErreBi Chiara Ropolo – La lettrice sulle nuvole Noemi Oneto – Red Kedi Mariangela Cofone – The wee small hours
Info

Pensavate ci fossimo dimenticati dell’evento dell’anno? Assolutamente no. In prossimità della festa in onore di Write Togheter, ospitato dal gruppo del sommo Gardenti e dell’ignaro Lodato, andiamo a conoscere i protagonisti della mia squadra ” I semiseri”.

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Write togheter non è solo un evento per divertirsi assieme.

Non è solo luogo di confronto.

Non è l’esempio vivente di cosa sia l’arte, ossia osservazione, partecipazione e collaborazione.

E’ anche e sopratutto evento benefico in cui far convergere i migliori talenti.

Tutto per dare forza, finalmente, al significato e non solo alla forma.

Ma per poter dare forza e valore a questi racconti, bisogna essere profondamente inseriti nella realtà.

Bisogna far parte del popolo e sentirlo, emozionarsi, prenderei l fango primigenio e trasformarlo in qualcosa di vivo e pulsante.

C’è bisogno si di serietà ma anche si follia, di un tocco di disordine necessario alla creazione.

Ecco i semi seri.

Professionali si ma pazzamente bizzarri, ognuno con il suo tocco di assurdità che non guasta mai.

Teresa Bonaccorsi scrittrice e visionaria, capace di dare forma e colore ai sogni. E’ la nostra autrice, capitano e guida suprema.

 

Elena Hayele Saluzzi la donna che fa di ogni linea, ogni curva, ogni tocco di colore un luogo laddove, come direbbe Coco Chanel, la volgarità è bandita. E’ la nostra illustratrice

 

Pietro Tulipano oscurità e luce si incontrano nelle sue creazioni…booktrailer che vivono e si originano del luogo ctonio della nostra psiche. E’ il nostro videomaker

 

Chiara Baroncini. Ama l’ordine e la pulzia delle frasi. Ma no  disdegna un certo tocco di follia che lascia scorrere tra le pagine dei racconti. In lei si incontra forma e sostanza in un connubio indivisibile, capace di brillare come un raro diamante. E’ la nostra editor.

 

E poi ci sono io. Che considero ogni racconto, ogni tram, e ogni libro un viaggio da percorrere con occhi spalancati di meraviglia. Ma in fondo già lo sapete.

Domani altre succulente news!!!

A cena con l’autore! Il 14 febbraio festeggia San Valentino con Diego Galdino in occasione dell’uscita del suo nuovo romanzo Una storia straordinaria, Leggereditore.

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Prenota il tuo posto a tavola entro il 7 febbraio (tassativo) versando la cifra di euro 35 e potrai cenare con l’autore, ricevere il suo libro in regalo con un gadget a sorpresa, e chiedere una dedica personale!


Dove?

Presso il ristorate Perdincibacco, via delle Fornaci, 5 (vicinissimo alla Basilica di San Pietro) con una gustosa cucina romana.

Per prenotazione clicca su: https://bit.ly/2ugfIzT o scansiona il qrcode.

Percy’s song il graphic novel di Martina Rossi, edizioni Phoenix Publishing, viene presentato a Napoli il 18 gennaio 2020 alla Fumetteria Alastor in via Mezzocannone  

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Viene presentato a Napoli il graphic novel Percy’s song di Martina Rossi, edizioni Phoenix Publishing, sabato 18 gennaio 2020 alle ore 17:30 alla Fumetteria Alastor in via Mezzocannone 7.

Con l’autrice dialoga Ruben Curto (fumettista, muralista, vignettista, illustratore, docente e cofondatore del Collettivo Nube), con un intervento registrato dell’attore e doppiatore Jacopo Calatroni (voce italiana di Spider-Man nel videogioco Marvel’s Spider-Man e di Akira Fudo/Devilman nella serie Crybaby). Modera Francesco Saverio Tisi, vicedirettore della Phoenix.  

Saranno presenti gli editori.

Inoltre, all’acquisto dell’albo, sarà effettuata un’estrazione che permetterà ad un fortunato di portarsi a casa un’illustrazione originale dell’autrice, realizzata per l’occasione.

Euro 11,50 per 56 pagine d’arte. Un fumetto colorato, dalle tinte tenui e le linee morbide, che si fa sfogliare e leggere con piacere.

Si narra la storia romantica e malinconica di Percy, che si sveglia dopo un lungo sonno, senza ricordare nulla del suo passato. L’unica cosa che sa è di essere morto. Da qui la sua dolorosa epopea: scoprire la maniera in cui è deceduto, abbandonando così “la terra di mezzo” in cui è prigioniero, assurgere al regno dei morti e lasciarsi finalmente andare alla bramata pace eterna.

Il tratto del disegno è delicato, i colori morbidi. La storia, commovente e al tempo stesso spietata. Un contrasto che non passa inosservato.

È un tipo di narrazione tipico delle fiabe”, spiega l’autrice “parlare di qualcosa di oscuro, rendendolo però più confortevole. Credo che a volte, per raccontare qualcosa di forte o che probabilmente genererà un disappunto nel lettore, sia importante utilizzare una forma che lo metta a proprio agio, in condizione di ascoltare. Se avessi creato fin da subito un contesto oscuro e angosciante, il lettore sarebbe stato sulla difensiva fin dalla prima pagina, non prestando la giusta attenzione al messaggio”.

È la prima volta che l’artista scrive una storia in cui deve occuparsi da sola di tutto: dallo script al lettering. “Ho provato a schematizzare il lavoro”, aggiunge “partendo da un’idea molto generica e andando a definire pian piano i dettagli. Leggendo e rileggendo, confrontando Percy con altri fumetti, studiando il modo di creare di fumettisti affermati”.

Martina Rossi nasce nel 1989 a Recanati, dove si avvicina fin da piccola al mondo del fumetto e dell’illustrazione. Consegue il diploma presso l’Istituto d’Arte “G. Cantalamessa” a Macerata e si trasferisce infine a Roma, per approfondire le competenze fumettistiche. Dopo aver concluso il suo percorso di studi alla Scuola Romana dei Fumetti, inizia a lavorare come ritrattista e copertinista per autori indipendenti. Da qui nascono le prime collaborazioni con gli scrittori Pierluigi Curcio e Orietta Cicchinelli. Nello stesso periodo lavora come illustratrice per il quotidiano “Metro Roma”. Approda nel 2016 alla casa editrice “Lo Scarabeo”, illustrando un mazzo di tarocchi dedicato al Piccolo Principe. Al momento lavora come colorista per la casa editrice BellaFe e come autrice per l’Americana Studio.

Alla ricerca delle Origini. “Halloween in Campania. Il volto segreto di Pulcinella”. A cura di Micheli Alessandra

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Quando ero piccola e innocente (se mai lo sono stata), i miei genitori mi portavano al famoso Pincio, luogo che mi estasiava non solo per la statua di Garibaldi, ma per il teatrino dei burattini, laddove il mitico pulcinella, ne faceva di tutti i colori. Dispettoso, irriverente, era il mio burattino preferito.

Lui con quel suo candido vestitino e quella maschera sugli occhi nero pece, mi affascinava e, al tempo stesso, inquietava, quasi fosse un membro di quel misterioso popolo dei Faerie che già da bimba affascinava i miei sogni.  Solo più tardi ho compreso il volto fosco di Pulcinella.

Ed è di questa tenebrosità che voglio parlarvi, specie oggi che è la festa più terrificante dell’anno: Halloween.

Come è ormai noto, Halloween o All Allow’s eve, è una festa dedicata al lato inquietante del vivere, la morte e i suoi misteri, e quindi comprende un intero mondo parallelo al nostro, dove abitano non solo i nostri defunti, gli antenati e gli eroi mitici del nostro passato, ma tutte le creature sovrannaturali, che popolano quel mondo numinoso dove è sita la vera creatività umana, cosi come ci racconta Giordano Crisciuolo nel meraviglioso vinile di Penny Lane.

Nonostante non sia, come dicono gli ultras cattolici, un vero compleanno satanico, questa festa dà vita a misteriosi figuri che in realtà non sono altro che rappresentazioni simboliche del mondo ctonio, della morte e del mistero, quelle ombre junghiane che devono essere danzanti nella nostra psiche affinché possiamo vivere una sana vita interiore ed esteriore. Reprimere incubi e fantasmi non è mai una buona cosa, ma fonte di disastri incommensurabili (e qui vi rimando al nostro articolo sull’horror terapeutico).

Premesso ciò, andiamo a scoprire l’adorabile Pulcinella.

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 Come maschera, il nostro Pulcinella, ha origini misteriose e oscure, tanto che alcuni studiosi pensano sia una sorta di mescolanza di antichi miti, di divinità, e un simbolo dei difetti/pregi di una città controversa come quella di Napoli.

Fece la sua comparsa nei teatrini ambulanti già nel 1600 a Napoli, capitale del regno Borbonico e i suoi spettacoli erano un tripudio di dispetti e lazzi da affascinare lo stesso Voltaire, tanto da fargli esportare la maschera addirittura in Francia.

Una leggenda antica (che personalmente adoro) trae le sue origini dalle vicende di un vignaiuolo di Acerra, un tale Paolo Cinelli, dal volto grottesco, reso più buffo da una voglia di vino sulla parte superiore della faccia. Oggetto di derisione costante da parte dei saltimbanchi francesi che passavano per le campagne, Paolo, a dispetto di tutto, ne trasse forza, e imparò a rispondere con termini cosi arguti da mettere in difficoltà i dispettosi artisti. Ecco che ebbe origine la battaglia verbale tanto cara al Pulcinella delle commedie dell’arte; e fu così che il nostro Cinelli divenne Paul Cinell.

Adorabile leggenda sulla capacità dialettica e sarcastica, che divenne icona di un popolo che alla difficoltà preferiva reagire con una battuta e con la capacità di trovare il lato ironico.

Totò ci insegna ancor oggi a farlo.

Però io non mi accontento di questa spiegazione e voglio andare ancora più indietro, e raccontarvi della leggenda che vuole il Pulcinella non identificabile con una persona reale, ma dal Vesuvio stesso.

In questa versione, viene creato dalle streghe (ci avviciniamo allo spirito autentico di Halloween) che vivevano sulle falde del cratere, ma che invece di incutere terrore causò una spontanea risata, diciamo abbastanza stridula da far scoppiare il Vesuvio stesso.

Ci siamo, ma voglio andare ancora più a fondo.

I suoi miti di nascita sono tra i più fantasiosi in assoluto ma anche pieni di inquietanti simboli: nato dal testicolo di un castrato covato per sbaglio da una gallina, il che lo avvicina in modo inquietante al basilisco reso famoso da Harry Potter, ma nato anche per magia da una conchiglia, come invece è propria la nascita della Dea Venere.

E, infatti, uovo e conchiglia sono simboli intriganti che lo accomunano a una divinità femminile che al tempo era ctonia. E questo termine usato e abusato, indica le divinità femminili, legate a culti sotterranei, protettori di fonti o personificazione delle forze sismiche e vulcaniche.

Intrigante sempre di più.

Andiamo avanti.

L’uovo da cui Pulcinella nasce è il simbolo per eccellenza che racconta la creazione dell’universo, dominato dal caos e regolato da una mente superiore o Dio. E in quanto elemento primordiale è considerato femminile, visto che la vita scaturisce grazie alla fecondazione dell’Uno. E infatti, rappresenta lo zero, ossia il nulla che attende la mano della mente divina che metta ordine dal caos.

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Negli antichi miti il caos era quel vuoto che precedeva e rendeva possibile l’ordine della struttura (creazione) così come rappresentato nella carta del matto che ha, appunto, i simboli dello zero e del caos.

Alcuni studiosi, intrigati da queste iconografie, hanno cercato di far luce su queste origini studiando antichi reperti che potessero parlarci di questo strano essere.

E infatti, addirittura in una tomba etrusca (tomba di Pulcinella), appare in rilievo la sua immagine stilizzata,

Si nota a destra, una figura che indossa un coppolone, cioè il famoso copricapo del nostro Pulcinella.

E indossa una maschera, anche se molti propendono per l’ipotesi che la tomba sia stata danneggiata dal tempo.

Quella figura è il Phersu che però in etrusco vuol dire maschera.

Che coincidenza!

E per alcuni studiosi questo Phersu rappresenta un demone infernale collegato con la morte. Ci sono poi le interpretazioni di Massimo Pallottino, che considera Pulcinella semplicemente un attore protagonista dei giochi che anticiparono, addirittura, quelli dei gladiatori.

Certo è che Pershu ha una stretta assonanza con Persefone (Phersipinal), regina dei morti accanto ad Ade. Certo è che la sua natura selvaggia, legata a giochi cruenti, lo assimila a un’altra maschera, stavolta veneziana, cara alla nostra tradizione, ossia Arlecchino. Pulcinella, infatti, sembra quasi rappresentare il volto mite, giocoso e ludico di quella morte che, a volte inganna, e a volte viene ingannata, cosi come emerge dal racconto della Rowling “I tre fratelli”.

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Un’altra antica origine lo accomuna al Maccus atellano, che ha molti dettagli in comune con il nostro birichino: ossia il naso prominente e il pancione che dà quel senso goliardico proprio della caratterizzazione. Le atellane diffuse nei dintorni di Acerra, in fondo erano questo: uno spettacolo licenzioso, gioviale, celebrativo, della parte irridente dell’esistenza. Ma, soprattutto, le popolazioni che crearono e diffusero questo tipo di commedia erano gli Osci, provenienti dall’oriente forse dall’India.

E in India, abbiamo divinità cosi particolari, legate al mondo sotterraneo?

La risposta è ovvia. Restando fermo il concetto che distruzione e caos, nell’induismo, non sono considerati aspetti nettamente malevoli, ma un bisogno profondo che mantenga in equilibrio il sistema universo.

E in questo panorama non posso che citare lei, la dea Kali.

Vieni, Madre, vieni!
Perché terrore è il Tuo nome,
La morte è nel Tuo respiro,
E la vibrazione di ogni Tuo passo
Distrugge un mondo per sempre.Vieni, Madre, vieni!
La Madre appare
A chi ha il coraggio d’amare il dolore
E abbracciare la forma della morte,
Danzando nella danza della Distruzione.

Vivekananada

 

Kali è una divinità dalla pelle scura, benefica e terrifica al tempo stesso. Il suo nome deriva dalla parola sanscrito kala, ossia tempo, ma anche nero.

E pertanto la traduzione del suo nome è “colei che è il tempo” o “colei che consuma il tempo” e “colei che è nera”. Pertanto è la manifestazione terribile, aggressiva e energetica, affatto materna, della Dea, assimilabile alla Morrigan cletica e alla Cailleach irlandese. È la forza prorompente dell’universo inteso come distruzione, necessaria alla successiva ristrutturazione in una nuova forma. Ed è, quindi, associabile al senso della morte come stadio da raggiungere per acquisire il livello sciamanico e psichico superiore.

Non è un caso che stringa tra le mani strumenti di trasformazione profonda che recidono nettamente il legame con il modo manifesto (e materiale).

Tale concetto associato a Pulcinella diviene un ulteriore conferma della natura oscura del nostro personaggio.

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Altri studiosi legano l’origine di Pulcinella addirittura a una divinità egizia, Horus figlio di Iside e Osiride, il cui nome significa Falco, ma anche “colui che è al di sopra”, “il superiore”. E questo ce lo rende simbolo del necessario equilibrio del mondo, una sorta di mediatore, nato dalla congiunzione tra il mondo sotterraneo (Osiride) e della magia e della vita (Iside).  E quindi, rappresenta l’ordine tra vita e morte e, forse, anche la rappresentazione vivente di quella porta che mette in comunicazione i due mondi.

Pulcinella è una sorta di custode della porta?

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Vediamo la sua iconografia.

La sua maschera nera e il vestito candido sono elementi simbolici che richiamano proprio il mondo ultraterreno e il rapporto che questo instaura, e deve instaurare, con quello manifesto (dei vivi insomma). Ed è questo rapporto che deve avere la sua parte orrorifica (simboleggiata da Arlecchino) ma anche ludica, giocosa, grottesca, affinché possa trasportare le energie rigenerative da un mondo all’altro. Anche la cosiddetta voce chioccia di Pulcinella fa riferimento al mondo altro, visto che i gallinacei erano considerati, nell’antichità, psicopompi al pari dei cani, capaci di metterci in contatto con il mondo sotterraneo.

Ecco che Pulcinella rappresenta, con la sua scanzonatezza guascona, la vita nella sua interezza, quella che non fugge la morte, ma la incorpora in un sistema interconnesso, in una rete d’interdipendenza delle varie fasi vita-morte-vita. E senza luce non può esistere la tenebra, cosi senza morte non esiste vita e viceversa.

Ed è questo movimento, visto nella sua natura giocosa, che Pulcinella porta con sé, accettando ogni evento e reinterpretandolo a suo vantaggio, cosi come la vita tenta con l’arte (ballo in fa diesis minore) di gabbare la morte, e la morte stessa tenta con patti e con una danza di gabbare la vita.

Ma alla fine entrambe divengono un solo uno, così come simboleggia perfettamente il Tao.

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Pulcinella non è la parte misterica di una morte Terribile (ossia straordinaria), ma è la speranza che le paure, esorcizzate, affrontate, possano rigenerare la nostra anima, donando nuova linfa vitale e nuovo stimolo a proseguire per quel tratto, nonostante le tenebre ci minaccino a ogni passo. È la morte che significa nuova rinascita; è la gioia di vivere che si prospetta e spera in una nuova forma. È la capacità di meravigliarsi della trasformazione; e forse simboleggia quello che ha tentato di dirci Lorenzo il Magnifico:

chi vuole esser lieto sia

del domani non v’è certezza.

 

E chi meglio dello scugnizzo Pulcinella può accompagnarci nel viaggio conoscitivo del mondo altro?

Chi meglio di lui, con la sua scanzonata irriverenza, può avvicinarci senza pregiudizi e paure al mistero unico e incredibile della morte?

Come scrive Bruno Leoni ( http://www.guarattelle.it)

Pulcinella è la rappresentazione più evidente di quel mediatore tra uomini e divinità che è stato sempre nelle culture più antiche il mediatore eccellente col soprannaturale, “il buffone divino”.

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Queste particolari entità adempiono a un sacro compito: quello di renderci consapevoli delle nostre rigidità strutturali che, spesso, ostacolano il flusso e il processo della vita. Essi sono specchi che mostrano il vero volto, al di là di maschere e ruoli e, così facendo, ci liberano. Ecco che questi divini buffoni operano ai margini della vita e ci portano sull’orlo di un caos rigenerativo mettendo in discussione tutte le nostre certezze. Egli dissolve affinché possa essere rigenerato.

Il buffone porta la fertilità nell’oscurità, porta alla luce gli aspetti del sovrannaturale, liberandoli dall’aspetto terrificante del proibito e del segreto. Ci fa toccare la magia e la follia sacra con mano, ci accompagna verso l’ardua strada di apprendere ad apprendere. Porta nuovo ordine nel centro, permettendo all’eroe di andare incontro al caos per conquistare.

E restando integrato e non integrabile, ci mostra la bellezza dell’anima, quella che, in fondo, resterà per sua natura selvaggia, indomita e ribelle. E che andrà sedotta, forse ammansita, ma mai davvero vinta.

Buffone è solo marginalmente in relazione con l’Io, con la centralità strutturata della coscienza, e tuttavia contiene, porta la vera essenza della vita, la fertilità creativa della gioia e dell’immaginazione umana. Il buffone, per usare il termine di Victor Turner, sembra portare uno spirito di communitas, di gioiosa integrità, di umanità unita piuttosto che frammentata e in conflitto. Egli lavora a servizio del Sé piuttosto che dell’Io.

 Ladson Hinton, Palo Alto

 

“I SIGNORI DI SAMAHIN. CELTI, ROMANI E ETRUSCHI A CONFRONTO.” A cura di Alessandra Micheli

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Samahin, festa sfaccettata dai mille volti come un diamante è la patria di divinità spesso definite oscure e misteriose, se non addirittura sataniche che, ironia della sorte, fanno parte di una tradizione ancor più antica che si riferisce a culti agrari se non addirittura arborei.

Cos’è una divinità agraria e una arborea?

Esse fanno parte dello stesso principio filosofico animista che abbiamo già analizzato per il culto dei morti, sono essenza divine che infondono la loro energia non solo negli uomini ma anche nella vita che li circonda e che fa parte dello stesso ciclo a cui sono soggetti gli uomini.

La divinità arborea è legata a un preciso arbusto o albero ed è collegata, al pari della divinità agraria a un arcaico culto della fertilità e di venerazione del mana divino. Queste energia sono presenti in ogni cultura, da quella indiana ( le yaksi) alle ninfe greche, fino a arrivare in Egitto con la venerazione di Hathor considerata la signora del sicomoro.

Il culto arboreo esprime l’importanza del legame che le antiche popolazioni, nostre progenitrici avevano nei confronti della natura da cui dipendeva la specifica sopravvivenza. Tutto come si è già esaminato precedentemente, formavano un unica entità onnicomprensiva di cui lo stesso uomo non era che una parte, immersa in un tutto che lo conteneva, lo pervadeva ma che al tempo stesso lo oltrepassava, per ricongiungersi con la fonte primaria. Tutto l’universo, ogni manifestazione naturale non era altro che un piccolo assaggio di una divinità più grande più potente1. Pertanto, tenere in considerazione con un atteggiamento di riverito rispetto la natura in ogni suo aspetto, significava rispettare il legame che intercorreva tra cielo ( nel suo più ampio significato cosmico) e terra e tale unione nei celti prendeva il nome di Nemed ossia sacro. La venerazione di alberi, della terra, dei doni che essa elargiva, rientrava nel più ampio concetto di atteggiamento sacrale nei confronti della vita.

Venerazione del sacro unisce i due culti ma non solo. Il concetto di fertilità fa si che sia il culto arboreo come quello agrario siano riferibili a una divinità prigenia molto importante presente ancora oggi nelle nostre tradizioni ossia la Dea Madre. Essa è custode dei misteri ( i culti segreti con cui si sperimenta il contatto diretto con il mondo divino) del ciclo vitale di ogni cosa manifesta, e soprattutto custode del mondo visibile e invisibile. La Dea Madre, nonostante gli anni di oblio è la divinità che ognuno di noi ha custodita nel cuore. Le tradizioni di Samahin ma non solo, quelle che oggi fanno parte delle nostre feste più importanti e che tutto’oggi scandiscono il calendario naturale che i nostri progenitori usavano per raccolto per la semina e per l’allevamento, fanno parte di un antico retaggio etnologico che rappresenta la modalità con cui l’uomo entrava in contiguità con il divino manifesto nella natura, che elargiva doni, promesse ma anche morte e disfacimento. Questa cultura subalterna, quasi sotterranea che aleggia in questa feste, spesso osteggiate come estranee, fanno parte della tradizione contadina mai del tutto scomparsa. Addirittura l’associazione tra il mondo naturale e la morte sembra suggerire una stretta unione tra i due aspetti dell’esistenza che nascondono in essi, nel folclore un cuore pulsate di una tradizione silvana spesso conservata in zone favorite dall’isolamento, accomunate dalla povertà, dal senso di ingiustizia, e perché no con una sorta di arretratezza di fronte al cambiamento che avanza. La sopravvivenza di queste forme di venerazione, di queste credenze ataviche, di ricordi fatti leggenda, racconti tramandati e inseriti nella letteratura, sincretismi religiosi ha permesso che la venerazione della vita, simboleggiata dal culto della Dea, arrivasse fino a noi. L’ethos di una cultura non si perde con gli anni, si trasforma forse, riecheggia nei racconti e nelle maschere, sottile passa in quei momenti di passaggio dove il tempo si ferma e passato e presente si rincorrono. In cui per un istante si percepisce l’immanenza della divinità, si sente quell’essenza a volte oscura ( poiché annebbiata dai secoli e dal progresso che come un velo offusca i nostri sensi) permeare tutto ciò che ci circonda, togliendo il velo di progresso e di civiltà e facendo ritornare l’uomo ai tempi selvaggi, quando l’uomo era istintualità pura, in eterna lotta ma anche in una sorta di tacito accordo, con una natura nemica e amica al tempo stesso. E’ nel suo sfidare il creato che l‘uomo si evolve, facendo si che sia un antagonismo positivo, da discepolo a maestro, laddove il maestro (il cosmo) sfida l’essere umano a superare i limiti. Quest’idea di scontro positivo si è persa nell’arroganza moderna, dove l’umano si crede non più discepolo ma autorità assoluta, sfidando e non in senso positivo Dio non per superare i suoi limiti ma per recintarli e presentarli come superiorità. Ecco che in alcuni istanti, in alcuni scorci del tempo, si può vedere il passato, ritrovare un’innocenza perduta, una saggezza oggi vilipesa e addormentarsi sereni tra le braccia amorevoli della Dea.

Ogni divinità di Samahin è fondamentalmente simile l’una con l’altra, non soltanto in virtù degli scambi commerciali tra i popoli, ma anche perché parlando di uno stesso pensiero, della stessa concezione della vita espressa dai culti antichi. Le differenziazioni sono relative all’ambiente fisico, alle sfide e alla differenziazione biologica della fauna e della flora, senza che questa biodiversità neghi e oscuri la fondamentale origine comune di ogni emanazione energetica. Che sia signora delle Mele, del grano o del sicomoro la Dea è sempre Lei, splendente, fiera amorevole e crudele, compagna amante del Dio e unica speranza per l’uomo.

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La signora della Notte. Cailleach la vecchia

Come abbiamo analizzato precedentemente, Samahin segnava l’inizio del’inverno, stagione difficile, oscura, regno di una natura addormentata quasi morente. Al fruttuoso autunno seguiva il tempo sterile, il tempo sospeso in cui gli spiriti ultraterreni scorrazzavano in libertà, passeggiando in un coltre di gelo che proteggeva la vita dormiente. E cosi Samahin la notte in cui si aprivano le porte, una notte antica e sapiente, di quella sapienza che va riverita, rispettata ma anche temuta in quanto sguardo sul mondo altro era il dominio incontrastato di una divinità antica, sfuggente e spaventosa: Cailleach la vecchia. Questa sembrava essere una divinità indigena della Britannia, la madre montagna della tradizione, nascosta nella storia celtica e custode del famoso calderone sacro. Ed è questo calderone, prototipo del Graal più tardo, in cui venivano immessi i guerrieri e gli eroi per essere guariti e fortificati. Talvolta la Dea si presentava nella storie tardo arturiane con l’aspetto di una Donna anziana nera, orribile alla vista ma, portatrice di conoscenza. Questo camuffamento era la prova somma a cui si sottoponevano i cavalieri, che se riuscivano a sopportarne la vista e la vicinanza ne traevano come dono un’immensa conoscenza delle leggi sacre che regolano mondo e magia. I miti parlano di una divinità che tormenta l’eroe e lo costringe a crescere e maturare a livello psichico e interiore. Lo spinge a superare i limiti, a affrontare i demoni inconsci e vincendo su essi a diventare un re-sacerdote. Proprio per quest’aspetto di evoluzione essi sono stati incorporati successivamente nei racconti allegorici per spiegare il concetto celtico di sovranità, considerata qualcosa di più di un mero esercizio politico, ma di una missione tendente a portare il cielo in terra.

La Cailleach è colei che dona ma anche colei che toglie, è la vita che sopravvive alla morte, alla fine del ciclo rinnovando il seme dentro di se. Per questo suo aspetto è fortemente collegata ai miti relativi a Samahin, per questo significato di custode della vita in embrione, di quell’inverno che appare distruttivo, oscuro e definitivo come fine, e che in sostanza custodisce soltanto in se stessa le mille possibilità della rinascita.

Alcuni tratti di questa particolare divinità sono tipici della Morrigan, anche se quest’ultima è sicuramente caratterizzata da più brutalità ( infatti non a caso Morrigan è la dea guerriera, giustiziera) e fa parte della triade divina rappresentante dei cicli agrario pastorali di vita morte rinascita: Cailleach/Morrigan inverno-morte, Brigit/Arianrhod primavera-rinascita, Cerridwen/Anu pestate-vita nella sua espressione di compiutezza e fecondità e abbondanza.

Un’altra interessante associazione è Cailleasch Ecate, una divinità forse derivata dall’egiziana Hecket e derivazione della grande madre anatolica. Anche Ecate è intermediaria tra i mondi, (quello spirituale e quello mortale) e spesso viene raffigurata a guardia dei crocicchi, luoghi in cui si intersecano due o più vie simbolo delle scelte umane ma anche dell’idea antica di multi dimensione. Nei crocicchi i destini si incrociano, i mondi si uniscono e le possibilità diventano numerose. Attinente a questa sua particolarità Ecate, in alcune rappresentazioni e viene raffigurata a tre testa ( passato, presente e futuro ma anche mondo terreno spirituale e animico) e questa sua particolarità l’accomuna alla divinità italica di Giano. Ecate è la Dea del destino, protettrice delle porte tra i mondi e delle regioni spirituali. Essa controlla le iniziazioni e quindi la conoscenza ed attraversa ogni spazio umano riportandolo all’unità del mondo altro. Nel mondo spirituale tutto è possibilità che attraverso l’anima o mondo animico si riversa e crea il mondo terreno. Siamo noi a interagire nelle dimensioni spaziali come se fosse staccate l’una dall’altra; Ecate in sostanza è colei che riporta e ricollega tutto quello che l’uomo separa in un’unica fonte originaria. E’ la Dea della compiutezza, guida e protettrice dei passaggi sia fisici, età, cicli naturali temporali ( Samahin è uno di questi) ma anche delle’evoluzione prettamente psichica e interiore considerando giovinezza, maturità e vecchiaia qualcosa di più che età reali.

Ecate è una Dea che domina e protegge la mente, unica e sola fonte della realtà che ci circonda.

E’ la forma antiche della divinità che Gregory Bateson illustra nelle sue opere: Ecate è il dio Eco. 2

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Pomona e i Pomenalia.

Alla fine di ottobre, nel mondo romano si festeggiavano due feste dedicate e due divinità particolarmente amate. Una di queste era la festa dedicata alla Dea Pomona e al Dio Vertunmo ( celebrata il 19 ottobre). Che legami avevano queste due divinità sia con quel particolare momento astronomico?

Vertumno era una divinità romana di origine etrusca, che personificava il mutamento delle stagioni. Era quell’energia mistica che creava il movimento astronomico necessario perché i cicli si compissero e i frutti maturassero. Il suo nome deriva dalla radice indo-europea vertere, che significava appunto girare e cambiare ma anche divertimento e perversione, e veniva spesso rappresentato come amante della dea Pomona.

Pomona, (che coincidenza!)è la Dea romana dei frutti ( partrona pomorum) non soltanto quelli che crescono sugli alberi ma anche dell’olivo e della vite. Ecco che il legame tra il Dio Vertumno diventa molto stretto e sono parti di una medesima energia creatrice, di fondamentale importanza per la prosperità del popolo romano.

I pomenalia erano, dunque, le feste in onora della divinità che ogni anno il primo novembre, ossia l’epoca di raccolta, gli antichi romani osannavano la dea, offrendole i frutti delle mele e sperando di propiziarsi la produttività futura. Su questo culto mancano notizie certe e particolareggiate, si può però affermare che esistessero sacerdoti proposti al culto , i flamini pomonali. Unico dato certo giunto fino a noi e raccolto da Ovidio nelle sue Metamosfosi in cui si tramanda il mito di Pomona e Vertumno. Ecco lo splendido mito:

amante della vita all’aria aperta, ma non dei boschi e dei fiumi, piuttosto della campagna e delle sue coltivazioni: “Pari non ebbe nessuna fra le Amadriadi3 latine a coltivare giardini”.

La sua devozione andava tutta ai lavori agresti e non pensava all’amore. Eppure era desiderata da molti, uomini, divinità e satiri, tanto che era costretta a recintare le sue coltivazioni per impedire l’accesso ai maschi troppo focosi. Chi l’amava di più era il dio Vertumno, che per conquistarla si camuffava ora da contadino al lavoro, ora da raccoglitore, e non perdeva occasione per “godersi lo spettacolo di Pomona e della sua bellezza”. Un giorno il dio si travestì da vecchia e riuscì a entrare nel giardino proibito: osservando un albero di olmo su cui si arrampicava la vite carica di grappoli, mostrò alla dea come l’uno prendesse vantaggio dall’altra. Le raccontò anche la storia di Anassàrete, che rifiutò l’amore e si trasformò in una statua di pietra: così cercò di convincere Pomona che il suo destino era l’unione con un dio fedele, giovane e bello, come Vertumno appunto. Ma le parole della vecchia risultarono vane. Ovidio conclude infine:

“Vertumno riprese l’aspetto giovanile […] e apparve a Pomona in tutto il suo splendore, come quando il disco del sole, squarciando la coltre delle nubi, senza che nulla l’offuschi, rifulge luminoso. E si apprestava a prenderla con la forza, ma questa non servì: sedotta dalla bellezza del nume, anche lei fu vinta da amore”.

Pare che ai tempi dell’antica Roma, sulla strada tra Ostia e la città eterna ci fosse un giardino, o un frutteto o addirittura un bosco dedicato alla Dea chiamato Pomonale. Percorrendo oggi la via Ostiense si può immaginare come in tempi antichi esso fosse un luogo idilliaco di serenità e bellezza all’ombra delle fronde dei meli. Nonostante l’industrializzazione selvaggia l’antico culto non si è a del tutto estinto in quanto esistono ancora feste dedicate ai frutti in particolare le mele. Si può distinguere una delle più popolari Pomonaria il cui nome ha un richiamo profondo alla nostra Dea. Inoltre, come indizio della profonda connessione con l’America, alla fine dell’ottocento una città fu battezzata Pomona, vicino a Los Angeles per propiziarne proprio la produzione frutticola.

Forse Hallowwen non è poi cosi estraneo

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Perché Pomona?

Come precedentemente scritto Pomona è profondamente legata a un frutto preciso, la mela. Pomo, infatti è il termine italiano che si usa proprio per indicare questo gustoso e sacro frutto. E il frutto della mela è profondamente legato alla mitologia celtica; non a caso nella mitica isola di Avalon, terra di confine (una sorta di Samahin fisico) la fata Morgana coltiva mele. La mela è un simbolo fondamentale di ogni religione e di ogni folclore poiché rappresenta lo spirito della conoscenza che si acquisisce esplorando il mondo e soprattutto essendo consapevoli delle sue leggi e dei suoi meccanismi. Questo accade se si ha abbastanza coraggio per sfidare le consuetudini e le redige regole che sia la società, che l’ortodossia ci impartisce. Non a caso l’atto che il dio Jahwe punisce è quello di mangiare la male, di rendersi consapevoli del bene e del male ossia di acquisire coscienza. E’ quella ribellione a una regola che ci desidera ciechi, e ingenui a dare avvio alla creazione vera. L’altro mondo, è in stretta relazione con il melo, simbolo di vita eterna , frutto che dona immortalità, ma anche frutto di scienza e saggezza. In pratica il melo e la mela è il mezzo con cui ogni uomo può entrare in contatto con il mondo dei Sidhe.

Quest’informazione riesce a collegare la divinità romana con la più antica tradizione celtica, facendoci comprendere come, in fondo, la feste considerate passaggi tra le due realtà sono fondamentalmente sorelle e figlie di una concezione dell’universo molto più magica di quanto noi oggi possiamo capire. Pomona e le sue mele, i suoi frutti che rappresentano l’abbondanza è la Dea non solo della vegetazione ma anche delle porte che creano questa stretto dialogo tra il regno altro e il regno terreno.

Le mele e ogni tradizione a esse collegata stabiliscono una profonda comunicazione tra le differenti realtà una consuetudine che è sfociata e continua con quella del 31 ottobre e del primo novembre Samohin o Samahin. Per celebrare questo nuovo inizio i druidi si riunivano sulla riva di un lago o di una zona paludosa offrendo mele ai partecipanti e agli dei.

Strana coincidenza o piuttosto un indizio dell’importanza dl cosiddetto tempo sospeso?

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Iside sovrana del cielo

Dal 28 ottobre al 3 Novembre un’altra festa veniva celebrata dai romani: Isia, una celebrazione dedicata alla dea Iside. Figlia della dea Nut dea del cielo e Geb dio della terra Iside era la compagna di Osiride e madre amorevole del Dio Horus. Era una delle divinità più importanti dell’antico Egitto, considerata la prima sovrana, moglie e amante e vedova addolorata alla ricerca del suo sposo perduto. Una Dea che riuscì a riportare in vita un dio smembrato dalla furia omicida del fratello Seth per questo considerata anche la protettrice del regno dei morti, ma anche detentrice del segreto della resurrezione. Oltre al suo oscuro aspetto di Regina dell’oltretomba essa era profondamente associata alla magia, alla conoscenza e secondo il mito assieme al compagno Osiride portò la civiltà nel regno, inventò il sistro, l’agricoltura, la tessitura il ricamo e istituì il matrimonio. Essa custode dei segreti agi come un Nephilim i figli di dio che secondo il libro di Enoch scesero dalla montagna e portano la competenza tecnologica ma anche quella spirituale agli uomini.

Grazie a Cleopatra essa si diffuse nel mondo romano diventando una delle prima divinità venerate con i suoi splendidi templi diventando la Regina Coeli e fondendosi con una divinità ellenica Cerere.

Lo stesso Apuleio la descrive cosi:

O regina del cielo

tu feconda Cerere

prima creatrice delle messi

che nella gioia di aver ritrovato tua figlia eliminasti l’antica usanza di nutrirsi di ghiande come le fiere

rivelando agli uomini un cibo più mite

ora dimori nella terra di Elusi

Tu Venere celeste che agli inizi del mondo congiungesti la diversità dei sessi facendo sorgere l’amore

E propagando l’intera progenie del genere umano” 4

Altra interessante caratteristica di Iside è quella di essere considerata:

Io sono colei che, è che è stata¨ sempre stata e sempre sarà , e nessun mortale ha mai alzato il mio velo.” 

Riassumendo in se tutti i caratteri del dio unico, e facendo presupporre che, questi, un tempo appartenessero a quella dea madre che riassumeva in se tutti i caratteri e gi aspetti della vita e dei suoi cicli. Come i cristiani ( che si impadronirono più tardi delle sue caratteristiche) i suoi seguaci dovevano osservare la fede, la moralità la preghiera. La divina misericordia della Dea li proteggeva e garantiva loro un posto nell’aldilà qualora avessero conservato un cuore puro e scevro da ogni malignità.

Tuttavia, questo aspetto solare nascondeva come abbiamo visto un lato ctonio. Iside era la regina dei misteri e questi dovevano essere protetti dalla massa. Il mito della morte e della resurrezione con la scese negli inferi e il colloquio con l’altro mondo non era dominio di tutti ma riservato a pochi prescelti. Questa pericolosa discesa privava il novizio di ogni precedente identità, da ogni orpello materiale per poi tornare trasformato e vincente sulla terra. Questo era l’aspetto dell’Iside nera, che gli eletti osservavano, potendo essere ammezzi all’onore di sollevarne il velo, una volta compresa e assimilata la sua vera natura di essere semidivino compartecipe della stessa sostanza della Dea. Sperimentando in se la realtà dei multi universi, poteva dominare e far parte delle leggi che regolavano il cielo e quindi la terra.

Iside in sostanza era una guardina della porte spirituali che aprivano la meraviglia su altri universi, su altre realtà. Essa può, a pieno diritto, inserirsi nella schiera dei signori di Samahin.


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Cerere l’Iside greca

Cerere è il nome romano che identifica la Dea Demetra, altra divinità della fertilità e delle messi. Questo suo aspetto di divinità della vegetazione e dell’agricoltura la colloca tra coloro che tutelavano nascita e fecondità e la vita stessa. Come ogni dea della vita possedeva un aspetto ctonio e l’altra sua faccia si manifestava nel suo dominio sulla morte e sulle regione infere. Pianta sacra a Demetra erano fave e fagioli i cuoi baccelli proteggevano il cuore tenero del frutto. Parallelamente l’uomo si avvolgeva del sui corpo fisico come corazza difensiva di qualcosa di più immortale. L’anima. L’anima era il seme che una volta ripiantato nella terra donava nuova vita. Il mondo visibile aveva sempre bisogno di trarre energie vivificanti dal mondo invisibile, quel mundus romano e etrusco posto al centro di ogni spazio vitale il cui contatto rinvigoriva alcuni e terrorizzava altri. Priprio come fa oggi il nostro Halloween. Il tempo in cui si estendeva dominio dell’aspetto oscuro di Cerere veniva festeggiato con vari riti durante le feste di Cerealia. In questi giorni le sacerdotesse attiravano gli spiriti dei defunti offrendo loro dei doni, soprattutto dolci, affinché non facessero agli uomini scherzi bizzarri.

Non vi ricorda scherzetto dolcetto?

In questa celebrazione le sacerdotesse venivano totalmente possedute dallo spirito della Dea in qualità di mater larvorum , Madri degli spettri, diventando esse stesse ponti attraverso cui l’energia mistica dell’altro mondo entrava nel mondo terreno risanando e rinforzando la città e i suoi abitanti. Il mito stesso, peraltro bellissimo e dalle potenti immagini, narra di questo particolare legame che si instaurava tra i due aspetti della vita e della morte. La figlia della Dea rapita dal cupo dio Ade / Plutone viene portata con la sua bellezza, la sua giovinezza e la sua freschezza in una dimensione di morte e di misteri che forse, per la mancanza di contatti con il mondo reale causata dal cambiamento della concezione ontologica del mondo ( non più considerato unico ma separato nei suo aspetti fondamentali) perde quella freschezza e quella positività relegato a mero ambiente di terrore e raccapriccio. Il mondo infero diventa pauroso, spaventoso regno di demoni da combattere e non più universo magico di bellezza e incanto. Ed è con il rapimento di Prosepirna che si tenta di riportare la luce nell’oscurità. La perdita di quel soffio di giovinezza rappresentato dalla figlie, rende però Cerere arida, disperata tanto che questo stato di follia si riversa sui campi che inaridiscono e sulla vegetazione che si risecchisce privata della sua energia. Ed è questo stato di gelo totale che fa si che il dio supremo giove riuscì a persuadere Ade a restituire la figlia alla Dea. Ma come possono le tenebre rinunciare al sorriso che illumina e restituisce sacralità a un mondo oramai perduto di incanto? Del resto Prosepirna oramai parte del regno di Ade, avendone mangiato chicchi di melograno, non può più tornare del tutto nel mondo altro. E’ la storia di ogni favola che rende la vita di ogni giorno impossibile da vivere per chi ha sperimentato i viaggi nel regno numinoso. Perché a dispetto dei miti greci quello di Ade è semplicemente la versione opaca dell’antico regno degli spiriti e dei faerie il sidhe. Ecco che l’unica cosa da fare è accettare il destino; dividersi tra due realtà che oramai fanno interamente parte di lei. Ogni sei mesi cosi la Dea giovane torna nel mondo reale e con le la natura si risveglia rigogliosa e dotata di un nuovo splendore, la terra diventa fertile e il sole brilla sui campi arati. E quando la piccola Dea torna nell’altro mondo il tempo si richiude in se stesso, la natura dorme come in attesa che il miracolo della vita si rinnovi.

Con questo mito si spiega benissimo la magia di Samahin, quell’allegoria del tempo e restituendo al mondo infero il suo antico splendore. Ed è in quei giorni sospesi ad attendere il ritorno della figlia di Demetra che lo scambio vitale tra le dimensioni ha luogo, unendo vita e morte in un’unica realtà archetipa e rinnovando la comunione tra aspetti altrettanto sacrali e altrettanto importanti.

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Samahin e il ritorno della Dea.

Come abbiamo potuto notare le divinità signore di Samahin erano fondamentalmente femminili. Affiancati da sposi e amanti esse rappresentavano il mistero, la conoscenza ma anche i cicli fondamentali dell’esistenza. Erano diverse eppure tutte raccontavano la stessa energia, descrivendola nei suoi molteplici aspetti. La dea spodestata dai conquistatori maschili, tornava ogni anno, in quelle feste del raccolto, in ricorrenze dei morti e in tempi particolarmente pregni di significato esoterico: le cosiddette porte sull’aldilà. Che fossero di origine ellenica, etrusca o egizia esse erano lo stesso antico principio, spaventoso in quanto depositaria di segreti ma anche luminoso perché fautrice della fertilità del suolo e delle messi. Tutti i simboli collegati alla Grande Madre o che si riallacciano alle proprietà del “materno” sono di fatto contraddistinti da una forte ambivalenza, una duplice natura, positiva e negativa, quella della “madre amorosa” e della “madre terribile”. Secondo Jung l’archetipo della Grande Madre è

«La magica autorità del femminile, la saggezza e l’elevatezza spirituale che trascende i limiti dell’intelletto; ciò che è benevolo, protettivo, tollerante; ciò che favorisce la crescita, la fecondità, la nutrizione; i luoghi della magica trasformazione, della rinascita; l’istinto o l’impulso soccorrevole; ciò che è segreto, occulto, tenebroso; l’abisso, il mondo dei morti; ciò che divora, seduce, intossica; ciò che genera angoscia, l’ineluttabile».

Dall’uomo primitivo, Homo sapiens, e per moltissimo tempo, dal 30.000 a.C. e fino ad almeno al 3.000 a.C., l’umanità ha fatto ricorso alla “Dea Unica”, ed è solo dal 3.000 a.C. ad oggi che si è sostituita nell’immaginario collettivo la figura del Dio maschio, che ha comunque assorbito in sè qualità del tutto femminili, come quella della creazione e del dare la vita.

Ma nonostante gli sforzi, nonostante sia spesso stata bruciata come strega o additata come sposa del maligno, ancora oggi in questa particolare festa, la Dea resiste e ci mostra benevola, e terribile il suo splendido volto:

Perché io sono colei che è prima e ultima
Io sono colei che è venerata e disprezzata,
Io sono colei che è prostituta e santa,
Io sono sposa e vergine,
Io sono madre e figlia,
Io sono le braccia di mia madre,
Io sono sterile, eppure sono numerosi i miei figli,
Io sono donna sposata e nubile,
Io sono Colei che dà alla luce e Colei che non ha mai partorito,
Io sono colei che consola dei dolori del parto.
Io sono sposa e sposo,
E il mio uomo nutrì la mia fertilità,
Io sono Madre di mio padre,
Io sono sorella di mio marito,
Ed egli è il figlio che ho respinto.
Rispettatemi sempre,
Poiché io sono colei che da Scandalo e colei che Santifica.

Inno a Iside
Rinvenuto a Nag Hammadi, Egitto;
risalente al III-IV secolo a.C.:

Note

1.quella che Gregory Bateson ribattezzo nella sua opera il Dio Eco, Gregory Bateson, Verso un ecologia della Mente, Adelphi 1972

2. Gregory Bateson, Verso un ecologia della Mente, Adeplhi

 

3. le Amadriadi erano figure mitologiche inventate dai Greci; ninfe che vivevano in simbiosi con gli alberi, essendo un tutt’uno con essi

 

3. Preghiera a Iside (Apuleio, Metamorfosi XI, 2 a Iside Regina)

“Halloween/ Samahin in Etruria”. A cura di Alessandra Micheli

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Le origini misteriose

Gli etruschi rappresentano ancora oggi uno stupefacente enigma. Le loro origini sono ancora sede di accaniti dibattiti tra gli storici e le teorie per dissipare questa nebbia sono variegate. Tra queste possiamo citare l’autorevole voce di Erodoto1 secondo cui gli etruschi proverrebbero dalla Lidia, antica regione dell’Anatolia occidentale e la loro migrazione in Italia troverebbe giustificazione in una gravissima carestia che avrebbe costretto parte dei Lidi a lasciare le loro terre. Con questa motivazione lo storico racconta le tappe di questa prima migrazione:

quelli di loro che ebbero in sorte di partire dal paese scesero a Smirne e costruirono navi e, posti su di esse tutti gli oggetti che erano loro utili, si misero in mare alla ricerca di mezzi di sostentamento e di terra, finché, oltrepassati molti popoli, giunsero al paese degli Umbri, ove costruirono città e abitano tuttora. Ma in luogo di Lidi mutarono il nome, prendendolo da quello del figlio del re che li guidava, e si chiamarono Tirreni2

In questo scritto, dunque, Erodoto afferma la provenienza orientale degli etruschi ed è il primo a identificarli con i Lidi. Da questa testimonianza ne deriverebbero altre come quella di Anticlide di Atene citata da Strabone3 secondo cui i Lidi, durante le peregrinazioni per raggiungere le coste dell’Italia avrebbero accolto nella loro comunità anche gruppi di pelasgici.4 Questa renderebbe l’idea di un’etnia derivata da uno strabiliante incontro prolifico, durante la difficile scelta dell’emigrazione, quasi a sottolinea come passare da un paese all’altro, fosse necessario per arricchire il patrimonio sociale e etnico di ogni società,. Gli etruschi non sarebbero che il risultato di cosa accade durante le migrazioni.

La seconda ipotesi è sostenuta da Dionigi di Alicarnasso5 e asserisce l’autoctonia del popolo etrusco. Nella sua maggiore opera Antichità Romane lo storico smentisce l’identificazione con i lidi e sia con i pelasgici, sostenendo invece che le due culture erano eccessivamente distanti tra di loro:

Io sono convinto della diversità etnica esistente tra Tirreni e Pelasgi e non penso neppure che i Tirreni siano coloni dei Lidi: non presentano infatti lo stesso linguaggio, né si può dire che, pur non essendo più di lingua affine, conservino almeno qualche ricordo della madrepatria. Non venerano neppure le stesse divinità dei Lidi, né osservano leggi e costumanze simili…”; di conseguenza “sono forse più vicini alla verità quelli che sostengono che i Tirreni non sono emigrati da nessun luogo, ma sono invece un popolo indigeno, poiché in ogni sua manifestazione presenta molti caratteri di arcaicità; sia per linguaggio che per modo di vivere non lo si ritrova affine ad alcun altro popolo6

In sostanza, le caratteristiche particolari del popolo e della cultura etrusca non lo renderebbero assimilabile a nessun’altra popolazione orientale.

Però, a ben osservare, nonostante tra le due teorie esiste una disparità non conciliabile di vedute possono essere però usate entrambe per creare una teoria più ampia e organizzata se si presuppone l’esistenza di una commistione tra le migrazioni e le popolazioni autoctone In tal caso risultano convincenti le prove linguistiche che individuano una sorta di mescolanza tra etnie autoctone e per esempio la civiltà nuragica ,insinuatesi in tempi remoti nella regione dell’Etruria. Si parlerebbe di una colonizzazione avvenuta dalla Sardegna (da ovest) invece che dall’Asia minore. Questo creerebbe l’idea di un ponte, non privo di fascino in cui l’isola sarda diventerebbe una terra madre delle civiltà etrusca7.

Secondo alcuni studiosi moderni, tra cui il professor Babujani dell’università di Ferrara e David Caramelli dell’università di Firenze. Questi studi portano alla conclusione che, la fioritura della civiltà etrusca non fu dovuta a un’immigrazione di popolazioni provenienti dall’Anatolia attorno al VIII sec. a.C. Attualmente i discendenti degli etruschi sono relativamente pochi e dispersi in piccole comunità della Toscana, come quella del Casentino e di Volterra. Questi studi potrebbero aver trovato una risposta che porrebbe fine alla diatriba che si trascina da tempo e che vede contrapposta l’ipotesi di Erodoto ( ipotesi orientale) e quella di Dionigi di Alessandria ( ipotesi autoctona). La ricerca pubblicata sulla rivista “PLos One” precedenti studi sull’analisi del DNA mitocondriale avevano trovato una somiglianza genetica tra gli abitanti della Toscana e quelli dell’Anatolia occidentale pur rilevando notevoli differenze tra i due gruppi che vivono a poche decine di chilometri di distanza. Per capire meglio i ricercatori hanno cercato di analizzare in maggior dettaglio geografico le relazioni biologiche tra le popolazioni contemporanee e antiche, prelevando (in accordo con la sovrintendenza archeologica toscana) campioni biologici da ossa scoperte nella necropoli etrusca di Casenovele e di Tarquinia, per analizzarne il DNA mitocondriale (mtDNA) e confrontarlo con quello di diversi campioni di epoca medievale e con quello di un ampio gruppo di toscani che oggi vivono in diverse aree della regione più o meno ricche di reperti storici etruschi. Il risultato ha indicato che il patrimonio genetico degli etruschi è ancora presente ma solo in alcuni gruppi isolati, mentre i toscani attuali non discendono, lungo le linnee femminili, da antenati etruschi.8 L’analisi geografica mostra inoltre che “non vi è alcuna necessaria correlazione tra la presenza di resti archeologici e le radici biologiche degli abitanti delle zone in cui si trovano questi resti. Quindi se le analisi confermerebbero una discendenza anatolica nei dei resti umani provenienti dalle necropoli, (confermando le idee di Erodoto), l’analisi mitocondriale di coloro che oggi risiedono in zone etrusche (Toscana) somiglia di più alle popolazioni dell’Asia minore di quello di altri italiani. Si tratterebbe quindi di un incontro tra due diversi ceppi etnici che hanno portato, lungo i secoli a una nuova e distinta civiltà. Questo fatto smentisce la conclusione degli studi che avevano lasciato supporre un’origine anatolica anzi la valutazione della distanza genetica tra etruschi e popolazioni moderne europee capovolge la situazione dando ragione al nostro Dionigi. Poichè i toscani medievali appaiono discendere direttamente da antenati etruschi si può ipotizzare che il patrimonio genetico delle popolazioni di Murlo e Firenze sia stato modificato con l’immigrazione negli ultimi cinque secoli.

Questo risultato ci porta a analizzare un’altra teoria, interessante sul profilo socio-antropologico è quella proposta dal professor Massimo Pallottino,9 che finalmente contrasta con quella ancor oggi ritenuta valida dagli studiosi ossia quella villanoviana10.

Questo grande etruscologo non parla di origini ma di formazione., in altre parola secondo lui non serve usare il concetto di provenienza per spiegare la loro natura. Al contrario i popoli si formano attraverso un graduale e lento processo che porta al loro sviluppo. In questo modo lo studioso indaga soltanto la loro natura, in quanto ogni popolo è semplicemente il risultato di stratificazioni sul territorio di culture etnie e civiltà differenti. Come la maggior parte dei popoli antichi, cosi come moderni, anche gli etruschi ebbero contatti di scambio commerciale con altri popoli del mediterraneo che lasciarono la loro impronta nella società che si stava formando11.

Gli etruschi non sono stati un popolo unitario ma risulteranno esistenti soltanto a partire dall’VIII secolo a. C. con una propria lingua e proprie usanze senza mai raggiungere una vera e propria omogeneità, questo fa capire come siano stati il risultato dell’unione di diversi popoli con elementi italici, egizi, greci, sirio-fenici, mesopotamici, uratei, indoiranici.

Se le origini appaiono oscure e soggette a diatribe intellettuali, è più chiaro il loro successivo sviluppo che li portò ad affermarsi in un’area precisa che andava dalla toscana, all’Umbria fino al fiume Tevere e al Lazio settentrionale. Successivamente si espanse a nord nella zona padana (attuale Emilia Romagna) nella Lombardia sud-orientale e parte del Veneto meridionale e a sud fino alla Campania. Questa civiltà ebbe profonda influenza sulla civiltà romana fondendosi successivamente con essa alla fine del I secolo a.C. questo lungo processo di conquista anzi direi di assimilazione ( nello stile romano) ebbe inizio con la data tradizionale della conquista di Veio nel 396 a.c. Per quanto riguarda la possibilità di un Halloween etrusco, dobbiamo ora indagare più a fondo la sua straordinaria religione e i suoi riti e la sua concezione del mondo e del divino.

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La religione etrusca e la concezione del mondo.

Era infatti un popolo più di tutti gli altri dedito alle pratiche relgiose, perché eccelleva nell’arte di esercitarle… »

Tito Livio, Ab Urbe Condita, V, 1)

Eccoci a incontrare più da vicino questo misterioso popolo, che divide ancora gli studiosi e che appare velato da una sorta di oblio. Ed è proprio questo costante velo che li avvolge ad aver preservato la loro vera essenza. Essenzialmente politeisti, gli etruschi attribuivano alla religione un ruolo centrale sia nella vita privata che in quella pubblica. Fulcro della religiosità era il tempio che si sviluppo in modo autonomo con caratteristiche peculiari, rispetto ai templi di tradizione greca. Infatti essi erano eretti sia in contesati urbani (in particolare sule acropoli) sia un luoghi extraurbani ( come il santuario di Portonaccio a Veio) sia in punti di transito frequente (porti e valichi). Le preghiere, i sacrifici e le libagioni eseguita in questi edifici sacri e negli altari miravano semplicemente a ottenere la benevolenza della divinità.

La centralità della religione nella vita quotidiana emergeva soprattutto dal punto di vista ritualistico e superstizioso; si credeva che il rigido rispetto delle norme favorisse il benessere della persone e dello stato e che attraverso l’interpretazione di segni divini ( divinazione) fosse possibile determinare e dirigere la volontà degli dei.

Il rapporto tra l’uomo etrusco e la divinità era un rapporto di timore reverenziale (metrus) con una totale sottomissione di fronte alla volontà divina che poteva essere solamente compresa e subita. Erano gli dei a stabilire il destino degli uomini cosi come quello degli stati. L’unica opportunità concessa era di scrutare e prevedere anticipatamente il destino attraverso l’individuazione e l’analisi dei segni che costantemente il divino mandava sulla terra. Alterare in minima parte il fato era però possibile, tramite la ripetizione di atti che compiacevano le divinità. Tali atti dovevano essere gestiti secondo rigide regole comportamentali per non recare alcuna offesa al potere superiore. Anche la religione etrusca si evolse man mano avvicinandosi sempre più alla religione greca. Nel VI secolo a. C. inizia a penetrare nella zona divinità schiettamente greche. Se all’inizio, dunque le divinità etrusche erano un numero imprecisato e con funzioni non ben definite, il contatto greco e anche l’influenza di altre religioni portò a una definizione di un pantheon confuso e incentrato più sull’idea di essenza divina. Questo concetto astratto pone una domanda fondamentale per comprendere se in Etruria possiamo ritrovare antichi culto di passaggio che celebrano il momento in cui i due mondi si incontrano: era o no una religione sciamanica?

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Sacerdoti o sciamani?

La società etrusca era, come abbiamo accennato totalmente imbevuta di sacro, rituali di ogni genere governavano ogni azione quotidiana pubblica e privata dalla più importante alla più ordinaria. Pertanto, il potere religioso ma anche etico e morale, era strettamente interconnesso con quello politico perché la divinità era onnipresente. Gli etruschi erano famosi per la loro religiosità ed erano forse, la nazione più devota ai riti religiosi tanto da eccellere nell’arte di osservarli. Si può capire come accanto al sovrano, la figura più importante era quella del sacerdote, colui che tramite un duro insegnamento poteva comunicare con gli dei. Ma si trattava di un sacerdote o uno sciamano?

Molti tendono a differenziare le due funzioni quella sciamanica e quella sacerdotale. Ma è davvero cosi distante? Lo sciamano (dal tunguso saman chi è in stato di estasi) è colui che, grazie a un insegnamento elitario, può agevolmente mettersi in contatto con la divinità o le divinità. Secondo il dizionario Garzanti12 presso le popolazioni asiatiche o amerindie era la persona o il gruppo di persone a cui si riconoscevano facoltà taumaturgiche e divinatorie, intermediario tra il mondo altro e quello degli uomini. Ancora. Lo sciamano è colui che svolge la propria attività circondandosi di un aura di mistero come se agisse per influenza di entità sovrannaturali. Dunque aura di potere e facoltà divinatorie e curative fanno di un uomo semplice uno sciamano.

Il sacerdote,13 è il ministro di culto la cui funzione è celebrare i riti rappresentando la divinità presso i fedeli. Pertanto i due termini non sono assolutamente in contraddizione ma distinguono le diverse nature di queste figure: la parte più sacra ossia più intima, lo sciamano, che indica la sua capacità di compenetrare la divinità e la parte pratica sacerdotale dove grazie al suo privilegio fa il sacro, ossia compie i riti adatti per rinnovare, garantire e mantenere viva la benevolenza della divinità

Presso gli etruschi chi ottemperava le funzioni religiose erano specifiche e interessanti figure sacerdotali che non solo celebravano i riti appositi ma erano specializzati nelle varie pratiche della divinazione. Tra questi vi erano quelli che si occupavano della divinazione dei fenomeni naturali, quali fulmini ( i fulgoratores) il volo degli uccelli (augures) e gli aruspici coloro che, dissezionando gli animali, indagavano nelle loro viscere (fegato e intestini) il volere degli dei14 e coloro che erano espressamente addetti al culto (cepen) tra i quali il cepen spurana era colui che presidiava al culto ufficiale della comunità. Probabilmente ogni tipo di sacerdote aveva un particolare costume; tutti però avevano come segno distintivo della loro casta il “lituo”, una sorta di scettro dall’estremità superiore ricurva Questi uomini erano dotati di una sorta di aura sacrale e magica capace di instaurare un rapporto speciale con gli Dei saper riconoscere i segni infausti e prevenire la genesi di eventi negativi. Pertanto, è grazie a questa possibilità di “viaggiare” di avere libero accesso al mondo tanto temuto dai comuni cittadini, di poter agevolmente transitare, potevano riconoscere la voce delle divinità nei fulmini, in una pozza d’acqua, ci fa ritenere che, ritenessero il mondo immerso nello speciale mana della divinità.

Per gli etruschi sembra l’umanità e l’universo erano concepiti come inseparabili, interconnessi l’uomo all’altro e non cosi nettamente separati come in altre religioni. Il mondo naturale era considerato nella sua totalità (uomini, pietre, animali, terra cielo aria acqua) una manifestazione e un’incarnazione della realtà divina parallela. Era per questo motivo che, i sacerdoti potevano cogliere l’azione divina in ogni evento e persino in animali a loro sacrificati. Bastava soltanto comprendere e leggere i segni della struttura e dell’espressione della mente divina, fattore essenziale perché lo scopo umano era di assecondare e proteggere il meraviglioso disegno celeste.

l popolo etrusco, seppur raffinato da un punto di vista sociale e politico, fu uno dei pochi a conservare, accanto all’evoluzione una sorta di antico codice primitivo, ossia un principio fondamentale di animismo che fu elaborato in una religione raffinata e quasi moderna. Ma che grazie alla concezione cosmica,particolare li faceva partecipi di un importante eredità sciamanica. E se la loro radice sciamanica era presente, possiamo ritrovare nei loro riti lo stesso concetto base di Samahin, la possibilità ossia che i mondi non sia contrapposti ma più che altro sovrapposti.

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L’etrusca disciplina

Se il rapporto uomo /dio necessitava di comportamenti obbligati erano necessari strumenti di conoscenza e di ricerca dei segni con i quali la mente divina si manifestava e di un codice che ne consentisse la perfetta interpretazione. Questa dottrina era conosciuta come Etrusca disciplina, traducibile con scienza etrusca. I fondamenti di questa scienza erano fatti discendere direttamente dall’intervento divino servitosi di due intermediari: il fanciullo dall’aspetto di vecchio Tagete15, e la ninfa Vegoia16. Questi personaggi semidivini di transizione quasi, avrebbero dettato letteralmente parte delle verità sovrannaturali e insegnato il modo con cui avvicinarsi a esse, tramite le pratica e i mezzi divinatori. Soltanto un testo originario si è salvato giungendo fino a noi, un manoscritto su tela di lino conosciuto con il nome di mummia di Zagabria.17 Si tratta di un calendario etrusco nel quale venivano elencati i giorni e i mesi dell’anno in cui dovevano compiersi specifici atti di culto in onore di determinare divinità con indicazione di cerimonie, sacrifici e offerte.

Altri libri importanti erano i libri rituales che contenevano un elenco e una descrizione scrupolosa e dettagliata dei riti religiosi legati a particolari occasioni. Uno di questi è il rito che abbiamo già trovato nell’antica Roma, dove si costruiva il mundus: il rito di fondazione di una città. Questo veniva effettuato tracciando con il lituo ( il bastone ricurvo in cima usato dalle massime autorità e dai sacerdoti) due rette perpendicolari formando quella che veniva chiamata croce sacrale al cui centro veniva scavata una fossa considerata la porta di collegamento tra i due regni, quello dei morti e quello dei vivi. Questa come già sappiamo, veniva ricoperta di lastra di pietra e in quel punto esatto il sacerdote rivolto verso sud, pronunciava la seguente formula rituale:

Questo è il mio davanti, questo il mio didietro, questa la mia sinistra, questa la mia destra

Il perimetro della città veniva poi tracciato utilizzando un vomere di bronzo e prestando attenzione affinché le zolle di terra sollevate ricadessero all’interno segnando il punto in cui sarebbero state erette le mura. In corrispondenza alle porte cittadine il vomere veniva sollevato. Ogni città doveva avere come minimo tre porte: una dedicata la dio Tinie, uno alla dea Uni e la terza alla dea Minerva. La porta est veniva considerata di buon auspicio la ovest era la porta infausta dove venivano fatti passare i condannati a morte. All’interno e all’esterno delle mura perimetrali ci era una striscia di terra. Il pomerio dove era vietato sia coltivare che edificare, infine all’interno della città le strade venivano tracciate parallele alla croce cosi da formare un reticolato ( tipo scacchiera) dove ogni quadro corrispondeva a un isolato. Interessante notare come, la città, cresceva attorno al mundus considerato l’ombelico energetico da cui la vita di poteva dipanare.

Altri libri interessanti sono quelli acherontici che contenevano la descrizione dei vari passaggi che lo spirito del defunto doveva affrontare una volta giunto nel mondo altro con le formule adatte da pronunciare e gli atti da svolgere per proseguire il camino verso la propria dimora eterna, al fine di elevare lo spirito fino a renderlo in comunione con gli dei. Il contenuto e la funzione sono terribilmente analoghi ai testi dei sarcofagi e al libro dei morti dell’antico Egitto. Il che ci fa presupporre che anche gìl’antico sacerdote etrusco aveva la fede nella credenza di una corrispondenza magica tra macrocosmo e microcosmo tra mondo celeste e mondo terrestre tanto che queste due dimensioni corrispondevano nell’ambito di un preciso e preordinato sistema unitario e tutto ciò che accadeva nella volta celeste ( divisa in caselle che erano le dimore degli dei) doveva avere, necessariamente, una ripercussione sul mondo umano, nella zona corrispondente. Ecco anche svelato il mistero della divisione della città in una sorta di scacchiera terrena.

Quest’interminabile serie di pratiche e cerimonie di riti determinavano i luoghi, i tempi e i modi con cui doveva essere eseguito il servizio divino Aisuna o aisna ( da ais Dio) nell’indicazione delle persone alla quali l’azione competeva e prima di tutto alle divinità alla quale doveva essere posta l’attenzione. I luoghi dovevano essere circoscritti, delimitati e consacrati, i tempi regolati dalle successione cronologica delle feste e delle cerimonie previste ed elencate nei calendari sacri, i modi rispettati fin nei minimi e apparentemente insignificanti particolari tanto che, qualora fosse sbagliato o omesso un solo gesto tutta l’azione doveva essere ripresa da capo.

Nella ritualità ampio spazio era dedicato alla musica e alla danza, alla preghiera, anche ai sacrifici cruenti di determinati animali e poi c’erano le offerte dei prodotti della terra, di vino focacce e altri cibi. L’usanza dei doni votivi era particolarmente diffusa sia a livello ufficiale che a livello popolare. Nel primo caso poteva trattarsi di stature o altre opere d’arte, di oggetti particolarmente preziosi, di prede di guerra e di edifici sacri, nel secondo caso i doni rappresentavano piccoli oggetti per lo più di terracotta ( ma anche di bronzo e di cera) che i fedeli compravano nelle apposite rivendite pressoi santuari.

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Il culto dei morti. Alla ricerca della Samahin etrusca.

L’intima connessione tra mondo umano e mondo divino ebbe conseguenze molto importanti anche sul culto dei morti come è ben rappresentato dalle innumerevoli necropoli etrusche giunte fino a noi perfettamente conservate e ricche di informazioni utili.

Le pratiche religiose verso la venerazione dei defunti erano legate alla concezione della continuazione, dopo la morte, di una speciale attività vitale del defunto, a questa si accompagnava l’idea che quell’attività avesse luogo nella tomba e fosse congiunta alle spoglie mortali in qualche misterioso modo. Tutto dipendeva dalla collaborazione dei vivi tanto che i familiari del trapassato erano tenuti a garantire agevolare e prolungare , per quanto possibile la sopravvivenza con adeguati procedimenti. La prima era di donare al morto una dignitosa dimora; la tomba, che sarebbe diventata la sua nuova casa. Subito dopo veniva il dovere di fornirgli un corredo di abiti, oggetti d’uso comune e scorta di cibi e bevande. Il resto era un arricchimento e poteva variare a seconda del rango sociale e delle possibilità economiche dell’erede. Si poteva foggiare la tomba sia nell’aspetto pur parziale della casa d’origine o soltanto allusivo e dotarla di suppellettili e arredi a affrescarla sulle pareti con scene di viga quotidiana o dei momenti più significativi della sua vita. Quanto alle pratiche dei funerali esse andavano dall’esposizione del compianto al pubblico al corteo funebre e al banchetto davanti alla tomba. Tutte queste pratiche dovevano essere compiute in onore di divinità connesse con il mondo dei morti. Un culto antico, dunque, e ancor presente nell’immaginario collettivo da rispettare e venerare18.

La situazione tuttavia cambiò con il tempo per effetto delle suggestioni provenienti dal mondo greco nel corso del V secolo a. C. alla primitiva fede di sopravvivenza del morto nella tomba si sostituì l’idea di uno speciale regno dei morti, immaginato sul modello dell’Averno ( o Acheronte) greco, il regno dei morti governato dalla coppia divina di Aiuta e Phersipnai.

Il destino ultimo dell’anima rivestiva nel mondo etrusco un importanza fondamentale. Allo stesso modo di latini e greci, gli etruschi credevano nell’esistenza di un oltretomba destinato a contenere gli spiriti dei trapassati, ed era immaginato non come uno spazio immateriale, ma come un mondo reale e complesso19. La presenza di pozzi sacri nei quali erano gettate e versate offerte per gli dei dell’oltretomba e le notizie contenute nella fonti antiche relative al mundus ( il varco di collegamento con il mondo infero aperto al momento della fondazione di una città) chiariscono che l’altra dimensione nel mondo etrusco si trovava nel sottosuolo non diversamente dagli inferi romani o dall’Ade greco. Come abbiamo già analizzato questo viaggio era arduo e pericoloso, necessitava di formule precise.20 Venne cosi a configurarsi n mondo oscuro abitato da divinità infernali e dagli spiriti di antichi eroi. Verso il II secolo, quando il tramonto della loro civiltà apparve inarrestabile, un senso di angoscia si impadronì degli etruschi e le tombe si riempirono di terribili figure demoniache; creature dalla carne bluastra, serpenti, demoni traghettatori, mostri che ghermivano le loro prede: alla primitiva sopravvivenza del morto nella tomba, si sostituì l’idea di un regno dei morti, immaginato sul modello greco; il regno dei morti divenne cosi terrificante e spronò a un timore reverenziale cosa prima acquistava il sapore di una quotidianità naturale.

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Il cammino dell’anima verso la salvezza nel mondo etrusco

Pur non appartenendo di diritto al discorso sulla presenza di una festa di Samahin nel mondo etrusco, trovo interessante esaminare la mitologia relativa al viaggio dell’anima nel mondo altro. Questo perché si rintracciano elementi propri dell’iconografia moderna di Halloween con la sua ricca presenza di mostri e di prove terrificanti e soprattutto, si rilevano enormi somiglianze con il mondo egizio e addirittura amerindo. L’incontro con il mondo sotterraneo ha le connotazioni di un’esperienza terrificante; laddove il termina va considerato nella sua originaria accezione etimologica. Terrificante deriva dal francese terrifiant e lo si usa come aggettivo per identificare la sensazione di terrore che si avverte di fronte e qualcosa o qualcuno. Ma non è soltanto un aggettivo di spaventoso. Come uso enfatico significa anche eccezionale, fuori dall’ordinario.

Ed è questa la visuale che, il mondo etrusco aveva della morte. Il cammino dell’anima nell’altro mondo aveva le connotazioni di un’avventura spaventosa ma soprattutto fuori dall’ordinaria quotidianità, qualcosa di unico e misterioso.

Il tortuoso cammino del trapassato iniziava con l’entrata in quel mondo altro sorvegliato dalla figura di Tuchulcha, un mostro con orecchi di asino , muso di avvoltoio e serpenti nei capelli. Giunto alla porta il defunto veniva ricevuto da due gruppi di demoni: il primo guidato da Charun ( dal viso deforme) che armato di martello aveva il compito di condurlo nell’aldilà, l’altro condotto da Vanth( la Dea dalle grandi ali) che con una torcia illuminava il camino nell’oltretomba. Il defunto procedeva di solito a piedi verso la dimora infernale, altre volte a cavallo ma il suo viaggio era sempre terribile, circondato da ombre minacciose. Un destino inevitabile a cui nessuno poteva sottrarsi21. Non mancava la possibilità di migliorare la condizione delle anime attraverso riti speciali di salvezza contenuti nei libri acherontici che prevedevano sacrifici cruenti a divinità infere compiuto presso le tombe. Questi avevano il compito di trasformare le anime dei defunti in divinità inferiori “anime divine”.

Un altro tema caro alla nostra Halloween…

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Conclusioni.

Nel viaggio nel mondo degli etruschi non ho trovato date specifiche che contemplavano un preciso giorno da dedicare ai morti. Questo sia per la mancanza di informazioni, sia perché il mondo altro era presente quotidianamente nella vita dei nostri antichi avi. Sia nell’epoca primitiva sia nel successivo periodo di ellenizzazione, l’altro mondo era una parte importante della religiosità etrusca: attorno a questo si costruivano città e si rinnovava attraverso i riti il costante legame rigenerativo con il mondo degli spiriti e degli dei. Anche la tarda concezione che prevedeva il cammino dell’anima verso la salvezza, contempla una serie di idee che sono poi confluite nell’Halloween moderno, il terrore e la concezione di quella magica notte come un ponte tra l’altro mondo e il nostro, popolato da creature mitologiche, deformi spesso ,che con il loro simbolismo erano i custodi delle porte proibite. Solo il degno, solo colui che conosceva la risposta giusta, o il giusto rito poteva passare indenne ( la frase trick o treat ha la finalità: la formula giusta per ottenere dolciumi è simbolicamente la parola di rito che dona l’abbondanza e la salvezza) Questo fa da sfondo alle molte storia di eroi e fantasmi, che tramite lo shock dell’incontro con i demoni, subiscono la mutazione da esseri umani in esseri dotati di una dote speciale. In più anche nel mondo etrusco abbiamo il concetto di mundus. Il mudus era l’ombelico delle città, il punto da cui tutto partiva e tornava, origine e fine di ogni cosa. Questo mundus non era altro che il passaggio parto in determinate occasioni, che permetteva a ogni uomo di penetrare il modo tenebroso, con le sue ricchezze e la sua spettacolarità: ed è questo il senso profondo che aveva per gli antichi celti la notte di fine ottobre. Gli sciamani etruschi erano i depositari di questo legame occulto e lo servivano costantemente e lo alimentavano con le energia profuse in preghiere e gesti rituali. Samahin nella sua ottica di tempo sospeso faceva parte di una specifica concezione del mondo unitaria che era in possesso di società particolarmente evolute a livello ontologico e che necessariamente hanno dato anima all’Italia. Cosicché il mondo dei morti, tutt’oggi sia celebrato con quel terrore reverenziale che nutrì la fantasia dei nostri progenitori e alimentò i racconti terrificanti nelle solitarie notti. Halloween /Samahin diventò cosi, da rito agricolo e da concezione del mondo, un profondo senso del sacro che trova nel terrore la sua forma più grandiosa:

terribilis est locus iste

hic domus dei

est et porta coeli

(qesto è un luogo terribile

Qui è la dimora di dio

e la porta del cielo)22

Ricordando che letteralmente significa questo è un luogo che incute rispetto, è la porta del cielo e la casa di Dio.

Ecco cosa era per gli antichi romani cosi come per i celti ( e aggiungo anche gli etruschi) il tempo sospeso: il luogo in cui la divinità apriva i suoi misteri agli uomini degni. 

Note

1. Erodoto, Storie I, 94

2. Storie, I, 94.

 

3.   Strabone, Geografia V, 2

 

4. Si tratta di una popolazione pre ellenica stanziata nel nord della Grecia.

5.  Storico e retore greco (60 a. C circa- 7 a. C.). Autore di opere retoriche e della Storia antica di Roma, che comprende la storia romana dalle origini al 264 a.C., inizio delle Storie di Polibio.

 

6. Antichità romane, I, 30.

 

7.  Strabone menziona esplicitamente le incursioni di pirati sardi sulle coste della Toscana e fa allusione alla presenza di Tirreni in Sardegna. Non mancano d’altra parte testimonianze di relazioni commerciali e culturali tra la Sardegna nuragica e l’Etruria villanoviana e orientalizzante, con particolare riguardo alla presenza di oggetti sardi soprattutto nella zona mineraria (è possibile un motivo di connessione tra i due grandi distretti metalliferi dell’area tirrenica). A Vetulonia fu scoperta fra l’altro una delle più ricche navicelle in bronzo di produzione nuragica. Ma importazioni sarde appaiono più a sud (Vulci, Gravisca) tra il IX e il VI secolo. Né mancano elementi di affinità tipologica e decorativa con prodotti villanoviani: tipiche ad esempio le brocchette a collo e becco allungato, la cui presenza è caratteristica della necropoli vetuloniese. Si potrebbe anche discutere la questione se le strutture a pseudocupola (tholos) caratteristiche delle tombe orientalizzanti dell’Etruria settentrionale siano reminiscenze di eredità egea dell’età del bronzo accolte per influenza dell’architettura dei nuraghi sardi dove questa tecnica è particolarmente diffusa. Ma anche in Sardegna appaiono tracce di un’influenza etrusca: forse nel nome Aesaronense di uno dei popoli della costa orientale dell’Isola (cfr. la parola etrusca aisar, ossia dei); ma anche in alcuni tipi di oggetti, sia pur rari, come le fibule… » Massimo Pallottino, Etruscologia, Hoepli, Milano, 1984, 120-121

 

9. Manuale di Etruscologia, milano 1984

 

10.  secondo la quale le radici protostoriche degli Etruschi affonderebbero in un’antica civiltà abitante proprio i luoghi che costituiranno l’Etruria (la civiltà villanoviana appunto, chiamata così poiché i primi ritrovamenti archeologici avvennero a Villanova, una località nei pressi di Bologna) e, più precisamente, in una particolare fase di sviluppo di quella civiltà: la fase orientalizzante, raggiunta la quale non si parla più di civiltà villanoviana, bensì di civiltà etrusca. E proprio allora si assiste alla nascita di un pantheon etrusco molto rassomigliante a quello greco, dove si trovano notevoli corrispondenze tra le divinità etrusche e quelle greche (accanto a divinità indigene, nazionali, come quella di Voltumna, che non trova nessuna corrispondenza tra gli dèi dell’Olimpo).

 

11.  L’alfabeto stesso adottato dagli Etruschi è chiaramente un alfabeto di matrice greca, e l’arte etrusca è influenzata dai modelli artistici dell’arte greca. E non solo. Negli etruschi si avvertono influenze di altre civiltà come quelle dei commercianti orientali 8 si pensi agli elementi orientali della lingua etrusca o al periodo artistico orientalizzante) ma anche i popoli sardi. A questa provenienza di riferisce la leggenda relativa alla fondazione di Populonia da parte dei corsi (citato da Servio X, 172

 

12. Garzantilingfuistica.it

 

13. dal latino sacerdote composto da sacer sacro e dhe radice indoeuropea che indica il fare

 

14.  Famoso per lo studio dell’auruspicina è il famoso fegato di Piacenza,riproduzione in bronzo di un fegato con cui i sacerdoti insegnavano ai discepoli l’arte di fare previsioni sul futuro fondandosi su quest’osservazione. Proprio il fegato appena nominato, assieme alle bende che avvolgevano una mummia e che in origine costituivano un libro in lino contenente una sorta di calendario religioso, sono i documenti più importanti per ricostruire queste antichissime credenze religiose e pratiche rituali

15. Giovane semidio figlio di Genio e di Tinia emerso dal solco di un aratro nella campagna di Tarquinia e da lui rivelati agli Etruschi. Questi libri trattavano l’interpretazione dei segni divini attraverso lo studio delle viscere animali (aruspicina).

 

16. Sono chiamati anche Vegonici, dal nome appunto della ninfa Vegoia da cui avrebbero avuto origine. In essi si trattava lo studio dei fulmini. Il fulmine era considerato il segno divino più importante, poiché era la manifestazione materiale del dio Tinia. A seconda della parte del cielo da cui veniva scagliato (Tinia poteva usufruire di tutti i settori della volta celeste e addirittura delegare altre divinità), del colore, della distanza, della forma e di altri aspetti, si cercava di interpretarne il significato. Importante era anche il numero dei fulmini scatenati; Tinia, infatti, disponeva di tre folgori: la prima veniva considerata un semplice avvertimento; la seconda era segno di minaccia; la terza, più potente, significava distruzione certa.

 

17.  E’ cosi chiamato perchè custodito del museo di questa città che lo acquisi alla fine del secolo scorso dopo che era stato ritrovato in egitto ridotto in bende per avvolgere una mummia.

18.  Il mistero del passaggio dalla vita alla morte è rappresentato in maniera estremamente suggestiva in un famosissimo affresco scoperto in una tomba di Paestum (in Campania). Questa, conosciuta come Tomba del tuffatore, pur appartenendo a un membro dell’aristocrazia greca che governava la città, risente degli influssi artistici esercitati dall’ambiente artigiano di Capua etrusca. Qui il defunto è rappresentato come un giovane, nudo e solitario, che, dall’alto di un trampolino, si tuffa in un mare tranquillo.

 

19.  Il mondo dei morti è separato e distinto da quello dei vivi, per andarvi ci si può tuffare, come nell’appena menzionata Tomba del tuffatore, oppure ci si può essere condotti da un demone infernale, geloso custode dell’aldilà. Il “Caron dimonio, con occhi di bragia” cantato da Dante, cioè l’essere che nella Divina Commedia traghetta Dante e Virgilio nell’Inferno, non è altro che una rivisitazione di Charun, che, nella religione etrusca, svolgeva le stesse identiche funzioni.

 

20. e scene figurate in cui sono riconosciute rappresentazioni di questo impervio viaggio sono contenute, ad esempio, nella Tomba Campana di Veio (fine del VII sec. a.C In questa tomba, i defunti, nudi e a cavallo, attraversano un paesaggio connotato da elementi vegetali fantastici guidati da demoni psicopompi di aspetto umano ma di dimensioni maggiori (quello più avanzato porta un’arma che ricorda quella del Charun, l’altro regge le briglie e ha una lunga chioma che lo può caratterizzare come demone femminile, e dunque come Vanth); sono presenti inoltre fiere simili a leoni e pantere, di varia forma e dimensioni, tra cui si distingue una sfinge con testa umana. I cavalli su cui sono trasportati i defunti si dirigono simbolicamente verso la porta che separa la prima dalla seconda camera, più interna, della tomba[32]. Una scena apparentemente analoga è nel timpano della parete di fondo della prima camera della Tomba della Caccia e della Pesca a Tarquinia (fine VI sec. a.C.), con l’aggiunta di due servitori che seguono i cavalieri portando oggetti e selvaggina necessari al lungo viaggio. Nella Tomba del Cardinale di Tarquinia (III sec. a.C.) una defunta è trasportata su un calesse tirato da due demoni psicopompi alati (apparentemente due Vanth); altrove nella stessa tomba i Charun guidano i defunti che avanzano a piedi. Nella Tomba del Tifone (II sec. a.C.), sempre a Tarquinia, un demone munito di grande torcia accesa (una Vanth?) guida un corteo di togati accompagnati da un altro demone dalla pelle di colore blu (presumibilmente un Charun).

 

21.  Pare che Dante, si sia ispirato per la stesura dell’Inferno, alle pitture dei Demoni che aveva visto nelle tombe di Tarquinia.

 

22.  La frase è tratta dall’Antico Testamento (Genesi, 28; 17). In questo passo si racconta come Giacobbe, fermatosi per riposare nella città di Beth-El (che in ebraico significa dimora di Dio) ebbe in sogno la visione di una scala che saliva dalla Terra al Cielo. Al risveglio eresse in quel luogo una stele che consacrò con queste parole: “Terribilis est locus iste! Haec domus Dei est et porta coeli” (Questo è un luogo terribile! Questa è la casa di Dio e la porta del Cielo).