“Donne nel vento” di Anne Coates, Triskell editore. A cura di Alessandra Micheli

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Per tanti poeti, autori, cantautori, noi donne siamo simili a fate.

Esseri leggeri, evanescenti capaci di incantare con voci soavi, cantilendando le musiche più arcane.

Siamo esseri meravigliosi, fatti di sottili fili che ci collegano direttamente alla terra o alla luna.

E con la luna nel sangue, viviamo i suoi cicli impersonando Dee remote e mimando antiche storie.

Samo terra e fango, siamo emozioni e sensazioni, cosi fragili e cosi forti, come salici che sanno piegarsi al vento eppure restare cosi salde sulle loro radici.

Sappiamo morire a ogni schiaffo a ogni sopruso, eppure rinasciamo in un sorriso, in quel coraggio di credere che, anche nel buio più totale, un giorno nuovo sorgerà e ci donerà speranza e opportunità.

Conosciamo bene il dolore e lo riviviamo scritto in ogni cicatrice lasciata da una lacrima o da una ferita.

Sappiamo convivere con il cuore spezzato e sappiamo ricucirlo con i fili d’argento presi in prestito dalla luna.

Siamo donne.

E siamo tutto ciò che di bello l’universo contiene.

Siamo spirito e materia, corpo e mente e sappiamo indagare e affrontare ogni recesso, anche il più oscuro della nostra anima.

Allora perché esseri cosi speciali vengono continuamente abusati, denigrati e vilipesi?

Come si può mancare di rispetto a una creatura simile?

A quella parte di te che dio ritenne cosi importante da nascere proprio dalla costola del fianco, affinché camminasse accanto a quello strano essere chiamato uomo.

E cosi speciale che nonostante il suo atto ribelle, fu benedetta dal dono di creare la vita, quasi paragonabile al demiurgo che nutrì di sogni il mondo.

Donne nel vento esprime lo stesso mio dolore nel vedere ogni giorno questo sterminio.

Non solo della donna ma di tutto ciò che di bello essa porta con se, speranza, amore, passione e capacità di creare.

Perché ogni donna crea nella mente immagini meravigliose, arazzi con cui abbellire la casa della vita.

Una donna usa il suo corpo e non si fa usare, lo nutre perché esso sia preghiera a Dio, sia il suo braccio con cui incidere la terra che calpesta con i suoi piedi.

Eppure questo nostro sesso è usato per un solo osceno istante di piacere senza la sacralità che gli compete.

Ecco che la prostituzione diviene una bestemmia alla stessa divinità che ci ha creati, diviene l’atto peggiore con cui annichilire tutto ciò che c’è di puro in noi.

Solo per trasgredire, per ribellarsi alla vita.

Più che alla legge morale.

Ogni gesto contro una donna, ogni suo livido, sia interiore che esteriore è la dimostrazione di una grande mancanza di rispetto a tutto il creato, di cui la donna è esempio e erede.

Ogni volta che si userà il corpo per guadagnare, per sfogare bassi istinti, sarà una ferita al cuore dell’universo.

E l’universo morente ci guarderà con gli stessi occhi con cui una donna ferita vi osserva: con la stessa domanda incisa a fondo nelle cornee perché.

Perché vilipendiare quel dono immenso con cui ci svegliamo ogni volta che i sole sorge?

Perché non celebrare quel miracolo reso vivo con un canto di gioia?

Noi aspettiamo ogni volta con angoscia e speranza qualcosa di magico e incredibile, senza sapere, senza riconoscere che è tutto ciò che ci circonda un miracolo, che la magia è a nostra disposizione.

Che è nella capacità di sorridere, di amare, di sperare ogni volta, di non rassegnarci al male che avanza.

E’ in Princess che nonostante l’orrore, lascia cantare la sua forza, quella che la fa sopravvivere e sognare ancora una vita migliore.

Quella che nonostante lo schifo non la fa cedere a un mondo brutale che la vuole senz’anima.

E’ in Hannah che piange quella donna perduta, perché la vede come va vista, come un essere speciale nonostante le botte e l’odore osceno della violenza.

E’ in Elizabeth che sa vincere l’orrore con quel sorriso che sa di borotalco.

E’ in un coraggio che si mostra in ogni pagina e che ci fa dire non ancora, non è tempo di arrendersi.

Non ora.

Non adesso.

Un altro passo perché la luce è vicina.

Perché un giorno, nonostante la loro capacità di confondersi con la gente, i responsabili di questo massacro verranno assicurati alla giustizia.

Un passo ancora.

Per noi, per tutte le Princess di questo mondo, per tutti i bambini che non devono più temere di perdere la loro dignità, per ogni madre che ha diritto di proteggere e far crescere i loro figli in un mondo migliore. Perché a questo mondo migliore qualcuno ancora ci crede e rischia, rischia non solo la sua vita ma ogni certezza, ogni sicurezza.

Per te, che leggendo queste mie parole e il libro, crederai finalmente di essere speciale.

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“Il manoscritto” di Franck Thilliez, Fazi editore. A cura di Alessandra Micheli

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Sono arrivata a bramare la lettura del manoscritto attirata dalle tante parole non solo di lode, ma anche ricche di un miscuglio di emozioni che virano dal orrore al disagio profondo.

Chiunque abbia aperto questo libro ne è rimasto profondamente colpito, traumatizzato, disturbato, turbato, quasi disgustato.

Come se esso contenesse dentro un canto oscuro, simile a unghie che stridono sul vetro, un suono difficile da dimenticare, che irrompe magari in notti strane, quelle senza luna, senza luce, senza nulla che un buio profondo.

E’ pur vero che il thriller deve far rabbrividire.

Ma in quel brivido esiste un inizio e una fine, decretata dall’ultima illuminante pagina.

E’ una sorta di viaggio nelle menti più perverse dove, però, alla rivelazione finale i colpevoli hanno la loro giusta punizione.

Ecco che altri ne usciranno redenti, altri “puniti” e la verità scioglierà i nodi che tengono il lettore avvinto al testo.

Questo, nel manoscritto, non esisterà.

La verità, oscura viscida, strisciante non sarà affatto una redenzione, ma una condanna.

Il male, la perversione, faranno da padrone sullo sfondo di una società per nulla idilliaca che non avrà più tappeti dove nascondere il suo marcio.

L’autore vi nutrirà di quelle scorie e ve le farà conoscere come base fondante di ogni azione umana.

Nessuno si salva.

Nè le vittime ne i colpevoli.

Nessuno avrà la giustizia perché quando la pazzia e il male iniziano a dominare le menti e le azioni, nessuna eventualità di riscatto è mai possibile.

Ecco che da thriller con una sua motivazione etica, il testo diventa solo una voragine di oscurità che prende il lettore impreparato, curioso o convinto che, in fondo, la bellezza salvi e lo trascina con se.

Ecco il perché di tanti commenti che evidenziano lo stile serrato, e il ritmo sempre più cacofonico che diviene un urlo finale acuto come quello di una Banshee, nella loro testa.

Questo perché da sempre il male, la pazzia, la follia, la perversione, sono, in fondo, tollerati come sfoghi necessari di una società che perde pezzi di se.

Troppo abituata alle apparenze e totalmente estraniata dal cosiddetto patto con l’ombra, quello di junghiana memoria.

Noi di ombre, di dolore, di tragedie ne siamo costantemente informati e plasmati, tanto da riconoscerle come parte inevitabile della nostra evoluzione.

Che però, priva di slanci emotivi, di afflati ideali, di volontà caparbia di guerrieri contro questi tentacolari alieni, diviene involuzione.

Perché un mondo, una società che accettano la perversione come elemento necessario alla nostra sanità mentale non è che una società che accetta dentro di se il cancro che la porterà alla morte.

E il manoscritto, in questo senso è altamente etico, più di chi pone, come risoluzione, la luce della giustizia.

Perchè dobbiamo renderci conto che, il progresso, non porta e non può portare con se anche il disfacimento morale e mentale.

Che non significa alienazione, perché è in questo baratro che germogliano demoni e mostri.

Dobbiamo capire che non si vince sottomettendo l’altro.

Che non si sfoga il giusto dolore con la violenza e con la trasgressione. Che la trasgressione morale è una porta aperta sull’abisso, permettendogli di guardarci e di iniziare a sedurci piano piano.

Siamo troppo abituati a accettare il peccato e il male, come altra faccia della medaglia e non più come un interlocutore da affrontare con parole di speranza.

E’ vero.

Il bene ha come controparte il male.

E’ vero.

Molti psicologici parlano della necessità di non combatterlo, ma di parlarci e di modificarlo alla radice.

E’ una lotta costante, diversa da quella tra buoni e cattivi.

E’ un dissolverne le ragioni che lo sostengono e trasformalo in altro.

Ecco il significato oggi della lotta al male e al peccato.

Conoscerlo, ricordarsi della sua esistenza, parlarci e vederlo nella sua costituzione interna per iniziare a smontarlo.

E ricostruirli in un altra forma.

Dobbiamo individuare quelle cesure societarie che portano alla scelta sbagliata.

Dobbiamo imparare a prenderci cura delle componenti della nostra realtà.

Il male ci pone davanti alla nostra vera natura di demiurghi, di eredi del potere creativo di dio.

Non dobbiamo contemplarlo in una società relegandolo ai bassifondi. Dobbiamo iniziare a usare l’arte della creta e ri-modellarlo.

Altrimenti il manoscritto in tutta la sua aberrante di-sincronia, non diverrà altro che profezia.

E alle battute finali noi avremmo solo la conferma che ci siamo perduti. Inevitabilmente, orrendamente, perduti.

“L’uomo di carta” di Sharon Bolton, Newton e Compton editore. A cura di Alessandra Micheli

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Sarà l’età o il particolare momento che sto vivendo, ma il libro di Sharon Bolton mi ha colpito fino in fondo all’anima.

Non è solo un thriller, non c’è solo quel senso di claustrofobia o di orrore davanti alla scelleratezza umana.

C’è molto di più.

Esiste un je t’accuse profondo e pertinente a questi strani tempi che stiamo vivendo.

Tempi in cui tutto è alla portata di tutti, le distanze si annullano, le capacità umane danno il meglio di se instaurando, per ironia della sorte, una specie di dittatura tecnocratica.

E a farne le spese sono i rapporti umani, la comunicazione fatta di gesti e di mimica facciale, sostituiti oramai dalle macchine e dai social.

Le tradizioni ci appaiono obsolete, ingombranti in questo nuovo millennio di sfide superate e di nuove da guardare con arroganza.

La superstizione è relegata nell’angolo oscuro di una mente che ha scelto di credere nella meccanica e mai più alle suggestioni dei sentimenti.

Perfetto direte voi.

Peccato che per quanto ci sforziamo restiamo umani, totalmente umani, in balia degli stessi demoni che oggi rinneghiamo.

E cosi la conoscenza diviene pugno o coltello per incidere sulla carne della nostra socialità e iniziare a servirsene per scopi non proprio luminosi.

L’uomo di carta racconta di questa costante perdita di noi stessi, palesandoci come, oggi alla soglia del terzo millennio, siamo ancora attaccati a stereotipi e tradizioni.

Solo che le capovolgiamo.

Ecco che la strega torna in una forma diversa.

Non più colei che manteneva intatte le speranze di un popolo annichilito dal potere, di chi fungeva da collante per tenere unita una solidarietà contadina lacerata dalle nuove realtà sociali delle città.

Oggi la strega è colei che si oppone alla massa, si oppone al diventare omologata e accettare in modo pedissequo, le leggi oramai legittimate e conclamate dall’alto.

L’uomo di carta è la storia di un mondo che perde se stesso, ma anche la storia di un potere femminile braccato dalla volontà di dominazione rappresentata appunto da chi, alla tradizione, preferisce la finalità cosciente.

In questa storia di colpe e di redenzioni è palese come oggi tutto sia sacrificato al dio business, al dio affare, al dio denaro.

Persino le antiche tradizioni.

Ecco l’urlo di ribellione di quelle donne rese dissidenti perché incapaci di abbassare la testa e di farsi cancellare dalla realtà:

È da tempo ormai che abbiamo smesso di fidarci degli uomini interessati alla stregoneria. Gli uomini vogliono entrare nella nostra congrega per imparare le nostre arti e poi usarle per fini sbagliati».

E questa l’Amara realtà.

Ci chiamano streghe perché non riusciamo e non vogliamo riuscirci a entrare nei loro sordidi giochi di potere.

Ci chiamano streghe e ci bruciano perché tentiamo di rendere reali i nostri sogni, di un mondo dominato dalla cooperazione e mai dalla sopraffazione.

Chi chiamano streghe perché amiamo il contatto con l’essenza di ogni cosa, fuggendo inorridite la costante apparenza.

Che è e resta prigione dei sensi e delle volontà.

Ci chiamano streghe quando non accettiamo di interpretare il ruolo che loro hanno scelto per noi, persino il modello di abito da indossare, il saluto con cui entrare in società, il trucco e la camminata, sempre sui tacchi in punta di piedi per non disturbare.

Ci chiamano streghe perché abbiamo cosi tanto amore per il nostro corpo da impedirci di mostrarlo ai lupi affamati.

Ci chiamano streghe perché immaginiamo vite diverse, immaginiamo e con questo potere plasmiamo realtà.

Ci vogliono al rogo perché rappresentiamo l’alternativa a una vita monotona e standardizzata.

Ci chiamano streghe perché proteggiamo, impastiamo con lacrime e sangue il nostro domani.

Perché il dolore lo abbracciamo e con esso danziamo un ballo tondo, un ballo persino con la morte che davanti a noi si inchina con riverita ammirazione.

Ci chiamano streghe perché sappiamo vedere oltre il velo, sollevarlo con rispetto e rimetterlo a posto, vincendo la tentazione di usarlo per i nostri fini.

Ci vogliono bruciare perché urliamo la nostra indignazione, perché cantiamo a squarciagola, perché siamo scollacciate e a volte irriverenti. Perché l’autorità per noi non è un qualcosa calato dall’alto ma donato dal popolo.

Ma mentre noi bruciamo sui roghi di anni di prigionia, noi restiamo donne.

Voi uomini di carta, cosi fragili che la pioggia vi distrugge.

E mentre scivolate via in rigagnoli di limpido liquido disceso dal cielo, noi veniamo ri-battezzate e ne usciamo diverse.

Credo che le donne battezzate in questo lago cambino»,

La donna che nuota nelle acque torbide degli eventi, non affoga.

Ne emerge diversa.

Non abbiate mai paura del flusso anche selvaggio, devastante della vita. Voi siete parte di quel flusso.

Voi siete l’oggi e il domani.

Voi rappresentate la terra e il cielo.

Non abbiate mai paura di chi vi teme.

L’uomo di carta:

è la storia delle donne e delle streghe. Dei bambini che amiamo e dobbiamo proteggere. E degli uomini che ci temono.

“Un gelato buono da morire” di Dino Cassone edito Les Flaneurs Edizioni. A cura di Ilaria Grossi

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Dino Cassone, autore conosciuto con il romanzo “La Bugiarda”, ritorna con un nuovo libro. L’autore sottolinea nel prologo che non è proprio “un giallo” e nelle primissime pagine ci svela la morte di Don Ciccio Zampana, “usuraio” di Rosicano.

Una scelta insolita che non pregiudica la voglia di sfogliare le pagine del libro, la curiosità è tanta e vi spingerà ad arrivare fino alla fine.

La cornice di questa misteriosa morte è la festa del paese, accolta con grande entusiasmo dalla gente del luogo, in trepida attesa per l’arrivo del cantante Mario Merola.

E’ così inizia la storia, la morte di Don Ciccio Zampana apre una vaso di pandora, precisamente un quadernetto, rivela nome e cognome di povere vittime del suo losco giro.

Le indagini saranno affidate al maresciallo Paolo Sapone, sostenute un po’ alla buona dalla moglie Margherita e da una tenacia giornalista con sete di verità e voglia di accendere i giusti riflettori sulla troppa omertà di Rosicano.

Il lettore conoscerà così i vari personaggi e le loro storie di disperazione, tradimenti, pettegolezzi, la cui morte di Don Ciccio sembra proprio aver alleggerito molti pensieri e preoccupazioni.

Curiosi di conoscere…un gelato buono da morire?

Dino Cassone si conferma uno scrittore talentuoso, con uno stile sempre così preciso, attento ai dettagli, ironico e vi assicuro che vi farà sorridere spesso.

La sua vena di giornalista ci proietta in una realtà assai vicina, capace di portare il lettore dietro le quinte di una rappresentazione dolceamara della vita.

Dino Cassone, ammetto la mia preferenza per “La Bugiarda”, pubblicato qualche anno fa, ma con “un gelato buono da morire” ho scoperto un altro Dino che non delude anzi coinvolge con tutta la sua simpatia ed empatia e speriamo di cuore che Destiny possa predire al più presto..il tuo terzo libro.

Buona lettura

Ilaria Grossi per Les Fleurs du mal blog letterario

“Due cadaveri senza nome” di Karen Katchur, Newton e Compton editore. A cura di Alessandra Micheli

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Ho una grande debito con la Newton e Compton.

Visto il mio immenso amore per i classici e i miei scarsi guadagni, senza l’idea della Newton di creare una collana economica con la mia misera paghetta non avrei mai potuto stringere a me i miei amati Dickens e Woolf.

Ecco che potevo finalmente accostarmi a Wilde a Stevenson.

Eccomi impossessarmi in modo quasi compulsivo delle loro strepitose raccolte horror, avvicinandomi al favoloso Bierce e ai racconti di streghe e fantasmi di tutto il mondo letterario conosciuto.

Addirittura tutta la produzione di Conan Doyle era nelle mie nervose mani, sfogliata e risfogliata, letta appresa quasi a memoria e amata, dio quanto è stata amata.

I Mammut, occhieggiano dalla mia libreria con i nomi dei miei adorati scrittori: Austen, Bronte, Deledda, Poe, Collins.

E ogni scaffale trabocca dei suoi libri a mille lire, sia di saggistica che di narrativa.

Li leggo e ancora oggi avverto quel brivido di felicità nello stringere a me quelle preziose parole, quelle meravigliose trame, quelle favolose mirabolanti capriole letterarie.

La Newton sdoganò la cultura da troppo tempo nascosta nelle polverose biblioteche, nei circoli privati dell’èlite letteraria, regalando a noi giovani libri immortali come cuore di cane o Narciso e Boccadoro.

Tutto alla portata di adolescenti o di malati accumulatori come me. Quindi potete capire come il mio approccio alla Newton sia totalmente diverso dal vostro.

Io ho un debito di somma riconoscenza con loro, perché è grazie alla mission che portarono avanti che io ho potuto leggere, sognare e crescere.

Oggi mi trovo ovviamente a raccontarvi del testo che ho scelto, totalmente differente dai classici che tanto ho adorato e ne sono fiera, perché anche oggi non sono stata affatto delusa.

Sarà che ho sviluppato un certo istinto da cercatore di tesori, ma quando il naso mi prude nel leggere una sinossi, beh allora è quello il libro giusto per me.

E spero per voi.

Due cadaveri senza nome contiene tutto quello che amo in un thriller, non solo l’adrenalina, visto il ritmo lento e quasi immobile che l’autore ha scelto di usare.

Ma soprattutto per il significato, per l’intento del testo che, stranamente, rappresenta uno dei temi a me cari.

In questo viaggio interiore alla ricerca della verità, gli eventi si snodano seguendo una lentezza che potrebbe risultare a tratti stancante ma che, ai fini del significato, si rivela azzeccata: il paese descritto è infatti, immobile, impantanato in una rete di connivenze e di favori tipici di una comunità chiusa.

E tipici ( lo so visto il mio strano e patologico amore per le ricostruzioni dei delitti americani) tipici di una certa America che, pur riconoscendosi nel grande sogno, ne resta tristemente al margine.

Ecco che il patto tra i cittadini e l’autorità, quello di riconoscersi sotto una bandiera e sotto gli ideali che la stessa proclama, diventa una promessa evanescente e totalmente disattesa.

Ecco perché la comunità che si sente tradita dall’autorità centrale, si stringe alle sue convenzioni e ai suoi legami, mantenendo o tentando di mantenere in piedi le sue strutture.

Che non sono strutture realmente politiche, ma sono mentali, sono ideologiche e sono di sentimento.

In un America alienata e distante dal sogno promesso, la comunità rappresenta l’unica fonte se non di benessere, di sicurezza, di certezze e di protezione.

Tanto che, secondo recenti studi sociologici, molte delle cittadine apparentemente perfette e autonome, sono invece altamente chiuse all’esterno, totalmente incentrate sul mantenimento dei propri valori e delle tradizioni anche se questo rischia di cozzare con l’evoluzione dei tempi e della storia.

Nel testo si avverte questa chiusura, una chiusura che, ovviamente si nutre di complicità, di omertà è di segreti.

Segreti che però mimano la purezza dell’idea stessa di organizzazione, ossia un qualcosa che resta unito da legami solidali e affettivi, divenendo soltanto un semplice alibi per giustificare ogni violenza e ogni sopruso. Ecco che in questo scenario claustrofobico la lentezza non fa altro che regalarci questo vuoto interiore, questo mantenere le strutture finto solidali della cittadina, non più per necessità quanto per abitudine.

Tutto deve restare secretato, nessuna verità può emergere all’esterno, pena il disfacimento totale della comunità.

Una comunità che proteggendo la violenza invece di alimentare la cooperazione, in fondo è già morta.

Quella partecipazione tra situazioni e violenza, tra tutori dell’ordine e elementi di disordine nasce dal quel sentirsi estranei al loro paese, come se quella cittadina fosse un elemento di un organismo globale, lasciato a morire al margine di una vita politica che vive bene senza una sua parte. E’ in quel senso di esclusione che si attua un nuovo patto, scellerato, quello tra dominanti e dominati, rendendo la comunità totalmente squilibrata.

Ecco che la ricerca della verità e quindi dell’identità dei sacrificati ( quasi si fosse in presenza di un antico rito apotropaico) diventa importantissima non solo per riappacificarsi con la giustizia ma per rinnovare la comunità stessa.

E’ solo con gli ultimi atti del dramma che il senso di claustrofobia scema per donarci finalmente un senso di libertà.

E’ nel ritrovare i ricordi che il cerchio di chiude e finalmente si può sperare in una nuova possibilità di vita.

E’ nel restituire identità e storia ai cadaveri, simboli della perdita di coscienza della società, che la cittadina può avere una speranza di rinnovarsi e recuperare il suo senso unitario.

E una ragazzina ferita, donna resa quasi cinica e spaventata dai sentimenti proprio perché custode involontaria di un terribile segreto, può finalmente trovare pace.

Il libro della Kathcur è la dimostrazione che, il genere è solo un mezzo per raccontare qualcosa di più profondo che una storia di evasione: serve per farci riflettere su noi stessi ma sopratutto sulla realtà che ci circonda. E magari provare a cambiarla.

 

Recensione: “Il bosco delle more di gelso” di Filippo Mammoli. A cura di Francesca Giovannetti

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Se si sceglie come protagonista un commissario livornese trapiantato in Sicilia, il risultato può essere soltanto vincente. Ambientato tra la Spagna e l’Italia, questo libro ha tutti gli elementi che contraddistinguono un giallo ben riuscito e ben costruito. La trama lineare, scorrevole e avvincente. Un delitto macabro e di non immediata risoluzione. Una doppia ambientazione ben tenuta durante tutto lo svolgimento. Personaggi molto caratterizzati e originali.

Il burbero commissario Marcello Tarantini, livornese catapultato a Castellammare del Golfo, arricchisce di una nota “toscanaccia” la già colorata partitura siciliana. Insieme ai suoi collaboratori, la scontrosa Puglisi e l’impacciato Caruso, formano una squadra di lavoro bel oliata; conoscendo a vicenda i rispettivi pregi e difetti, avanzano nelle indagini mantenendo un ritmo deciso.  Il commissario è allergico alle procedure e restìo ai riflettori, lavora nell’ombra dimostrando poca pazienza e una mente brillante; accanto ci sono una poliziotta brusca, che riserva a pochi la dolcezza, e un collega timido ma acuto.

I dialoghi fra i personaggi sono un notevole punto di forza:  coloriti, sarcastici, a tratti quasi irriverenti, mescolano l’irruenza toscana del protagonista con il ritmi meno frenetici del sud. Una miscela assolutamente azzeccata. Al ritrovamento  del un cadavere di uno sconosciuto orrendamente mutilato si aggiunge quello di un bambino traumatizzato che nessuno sembra cercare. Un bambino accompagnato dal sapore e dal colore delle more di gelso, come un filo della memoria che connette il passato con il presente, entrambi confusi nella mente del piccolo.

Il commissario Tarantini dovrà essere affiancato da un’esperta psicologa infantile, che gli insegnerà quanto sia necessaria quella pazienza che poco gli è naturale. Ma per sbrogliare una matassa difficile servono molti tipi di armi. Il tema dell’abbandono è trattato con delicatezza e realismo, mantenendo sempre al centro dell’attenzione la premura dovuta davanti a una vittima così innocente. L’autore, infine, sfodera il colpo da maestro in un finale inaspettato. Un thriller che riesce a toccare anche il tema della malavita organizzata, presentandone il volto al lettore con i tratti essenziali. Una scrittura efficace che catapulta in ogni ambiente con estrema destrezza, creando il giusto contesto con una veloce pennellata. Questa abilità e disinvoltura dell’autore rende la lettura  piacevole  nella sua interezza; non ci sono mai rallentamenti e la curiosità resta sempre in agguato.

Una lettura decisamente consigliata.

 

“Claire Morgan serie. Sorridi e muori” di Linda Ladd, Triskel Redrum edizioni.

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Oggi viviamo più che mai nell’era dell’apparenza.

Lo vediamo dai social che postano istanti rubati a una vita che sfugge alla complessità del reale, per congelarsi in un’ eternità fittizia.

Manca nelle foto di oggi, anzi scusate i selfie, l’essenza stessa del significato di una foto.

Che sarebbe quello di cogliere l’anima, tanto che per alcuni popoli primitivi, la nostra macchina fotografica, era un demone capace di fagocitare la vera essenza di un uomo.

In pratica di rubargli l’anima.

Oggi, invece, serve solo per fare i numeri, crearsi un seguito di follower, mettersi in mostra in una perfezione plastificata.

In fondo Carmen Consoli ebbe una grande intuizione quando scrisse l’agghiacciante un amore di plastica.

Ma come posso dare l’anima e riuscire a credere
Che tutto sia più o meno facile
Quando è impossibile
Volevo essere più forte di ogni tua perplessità
Ma io non posso accontentarmi 
Se tutto quello che sai darmi
È un amore di plastica

Prevedeva un’era in cui le pose, la gara a chi più bella appariva (specchi specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame) così che l’apparenza diventasse preponderante rendendo gli altri elementi della vita, quelli degni di essere vissuti, totalmente inutili.

E’ la morte della realtà in un eccesso di tecnologia.

Non solo il computer, non solo il cellulare con le foto, ma anche il dominio del ritocco estetico sia fisico ma sopratutto virtuale.

Photoshop domina come un bizzarro demiurgo, alterando volti, alterando la vita stessa, in una cacofonica corsa all’eccesso.

Ecco che i programmi di oggi ci permettono di cambiare colore di capelli, di occhi e persino diventare amabili elfi.

Tutto ciò è sicuramente più inquietante di un thriller, considerando che esso è finzione letteraria mentre ciò di cui parlo è attualità, vita di ogni giorno.

Si fotografano paesaggi ma non solo per mantenerne viva la memoria o per proteggere qualcosa da vari disastri naturali.

Io ho foto di Amatrice dei tempi d’oro e oggi per me sono cimeli, memoria che resiste.

No.

Oggi noi fotografiamo per poter apparire.

Non per rendere eterni gli attimi.

Non per divenire racconto e eco, ma per esistere.

Ecco che la bellezza, unico valore capace di salvarci dal baratro, per ironia della sorte diviene feticcio di una società morente, che si sostiene solo mostrandosi mentre crolla pezzo per pezzo.

Nessuna esistenza, solo scenografia adatta per una patetica recita, degradante, affatto simile alla mia commedia dell’arte, laddove l’ironia prendeva in giro i costumi e aveva quel tocco ribelle.

La bellezza è perfezione assoluta, è mancanza di specificità è omologazione e desiderio insano di mostrarsi.

Ecco che uno dei peggiori frutti di questo mondo impazzito sono i concorsi di bellezza per le bambine.

Conoscete no i programmi americani?

Sono tutta infanzia che rinnega la sua infanzia, che congela l’innocenza in un sorriso malizioso non degno di un età di scoperta e di fantasia. Ecco che Linda Ladd, fantastica come sempre, nasconde una sorta di personale orrore con un thriller dai tratti davvero crudi.

Credo sia il suo libro più brutale.

Nelle descrizioni di infanzie violate, di un mondo effimero pieno di marcio nascosto sotto le luci brillanti della passerelle.

Di bambini costretti a crescere per soddisfare la sete di strane ambizioni dei genitori.

I protagonisti finiscono in un vortice di violenza che lascia i segni, divenendo piccole star, o solo comparse in un mondo di adulti irresponsabili, uccidono non solo la loro innocenza, o l’integrità di un anima che preservò spesso i nostri eroi ma anche noi stessi dal male.

Essi divengono fantocci che rappresentano i vizi di oggi, di questa società malata e li impersonano senza sapere che, i finali, possono essere assolutamente diversi, vari e strabilianti.

Non necessariamente devono soddisfare la sit com del degrado, dello share o dei voti.

Possono essere imperfetti e bellissimi.

Possono avere lentiggini, capelli crespi, denti storti senza che questo infici la loro meraviglia unica e indiscutibile: quella di essere umani, ricci di sfaccettature, di sogni e di emozioni.

Dietro il thriller quindi, si agita l’accusa di un mondo che, pur di andare per la sua strada anche se questo significa abbracciare l’abisso, sacrifica la sua parte migliore.

Perché i danni di un esempio pessimo, i conflitti irrisolti e le lacerazioni causate ai bambini nella nostra sfrenata corsa verso l’acme di ogni emozione, significa creare altri adulti completamente inadatti a salire sulla giostra della vita.

Significa creare ferite che quasi mai vengono curate con coraggio o con sentimenti opposti a quelli che le hanno procurate.

Significa dare ai ragazzi dei vuoti, da colmare con le peggiori nefandezze, sprecando il dono unico e inestimabile della vita.

Claire in questo libro è meravigliosa nella sua imperfezione come un contrasto per reginette algide e quasi vuote.

Lei con la sua rabbia, il suo dolore, le cicatrici anche visibili, il suo sarcasmo, e quel suo irriverente essere fuori dagli schemi, diviene il perno su cui, coloro che sono caduti nel vortice dell’orrore, possono aggrapparsi per risorgere.

In fondo, solo Claire con tutta la sua umanità anche scomoda, con i suoi urli, con la lacrime la sua chiusura è l’unica che può combattere con il serial killer.

Perché soffrendo e sputando sangue che sgorga dal cuore, diviene intoccabile dal male.

E allora ancora una volta sono le cose meno apparentemente belle a salvare.

E’ quel dolore che rende gli occhi gonfi, che rende i visi devastati, e l’amore che scompigli la perfette acconciature che rappresentano le uniche vere cose per cui lottare, rialzarsi e lottare ancora.

Ancora una volta è il dolore la vera unica bellezza e l’arma da impugnare per non soccombere di fronte agli orrori che sostano lungo la nostra strada.

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Recensione a cura di Alessandra Micheli

“Servizi e segreti” di Roberta Costantini, Scatole Parlanti editore. A cura di Francesca Giovannetti

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Peter Simmons non ha la vocazione della spia, ma la vita a volte prende direzioni che non ci saremmo mai immaginati.

Tra la Germania e la Francia, una spy story che tiene con il fiato sospeso fino a una conclusione inattesa.

Un romanzo conciso con un ritmo incalzante, dove l’azione lascia spazio anche alla descrizioni di splendidi panorami urbani.

Intrighi e segreti, un ambiente difficile per chi, come il protagonista, ha un animo pieno di ideali.

E il lettore alla fine dell’opera è portato a chiedersi quanti avvenimenti vengano risparmiati al cittadino comune, all’uomo “normale” che si alza ogni mattina per andare al lavoro, salendo su un mezzo pubblico, o al turista che si trova a visitare un museo.

Quale realtà parallela corre insieme a quella che ci è concesso vedere?

E soprattutto, come l’opera stessa suggerisce, quali ampi giochi di potere sono esercitati da “alti papaveri” mentre il soldato semplice porta avanti coraggiosamente la missione che gli viene affidata?

Certo, questo è “solo” un romanzo, ma mi ha lasciato dentro questa verosimile sensazione.

Il nodo del conflitto Oriente contro Occidente, Islam contro gli infedeli.

Protagonisti che incarnano i peggiori estremismi che portano solo morte e distruzione.

Ma la spirale delle esaltazioni religiose ha come soggetti gli uomini, biecamente trasformati in macchine che uccidono.

Si perde il senso stesso di umanità e sacralità della vita.

Le ambientazioni del libro sono curate e realistiche, i personaggi credibili.

Lo stile veloce e incalzante.

Un libro per gli amanti del genere ma anche per i neofiti che si affacciano per la prima volta nel variegato mondo del noir.

“Fughe e ritorni” di Anna Maria Castoldi e Miriam Donati, Scatole parlanti editore. A cura di Alessandra Micheli

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Mentre scrivo questa recensione, ho nelle cuffie la musica di Lucio Battisti.

E una canzone in particolare, forse meno blasonata, meno conosciuta ma che mi ha sempre procurato i brividi.

Anche per te

vorrei morire e io morir non so

anche per te

darei qualcosa che non ho.

E perché la rapporto a questo libro?

Perché un libro dovrebbe dare al lettore ciò che non ha.

O che questa società distratta tenta di toglierci.

E non penso solo alla fantasia, all’immaginazione ingabbiata dai sociale e dalle fretta.

Penso alla coscienza, alla consapevolezza e agli ideali.

Perché se non ci accorgiamo che, anche il mondo più incantato nasconde un po’ anzi molto marcio sotto il tappeto e se non impariamo a ascoltare e osservare, allora perdonatemi il termine siamo fottuti.

E penso che lo siamo davvero.

Cosi un libro dovrebbe morire per te lettore, affinché possa rinascere nella tua mente sotto forma di ideale.

Cosi come un bruco muore per rinascere farfalla.

Non a caso il mio adorato Vecchioni, paragona le idee a mille farfalle colorate che non intendono smettere di muovere le ali.

A cui le ali non vengono affatto strappate.

Fughe e ritorni è un adorabile giallo.

Piacevole e scorrevole.

Per tutti e per chi ama una Miss Marple svampita e intelligente, alla faccia dello stereotipo che vuole le vecchine adorabili dispensatrici di torte e di ricami.

Che palle insomma.

No.

Onorina è arguta, è sopratutto curiosa e sa osservare.

Non vedere.

Quello lo sappiamo fare tutti.

Ma entrare come una lama nell’interno del involucro che nasconde l’essenza delle cose.

Sopratutto, e qua parlo ai lettori più smaliziati, la sciura Marple conosce la vita.

Non quella tutti cuori fori e origami.

Quella che scorre tra gli angoli, dove in genere, convinti di non essere visti, i benpensanti nascondo la loro sporcizia.

Perché l’apparenza in un piccolo paese, in un quartiere, in un élite societaria è tutto.

Cosi un furto, o un suicidio nascondo molto di più del colpevole: nascondo il nostro vero volto.

Quello che si bea della sopraffazione e della perversione.

Quello che protegge i vizi e mia le virtù.

Quello intransigente, quella che fallisce ogni volta la sua prova con dio.

E forse la fallisce con se stesso.

Ecco che fughe e ritorni acquista una connotazione dolceamara nelle riflessioni sagge e forse ferite, di una donna che non ha paura di osservare la sua realtà.

Anche se questo significa togliersi gli occhialoni rosa a forma di cuori e iniziare a odorare il nauseabondo odore della colpa.

Perché Odorina la vita la ama.

E solo chi ama davvero la vita, non si fa fregare dalle lusinghe di quel potere tentacolare che tenta di chiuderci gli occhi.

E non lo fa con violenza ma con un ipnotica ninnananna, attutendo il dolore e dando a chi brama scappatoie per non vedersi mai davvero allo specchio.

Beneficenza per nascondere il vizio.

Coscienza di classe per non vedere dove il baratro ci chiama.

Pettegolezzi per non parlare mai davvero con la propria coscienza.

Ecco questo libro da a voi qualcosa che non avete: occhi aperti sul mondo.

E il coraggio di farsi infettare ma di prendere antibiotici in modo da esserne immuni dal male.

Perché chi vi dice di no, vi sta uccidendo dentro.

Brave le autrici, perché oltre che a un giallo, a una detective sotires in grado di far viaggiare la mente, sanno anche usare le spine delle rose e pungervi, fino a far si che quel sangue che inizia a scorrere formi il vostro personale scudo contro la banalità del male.

“L’anno senza estate” di Luce Loi, Triskell editore. A cura di Alessandra Micheli

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Ci sono accadimenti che segnano la vita dei protagonisti in maniera indelebile, ma che sfuggono alla storiografia ufficiale.

Eppure sono in quei ritagli di tempo, in quei funestati episodi che la natura umana si rivela e trasborda dai suoi confini fino ad invadere con la sua vischiosità anche la natura circostante.

Ci sono momenti passati quasi in sordina, troppo insignificanti rispetto ai grandi mutamenti epocali.

Eppure esistono e qualche coraggioso autore, o storico o semplice appassionato li riporta alla luce, contribuendo a completare un mosaico che, altrimenti ci appare lacunoso.

E’ cosi la storia.

Non solo grandi gesta, ma piccoli quasi insignificanti attimi, in cui il destino si compie rivelando sotto il tappeto dell’apparente immobilità, le radici non logiche delle nostre azioni.

In questo libro macrocosmo (i grandi eventi storici conosciuti da tutti) e il microcosmo (i piccoli gesti quotidiani) si incrociano, rivelando un interdipendenza essenziale per inquadrare un preciso fotogramma storico.

L’anno senza estate non è più, dunque, un titolo accattivante capace di focalizzare precisamente la tensione del thriller, ma riguarda il motivo per cui il thriller è nato.

I veri protagonisti divengono non tanto i personaggi, ben delineati e figli del loro sociale, ma i segreti, le omissioni, i vizi ( e poche virtù) che da sempre, purtroppo, caratterizzano quest’Italia abbandonata dal dio di turno.

Denaro, potere e brama inondando il paesaggio cosi tranquillo, cosi quotidiano di una coltre innevata color del sangue, quasi a sottolineare la malvagità che come un vulcano sotterraneo borbotta nelle regioni infere. Ecco che la maschera cade, rivelando una verità scomoda, ma che conosciamo bene tutti noi: sotto la serenità si cela il male.

E il male non è un demone ghignante, ma siamo noi, con le nostre ossessioni e la nostra ricerca dell’apparenza.

Per l’italiano medio l’apparenza è tutto.

E’ il modo per sentirsi migliori pur con la coscienza di nutrire una mostruosità aberrante.

E’ la consapevolezza che possiamo mostrare una facciata pulita, conservando intatti i vizi più oscuri.

E sapendo che la complicità del popolo o dei potenti, proteggerà la nostra farsa.

Eppure in quell’anno strano e straordinario, l’immobilità è interrotta da un nume naturale che decide di non tacere, di riversare sulla neve e riflesso negli occhi degli uomini la colpa sperando che, qualche anima coraggiosa raccolga la sfida, rivelando i segreti nascosti sotto il manto. Un manto sanguinolento, color rosso, un manto che urla con la forza di un vento sferzante e di un freddo che penetra nelle ossa, quel freddo di chi è rimasto, per un patto scellerato con gli inferi, senza coscienza.

E’ l’anno 1816.

Un anno importante per l’Europa, un anno di sconvolgimenti politico culturali, un anno di possibilità e di sogni appena sbocciati.

Un vento di rivoluzione ne che inonda anche un Italia abituata a chinar la testa.

E persino un sud reso schiavo dei potenti, legato all’ignoranza e la superstizione.

E quale miglior modo di sfruttare tale mentalità per quel dio beffardo se non di presentarsi in tutta la sua ruggente maestosità?

Nell’evento naturale, per nulla frutto di una maledizione arcana, sembra di udire la voce tonante del dio che si rivolge adirato di fronte all’ipocrisia di Giobbe.

Chi sei tu per infastidire con i tuoi piagnucolii il mio agire?

Chi siete voi, piccoli e fragili esseri, cosi arroganti da interferire con il mio sacro disegno?

E sullo sfondo si agita un umanità piccola, patetica, priva di ideali, dedita solo alla venerazione di Mammona.

Legata a rassicuranti stereotipi e pregiudizi, verso il popolo, la fonte della vera sovranità, verso la dignità dell’altro, considerato solo feccia, verso la donna, considerata un essere inferiore da guardare in modo compassionevole.

Eppure, sarà la donna, colei che dall’altro dei cieli, è stata relegata in un angolo sporco e ammuffito e arricchita di tutte le peggiori colpe.

Una donna che prende su di se il male del mondo e lo deve esorcizzare assurgendo al ruolo di Maddalena redente.

Da chi di colpa si è macchiato le mani.

Lo dimostra quella neve rossa come il sangue, cosi gelida come gelidi sono i cuori dei tanti protagonisti, come gelida è la mano dell’ingiustizia.

E cosi come nell’anno mille, reo di portare con se l’apocalisse, ossia la rivelazione di un sistema errato, il 1816 utilizzo un evento che noi conosciamo e che ignoriamo nella sua forza terrificante come monito per quella società chiusa e claustrofobica.

Dal 5 aprile 1815 ci fu l’eruzione del vulcano Tambora nell’isola di Sumbawa (indie olandesi l’attuale indonesia). Furono le condizioni climatice inusuali a causare questo spettacolare evento naturale vissuto come l’ira di dio sulla terra.

Fu quest’eruzione che diffuse grandi quantità di cenere vulcanica NEGLI STRATI superiori dell’atmosfera. E furono le aberrazioni climatiche a suggerire che ci si trovasse di fronte a una maledizione, la macchia causata da un gesto contro l’umanità.

Da troppi segreti incapaci di tacere.

Da troppe omissioni, da vizi indicibili.

E in un Europa che si stava lentamente riprendendo dalle guerre napoleoniche, cercando di portare tutto a uno status quo rassicurante, l’anno senza estate forse fu la resa dei conti.

Che fece comprendere come non si torna indietro.

E le idee seminate sbocciano.

Le idee seminate prima o poi eruttano e inondando il biancore dell’immobilismo con il colore amaranto del movimento.

E forse l’anno senza estate, celebrato nello spettacolare libro di Luce Loi, sarà monito per tutti noi.

Che continuano a tenere segrete le brutture.

Esse prima o poi risorgeranno.

E ci accuseranno di ogni malefatta, chiedendo semplicemente il risarcimento dei danni.

E forse mi piace pensare che ogni modifica climatica non sia altro che la voce tuonante di dio che ci rimprovera per i nostri sbagli.