“La donna Francese” di Aldo Boraschi, Panesi edizioni. A cura di Alessandra Micheli

La Donna Francese - Aldo Boraschi

 

A volte il rovesciamento dei ruoli mi serve.

Mi serve perché altrimenti la vita appare troppo lineare totalmente aliena del mio io.

Che si nutre e prospera nei contrari, nel bizzarro e nel non senso.

Cosi anche i generi che devono venerare la divisione netta dei ruoli, mi appaiono soffocanti.

Badate bene, comprendo che il male è male e il bene è bene.

Non ci vuole il Marzullo di turno per farmi capire la differenza tra un sorriso e una lacrima, tra ferire e abbracciare qualcuno.

Ho una coscienza bella vispa e lei è la luce che illumina questo fosco mondo.

Però..e si cari miei lettori esiste un però.

Come direbbe il buon vecchio Edoardo Bennato, che ha in fondo ripreso il concetto del tao, esiste un unico grande dio nel mondo: l’equilibrio.

E per ottenerlo quello che so autoregola ogni qualvolta che l’eccesso minaccia la struttura interna (uomo) o esterna ( società), bisogna che ci sia il grigio a dominare.

Non il bianco e nero.

Ma la sfumatura.

In ogni bene cosi esiste un po’ di male, in ogni male un po’ di bene.

Del resto lucifero non era un angelo?

E Caino non ricevette dalla divinità il marchio che lo rese intoccabile? Quella è la regola.

Quella è la salvezza di un mondo che non può essere totalmente perfetto.

Anche la stessa parola sacro ha in se i contrari: puro e impuro che danzano assieme e si abbracciano, e magari chiacchierano in un dialogo che sa di terno.

Ecco ogni tanto libri che ci ricordano questa arcana verità ci vogliono. Devono esistere e prosperare nella nostra mente eventi e trame che mescolano un po’ le carte, distruggendo le nostre certezze e mettendoci un po’ in discussione.

Quei libri che, quando la parola fine si palesa dinnanzi agli occhi ti lasciano attonito e un po’ irritato.

E inizi a pensare dove davvero nasce e prospera quello che noi chiamiamo male.

O disordine, o Caos, o ogni altro aggettivo che narra la distorsione in senso al fatto chiamato vita.

E la donna francese è uno di questi arguti libri.

Racconta e ti dona un personaggio quasi buffo, un eroe.

Ma all’improvviso l’autore viene scavalcato dalla parola stessa che prende vita e inizia a auto raccontarsi.

E cosi l’autore svanisce e con lui tutta la sua retta mente, la sua logica precisa.

La storia inizia a crescere e riprodursi giocando con noi come il gatto con il topo.

Fino a stravolgere, irriderci e deriderci.

Cosi i buoni divengono cattivi.

I folli sani e i sani folli.

La bellezza sfiorisce per dare origine a cosa celava: il volto della decadenza.

Tutta la magia diviene banale, assurda e ci si chiede com’è possibile essersi lasciati abbagliare da tali cliché.

Ecco che la donna Francese diventa il nostro ghignante Joker che bussa alla porta e ci chiede vuoi giocare a poker?

E nel poker lo sapete il bluff finale è SEMPRE possibile.

E qua credetemi, si gioca a un poker tremendo.

La posta in gioco?

Le vostre convinzioni.

La vostra abitudine.

Persino la quotidianità di una lettura.

E tutto diventa grottesco e al tempo stesso, forse più vero.

Perché la realtà in fondo non è altro che un abile gioco di specchi, impersonato dal prestigiatore di turno.

“Il Palio insanguinato” di Giovanna Barbieri. Self publishing. A cura di Francesca Giovannetti

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Nel pieno dei preparativi per il Palio, Siena viene sconvolta da un atroce delitto.

Una giovane di buona famiglia orribilmente strangolata in un vicolo della città.

Edmondo e Goffredo indagano con arguzia e testardaggine per scoprire il colpevole.

Il libro può vantare una ricostruzione storica molto precisa e accurata.

Dall’acciottolato per la strada ai grandiosi monumenti, ogni cosa è descritta nel minimo dettaglio.

L’ambientazione è ricca di particolari e cala il lettore nelle vie della Siena dell’epoca.  Scontri sociali e fra famiglie in vista sono la realtà di quel periodo e influenzano le vite dei singoli e della comunità.

L’autrice è riuscita a rendere l’atmosfera in maniera molto efficace e palpabile.

Particolarmente da apprezzare la descrizione dell’abbigliamento dell’epoca, resa con una terminologia storica accurata con cui si impara a prendere confidenza.

Immersi in questa atmosfera, atroci delitti che necessitano di una rapida risoluzione.

Un giallo storico che non tralascia le indagini, incuriosendo il lettore che prova a trarre le proprie conclusioni per arrivare alla soluzione prima dei protagonisti.

È questo da sempre l’ingrediente essenziale per un giallo, rendere il lettore partecipe, coinvolgerlo a tal punto da sfidarlo a risolvere l’enigma.

Ma l’abilità sta nello svelare quel tanto che basta, senza scoprirsi del tutto e rendere troppo ovvio il finale.

E in questa opera, noi, novelli investigatori, rimarremo sorpresi dall’epilogo, perché così deve essere!

Quindi invito a tuffarvi fra i vicoli di Siena, insieme a Edmundo e Goffredo, per risolvere i misteri de “Il Palio Insanguinato”.

“Tre giorni prima di natale” di Lilli Luini, Edizioni il Vento Antico. A cura di Alessandra Micheli

 

9788894806755

 

Scendi giù, nel mio profondo

Dove sono diventata così insensibile

Senza un’anima Il mio spirito dorme in qualche luogo freddo

Finché non lo trovi e lo riporti a casa

svegliami. Svegliami dentro. Salvami

Chiama il mio nome e salvami dall’oscurità

Ordina al mio sangue di scorrere

Prima che io venga cancellata

salvami dal nulla che sto diventando

Adesso che so cosa mi manca.

Respira dentro me e rendimi reale

Riportami in vita

Chiama il mio nome e salvami dall’oscurità. Svegliami.

salvami dal nulla che sto diventando

Evanescence

Solo queste meravigliosa parole di Bring to me life degli Evenescence potrebbero dare voce al vero cuore del meraviglioso libro Tre giorni prima di natale.

So che apparentemente vi troverete di fronte un giallo dai toni sublimi e perfetti.

Ma qua ragazzi miei, ed è ciò che mi rende felice, c’è molto di più.

Ci sono anime intrappolate.

C’è solitudine e dolore, quello che ti lascia senza voce.

Il delitto, lo stalker non è altro che la conseguenza estrema di una assoluta atroce e purtroppo conosciuta assenza di amore.

Perché l’amore non naviga assieme alla convenienza.

Nè all’omertà, ne al denaro.

Nè alla menzogna.

Lo troviamo nel destino infame delle tante, troppe haunted girl, ragazze che reduci da un mal di vivere che ahimè conosco benissimo, diventano cosi evanescenti, cosi fragili da essere spazzate via dal primo soffio di vento freddo sulla loro pelle sensibile.

Tutto inizia come un gioco, inizia per un successo che diviene la nostra unica arma di esistere.

E per farlo si punta a appropriarsi della fragilità dell’altro, a rubare un dolore che non divine più porta ma soltanto opportunità per i troppi corvi e gli sciacalli che da esso, come fiere affamate sono attratte.

E allora anche questo goethiano mal di vivere diviene semplicemente un oggetto da porte usare, per accrescere fama potere, e denaro.

Tutti piccoli giovani Werther da immolare in un titolo del TG.

E sapete la cosa più assurda?

Ve la svelo io.

Anche il peggior guru di morte, il peggior esempio di banalità che divine affilata come un coltello non è altro che un ennesimo alibi con cui società e mondo civile usa per seppellire sotto l’elegante tappato la propria responsabilità.

Cosi padri che hanno dentro di loro il seme della violenza, cosi decisi a rifarsi di torti subiti o immaginari rendono i loro figli il nulla.

Un nulla che non tace, grida, ma rischia di essere azzittito da chi non vuole cambiare una virgola della propria tranquilla routine.

Ho usato routine, non vita.

E cosi il focus della colpa si sposta verso chi ha si usato vocaboli di odio e parole che mancano del coraggio del dolore, quello di affrontarlo, fargli fronte e usarlo come arma capace di scalfirlo il muro dell’omertà affinché grondi, finalmente lacrime. Purificatrici. Salvifiche.

E’ vero.

Ci sono troppi profeti della morte e pochi della vita.

Ci sono troppi che odiano il dolore tanto da dirti che è la fine di tutto e mia l’inizio.

Ci saranno sempre i giullari con il volto bianco cadaverico, su cui un sorrido sghembo ripeterà ossessivamente che il dolore uccide e non fa crescere.

Ci sarà sempre chi impiccherà questo malessere, invece di aiutarti a ferirlo per fa sgorgare tutte le emozioni che contiene.

E con quelle ri-colorare un mondo, tralasciando i pigmenti sgargianti con cui si tenta di celarlo.

Ci saranno sempre.

Ma saremo noi e dover combattere il senso del voto con la voglia, anche flebile di pienezza.

Non saranno allora i guru del male i veri problemi.

Saranno i padri che vorranno egoisticamente annientare ciò che non hanno avuto in dono da dio, la speranza, la bellezza e la forza.

Sarà una scuola che rifiuterà l’anima rendendo più importante il profitto.

Una società che per mantenersi di imporrà il silenzio complice.

E allora il tuo grido svegliami, fa che il mio sangue scorra, non dovrà mai più essere urlato al di fuori di te stessa.

Non dovrà essere il cappio intorno al collo la tua unica risposta.

Dovrà essere la rabbia di non starci a queste atroci leggi.

Dovrà essere quella tua disperata voglia di sopravvivere che non annienterà il dolore, ne i ricordi.

Che non ti renderà affatto un eroe, non cosi come lo immaginiamo noi mentre osserviamo i film.

Sarà il coraggio di vedersi finalmente allo specchio.

Sarà la rabbia e il rifiuto ad amare di Lorena.

Un rifiuto fasullo perché lei, che apparentemente risulta una sopravvissuta, questo coraggio lo ha nel momento che usa il suo dolore per affrontare il male, per impedire che altre persone si trovino ad avere i suoi stessi occhi asciutti.

E nonostante la sua fragilità, quel suo lottare contro i demoni che le cantano, la notte, nelle orecchie, riuscirà a non lasciarsi annullare da quel male strisciante che in questo libro appare in tutta la sua forza: il non coraggio che ci fa vivere una non vita.

E allora tre giorni prima di natale, quando la luce ravviva l’oscurità della notte tenebrosa, quando la luce irromperà di novo nei nostri occhi avvezzi a tanto, troppo buio, la corsa contro il tempo sarà una parabola di redenzione.

Con il suo ritmo incalzate.

Con una tensione che riesce a toccare livelli alti, sempre di più un un parossismo di orrore, tre giorni prima di natale si conferma il giallo più bello che io abbia mai letto.

Intenso e commovente, fragile e granitico, la penna della Luini scorre veloce, senza preoccuparsi di nulla se non di narrare e intingere dal sangue del nostro io più profondo, il giusto inchiostro per dare vita alle parole.

“Il mistero di Ash” di Victoria M. Shyller, Segreti in giallo edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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Mettiamo un villaggio isolato tra le montagne.

Mettiamo sparizioni strane che odorano di zolfo.

Vittime innocenti, per questo capaci di scatenare il nostro più profondo dissenso.

Immaginiamo strani investigatori con capacità quasi, e sottolineo quasi naturali.

Nebbia, tuoni, oscure presenze che osservano, mutilazioni e arcani segreti.

Immaginiamo un villaggio che ma che non ha il coraggio di svelare il segreto.

Rendendolo cosi immenso forse troppo per essere contenuto in un solo luogo.

Rendendolo pari a una nebbia mefitica che rischia di espandersi in ogni anfratto, investendo altri villeggi, altre realtà rendendo l’orrore qualcosa di vivo e tangibile.

Non più un mistero custodito da pochi, ma realtà fatta di demoniaci ghigni, che mano mano riescono a diventare grida sempre più assordanti.

Sono questi gli ingredienti di un libro che sicuramente è capace di suscitare forti suggestioni, che oscilla tra il gotico e l’horror e che, sono sicura non vi lascerà affatto indifferente.

Il ritmo è lento, incalzante quasi come un oscura nenia, ripetuta come un incantesimo oscuro, capace di sciogliere ogni razionale resistenza e parlandovi di ammuffite cripte dove l’orrore vine custodito, di una brutalità arcana ma sempre presente.

Ci parla di sprezzo per la vita e di una strana famelica voglia che ci domina da tanto troppo tempo, quello di uccidere la purezza, a ogni costo.

Un baratto troppo conosciuto da chi come me non teme di scendere nell’abisso e capire cosa davvero si cela dietro il sorriso e l’apparente perfezione di questa strana creatura umana.

Ma cosi capace di meraviglie e di alte filosofia, capace di scrivere poemi o libri cosi belli, eppure cosi attirato da sangue e violenze nascondendo questa demoniaca brama magari sotto l’egida della scienza.

Il Mistero di Ash ci catapulta in una realtà parallela e al tempo stesso di ogni giorno, perché di villaggi come Ash ne ho visti a bizzeffe.

Ognuno con il suo cassetto di scabrosi segreti da tutelare.

Ognuno legato da un patto di omertà impossibile da spezzare.

Ognuno capace di far prosperare il male con il peggiore dei vizi.

Il silenzio.

Ash è al tempo stesso solo un libro eppure la nostra stessa essenza di esseri incorruttibili ma però capaci di farsi corrompere, ogni santo giorno, ogni attimo ogni istante.

E forse leggere quasi con ossessione questi libri è il mio modo per rispondere alla domanda che preme sempre di più nella mia coscienza: perché?

Perché creare realtà in cui il mistero non è altro che complicità?

Perché fingere e voltarsi dall’altra parte.

Perché lasciare che la bellezza dell’infanzia venga usata da tanti troppi senza scrupoli?

Non so se Il mistero di Ash sarà in grado di rispondere alla mia domanda, ma senza dubbio importante è cercare. E avere il coraggio come Delvin di scendere nella cripta segreta…

cosa troverà?

Beh spero di scoprirlo con voi.

Quindi mia adorabile Victoria M. Shyller vedi di non lasciarmi cosi sospesa.

Dall’amore sconfinato che sento per te, posso passare all’odio più cupo!

“La stanza degli ospiti” di Dresda Say Mitchell, Newton Compton. A cura di Layla

La stanza degli ospiti - Dreda Say Mitchell

 

Bello. Coinvolgente. Intrigante. Psicologico e profondo.

Questi alcuni aggettivi dell’ultimo libro edito dalla Newton Compton: La Casa degli Ospiti di Dreda Say Mitchell.

Ogni libro ha le sue sfaccettature e questo ne ha davvero tante, e la spinta psicologica che ha, lo rende completo, da ogni punto di vista.

Come sempre proviamo l’arduo compito di recensire un libro giallo, ormai sapete bene la difficoltà che trovo nel farlo, perché vorrei dirvi tutto, vorrei farvelo conoscere a 360°, ma non è semplice come può sembrare. Cercherò però, come sempre, di fare del mio meglio.

Sapete bene, come già detto, che non vi racconto molto di quello che succede nelle storie, ma vi presento, soprattutto, i personaggi e le caratteristiche che compongono ogni pagina del libro, e non sarò da meno in questo caso.

Cominciamo dalla protagonista: Lisa.

Lei è la persona a cui gira intorno questa storia.

E’ una ragazza, semplice, che vive fuori Londra, ma che ha i suoi segreti, che custodisce molto bene.

Non è la sola ad averne, ovviamente, ma ve ne accorgerete man mano che andate avanti con la lettura. Alex, il suo ex ragazzo, gioca un ruolo molto importante: sarà il suo alter ego, o semplicemente, potremmo definirlo, angelo custode.

Dipende dai punti di vista.

I genitori di Lisa, Edward e Barbara, invece, saranno personaggi, cardini, di una storia ricca di colpi di scena.

Ok! Basta vi sto dicendo davvero troppo.

Bello è il primo aggettivo che ho usato appena finito il libro.

Ha tutte le caratteristiche e sfumature di giallo, che un libro di tale valore deve avere.

Non cade in nessun cliché, anzi ti fa entrare all’interno del personaggio coinvolgendoti in modo spasmodico.

La Mitchell gioca con la mente, e ci riesce davvero bene.

Psicologicamente, il lettore, riesce a percepire quelle emozioni che coinvolgono così tanto da ritrovarsi al confine con la realtà e la fantasia.

Soprattutto quando la nostra protagonista, Lisa, descrive i suoi incubi.

Tu sei lì.

Con lei.

Il lettore, vive quell’ansia, quell’attimo che fa trattenere il fiato, che porta a respirare affannosamente, ma nel momento in cui si tocca l’apice, e si è certi di aver percepito, capito l’istante, la nostra scrittrice è pronta a mettere altra carne sul fuoco, ribaltando, così, le carte.

E tu, mio caro lettore, sei di nuovo da punto accapo, ignaro che nel capitolo successivo si stia formando un altro dramma o semplicemente un pezzo di puzzle in più a cui dovrai dare forma o collocarlo nella posizione giusta.

Credetemi, solo all’ultima pagine, quando tutto sarà messo alla luce del sole, avrete l’esatta posizione di tutti quei pezzettini di puzzle, che credevate “svelati”.

Insomma, lettori, questo libro è davvero tutto da leggere, ve lo consiglio senza alcuna esitazione, e sono certa che farete come me, leggendolo tutto d’un fiato.

“John Parker il detective” di Salvatore Scalisi. A cura di Vito Ditaranto.

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John Parker si ritrova alle prese con un omicidio, archiviato in fretta e senza colpevoli. Il suo compitò sarà quello di scoprire cosa si nasconde dietro un delitto all’apparenza casuale.

“…Fuori fa un freddo da far accapponare la pelle. David, uscendo dallo stabile, si alza il bavero del giubbotto in pelle nera e si avvia verso l’automobile parcheggiata dall’altro lato della strada. Apre lo sportello e si siede sul sedile; quindi accende il quadro e si irrigidisce con un’espressione vuota del volto. Dopo pochi istanti, gira la chiave dell’accensione e parte.

Le strade sono deserte e silenziose e danno alla città un’atmosfera arcana, ed affascinante, tanto da infondere nell’animo umano quella sorta di timore primordiale mai sopito…”

Parker dopo la perdita della moglie cerca di proseguire la sua vita. La ricerca di un serial Killer tornerà a movimentare la sua vita.

“…Parker entra nel suo ufficio; sedutosi dietro la scrivania, inserisce lentamente la chiave nella serratura del cassetto, compiendo un giro semplice, meccanico, per poi aprirlo. All’interno si trovano oggetti di vario tipo, riposti disordinatamente, in fondo, quasi dimenticata, giace una pistola semiautomatica; Parker la osserva come se si trattasse di un oggetto estraneo, la tira fuori, la impugna, infine, come se parlasse ad un amico che rivede dopo tanto tempo, dice:

– Si ricomincia! –…”

Ottimo giallo da leggere a prescindere dal fatto che piaccia scoprire l’assassino o meno, è un’opera che si fa leggere d’un fiato, non stanca, avvince con la sua ambientazione e con i suoi personaggi “vivi”.

Come crime story, è una delle migliori che abbia mai letto negli ultimi anni, anche grazie a una prolissità che, stranamente, non la rende un “mattone” noioso, ma anzi dà all’Autore la possibilità di esprimersi in descrizioni apparentemente fuori tema, ma che gli permettono di giocare a nascondino…

La trama si sviluppa sin dalle prime pagine in un crescendo e in un intreccio così strabilianti che nel leggere ti sembra di capire tutto e il contrario di tutto, ma tutto fatto con maestria.

Ottima capacità narrativa e sapienza letteraria.

Una trama ben elaborata, intessuta da segreti e omertà che avvincono con passione.

Personaggi e ambientazione costruite con rara maestria e con dovizia di particolari.

Un testo che risponde ottimamente alle caratteristiche del genere a cui appartiene.

Una lettura coinvolgente, che attraverso una prosa fluida e precisa, ci mostra il mondo visto con gli occhi dei protagonisti, l’autore sembra prendersi gioco dei sentimenti, dell’amore e delle fragilità degli esseri umani, con vivacità e conoscenza dei temi trattati.

John Parker è un giallo psicologico crudo, spietato e macabro che non lascia spazio all’immaginazione.

La trama è costruita su più livelli temporali, intersecando episodi del presente e del passato per creare un unico grande mosaico. Apparentemente complessa la narrazione si lascia seguire e inseguire con interesse.

E’ sicuramente un libro che cerca di provare a comprendere quale sia l’origine del male, rappresentato da Giacchetti, un losco individuo alle prese con uno sporco giro d’affari illeciti.

Drammatico, feroce e istintivo questo romanzo vi lascerà senza fiato. Un racconto ben costruito nella trama e nelle ambientazioni, solo i dialoghi in alcuni tratti appaiono poco naturali e più formali, ma nel complesso è un buon libro.

Buona lettura

***

Ora “Sorridi”. E quando avrai un momento di smarrimento o indecisione, fermati, aspetta e senti il tuo cuore.

a mia figlia Miriam con infinito amore…vito ditaranto.

“Lo strano caso della bestia delle nebbie” di Claudio Vastano, Dunwich edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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Amo la serie di Caspar Pestalozzi non tanto perché fa ridere.

Ma perché nella risata dona qualcosa di prezioso a tutti noi: riflessioni.

In un modo leggero eppure con una certa vena di dolce amaro.

Caspar è l’eroe di tutti i giorni, quello che non vorremmo perché politicamente scorretto e poco attraente.

Apparentemente svampito, sui generis ha un cuore cosi enorme che in ogni libro ci si innamora un po’ più di lui.

Sempre di più.

Nonostante le battutacce e le sue odiose mancanze di savoir fair.

Ma in questo libro..

Beh Caspar è cosi favoloso da avermi costretto (ti odio per questo Claudio Vastano) a versare fiumi di lacrime.

Mai, in quattro anni di attività, io mi sono sentita cosi coinvolta da un libro.

Mai mi ha toccato cosi nel profondo da non riuscire a trovare le parole giuste per recensirlo.

La bellezza dolce e al tempo stesso piena di grida di accuse, si rivela in tutta la sua forza nelle ultime pagine.

Cosi belle da averle dovute rileggere per altre mille volte.

E ogni volta mi colpiva la poesia emanata da questo strano personaggio, che rischia tutto per custodire i sogni di una bambina, la sua purezza e un innocenza cosi vicina a madre natura e cosi minacciata dal nostro schifoso cinismo.

Dai soldi, dal potere dalla nostra finalità cosciente.

Noi che in questo libro veniamo ritratti come veri demoni, feroci e brutali, menefreghisti troppo accecati dalla voglia di emergere.

Di lusso e di successo.

Successo a che prezzo?

Non solo la vita umana ma la nostra stessa anima. In questo testo non esiste più la coscienza.

Uccisa dal vero cancro che oggi, in questi momenti atroci si rivela in tutto il suo orrore: la nostra stolta arroganza che ci fa essere non più ospiti ma padroni. Padroni di deturpare montagne, di sacrificare la salute in nome del dio mammona.

Che se la ride.

Ed è storia di ogni giorno.

Di tagli alla sanità, di manipolazioni comunicative, di progetti portati avanti da multinazionali, mentre la terrà piange, trema e urla il suo dolore.

Animali mostrati come simboli di potere, strappati alle loro foreste, trofei di quest’essere che di umanità non ha più nessuna sembianza.

E cosi ci beiamo del progresso che fora il cuore delle montagne, convinti che ci porti chissà quali vantaggi.

Incuranti delle leggi del sacro, delle leggi del buonsenso.

E poi ci lamentiamo quando la terra, arrabbiata si scuote e ci avverte basta piccolo uomo, basta con il tuo insano percorso.

Oggi ci siamo fermati, colpiti al cuore da un qualcosa di invisibile come un virus.

Ma ancora non abbiamo fermato lo sguardo sullo sfracello che il nostro sistema ha portato al mondo e agli uomini.

Pensiamo non a imparare dai nostri errori ma da ritrovare le stesse deleterie abitudini di sempre.

E allora in uno scenario fatto di osceni compromessi, è solo l’animo puro di Casper e di una bambina, a salvarci dal baratro.

Perché ogni lacrima versata su questo libro è una purificazione in più che libera la coscienza dalle orribili macchie con ci l’abbiamo insozzata.

Se la natura si addormenta ferita, può rinascere nel nostro impegno di oggi, di domani e di sempre.

E allora oggi non c’è spazio per la risata e per l’ironia.

C’è solo spazio per la commozione e per la compassione.

E ogni emozione che questo libro riuscirà a procurare un gran bel colpo al muro della nostra indifferenza.

Finché un giorno saremo risuscita a recuperare la bambina in noi, capace di fregarsene dei pregiudizi e fare amicizia con il selvatico, il selvaggio senza temerlo.

Grazie davvero Claudio.

Ama la terra dove sei nato

amala e niente più

amala come la donna che ti ha partorito

ama tuo fratello e la tua razza

amala

e nulla più

ama il tuo sangue e non l’acqua fuori

Amalo

e nulla più


Acqua che scende dal fiume

Hai la mia anima profonda

il cuore non batte

Se è fuori di questo mondo


questo mondo che sogna

che ti afferra e ti mette all’angolo

che ti punisce con passione


quel mondo che sogna

in cui manca, manca amore

Nella terra del dolore

Rende il cuore fragile

Juanes

“Il tagliacarte veneziano” di Carolyn Wells, edito da Edizioni Le Assassine. A cura di Francesca Giovannetti

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Carolyn Wells è una pioniera americana del giallo. Il tagliacarte veneziano è stato scritto  nel 1909 e porta il titolo originale  “The Clue”.

È  il primo in cui si affaccia sulla scena il super-detective Fleming Stone, che sarà il fulcro di ben sessantuno romanzi dell’autrice.

Ebbene…noi ancora non possiamo saperlo, poiché in questa indagine d’esordio apparirà solo nelle ultime pagine, risolvendo il caso con un rapidità sferzante.

In questo volume di esordio l’autrice ha scelto di dare risalto a due detective dilettanti , Robert e Kitty, rispettivamente i migliori amici del principale sospettato e della vittima.

Il mistero da risolvere è un classico della letteratura gialla: il mistero della stanza chiusa. La giovane Madeleine viene ritrovata senza vita nel suo studio, la vigilia del giorno del suo matrimonio, pugnalata a morte con un tagliacarte veneziano; l’ipotesi del suicidio viene scartata in fretta e iniziano gli interrogatori dei personaggi che in quel momento erano ospiti proprio per assistere all’imminente cerimonia.

Lo schema è tipico e forse tendenzialmente ripetitivo : interrogatorio, valutazione, conclusione ma dobbiamo tenere presente che il genere stava muovendo  suoi primi passi.

La lettura risulta assolutamente godibile soprattutto per una spiccata caratterizzazione dei personaggi, la segretaria personale, le amiche più care, la governante della casa, il fidanzato poco caloroso, il cugino innamorato.

Ognuno porta il suo contributo per ravvivare i dialoghi che, inevitabilmente, ruotano intorno alla fatidica domanda : chi è l’assassino?

Gli indizi e le supposizioni sono tanti e il lettore si ritrova a formulare ipotesi, esattamente come gli investigatori, ma vi assicuro che sarà ben difficile che uno di loro possa solo immaginare la soluzione, ben celata sotto minimi accenni!

È sicuramente singolare venire a scoprire, documentandosi alla fine del libro, che il personaggio entrato in scena nel finale diverrà il protagonista di una lunga serie. In questa opera viene poco tratteggiato, a parte, ovviamente, per il suo straordinario acume.

L’atmosfera è perfetta, una ricca e isolata casa nella campagna, i personaggi vari e ben presentati, il mistero è un “classico”.

Rinnovo, con convinzione, i miei complimenti per la scelta coraggiosa e originale di questa Casa Editrice, che mette a disposizione una collana vintage di opere gialle, rendendole fruibili con una traduzione moderna ma che non tradisce il sapore del secolo in cui è ambientata.

“Steambros Investigation. Brother War” di Alastor Maverick & L.A. Mely, Dark Zone. A cura di Alessandra Micheli

SteamBros Investigations. Brothers war- Alastor e Mely

 

E’ molto difficile recensire il terzo libro di una trilogia che ti ha appassionato cosi tanto, da entrare quasi con elegante prepotenza nel tuo mondo interiore.

Ho scritto fiumi di inchiostro per i libri di Alastor Maverick e L. A. Mely.

Pieni di passione e meraviglia, l’incanto di parole che mi trasportavano in un mondo totalmente dominato dal vapore, dove il vittorianesimo si sposava con quella tecnologia affatto simile alla nostra.

Mentre la nostra tecnologia è capace di divorarla l’anima, quella raccontata da Alastor e da ogni Steampunk che si rispetti, è il risultato di un genio umano che da Tesla fino a Babbage accoglieva l’eredità di Leonardo da Vinci, quella di essere capaci di muoversi attraverso le stringe del tempo, si aprire con nonchalance, le porte segrete che congiungevano i mondi e sconfiggere i tanto cari elementi newtoniani come tempo e spazio.

E cosi, seppur in una apparente semplicità, i miei due autori aiutavano il neofita, spaventato dall’estrosità complessa del genere, terrorizzato da coloro che lo catalogavano come faccenda privata dei nerd, ad addentrarsi nei mondi incantati creati dal vapore.

Nei loro libri non manca certo la feroce critica sociale di ogni libro vittoriano e neo-vittoriano.

L’intelligenza diviene la penna satirica con cui deridere a tratti ironicamente a tratti ferocemente, il degrado di un essere umano che troppo spesso da protagonista diviene comparsa o peggio burattino, manovrato da qualche strano e inquietante re assiso sul trono.

Lo denunciavano i Nomadi ricordate?

C’è un re che non vuole vedere, c’è un re che non vuol sapere…mentre fiumi di sangue si versano per il suo crudele diletto.

Capite perché, oggi, nello scrivere avverto quasi un lutto intenso?

I miei amati Nicholas e Melinda ci hanno detto tutto ciò che era in loro potere.

Sono cresciuti attraverso il difficile percorso di un eroe che, per esserlo a trecentosessanta gradi, deve anche o sopratutto, de-costruirsi.

Crollare, essere quasi smembrato, affinché possano ri- costruirsi.

E tutto questo avviene solo se si affronta il lato oscuro, guardare oltre l’egocentrismo e rinunciare a qualcosa, che sia la ferrea logica di Melinda o l’amata perfezione del nostro Nick.

Devono per poter crescere e magari andare incontro a altre avventure.

Devono, perché davanti a un mondo che è minacciato da un male un male difficile da definire perché sottile, sotterraneo e anche in un certo senso giustificato, devono divenire esempi, esenti da quelle adorabili imperfezioni che ci hanno accompagnato in questo lungo viaggio.

Melinda si troverà di fronte a un intelligenza che non è altro che un bel muro contro un umanità che non capisce, perché non si sente capita.

La perfezione estetica di Nick sarà il suo unico tentativo di allontanare mancanze e fragilità.

Il rigore dell’eroe che appare in tutta la sua radiosità, non è altro che la rabbia celata contro chi, con le vite degli altri, ci gioca.

E il male non sarà altro che la conseguenza non solo dell’indifferenza, ma del mancato rispetto verso l’umanità delle persone.

Ecco che in un mondo votato all’apparenza, come quello vittoriano, ma cosi simile al nostro si comprende la necessità del capire, comprendere, amare ogni uomo, nonostante ogni apparente inadeguatezza.

Non dobbiamo essere adeguati.

Dobbiamo essere umani.

E allora come loro ultimo regalo gli steambros ci fanno ammirare la loro ctonia saggezza, nascosta dietro una caricatura divertente dei loro difetti: conti solo tu, la tua essenza, la tua anima, i sogni che pensi che il resto del mondo rifiuti, con la tua fragilità bellissima e la tua manchevolezza.

Che sarà cosi agli occhi del mondo consuetudinario, ma per l’universo è solo il tuo raro, unico talento.

E cosi la vera guerra gli steambros la combattono contro se stessi, regalandoci un atto finale pieno di nostalgia, rimpianto e una sorta di tuffo al cuore.

Perché le loro avventure non finiranno mai è vero, ma per noi sarà un duro, lacerante arrivederci.

Anche se il libro non si conclude con l’ultima pagina, già sento la mancanza dei fratelli Hoyt.

Mi mancano come mancano gli amici partiti per un lungo viaggio.

E resti li in un limbo sospeso, con la lieve speranza che un giorno, spero non lontano, torneranno a bussare alla tua porta.

Io li aspetto.

E voi?

A me già mancano.

 

“Mimesi” di Maurizio Fierro, Scatole Parlanti. A cura di Layla

Mimesi -Maurizio Fierro

 

Questa settimana ho letto per voi un libro della Casa Editrice Scatole Parlanti, “Mimesi” scritto dalla penna, o meglio, dalle mani sapienti di Maurizio Fierro.

Scrivere una recensione per un Giallo, Thriller o per tutti i generi correlati di queste sfumature, è sempre molto difficile, lo sapete bene.

Trovare le parole giuste, dire… senza dire del tutto, è abbastanza complicato, insomma, anche questa volta le difficoltà ci sono state.

Cercherò di raccontarvi al meglio ogni passo.

Frank Cabodi è un tenete della polizia di Vancouver, un uomo con delle origini importanti che affondano nelle cultura dei nativi americani, nel Central Okanagan, in Canada, appunto.

Le sue origini, del popolo di Kwakiutl, saranno sempre presenti nel percorso della storia, e saranno anche un punto di snodo importante per il protagonista.

Il libro si apre con un omicidio che metterà alla prova il tenente Cobodi.

Anne Gagnon, prima e Alice Leblanc, dopo, sono le vittime che l’assassino ha scelto, con cura o forse per caso, proprio questo è quello che il tenente deve capire, valutare e analizzare. Così farà.
Studia per giorni e giorni i due casi, perché sa che c’è qualcosa che non torna, c’è qualcosa che gli ronza per la testa, ma non riesce a mettere a fuoco, fino a quando…

Fino a quando qualcosa lo porterà a Montreal, un nuovo omicidio con lo stesso modus operandi: Theresa Williams la terza vittima.

A Montreal incontrerà il suo alter ego, Amanda Perkins. Qui finalmente tutto prenderà forma. Pagina dopo pagina la matassa viene sciolta, ovviamente i colpi di scena e gli ostacoli sono sempre dietro l’angolo. Senza difficoltà sarebbe tutto troppo semplice.
Il mio racconto sulla trama termina qui, non vi dirò nulla di più, perché come dico sempre, certi libri devono essere solo letti, posso però aggiungere qualcosa in più su quello che gira intorno al libro e al suo autore.

Ho apprezzato molto il viaggio che ci fa fare il nostro scrittore, tra i luoghi sempre poco citati e conosciuti dell’America del nord, soprattutto, descrive una popolazione con la sua cultura, in modo così affascinante e dettagliato. Come vi ho cennato prima, le origini del protagonista sono una colonna portante del libro. Il viaggio interiore che farà il tenete Cobodi, per ritrovarsi in qualche modo, nel suo profondo, durante la storia, lo aiuterà a raggiungere la strada per risolvere gli omicidi.

Fierro non lascia nulla al caso ed è qualcosa che ben pochi scrittori riescono a fare, è stato attento ad ogni particolare descritto e raccontato, descrivendo i luoghi con cura e dettagliatamente. Si capisce subito che dietro ad ogni pagina ci sono le dovute ricerche per la storia, per i luoghi e per le descrizioni, e credo che sia davvero importante. Un esempio che mi ha lasciato per certi versi, basita, è la minuziosa descrizione dell’aeroporto di Montreal, che per alcuni può essere una sciocchezza, ma sapere che l’autore ha fatto verifiche, cercando di portare il lettore in modo realistico nel luogo, la trovo una cosa davvero importante ed intelligente.

Documentarsi non è mai una cosa scontata, per questo l’ho davvero apprezzato. La determinazione nel scrivere qualcosa di perfetto, fa sì che si arrivi alla perfezione, e Fierro non ci è andato troppo lontano, lo ammetto. Anche il suo modo di scrivere, aiuta il lettore ad entrare in contatto con i protagonisti, e non solo. Ho trovato, una scena in particolare, in cui il protagonista ha un incontro con lo zio Arthur in una baita nel bosco, e succede qualcosa (perdonatemi sul mistero delle mie parole) che il lettore e Cobodi diventano tutt’uno. Vi è un patos che stravolge e coinvolge.

Se posso parlare di difetti (concedetemi questa parola pesandola, vi prego) invece, avrei sviluppato i capitoli finali in altro modo, portando diversamente alla “scoperta” dell’assassino; ci sono stati momenti, verso la fine, in cui ho visto la storia perdersi e perdere l’obiettivo, per poi riprendersi nel capitolo finale, non è un vero e proprio difetto, sia chiaro, ma una sfumatura che avrebbe, forse, fatto differenza.

Con questo direi che vi ho detto tutto o abbastanza per consigliarvi di leggere un buon libro.