“Area zero” di Giuseppe Pantò, Prospero editore. A cura di Alessandra Micheli

C’è un punto in cui la tua vita sembra tornare all’inizio dei tempi. Quando eri solo potenzialità e forse pensiero.

All’improvviso la vita quella quotidianità subisce una strana trasformazione e si deforma cosi tanto da creare una zona paragonabile alla famosa energia oscura dell’universo: un luogo in cui tutto viene risucchiato.

Il luogo del non ritorno, il luogo che ospita innovazione e degrado.

I luogo dal quale forse tutti noi proveniamo, idee che divengono carne e azione, parole che vagano nell’etere e che hanno bisogno di chi le nomina per essere.

E’ quello che accade in area zero.

E’ quel pezzo di esistenza in cui si annullano i numeri e tutto è sospeso. E’ il momento in cui la vita cambia o si affievolisce, si rannicchia su se stessa, diventa elastica e ospita tutto e il contrario di tutto.

Tutti noi siamo sostanti in quel limbo.

Prima o poi cadiamo nella tana del bianconiglio e inizia la follia coronata da coincidenze e indizi.

Questi lastricano una strada che forse, e sottolineo forse, ci riporta alla nostra vera essenza.

Lodovico è un giovane come tanti.

Protagonista non di una fiaba, di un miracolo italiano ma di una strana eppure consueta commedia dell’arte atta a inneggiare alla perfezione. Vite monotone ma linde, una carriera ineccepibile, nessuno scossone e nessuna emozione.

All’improvviso per un tragici evento tutto cambia: quella commedia dell’arte solleva il sipario e fa notare strane incongruenze tra gli attori per nulla “perfetti” e rivela con una strana sinistra luce l’ambiente che perde la sua patina di invidiabile splendore.

Ecco il non luogo direte voi.

Apparentemente l’area zero del libro inizia alle 11 e 11 del undici novembre, una strana coincidenza temporale.

Ufficialmente è il momento del viaggio alla scoperta della verità, un viaggio tra ricordi, tra flussi id pensiero e tra strani incontri. Ufficialmente Ludo inizia a dubitare di se stesso e della sua intera vita.

Persino della sincronicità di un percorso che appariva regolare e senza scossoni.

Un viaggio che era simile a quello di altri esseri umani, con problemi più o meno importanti.

Amori mai davvero vissuti.

Sogni mai davvero sbocciati.

E idee cosi lontane da essere irraggiungibili contenute in libri che divengono amici.

Eppure…quel luogo non luogo di esistenze che vengono risucchiate in quello strano vortice oscuro, non inizia con il crollo delle certezze.

Forse è nel momento in cui intraprende l’ardua e faticosa rivalutazione di ogni aspetto della sua vita che Ludo inizia ad esistere.

Un area zero aspetta tutti noi.

Un area in cui scompare tutto, l’uno (l’individualità) e il due lo scambio di energie, di esperienze che fanno crescere e arrivare al quattro, fino alla completezza poi del sei.

Zero è l’inizio.

E’ il caos primigenio dove tutto combacia eppure non esiste. E’ stasi E’ attesa del compimento del verbo.

Lo zero è la vita che si immobilizza e non scorre.

Non è morta ma non è neanche viva.

E credo che per il protagonista l’ara zero inizia molto prima della data assurda.

È iniziata quando è venuto al mondo ed è stato legato con catene ai polsi.

Quando all’inizio del libro si avverte quel senso di noia e di claustrofobia.

La data undici, è invece la mossa.

Uno più uno.

L’individuo che incontra il se.

La verità che ha bisogno della materia e del movimento per manifestarsi. E solo durante la ricerca che Ludo ama, incontra, scambia, cresce e vive.

Fino alla rivelazione finale che lo rende sempre più essere umano e sempre meno automa.

L’Area zero è il momento in cui tutto può accadere.

Può durare in eterno.

O svolgersi in un attimo.

Ma dallo zero, dobbiamo sempre iniziare a creare l’uno.

Perché un tempo remoto fu l’uno a dire e luce sia.

C’è un posto fermo e uno animato, chissà dov’è

Per come il mondo è disegnato dentro di te

E un posto dove ci son io

Che cerco un posto tutto mio lì di fianco a te

Angelo Branduardi

“Awen” di Arianna Rosa. A cura di Alessandra Micheli

La rincoglionita di Biancaneve disturbava i topini, che non l’amavano affatto ma la consideravano una piaga sociale, (una che alle cinque del mattino canta, è da incarcerare) cantando sempre una nenia asfissiante:

I sogni son desideri.

Non vi racconto il mio desiderio di bimba, che è stato poi dopo anni esaudito da Elena Mandolini.

Però vi dico che, durante la lettura del libro di Arianna questa struggente ( nel senso che distruggeva la mia pazienza) mi è tornata alla mente.

E mi sono fermata a riflettere.

No, miei adorati lettori, non sui mille modi di zittir la rincoglionita, ma sulla natura di quella forma di volontà in potenziale che è il desiderio.

E come sempre mi sono affidata alla mia passione per l’etimologia e la semantica, cosi sono andata a cercare la precisa definizione di desiderio.
E sapete cosa ho trovato?

Che deriva dal latino de-sidera ossia mancanza di stelle.

Capite?

A noi ci mancano le stelle.

E perché proprio loro e non che so la luna o la via lattea?

Perché le stelle sono anche nei tarocchi definite come la carta della speranza.

Quella che ci fa andare avanti e sforzare la mente a immaginare altri scenari, altri contesti e ..altri finali della storia che dio scrive per noi.
Desiderare quindi è contro quel fatuo destino a cui tutti ci condannano , come se un augure avesse lanciato la sua maledizione su di noi.

Sei quadrato e muori quadrato insomma.

Mentre il desiderio si trasforma in sogno, ossia immagino di essere tondo, trapezoide o che so un esaedro.

Ed è questa trasformazione non tanto dell’io quanto del ruolo che mi è stata assegnato, a diventare una bomba pronta a far scoppiare società, regnanti e convenzioni.

Riflettiamoci.
Forse era il desiderio di Marco Polo di scoprire nuovi orizzonti, tanto che in Cina lui e il suo fardello pieno di cianfrusaglie ci è andato davvero. Tanto da scriverci un libro, il milione.

E cosa dire di Colombo?

Il nostro navigatore non il pennuto.

Cosi imbevuto di mappe antiche, dei racconti di Marco che in oriente ci voleva davvero fare una capatina.

Che poi abbia sbagliato sono dettagli.

E vogliamo parlare di Galileo?

Odiava dar retta alla solita solfa pseudo scientifica..

Ha guardato più in la e ha detto, è la terra a girare attorno al sole.

Boom!

Ha messo in dubbio un intero corpus autocratico.

Potrei continuare all’infinito citandoci sognatori che dei desideri si sono fatti scudo e hanno innovato, rotto gli schemi ( a differenza della rincoglionita di Biancaneve che rompeva soltanto) e dato una spintarella al progresso.

Allora il desiderio, il motore dei sogni è quella scintilla che rende l’uomo quella creatura fatta più su di angeli e stelle.
Che ha dato a lui l’ardire di mangiare mele e mele e di rubare il fuoco agli dei.

E adesso..immaginiamo che qualcuno, di solito un grande monopolio decide di rubarci..i desideri.

E di farci business.

Come dite?

Già accade?

Nel momento in cui la finanza si appropria di quelli, dei desideri dico, noi siamo totalmente spogli, fragili e indifesi.

Non abbiamo uno scudo contro l’invasione della nostra mente.

Non abbiamo la forza di combattere l’ingiustizia.
Siamo solo carne da macello o forza lavoro.

E cosi che ci prospetta la vita Awen.

Qualcuno non molto pulito decide di creare il business dei desideri.
Chi è ricco paga e realizza quindi sogni.

Chi è povero..lavorerà a vita per ottenere quel privilegio.
O si presterà a reality show per mettere in mostra degrado e disperazione e rendere più ricchi i già ricchi.

Ricci non solo di soldi, ma anche ricchi di un ego ipertrofico dato dalla solitudine del concorrente.

Più si sforza per raggiungerli, più i loro piedistallo cresce, fino a sfiorare la luna.

E cosi nessuno ha la capacità di ribellarsi.

Nel momento in cui ci provano del fuoco e lo sequestrano tutti noi non siamo altro che pedine nel gioco a scacchi di chi si è eretto a padrone.

E’ davvero solo un libro mi chiedo io?

Forse no.

Forse Arianna ci mette in guardia.

Forse Arianna non vuole, come non o voglio io, che veniamo privati della voglia di essere stelle .

E forse se leggerete il libro, ogni volta che qualcuno tenterà di privarci dei desideri e con essi dei sogni rendendo che so il libro prodotto, l’incanto solo un istantanea, la voce ribelle una stories, forse inizierete a dire no.

Perché in fondo, lo dice la bibbia eh non io, siamo stati creati più belli degli angeli.

E coronati di stelle.

Anzi in fondo non siamo altro che polvere di stelle piante da un dio del cielo.

Capì d’aver ucciso per essere qualcuno

Capì d’aver amato il giorno di nessuno

La strada all’improvviso, la strada si accorciò…

Roberto Vecchioni

“Essi vennero” di Raffaele Fiorillo. A cura di Alessandra Micheli

La tecnologia che ci rende cosi fieri rischia però di dare vita a individui apaticamente chiusi nella propria zona di comfort.

E di dare un colpo mortale al senso di meraviglia.

La capacità e la curiosità umana che sono alla base del vero progresso possono lascia posto a un atteggiamento di tronfia arroganza: non più grati perché l’universo misericordioso ha scelto di farsi conoscere come pegno di gratitudine per il nostro saper porre domande, ma viene considerato qualcosa da “violentare” senza alcun senso di gratitudine. L’universo è uno scrigno con un lucchetto e noi dobbiamo usare ogni attrezzo per forzare la chiusura ermetica.

E’ quest’atteggiamento che crea, secondo l’antropologo Gregory Bateson dei disastri inimmaginabili.

Proprio perché l’universo può ottenere la definizione di essere senziente, seppur in modo romantico e quasi esagerato, può dunque si ribella a questa forzatura creando squilibri e disastri.

Del resto è storia di oggi.

Cambiamenti climatici che si risolvono in disastri naturali.

Organismi sempre più fragili messi al tappeto da virus che diventano i nostri padroni.

Quest’atteggiamento è stato sempre oggetto di studio per creare trame sempre più complesse per mettere almeno a livello letterale un freno all’azione arrogante dell’essere umano.

Da H. G Wells con la sua guerra dei mondi a Orson Welles, reo di aver scatenato il panico in America nel 1938, durante la sua lettura della guerra dei modi, in una memorabile interpretazione radiofonica.

Fu la sua credibilità a scambiare la lettura di una mera fantascienza per una mera informazione giornalistica: tutti credettero a una autentica invasione aliena.

Da quell’episodio la fantascienza con protagonista il solito extraterrestre è diventata quasi virale.

Ed è interessantissimo che questi esseri spesso oscuri, scivolati da altri universi divengano la sostituzione dei primigeni mostri di Cthulhu discesi però non da abissi di incubo, ma da astronavi perfettamente avanzate. Ed è questo contrasto che rende la sicumera di noi terrestri soltanto una fragile illusione: siamo indifesi, siamo in eterno bilico tra abisso e paradiso.

Gli alieni sono terrificanti, capaci di usare noi umani come cavie, quassi un una beffarda e tragica legge di contrappasso.

Noi che usiamo il resto dei soggetti definiti inferiori, appunto come oggetti da esperimenti, trasformati in quegli stessi da una civiltà ancor più evoluta capace di mettere in luce le nostre imperfezioni e le nostre debolezze.

Essi vennero appartiene a questo meraviglioso filone della fantascienza. E’ un mondo distopico ma sull’orlo di una vera apocalissi.

La terribile profezia dei Maya si è esaudita.

Ecco che il genere umano si trova di fronte all’egemonia di un altra civiltà i grigi, le famose eminenze oscure che tanto popolano i nuovi racconti del folclore del post moderno.

Essi vennero.

Diversi, troppo diversi da noi, incapaci di provare emozioni.

I gridi del libro di Fiorillo sembrano richiamare le nostre peggiori imperfezioni quella volontà di superare ogni problema senza empatia, usando e manipolando l’altrui vita.

Ed è questo che ci lascia con il fiato sospeso.

in fondo i grigi sono entità rarefatte che sembrano il doppleganger di un umanità sempre in bilico sull’orlo del baratro.

Troppo sicura di se da aver scordato la sua umanità.

E forse serve davvero un disastro per tirare fuori il meglio di noi.

Serve una catena e volte per poter apprezzare meglio la libertà.

“Repubblica italiana D’America” di Roberto Vacca, Altre Voci. A cura di Alessandra Micheli

Eccoci qua cari miei lettori.

Stavolta si parla di cose serie quindi preparatevi.

Però siccome quello che sto per raccontarvi non è una semplice narrativa. E non è neanche un libro pomposo, compiaciuto di se, e adatto solo ai pochi intellettualoidi da palcoscenico.

Anzi.

E’ un libro giovane, dinamico e speciale che trasuda ottimismo da ogni poro.

Pertanto attacco Vecchioni e tento di rubargli la stessa passione che mette nelle sue canzoni.

Roberto Vacca è un uomo speciale.

Non scrive per se, o per chissà quale narcisistico bisogno.

Vacca parla a voi.

Ha bisogno di lasciarvi il testimone e di spronarvi a lottare per voi stessi e per il mondo che vi ospita.

Questo straordinario autore vi fa un regalo.

E credetemi sono quei regali che vi serviranno sempre nella vita, anche quando vi apparirà solo un lungo tunnel senza luce.

E cosi quando vi ritroverete in lacrime davanti a sogni calpestati, quando qualcuno vi dirà crudele che bisogna essere realisti e smettere di sognare, il libro brillerà dentro di voi.

Quando la luna sarà oscurata dalle nuvole e tutto apparirà tenebra, quelle parole scritte formeranno la corazza contro fiere fameliche.

E difenderete il pensiero con una spada lucente, difenderete il vostro diritto di immaginare un finale diverso per ogni storia.

Perché è quello che ci stanno togliendo ragazzi.

Non il lavoro, non i diritti ma la capacità di immaginare un modo diverso, di creare tra le stringe del tempo l’alternativa.

Lo fanno perché temono la forza distruttiva e costruttiva di ogni pensiero che poi diventa azione e poi diventa terremoto e poi mano che prende le macerie e ripensa a come costruire ancora, imparando dall’esperienza.

Perché le idee sono stelle, sono come direbbe Vecchioni sorrisi di dio in questo sputo di universo.

E questo libro ragazzi miei vi può far sperare in un mondo diverso, sperare che se non ieri un domani e nell’oggi la storia possa essere diversa.

E da quello sperare che nascono uomini e non burattini.

Repubblica italiana d’America è un omaggio alla vera essenza di un essere creato più su di stelle e angeli, andare oltre al consueto e conosciuto e pensare in grande.

Ogni scienziato, ogni condottiero che ha deciso di non accontentarsi del poco che ha, del suo orticello e cercare di andare oltre il mare.

E stavolta il mare non è solo una distesa d’acqua.

E’ qualcosa di più.

E’ tutto ciò che ci limita.

E il luogo di sirene di Scilla e cariddi, che impedivano ai marinai di oltrepassare le colonne d’ercole.

Troppo rischioso.

Allora perché non accontentarsi di piccoli porti, di ristrette vedute, lasciando l’orizzonte ai sogni notturni.

Cosa serve pensare a una storia alternativa?

Cosa serve pensare secondo il principio e se?

Serve a allargare le mente.

A salpare quel mare anche se si rischia il naufragio.

E forse non posso farlo né io ne Roberto.

Potete farlo voi ragazzi miei.

Siete voi stelle e fuochi nella notte impossibile da spegnere, neanche se il temporale più tremendo scoppia improvviso.

Siete voi a dover costruire una vita e una narrazione diversa con i se e ima.

Qua sono proposti i miglior eventi storici in un ottica diversa, quella del dialogo delle opportunità e delle possibilità.

E’ presentato un sistema di pensiero diverso che prevede la collaborazione a discapito del profitto.

Che della diversità fa dono e tesoro, che mescola ogni elemento positivo di ciascuna tradizione, creando la tanto bramata terza via.

Qualcosa che rispettando l’altro rispetta me perché crea le condizioni non solo del benessere mio ma anche dell’altro.

Perché siamo e oramai lo sappiamo grazie al virus, interdipendenti uno dall’altro.

La storia alternativa non è fantasia.

Non fatevi fregare.

Ella esiste grazie agli infiniti rami delle possibilità concrete.

Sarebbe bastato a volte un no, o un si o una presa di posizione ribelle e coraggiosa, per cambiare la trama di tante storie.

Sarebbe bastato che l’uomo si sentisse più grande della materia per far si che i sogni potessero brillare.

Bastava stringere a se i sogni giovanili e impedire la vento di spazzarli via.

Quelle proposte da Vacca sono realtà concrete, che oggi abbiamo raggiunto con difficoltà ma che sappiamo possibili.

Non si tratta di un isola che non ci sono, o di velleità giovanili.

Dobbiamo sognare.

E grazie al sogno cambiare ogni finale.

Per persino le trame.

Questo mondo oggi ha bisogno di noi.

Di coraggiosi che sfidano le convenzioni e i pregiudizi.

Ecco perché la repubblica italiana d’America è una spinta verso la vera civiltà

quella che sa che la vita è più forte di ogni morte.

Di ogni interesse, di ogni falso idolo.

Allora io spero che questo libro possa far svegliare quelle coscienze addormentate come tante fanciulle di favole che non ci rappresentano più.

Ciascuno di noi, però, può ragionare su cose che capisce e presentare visioni di imprese che migliorino grosse situazioni. Ci ho provato suggerendo che cosa fare nel 2023 per le massicce migrazioni in corso da Paesi disastrati. Le grandi imprese per risolvere il problema sono fattibili: non fantasie. Eppure i grandi decisori non le progettano e sembrano ignorarle. Proviamoci tutti insieme. Tu che mi leggi: informati, studia, lavoraci, provaci, consigliati, discuti, proponi.

Se non ora, quando?

Si tu, tu che ora leggi, tu che credi che non serve a nulla lottare, che nulla può cambiare.

Tu che preferisci dormire e delegare, ricordati i passi che abbiamo fatto da quando un tempo capitammo su questa misteriosa e spaventosa terra.

Noi che con il fuoco rubato agli dei illuminammo la notte e scacciammo demoni.

Noi che imparammo a sfidare il mondo e a renderlo adatto alle nostre esigenze.

Noi che creammo ideali che ancora sopravvivono.

Noi ci siamo impegnati per spinarvi la strada.

Ma oggi siamo stanchi.

E abbiamo bisogno di chi prende il nostro posto.

Fatelo voi

E le libertà che avete

Mica c’erano a quei tempi

Noi ci siamo fatti il culo

Tocca a voi mostrare i denti

Roberto Vecchioni

“I guardiani dell’oblio. Le cronache di Neiuar volume uno” di Isabel Giustiniani. A cura di Alessandra Micheli

Ho sempre adorato lo stile della Giustiniani.

E ho sempre amato la sua capacità di raccontare la mia civiltà del cuore, quella egizia con una semplicità e al tempo stesso una profondità inusuale nei dotti testi che abbelliscono la mia biblioteca.

E cosi tramite questi romanzi le statuine egizie (riproduzioni ovviamente) prendevano vita e inscenavano gli accadimenti sotto i miei sognanti occhi.

Quindi capirete che ogni libro che mi propone è come dire una promessa di felicità eterna, perché un libro non finisce con l’ultima pagina ma continua ancora e per sempre.

Basta che io lo racconti a un altro o un altro lettore ci sogni sopra per garantirgli l’accesso ai campi elisi dei libri.

E cosi tra le mani mi sono trovata i guardiani dell’oblio.

Qualcosa di diverso dai suoi racconti storici seppur anch’essi adoranti di una certa componente fantastica.

E la mia curiosità quel naso che pizzica in presenza di qualcosa che possa assomigliare alla mia cangiante anima si è risvegliato.

Un fantasy con un tocco della mia adorata fantascienza…

Non vi dico ovviamente altro.

In tutti i capitoli, complice quella penna che scorre con facilità su carta, o su PC.

Le scene prendono vita.

Si sentono rumori e odori che rendono la lettura un’esperienza non solo mentale ma anche tattile.

E’ il bello del coinvolgimento.

E l’emozione del libro, porta dimensionale.

E’ il talento che si inchina come un bravo commediante.
Ma c’è di più.

In perfetto stile fantasy, seppur con un tocco personalissimo nato in senso all’esperienza storica dell’autrice, che quindi è capace di rendere un libro fantastico uno spaccato di vita, esiste il lato che più mi conquista e mi convince del genere letterario: il percorso dell’eroe.

E’ il punto focale di ogni narrazione.

Abbiamo qualcuno che pari alla nostra esperienza umana rifiuta in toto i doni elargiti dal fato, dal destino o dall’evoluzione.

Il suo DNA lo chiama ma questo senso di ineluttabilità che lo conduce verso la strada da lui (il Dna) spianata pone degli ostacoli su questo apparentemente semplice cammino.

Ne so qualcosa.

Abituata fin da piccola a scrivere, parlare di libri, analizzarli e cercare di andare in fondo al cuore di carta pulsante, per lungo tempo ho rifiutato questa mia capacità.

Tanto da rendere la mia povera mamma disperata. Come, diceva, tu cosi portata per le materie letterarie decidi di buttare la mare questi talenti?

Si.

Perché al pari della nostra eroina accettare la voce interiore, la nostra leggenda personale a volte è soffocante.

Ti senti privata della giusta capacità di scelta.

Ma quello che non comprende è che il famosi libero arbitrio non è la volontà di boicottare la nostra natura e decidere di essere qualcosa di diverso da cosa in realtà siamo.

E’ conoscersi, comprendere il nostro ruolo nell’universo.

Di osservare le nostre capacità la nostra unicità di esseri viventi e amare questo percorso.

Non lasciarlo in favore di qualcosa di nebuloso, ma vere il necessario tempo per comprenderlo, iniziare a vederlo e accettarlo.

Ecco il vero libero arbitrio.

E cosi Solanya come ognuno di noi deve rifiutare se stessa per ptoerla ritrovare.

E un rito di iniziazione antico come il mondo.

Deve mettere tutto in discussione per poterlo poi comprendere.

E’ la ribellione umana che ha accompagnato questo strano viaggio.

E cosi in questo meraviglioso affresco ci ritroviamo in ogni personaggio, persino in quelli più tenebrosi e oscuri.

Sopratutto nella sete di conoscenza che diviene ricerca sfrenata del potere.

Solanya nonostante il dolore però, è il personaggio che più di tutti rappresenta l’uomo: cade, sbaglia distrugge.

Ma poi ha tutte le capacità del mondo per rialzarsi, correggere e ricostruire.

“1983” di Emiliano Chiari, PAV edizioni. A cura di Alessandra Micheli

Uno dei migliori racconti che ho mai letto, ecco come posso definite 1893 di Emiliano Chiari.

Innanzitutto l’inizio dona la giusta dose di claustrofobia essenziale per un racconto che si presente fondamentalmente distopico.

Cosa accade al nostro protagonista?

Perché quel numero tatuato a fuoco sulla sua pelle?

E perché è oggetto di cosi tanto interesse per quelli che appaiono scienziati pazzi?

Un numero è un identificazione che ha sicuramente significati più importanti: ci spersonalizza.

Ci rende marionette in mano a un potere che ha necessariamente bisogno di noi, delle nostre energie ma che al tempo stesso teme la nostra capacità tutta umana di scegliere.

Di decidere.

C’è qualcosa in questo testo che minaccia la nostra sopravvivenza.

Lo si avverte dalle prime pagine.

Qualcosa che famelico vuole distruggere l’ordine.

E’ qualcosa che sembra in agguato rifugiato in un esterno che lungi dall’essere accattivante, profuma di minaccia.

E questo acuto senso di smarrimento lo viviamo pagina dopo pagina con il nostro strano protagonista, un senza nome e pertanto, senza destino.

Senza passato e forse, senza futuro.

E’ in quell’ambiente chiuso che si compie la tragedia.

Rinchiuso in cosa?

Una base sede di atroci esperimenti?

Un area 1 che decide di rendere l’uomo solo un oggetto?

O dietro le sue visioni, i suoi sprazzi di ricordi frammentati si annida qualcosa di più oscuro?

In questo rompicapo noi ci troviamo spaesati, terrificantemente angosciati.

Viviamo lo stesso identico smarrimento, condividiamo quella voglia pazza di ricomporre il mosaico.

Tifiamo per lui, per quella strafottenza ribelle che sembra ogni tanto emergere e sfidare l’autorità.

Eppure..
Sono quei ricordi cosi confusi celati dietro una nebbia caliginosa e corposa a essere la chiave per aprire la stanza dove sembra rinchiuso 1983.

La verità lo renderà libero?

Sta a voi scoprirlo.

Certo che il finale vi sconvolgerà ma al tempo stesso vi farà conoscere la peggiore prigione che un uomo possa creare.,

qualcosa che vi annichilirà più di una guerra atomica.

Qualcosa che non può essere controllato.

Se avete il coraggio..andatelo a scoprire.

“L’eremita. Un avventura apocalittica” di Ignazio Frenda. A cura di Alessandra Micheli

Mettiamo in chiaro: il libro di cui vi parlerò è pieno di misteri.

Un mistero esso stesso che si nasconde agli occhi del profano, mascherando il suo significato e quindi il genere che lo accompagna con abili trabocchetti che creano sviste.

Ma anche questo è frutto di una certa abilità dell’autore che invita, seduce e poi stupisce.

E perché no fa arrabbiare.

Gli ingredienti di un horror ci sono tutti.

Un cancello arrugginito.

Un paese che è fuori dal tempo.

Uno strano personaggio.

Sparizioni e ragazzi scomparsi.

E noi li a pensare…chissà chi è l’eremita

Un folle assassino.

Un demone assetato di sangue.

Un seguace di Dagon deciso a sacrificare degli innocenti per farlo tornare.

E certamente anche il richiamo all’apocalisse di Giovanni mette ansia e ambiguità alla storia.

Ogni horror inizia con la consapevolezza che il mondo cosi come lo conosciamo, sta per affrontare l’armageddon.

O un apocalisse capace di spalancare le porte dell’inferno.

Ed è la verità.

Miei adorati noi siamo già sulla soglia dell’apocalisse.

Lo viviamo oggi con le notizie del TG. Sol oche non abbiamo ben chiaro il significato di questa parola.

Apocalisse non è terrore, devastazione, orrori e abissi.

Apocalisse è rivelazione.

E qualcosa, dal settecento in poi si sta rivelando e sta rompendo il nostro schema mentale e la nostre percezione del reale…la nostra apocalisse si chiama scienza.

E sta iniziando il suo lavoro di logorio delle vecchie idee, dei vecchi valori e di una concezione del mondo statica e etnocentrica.

E cosi L’eremita, fissato su visioni religiose, si scorda che qualcos’altro sta irrompendo nel nostro mondo.

Energie che ci hanno sempre affascinato.

Che da sempre hanno dato origine a libri, storie e racconti.

Tutta la letteratura ha amato, in fondo a scienza.

Pensate a Dickens.

In fondo non usava le teorie sociologiche quando parlava di riscatto e di influenza della società e dell’educazione?

E Carrol non parlava di stringhe e di varchi dimensionali?

E vogliamo parlare del tanto amato Verne?

E i pirati e tutte le storie, quelle che nascono da coincidenze e atti che sembrano apparentemente delle stonature nel percorso perfetto del nostro vivere, non parlano forse di sincronicità?

Ogni eroe, ogni personaggio non ama la sua vita.

Cerca risposte.

E bam…ecco che gli accade di tutto.

E quel tutto lo forma.

Un po’ come accade ai nostri tre ragazzi.

Lorenzo, Chiara E Alberto, un giorno decidono di compiere un avventura, introdursi nell’antro sacrale di un certo eremita.

Un pazzo.

O un veggente.

O uno di quei religiosi strani.

Del resto ama la rivelazione.

Ama il messaggio che rende gli stolti uomini eletti.

Ama la purificazione dal peccato.

Quel giorno potevano accadere mille cose.

Un contrattempo.

Un ritardo.

Un multa per eccesso di velocità.

Eppure l’universo risponde al richiamo dei tre, alle loro domande e perché no, ai loro scontri.

Lorenzo è scettico, ateo e antiterista.

Crede che la scienza spieghi tutto.

Alberto è fieramente cattolico.

Chiara è la solarità indispensabile per cui, le due facce della luna si possano parlare senza sopraffarsi.

E cosi l’eremita diviene un terreno particolare su cui confrontare queste diverse idee.

Diventa il modo in cui il mistero irrompe e sconvolge ognuno.

Alberto inizia a pensare che in fondo dio non è affatto come credeva. Perché un dio che permette la paura e l’orrore è diverso da quello in cui credeva.

E Lorenzo si trova di fronte eventi inspiegabili che dall’apparente horror, divengono misteriosi…mistery.

Eppure… il libro non è né horror ne mistery.

E fantascienza.

Anzi più scienza che fanta.

Perché è in questo viaggio che sbuca la faccia sorridente e irriverente di Einstein.

E ci avverte che forse Dio e l’energia, sono la stressa cosa.

Che in fondo Dio è Mente.

Che dal piccolo, il macrocosmo, diviene grande.

E allora questo è il Libro che dovete leggere.

Perché Alberto e Lorenzo, forse devono morire entrambi, per unirsi in un qualcosa che è la vera rivelazione: dio è scienza e la scienza è dio.

L’uomo incontra Dio dietro ogni porta che la scienza riesce ad aprire Albert Einstein

“Extrema ratio” di Michele Rocchetta, Edizioni Epoké. A cura di Alessandra Micheli

I corsi e ricorsi storici di stampo vichiano ci insegnano che in fondo, gli eventi si susseguono prendendo spesso le stesse sembianze di quelli che li hanno preceduti.

La differenza è in una sorta di evoluzione o involuzione che il fato beffardo sembra donargli come peculiare identità.

Ed è questa mancata idea di una sorta di circolarità che rende la storia si, affascinante ma anche molto delicata.

Quello che ci accade è frutto di un istante, di una coincidenza, di un ritardo e di un attimo flebile e fragile eppure dotato di una potenza interiore capace di finire negli annali delle biblioteche.

Se esiste un universo parallelo e io ci credo, perché credo fortemente negli studi di Einstein e nelle scoperte della fisica quantistica, sicuramente il dettaglio cosi ignorato ha modificato di netto gli scenari. Magari è frutto di una svista.

Di una scelta diversa causata dalla fretta, da un foglio che il vento ha fatto volteggiare.

Ogni evento storico ha, quindi un fratello o una sorella, che ci insegna molto di quanto ogni scelta va ponderata e spesso afferrata in nome della ragion di stato o del bene del popolo.

E’ quello che ci racconta Michele Rocchetta con i suoi due libri.

L’ombra del duce e extrema ratio non giocano sul filo della fantasia, o dell’immaginario.

Ma su quello delle probabilità, dei se e di quei piccolissimi sassolini che dirigono il corso della storia.

E’ questione di scelte, di distrazioni e di attimi fuggevoli.

Perché i percorsi storici sono tanti e infiniti e seppur proseguono per una determinata strada, frutto chissà della casualità, in un altra parte o in un altro arco temporale essi si ripresentano, creando agli occhi di noi studiosi quel caratteristico percorso a spirale.

Gli imperi crescono e maturano, a tratti crollano ma riemergono a volte peggiorati o a volte migliorati.

E cosi i dittatori.

Ne abbiamo tolto dal trono uno in carne e ossa, e incoronato un altro meno reale ma ancor più disastroso: il dio della Borsa.

Colui che con termini altisonanti sta mandando il nostro mondo verso un altra atroce guerra mondiale.

Solo che non ce ne accorgiamo.

Nell’ombra del duce succede la stessa cosa, il famigerato autarca si è salvato.

Tutto per una strana “coincidenza”: Hitler si trovava in una parte del suo bunker, magari al centro del pavimento quando l’ordigno che doveva eliminarlo è esploso.

La riuscita del progetto Walchiria.

E stavolta, in questo arco di tempo non si è affatto salvato.

Anzi.

Grazie a quell’attentato nel 1944 la guerra si è fermata.

Apparentemente.

Nessuno è penetrato nel cuore della Germania nazista, e nessuno ha potuto spartirsela.

Anzi essendosi liberati da soli da quella diabolica presenza, i tedeschi possono mettersi al tavolo delle trattative.

E il mondo ne esce davvero sconvolto e modificato: un congresso di Vienna crea schieramenti e nuovi equilibri.

L’Europa è neutrale e pertanto è nel mezzo della lite delle due superpotenze, senza necessariamente essere costrette da una sorta di debito di riconoscenza, a accogliere uno o l’altro sistema politico.

E l’Italia?

Mussolini è vivo.

Il che significa che i suoi non sono affatto sconfitti, ne si sono arresi.

L’Italia può gestirsi da sola seguendo il suo antico impulso secessionista e ristabilendo ciò che, l’unità di Italia li aveva privati: due regni autonomi e differenti.

Un repubblicano al nord e uno leale ai Savoia al sud.

Insomma divisi siamo nati e divisi restiamo.

E come vedete la storia, se non è guidata dal popolo, resta con un conto in sospeso che prima o poi ci chiede di pagare.

E cosi in questo scenario Mussolini non intende arrendersi.

Rimasto illeso e per nulla pentito torna a gettare la sua ombra sulla sua patria.

E sapete che accade?

Che la guerra scongiurata con l’operazione Walchiria, torna a bussare alla porta.

Mettendo due stati fratelli, divisi ma sempre capaci di rispettarsi, in fondo il rispetto è una scelta, a contendersi il potere e a iniziare una sorta di braccio di ferro.

Nord e sud, ognuno convinto di aver più ragione, e diritti di un altro.

E il nostro eroe, Scandellari si sente in diritto di tornare a provarci, a fermare piani che, stavolta, getterebbero tutto il mondo nel caos.

Ma sopratutto tornerà a affrontare con noi uno dei dilemmi che, ancor oggi non può trovare risposta.

Cosa è possibile sacrificare in nome della pace?

Extrema ratio significa, dal latino, piano estremo, d è mirabilmente espresso il suo significato da n passo tratto dal de bello civili di Giulio Cesare

Gli restava, come “ultima condotta” di combattimento, di occupare quante più colline e presidiare quanto più spazio potesse, allo scopo di dividere le truppe di Cesare; e così avvenne.»

E cosi in guerra, in politica, in diplomazia si avverte spesso la sensazione di trovarsi di fronte a un ultima possibilità di azione, soluzione a cui ricorrere quando tutti i possibili rimedi sono stati tentati senza successo.

E cosi, la guerra diviene l’extrema ratio per trovare la pace.

Il sacrificare un popolo è l’extrema ratio per annientare un nemico.

Chiudere le frontiere è l’extrema ratio per impedire l’invasione.

Il problema è però che in tutti questi extremi, non è mai il governante a perdere.

Ma sempre il popolo.

Sono gli ideali, i valori e la convinzioni.

E’ l’extrema ratio alla base di non solo questo libro, ma di ogni evento storico.

E cosi attraverso missioni segrete, intrighi e azione scritte con magistrale bravura, il popolo soffrirà sempre per questi atti di eroismo.

E mi chiedo se sia davvero necessaria l’ultima soluzione per mantenere un potere che, in realtà corrode.

E non chi lo possiede ma chi lo esercita senza il consenso del popolo

Alla fine, il nostro dovere ultimo, come regnanti e come amministratori, è quello di lavorare per il benessere dello Stato e del Popolo

“Flat” di Dario Morandi, Anima Edizioni. A cura di Alessandra Micheli

La realtà è sempre stata oggetto di colte disquisizioni.

E hanno partecipato tutti nessuno escluso.

Dai filosofi ai religiosi, fino alla categoria meno amata, gli spiritualisti che usando le scoperte della fisica quantistica si sono iniziati a domandare se aveva davvero senso parlare di realtà.

E nonostante oggi siamo nel ventunesimo secolo, liberi da pregiudizi e superstizioni, pronti a conquistare persino Marte, la questione non è affatto risolta.

E’ stata ignorata, magari nascosta, o forse semplicemente non degna di riflessioni.

Perché scoprire semmai che il tanto decantato reale non è altro che una parola, simile a molte altre come mercato, democrazia, o economia, sarebbe solo devastante.

Ogni termine che ho appena scritto è parola.

Composta da lettere mischiate quasi a caso tra loro da un destino che sembra giocare ai dadi e dotata di autorevolezza soltanto perché qualcuno ci ha convinto che essa fosse l’essenza di quello strano geroglifico a cui noi, assurdamente manipolati diamo senso.

Fisicamente, il mercato non esiste.

Non almeno nel termine economico.

E anche l’economia non esiste.

Non esiste neanche la democrazia seppur noi siamo convinti che essa possa essere toccata.

E forse, se seguiamo gli studi di Ames non esiste neanche il cosi tanto decantato reale.

Esistiamo noi, che con la percezione creiamo delle immagini che noi consideriamo inattaccabili.

Flat, non fa che avvertirci che queste riflessioni, nonostante i tempi cosi tecnologici, nonostante noi ci siamo cosi evoluti, sono sempre attuali. Dietro la reale si nasconderà sempre qualcuno che afferma che esso sia dotato di elementi fisici, di spazio, di tempo e di dimensioni.

Qualcuno ci ha messo proprio il tempo, beffardo giocoliere come guardiano di una soglia che, non si deve assolutamente varcare.

E cosa ci mostra Flat?

Che la realtà è solo immaginazione.

Che come ci raccontarono gli gnostici non si tratta altro che di una grande enorme sala di specchi che rimandano immagini su immagini, ma la cui fonte primaria, non si sa dove sia.

E cosi la fisica quantistica con tutte le sue suggestioni diviene possibile: miriadi di linee diverse, segmenti di “realtà” infinitesimali che concorrono a formare una ragnatela o forse meglio un museo, dove sono congelati gli attimi e spacciati per verità.

Dietro tutto questo qualcuno che ci manipola, che conosce la verità e che la usa per incatenarci.

Perché se esistono migliaia di realtà, allora significa che il termine stesso non ha valore.

Se esistono moltitudini di universi differenti segmenti temporali, il tempo è solo un illusione.

Non conta perché non è un dato veritiero.

E allora Flat ci ricorda una verità agghiacciante come dietro ogni maschera di benessere, quella che ci aiuta a soddisfare bisogno primari annichilendo la curiosità che fece rubare a prometeo il fuoco degli dei, si cela un potere che ci nasconde la verità.

E che come raccontavano gli antichi ride dietro il velo che noi usiamo per tenerla lontano dalla consapevolezza.

Perché se fosse davvero svelata la natura del mondo….ogni equilibrio sarebbe totalmente spezzato.

Ogni certezza perduta.

E forse l’uomo ricomincerebbe a pensare a un sogno diverso creando un mondo che il potere non vuole assolutamente.

Un libro da leggere tutto di un fiato, lasciandosi avvolgere dal dubbio come se fosse un abbraccio o il riposo meritato dopo una lunga, affannosa corsa.

“L’araldo Nudo” A. B. Radley. A cura di Alessandra Micheli

Di libri sugli angeli ne ho letti molti.

Nonostante un mio scetticismo la figura di questo strano messaggero mi intrigava.

Ma non riuscivo mai a trovarne uno che mi desse piena soddisfazione. Alcuni troppo edulcorati, altri troppo negativi.

L’angelo racchiudeva i poli opposti e li rappresentava.

In questo mondo fatto di divisioni nette, di contrapposizioni assolute l’angelo in fondo non era altro che il nostro riflesso.

Cosi quando ho avuto tra le mani l’araldo nudo mi sono chiesta cosa l’autore avrebbe avuto da dire.

Ci sarebbero stati i soliti Nephilim?

Gli angeli sarebbero stati arroganti perfezionisti, dotati di un antipatia inquietante?

Non lo sapevo.

Era tutto un avventura.

E già dalla prima pagine ho capito che l’autore semplicemente trasportava in parole ciò che vedeva.

E che vedevo io.

Un mondo al collasso laddove al solito, la scienza, quella voglia di superarli i limiti aveva prodotto in modo molto stevensoniano una lacerazione spazio tempo.

In sostanza, il mondo numinoso da sempre accreditato esempio di una psiche profonda invadeva attenzione al termine che ho scelto, letteralmente il piano della materia.

E ci lasciava spaventati se non arrabbiati.

Insomma, dopo l’immigrato clandestino pure quello delle fiabe e dei miti?

Mi immaginavo l’uomo dei citofoni incazzato come una biscia.

E allora, come sempre l’altro, il diverso o ciò che non conosciamo e non vogliamo far conoscere doveva essere eliminato.

Dalla mente e dalla realtà.

Solo che…vedete quando l’equilibrio si infrange quella contrapposizione che vediamo come pericolosa e che invece non è altro che il movimento che crea, costantemente, la nostra di realtà.

E’ l’alternarsi di giorno e notte, di buio e luce, di forze conservatrici e evolutive che, come in una danza porta avanti la creazione.

Del resto sono gli opposti che, nella loro eterna guerra, reggono baracca e burattini.

Ecco perché i due mondi, le due dimensioni sono distanti e al tempo stesso collegate, perché in quel loro cercarsi, sfiorarsi senza stringersi mai sta il segreto del nostro esistere.

Se il velo è sollevato, in modo spesso irresponsabile, la guerra diventa definitiva.

Non è più un modo per portare avanti la vita, ma per decidere una volta per tutte, chi deve vincere.

Ma vedete, se vincesse un solo degli elementi, allora saremmo fottuti. Non esisterà mai più nulla, perché è con l’altro che noi, fatalmente esistiamo.

E cosi il messaggero, l’araldo mentre in questo sistema che sta per collassare totalmente nudo.

Inerme, fragile a la tempo stesso forte.

E cosi mette fine all’insana ambizioni di angeli che hanno perduto se stessi precipitando nella carnalità dei sentimenti.

E in demoni che in fondo trovano se stessi ritrovando nei valori un ricordo lontano, di quando erano felici solo per poter vedere la luce.

E cosi forse, la creazione tornerà avanti in modo diverso.

La crisi, il pericolo creerà un altra ondata di umani.

Che abbracciando un araldo nudo ricorderanno di essere parte di entrambi i mondi.

E con la danza eterna dell’amore il velo si richiuderà.

Nessuno strappo solo la mano lieve e rispettosa che decide di alzarlo a suo piacimento.

Un libro intenso, che stupisce a fa innamorare.

Con la stessa forza evocativa che solo i grandi geni possiedono.