“L’ombra del Duce” di Michele Rocchetta. A cura di Alessandra Micheli

 

L'ombra del duce- Michele Rocchetta

 

La storia è una delle materie più interessanti perché capaci di ispirarci la domanda per eccellenza, parola magica, incipit dei più grandi romanzi: e se?

Con questo semplice quesito Philip Dick ha dato vita a uno dei più spettacolari romanzi della storia, della letteratura, La svastica sul sole.

Immaginario onirico tutto dickiano che presuppone un diverso corso degli eventi: le forze dell’asse non vengono sconfitte ma trionfano, in pompa magna e l’America, il nostro salvatore, soccombe alla loro cupidigia divenendo divisa in due frazioni.

Grazie a questa visione alternativa della storia, si possono immettere in ogni libro significati, morali, ma anche echi di eticità variegate.

Tutte però soccombono di fronte alla capacità umana di fare dell’ideologia la basa su cui agire, innalzando il Sabato come divinità suprema a scapito di quella che, flebile, invocava l’essere umano come perno sui cui la creazione ruota e dovrebbe ruotare.

L’ombra del Duce risponde agli stessi quesiti, alle stesse para che oggi si agitano dentro di noi, a quella stessa, inquietante domanda che si rende conto come la nostra amata storia sia una strana congregazione di eventi uniti in modo inesatto e per nulla stabile, divisi da una enorme lacuna.

Ed è in questo vuoto che si incuneano e si insinuano dei significati e quasi dei portali dimensionali che possono dirigerci verso altre realtà.

Dove questi elementi da noi ignorati divengono fondamentali per cambiare il corso apparentemente lineare degli eventi.

Sono opere come quelle di Michele Rocchetta che ci pongono di fronte all’immensità e alla responsabilità delle scelte umane, alla loro forza capace di scatenare un vero e proprio effetto farfalla.

In questo scenario gli eventi non sono radicali come in Dick, ma ugualmente capaci di creare conseguenze non meno pericolose o globali della vittoria del pazzo con i baffetti.

Nell’ombra del Duce è l’operazione valchiria a vincere.

La conoscete tutti vero?

Ditemi di si…

Comunque a scanso di equivoci ve la racconto in breve.

Con il termine operazione valchiria si identifica l’attentato del 20 luglio del 1944 verso Adolf Hitler, portato avanti da alcuni politici e militari tedeschi della Wehrmacht. Ovviamente la nostra dimensione vide sfumare l’eroico atto di Claus Schenck von Stauffenberg protraendo la guerra fino, immagino lo sappiate, al settembre del 45.

Con il sommo intervento di un America che si pose come, non solo il libertador, ma il referente unico del nuovo corso politico di tanti paesi.

Fu il suo protagonismo a scatenare, poi, la reazione della Russia portandoci di filato a quella guerra fredda che tanto ha inciso sulla nostra politica.

Quale conseguenza, direte voi, avrebbe avuto la riuscita dell’operazione Valchiria?

Innanzitutto la fine della guerra, prima del previsto.

Uccidere il fulcro su cui nacque il secondo conflitto mondiale, in particolare poi all’interno della Wolfsschanze (il quartier generale del Fuher) significava eliminare del tutto l’aura di intoccabilità del nazismo.

Infatti, anche la morte cosi strana di Hitler causò la non completa dissoluzione della sua idea, che fu considerata ancora sacra e inviolabile.

Tanti furono le convinzioni dell’epoca, tanto da far nascere la convinzione che, in realtà il dittatore non si uccise davvero, ma scappò in Argentina, come tanti gerarchi, morendo di morte naturale.

Il problema della fine della seconda guerra mondiale fu proprio l’incapacità di demolirne il mito.

Diverso sarebbe stato se l’attentato avrebbe avuto successo: la dimostrazione che il mostro non era quel demone sovrannaturale, non era intoccabile e non era invincibile.

E poi un’altra conseguenza è perfettamente descritta da Rocchetta, nessuna dominazione angloamericana, e la divisione dell’Italia in due tronconi, una Repubblica dell’Alta Italia e nessun Regno del Sud.

Per i protagonisti del libro infatti, la nostra storia attuale è frutto di una autentica ucronia:

L’autore, un americano che si chiama Isaac Asimov, ipotizza che l’Operazione Valchiria non abbia avuto successo. Bernardi sorrise, – Cioè, questo Asimov, si chiede cosa sarebbe successo se l’attentato di von Stauffenberg fosse fallito? – Esattamente. – Ma è semplice: Hitler non sarebbe morto e la guerra sarebbe continuata per un pezzo. Forse per qualche anno. Alberto annuì, – Certamente. In particolare l’autore ipotizza una durata di altri sei o otto mesi, in Europa. Ma la cosa interessante è data dallo scenario immaginato per il mondo postbellico. Intanto, ipotizza che la guerra nel Pacifico sarebbe proseguita fino ai primi anni ‘50, con la completa distruzione dell’arcipelago giapponese, sotto i bombardamenti alleati. Ma la cosa singolare è che immagina l’Europa separata tra blocco Angloamericano e Sovietico. La Germania divisa in due, una parte filoamericana e una parte filosovietica. Con Berlino spaccata da un muro. – Come è successo a Tokyo nella realtà. Non ci vuole una grande fantasia! E l’Italia? – Unita. Nessuna Repubblica dell’Alta Italia e nessun Regno del Sud. Solo una Italia, alleata degli americani. – Impossibile! – Sbottò Bernardi, – L’esperienza delle lotta di liberazione non sarebbe potuta finire in cenere. E Mussolini? Alberto si irrigidì leggermente, sentendo nominare il suo ultimo obiettivo, – Mussolini? Secondo Asimov non sarebbe riuscito a fuggire e sarebbe stato ucciso da una formazione partigiana prima di attraversare il confine con la Svizzera.

Un Mussolini scappato in Svizzera che, ironicamente, prende il posto di Hitler rendendo il fascismo eterno.

E da questa intoccabilità dell’idea autoritaria ci saranno conseguenze molto interessanti, capaci di avvincere il lettore fino all’ultima pagina.

Oltre a essere un perfetto, anche commovente per la sua bellezza, esempio di ucronia, il testo ci pone davanti alcune domande: è proprio nel DNA umano il non riuscire a godere dei frutti della libertà e mettere a repentaglio ogni possibile conquista?

Con l’operazione Valchiria annientiamo il nazismo, diamo respiro all’Italia e la restituiamo agli interessi del popolo e non di politici e di altri soggetti (quelli che ancora oggi la storia rifiuta, ossia mafia e delinquenza organizzata) ma al tempo stesso, danno l’avvio a altre conseguenze che mirano a conquistare l’Italia liberata e a porre l’interesse personale al di sopra dell’ideale. E’ davvero questo l’animo umano?

C’è davvero una sorta di istinto primordiale ancestrale che ci conduce verso il disastro?

Io non ho riposte.

Però credo che la vera ucronia possa, se non fornirci certezze, mettere il nostro cervello nell’ottica giusta, dirigendosi verso l’arte del porre domande.

Perché è nel porle che esiste la vera libertà e l’unica autentica possibilità di redenzione.

Dal canto mio resto con le parole meravigliose di un libro egregio, fisse negli occhi, con il ritmo di una trama che non stanca mai ma che si legge e si rilegge. E ringrazio dio per portarmi, su questo arduo cammino verso la scoperta di piccole ma immense perle letterarie, di avermi fatto incrociare l’esperienza di Michele Rocchetta.

Adesso tocca a voi farvi abbagliare dalla sua bravura.

“No res. La minoranza” di Lilian B. V. Roses, Altromondo editore. A cura di Alessandra Micheli

No Res. La minoranza- Lilian BV Roses

 

No res è un libro inquietante.

Non solo perché è un post apocalittico ma per i temi trattati che sono sconvolgentemente attuali.

Uno scenario classico eppure reso più pesante dalla sua futuristica attualità: l’inquinamento proposto non è cosi fantascientifico ma sta diventando, oggi, una profezia ravvicinata.

Il nostro continuare a irridere il dio eco ci mette in una posizione delicata, troppo delicata e tendente alla discesa verso l’abisso.

E da quel punto non so se la razza umana possa mai recuperare o rinascere.

È tutto una possibilità, una tendenza in nuance e dipenderà dall’atteggiamento che l’umo stesso prenderà; se lascerà da parte la stolta arroganza per iniziare a chiedere scusa a quel dio che non si può beffare, come direbbe il mio amato Gregory Bateson.

Ma non è solo quello che ha fatto ticchettare in modo convulso il mio cuore, ma la presenza di un virus letale, altamente invasivo capace di contagiare, allenandosi con il catastrofico clima, ogni essere vivente.

Nel tempo del corona virus è impossibile non sussultare sulla poltrona, tra i comodi cuscini e non guardare all’esterno in questo tempo che sembra ricalcare i terrori dell’anno mille.

Ci troviamo di fronte a una delle peggiori epidemie del secolo nuovo con una capacità tecnologica e mentale quasi ignorata di fronte al rassicurante rifugio dell’irrazionalità

E tempi di siffatta specie possono provocare sia alti gradi di tempra civili portando alla giusta reazione contro un sistema che ha dimostrato la sua incapacità a proteggere l’uomo garantendogli la strada spianata verso l’evoluzione e quel traguardo così lontano, forse fatto di luce e stelle di dimensioni solo immaginate ma così presenti nella nostra arcaica memoria.

Poi ci sono le irrazionalità orribili come il razzismo, la violenza e la pazzia che portano alla strenua ricerca dell’untore, alla speranza che tutto possa tornare nell’ordinaria quotidianità rasserenata del consueto di fronte al fatale rogo dell’immondo e crudele demone.

Colui che porta la nuova peste tra noi, colui che è diabolicamente alleato del peggior satana della storia, cosi arrabbiato per la mancanza di nuovi Faust da divorare.

E cosi caccia al diverso, caccia alla possibile causa prima di contagio, caccia a un uomo spersonalizzato del suo essere umano e diventato perciò oggetto o peggio nemico.

E poi ci saranno, perché la natura è cosi, coloro che dentro di sè hanno la memoria genetica capace di reagire al virus più letale.

Perché l’arcano mistero del perché alcuni riescano a sopravvivere e a combattere le infezioni peggiori è studio anche di oggi, con il corona virus.

C’è qualcosa nel DNA umano che ci sfugge, che non possiamo o non riusciamo a capire e per molti si ritrova nella famigerata particolarità di un Dna chiamato spazzatura, di cui non si conosce né l’utilità né si riescono a decifrare i misteriosi messaggi.

Del resto nulla nel corpo umano cosi meraviglioso e matematico, è davvero senza senso.

Siamo noi a dover lottare per capire…

Comunque sia ci sono soggetti, anzi persone particolari, dotate di una potenzialità speciale che divengono la speranza del genere umano, che divengono esempi di come il nostro organismo si adatti, apprenda e impari.

Essi sono i no res.

Capite quanto siano preda di istinti scientifici che ben presto si separano dall’etica e divengono anch’essa belve assetate di potere.

E cosi nel libro si battono i vari protagonisti vittime, carnefici, ribelli, speranza per un futuro che ci sfugge di mano, come la sabbia che tentiamo invano di stringere in un pugno chiuso.

Un libro con un attualità che riesce però a riunire in sé persino leggende e miti spesso ignorati da noi amanti del razionale.

Ma che oggi bussano alla porta facendoci chiedere se davvero questo mondo è come lo abbiamo immaginato, tutto calcolo, struttura e regole. O se fuori da questi limiti esista davvero l’unico elemento che possa mai salvarci dal disastro: la capacità in fondo di essere davvero parti del soffio di dio.

Se non sia in quell’atto ribelle che si celi il segreto per la sopravvivenza umana.

Davvero un libro da divorare, da leggere e rileggere.

Forse una speranza dataci da quel beffardo dio, così a volte antipatico, cosi incomprensibile, ma così ricco di amore.

Da renderci così simili a lui da trattarci non più come bambini ma come adulti responsabili.

 

“La zona extramondo” di Riccardo Pietrani. A cura di Alessandra Micheli

la zona extyramondo

 

Qual’è stato da sempre il sogno proibito degli uomini?

E’ simboleggiato nella meravigliosa leggenda di Icaro.

Deciso a superare i propri limiti umani, a sfiorare il cielo cosi distante e immenso, tanto da costruirsi ali di cera e avvicinarsi pericolosamente al sole.

Ali ragazzi miei.

Sono i migliori simboli dello spirito incorruttibile che sostiene questa modesta forma umana.

Ali non solo per un volo capace di sfiorare le leggi dell’aerodinamica, ma semplicemente per essere divinità, capaci di abbracciare e non di bruciarsi con il sole, re e padrone della nostra terra.

E cosi via, fino ai migliori percorsi esoterici.

Quelli che apparentemente volevano ricreare l’oro, la vil pecunia, ma che ambivano a trasformare il proprio io in qualcosa di più eterno.

Incorruttibile.

E cosi il percorso gnostico, che desiderava farci sedere sul trono nelll’Enneade egizia.

Tanti ,troppi tentativi di diventare noi stessi dio.

Troppi per mostrarci cosi potenti da usare qualcosa che sappiamo essere dentro di noi, per comandare, nominare il mondo che ci circonda.

O per trascenderlo in favore di una favola che risuona sulla nostra pelle, nel nostro DNA.

Anche dentro questa misteriosa spirale, noi abbiamo un luogo oscuro, un energia paragonabile alla materia oscura dell’universo, che derisoriamente chiamiamo DNA spazzatura.

Proprio perché non sappiamo svelarne gli arcani misteri, perché non possiamo, o non siamo degni di farlo vibrare, di usare la giusta chiave per aprire la porta celata ai più.

Dentro quella spirale oggi cosi importante, ci cela un intero mondo, una dimensione che spesso si apre nei sogni, nelle visioni e nelle allucinazioni.

Una dimensione che vive dentro tanti racconti che echeggiano nella nostra mente stanca di tutto questo banale affannarsi, di questo formicolante consesso fattosi massa, alla ricerca della propria tana.

In quei racconti, Atlantide, Mu, Agartha, il regno di padre Gianni, si celano tutte le risposte alle nostra domande: chi siamo, dove andiamo e soprattutto cosa possiamo essere?

Noi nati da un frammento di fango impastato con una saliva divina, nati dal soffio di un creature che beffardo ci ha creato a sua immagine e somiglianza e che geloso di questo nostro ibrido essere ci ha relegato fori dal nostro vero mondo.

Noi scintille di pensiero imprigionate da qualche entità arcontica in un corpo che ci rende sofferenti e privi della nostra eredità.

Noi miseri, crudeli, assurdamente egoisti, ma fatti più alti di angeli e coronati di gloria e stelle.

Noi con la prova peggiore che un padre può dare al figlio: dimostrami di credere, dimostrami di meritarti l’eden, o la dimensione spirituale.

Dimostrami di poter tornare a casa, ma di farlo dopo aver imparato dal viaggio.

Noi che viviamo una realtà ma sappiamo come essa sia fallace.

Noi convinti che l’extramondo esiste, ma costretti per quieto vivere e per smorzare il doloroso canto, lo abbiamo relegato in un cassetto della memoria, convinti che conti solo la materia, conti solo questua struttura.

Noi che non riusciamo a ascoltare le voci che ci invitano a raggiungerle dietro il velo, dietro le stringhe di un tempo che non sarà mai davvero lineare.

In quei profondi anfratti tra i mondi che non sono altro che dimensioni contingenti, in quei solchi che creano i passaggi, noi abbiamo investito spesso ogni nostro desiderio, ogni nostra esigenza, ogni nostro tentativo di vincere sulla catena che ci tiene ancorati a terra.

Ma abbiamo smesso di osservare i limiti del cielo, superabili solo da chi, si cosparge il capo di cenere e rinnega il suo essere umano.

Il libro di Pietrani in fondo ci avverte: chi desidera rinascere nello spirito deve semplicemente lasciarsi dietro tutto, persino il mondo che lo ha nutrito, fatto crescere e educato.

Per tornare nell’eden dobbiamo mangiare il frutto della conoscenza, appartenergli e lasciare che il mondo umano esploda e smetta di esistere.

E allora il miracolo del finale si aprirà ai nostri occhi: un mondo di eterna meravigliosa beatitudine.

Ma è davvero possibile per noi oltrepassare ora i confini del corpo?

Non credo.

Perché dentro di noi accanto la DNA spazzatura che è la sostanza di cui è fatto dio, esiste un virus che ci corrompe, dal quale dobbiamo sfuggire: la violenza.

E’ la risata del demiurgo geloso di dio che ci risuona nella mente.

E finché non l’azzittiremo del tutto, l’eden ci sarà precluso.

Ed è questo il senso del testo.

Noi uomini siamo messi di fronte a una prova: scegliere di essere dei virus che ammalano la terra dove dobbiamo esercitare il LIBERO arbitrio, o provare a debellarlo questo virus, fino alla fine di quell’ardua prova.

Un libro di incanto e di disperazione.

Un libro dove la redenzione non è cosi facile da individuare.

La redenzione è qualcosa che si conquista solo sacrificando una parte del se, quella a cui siamo affezionati e che consideriamo la nostra forza: la curiosità.

Ma la curiosità senza compassione, senza amore e quindi sacrificio non porterà mai a nulla di buono.

Allora l’extramondo dovrà essere celato da una nebbia fitta, che solo i saggi, o i folli o gli artisti sapranno attraversare.

Pietrani è uno di loro.

Lasciate che vi accompagni attraverso il velo e vi faccia scoprire di cosa siete capaci, nel bene e nel male.

E poi vi lasceremo scegliere.

Scegliete con saggezza.

“2025. Sopravvissuti” di Mario Izzi, Nhope editore. A cura di Alessandra Micheli

Sopravvissuti- Mario Izzi

Di libri sui rischi di questa nostra umanità tronfia e convinta della giustezza delle sue posizioni, ce ne sono a iosa.

Apocalittici, distopici, catastrofici, mettono tutti noi in allerta denunciando l’abisso verso il quale stiamo allegramente scendendo.
Cosi incapaci di rinunciare a un sistema sociale e politico che oramai fa acqua e fuoco da tutte le parti.

Allora la mia domanda è perché leggere un ennesimo apocalittico?

Un altro racconto di come un umanità si autodistrugge perché incapace di prendere coscienza di se stessi e dei propri errori?

Benissimo.

Abbiamo capito che continuando su questa strada il risultato è la catastrofe.

Anche se non vi vedo, ragazzi miei, cosi sicuri che l’abisso ci attende trionfante, neanche quando per darvi un tono partecipate alle marce per Friday for the future.

Mi sembra l’ennesimo cocktail per darsi il tono di ribelli pur continuando a produrre scorie.

Perché evitare il declino raccontato da Izzi non basta la protesta, bisogna cambiare TOTALMENTE il nostro pensiero, le nostre ideologie e quindi il nostro vivere quotidiano.

Un vivere che, non mi stancherò mai di ripeterlo, è determinato dalla nostra percezione del reale e finché crederemo nel sistema del conflitto e della contrapposizione, il futuro e il domani appariranno sempre più illusori e sempre più improntati verso il disastro.

Però il lavoro che lo scrittore deve portare avanti è stato fatto: vi hanno avvertito e mostrato le possibili nefaste conseguenze dello scellerato agire.

Quindi, mi direte voi, il libro di Izzi è un ennesimo racconto delle possibilità future?

No.

Izzi in questo libro, sopravvissuti, vi pone di fronte a un altro dilemma, il mio e spero il vostro: cosa rende l’Umanità cosi speciale da essere celebrata persino nei canti biblici?

Siamo una specie che tende a distruggersi, tende alla sopraffazione, alla distruzione compulsiva dei doni elargiti da una divinità distante e remota, in capace di utilizzare i propri talenti per creare un futuro.

Siamo piuttosto dediti all’auto-glorificazione del se, all’ossessione per il domino e per l’apparenza, alla volontà di dimostrare il nostro valore in una battaglia costante molto donchisciottesca contro mulini a vento.

Mentre noi rischiamo l’estinzione, la terra va avanti, gli alberi continuano a crescere, i germogli a sbocciare e gli animali, felici di essersi tolti la rottura di palle rappresentata dallo stupido umano, continuano a evolversi e vivere.

Eppure, questo imperfetto essere, abbandonato persino da dio, sopravvive.

In un modo discutibile ma sopravvive.

Noi siamo li, arrabbiati, intristiti, terrorizzati e quasi rassegnati all’orrore. Eppure..

Izzi a differenza di tanti apocalittici ci pone davanti non solo la distruzione, i pericoli, l’orrore ma anche la speranza.

Già dal titolo.

Sopravvissuti, coloro che in barda alle aspettative di divinità assenti riescono a non soccombere.

Anche nelle difficoltà in una violenza appoggiata dal disordine l’umanità si aggrappa con unghie e con i denti alla vita.

E cosi alcuni comprendono il valore dell’esperienza traumatica appena vissuta, comprendendo come l’unica vera speranza di restare in gioco nel grande cerchio dell’esistenza è la collaborazione.

I sopravvissuti del 2025 si uniscono, superando sfiducia, differenze, dolori passati, e terrori.

Capiscono il valore dell’unione e tentano, nonostante innumerevoli cadute di proporre un sistema di vita diverso.

In questo libro vediamo ogni organizzazione umana fallire miseramente: l’autoritarismo delle sette, le formazioni paramilitari, l’isolamento, la rassegnazione a partecipare a agglomerati inumani pur di sopravvivere e trascinare corpi morti lungo gli anni che ci restano.

Falliscono miseramente, vengono spazzate via da se stesse.

L’unica utopia che diviene reale è quella raccontata da Tommaso Moro: una comunità con forti legami basati sia sull’emotività sia sulla logica portata avanti da Menenio Agrippa: la capacità di rendersi organismo e di cooperare perché questo viva nel miglior modo possibile, in salute e nella possibile ricerca della felicità.

Sopravvissuti cosi diventa non tanto un apocalittico.

La desertificazione dovuta alla crisi esiste ed è la molla che fa scattare la presa di coscienza che oggi ci sfugge: la necessità di sostituire il sistema della sopraffazione con uno più equo, capace di unione, di sostegno, di aiuto reciproco.

E’ solo la coscienza che, in fondo, la crisi è nata quando abbiamo disgiunto l’indivisibile ossia gli uomini considerati parti autosufficienti di un organismo interconnesso che è iniziato il disastro.

Allora sopravvivere significa darsi una chance e la chance è solo nella volontà di provare a dare la corso della storia una direzione totalmente innovativa e nuova: invece di farci la guerra, pensate, possiamo prosperare grazie al mutuo soccorso.

Grazie alla creazione di comunità che collaborano, grazie alla volontà di ciascuno di farsi elemento per creare un mosaico bellissimo, magari imperfetto, ma ugualmente spettacolare .

” I sei cloni” di Mur Lafferty, Fanucci editore. A cura di Alessandra Micheli

I sei cloni-Mur Lafferty.jpg

Dopo tanto bramare, finalmente ho potuto stringere tra le mani un meraviglioso fantascientifico.

E questo già mi rendeva estremamente grata alla musa, che con i suoi raggi mi ha illuminato.

Mettiamoci poi che, al suo interno occhieggia lieto un tocco di giallo e di noir, e immaginate la mia gioia.

Purtroppo, il testo è arrivato alla sua conclusione troppo presto, nonostante lo ammetto e chiedo venia alla paziente casa editrice, io lo abbia davvero centellinato.

Ho amato ogni pagina, ho letto con calma e gusto ogni parole e ogni evento l’ho impresso a fuoco nella mia memoria.

Una nave spaziale, che porta in salvo una conquista/maledizione. A bordo contiene un equipaggio abbastanza caratteristico, diciamo non i soliti personaggi edulcorati,ma ex criminali che tentano non solo di ripulire la propria fedina penale e redimersi, ma anche pregni della speranza, caratteristica dei “caduti” di abbracciare nuove opportunità di redenzione.

In fondo, anche se le epoche passano, anche se gli eoni si susseguono, se la terra nostra odiata madre, decade, l’uomo resta sempre lo stesso: fermamente ancorato alle sue retoriche idee, agli stereotipi e all’abitudine alla parola confine.

Basta un etichetta e la maschera che si indossa ogni tanto, diviene cosi appiccicosa da sembrare una seconda pelle.

Ecco il criminale tipo. Qualcuno che cavalca l’onda del dissenso, che usa i vuoti normativi e etici per asservirli ai suoi bisogni.

E quale miglior vuoto della scoperta più contraddittoria della post modernità?

La clonazione.

Per voi giovani può essere un concetto oramai sdoganato, che però ha ancora dentro di se, nelle profondità del baule significato, una sua musicalità dissonante e stridente.

Non scordo quell’anno spartiacque, tra la vecchia concezione razionale e quella più avventuristica: il 2003. Era l’anno dell’orrore e della fascinazione scientifica, l’anno della battutaccia e sopratutto di uno strisciante terrore: la clonazione del primo essere vivente. La famosa pecora Dolly su cui ci siamo fatti tante grasse risate, capaci di esorcizzare quel latente senso di disagio, è stato una soglia oscura da superare. Era la prova stevensoniana del superamento del confine tra noi e dio, della violenza verso il rassicurante ordine cosmico da sempre protetto da ogni civiltà e da ogni religione.

Ecco che una mano estranea si permetteva di agire sul mosaico armonico della creazione: un pezzo spostato di la, un frammento tolto di qua e il disegno totalmente mutato.

La manipolazione genetica e quindi la possibilità di replicare la struttura base del DNA, apriva la porta alla fantascienza: potevamo quindi non solo evitare il cosiddetto flusso naturale dell’esistenza, quindi anche l’accoppiamento, ma persino evitare malattie genetiche, operare cambiamenti del nostro corredo genetico, e creare dal nulla esseri senzienti.

E cosi Lafferty nel suo libro, durante la narrazione di un orrendo omicidio si spinge oltre: qua non ci sono solo cloni.

Esistono persone in grado di sfidare addirittura la morte.

Basta conservare la propria mappa mentale per morire e rinascere non in senso metaforico.

Prima allora, di allora, si potevano far nascere bambini geneticamente identici, tuttavia sarebbero cresciuti plasmati dal diverso impatto che l’influenza ambientale avrebbe avuto su di loro. Ma poi arrivarono a mappare la mente, non più semplicemente il dna

Addirittura i concetti base dell’esoterismo qua trovano applicazione pratica. Non più mito, quindi ,ma possibilità reale. Ecco che nel leggere questo inquietante ritratto della potenzialità scientifica uno strano brivido ci percorre: davvero il nostro destino è diventare Dio?

E quali sono i limiti morali di questo uomo divenuto demiurgo?

Si è portati a pensare che, in realtà, tutto ciò che si racconta nel libro sia aberrazione. Modifiche strutturali non solo per la sconfitta di atroci malformazioni e malattie devastanti.

Ma anche la volontà di creare un uomo secondo i nostri più reconditi desideri. Inquietante è a tal senso il racconto della storia di una dei protagonisti, Maria. Che incontrando una donna sofferente, distrutta e quasi rassegnata alla sorte, riceve la richiesta non solo di salvare il suo uomo dalla decadenza fisica, ma anche cambiare in modo radicale la sua personalità. In fondo, chi di noi non sogna un compagno capace di amarci come il nostro cuore desidera e di abbracciare con rispetto e delicatezza la nostra fragile anima?

E allora l’esperienza umana viene quasi sacrificata in nome del nostro bisogno a controllare e a reagire in una lotta constante contro dio.

Il clone non è più il risultato di evoluzione e di esperienze formative: è il prodotto sperimentale del nostro ribellarci all’energia supreme, quella che ha deciso di plasmare tutto questo teatrino.

La dissidenza etica è quindi alle porta.

Leggendo Lafferty sarebbe quasi spontaneo dire no a questa nuova frontiera tecno-scientifica.

No ai cloni, no all’eternità strappata alla mitologia.

Ma… In fondo non siamo da sempre in lotta con dio?

Non siamo da sempre alla ricerca di un confronto per esser da lui benedetti e rinominati?

Noi aborriamo la clonazione è vero.

Ma ascoltate attentamente queste parole:

giocare a fare a fare dio. Wolfang noi giochiamo a fare dio quando la gente crede di poter determinare il genere del nascituro facendo sesso in una certa posizione. Giochiamo a fare dio quando abbiamo inventato il controllo delle nascite, l’amniocentesi, il taglio cesareo, quando abbiamo perfezionato la medicina e la chirurgia moderna. Volare è giocare a fare Dio. Sconfiggere il cancro è giocare a fare dio. Qualsiasi cosa facciamo per modificare le nostre vite in un modo che non è quello in cui siamo nati è giocare a fare dio.

Forse ha ragione Mur.

E’ nel nostro Dna inscritta la sindrome di giacobbe, quella voglia irrefrenabile di rubare il fuoco agli dei.

Di volare come Icaro, di andare sempre un po’ oltre il confine della nostra umanità. E’ insito dentro di noi voler tornare in quella dimensione che si sfugge e che riappare sotto forma di arte, scrittura, sogni e visioni.

Forse siamo un po’ tutti cosi ribelli, cosi folli e cosi decisi a andare oltre i mostri limiti.

Non credo che sia questo desiderio a creare disastri.

Credo che non sia la clonazione sbagliata.

In fondo in un ottica fantascientifica non siamo stati creati da un gene di dio?

Lo sbaglio è quando questo sogno viene manipolato da emozioni che nulla hanno da spartire con la curiosità, la voglia di crescere e il senso di meraviglia. L’orrore è nella vendetta, nelle rivendicazioni, nel senso di superiorità, emozioni che rendono la nave Dormire il luogo di disastro.

Eppure è in quel disastro che si cela il seme della rinascita…

“Percussor. I Delitti del reame pisano” di Marco Bertoli, NEPSedizioni. A cura di Alessandra Micheli

percussor

 

Non so se tutti voi sapete che una delle mie passioni, oltre la lettura di horror e di gialli è quella per la storia.

Gli eventi cosi complessi spesso concatenati tra loro, forieri di conseguenze sociali ed economiche, mi hanno sempre affascinata.

Per me la storia segue un andamento affatto lineare, ma piuttosto una sorta di spirale che, quindi, può innalzarsi sia verso l’alto che verso il basso.

Questo comporta che in realtà accadimenti, fatti, prospettive e decisioni, si possano ripetere in modi sempre differenti all’uomo protagonista di questo viaggio, con la possibilità costante di effettuare, di volta in volta, scelte diverse.

Ecco il senso dei corsi e ricorsi storici di Gianbattista Vico.

E’ la possibilità collegata al creativo talento umano, di superare le soglie della nostra avventatezza, delle nostre ossessioni proponendo decisioni diverse capaci, quindi, di creare scenari differenti e insegnamenti difformi.

Il concetto di ricorso storico ha quindi una valenza pedagogica; è l’intento di qualche arcana energia di insegnarci a vivere, di insegnarci la strada verso la consapevolezza dei nostri talenti e di mostrare anche la parte più oscura di noi stessi nella speranza che, una volta compresa, accettata e analizzata, possa essere superata e purificata.

La storia cosi considerata, non è affatto un insieme di fatti, seppur coerenti, totalmente slegati dall’uomo; non è una provvidenza o un elezione che ci tocca e ci sfiora.

E’ piuttosto il palcoscenico laddove l’attore tenta, a volte senza speranza, di proporre una recitazione sempre più realistica, in cui possa finalmente emergere la verità dell’uomo.

E divenire quindi reale.

Fino a che non prendiamo coscienza del nostro essere protagonisti, la recita diviene artificio, illusorietà transitoria e una grottesca commedia dell’arte portata avanti da “sempliciotti”.

Da questa considerazione strana e forse “mistica” della storia ne consegue un fatto determinante per la letteratura mondiale: i corsi e ricorsi storici, ponendo di fronte sempre nuovi bivi, diventando sempre più simili a un libro game dove un dado lanciato nell’etere può decidere la nostra sorte, spiana la strada a una domanda annosa e foriera di interessanti spunti di riflessione: cosa sarebbe successo se?

La possibilità di immaginare una deviazione temporale alternativa è causata dalla concezione elastica appunto degli avvenimenti e del destino che, non è fissato con uno scalpello sulla pietra, ma è scritto da una matita che noi possiamo cancellare.

E per questo il nostro bravissimo menestrello (inizierò a chiamare ogni talento con questo nobile appellativo) elabora una realtà creata, appunto, da scelte diverse e che quindi, non è affatto alternativa, ma possibilità reale.

Due sono le linee temporali evidenziate.

La prima riguarda un contesto politico sociale diverso da quello che noi studiamo sui libri di storia: un diverso finale per la battaglia della Meloria.

Come dite?

Non la conoscete?

E cosa ci sto a fare io mio adorabile lettore?

Non solo per allietare queste fredde giornate ma, nel mio piccolo per erudirti!

La battaglia suddetta, da quel nome cosi evocativo fu una storica, nel senso di grandiosa e importante, battaglia navale che coinvolse la Repubblica di Genova e quella repubblica marinara di Pisa. Tutto avvenne nel remoto agosto del 1284 alle coste del porto pisano.

E perché è cosi storica?

Perché cotale battaglia indebolì di molto la nobile flotta pisana dando inizio, udite udite, al declino della sua potenza, durante tutto il medioevo. Questo declino non causò direttamente la decadenza della repubblica ma ne minò le fondamenta, facendo in modo che, le conseguenze più nefaste, poterono sbocciare un secolo dopo, con il fetido tradimento di un certo Giovanni Gambacorta.

Ecco che una semplice disfida dalle conseguenze non proprio brillanti, diede l’avvio a una seria di eventi decisero, in un secondo tempo, di un popolo.

E’ il cosiddetto effetto farfalla.

E questo è il primo interessante insegnamento da ricordare: anche il più picoclo, inutile, miserevole evento, può creare uragani devastanti.

E cosi Pisa, indebolita nella reputazione inizia la sua lenta decadenza che la porta nel 1406 a essere assoggettata alla potenza di Firenze.

E fin qua ci muoviamo nel terreno impervio ma conosciuto dei fatti storici.

Il nostro Bertoli però, immagina un altro sfondo foriero di ulteriori cambiamenti sociali e politici: ossia che tale famosa battaglia riusci a onorare la meraviglia di Pisa e portandola a fondare un vero e proprio reame pisano retto dalla dinastia dei della Gherardesca.

E questa dimostrazione di forza avrebbe sortito un effetto farfalla al contrario: è Pisa a assoggettare la nostra Firenze governata dai mitici Medici.

Ecco che, il reame cosi raccontato, ha l’alone della forza indomita del mito.

Cosi come la Battaglia di Lepanto fu utilizzata per fini propagandistici, cosi la battaglia della Melora unisce il reame sotto l’egida del potere navale che rende Pisa regina dei mari a scapito della sua antagonista Genova.

E sapete qual’è la conseguenza sociale di un tale sicumero orgoglio?

Che non si teme più l’ignoto.

Un regno cosi forte, che ci vanta di una superiorità militare, è pronto si a cacciare ogni insidia nemica ma quella esterna, non interna.

Un popolo assoggettato a un mito si compatta e si rivolge infuriato a chi, quel mito tanta di demolirlo.

E’ una sottile ma importante conseguenza.

Il popolo che si riconosce nella forza della bandiera, non ha bisogno di nemici interni per ricompattarsi, non si lacera internamente, ma sostiene il reame ostentando la sicurezza del vincitore. E sottomettendo le sue personali libertà in favore di tale orgoglio “nazionale”.

Un popolo che, a causa delle condizioni economiche non floride, rose dalla costante perdita di consenso e di lettiggitimatà del potere, vanno riportati all’ovile usando la formidabile arma del dissenso internmo; ogni alleanza per la rivendicazione dei diritti, è stracciata dall’idea che, un corpo pernicioso cresce nel suo interno.

Zitti tutti e palla al centro.

E’ la spavalderia che permette al nostro regno di non demonizzare per nulla le forza arcane, ma anzi a usarle a proprio vantaggio.

Pisa o meglio il nostro reame pisano non disdegna per nulla la magia. Anzi assoggetta anch’essa in nome della conservazione di questo stato forte, sicuro e concentrato sulla meta: risplendere nella sua fulgida bellezza.

Ora, mi direte voi virgulti curiosi, ma la magia nel seicento era bollata come eretica!

Si e no.

Caria adorabili miei lettori, la verità è che, nel contesto del cattolicesimo, persino della controriforma furono due la concezioni della magia: una approvata dalla chiesa e messa al servizio dell’onnipotente, e una rifiutata come satanica.

E ovviamente la definizione di alta e bassa magia, dipendeva da un solo incredibile fatto: il ceto sociale.

La chiesa, infatti, durante tutto il 500 e il 600 si interessò di magia.

O meglio si interessarono le alte personalità di intellettuali cattolici, i nobili e le gerarchie ecclesiastiche di alta magia, contrapposta a quella popolare e dei settori considerati inferiori.

Un esempio?

Athanasius Kircher. Un gesuita.

Michelangelo Lanci. Diacono e prete.

Alessandro VII. Papa.

Giordano Bruno (nonostante la sua pessima fine) fu un domenicano.

Nonostante taluni veti sulla conoscenza (come si dimostra nella storia di Bruno) lo studio dell’ars proibita era accettata dai vertici del vaticano purchè restasse entro le rassicuranti mura delle sua dottrina, che essa non fosse diffusa a tutti, e non fosse usata come riconsiderazione dei ruoli sociali e come contestazione della stratificazione sociale.

Quindi restasse soltanto un mero diletto intellettuale.

Qualora lo studio esoterico potesse essere considerato mezzo per contestare la gerarchia sociale ( si pensi allo gnosticismo che demoliva l’idea di infallibilità papale e metteva in discussione il ruolo della confessione), beh allora doveva esser taciuta.

Pertanto, l’idea che la magia fosse accettata, non è affatto una fantasia. Solo che era tollerata dentro le mura del regno vaticano.

Trasportare tale regno, florido, sicuro, unito, compatto nel reame pisano è il solo unico volo pindarico di Bertoli.

Un regno che non temeva nulla poiché aveva dato prova e sfoggio della sua potenza.

E che però viene costantemente mincciato da cospirazioni, vendette, odi e tentativi di rovesciamento regio.

Ovviamente la ribellione era confinata nei ristretti lidi dei ceti alti.

Mai, mai dalla popolazione, sempre, sempre arrivata dall’elite al potere. Che un giorno si svegliava bella convinta di dover cambiare le carte del gioco.

Apparentemente.

O meglio cambiare il suonatore. Mai la musica.

Ecco che Percurssor inizia questa sua narrazione, raccontando, in fondo, ciò che ancora succede oggi: cambi di poltrone, omicidi di stato, duelli tra fazioni,, tutto a scapito dello spettatore medio.

Che anzi è marionetta nelle mani del potente.

Precurssor diviene, quindi, più di un libro di semplice evasione: è una narrazione romanzata sull’essenza della conoscenza storia, ossia la teoria dei ricorsi storici e narrazione del contrasto eterno tra potenti che litigano, che ci combattono, osservati da una popolazione che li osserva ma che resta sempre relegata agli angoli.

E sono contrasti osservati come fenomeni arcani, con riverenza, curiosità e meraviglia ma consci che sono troppo lontani da un vivere quotidiano abbellito da stenti e tentativi di sopravvivenza.

Il popolino è il pubblico che assiste allo spettacolo, capace di fissare il dito e mai la luna che lo stesso indica.

I miei complimenti a Bertoli per aver creato non solo una perfetta ucronia, ma anche per aver colto perfettamente quel senso si sconfitta di un popolo reso, costantemente e volontariamente, una massa disperata, che emerge lieve dal dal forte grido, tra le pieghe di un romanzo indimenticabile.


“Project digito anima” di Marco Chiaravalle. A cura di Alessandra Micheli

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Come sempre quando mi trovo a recensire un libro dalla fulgida bellezza, capace di eruttare dalle pagine, senza trattenersi, lanciando lapilli di puro incanto capaci di folgorare l’anima, fino a marchiarla a fuoco, mi mancano le parole.

In fondo, il senso di meraviglia non riesce e non può essere contenuto nei ristretti confini del concetto.

Cosi come non si può racchiudere il libro di Chiaravalle in una recensione.

Esso appartiene al regno incantato del mito, al paradiso dove vivono le favole, i giochi e in non sense, luogo delle mie errabonde fughe.

In quella onirica dimensione tutto coesiste pur essendo il contrario di tutto, trovano proprio li in quei prati dai colori bizzarri la propria collocazione e il proprio significato.

Luogo di rifugio dei sognatori, dei dissidente, dei ribelli, di coloro che hanno la capacità di guardare oltre i limiti e bramare un universo molto più complesso delle nostre stolte definizioni.

E’ il rifugio di una realtà che, stanca di essere realtà decide di giocare a nascondino tra le stringhe del tempo.

Ecco che la vediamo saltellare beffarda e ridente da un era all’altra.

Da un significato all’altro riunendo in una folle caotica danza, tutto ciò che no abbiamo disunito: letteratura colta e di svago, stili ridondanti e asciutti, emozioni buone e cattive, scienza e fiaba.

Rendendo tutto finalmente parte di un qualcosa che trascende la nostra umana comprensione e parla al lato divino di noi, li in un luogo di origine e di fine, li dove nascono le stelle e i pianeti, dove i sogni si inchinano e prendono a braccetto il reale, dove ogni favola è un fondo un bellissimo gioco.

E non è assolutamente vera a metà ma è semplicemente un’occhiale colorato con cui osservare orizzonti che cambiano distanze e contorni, continuamente, senza che questo ci terrorizzi.

E cosi il libro di marco, un pinte che riunisce la perfida divisione di un arconte geloso di tanto allegro caos, deciso a porre in perdine piramidale, in settori distinti ciò che per sua limitata natura non può comprendere.

Ecco che il cogito va contro battagliero al sum.

Ecco che la creatura arrogante si sente superiore al pleroma.

Tutta menzogna, tutta finzione.

Non esiste nessuna cesura se non nella nostra educazione portata a relegare l’impossibile nella follia dei pazzi.

Solo perché non è abituato da un allenamento costante e assiduo a crederci.

Sogno e realtà sono gemelli spesso il sogno è realtà e la realtà è il sogno di un entità dormiente e il sogno è la manifestazione materiale della forza del pensiero.

Non solo penso contro sono, ma un significato palindromo del esisto perché penso e penso perché esisto.

E’ questa arcana formula, alchemica e magica, degna di ogni migliore stregheria, che si manifesta nella somma conquista umana e moderna: il virtuale.

E’ in quel luogo della mente resa quasi tangibile che si cela il sogno di ogni iniziato.

La realtà che prende corpo dal pensiero e dall’immaginario.

Un mondo che semplicemente omaggia riverito il nostro lato creativo, quella mente che è il nostro vero dio.

Che poi quell’assaggio di potere demiurgo si sita trasformato nella mela di biancaneve, addormentandoci nel migliore dei casi o uccidendoci, è un altra storia.

Project digito anima racchiude in sole tre parole il senso della meraviglia di questo essere fatto più su delle stelle: progetto quindi ragione che si sposa con digito azione per poi riversarci come un fiume scintillante in lei, l’anima il graal che tutto contiene e che tutto trascende.

E’ l’uomo che decide anch’esso di conquistarsi un posto nell’arcano consesso di divinità, quelle che un giorno decisero di farci a loro immagine e loro somiglianza, alitando vita in un mucchietto di brunita terra.

Nel mondo immaginario eppure reale, tangibile di Marco non esiste più lo spazio limitante e il tempo minaccioso, con il suo tic tac a decidere la nostra fine a darci un andamento lineare.

Qua tutto è un meraviglioso cerchio cosi infinito come infinito è l’universo che si espande fino a raggiungere chissà quali punti.

Ecco perché con questo canto hondo, possiamo abbracciare e intersecare altre creazioni, corteggiando con fare susseguioso altre immaginazioni. Che rivivono qua non come citazioni o mere influenze ma come veri protagonisti decisi a non smettere di raccontare e raccontarsi.

Il mago di Oz, alice la mia alice, persino il mitico Golding fino all’onirico twin peask passeggiano lieti e irriverenti nel libro, lasciando la loro impronta, perché quando la parola diventa viva perché la leggiamo allora si riempie di tante voci diverse, di tanti canti, di tante sfumature.

E cosi nessun libro, nessun racconto è distinto.

Marco riesce a passeggiare in un regno precluso ai più troppo concentrati sull’oscenità del successo o della vendita.

Troppo presi da se stessi per vedere in quel giardino dai fiori sgargianti il loro aprirsi e donarci quelle storie che altri prima di noi hanno preso a prestito.

E cosi le storia non sono più di marco di Lewis di Linch o di Braum.

Ma appartengono all’infinito.

E hanno sempre qualcosa da comunicare, altri finali e altre intenzioni.

E in certi libri loro possono passeggiare, ridere con noi e invadere una trama che non sarà mai più mia tua, o sua.

Ma sarà solo un raggio di luna che irrora il nostro meraviglioso giardino chiamato mente, chiamato fantasia.

Ecco che nonostante una precisa attenzione allo stile, Project è come deve essere un libro: idea da crescere, idea che apparitene al canto eterno dell’infinito a cui noi possiamo solo dare la forma che ci aggrada.

E allora fatelo questo salto nella tana del bianconiglio.

Nel regno delle magie degli incanti e dell’assurdo, nel mondo oscuro ctonio, caliginoso delle storie.

Digito project anima è pronta per voi.

“Cavie” di Liliana Marchesi, La Corte editore. A cura di Alessandra Micheli

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Piccoli roditori sono dentro uno strano labirinto.

In alto con un viso concentrato e a tratti maligno, il ricercatore tenta di spingerli al limite delle proprie possibilità.

Magari inoculando chissà quali sostanze, nella speranza che le modificazioni al loro organismo possano essere d aiuto alla ricerca.

Ma a cosa mira questa ricerca?

Forse alla sconfitta di una malattia.

Alla sperimentazione di farmaci.

Ma in tanti casi, è solo una aspirazione divina: ci si sente un po’ dei demiurghi, capaci di ostacolare, mettere alla prova la vita di qualche sfortunato essere vivente.

Ecco che il labirinto diventa un po’ il simbolo della vita corporea, laddove qualcuno muove i fili stimolando, ammansendo o stuzzicando chissà quali potenzialità insite nell’essere umano.

E il ricercatore, avviluppato da una certa sete di potere, quello dell’onnipotenza divina, per vendetta contro un dio invisibile usa il labirinto dei topi un po’ come rivalsa.

Ecco che il cibo attrae la povera creatura che tenta disperata di raggiungerlo, magari il suo istinto si chiede perché la fatica di un boccone, di una leccornia dovrebbe valere questo suo affannarsi.

Ma in fondo sono solo topolini, Cavie, che non degnano il nostro mimino interesse.

Noi, la razza vincitrice dalla guerra delle selezione naturale, possiamo finalmente essere sovrani di un mondo che abbiamo precedentemente nominato, con spregio e con boria.

Noi, esseri senzienti, possiamo studiare questo universo che va piegato al nostro volere senza timori, remore o coscienze.

In fondo sono solo Cavie.

E noi scienziati, senza volto e senza identità recanti sul bavero del camice il vessillo della scienza.

Nel cui nome tutto è possibile, tutto è accettabile tutto è perdonabile.

Ma se qualche geniale autore pensasse che le cavie possono essere anche altri organismi, magari più evoluti al servizio degli esperimenti? Immaginiamo un mondo distopico in cui, la volontà di conoscenza sposatasi con quella brama di onnipotenza, ponga un un labirinto bunker due strane e aliene cavie, esseri umani sottoposti agli stessi sperimentazioni genetiche, con iniettate, forse, le stesse sostanze in grado di alterare i sensi e porre l’organismo di fronte a una diversa adattabilità, in grado di trasformare le proprie cellule e la propria resistenza.

Cosa penseremmo, allora, delle Cavie?

Avremmo lo stresso sprezzante atteggiamento?

Due esseri umani, per quanto MODIFICATI, dotati di ricordi, sentimenti emozioni, trattati alla stregua di semplici topini, privati di ogni stimolo sensoriale che non sia orrore, sfide fisiche e drammi psicologici.

Alla ricerca del perché, del motivo dietro questo pazzo assurdo, osceno scenario.

Ecco Cavie.

Mondo delirante, in cui l’altro, il folle Dottor Jeckill non appare.

E’ figura remota, quasi invisibile, mano che gestisce e comanda persino l’umore degli sfortunati esseri intrappolati nel bunker.

Perché quando la minaccia non si conosce diviene ancora più oscura, più minacciosa, più terribile.

E’ in alto e manovra.

E’ in alto e decide dei destini.

Uccide, corrompe, umilia.

Pone nelle condizioni di scegliere se sopravvivere a ogni costo o se mantenere una parvenza umana.

E il soggetto deprivato non solo dei sensi ma persino della sua identità, un numero con una data, ecco cosa resta dell’uomo, diviene forse più forte tanto da primeggiare con ferocia nel labirinto, o cosi fragile da essere pasto per altri abomini.

Il tocco d’arte è nell’invisibilità del pericolo.

E’ nella partecipazione non tanto al motivo della fuga o della condizione di Cavie, quanto nella volontà di salvarsi, a ogni costo, sopportando i più atroci tormenti.

Manca qualcosa in questo folle racconto?

No.

Perché vedete alla fine non è tanto la genesi dell’esperimento a doverci interessare, scuotere e agghiacciare.

Perché spesso le motivazioni fungono da valvole per lenire l’indignazione.

Non è tanto nel voler capite perché.

Quello semmai è il passo successivo, capire affinché non si ripeta l’orrore.

E’ nel trovarci davanti alla realtà: due esseri umani, per fini ignoti che non ci interessano sono trattati come cavie.

Senza umanità.

Senza compassione.

Neanche finale, quella che risparmia, perché la vera compassionevole empatia NON permetterebbe tale abominio.

L’autrice è convinta che la possibilità di sapere cosa si cela dietro tanti drammi, scandali, dietro tanti assurdi esperimenti, dietro a favole e dietrologie sia negata al popolo.

Che pertanto è reso massa.

Dalle scelte dei governi, agli esperimenti fatti per amor patrio (che amore è la manipolazione mentale o l’uso di droghe?) c’è qualcuno invisibile e sornione che muove i fili dei nostri destini.

Ci mente, ci illude che è necessario, che non esiste altra via, che non ci sono alternative.

Ci illude che la scienza è dominata dalla machiavelliana idea del fine che giustifica i mezzi.

E cosi facendo ci convince che, la vita in fondo non è importante.

Sono importanti le finalità coscienti, i progressi a ogni costo, la conoscenza senza coscienza.

Ecco che non siamo più umani ma solo burattini vittime consapevoli e accomodanti di un sistema che avanza alla cieca, in uno strano viaggio che non ha destinazioni né futuro.

Solo brame di deliri e di potere.

Cosa è davvero Cora, clone, esperimento, mutazione genetica, non importa.

Importa la sua vita strappata, i suoi sogni recisi, i ricordi rubati, l’impossibilità di vivere come una persona normale.

Senza motivo.

Perché in questo libro, se vi aspettate la spiegazione finale, non l’avrete. Avrete solo immagine di un bunker senza sole, solo con trappole e tentativi, con un premio finale che non è un premio.

Avrete solo cavie, perché, in fondo, è nelle cavie che si basa tutto il vostro assurdo, sconclusionato o terrificante mondo.

E’ l’orrore del nostro reale.

“Una favola” di Edoardo Romanella, Le Mezzelane casa editrice. A cura di Alessandra Micheli

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Una della frasi che sento ripetere più spesso da ogni persona che attira la mia attenzione è vorrei che la mia vita fosse una favola.

Mi sono spesso chiesta il perché di tale affermazione.

Desiderio di azioni straordinarie?

Voglia di incontrare fenomeni fuori dal senso comune?

Magari sogni inconsci di potenza, divenire quei superuomini tanto decantati da Nietzsche?

Eppure, se guardo alla mia amata scienza, l’esistenza stessa è un evento straordinario.

L’organismo è qualcosa che ha del soprannaturale.

Il perfetto meccanismo della vita, la composizione dell’universo è qualcosa di assolutamente magico e impensabile, creazione assoluta di una mente sapiente.

I numeri dell’universo ad esempio, quelle costanti che donano regolarità struttura e ordine alla tendenza caotica presente in ognuno di noi.

Persino nella vita stessa.

E cosi entropia e equilibrio si sfidano a duello, come parti antagoniste di una stessa natura, richiamando il sistema binario che caratterizza la nostra assurda società. Eppure…in realtà le due parti del sistema ordine e disordine, persino pleroma e creatura, non sono assolutamente la nemesi una dell’altra ma esistono in quanto protagoniste di un rapporti dialettico e comunicativo che esalta la differenza come elemento della creazione.

Questi concetti, cosi difficili e cosi alieni dalla nostra forma mentis eppure presenti dentro il nostro DNA, vengono spesso espressi in forma archetipa o simboliche appunto dalle favole.

Allora non abbiamo bisogno di vivere una favola, ma di integrare le favole alla nostra vita.

Perché dopo il caotico ammasso indistinto di azioni e retroazioni, possiamo godere del privilegio di scrivere noi l nostro finale.

In questo testo i concetti che ho tentato di condividere con voi, riflessioni che accompagnano da sempre la mia avventura umana vengono mirabilmente evidenziati attraverso un meccanismo narrativo complicato ma intrigante: ossia un insieme di storie apparentemente slegate tra loro, che mostrano con semplicità dei concetti fondamentali per la struttura della vita: la capacità di scelta, la responsabilità connessa con essa e il risultato di azioni anche minime che incidono sulla struttura dell’universo.

Un universo che è raccontato evidenziando le sue due contrastanti nature che sintetizzo con la consuetudine “borghese”, ossia con la reiterazione di concetti prettamente umani, come volontà di potenza, dominazione, vendetta e dio denaro e la presenza di un ordine supremo manifestazione di un sistema che sfugge alla logica binaria, dualistica, ma che si presenta come un tutto organico interconnesso e sopratutto non ordinato temporalmente.

Nell’universo di Romanella la struttura che fonda la nostra realtà è quella del modello einsteiniano.

Ossia un universo fatto come una ragnatela, una struttura di stringhe in cui gli spazi permettono lo svolgersi di un tempo e di uno spazio diverso da quello newtoniano.

Questo significa che, la realtà, non è strutturata secondo la logica razionalista.

Non esiste la divisone in reale e irreale, in miti e materia, in racconti e azioni.

Tutto è il contrario di tutto e ogni relazione può trasformarsi nel suo opposto. Nell’universo di Romanella, anzi nell’universo che noi viviamo, le storie non sono meri frutti di una fertile immaginazione, divengono reali come modelli dimensionali di una struttura possibilistica e alternativa.

Come dire la storie, le favole, i miti, gli archetipi non sono altro che il racconto di come poteva essere, di come magari sarà in un altra stringa, di come il nostro io dimensionale può agire.

II racconti, le streghe le favole, i supereroi irrompono cosi nella nostra attuale temporalità perché ci sono dei punti di contatto tra le dimensioni ( i punti vuoti tra le stringhe) capaci di donare nuova energia al reale nostro che, altrimenti, se fosse cosi definito, diverrebbe arido.

Immaginate l’universo come una ragnatele.

O come l’intelaiatura di una racchetta da tennis.

I fili che la compongono sono capaci di creare un vero capolavoro.

Eppure, se notata, tra un filo e un altro, tra un intreccio e un altro, esistono degli spezi vuoti in cui è possibile passare al filo successivo.

Ciò significa che la logica lineare tanto cara agli scienziati di un tempo sparisce e diviene una logica a spirale ( caro buon vecchio Vico tu lo avevi capito molto prima dei fisici quantistici) tanto che da una spirale a un altra si può “rimbalzare”.

Ecco che considerare il nostro universo in questa maniera ha due logiche conseguenze: le favole non sono altro che il mondo con cui la nostra limitata, per ora, mente umana racconta il reale.

La favola acquista un etimologia più profonda di una semplice narrazione in prosa i cui protagonisti si trovano a dover svolgere un copione prestabilito per interiorizzare una verità etica o morale.

Non è più leggenda, mito atto a tramandare la sapienza accumulata nei secoli. Favola, da fabula è il parlare, il raccontare, il mettere una vicenda sotto i riflettori cercando di osservare il nostro reale, attenzione non il Reale assoluti ma il nostro da un altra prospettiva, cercando i punti in cui essa è deviata, si è interrotta, ha avuto un cedimento o semplicemente si è diretta verso l’abisso.

Perché ogni vicenda umana è fatta di bivi in discesa o strade in salita.

Ecco che favola è quindi il semplice corso della vita umana, che va raccontato per poter comprenderne i legami, le innovazioni, le perdite e soprattutto gli sbagli.

Ecco che le storie che si intrecciano si colorano anche di orrore: parti del mondo che raccolgono la scellerata

L’esercito islamico fu addestrato dagli stati uniti per combattere l’unione sovietica. Sfruttati per vincere la guerra fredda

Capite l’inghippo?

Ogni azione ha una conseguenza.

E noi deresponsabilizziamo proprio quest’ultimo.

Allora per ironia della sorta sono proprio le favole a raccontarci le conseguenze di ogni scelta.

Sono le favole che costruiscono la nostra porzione di società, la nostra porzione limitata di realtà.

E sono, lo continuo a ripetere ai nostri miti che dobbiamo rispetto.

Un libro intenso, un piccolo gioiello letterario, complicato e entusiasmante. Io ho svelato solo alcuni dei suoi segreti.

Adesso sta a voi svelene gli altri.

Provateci e mettete in moto i vostri neuroni assopiti.

“Creature oscure. Il dio drago” di Francesco Lombardelli. A cura di Alessandra Micheli

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Come sa chi oramai mi conosce e mi segue ritengo l’antesignano del fantasy il mito e la leggenda e quei racconti folcloristici che oggi noi snobbiamo come vetusti.

Eppure è grazie a Cu Chulainn, a Arth Fawr (lArtù gallese) o al buon vecchio Talisien o alla mitica Caladvwlch la spada capace di intagliare la roccia, simbolo di regalità nell’Irlanda dei sogni e degli incanti se oggi, possiamo vantare una miriade di trame che ci trasportano in reami incantati.

Lo stesso Tolkien e la stessa Bradley non hanno fatto che rimestare nel calderone ribollente della tradizione per prendere a prestito idee che hanno colorato con le tinte brillanti della loro originalità, nata in seno al tempo che scorre, alle esperienze e alla peculiare visione del potere e della cavalleria eroica.

Ed è grazie al saggio di Campbell se oggi, questo percorso affascinante che rende l’uomo, da semplice pedina di un dio beffardo, in un vero e proprio protettore di arcani e eterni valori, quelli che lo stesso sant’Agostino chiamerà verità eterne.

Il fantasy, dunque, diviene non solo narrazione capace di trascendere le idiosincrasie del tempo attuale, di una società che mano a mano, complice i secoli gettanti più ombre e luci, diviene sempre meno capace di badare a se stessa, ma è percorso evolutivo, introspezione psicologica atta a farci affrontare mostri e demoni, nemici e meraviglie promettendoci l’eternità dell’azione eroica, celebrata, appunto dai canti dei trovatori.

Ogni fantasy è quel tentativo di dare voce al miglior istinto umano, quello di interagire con il mondo senza esserne sottomesso e senza subirlo.

Ogni eroe del fantasy, brillante, furbo, astuto, disperato o inconsapevole diviene il simbolo della capacità dell’uomo di sfuggire alla sua terrena e materiale mortalità, divenendo appunto eroe.

E’ in questo percorso scosceso, irto di pericoli ma anche ricco di insegnamenti, che si nasconde il segreto di questo genere, che ancor oggi celebra l’unione del conosciuto e dell’arcano, della carnalità con la gnosi capace di elevarci a semidio.

Cosi come i personaggi delle saghe irlandesi e gallesi, gli stessi protagonisti dei moderni racconti epici (perchè il fantasy non è altro che un racconto epico) sono coloro che spianano la strada all’uomo qualunque che diviene persona, unica e irripetibile.

E per divenire eroi di cosa si ha davvero bisogno?

Di una spada direte voi.

Di avventure e misteri.

Di una dama a cui elargire i pensieri dai più pudici ai meno leciti.

Di mostri e prodigi?

No.

Dell’oscurità.

Non esiste eroe che non si trovi a combattere oscure creature, nate nei meandri dei peggiori sogni e non si trovi a combattere con divinità infere.

Lombardelli, questo canone lo rispetta appieno, donando al suo “eroe” o al suo proto-eroe un rivale degno di questo nome, ma sopratutto ricco di innumerevoli sfaccettature simboliche.

Cosa si troverà, dunque a combattere?

Ebbene si..il drago!

Creatura che funestava i miei sogni di bimba, con il suo alito di fuoco e le sue scaglie di volta in volta argentee o dorate, diviene qua il prototipo di ogni prova che il prode DEVE poter superare.

Il drago è simbolo del potere regale ad esempio.

E tutti voi sapete che la regalità non è soltanto vista come impegno ma anche come legittimazione di ogni azione umana.

Io posso essere il re scelto dal popolo o da qualche arcana autorità e essere, pertanto libero di compere ogni misfatto nell’ottica macchiavelliana del fine giustifica i mezzi.

E in questo libro, assolutisti in cerca di gloria e di guadagno ne troverete, tanto che ad un tratto il fantasy virerà verso una lieve ma non meno intrigante, fantascienza distopica.

In un mondo del tutto modificato da atti scellerati e irresponsabili, l’uomo tenta di tornare a primeggiare su una natura divenuta nuovamente, come nella preistoria, ostile usando l’intelligenza scientifica.

Esprimenti e volontà di possesso e di sopraffazione guideranno le intelligenze perdute di alcuni soggetti, preposti in realtà alla conservazione della vita umana.

Il fine giustifica i mezzi qua regna sovrano sbeffeggiando e irridendo i pochi idealisti che aborriranno tali scelte.

Ma altresì, il drago è anche la figura collegata al ciclo della rinascita.

E ci insegna che per rinascere, bisogna morire.

Bisogna che l’io cosciente si sfaldi per dare la luce alle più remote capacità, misconosciute e allontanate con timore da tutti noi.

Ma è in quel lato oscuro, privato delle scorie, nel riallacciare i fili della nostra esperienza umana anche laddove essi siano stati intessuti da signora sofferenza, che possiamo trasformare l’impulso più pericoloso in elemento positivo.

La rabbia di Ferdinand può essere trasformata in volontà di giustizia.

Il suo dolore, in compassione.

Ed è quell’empatia, cioè il sentire la pena dentro di se non più come punizione ma come dono, che lo rende e ci rende immuni dalle seduzioni del potere.

Il drago è la speranza che dal caos possa scaturire una nuova creazione, forse più equa, forse meno elitaria.

E’ la consapevolezza che il lato oscuro, va semplicemente analizzato, spezzettato e ricomposto in una nuova forma.

Accanto a un linguaggio moderno che non stona con l’idea classica del percorso dell’eroe, Lombardelli da alla luce un tema antico e spesso troppo pieno di ragnatele, in una nuova forma, più vicina alle nostre esigenze moderne, più comprensibile attraverso la ricerca del significato immediato privo e scevro da ridondanze moraleggianti.

Eppure, essa, l’etica, brilla con una maestosa semplicità e la si assorbe durante la lettura non priva di risate per la grottesca e tenera comicità di quei personaggi capitati per caso in un mondo fatto di gloria e onori:

La verità è che un eroe è colui che sceglie di essere la versione migliore di sé stesso.

E questo significa che tutti noi, anche se ci sentiamo cosi goffi come un albatros disceso sulla terra, siamo in realtà capaci di meraviglie più grandi di quelle effettuate da Ferdinand:

La verità è che se ci fossero più eroi non ci sarebbe più bisogno di cambiare il Mondo.

E forse è ora che anche una semplice lettura di svago, piacevole divertente, possa accendere dentro di noi una piccola scintilla.

E con in mano Durlindana, Excalibur o anche un semplice bastone di faggio, possiamo andare incontro la nostro personale drago.