“Una favola” di Edoardo Romanella, Le Mezzelane casa editrice. A cura di Alessandra Micheli

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Una della frasi che sento ripetere più spesso da ogni persona che attira la mia attenzione è vorrei che la mia vita fosse una favola.

Mi sono spesso chiesta il perché di tale affermazione.

Desiderio di azioni straordinarie?

Voglia di incontrare fenomeni fuori dal senso comune?

Magari sogni inconsci di potenza, divenire quei superuomini tanto decantati da Nietzsche?

Eppure, se guardo alla mia amata scienza, l’esistenza stessa è un evento straordinario.

L’organismo è qualcosa che ha del soprannaturale.

Il perfetto meccanismo della vita, la composizione dell’universo è qualcosa di assolutamente magico e impensabile, creazione assoluta di una mente sapiente.

I numeri dell’universo ad esempio, quelle costanti che donano regolarità struttura e ordine alla tendenza caotica presente in ognuno di noi.

Persino nella vita stessa.

E cosi entropia e equilibrio si sfidano a duello, come parti antagoniste di una stessa natura, richiamando il sistema binario che caratterizza la nostra assurda società. Eppure…in realtà le due parti del sistema ordine e disordine, persino pleroma e creatura, non sono assolutamente la nemesi una dell’altra ma esistono in quanto protagoniste di un rapporti dialettico e comunicativo che esalta la differenza come elemento della creazione.

Questi concetti, cosi difficili e cosi alieni dalla nostra forma mentis eppure presenti dentro il nostro DNA, vengono spesso espressi in forma archetipa o simboliche appunto dalle favole.

Allora non abbiamo bisogno di vivere una favola, ma di integrare le favole alla nostra vita.

Perché dopo il caotico ammasso indistinto di azioni e retroazioni, possiamo godere del privilegio di scrivere noi l nostro finale.

In questo testo i concetti che ho tentato di condividere con voi, riflessioni che accompagnano da sempre la mia avventura umana vengono mirabilmente evidenziati attraverso un meccanismo narrativo complicato ma intrigante: ossia un insieme di storie apparentemente slegate tra loro, che mostrano con semplicità dei concetti fondamentali per la struttura della vita: la capacità di scelta, la responsabilità connessa con essa e il risultato di azioni anche minime che incidono sulla struttura dell’universo.

Un universo che è raccontato evidenziando le sue due contrastanti nature che sintetizzo con la consuetudine “borghese”, ossia con la reiterazione di concetti prettamente umani, come volontà di potenza, dominazione, vendetta e dio denaro e la presenza di un ordine supremo manifestazione di un sistema che sfugge alla logica binaria, dualistica, ma che si presenta come un tutto organico interconnesso e sopratutto non ordinato temporalmente.

Nell’universo di Romanella la struttura che fonda la nostra realtà è quella del modello einsteiniano.

Ossia un universo fatto come una ragnatela, una struttura di stringhe in cui gli spazi permettono lo svolgersi di un tempo e di uno spazio diverso da quello newtoniano.

Questo significa che, la realtà, non è strutturata secondo la logica razionalista.

Non esiste la divisone in reale e irreale, in miti e materia, in racconti e azioni.

Tutto è il contrario di tutto e ogni relazione può trasformarsi nel suo opposto. Nell’universo di Romanella, anzi nell’universo che noi viviamo, le storie non sono meri frutti di una fertile immaginazione, divengono reali come modelli dimensionali di una struttura possibilistica e alternativa.

Come dire la storie, le favole, i miti, gli archetipi non sono altro che il racconto di come poteva essere, di come magari sarà in un altra stringa, di come il nostro io dimensionale può agire.

II racconti, le streghe le favole, i supereroi irrompono cosi nella nostra attuale temporalità perché ci sono dei punti di contatto tra le dimensioni ( i punti vuoti tra le stringhe) capaci di donare nuova energia al reale nostro che, altrimenti, se fosse cosi definito, diverrebbe arido.

Immaginate l’universo come una ragnatele.

O come l’intelaiatura di una racchetta da tennis.

I fili che la compongono sono capaci di creare un vero capolavoro.

Eppure, se notata, tra un filo e un altro, tra un intreccio e un altro, esistono degli spezi vuoti in cui è possibile passare al filo successivo.

Ciò significa che la logica lineare tanto cara agli scienziati di un tempo sparisce e diviene una logica a spirale ( caro buon vecchio Vico tu lo avevi capito molto prima dei fisici quantistici) tanto che da una spirale a un altra si può “rimbalzare”.

Ecco che considerare il nostro universo in questa maniera ha due logiche conseguenze: le favole non sono altro che il mondo con cui la nostra limitata, per ora, mente umana racconta il reale.

La favola acquista un etimologia più profonda di una semplice narrazione in prosa i cui protagonisti si trovano a dover svolgere un copione prestabilito per interiorizzare una verità etica o morale.

Non è più leggenda, mito atto a tramandare la sapienza accumulata nei secoli. Favola, da fabula è il parlare, il raccontare, il mettere una vicenda sotto i riflettori cercando di osservare il nostro reale, attenzione non il Reale assoluti ma il nostro da un altra prospettiva, cercando i punti in cui essa è deviata, si è interrotta, ha avuto un cedimento o semplicemente si è diretta verso l’abisso.

Perché ogni vicenda umana è fatta di bivi in discesa o strade in salita.

Ecco che favola è quindi il semplice corso della vita umana, che va raccontato per poter comprenderne i legami, le innovazioni, le perdite e soprattutto gli sbagli.

Ecco che le storie che si intrecciano si colorano anche di orrore: parti del mondo che raccolgono la scellerata

L’esercito islamico fu addestrato dagli stati uniti per combattere l’unione sovietica. Sfruttati per vincere la guerra fredda

Capite l’inghippo?

Ogni azione ha una conseguenza.

E noi deresponsabilizziamo proprio quest’ultimo.

Allora per ironia della sorta sono proprio le favole a raccontarci le conseguenze di ogni scelta.

Sono le favole che costruiscono la nostra porzione di società, la nostra porzione limitata di realtà.

E sono, lo continuo a ripetere ai nostri miti che dobbiamo rispetto.

Un libro intenso, un piccolo gioiello letterario, complicato e entusiasmante. Io ho svelato solo alcuni dei suoi segreti.

Adesso sta a voi svelene gli altri.

Provateci e mettete in moto i vostri neuroni assopiti.

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“Creature oscure. Il dio drago” di Francesco Lombardelli. A cura di Alessandra Micheli

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Come sa chi oramai mi conosce e mi segue ritengo l’antesignano del fantasy il mito e la leggenda e quei racconti folcloristici che oggi noi snobbiamo come vetusti.

Eppure è grazie a Cu Chulainn, a Arth Fawr (lArtù gallese) o al buon vecchio Talisien o alla mitica Caladvwlch la spada capace di intagliare la roccia, simbolo di regalità nell’Irlanda dei sogni e degli incanti se oggi, possiamo vantare una miriade di trame che ci trasportano in reami incantati.

Lo stesso Tolkien e la stessa Bradley non hanno fatto che rimestare nel calderone ribollente della tradizione per prendere a prestito idee che hanno colorato con le tinte brillanti della loro originalità, nata in seno al tempo che scorre, alle esperienze e alla peculiare visione del potere e della cavalleria eroica.

Ed è grazie al saggio di Campbell se oggi, questo percorso affascinante che rende l’uomo, da semplice pedina di un dio beffardo, in un vero e proprio protettore di arcani e eterni valori, quelli che lo stesso sant’Agostino chiamerà verità eterne.

Il fantasy, dunque, diviene non solo narrazione capace di trascendere le idiosincrasie del tempo attuale, di una società che mano a mano, complice i secoli gettanti più ombre e luci, diviene sempre meno capace di badare a se stessa, ma è percorso evolutivo, introspezione psicologica atta a farci affrontare mostri e demoni, nemici e meraviglie promettendoci l’eternità dell’azione eroica, celebrata, appunto dai canti dei trovatori.

Ogni fantasy è quel tentativo di dare voce al miglior istinto umano, quello di interagire con il mondo senza esserne sottomesso e senza subirlo.

Ogni eroe del fantasy, brillante, furbo, astuto, disperato o inconsapevole diviene il simbolo della capacità dell’uomo di sfuggire alla sua terrena e materiale mortalità, divenendo appunto eroe.

E’ in questo percorso scosceso, irto di pericoli ma anche ricco di insegnamenti, che si nasconde il segreto di questo genere, che ancor oggi celebra l’unione del conosciuto e dell’arcano, della carnalità con la gnosi capace di elevarci a semidio.

Cosi come i personaggi delle saghe irlandesi e gallesi, gli stessi protagonisti dei moderni racconti epici (perchè il fantasy non è altro che un racconto epico) sono coloro che spianano la strada all’uomo qualunque che diviene persona, unica e irripetibile.

E per divenire eroi di cosa si ha davvero bisogno?

Di una spada direte voi.

Di avventure e misteri.

Di una dama a cui elargire i pensieri dai più pudici ai meno leciti.

Di mostri e prodigi?

No.

Dell’oscurità.

Non esiste eroe che non si trovi a combattere oscure creature, nate nei meandri dei peggiori sogni e non si trovi a combattere con divinità infere.

Lombardelli, questo canone lo rispetta appieno, donando al suo “eroe” o al suo proto-eroe un rivale degno di questo nome, ma sopratutto ricco di innumerevoli sfaccettature simboliche.

Cosa si troverà, dunque a combattere?

Ebbene si..il drago!

Creatura che funestava i miei sogni di bimba, con il suo alito di fuoco e le sue scaglie di volta in volta argentee o dorate, diviene qua il prototipo di ogni prova che il prode DEVE poter superare.

Il drago è simbolo del potere regale ad esempio.

E tutti voi sapete che la regalità non è soltanto vista come impegno ma anche come legittimazione di ogni azione umana.

Io posso essere il re scelto dal popolo o da qualche arcana autorità e essere, pertanto libero di compere ogni misfatto nell’ottica macchiavelliana del fine giustifica i mezzi.

E in questo libro, assolutisti in cerca di gloria e di guadagno ne troverete, tanto che ad un tratto il fantasy virerà verso una lieve ma non meno intrigante, fantascienza distopica.

In un mondo del tutto modificato da atti scellerati e irresponsabili, l’uomo tenta di tornare a primeggiare su una natura divenuta nuovamente, come nella preistoria, ostile usando l’intelligenza scientifica.

Esprimenti e volontà di possesso e di sopraffazione guideranno le intelligenze perdute di alcuni soggetti, preposti in realtà alla conservazione della vita umana.

Il fine giustifica i mezzi qua regna sovrano sbeffeggiando e irridendo i pochi idealisti che aborriranno tali scelte.

Ma altresì, il drago è anche la figura collegata al ciclo della rinascita.

E ci insegna che per rinascere, bisogna morire.

Bisogna che l’io cosciente si sfaldi per dare la luce alle più remote capacità, misconosciute e allontanate con timore da tutti noi.

Ma è in quel lato oscuro, privato delle scorie, nel riallacciare i fili della nostra esperienza umana anche laddove essi siano stati intessuti da signora sofferenza, che possiamo trasformare l’impulso più pericoloso in elemento positivo.

La rabbia di Ferdinand può essere trasformata in volontà di giustizia.

Il suo dolore, in compassione.

Ed è quell’empatia, cioè il sentire la pena dentro di se non più come punizione ma come dono, che lo rende e ci rende immuni dalle seduzioni del potere.

Il drago è la speranza che dal caos possa scaturire una nuova creazione, forse più equa, forse meno elitaria.

E’ la consapevolezza che il lato oscuro, va semplicemente analizzato, spezzettato e ricomposto in una nuova forma.

Accanto a un linguaggio moderno che non stona con l’idea classica del percorso dell’eroe, Lombardelli da alla luce un tema antico e spesso troppo pieno di ragnatele, in una nuova forma, più vicina alle nostre esigenze moderne, più comprensibile attraverso la ricerca del significato immediato privo e scevro da ridondanze moraleggianti.

Eppure, essa, l’etica, brilla con una maestosa semplicità e la si assorbe durante la lettura non priva di risate per la grottesca e tenera comicità di quei personaggi capitati per caso in un mondo fatto di gloria e onori:

La verità è che un eroe è colui che sceglie di essere la versione migliore di sé stesso.

E questo significa che tutti noi, anche se ci sentiamo cosi goffi come un albatros disceso sulla terra, siamo in realtà capaci di meraviglie più grandi di quelle effettuate da Ferdinand:

La verità è che se ci fossero più eroi non ci sarebbe più bisogno di cambiare il Mondo.

E forse è ora che anche una semplice lettura di svago, piacevole divertente, possa accendere dentro di noi una piccola scintilla.

E con in mano Durlindana, Excalibur o anche un semplice bastone di faggio, possiamo andare incontro la nostro personale drago.

 

“Oltre la Barriera” di Filippo Mammoli, Dark Zone. A cura di Alessandra Micheli

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Cercare un senso alla vita che trascenda la sua dimensione spazio-temporale la sminuisce, perché pone l’obiettivo al di fuori dei suoi confini, impedendo di apprezzare appieno il qui e ora, che è l’unica certezza che abbiamo.

Raramente ho avuto difficoltà a scrivere una recensione.

Mi capita quando non so cosa raccontare, proprio perché il libro è muto. Ma stavolta troppe sono invece, le voci che si rincorrono nella mente.

E cosi, rassegnata a non trovare un’introduzione degna del romanzo, metto le mie cuffie e ascolto lui il maestro Vecchioni, in cerca di un significato, o di uno stimolo.

E sentendo la sua voce che racconta del passato, ho visualizzato quegli anni, anni in cui si lottava per la libertà, quel sessantotto tanto celebrato ma poco onorato, oggi, con la nostra incapacità di difenderle quelle libertà.

Incapaci di mettere dei fiori nei nostri cannoni.

Di creare una Woodstock dentro di noi per portarla ovunque, in ogni società da quella più civile a quella più ombrosa.

E cosi le parole volano e si intrecciano coni miei sogni.

Come far convivere le due anime del libro?

Quella che ama e venera la scienza e rifugge schifata dal fanatismo religioso, che pone la vita oltre alla nostra mente.

Che pone la ricompensa nelle mani di un dio arrogante e dispettoso. Mentre per secoli, tutti i racconti hanno evidenziato la nostra ribelle volontà di osare, sfiorare il tabù e andare oltre la barriera posta da queste insensate forme divine.

Penso a Prometeo, che rubò il segreto del fuoco a un dio irascibile per donarlo all’uomo.

Mi sono sempre chiesta di che fuoco si parlasse nel mito, se quello reale ottenuto dalla combustione e quindi creato tramite la scienza fisica o quello dell’intelletto, capace di sconfiggere quella notte piena di sussurri e scricchiolii inquietanti.

Penso al mito dei Nephilin, esseri straordinari che donarono alle donne i segreti della scienza metallurgica, architettonica e persino biologica.

E non per qualche volontà ultraterrena, ma perché si erano innamorati e magari durante le notti infuocate parlavano alle compagne, perché quando l’amore rompe le barriere, si raccontano i segreti.

Penso a Caino, tanto odiato che decise di non accettare la logica brutale del sacrifico.

Penso alla Povera Eva, vittima di un coglione senza palle, che decise di scoprire o ri -riscorpire che non era solo un servo intento a lodare una divinità che li trattava come simpatici animaletti domestici, ma lei la coscienza la voleva, anche a costo di sentire il dolore.

Perché chi vive nell’attimo lo sente quel malessere.

E mentre ripercorrevo le gesta dei miei eroi, mi chiedevo cosa poi c’entrasse il discorso sulla pena di morte.

Eppure sapevo che ogni argomento usato dall’autore era un discorso lineare, disturbante ma coerente.

Ed è tutto li, mentre le note di Vecchioni si facevano più acute e la sua voce più nostalgica e quasi disperata, ho capito.

Noi esseri particolari, vittime di tante troppe pastoie dateci da una società che ci costringe a essere ciechi. Che sia con la religione, o con la convezioni della necessità di uno stato che punisce i suoi figli per evitargli di contaminare una società immacolata.

E’ questo il segreto, mi sono detta.

Mammoli lo ha capito meglio di me: noi abbiamo bisogno costantemente di vinti e vincitori, di buoni e cattivi, di perdenti e di criminali.

Proprio perché incapaci di guardarci allo specchio e accettare quel miracoloso, meraviglioso incanto, di essere un uomo.

Dobbiamo rendere conto del nostro cammino, della perfezione di ogni processo biologico a qualcuno fuori di noi.

Come se vivere, esistere sia una colpa tremenda da scontare.

La scienza è quello che era lo gnosticismo un tempo, volersi affrancare dal pregiudizio, e della de- responsabilizzazione di ogni nostra azione. Si fa presto a dire è fede, è volontà di dio.

Come se fossimo bambini da punire se sbagliamo, o che seguono come in un imprinting il primo essere che cammina, perché da soli non riusciamo a orizzontarci.

La Religione, che in realtà dovrebbe farci indagare sulla natura dei legami che tengono assieme il mondo, che dovrebbe solo farci conoscere noi stessi per conoscere il vero dio, è solo una barriera.

Che ci pone in un settore preciso di una società precisa: chi è il paladino della fede appoggia un sistema di sottomissione.

Chi invece lo contrasta, vuole la libertà assoluta dell’uomo.

E con assoluta non intendo ognuno fa cosa gli pare.

E’ la consapevolezza costante e quotidiana di possibilità e di limiti e della possibilità stessa di sorpassarli quei limiti.

La vera religione è semplicemente una presa di coscienza, delle nostre capacità .e tra le capacità straordinarie, esiste quella biologica, quella neurologica e quella di scelta.

Ma come si può scegliere se un dio ha deciso e decide per noi?

Come possiamo davvero vivere, se la nostra vita è proiettata verso un paradiso o una ricompensa o una punizione?

Noi finché sogneremo un mondo migliore, un universo idilliaco, non saremmo mai qua e ora.

Ho sempre sostenuto che la spiritualità e il sacro, fossero cose molto pratiche.

Fossero scienza.

E non solo io lo sostenevo ma anche studiosi del Calibro di Gregory Bateson e persino del buon vecchio pazzo Einstein.

Ed è la fisica quantistica che scopre la vera fonte di una religione molto diversa da quella conosciuta: quella della responsabilità.

Solo chi conosce davvero il mondo, lo scopre e lo ama, può sentirsi cosi connesso ai suoi cicli, alle sue ingegneristiche meraviglie, a quelle strabilianti unioni di causa e effetto, alla capacità di ogni processo di utilizzare il rumore e da esso trarne energia, lo rispetta.

Gli altri sono semplicemente costretti da un finto padre benevolo.

Non rubare, non uccidere, non mangiare dalla mela, sono solo imposizioni.

Che hanno l’assurdo potere di incentivare la trasgressione.

E se trasgredisci, in fondo a quelle regole credi ciecamente, cosi tanto da volerle stuzzicare.

Chi non le considera valide, semplicemente non le interiorizza, né le legittima.

E quindi non ha bisogno di trasgredire, ciò che non esiste.

Ma solo la conoscenza può davvero metterci in condizioni di fare delle scelte.

Il libero arbitrio è in fondo questo: sapere che possiamo tutto e decidere di non farlo.

Sapere che siamo noi dei di questo mondo e scegliere di proteggerlo.

E il mondo, quello dell’universo non è che immagine del nostro mondo interiore.

Cosi in cielo cosi in terra.

Macrocosmo e microcosmo divengono termini scientifici.

Anche una fans della teosofia aveva capito l’importanza del quanto come di un modello conoscitivo del mondo: sto parlando di come Alice Bailey ( vi invito a leggere la coscienza dell’atomo).

Tutti i grandi scienziati sono stati migliori di tanti guru ammantati di finto mistero e di finto folclore magico.

In fondo, la magia è e resta scienza, con un suo linguaggio codificato in termini poetici.

Persino la bibbia è stata decifrata riportando le sue idee come un antico manuale di scienza.

Addirittura ogni libro sacro in fondo non è altro che…un manuale di fisica quantistica.

La perfezione dei numeri che hanno più coscienza di quel dio che decise di uccidere un figlio di un suo devoto seguace.

Nella bibbia è riportata a volte in chiave allegorica, tutta l’esperienza di uomini che si sono scontrati con la logica del dominio e quella della cooperazione.

Tanto che appaiono due diverse energie: la distruttiva e l’evolutiva.

E noi con la pena di morte, veneriamo la distruttiva.

Perché solo uno stato distrutto, uno stato che ammette la propria incapacità a gestire la collettività, propone non di curare le cause ma di tamponare le rotture.

Ecco che la pena di morte non è che il risultato di disfacimento e di resa di uno stato, ma anche dell’uomo che lo propone.

Non siamo in grado e non vogliamo, perché il business è più importante, eliminare quelle discese che portano a delinquere.

Quindi ogni elemento che le percorrerà verrà distrutto.

Sacrificato in un maestoso e scenico olocausto.

Eppure, le percorre perché servono al dominio.

Eh si miei cari lettori.

Il criminale, il mostro, il reo, il ribelle, il trasgressivo ci serve.

L’ho detto e lo ripeto: senza la parte oscura noi non riusciamo proprio a vederci.

Se non abbiamo la notte tenebrosa fin dentro le ossa proprio non riusciamo a vedere il sole.

Senza perdere, senza rinunciare, senza infilarci un una fossa, non riuscimmo a vedere la luna.

Vediamo solo il dito.

E cosi è lo stato.

Sa benissimo che le diseguaglianze portano alla rabbia e alla frustrazione.

Sa benissimo che disunire una comunità significa si controllarla ma renderla facile preda degli impulsi più oscuri.

Perché ci si sente terribilmente soli, senza avere tra le mani la propria vera identità.

Ci hanno ucciso gli ideali, e uccidono la compassione.

Quando ascoltiamo le notizie del crimine iniziamo a gridare a morte!

Ma non ho sentito mai qualcuno urlare perché?

Non ho mai ascoltato voci che proponessero di curarla la ferita.

Ci buttiamo un po’ di disinfettante, senza osservare da vicino l’infezione e darle il giusto antibiotico.

Cosi essa prospera fino a eruttare tutta la sua virulenza.

Il suo pus.

E ci serve, cosi possiamo manipolare le coscienze terrorizzarle, e impedirle di guarda il cielo e sentirsi…immensi come esso.

Ed è la scienza che ti dà quest’ottica di meraviglia.

Non è certo il dio che fa separare i mari o uccidere bambini perché prendono in giro un profeta pelato.

La scienza impiegherebbe le attenzioni di quei bambini a comprendere cosa accade attorno a loro, li renderebbe curiosi di ogni accadimento, dalla nascita di un fiore, alla composizione di un capello.

Sembra una stronzata?

Eppure è la verità.

La scienza ci libera, la religione ci lega.

La compassione ci libera, la vendetta ci lega.

E non credo che oggi si vogliano uomini nuovi e liberi.

Liberi di vivere qua e ora, perché se vivessimo davvero la vita cosi, non accetteremmo le ingiustizie né le discese create dal potere.

Non diremmo: dio ci ricompenserà di tanta sofferenza.

Prenderemmo in mano falce e martello e inizieremmo abbattere i muri e le barriere.

E forse è quello che spero farà Oltre la barriera.

Noi non siamo della razza

di chi frigna e si dispera

come zombie di un passato

che sembrava primavera

A fanculo ogni rimpianto

che non sono roba vera

la malinconia è uno sguardo

e la vita è roba seria

E se passi un solo giorno

senza farti una domanda

Senza un grido di stupore

l’hai mandata al creatore

non mi passi per la testa

che si celebri il terrore

noi siam quelli della festa

con il vino ed altre sole

non siamo quelli del rimorso

prima ancora del peccato

siamo i primi della classe

di un amore immaginato

e le libertà che avete

mica c’erano a quei tempi

noi ci siamo fatti il culo

tocca a voi mostrare i denti

incredibile sognare che non dormi

in un fiume straripante di parole

ammassati nelle aule delle scuole

ed è proprio aver vissuto

che ci fa vivere ancora

ed è proprio aver perduto

che ci fa credere ancora

ed è qui oggi stasera

che il riflesso fa memoria

e lo fa per chi non c’era

perché fu una bella storia

formidabili quegli anni

traversati come stelle senza cielo

fra le gocce ritrovate nel pensiero

come briciolo di pane sul sentiero

all’amore di ragazze travolgenti

cavalieri sopra nuvole incoscienti

Roberto Vecchioni

“The hematophages” di Stephen Kozeniewsky, Dunwich editore. A cura di Alessandra Micheli

the-hematophages-stephen-kozeniewski-copertina-dunwich.jpgCome ben saprete, sono un’appassionata di letteratura horror.

Credo di aver letto quasi tutti i padri del genere, da Poe a Meyrink fino a inchinarmi davanti alla maestria del grande Lovencraft.

Poi, grazie a quel soggetto che chiamano fratello (io ho i miei dubbi), ho incontrato Stephen King.

A dire il vero, il primo libro che ho letto del maestro è stato un fantasy, uno dei migliori tra l’altro, ossia gli Occhi del Drago.

Da li in poi mi sono innamorata del suo stile, crudo e capace di indagare nell’anima oscura dell’America.

E poi sono andata in cerca di talenti, affamata come uno zombie a Montecitorio, (sottile e sagace battuta politica).

Fino a imbattermi nella casa editrice Dunwich.

E fidatevi, di incubi la sua produzione me ne ha regalati.

Libri bellissimi, corrosivi ma sempre poetici.

In fondo anche l’abisso e le tenebre hanno una particolare magia.

Anche se la morte li accompagna e una morte spesso terribile, ( ma del resto i protagonisti sono dei cretini, sempre pronti a scendere in cantine buie e a passeggiare finferli tra vicoli bui proprio a mezzanotte o peggio, a campeggiare allegri e giubilanti nei boschi) ha il suo lato poetico.

Persino il terrificante Nightcrawler alla fine, ha una sua dolcezza di fondo.

Fidatevi, non sono pazza.

La paura è elegante, raffinata, anche quando zampetta come un ragno. Avete mai visto lo spettacolo che quegli esseri tanti odiati producono con la loro azione?

Le ragnatele sono opere d’arte, e i ragni le intessono con una grazia che pochi possono comprendere.

Diciamocelo.

Noi amanti del generi, in fondo, siamo dandy che osservano gli scenari lugubri con un bel bourbon in mano.

Io una coca cola ma dettagli.

O un vino bianco odoroso di fiori e frutti.

E seduti in poltrona, mentre fuori nuvole nere e minacciose oscurano la beltà del cielo.

Si lo so.

Sono in fondo un’inguaribile romantica, che trova la sua completezza nelle immagini gotiche, laddove amore e terrore si mescolano in un connubio magico.

Del resto chi può negare che i sepolcri di Foscolo non abbiano indubbia meraviglia con le bianche lapidi, i suoi sussurii e un upupa che rompe un incantato silenzio con i suoi stridii?

Nessuno credo.

Tutti noi abbiamo questo lato oscuro.

Solo che in fondo è un lato che sa di eternità e di aria pulita.

L’orrore libera, e fa respirare nonostante i brividi.

O forse è proprio per i brividi che ci fanno sentire quasi…vivi.

Ecco credo che la letteratura horror possa essere quasi sempre definita di notevole poetica classe.

Quasi appunto.

Perché stavolta il libro di cui vi parlo ha sconfitto anche me.

Tutt’ora mentre ne scrivo, il respiro si mozza e non posso fare a meno di sentirmi disturbata.

La mia antica anima ottocentesca di fronte all’arte di Stephen (perché “disgustare è anch’essa un arte) si rannicchia in un angolo cercando di evitare i ricordi claustrofobici causati dalla sua penna.

Una penna che è come uno stridio di unghie sulla lavagna.

Conoscete la sensazione?

E’ molesto quel rumore, osceno e quasi perverso.

Cosi com’è leggere the hemathopages.

Prima di tutto l’ambientazione.

E’ soffocante, calda e innaturale.

Si tratta di un futuro senza passato né presente.

E’ un mondo quasi morto, senza lo stimolo della curiosità, del mistero e della brama di conoscenza.

E’ tutto completamente anonimo.

E già la prima sensazione che ti dice scappa Ale, qua la lettura si mette male.

Ma non è nulla.

In una società senza regole e senza persino collettività, il viaggio si presenta completamente avulso da ogni legge che io conosca.

Ogni percorso che porta nelle tenebre, infatti è redentivo.

La scoperta del mostro, dell’impulso oscuro è come ho detto prima, liberatoria.

Purifica la nostra anima.

Qua non troverete liberazione.

Troverete perversa oscenità di una forma di vita, la nostra, totalmente in balia di organismi diversi, alieni e se mi si permette il termine “incazzati” con noi.

In fondo abbiamo perduto tutto.

Morale, etica, speranza.

L’unica legge è recuperare o tentare di recuperare il passato per trarne profitto.

Nessuna senilizzazione oltre quello del denaro contante: crediti li chiamano.

Crediti, come se noi fossimo in una sorta di debito costante con un universo, un mondo che abbiamo distrutto forzando i cicli della biosfera.

Ah si lo siamo.

Lo abbiamo fatto e lo stiamo facendo.

Alla fine l’alieno ermatofago sembra più vivace di noi.

E in fondo una parte di noi tifa per quell’invasione.

Per quella fine meritata di una creatura capace di brillare, che un giorno scelse di non brillare più.

Senza motivi, solo perché farlo costava fatica.

Ogni scena descritta, seppur non propriamente splatter, sconvolge.

Non esiste rispetto, solo disprezzo.

Non esiste neanche un cerimoniale, solo una atroce considerazione di noi come carne.

Da macello ovviamente.

Anche il vampiro, il demone, lo zombie, la strega avevano, un tempo, la loro ritualità che rendeva il pasto un atto sacrale.

In fondo, noi con il sangue nutrivamo si morti viventi, ma cosi coraggiosi da sfidare dio e la morte.

Persino lo zombie si ergeva contro le leggi fisiche.

La strega poi, la donna che capovolgeva l’assioma in cui voleva il maschio vincitore.

Si vincitore dentro una bella pentola forse.

Qua non c’è onore nella morte.

C’è come scrive la quarta di copertina:

non ci sono limiti alla depravazione e alla violenza dei grotteschi incubi noti come… ematofagi.

Ed è quello che vi aspetta.

Sensazioni dure da scordare, che solo un grande artista può creare. Perchè Stephen Kozeniewski, ha la capacità di unire la capacità descrittiva con una capacità scenografica degna del cinema.

Scorrono quindi fotogrammi, ma saranno fotogrammi del codice chiamato linguaggio scritto.

E diventeranno vivi, quelle bocche voi le sentirete davvero sul corpo.

E se siete davvero in grado di reggere quest’arte perversa…accomodatevi.

Leggetelo.

Il viaggio allucinante sarà…senza ritorno.

E senza salvezza.

Ma ne vale la pena.

Ora scusatemi.

Devo per forza riprendermi, con una dannato libro su unicorni e arcobaleni.

E mi inchino a questo meraviglioso, cattivo, autore.

“La macchia sul muro” di Danilo Colangeli, Nero Press Edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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I migliori studiosi si sono impegnati per carpire il segreto più imponente dell’uomo.

L’immortalità direte voi?

No, assolutamente.

E’ qualcosa di più profondo che riguarda la composizione stessa della realtà, ossia la percezione. Ed è questo il fattore psicologico che ci rende dei veri demiurghi.

Secondo studi importanti, tra cui quelli di Gregory Bateson e di JR Ames, quello che noi consideriamo materiale e oggettivo non è altro che una rappresentazione costruita ad hoc dai nostri sensi. E ciò significa che, il vero protagonista totalmente oggettivo della nostra realtà è proprio quel cervello e quelle sinapsi che elaborano consapevolmente le immagini e le trasformano negli oggetti che ci appaiono materiali. E non solo. E’ la nostra mente a costruire, addirittura, giorno per giorno il nostro universo cosi come lo conosciamo.

Ecco che si apre uno scenario futuribile ai nostri occhi: non un solo piano di materia ma diversi livelli di realtà, quanto diverse sono le percezioni delle persone.

Ecco che il multi universo non è poi cosi tanto lontano e la fantascienza diviene accadimento con cui noi ci scontriamo quotidianamente.

Più sono le persone che osserveranno un oggetto, un accadimento,un valore e più si costruiranno immagini e più universi di significato e dimensioni materiali si fabbricheranno.

Questo è un processo inconscio poiché se l’inconscia conoscenza di questo meccanismo, diventasse conscia, renderebbe cosi relativo il nostro piano di esistenza fino a renderci statici, insicuri e quasi anarchici. Infatti, se la realtà non è corporea, ma per ognuno essa appare colorata con tinte diverse e quindi evanescente e quasi illusoria, la vita stessa potrebbe essere privata di ogni sua valenza emotiva.

A che serve vivere se in realtà sono immerso in una costante illusione?

Ecco perché il famoso velo di maya degli gnostici non va sollevato se non dopo un attenta preparazione mentale, onde evitare squilibri di ordine psichico. Perché accorgersi che vediamo tutto in modo personale e forse distorto rispetto all’oggetto in questione e alla sua vera essenza può turbarci tanto da renderci folli.

O in rari casi geni.

Una volta scoperta questa caratteristica umana, molti agenti di pressione o centri di potere occulto o solo scienziati spinti al limite, la cui volontà di conoscenza supera i livelli di sicurezza, hanno tentato di interagire e manipolare proprio la percezione umana, e la rappresentazione del reale connessa ad essa.

Non so se avete sentito parlare del progetto Mk-Ultra?

Si denomina in cotale modo il progetto CIA atto a effettuare sui soggetti prescelti un vero e proprio controllo mentale.

Era a tutti gli effetti un programma illegale, clandestino con lo scopo di identificare droghe e procedure che, integrate ad altre tecniche di tortura, potevano rendere malleabili le persone portandole a una confessione “spontanea”. Ovviamente, tali esperimenti erano spesso praticati all’insaputa dei soggetti scelti, e avevano lo scopo di sviluppare tecniche per la tortura, per l’interrogatorio, possibili farmaci atti a ottenere il totale controllo delle percezioni dell’individuo e addirittura alla creazione di assassini inconsapevoli o il controllo di leader stranieri scomodi.

Ecco uno stralcio del report della CIA:

Devono essere prese precauzioni non solo nell’evitare che le forze nemiche vengano a conoscenza delle operazioni ma anche nel celare le attività al pubblico in generale. Sapere che l’agenzia è coinvolta in attività non etiche ed illecite avrebbe serie ripercussioni negli ambienti politici e diplomatici..»

Ed è questo che succede al protagonista di questo strabiliante libro, una perla rara nel panorama moderno.

Grazie a arditi esperimenti (che molto richiamano lo scellerato programma USA) il povero studente si troverà a viaggiare su piani di realtà che spesso chiamiamo incubi, sfiorando a volte la vera essenza dell’umanità: vampiri e demoni soggetti ai più biechi impulsi.

In fondo, il comodo tranquillo condominio fatto di gente proba e timorata, non è altro che una gabbia in cui sono rischiosi coloro che temono l’esterno. Persi nelle proprie fantasie, o nei propri progetti che sfiorano la criminalità essi sono davvero i rappresentati di quella società cosi sconvolta da voler chiudere gli occhi sugli orrori. E manipolare le coscienze altre è forse lo stimolo più abbietto in possesso di tanti dominatori di questo mondo portato al disfacimento. La peggior colpa dei condomini è quella di non voler sapere, di voler restare nella comodità del non indagare, nella condizione statica ma serena di chi le domande non vuole porsele.

Ed è questa la vecchiaia di cui ci parla l’autore, non la normale decadenza fisica quanto lo stop alla curiosità e alla voglia di scoprire sempre e ricercare la verità.

E’ il silenzio, il non movimento che ci preclude quelle energie giovani e creative che rendono l’organismo umano capace di evolvere. E’ il rannicchiarsi nella ripetizione senza senso di gesti e di pensieri che ci rende, in fondo, vicini alla vera, orrorifica morte: una mente che non si domanda si sfalda, si atrofizza e perisce.

L’altro elemento da sottolineare nel testo è la cosiddetta scienza anti-etica.

Esiste un limite alla voglia di sapere.

E questo limita risiede nel rispetto per l’altro e per la vita in generale.

La spinta evolutiva non è la risposta a ogni costo, ma lo stimolo che la domanda ti fornisce, lo stimolo a cercare, a indagare anche se non si arriverà mai alla teoria concreta.

La scienza, invece, non coccola la volontà di domandare ma inneggia all’ansia della risposta a ogni costo.

Questo significa andare contro l’etica, poiché se lo stimolo è arrivare a ogni costo alla meta, questo può voler significare che, pur di ottenere la soddisfazione del fine “la conoscenza” si possono utilizzare i mezzi più disparati.

Come sosteneva Macchiavelli il fine giustifica i mezzi.

Ma la vera sapienza, la vera conoscenza, la scienza “Sana” non si interessa nell’ottenimento ossessivo delle risposte, ma si interessa soltanto ad esercitare la nobile arte del porsi quesiti. E dalla domanda scaturiranno altre domande e cosi fino alla fine, rendendo non l’arrivo, ma lo stesso viaggio degno di essere vissuto.

Da saggista amante della scienza vi dico che non è l’esperimento che ci interessa.

Non è la teoria a cui sogniamo di arrivare.

Non vogliamo scoprire tutto.

Ma avere sempre nuovi elementi a svelare.

E pertanto la vera etica della scienza è quella che si nutre soltanto del piacere di intraprendere l’esplorazione sapendo che, durante questo percorso possiamo anche guardarci attorno, fino a sentire quant’è grande l’universo in cui siamo inseriti e quanto mistero ancora ci avvolge.

Come disse Gregory Bateson lo scienziato studia con meraviglia la formica rispettandone i movimenti.

Il folle cerca di capire come usare la forza della formica.

Ed è quest’ultimo essere immorale il protagonista, vero, del testo.

Da una semplice macchia sul muro, possiamo davvero riflettere sull’infinita bellezza del nostro cervello, ma anche sulla sua tendenza assurda e spesso dannosa, che ci porta alla macchinazione.

Ecco che a volte un libro ci scuote più di mille inutili discorsi, spesso tacciati di moralismo.

Le questioni che il libro mostra sono FONDAMENTALI non solo per la conoscenza scientifica, ma per la nostra stessa anima, troppo spesso barattata con un titolo e con una copertina su Science.

“Tryte” di Luca Giribone, Europa Editore. A cura di Alessandra Micheli

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Ho pensato molto a cosa scrivere per Tryte.

O meglio quale suo aspetto raccontare.

Perché sicuramente Luca ha inserito molte idee dentro al libro.

E sta a me fare da mediatore tra voi e questo strano autore, cosi ricco di fantasia e cosi profondo.

E so benissimo che non è stato facile scovarlo quest’autore, perché si nasconde dietro al testo, seminando inizi e deliziandosi della confusione di noi lettori appassionati.

Ma non perché ama metterci in difficoltà.

Ma perché già il senso stesso della ricerca è importante.

È importante il muoversi e poi iniziare a farsi domande fino ad arrivare alla stanza segreta, dove esistono i segreti, lo svelamento del fine della trama, dove tutte le storie tornano semplicemente una storia.

E cosa dobbiamo cercare allora mi sono chiesta?

Apparentemente il libro sembra raccontare della nostra società e di una Roma funestata dall’orrore della corruzione.

Storia patetica di oggi.

Ma qualcosa, dentro di me, mi diceva non è solo quello.

Perché Roma si accorge di essere perduta solo quando viene raccontata.

Prima dello svelamento tutto era immobile e stantio.

Uso spesso questa parola, stantio, che racconta molto bene della nostra triste società attuale.

Ecco il segreto allora mi sono detta.

Il libro parla del mestiere dello scrivere.

E scrivere in fondo significa dare corpo alla nostra realtà.

Scrivere è come il nominare di Adamo, spaesato in mezzo a un mondo appena creato iniziava a dare forma e consistenza al sogno di dio, tutto nato dalla parola, dal verbo, dal suo respiro.

Scrivere è creare si, ma anche dare vita, come i demiurghi, non solo a personaggi e fantasia ma ai messaggi, ai valori, ai concetti, agli ideali a tutto ciò che sostiene e fa da impalcatura alla nostra realtà.

Noi scrittori e voi i personaggi che prendete vita, fino a arricchire quella che Jung chiamava la coscienza collettiva.

Forse ecco perché Pirandello scriveva di sei personaggi in cerca d’autore.

Come se per esistere, archetipi e idee, dovessero per forza essere partorite dalla mente di qualcuno, dotato di un minimo di raziocino adatto per procedere per esperimenti e tentativi, fino a intersecare le giuste combinazioni di parole frasi e creare storie.

Non è quello che raccontate voi oggi editor?

Non è la vostra idea di scrittura quella di un calcolatore intelligente capace, con raffinati giochi di byte, a produrre racconti?

Non siete voi che in fondo considerate lo scrivere solo un tentativo, nutrito da qualche manuale da qualche regola?

Alcuni addirittura usano la matematica per formare personaggi, convinti che basta dividere in frazioni l’unità per poi riunirla.

E cosi che il progetto si chiama Tryte, un progetto di intelligenze artificiali quelle che oggi inseriamo nella letteratura.

Siamo noi calcolatori umani a dare origine per un caso o per una favola cibernetica a quelle storie.

Ma davvero il conte di Montecristo è soltanto questo?

È soltanto una causalità di incontri perfetti tra grammatica sintassi e una forma di pro-scienza?

Io non credo.

Credo che i personaggi non sono creati dall’autore.

Non è un Dio che modella creta.

O che produce parole.

L’autore è soltanto una porta.

E se è in connessione con quel magico mondo delle idee serve soltanto per portare Edmond Dantes, Elizabeth Bennet, David ma anche Frank E Elena in questo mondo.

E una volta accolti loro divengono reali, non soltanto forme abbozzate di pensiero.

Divento io, diventi tu, diventano tutti noi.

Frank è la giustizia che non vuole mai stare zitta, ma anche la coscienza di un mondo meno organizzato e più multiforme che le nostre limitatezze ci mostrano.

Frank è anche la guerra e la scoperta, è l’ambiente in cui vive e la follia di chi se ne discosta.

Dorothy è amore e maternità, ma anche accettazione tutta femminile che non esiste la fine.

Bobby è l’antenna che tutto collega in una fantasmagorico organismo vivente fatto si sottili ragnatele di eventi e ricorsi.

Elena è la volontà di uscire da se stessa e iniziare a provare a vivere in un modo più passionale.

O magari folle.

E il programmatore sarà l’uomo capace di dire no al suo passato e al suo presente, di dare un calcio al marciume e iniziare a crearsi un futuro in cui le catene sono solo un bel ricordo o un soprammobile.

E Il nostro sindaco sarà il potere che corrompe e che ne frega dei poveri coglioni dei cittadini che servono solo per produrre utili.

Ecco.

I personaggi sono dentro di noi.

E una volta attivati essi vivranno da soli, saranno loro a guidare l’autore e non viceversa.

Affinché il libro divenga soltanto un magico mondo in cui vedere l’altra soglia. Sta a noi decidere se sia abisso.

O paradiso.

Tryte è un inno alla creatività quella vera, quella che vive a prescindere dal nostro pensiero, e che grazie al nostro pensiero nasce.

Ma come un figlio poi si forma da sola e va per la sua strada.

E a noi lettori non resta che seguirla attonita e iniziare a raccontare ogni storia della storia, per poterci fondere con questo mondo chiamato iperuranio.

E tornare a essere persone senza l’ansia di cercare l’autore.

Magari fare le nostre battute e scrivere da soli il nostro finale o il nostro inizio.

Scrivere è un po’ come vivere.

E’ tutto un viaggio ammantato dall’incognita.

E con la libertà di scegliere il bivio che più ci aggrada.

Ecco che lo scrittore non diviene più autoreferenziale, cosi come Tryte non è più il libro di Luca, ma diventa mio, tuo e di Frank.

Diventa vita e carne, corpo e sogno.

Pensiero e materia.

E solo rari, rarissimi eletti, avranno la gioia di capire che quella bella stanza con il calcolatore, è solo una facciata.

La scrittura è soltanto una porta.

E l’autore, in fondo non fa altro che aprirla.

Ma non per lui.

Per noi e per il mondo intero.

Sono dei pazzi?

Forse.

Ma come direbbe De Gregori:

siamo quei pazzi che venite a cercare

e di cui abbiamo tanto bisogno.

“L’ultimo nemico” di Luca Luchesini, Lettere animate editore. A cura di Alessandra Micheli

 

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L’ultimo nemico a essere annientato sarà la morte

Lettera ai Corinzi 15,26

Quante volte abbiamo letto questa frase, sdoganata dalle lettere del buon san Paolo e resa famosa dalla nostra zia Jane?

Tutti credo.

Ma pochi come me si sono fermati a riflettere: perché considerare nemico un fatto collegato al nostro ciclo vitale?

Quello che ci accomuna a fiori e piante, che nonostante abbiamo avvinto di colori terrificanti, per chi ha una mente curiosa non sarà altro che un altra, grande scoperta.

In fin dei conti, per una mente ben organizzata, la morte non è che una nuova, grande avventura.
Albus Silente, Harry Potter e la pietra filosofale

Un avventura, una porta che ci aprirà scenari diversi, mai congrui alle nostre personali aspettative, che nessuno potrà mai descrivere.

Oh se ci hanno provato.

Poeti, scrittori, pittori, tutti a dipingere quel paesaggio che nessuno sa.

Ognuno colorandolo delle proprie idee, ideologie, credenze e speranze.

Ma nessuno riesce lontanamente a immaginare cosa si cela dall’altra parte. Possiamo solo narrarlo con gli occhi delle fede, qualsiasi fede, che sia religiosa o atea o scientifica.

Possiamo solo esorcizzare la paura dell’ignoto con la nostra arte creativa, sperando sempre di sbagliarci e che questo ultimo nemico sia diverso da come lo immaginiamo, più semplice, più riconoscibile, come un amico che non vediamo da tanto tempo e all’improvviso ci chiama sorridente.

Forse la morte è davvero un altro sogno, un altra dimensione, un altra storia da raccontare e raccontarsi, perché soltanto con le parole noi tracciamo le linee essenziali dell’eternità.

L’ultimo nemico è sicuramente un perfetto thriller colorato di distopia, da leggere con il fiato sospeso.

Ma è anche, per i fini intenditori, un viaggio filosofico attraverso la nostra più grande paura, la signora con la falce che non risparmia nessuno da secoli.

Possiamo tentare di gabbarla con la scienza, o con la musica come ci dimostra il mio amato Branduardi in ballo in fa diesis minore.

Possiamo affrontarla con occhi di brace e essere immortali grazie al nostro tentativo di confinarla in rigidi concetti.

Ma ci sfuggirà sempre.

Anche nell’ultimo nemico il sogno di Picard, intelligente e lungimirante scienziato, lei regna sovrana.

Tuttalpiù ritardiamo il nostro arduo incontro con il suo cinereo volto.

Ma palla fine bussa sempre.

Nello stravolgimento apportato dalla scoperta del Teleomerax, essa non fa altro che ballare fiera e sarcastica.

Tra morti, intrighi, velleità umane tutte improntate alla ricerca del potere, lei occhieggia beffarda.

Non potete sconfiggermi sembra sussurarci sorridente.

Eppure io, in quel sorriso feroce, non ci ho mai visto nulla di macabro.

La morte è li soltanto per amore.

E lo capisce il nostro scienziato alla fine del suo lungo, lunghissimo viaggio attraverso anni, epoche, sempre improntate alla perfidia del potere che seduce gli uomini facendoli alleare con l’unico vero nemico: l‘ingordigia e la voglia di dominare l’altro.

Ecco che la morte è solo il mezzo per aver un sano timore di Dio, affinché si possa comprendere che esiste sempre una legge sacra da rispettare, che nulla ha da spartire con l’immobilismo fanatico religioso.

La morte è lo stimolo a superare i nostri limiti a vivere sempre con maggior passione quella vita, importante finché è la nostra, da rendere CAPOLAVORO assoluto, non distruzione oscena.

E il timor di Dio, in fondo, è questo: sapere di avere nella nostra anima un lato oscuro, lato terribile, cosi degno sia di venerazione come di spavento.

Il timor di dio non è il limite da superare, ma è semplicemente il rispetto che dobbiamo portare ai nostri doni, l’intelletto, la creatività, la fantasia e tutto quello che da questi straordinari strumenti può nascere.

Vedete l’uomo è immerso in un ordine strutturato che il nostro dio, quello vero non quello creato dalla nostra finalità cosciente, ci invita a nominare.

Capite?

Nominare ossia rendere esistente.

E nominare comporta l’osservazione, e l’osservazione è il primo passo della sperimentazione tattile e mentale.

E cos’è questa se non la scienza?

La scienza è il riconoscimento della meraviglia che ci circonda.

Lo stesso Picard non fa altro che emozionarsi davanti alle scoperte del DNA dei telomeri.

I telomeri sono le strutture che permettono al DNA di replicarsi e formare una copia esatta della cellula originale, solo che con il passare del tempo diventano sempre più corti, fino a quando la cellula non è più in grado di riprodursi correttamente e muore.

Del resto come non stupirsi delle meraviglie del corpo?

La struttura perfetta, ingranaggio di un meccanismo con una precisione maniacale.

E che dire dei numeri dell’universo, quelle costanti che sono alla radice di tutti i fenomeni del mondo e ne determinano il ripetersi sempre uguale, con una perfetta sincronia.

Allora la morte non è l’ultimo nemico.

Il vero antagonista di noi stessi va ricercato in un sistema che non cambia mai, nonostante le diciture sociologiche che identificano ogni finto stravolgimento come nuovo ordine.

i grandi conflitti dello scorso secolo sono successi in periodi di tumultuoso sviluppo. Pensi solo ai progressi della fisica, alla scoperta dell’energia nucleare a cavallo delle due guerre. Tutto questo ha scatenato una sequenza di invidie, timori, risentimento e disordini economici che sono infine sfociati nella guerra. Quindi, niente di nuovo.

Un sistema che fa dello scontro, della competizione la sua raison d’etre, descritto perfettamente dal nostro Luchesini, con una bravura rara, con la capacità di coniugare tensione e riflessione.

Un mondo distopico?

Forse molto meno di quanto immaginiamo.

E’ lo scenario di chi vuole semplicemente raccogliere la sfida di signora morte e provare a cambiare se stesso, con la sua intelligenza, la sua evoluzione personale, per creare un uomo nuovo, o una razza che possa finalmente imparare dagli errori e procedere verso un apprendimento diverso, quello del terzo tipo tanto auspicato da Gregory Batson.

Allora oltre a restare avvinti da queste pagine, raccogliamo la sfida di Signora Morte e cerchiamo di superare i nostri limiti per raggiungere, finalmente, un armonia tanto agognata ma tanto lontana.

Complimenti Luca.

Emozionarmi non è affatto facile.

E tu ci sei riuscito

Il Telomerax permette di ampliare le opportunità, e questo è esattamente quanto facciamo da quando abbiamo abbandonato le caverne. Se ne fossimo stati più consapevoli, avremmo forse potuto evitare tutte le tragedie che ci siamo auto-inflitti lungo il percorso.”

Ecco che cosa ci manca: una sana, necessaria consapevolezza di noi stessi. E nulla, neanche la scienza potrà darcela.

E’ la nostra scelta.

 

“Il crepuscolo degli eccelsi. Volume uno e due” di Uberto Ceretoli, Nero press editore. A cura di Alessandra Micheli

 

E’ la vigilia di natale.

Fuori è un freddo pungente, e il sole è oscurato da nuvole grondanti di pioggia, che sembrano lacrime trattenute a stento.

Volti in giro, tanti volti, spenti, granitici, quasi assuefatti a un botulino che non è estetico ma è dell’anima.

Fissi in espressioni rassegnate, fissi nel ripetere quasi in modo ossessivo comportamenti, tradizioni, movimenti che non nascono più dal cuore.

Come se un burattinaio perverso, un Mangiafuoco dalle fauci spalancate in una grassa risata, muovesse i fili di quelli che un tempo, un tempo felice, erano uomini.

Non c’è amore.

Nello scambio di auguri.

Non c’è amore nello scambio di regali.

Non c’è amore nelle case, non c’è amore negli addobbi.

Non esiste passione nei cortei, nelle proteste, neanche in quei politici da reality.

Non c’è amore nelle finte processioni, nelle chiese, nei luoghi dove dio dovrebbe rinascere.

Non esiste amore nelle proteste, nelle lamentele, in ogni nostro finto ribellarci.

È tutto un costante ripetersi di trite e ritrite commedie dell’arte, fatte da guitti senza talento.

Non c’è amore nei libri, in quella letteratura cadaverica decomposta, stantia usata solo per rimpinguare le tasche scintillanti di denari, sanguinosi denari, del re di turno.

Viviamo una società che della distopia ha fatto una realtà concreta in un omaggio beffardo e senza coscienza al nostro Orwell e a quel Bradbury che pensavano soltanto di farci un favore, scrivendo il peggiore dei nostri incubi: la perdita dell’umanità.

Il Crepuscolo degli eccelsi poterebbe essere letto come uno spettacolare urban fantasy, pieno di azione e di adrenalina.

Ma descriverlo in codesto modo è mancare di rispetto a voi lettori, considerandovi ebeti e soprattutto all’autore e alla casa editrice, che non hanno confezionato un mero prodotto commerciale, atto solo alla vendita.

No.

Hanno deciso di svegliarvi nel modo peggiore, dando corporeità e risalto alla denuncia del disastro subito o scelto ( a voi lettori l’ardua sentenza) dalla nostra società cosi fallimentare, cosi permeata di ossessioni, di staticità, di esaltazione dei bisogni più abbietti.

Un mondo al contrario osservato da una prospettiva privilegiata, quella di un immortale capace di oltrepassare i tempi, sopravvivere a essi, testimone dei corsi e ricorsi storici sempre improntati alla ricerca dell’acme della soddisfazione, della massimizzazione dei benefici senza la condanna dei costi. In fondo, il nostro ludico divertimento deve avere il miglior risultato possibile, quello di sfruttare gli altri senza subire la ripercussione dell’atavica legge quantistica di azione/ reazione.

In fondo, il nostro ludico divertimento deve avere il miglior risultato possibile, quello di sfruttare gli altri senza subire la ripercussione dell’atavica legge quantistica di azione/ reazione.

Conoscete l’effetto farfalla?

E’ una teoria che considera importanti anche piccole, infinitesimali variazioni nelle condizioni iniziali che possono in realtà produrre grandi variazioni nel comportamento a lungo termine di un sistema.

Un battito di una farfalla può scatenare un uragano.

Da sempre governanti e élite al potere hanno tentato di aggirarne la trista profezia, l’oscuro avvertimento, non dando credito o relegando predizioni e moniti, nella strana dimensione del mito e della leggenda.

Nostradamus ciaone in pratica.

Ma l’effetto farfalla vorrebbe soltanto salvare quell’umanità nata da un sogno divino, da una lacrima di dio, da un progetto che voleva brillare e investire l’intera creazione di splendore.

E dov’è lo splendore?

E non soltanto in questo libro ma nella nostra attualità.

E’ nel dramma delle emigrazioni causate dalle guerre?

Dal terrorismo che viene strumentalizzato per dividerci ulteriormente?

Dalla menzogne di una realtà precostituita che legittima e giustifica il dominio?

Pensate al caso Husseim.

O alla terribile minaccia dei talebani.

La verità precostituita li vuole come enormi cancri in senso alla nostra perfetta società, da estirpare a ogni costo, in nome di un bene superiore.

Ce lo dice il nostro governo, lo sussurra il TG di turno, lo urla con forza il leader mondiale.

Ma è davvero cosi?

Leggete anzi assorbite queste parole:

Ora sapresti dirmi i motivi che hanno spinto l’Inghilterra ad accettare le richieste di aiuto del Somaliland?»

«La disputa sulla proprietà di un giacimento di uranio, posto al confine, di cui il Somaliland ci aveva concesso lo sfruttamento».

«Farò finta di non aver sentito, quello che mi hai detto. La miniera è il ringraziamento da parte del Somaliland per l’aiuto, non è il casus belli».

Deborah sospirò. «Il governo estremista della Somalia aveva costruito armi batteriologiche che intendeva usare contro i territori indipendentisti del Somaliland e aveva iniziato a deportare gli oppositori politici e i sostenitori della nuova Repubblica. Siamo entrati in guerra soltanto per motivi umanitari».

«Ottimo, è proprio questo che volevo sentirti dire. C’è altro da aggiungere?»

«Che le armi batteriologiche non sono mai state trovate e che le foto dei campi di concentramento somali erano un falso creato ad arte dai servizi segreti italiani?»

«Farò finta di non aver sentito anche stavolta».

«Ma sono l’unica che non crede alle invenzioni che avallarono l’intervento militare?»

Vi ricorda nulla?

No di certo.

Avete la mente assuefatta da una straordinaria droga: la banalità.

Starway to the heaven.

Siete subissati da messaggi pubblicitari, da sponsor, da intrattenimenti colorati che inneggiano alla logica del self made man.

Un grammo di felicità e diventi famoso!

Un trono e le porta della bellezza si spalancano e troverete amore, denaro, fama, successo.

Basta solo firmare con il proprio sangue il patto che vi chiede solo l’annientamento della coscienza.

E credere a ogni fandonia che serve per ingrassare i porci che comandano. Quello scritto sopra non è altro che il volervi ricordare l’intervento osceno in Iraq.

Come?

Osceno dici Ale?

Come puoi asserire che la cacciata di un dittatore sia osceno!

Non sei allineata, non credi alla nostra bella voce autorevole.

Dubiti dei dati.

Dubiti delle giustificazioni, guardi negli occhi i sudati politici, pingui come sanguisughe, o quei finti giornalisti, in cerca della conservazione della specie, ossia del loro posto e del loro status quò.

Eppure…

Saddam Hussein, il bieco osceno dittatore, schifato da tutti, maledetto dalla Damnatio memoriae.

Ma voi sapete chi è?

Saddam era una pedina usata per contrastare lo strapotere di un certo Iran di un certo Khomeini.

In fondo, il nostro occidente perbenista temeva davvero la potenza di questo piccolo stato, preoccupato che il fondamentalismo islamico potesse impadronirsi dei paesi arabi.

E dei loro giacimenti di petrolio ovviamente.

In pratica era sostenuto MILITARMENTE da noi.

Anzi rettifico dagli Usa.

Sapete che nonostante le atrocità commesse dal pazzo, gli Usa promisero all’Iraq strumenti per sviluppare armi di distruzione di massa?

No.

Immagino che queste verità siano troppo scomode.

Del resto come dice il nostro grande autore:

E poi a te cosa te ne frega della vera verità?

Noi che poi abbiamo deciso, un giorno, di togliercelo dalle palle.

Insomma la legge finanziaria ci impone di allearci anche con i mostri.

E quale scusa migliore della presenza di armi chimiche nascoste chissà dove?

Peccato che l’ONU stessa non trovò mai nessuna prova di questa strana accusa. Ma chissenefrega, il petrolio ha un profumo troppo allettante.

E poi una democrazia a immagine e somiglianza del dominatore, ci assicura, in nome del bene comune, soldi a palate.

Armi chimiche, storia di una menzogna.

Ottima base per un libro di distopia.

Ah no.

Non è fantascienza è storia.

Storia vera.

E leggete queste parole:

Curveball” nell’intervista al giornale britannico fece capire che molte di queste informazioni (se non quasi tutte) erano inventate, in particolare quelle sui suoi ruoli nella produzione di armi e sui camion per la produzione delle armi di distruzione di massa. Disse al giornalista del Guardian: «Forse era vero, forse no. Mi dettero questa opportunità, di costruire qualcosa per abbattere il regime. Io e i miei figli siamo fieri di averlo fatto e di essere stati la ragione per dare all’Iraq la possibilità di una democrazia», aggiungendo: «Quando penso che qualcuno viene ucciso, non solo in Iraq ma in qualunque guerra, sono molto triste. Ma ditemi un’altra soluzione. Sapete dirmela? Credetemi, non c’era altro modo di portare la libertà in Iraq. Non c’era nessuna altra possibilità».

https://www.oltrelalinea.news/2017/03/17/armi-chimiche-storia-di-una-menzogna/

Ah beh contento te che per liberare hai regalato manette che lacerano i polsi, e li hai fatti camminare su una strada lastricata di cadaveri, beh contenti tutti.

La mia coscienza però non è d’accordo.

Pensa sempre che l’uomo sia più importante del Sabato.

Ci avevi pensato quando hai deciso che il rispetto del regolamento viene prima del rispetto umano?»

Quindi la libertà si basa sulle menzogne.

La libertà si costruisce a seconda dei nostri cazzi privati.

Non lo sapevo.

Ma non si finisce mai di imparare.

Volete parlare dei Talebani?

Armati da nientedimeno che la nostra USA!

Per contrastare nel 1979, lo strapotere dell’avversario URSS.

Ecco che per ottenere non il bene comune, quello è morto da tempo, ma il sostentamento dell’èlite al potere e con élite io intendo tutti, economisti, imprenditori, politici, e compagnia bella, bisogna sempre allearsi con i mostri.

Ma sapete cosa cerca il volgo?

Non è importante quello che pensi, o le fonti che avvalorano la tua tesi e quella dei giornalisti non-allineati: gli insegnanti vogliono sentirsi dire una cosa riguardo alla Guerra d’Africa, la verità che è stampata sui manuali».

E la verità muore, languendo disperata e invocando l’auto dei sui perfidi figli

Quello che pensano gli altri stati, i politologi e i sociologi non ha importanza: gli insegnanti devono capire quanto hai studiato i libri di storia.

E allora chi cavolo è il vero mostro?

Un vampiro che segue la sua scellerata natura, o l’uomo creato più alto di stelle e coronato di gloria che per i suoi abietti fini si allea con abomini?

Vite umane? Definiresti tali quelle degli esseri che conosci? Dimmi, chi tra noi è il vero non-morto: io che sfuggo al giorno e al tuo mondo oppure tu che ne sei prigioniera? Io che vivo di sangue o i burattini che obbediscono alle leggi del Direttorio e che uccidono in suo nome?

Umani?

Quelli che pur di non faticare a pensare accettano ordini dall’alto consci che non devono usare il loro intelletto per scindere bene o male ma soltanto

noi poliziotti non abbiamo bisogno di lavarci la coscienza. I poliziotti non hanno coscienza. Gli agenti obbediscono, i patemi sono per chi impartisce gli ordini, non per chi li esegue. Se ci ordinano di irrompere dentro un pub e uccidere chiunque si muova, questo dobbiamo fare: sono le regole del gioco. I cittadini dovrebbero comportarsi in modo che non venga mai ordinato di irrompere in un pub; se accade, chi spara è soltanto uno strumento.

Siamo solo marionette in mano del potere, grasse vacche che rendono I nostri aguzzini tronfi e panciuti.

Sono un mostro?» Roger spalancò le fauci e provò a dilaniare l’umano con i denti acuminati; si fermò, ostacolato dal potere della croce ortodossa. «

E voi umani cosa sareste? Il vostro patetico Impero ha scatenato metà delle guerre degli ultimi cinquant’anni. I vostri figli hanno vomitato le budella nelle giungle, nei deserti, sulle strade di città ridotte a carogne. Guardami, schiavo del Direttorio, se la mia malvagità è una condanna, la tua è un dono. Io succhio sangue, ma la classe agiata che ti controlla e ti ha sottratto la ricchezza e la libertà: dimmi, stupida marionetta, chi sono i vampiri?»

Chi è il vero mostro?

Noi che appoggiamo questo sistema, ogni tanto concedendoci una finta parentesi ribelle, o l’essere soprannaturale, frutto della nostra perversione?

A voi la risposta.

Io sinceramente, dopo le notizie di questo natale senza amore, spero che un Roger de Tosny venga a demolire questo orrore reso carne. In cui io non mi riconosco nè oggi nè mai.

Perché credo che chi davvero crede nella vita, nella giustizia, nella Maat, nella solidarietà, con I mostri non ci scende a patti. Li combatte a costo della vita. E se questo non è accettato dallo status quò preferisce perderla quella vita che è svenduta per un pugno di dollari.

«Ho imparato una cosa da questa lurida società, e sai cos’è?» Gli occhi di Roger brillarono di una tenue speranza. «Che è l’unica che abbiamo e che dobbiamo fare di tutto per difenderla: non si scende a patti con i mostri. Mai!»

Continuo a camminare e a scontrarmi con facce tristi e sconfitte.

E una frase riecheggia per i vicoli della mia città:

Non c’è amore tra gli uomini,

E finchè questo amore non lo troviamo dentro di noi, e non lo porteremo all’esterno, nessuna politica, nessuno sforzo, nessun cambiamento, ci elargirà un alba diversa.

Io ve lo consiglio questo libro.

Perché chi lo legge, ha una speranza di non diventare un semplice ingranaggio di questa oscena fabbrica di privilegi chiamata società.

“Stones” di Selene Piana. A cura di Alessandra Micheli

 

Quando ho ricevuto il libro di Selene per la recensione, ammetto di aver pensato: “Oh no, un altro dannato rosa con una misera ambientazione distopica a giustificare gli ostacolo d’amore”.

Per fortuna il mio pregiudizio è così labile e così sottoposto alla curiosità naturale del lettore che quando apro il reader, esso si dissolve. E inizio ad ascoltare la voce dell’autore, ma soprattutto del testo.

A mia discolpa ammetto che oggi pochi hanno voglia di raccontare, ma più che altro di proporre il loro prodotto. E i sottogeneri della fantascienza non sono affatto adatti al marketing. Semmai sono adatti alla comunicazione di qualcosa per noi, e per la nostra vita interiore può rivestire enorme importanza.

Selene è brava.

È riuscita a identificare e a percorrere senza indugi, senza soccombere al lato sensazionalistico della storia, il difficile sentiero della distopia. Claustrofobia, senso di disorientamento, panico e rassegnazione di chi all’improvviso si trova di fronte a un mondo… capovolto.

Perché la distopia è semplicemente l’orrore immaginario, reso reale, è il disastro che sembra lontano e profetizzato ma che all’improvviso si concretizza rompendo ogni schema mentale, ogni abitudine, ogni speranza. In un mondo rovesciato in cui i valori civili si rivelano per quello che sono, cioè illusioni, bisogna poter sopravvivere. E spesso la sopravvivenza in un mondo mutato, muta anche l’animus umano rendendolo feroce, spiazzato, disperato, senza coscienza (come in “Brandelli d’Italia”) o fa nascere i migliori sentimenti di quella giusta rabbia che ci portano alla reazione (come in “Nectunia”).

Come notate, ogni libro ha il suo messaggio ed è nato e nasce per raccontarci, oltre alla storia adrenalinica e disperata, qualcosa di noi, una parte di società che dobbiamo per forza vedere. Che sia totalitarismo, che sia la tecnologia che sostituisce il cuore, che sia la radicalizzazione di un’idea, che sia il rifiuto di avere esseri pensanti a dominare un mondo distrutto (spero ricordiate Fahrenheit 491, dove è la conoscenza il vero male del mondo) insomma, ognuno dei nostri nefasti impulsi trova nel genere il suo onorevole racconto.

Allora cosa ci dice Selene con Stones?

Perché usa questo racconto di devastazione, paura e sospetto?

Mentre leggevo e persino a libro terminato ci riflettevo. Era lì la risposta, vicino a me che sussurrava, ma qualcosa in quel libro di un Italia in preda al contagio, fatta di morte, de-solidarizzazione e sopravvissuti prescelti, quasi immuni alla malattia, mi sussurrava. Ma era una voce flebile. O forse io non volevo affatto ascoltare. L’Italia isolata, minacciata dalle altre potenze, un’Italia in preda al caos, in cui soprattutto donne e bambini venivano sterminati.

Poi all’improvviso da una radio arrivano le parole di Edoardo Bennato:

 

una mattina mi sono svegliato, tutto sbagliato baby…”

 

Tutto sbagliato.

L’Italia?

Tutta sbagliata.

I valori?

Tutti sbagliati.

Le nostre ideologie?

Cadute.

I nostri sforzi per rendere l’Italia una nazione etica?

Tutto finito.

In fondo il libro di Selene non fa che anticipare in un universo terrificante il vero contagio del nostro paese: l’odio verso l’altro. Quella società così dedita alla caccia alle streghe da implodere su sé stessa.

Una civiltà così osteggiata dall’Europa, il mosaico che doveva incorporarla, da essere isolata da un muro.

Il muro della vergogna.

E quel muro lo vediamo oggi ragazzi miei. Lo vediamo nella volontà ancora viva, nonostante sia cadavere, di attaccare i frutti della nostra stessa vita: donne e bambini. Ecco il contagio. Ecco la malattia. L’Italia si rannicchia su sé stessa, stanca di fingere ed esplode, in una miriade di pezzi, mutando, anzi diventando, finalmente libera di mostrare il suo vero volto: la distruzione.

Non ci rendiamo conto che piano piano stiamo rosicchiando le stesse basi della civiltà, dei diritti su cui speravamo e sognavamo di fondare uno stato diverso. Non è diverso. È simile agli altri, peggiorato perché abbracciato con forza e disperazione a stantii valori.

Stones” sono le persone che riescono a sopravvivere al contagio, quello di essere risucchiati in un mondo dedito alla sopraffazione e alla legge del più forte, e che hanno la forza indomita di una rabbia atavica. Non è un caso che le protagoniste, le vere luci che brillano, sono donne. Donne che devono essere usate, che devono essere costrette a dare a quel paese morente una speranza. Costrette, non lodate perché capaci di mutare.

Ecco il segreto. L’essere umano deve poter cambiare, trasformarsi, ingerire i germi della malattia per poterne diventare immuni. Ma per farlo, deve poter vedere. Riconoscere che essi sono virus. Riconoscere dunque i valori sbagliati, gli assunti culturali oramai divenuti stereotipi e smettere di esserne schiavi.

Devono diventare quelle rocce sui cui impiantare un nuovo dannato ordine mondiale.

Il nostro vero problema è che noi non abbiamo Amore nei nostri cuori. Riconosciamo il sesso, riconosciamo il possesso, riconosciamo la rabbia dell’appartenenza. Ma di amore noi non sappiamo nulla.

Lo sanno forse gli animali e infatti sono loro che, in questo libro, ricoprono di calore le ferite di quella gente distrutta, che una mattina si è sbagliata e ha visto che il mondo che conoscevano o che credevano di conoscere era tutto sbagliato.

Negli ideali, nelle battaglie, nei finti cambiamenti, c’è solo il sistema che si ripropone con la stessa oscura canzone, senza che si muti davvero il nucleo profondo che sostiene una traballante civiltà.

Nel palazzo dalle mille stanze
nel silenzio di pareti grigie
non si salva niente, nemmeno le apparenze

Nel disegno di quei corridoi
interrotti da ritratti di eroi
non si salva niente nemmeno le intenzioni

Non c’è amore, nelle cattedrali del partito
nei discorsi ufficiali, non c’è amore
nei finti battimani

Non c’è amore, nelle processioni del partito
nelle bande e nei cori, in quei canti
che non sono canzoni

E  in questi assunti culturali non abbiamo amore.

Se l’amore non nasce neanche quando il disastro è alle porte, davvero non si salva più nulla.

E possiamo solo dirci le parole amare di Edoardo

 

lotta di lunga
lunga durata, tutta sbagliata

 

Senza basi, noi non siamo altro che entità astratte, prede di un mondo che si ribella costantemente contro di noi.

E allora ogni lotta, persino quella di questa scrittrice degna solo di lodi, diviene solo un altro immenso lungo tentativo andato a vuoto.

Rifletteteci

“Brandelli d’Italia” di Marco Crescizz, Delos Digital. A cura di Alessandra Micheli

 

Basta dare un’occhiata al titolo del testo di Crescizz per domandarsi se ci si trova davvero davanti a un horror a una lucida e crudele cronaca del nostro tempo.

Lo hanno definito cattivo, eccessivo, sconvolgente e hanno spesso criticato l’ambientazione e la scelta degli espedienti letterari.

Per questi motivi ero davvero curiosa di immergermi in una lettura tanto controversa, per capire il motivo per cui il suo “splatter”, non più fastidioso di tanti altri libri, fosse cosi contestato. Capire nel profondo le motivazioni che portano un giovane autore a non scrivere di speranza, ma a delineare un tetro scenario post apocalittico.

Senza redenzione.

E sapete cosa mi ha stupito?

Che il senso del libro, si è presentato a me in tutto il suo sanguinoso splendore, un urlo che attraversava in lampi infuocati la mia mente mettendomi di fronte ai pericolo insiti OGGi, Ora e non in un fantomatico domani, nella nostra società.

E mi sono chiesta se sono io la solita esagerata, pronta a cogliere un senso etico in ogni libro, convinta che sia quello a dover creare le fondamenta del testo, o se semplicemente l’autore si è divertito a creare un clima ansiogeno senza ulteriori intenti.

Cosi ho letto e riletto Brandelli.

A ogni lettura una sottolineatura, a ogni nuova analisi una frase che spiccava tronfia e decisa a farsi notare.

Allora ho compreso.

No, non sono io esagerata, semplicemente il libro è una sorta di prova per il lettore, pronto a dargli quello che la sua evoluzione richiede. Solo i degni capiranno che, dietro l’avventura al limite, i personaggi assurdamente amorali, gli scenari tragici e il taglio crudo delle scene, Crescizz descrive una realtà sotto gli occhi di tutti. Siamo noi incapaci di vedere, talmente presi da una realtà virtuale, precostituita da non accorgerci della manipolazione che ogni giorno la nuova teocrazia ci propina.

Perché ripeto Brandelli non è un horror fantascientifico, ma una tetra allegoria di cosa accade alla nostra spaurita pseudo civiltà.

Ma andiamo con ordine.

Anche in questo testo l’ambientazione è apocalittica.

E indovinate di chi è la colpa?

Di un essere apparentemente superiore, ma che è in realtà troppo stupido per amare la vita e troppo preso da se stesso dalle sue mire espansionistiche, troppo preso dalla brama di potere, tanto da deturpare l’ambiente in cui vive e opera. Anche qua si rivela fallimentare la parabola batesoniana della finalità cosciente: l’uomo cosi convinto di essere padrone del mondo, al centro di questo blando universo tanto da reclamare come diritto assolutistico il suo potere di nominare (ossia dominare) la materia, si rivolta contro l’energia creatrice nelle sue vesti di equilibrio cosmico. Di armonia, di perfezione o per dirla come gli egizi al principio della Maat. Ma il dio ecologico, il dio che soprassiede i processi vitali, non si può beffare e si rivolta, sprofondando l’uomo in una sorta di medioevo. Ed è un medioevo più dell’animo che reale, creato e intessuto con i peggiori istinti, impulsi e oscenità umane. Tanto che in un’antica volontà di ritorno allo stato di natura, si avvera la profezia hobbesiana: homo lupis. Ed è questo che porta la lacerazione del tessuto sociale italiano (oserei dire mondiale) rendendo appunto la nostra civiltà a brandelli. O in maniera ancor più pessimistica, rendendo ovvia la vera situazione attuale: quella appunto di una compagine sociale lacerata, ridotta allo stremo che si teneva unita da pallidi e inesistenti principi.

Che il nostro paese si regga su assunti fallaci e poco sentiti, quindi decadenti perché non accettati nel profondo di noi stessi dai suoi cittadini è oramai un fatto assodato. L’Italia è un nome non una realtà, tenuta assieme da legami fittizi di convenienza e dominata da assurdi giochi di potere.

Ma badate bene, non è un risultato ma il suo punto di partenza.

Mi spiego meglio.

La storiografia ci ha fatto sempre credere che, l’idea italiana, di patria di struttura organizzata e organica fosse un sentito bisogno del popolo, portata avanti da eroi che si sono sacrificati per il bene comune.

Nulla di più errato.

L’Italia e lo stato italiano è nato da un preciso piano di dominazione che intendeva, semplicemente, sostituite il dominante. Ma non intendeva assolutamente annientare lo status di dominato. Da democrazia a oligarchia e poi successivamente da dittatura il passo è breve. Son entrambe accomunate da una falsa prospettiva, da una falsa origine e alimentati da meri interessi personalistici. La teocrazia descritta da Crescizz esiste: la si ritrova quando ogni idea diviene ideologia e serve per mascherare i veri intenti. E da qua torno a citare il mio amato Vilfredo Pareto, dietro a ogni grandioso pensiero si cela il più turpe interesse: sono i residui non logici dietro alla perfezione dei sistemi di pensiero. Cosi comunismo, socialismo, persino fascismo e nazismo, la tecnocrazia, diventano figlie aberranti di quella smania di conquistare, di primeggiare, di sottomettere per emergere. Cosi come la democrazia con i suoi comandamenti cosi rigidi tendenti ad annullare, annichilire e annientare la diversità in favore dell’uguaglianza. Fu Tocqueville a metterci in guardia dal pericolo del motto tutti uguali: ossia l’omologazione.

E l’omologazione, l’annientamento delle potenzialità servono per far emergere il demiurgo di turno, colui che plasma non tanto il sistema di governo ma la nostra percezione del reale.

In questo testo questa si rivolga alla tecnica più antica del mantenimento del potere ossia la creazione del nemico. Questo concentrerà attorno a se ogni terrore, ogni paura, ogni oscurità presente nella psiche più profonda, quel luogo dominio dell’ombra da cui possiamo trarre paradiso o inferno. Nel testo è ovviamente l’inferno a emergere.

Immaginate tutto questo in una situazione di totale devastamento delle certezze, in una sorta di mondo post atomico da cui ricominciare.

E come si ricomincia?

In questo ambiente fintamente multiculturale, in cui il messia prende le redini del comando e manipola le coscienze, si alimenta non il lato migliore dell’uomo ma quello oserei dire più tenebroso: le inquietudini. E queste non possono che generare divisioni, rabbia, violenza e caccia al colpevole capro espiatorio di una società che non sa o non può prendersi la responsabilità del proprio fallimento.

è necessario un nemico da temere, degli esseri inferiori che facciano stare bene gli altri.

E’ l’esaltazione dell’individualismo estremo quella descritta da Crescizz che mitizza la mancanza di responsabilità a favore della sopravvivenza.

E cosa diventa la sopravvivenza personale senza responsabilità?

Violenza. Orrore. Sangue. Blasfemia.

Senza più limiti etici l’essere umano si spinge oltre il lecito e il consentito, sfida dio con arroganza e inizia a sostituirsi a lui. Grazie a questo delirio di onnipotenza l’essere umano diviene oggetto e non più soggetto,un semplice mezzo per raggiungere i suoi fini. E rendere l’uomo svuotato di ogni diritto di ogni dignità è il passo indispensabile per dominare.

È facile muovere una rivoluzione, sovvertire il potere dominante… ma poi, figlio mio, cosa resta? Macerie… e gente pronta a ricostruire. Aspettano solo che tu dica loro in cosa credere.

Ed è una terribile verità: senza più il libero pensiero, spronato dalla dignità, senza più la capacità di autocritica, siamo solo facile preda per il dittatore di turno, che sia un leader politico, religioso, un life coach, o semplicemente uno che decide, per suoi interessi come dobbiamo usare la nostra creatività e i nostri doni.

Crescizz maschera un atto di denuncia in romanzo, conscio che è il mezzo migliore per far germogliare idee non per creare una rivoluzione, ma per stracciare questo osceno e putrido velo di Maya. Solo comprendendo cosa si cela dietro i dogmi è possibile non solo la salvezza ma anche la scelta. Chiunque creda di avere oramai la strada spianata, chiunque sia stato “clonato” per meglio assecondare le malate pulsioni di una società allo sbando, con la gnosi, con la consapevolezza può rompere questa catena che ci rende schiavi.

E scegliere.

E diventare pienamente umani.

E quando qualcuno si arrogherà il diritto di scegliere per noi, saremo protetti e capaci di lanciarci come novelli Vendicatori sulla prigione che tenta di costruirci attorno.

Io decido cosa è giusto e cosa non lo è, fiuto i bisogni del popolo, ne alimento le speranze, creo le necessità e smonto le teorie. Posso rielaborare i fatti, gestire le paure, veicolare i gusti, dare coerenza a ciò che non ne ha. Sono in grado di manipolare gli ideali e i loro simboli, come la svastica e il crocifisso, e posso reinventare il nazismo e il fascismo e mischiarli al cattolicesimo, fondere insieme scienza e religione, governando con la prima e facendo credere al popolo di vivere sotto l’ala protettrice della seconda.

Dubitate dei lupi travestiti da agnelli, degli imbonitori, di chi si sostituisce alla vostra mente, di chi vi dice cosa è giusto e cosa è sbagliato, chi odiare, e chi amare.

Sperimentate, crescete, evolvete.

Fate domande, ascoltate la vostra voce interiore diventate capaci di buttare la cesso ogni vostra certezza.

E ricominciate da zero.

Siate coraggiosi.

E questo libro vi aiuterà.

Sapete perché?

libri sono gli oggetti più pericolosi che possano esistere per chi detiene il potere. Forniscono informazioni utili per ogni cosa, da come costruire un edificio stabile a come ricavare un farmaco dalle piante. Ma non solo, i libri muovono le coscienze, accendono gli animi, danno sfogo al libero pensiero. Lo stesso si può dire di internet e dei telefoni, dei film, dell’arte, ecco perché ho bandito le comunicazioni e anche il cinema. Queste forme di espressione portano a un massiccio scambio di informazioni e di idee, formano le opinioni, creano alternative… e io non l’ho mai permesso. Le coscienze non devono avere coscienza affinché io possa governare su di loro.

 

Ecco perché molti sono stati sordi al grido lancinante di questo libro. Ma voi tenete le orecchie bene aperte e quando Brandelli vi chiama, rispondete.