“Discorso sul fantasy: limiti e virtù del genere” A cura di Alessandra Micheli

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Una delle caratteristiche principali delle persone è quella di osservare sempre la pagliuzza negli occhi dell’altro senza mai comprendere che il proprio occhio ha una trave enorme.

Manca non tanto il dialogo, manca la volontà di considerare l’altro un vero interlocutore.

Di dialoghi, di comunicazioni sui social specialmente, ce ne sono a iosa. Io propongo la mia visione e tu o rispondi contestandola e qui di mettendo un muro allo scambio, o sei in religioso silenzio a inebriarti delle parole del guru di turno.

Questo presuppone che, non hai la comunicazione atta a trasformare l’informazione in esso contenuta, quanto a presentarla come l’unica l’alternativa valida e possibile.

E questo nell’ottica della contrapposizione e della sopraffazione. Ecco che non manca il dialogo, manca il dialogo costrittivo e non aggressivo.

Nel campo della letteratura, che dovrebbe essere fulgido esempio di virtù e etica, si assiste a un proliferare di idee mutuata, pare da lettura di saggi e manuali.

Di un interpretazione letterale delle regole come se, oggi, la fantasia che dovrebbe essere il primo passo per la costrizione della narrazione, in fondo spaventi.

E non può ricordarmi questa tendenza l’idea che un certo islam ha dell’immaginazione.

Essa è considerata disordine, perché proponendo un’ altra visuale, un’ altra prospettiva, presuppone la possibilità neanche tanto remota, dello sfaldamento dei preconcetti che reggono le società. Attenzione, non quelle scaturite dal patto politico, ma quelle scaturite dai singoli cittadini che propongono la loro idea di decoro, di convenienza e di perbenismo.

Ecco esserci due società: la reale e la non scritta.

Una eretta secondo i criteri della logica e del bene comune, esorcizzando il terrore dell’eccesso di libertà.

L’altra chiusa, moraleggiante, morigerata che esorcizza il terrore del mutamento. La letteratura, nata dai menestrelli, ossia dalla tradizione orale con lo scopo di legittimare i cambiamenti che i tempi portano con sé, si è arroccata il diritto di decidere cosa è bene e cosa è male, cosa è in e cosa è out.

E tutto retto da complicità che non hanno assolutamente il profumo dell’arte.

Ma della commercializzazione, rendendo evidente come, oggi, la polis si stia imbarbarendo nel senso della tecnocrazia.

Pertanto contro un certo schema identitario, nel quale stento a riconoscermi, ho proposto una visione diversa della scrittura. Non granitica, non improntata alla reiterazione pedissequa di regole che dovrebbero agevolare il flusso dei pensieri, ma che in realtà sembrano ingabbiarlo che consistere in una eterna e fondamentale falsificazione del reale.

L’interesse sociologico ma anche umano della narrazione è nella sua capacità di filtrare gli oggetti reali, interpretandoli alla luce della percezione ( secondo gli studi di J. Ames) e propendendo, dunque un qualcosa che pur partendo dalla verosimiglianza se ne stacca riempendo di incongruenze.

La narrazione segue lo schema di emissario-messaggio-rumore- e ricezione.

Ma mentre il rumore nella comunicazione viene costantemente monitorato al fine di eliminarlo, affinché l’essenza del messaggi risulti pura e non degradata, nella letteratura è nel rumore, nelle incongruenze, nella mancanza di coerenza che si riversa il mondo che, a chi come me è fissato con psicologia e sociologia, interessa.

E’ nell’apparente distorsione del messaggio che ci cela l’universo da scoprire.

Pertanto, la creazione in ogni opera di significati e mondi che non aderiscono alla realtà, diviene la ragione d’esistere dell’attività del recensore, che lì, in quelle radici non logiche, i famosi residui parietani, trova materiale per arricchire il proprio mondo interiore e esteriore.

Neanche i generi più ammantati di realtà, come il verismo e lo storico, devono sfuggire alla legge che vuole la coerenza vivere affianco della fantasia sfrenata.

Neanche questi sfuggono alla capacità della mente di filtrare gli oggetti e gli elementi e trasformarli in percezione.

E la prosa narrativa è questa libertà umana di raccontare se stessi, la visione del mondo attraverso elementi che nella nostra mente conscia non troverebbe spazio o sarebbero aborriti come disordine.

Al contrario del saggio che si sforza di essere verosimile, la narrazione è essenza creativa in continua trasformazione.

Una delle polemiche che più infiammano gli animi è sicuramente quella che partendo da questi concetti, sostiene che nel fantasy tutto è possibile se si è in grado di maneggiare le tecniche narrative.

Vero?

Un falso aborrito dagli editor o dai seguaci del purismo letterario?

Ritengo quest’affermazione portante una verità inespressa e poco piacevole, che si scontra con il dogmatismo che, purtroppo, investe ogni idea che si fa ideologia.

Oggi l’ideologia del fantasy regna sovrana, tanto da far affannare provetti autori a spiegare in modo razionale le loro fantasie irrazionali.

Devo spiegarti la magia, le leggi di questo mondo e in cotal modo, si smetta di creare porte verso altri universi, laddove la regole devono per forza di cose, per esigenze emozionali essere stravolte.

Leggo perché voglio entrare in uno stato di sogno e la ragione deve scendere fino agli abissi della coscienza raccogliendo le forse per porre in critica il mio mondo “reale”. Presupponendo che il reale non esiste, ma lo facciamo esistere per non scendere nei meandri della pazzia.

Le leggi servono all’umano per muoversi attraverso un mondo un universo fatto di sottilissimi fili, di interconnessioni chiamate caso, casualità, costanti numeriche o semplicemente Dio.

La scienza serve per rendere intellegibile il mistero.

Se nella vita conscia dobbiamo credere all’oggettività a ogni costo, tradendo la parte oscura di noi, essa per non divenire assassina feroce deve essere titillata appunto dall’arte, dal bizzarro, dal non senso, dalla distorsione delle leggi umane.

Quale sono le leggi del fantasy?

Il fantasy deve essere verosimile.

Andiamo a indagare il senso etimologico di verosimile.


Verosimile ossia Conforme al vero, fino al punto da garantire la probabilità o la credibilità di un fatto anche non avvenuto, non documentato, non atteso.

Qua l’accento è dato sulla parola che regge l’intera struttura semantica: conforme non aderente al vero.

E questo perché conforme significa:

più o meno corrispondente nella forma o nell’aspetto.

Più o meno, non totalmente.

Quindi il fantasy può permettersi un volo pindarico.

 

Se fosse reo di aver fallito nella sua comunicazione si sarebbe detto: aderente al vero:

Che è a stretto contatto, attaccato, Strettamente corrispondente.


Capite la differenza?

Altra idea.

Il fantasy deve essere credibile.

Ora, uno scritto per essere credibile deve:essere:

Accettabile come vero, verosimile, attendibile.

Allora dove sta la credibilità di uno scritto che crea e costruisce altre leggi, altri mondi e considera validi assunti come magia e esistenza di stati evolutivi diversi da quelli accertati dalla scienza?

Se la credibilità è riferita alla trama allora si sfalda tutto il discorso sulla narrazione: i libro diviene saggio, ossia resoconto documentato di un fatto dato per ipotesi.

Se invece riguarda la sua verità interna allora esige un dato fondamentale: il fantasy deve avere la capacità o meno di spingere il lettore a una libera scelta: la sospensione dell’incredulità.

E cos’è questa sospensione?

Arriva l’etimologia e svelarci l’arcano:

La sospensione dell’incredulità, o sospensione del dubbio (suspension of disbelief in inglese), è un particolare carattere semiotico che consiste nella volontà, da parte del lettore o dello spettatore, di sospendere le proprie facoltà critiche allo scopo di ignorare le incongruenze secondarie e godere di un’opera di fantasia.

Ecco che la parola chiave la pietra d’angolo di tale forma narrativa, è proprio incongruenza.

Ossia mancanza di coerenza, quella che oggi è tanto invocata


Incongruenza: sostantivo femminile indicante mancanza di convenienza o coerenza o comportamento, discorso privo di Coerenza.

La coerenza, che è la base di molti scritti diviene un mero dato accessorio, se riguarda la forma può essere valida, tipo stile in prima persona che disturba se cambia improvvisamente in terza.

Coerenza come intima connessione e interdipendenza delle parti, intreccio fabula, significato.

Ma se si interpreta la coerenza come

Costanza logica o affettiva nel pensiero e nelle azioni.

Allora la sua validità decade.


Quindi, quali sono i criteri per giudicare valida un opera di fantasia?

Sostanzia,mente ritengo siamo vari, ma posso identificarli come espressione pura del carisma dell’autore che tramite il mezzo scrittura e le sue tecniche rende una fantasia degna di essere vissuta, sospendendo il giudizio logico.

Nel libro le parti devono danzare assieme con la stessa musica, senza sbalzi eccessivi di stile e di tensione. Presenza non cacofonica e equilibrata di incongruenze e al tempo stesso di reale, seppur falsato nell’interpretazione unica dell’autore.

Questo si esprime nel dato eterno del significato.

Ma sopratutto, il puro talento che riesce a farvi sorvolare la logica,la ragione per immergervi in un mondo che la vostra mente cosciente NON accetterebbe mai.

Leggere è e resta un atto di sospensione consapevole dello stato di veglia paragonabile al sogno.

 

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“Storie di vampiri”. A cura di Alfredo Betocchi

Twilight

 

Chi non conosce la saga di “Twilight”, famosa pellicola del 2008 e ancora sull’onda del successo, ispirato all’omonimo libro di Stephanie Meyer? 

I bravi interpreti, Kristen Stewart e Robert Pattinson, hanno entusiasmato folle di giovani persi dietro le loro romantiche disavventure.

Migliaia di ragazzi e di ragazze sono stati plagiati dalla trama del film, atteggiandosi sui social a improbabili vampiri, creando Blog e Pagine su Facebook e Twitter, partecipando a feste in costume e dipingendosi il volto con dentini aguzzi da cui colano rivoli di sangue finto.

La credenza dell’esistenza dei vampiri ha un’origine molto antica e diffusa tra tutti i popoli della Terra. Dagli antichi greci al vudù haitiano, dal folklore degli indios cileni ai miti dell’Europa centromeridionale, i vampiri succhiatori di sangue umano hanno sempre affascinato le genti superstiziose e primitive.

Perfino nella bella Toscana è nata una leggende vampiresca secondo la quale, vicino Volterra, esisterebbe un masso da cui, nottetempo, escono delle figure ammantate di neri mantelli macchiati di sangue che terrorizzano i viandanti. Il masso ha un’apertura da cui, si dice, escano le fattucchiere di Mandringa.

Ma il vero Principe delle Tenebre è il personaggio creato nel 1897 da Bram Stoker.

Questa figura immaginaria, concepita dal bravo scrittore irlandese, ha oscurato tutti i miti precedenti, facendo dissolvere perfino il vero Dracula, eroe della riscossa romena contro gli invasori dell’Impero Ottomano.

Dracula, o meglio al secolo Vlad II Tepes, detto Dracul, il Dragone o il Diavolo e soprannominato graziosamente dal suo popolo l’Impalatore, nacque nel 1431 in Valacchia, regione della odierna Romania. 

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Come tutti i regnanti di quei tempo, fu un sanguinario tiranno e un eroe del suo popolo. Nel folklore tedesco, russo, ungherese e italiano, le gesta di Vlad Tepes sono ampiamente riportate. Non è, tuttavia, mai menzionato il suo vampirismo, anche se fu un tiranno spregiatore della vita umana oltre ogni limite.

Alcune delle leggende che circondano la sua figura narrano di come Vlad punisse coloro che lo offendevano. Per esempio, quando gli inviati turchi non si vollero togliere il turbante sulla testa dinanzi a lui fece inchiodare i copricapo sul loro cranio.

Era un tipo originale per l’epoca e sapeva cogliere le occasioni mondane per divertirsi a modo suo, come quando pranzava all’aperto tra le urla delle sue vittime impalate attorno alla tavola imbandita. 

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Di queste piacevolezze è piena la sua biografia, tuttavia in guerra era un autentico condottiero che seppe respingere le mire ottomane sulla Romania. Fu principe regnante della Valacchia in tre occasioni.

Spezzò l’egemonia dei tedeschi che dominavano la sua terra, affrontò coraggiosamente il potere più temuto dell’epoca: l’Impero Turco degli Ottomani.

Fu esiliato, perseguitato, incarcerato e condannato a morte. Governò con illustri monarchi, come Mattia Corvino, re d’Ungheria. Nonostante tutto questo, in tutti i documenti d’archivio che riportano la cronaca delle sue gesta, non vi è una parola sul suo presunto vampirismo. Gli furono attribuiti terribili massacri sanguinari, ma restava pur sempre un guerriero e un monarca. Mai si sognò di bere il sangue delle sue vittime, come invece erano usi fare i khan mongoli.

Dracula” nasce, perciò, interamente dalla formidabile penna di Bram Stoker, un gentleman educato, colto, signorile. Prima studente brillante al Trinity College di Oxford, poi semplice impiegato negli Uffici di Sua Maestà Britannica.

Appassionato di teatro, conobbe il vampirismo dopo aver letto il romanzo “Carmilla”, scritto da Joseph Le Fanu nel 1872.

Storia cupa e sanguinaria dell’agghiacciante e bella vampira Carmilla che, come Dracula, succhiava il sangue alle sue belle e giovani amiche fino a condurle nella tomba. Stoker si appassionò all’argomento, per lui fino a quel momento sconosciuto.

Nelle sue ricerche d’archivio, s’imbattè nel nostro “Eroe Valacco” e fu subito colpo di fulmine. Il nome e le efferate vicende del tiranno rumeno attirarono come una calamita la fantasia di mister Stoker.

Nacque così “Dracula” pubblicato nel 1897 e destinato a un successo che pochi altri libri avrebbero avuto in seguito. Stoker seppe immaginare il vampiro e tutte le regole e le usanze che, da allora, sono prescritte agli uomini nei confronti dei morti viventi:

i canini aguzzi per mordere le loro vittime sul collo, preferibilmente belle e procaci ragazze; l’abilità dei vampiri nel trasformarsi in animali crudeli o della notte, pipistrelli e lupi mannari; la necessità di agire nel buio, l’evitare di sostare dinanzi agli specchi, da cui la loro immagine non viene riflessa ed il terrore per la luce solare che li annichilisce; poi i sistemi per allontanare i vampiri, l’aglio soprattutto e la croce; infine quelli per farli morire definitivamente, il paletto di frassino e le pallottole d’argento.

Da questa figura leggendaria di vampiro nacquero nel ventesimo secolo infinite varianti: vampiri femmine, gay, bambini, zombi, licantropi e perfino un gatto nero vampiro uscito dalla fantasia di lord Halifax nella prima metà del XX secolo 

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Il cinema s’impadronì quasi subito del ghiotto argomento, creando “Nosferatu” , film muto degli anni ’20; “Dracula”, film interpretato magistralmente dall’ungherese Bela Lugosi 

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vampiri comici e tonti come quello con Mel Brooks nel divertente “Per favore non mordermi sul collo” di Roman Polansky; il capolavoro “Dracula il vampiro” di Francis Ford Coppola, fino alla già citata saga “Twilight” che rinverdì il tema, innestando il genere romantico nella storia horror.

A differenza delle storie narrate al cinema negli anni passati, “Twilight” può avvalersi di infiniti veicoli di inserimento nell’interesse del pubblico.

I media oggi sono enormemente diffusi e quasi ogni persona può seguire e alimentare la propria febbre da vampiro, fino allo scoppiare del prossimo fenomeno mediatico ancora di là da venire.

 

“Gli autori esordienti e le battaglie promozionali”. A cura di Francesca Giovannetti.

 

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Non è facile conquistare il pubblico.

In qualsiasi settore, che sia il cinema o il teatro.

Nel nostro caso noi lettori siamo il pubblico, gli scrittori sono gli artisti che si esibiscono.

Dando per scontato che ognuno scelga il genere che risponde ai propri gusti si può notare, frequentando i variegati gruppi di lettori, che esiste una categoria di scrittori vittime di una sorta di pregiudizio che porta a evitarli a “prescindere”: gli esordienti.

La motivazione principale di questo comportamento è basilare: a nessuno piace spendere soldi senza un minimo di garanzia. Si preferisce, quindi, andare sul sicuro.

Esiste però un secondo più intricato e oscuro motivo: la diffidenza.

Una mancanza di prestigio che, secondo molti, soltanto una vera CE concede. Per questo avviene una bizzarra differenziazione: gli esordienti che pubblicano con una casa editrice sono quasi accettati, poiché qualcuno ha “scommesso” su di loro, mentre gli autori che si autopubblicano sono bollati come scarti, appartenenti alla categoria degli esclusi dal patinato mondo della letteratura, rei di non essere spronati da nessuna CE.

Il pensiero può essere riassunto dalla frase “ non li ha voluti nessuno quindi chissà come scrivono”.

Potrebbe esserci del vero in questa affermazione?

Forse.

Ma facciamoci ulteriori domande: è davvero la motivazione dell’esclusione delle CE il motivo per cui si intraprende la strada dell’autopubblicazione?

Se si cerca davvero di comprendere il mondo in cui ci muoviamo le spiegazioni non saranno mai univoche. E possiamo, pertanto, individuare tre fattori chiave che possono rendere più intellegibile la questione: i tempi lunghi dell’editoria, ritenere internet un valido modo di comunicare da poter sfruttare, la possibilità di maggior guadagno netto a fronte delle copie vendute.

Gli autori esordienti possono essere compresi grazie alla fiaba di Cenerentola: c’è chi diventa principessa e chi viene dimenticata. Ma questo fattore non si lega, sempre alla qualità dello scritto. Questo dipenderà da altri elementi che possono partire dal talento, alla capacità tecnica di esprimere il proprio pensiero, alla volontà di scrivere per comunicare. Pertanto potranno trovarsi tra il mucchio opere al limite dell’illeggibile, con errori grammaticali gravi (questo capita più di frequente se non si è supportati da una casa editrice che accompagna la stesura del testo a figure professionali adatte, come editor e correttori di bozze). Ma, altresì potranno esserci anche libri assolutamente godibili e ben scritti che, purtroppo, non riescono a ottenere una discreta visibilità.

E questo ulteriore ostacolo può essere facilmente spiegato con il dramma della promozione.

Per chi entra nel mondo letterario la promozione riveste una notevole importanza e occupa molto del tempo del nostro impavido autore. Ovviamente il “farsi conoscere” non riguarda soltanto chi decide di autopubblicarsi, ma anche chi non viene adeguatamente supportato da una casa editrice.

Quindi è un tema molto più complesso di quanto si pensi e sarebbe necessario un articolo a sé stante. Ma proviamo a tratteggiare delle linee fondamentali.

La qualità della promozione dipende innanzi tutto da quanto si è in grado di investire in termini di denaro e di tempo. Per gli eventi di presentazione del libro è necessario trovare il luogo adatto, uno di questi è la buona vecchia biblioteca che continua a offrire un discreto servizio con sale dedicate agli eventi letterari. Tutto questo a un prezzo accessibile.

Ma, se si vuole dare una sorta di atmosfera più retrò o più raffinata, o più professionale (è il caso del palazzo storico o una sala comunale, o anche , una affermata libreria) le cose cambiano, con un notevole aumento delle spesa. In più molti librai rifiutano l’impegno se l’editore è piccolo o inesistente.

E’ anche necessario strutturare l’evento: chi presenta, chi pone le domande, chi legge brani del libro. Molto spesso è tutto un fai-da-te; si cerca l’amico che si intende di libri e quello che si diletta in teatro, si studia tutto a tavolino onde evitare tempi morti, si cerca di pubblicizzare, come si può l’evento per mezzo di locandine o passaparola.

Insomma, un vero e proprio lavoro che coinvolge totalmente l’autore che si impegna in prima persona a “vendersi” accettando i rischi come i benefici. Complice l’inesperienza e l’anonimato i tentativi per creare un evento decente e un minimo coinvolgente possono essere molteplici fino a ottenere il tanto sospirato passaparola.

Chi si autopubblica utilizza anche i social.

È pur vero, infatti, che una diffusione sul territorio tramite eventi e letture pubbliche ha comunque un raggio di azione limitato, (a meno che non siate Creso, nel qual caso, beati voi).

Con i social tutto cambia, le distanze si azzerano. Ma, il dramma dei social, riguarda le strategie comunicative, che sono essenziali in un mondo interconnesso: né troppo né troppo poco, non stressanti ma comunque incisivi, non insistenti ma presenti, capaci di saper parlare del libro senza parlare del libro.

Insomma, un mestiere a parte.

Per quanto riguarda il margine di guadagno, (che varia considerevolmente fra chi si autopubblica e chi si appoggia a una casa editrice) la questione è meno confusa. Con una casa editrice i margini di guadagno per l’autore sono minimi, intorno al 5-/7% del prezzo di copertina, con il self si arriva anche al 50%. Ma, e qui sta il nodo, una casa editrice ha comunque più canali del singolo autore e la probabilità di acquisto copie potrebbe raddoppiare sensibilmente. Qualche copia verrà acquistata dai lettori.

Invece, la pubblicazione “Self” è molto più discontinua e perigliosa, e se il libro non decolla e sei isolato rispetto ai guru della scrittura, il guadagno rischia di essere pari a zero. E anche se non si vive di sola scrittura, per un’aspirante autore è importante, al di là dei giudizi personali, essere letto, avere il feedback con il lettore, trovare consensi e seguaci.

E adesso torniamo alla domanda iniziale. Consci delle mille difficoltà, di un cammino sempre in salita, perché esiliare, emarginare e isolare uno scrittore esordiente, a prescindere dal canale che sceglie?

E’ per caso il dio denaro?

Togliamoci dalla testa che l’editoria sia un mondo dorato.

Tutti sono oramai convinti che se una CE crede davvero in un libro lo deve o dovrebbe sostenere in tutti i percorsi, dalla stesura al lancio promozionale. Ma viviamo una crisi mondiale non indifferente che coinvolge ogni settore dell’economia e quel lancio, quella cura necessita di uno sforzo economico non indifferente.

Chi può permettersi tale impegno?

Sicuramente i grandi gruppi editoriali.

Ma le piccole e medie case editrici hanno risorse limitate, possono anche credere in un libro ma non avere i mezzi per promuoverlo.

Ecco perché l’autore esordiente a volte sembra dover muoversi in totale indipendenza, e solitudine.

L’autore esordiente, magari anche con in mano un buon prodotto, non ha la stessa visibilità di altri prodotti magari non di eccelsa qualità. Ma è pur vero che quei libri, contestati e contestabili, hanno la legittimazione di qualità dei grandi nomi.

Il buon libro e il libro che vende non sono la stessa cosa.

Dovrebbe, ma non è così.

Un libro può vendere tanto anche a dispetto della qualità, perché è scritto da un personaggio famoso, perché cavalca l’onda della moda del momento, perché, in fin dei conti, è quello che i lettori vogliono leggere.

Ne consegue che, forse essere autori esordienti non è per niente semplice.

Occorre avere una buona penna, una buona dose di capacità comunicativa, tempo a disposizione per creare contatti, e una somma da investire.

E forse neanche questo basta, perché in una realtà italiana, dove gli scrittori sono proporzionalmente più numerosi dei lettori, il rischio di rimanere nell’ombra è comunque alto.

La conclusione di quest’analisi?

Non esiste una strada migliore da percorrere. E’ un rischio.

E mi dispiace se involontariamente ho dettato sui vostri sogni cinismo e frustrazione. Vi chiedo venia.

Ma comprendere la realtà in modo il più possibile oggettivo, non è altro che il mezzo migliore per trovare una via alternativa, consci dei rischi, degli ostacoli e delle difficoltà.

Non è un mondo rose e fiori ma vi confermo l’unico, eterno dato certo: il talento. E’ su quello che dovete puntare, anche se spesso viene trascurato.

E il talento trascurato fa sempre male, o almeno ne fa a me.

“L’altra faccia della luna. Pensieri disconnessi di un recensore”. A cura di Alessandra Micheli

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Mentre alle fiere impazza il politicamente corretto, vanno in scena le sfilate di colti soggetti, molto radical chic con in mano libri e libri, che non leggeranno mai, che non capiranno mai ma cosi è trendy postare su instangram, io sono qua, abbattuta eppure piena di adrenalina a chiedermi il senso di essere una “blogger”.

Blogger, sembra quasi un insulto, una di quelle parole ricche di veleno che sputiamo per sentenziare.

Per altri è uno stemma da appendere sul camino e se non si ha un camino si ha la zona comfort, dove spicca il quadro con la targhetta: io sono blogger.

E lo stesso fanno gli autori, gli editori tutti, una trita e stantia commedia dell’arte fatta di lustrini cottilion e paillette.

E poi ci sono io, che non mi sento né popolare né di successo, a volte inasprita, quando l’assurda danza dell’apparenza tenta di trascinarmi con se.

La sensazione è la stessa delle orrende feste di capodanno.

Tutti felici brilli a fare trenini sulle note assurdamente cacofoniche del ritmo latino, a cui manca quella sorta di terrena passione che le rene speciali e io li a fissarli, chiedendomi ma che cazzo ballate, cosa festeggiate, se domani sarete sempre uguali, immensi non nel solito tram tram, ma nella solita ostentata percezione del reale.

Ecco come mi sento a essere, a mio malgrado, protagonista del favoloso mondo del lit blog, del lit web o semplicemente del business del io ci sono a ogni costo.

E ci sono non perché scrivo ma perché appaio.

Io mi sento di essere a prescindere dalla foto e dal finto titolo.

Mi sento di esserci perché ho ancora sogni e passioni giovanili o fanciullesche.

Perché leggo un libro e mi emoziono, mi indigno e non guardo null’altro oltre al libro..

Oh Casa editrice sarà!!!

Ah no quella mai, per carità…

Ohhh che autore!

Ah no è antipatico/spocchioso/timido/ha troppi difetti….

Scusa devi leggerlo o cerchi marito?

E la cover e i refusi e il cazzo che vi si frega impacchettato.

Io vivo e esisto perché penso, perché piango perché rido.

Oggi l’esistenza è valida solo se provata tramite il tubo catodico. Oggi si esiste solo se la web ti illumina.

E ti deve illuminare in un preciso istante, congelato affinché in realtà tu sia immobilizzato in un atteggiamento cool.

Prima la fotografia racchiudeva un momento unico.

Un sorriso, un capello fuori posto, le occhiaie di mamme felici e soddisfatte, o del laureando che esibiva stanco ma orgoglioso il frutto delle sue notti di ricerca.

La foto rubava l’anima, cosi come molte tribù aborigene o indigene, temevano.

E un pezzo di anima a colorare un esistenza che a sua volta parlava al mondo, un mondo di cui si faceva parte a cui regalava istanti irripetibili.

Un po’ come la canzone le rose blu di Vecchioni.

Io ti darò ogni attimo vissuto, ogni sogno e ogni sorriso perché è il miglior dono che si possa fare a un dio invisibile e lontano.

Oggi la foto è perfetta, di una perfezione di plastica che ci rende tutti perfetti modelli di una fabbrica di plastica, in cui tutto è possibile ma irreale.

Perfette foto del libro ma che non parlano del libro ma della nostra egoistica voglia di sopraffarlo, oscurarlo e annientarlo.

Nei lit blog, sta sigla blasfema, non trovate mai il libro, trovate il narcisismo di autorevoli fai da te, critici letterari.

Quando vi va bene.

In altri casi trovate influencer, gruppi di pressione, interessi, volontà di emergere a ogni costo.

E vai con le sgomitate, con gli sgambetti con l’esaltazione sfrenata e discutibile della civiltà del dominio.

Io domino e tu sei dominato.

Salvo poi ribaltarsi dei ruoli: del resto la regina che taglia la testa, presto verrà sopraffatta da quel popolo minacciato, fino a far nascere chi decide di ricambiare il sanguinoso favore.

E’ cosi che nascono le regine rosse.

Alcune, addirittura, emergono dal popolo che essa stessa ha vessato.

E il ciclo si ripeterà all’infinito.

Nessuno, però, contesta il sistema alla radice.

Nessuno dice, scusate, ma è davvero necessario tagliare via il capoccione?

E sopratutto che ce famo co sti feticci?

Il nostro è un mondo dominato proprio da questi trofei.

E i trofei parlano della violenza con cui sono stati acquistati, ci raccontano di un mondo in competizione, dove vige la legge del più forte.

Ed è questo il mondo che si riversa in tutto ciò che creiamo, dall’arte o dalla letteratura, fino a toccare le corde del cinema.

Ci angosciamo a cacciare nei meandri oscuri della mente, lo spettro fascismo, quando non ci accorgiamo che esso è un atteggiamento, un’interpretazione del mondo che non vogliamo lasciare.

Vogliamo essere antifascisti senza rinunciare agli occhiali fascisti.

Lo siamo quando minacciamo “ tu offendi il genere che amo, occhio perché nessuno ti leggerà mai più”.

Non è secondo voi un atteggiamento fascista?

Il voler imporre un costume, una moda o una cultura?

No perché è non violento direte voi.

Ma è manipolatorio, autoritario e sopratutto, vuole che a primeggiare sia solo un pensiero: si deve leggere quello che va di moda, senza contestare.

Se non quando decidiamo noi di ribaltare i ruoli.

Altre regine rosse.

E non è fascista uccidere i talenti, quelle predisposizioni che ci rendono tutti diversi, imponendo i canoni, desunti da chissà chi, in tema di tecnica narrativa?

Si procede in ordine, costruzione mondi, valutazione dell’importanza dei protagonisti, caratteristiche a punti, fine sviluppo, poche informazioni solo quelle indispensabili ( e chi decide cos’è indispensabile?) mostra ma non svelare ( che devo fa, do l’idea al lettore e poi se la racconta lui la storia?) e finale.

E se io volessi partire dal finale?

Non puoi.

Mica stai creando…stai vendendo un prodotto.

E nella vendita e nella pubblicità ci sono regole precise.

Ah non sto facendo arte?

E cosa c’entra l’arte con la scrittura?

Non so…forse tutto?

Forse è il modo con cui io esprimo qualcosa che rode, macera dentro, che è come un veleno da eliminare perché poi torni a far parte del tutto?

Come sei ingenua!

Ecco il mondo che state sostenendo.

Un mondo in cui non va avanti talento, innovazione, coraggio, un pizzico di sana follia, ma foto, visibilità, apparenza, luci della ribalta.

E ci sono io che oggi scrivo, perché l’amarezza cede il posto all’incazzatura.

Sapete perché io scrivo recensioni?

Non mi frega dei like (chiamateli mi piace, per la divinità) non mi frega del seguito ( non intendo proprio fare la fine della regina rossa, vedo dietro i sorrisi coltelli acuminati).

Perché tramite un libro io posso parlare di ideali.

Di politica, di società, di valori.

Un libro è il mezzo con cui dire la mia a un mondo che va di corsa, mentre io mi rifiuto di camminare al suo passo.

Dico la mia in un modo di urla e lo faccio con il silenzio delle parole soffuse, sentendomi felice quando mi evitano, quando mi definiscono la pecora nera, la scheggia vagante, la mina pronta a scoppiare.

E quando scoppia, mentre tutti sorridono dicendo ah sei mina, sei arma, anche tu contribuisci a far dilagare la violenza, essa semplicemente è un rigurgitare di fiori, di sogni e di creature magiche.

E allora la paura dilaga.

Dilaga quando aizzo i sogni tenuti troppo nascosti, quando li mando nel mondo a renderlo un po’ più folle e un po’ meno rigido, quando urlo ai miei adorati personaggi di carta e immaginazione: al mio grido scatenate…la fantasia.

Perché un mondo che sia editoriale, che sia reale, che sia artistico, senza fantasia è un mondo che si deteriora piano piano.

Allora il pericolo non è soltanto l’inquinamento atmosferico, ma quello che rende le vostre anime mute, vi rende bulimici di spettacolarizzazione, di critiche, perché lo scandalo rende un sacco in termini di visibilità.

E allora come dice il grande Renato; blogger è chi si trucca da re per una sera, e ti consegna speranzoso una favola, la favola mia:

e mi vesto da re perché tu sia

tu sia il re di una notte di magia.

Libri e luoghi comuni. A cura di Irene Ceneri.

 

SI LEGGE UN SOLO LIBRO PER VOLTA”

SE TI PIACCIONO I ROMANZI ROSA, NON TI PUÒ PIACERE IL FANTASY”

MA TU LEGGI? MA CHE PALLE, LEGGERE È NOIOSO, DA ANZIANI”

QUESTO LIBRO È TROPPO GROSSO! NON LO LEGGERÓ MAI”

AH NO, QUESTO LIBRO È TROPPO CORTO, SICURAMENTE NON È SCRITTO BENE”

[…]

 

Quante volte durante questi 29 anni di vita mi sono sentita dire frasi come quelle che avete appena letto. E quante volte mi sono messa a guardare le persone che le riferivano con così tanto dispiacere per i loro sciocchi pensieri. 

Oggi il mondo prosegue in avanti, mentre attorno molti parlano e pensano per luoghi comuni. L’umanità ha creato barriere infinite, alcune delle quali ormai impossibili da superare.

Lei è troppo più giovane di lui, non è possibile che si amino davvero” eh si! Perché l’amore è refrattario al tempo, se ti innamori di qualcuno più vecchio parte un processo autodistruttivo che ti smaterializzerà nel giro di pochi minuti.

Ormai sono troppo vecchio, è impossibile realizzare il mio sogno” ma chi te lo dice? Provaci! Che ti costa?

Ah no, è impossibile provare amore per più persone” certo e allora secondo la stessa logica, non si può voler bene a più di un amico… l’amicizia è amore… si può eccome! Solo che si fanno delle scelte. 

Chiuso in una società bigotta, c’è un mondo di valori, libertà e pensieri che troppi celano. Ma sappiamo tutti che le cose non sono come ci viene insegnato debbano essere.

SI LEGGE UN SOLO LIBRO PER VOLTA… ma da quando? Ma chi lo dice? Mi arrestano se ne leggo di più contemporaneamente? Probabilmente sarò condannata all’ergastolo perché io ne leggo assieme anche tre. Mi alzo al mattino, ed in base a come mi sento, vedo cosa ho voglia di continuare a leggere. Il nostro animo non è sempre uguale, se quest’oggi mi alzo dal letto e sono giù di morale, probabilmente vorrò cullarmi con una storia d’amore. Se sono felice, forse vorrò leggermi un urban fantasy… è così via. Non è assolutamente vero che poi “NON CI CAPISCI NIENTE A LEGGERNE DI PIÙ ASSIEME” perché io seguo perfettamente ogni cosa che leggo, e so benissimo quando lo leggo, e dove sono arrivata. 

SE TI PIACCIONO I ROMANZI ROSA NON TI PUÒ PIACERE IL FANTASY… certo, un concetto reale al cento per cento, infatti se mi piace il viola non mi può piacere il verde. Se mi piace la pizza, non mi può piacere la carne. Se mi piace un moro con la pelle d’ebano, non potrà mai piacermi un biondo. Ovvio, no?

TU LEGGI? MA È DA ANZIANI… si hai ragione, ho 150 anni ma non li dimostro, bello eh! MA È NOIOSO… si, forse leggere i libri che ti obbligano a leggere a scuola è noioso. Ma se scegli ciò che vuoi leggere, allora vivrai mille vite diverse. Tutte con la solita intensità. Sarai un pirata, un principe, un ladro, un assassino, una vittima, un carnefice, una regina, un vampiro, una strega… sarai tutto ciò che hai sognato essere… viaggerai sino alle città più lontane che forse dal vero non avrai mai la possibilità di vedere. E le amerai. “Se questa è noia e mi sarà provato… io non ho mai letto e nessuno ha mai amato”

QUESTO LBRO È TROPPO GROSSO NON LO LEGGERÒ MAI… ci sono libri di poche pagine che scorrono lenti è noiosi e sembrano lunghi, infiniti, divengono incubi… e ci sono libri di duemila pagine che leggi in due giorni per la bellezza con la quale l’autore porta avanti la loro storia. Non fatevi impressionare dalle pagine. Non contano niente 

QUESTO E TROPPO CORTO, NON SARÀ SCRITTO BENE… uno dei libri più belli della storia della letteratura, si intitola NOVECENTO di Alessandro Baricco. Ha 62 pagine. Corto eh… eppure ne hanno tratto un film altrettanto meraviglioso come LA LEGGENDA DEL PIANISTA SULL’OCEANO. E quante emozioni si rincorrono leggendo questa storia.

 

Non sono il numero di pagine, la tipologia di carta, l’impaginazione, o i luoghi comuni che fanno della lettura una buona o cattiva cosa, e neppure ne fanno un bel libro o un libro orrendo. Perché per citare una frase del nuovo romanzo BOSCO BIANCO di Diego Galdino:

A rendere bella una favola non è il principe azzurro, ma chi te la legge…”

La satira politico sociale in Mysteriana, di Giuseppe De Felice, Nero press edizioni. A cura di Alessandra Micheli.

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Se il mio egregio collega vi ha parlato con professionalità del testo Mysteriana nella sua organica struttura evidenziandone i punti di forza, io che sono più bastarda di lui, vi tedierò con i temi portanti del geniale libro di Giuseppe de Felice.

Il primo elemento che risalta ai miei occhi, occhi fondamentalmente “nerd” lo ammetto, è la curiosa omonimia del nome.

L’autore mi richiama alla mente un altro grande protagonista della storiografia italiana, ossia Giuseppe de Felice Giuffrida, un politico italiano catanese per l’appunto di stampo socialista, promotore fasci italiani.

E che cos’erano?

Si trattò di un movimento di massa di ispirazione democratica, libertaria, socialista riformista, spontaneo sviluppatosi in Sicilia attorno al 1891 e il 1894. Diffusosi tra il proletario urbano, i bracciati agricoli, minatori e gli operai, fu disperso soltanto dopo un duro intervento militare durante il governo Crispi, intervento avallato dal re Umberto I.

Ufficialmente, il nostro De felice fu il fondatore, anzi colui che diede organizzazione politica a un movimento nato sul momentaneo bisogno di una società in transizione, che uscirà con le ossa a pezzi dopo l’orrore della prima guerra mondiale.

E già qua la mia mente nutrita a saggi di politica è entrata in fibrillazione.

Quale grande eredità aveva questo giovane autore!

Si perché il De Felice, controverso (come ogni interventista e innovatore politico), considerato da alcuni il fondatore di una corrente politica che si distingueva dal socialismo classico ( da cui il nome socialismo riformista), fu anche giornalista e pubblicista. Suoi sono i bellissimi saggi riguardanti la mafia e la delinquenza in Sicilia, testi fondamentali a parer mio, che gettano le basi per comprendere la fondazione della nostra odierna repubblica italiana.

E continuo.

Il socialismo anche di stampo riformista, intriso di ideali nazionalistici, riguardanti la creazione di un vero stato italiano, furono oggetto di indagine e di studio di un altro personaggio abbastanza controverso, un certo Benito.

E sapete che questo Benito fu il maggior esponente della corrente massimalista di questo partito?

Come, direte voi, anime candide, Mussolini mo era socialista?

Si mie fulgide testine.

Fu esponente di spicco del partito socialista italiano e direttore del quotidiano Avanti. Fu espulso dal PSI solo riguardo a un cambiamento di idee circa l’intervento o meno dell’Italia nella seconda guerra mondiale.

Interessante vero?

Ma già vi sento vocette indignate: ma che ci frega a noi di Benito?

Stiamo parlando di Mysteriana!

Appunto.

Ora Mysteriana lo potete leggere in due modi.

O come un bel giallo tranquillo, intrigante e di evasione, ma cosi facendo insultata l’intelligenza di Giuseppe e della Nero Press, o come un abile, mascherato, intenso e satirico ritratto del vero “fascismo”.

E raccontare la società improntata su questo tipo di politica significa raccontare, oggi, la nostra società.

E io mi impegnerò a rivelare la genialità dell’autore.

Vedete, il nostro adorabile reporter non è solo un millantatore, un arrivista senza etica come tanti nostri giornalisti, ma anche uno “sfigato” che per voglia di rivalsa, per una sorta di orgoglio professionale, si ritrova immischiato nei fattacci che nascevano e prosperavano dietro le retrovie della perfetta società fascista dell’epoca.

Ora qua bisogna fare un po’ di storia sociale, o di sociologia.

O di indagine sull’ethos di quel particolare periodo.

L’Italia unita era unita solo geograficamente.

E l’impegno dei nostri politici, colti e sopratutto informati sulle strategie economiche, si trovò a cercare alternative più o meno creative, per la risoluzione di problema intricato e angosciante : c’era l’Italia, i confini erano delimitati, il governo attivo, ma non ESISTEVANO gli italiani.

Mancava un principio comune in grado di rendere coeso un paese, di dargli una profonda struttura etico sociale, di renderli insomma nazione nel vero senso della parola. La nazione non era solo confini e giurisdizione, era un sentirsi parte di un qualcosa di organico, un sentirsi membri di una volontà generale per dirla alla Rosseau.

E quale miglior mezzo per unire se non la religione?

Pertanto, impegno di Giolitti e company, fu quello di tentare di creare una religione politica, con il suo organico sistema di simboli, ideali, storia e tradizioni. Peccato che l’Italia era formata da tradizioni antitetiche e spesso distanti, prive di elementi comuni.

E qua interviene il controverso Benito.

Lui utilizzò il mito della fondazione di Roma e della Repubblica, per unire un popolino disgregato

E il nostro autore lo racconta con una perfezione che commuovere gli appassionati di politica come me.

E iniziamo con gli estratti che parlano da soli.

Primo estratto. Il ritratto perfetto della società che io ho malamente delineato prima:

Perciò, cominciamo a tratteggiare lo sfondo e a dare un po’ d’atmosfera, qualche pennellata di colore per cogliere bene il clima in cui si svolse. L’Italia era entrata da qualche anno nel gran carnevale del fascismo. Tutti portavano la camicia nera, facevano il saluto romano, si davano del “voi” e pregavano perché Dio gli conservasse il Duce in buona salute e stramaledicesse gli inglesi. I treni arrivavano in orario, c’erano l’Impero e le Terre d’Oltremare, il dopolavoro e l’Opera Balilla, le bonifiche delle paludi e le colonie marine per i Figli della Lupa. L’Italietta di Giolitti era solo un brutto ricordo, il nostro paese si atteggiava a potenza e Gabriele D’Annunzio passava ormai quasi tutto il suo tempo a scrivere slogan e inventare per il regime nuove parole che andassero a sostituire gli odiosi barbarismi.

La rinascita apparente di un paese che era appena formato e che non aveva le stesse basi ontologiche dei paesi europei che iniziarono per primi il percorso verso la loro identificazione come stati nazionali. Seppur con le loro differenze, avevano un idea comune: il sovrano, la monarchia o soltanto l’ethos particolare che li faceva sentire francesi, inglesi e spagnoli. E se questo ethos doveva soffocare le tendenze indipendentistiche, beh poco male, ogni volontà particolare doveva convergere verso il bene comune.

Mussolini ci riuscì richiamando alla memoria e edulcorandolo ovviamente, l’agiografica mitologia dell’impero romano.

E questo ideale era sostenuto anche da grandi intellettuali.

Secondo estratto:

Con l’EUR e i Fori Imperiali, quel tronfio fantoccio di Mussolini sta facendo allestire una bella scenografia di cartone come sfondo per i suoi vagheggiamenti da nuovo Cesare. Ma è solo questo: scenografia. Nessuno ci crede davvero, come in Germania, dove Hitler e la sua congrega di spostati sono riusciti a prendere il potere sostanzialmente aizzando le fantasie più malsane del popolo tedesco. Il fascismo è stato accettato per quieto vivere, non per convinzione, e ci pensano i bastoni degli uomini della Milizia a farlo ingoiare a quelli che non ne sono convinti affatto.

 

Il fascismo non fu, secondo un grande storiografico, di nome Karl Dietrich Bracher, un vero e proprio totalitarismo. Nel suo “Il novecento, secolo delle ideologie” Bracher iscrisse Mussolini nella gamma dei regimi autoritari.

La differenza?

Leggetevi Bracher!

Scherzo ora ve la racconto io, in modo semplicistico per darvi uno spunto.

Nello stato AUTORITARIO in diritti degli individui sono sottoposti ai principi informatori dello stato stesso e finalizzati a raggiungere il cosiddetto interesse superiore, nico autentico e vero creatore di NORME. Diventa TOTALITARIO quando inizia a regolamentare TUTTA la vita dei cittadini negli aspetti privati, e spirituali. E quindi ogni manifestazione è regolamentata, scienza che diviene di stato, morale educazione e manipolazione mentale. Si è portati a credere reali i miti fondanti la “ragione di stato”.

E la differenza, chi studia davvero bene i regimi del novecento, salta subito all’occhio.

Ma i nostro Giuseppe la racconta meglio di Bracher:

 

Stiamo parlando di fascisti, non di nazisti, Jack. I nazi era persi per quelle puttanate della Tradizione con la “T” maiuscola, la Terra Cava, l’Agharta e tutte queste baggianate, tu ne dovresti sapere molto più di me…»

«Un misticismo allucinato, fanatico e crudele».

«Che al fascismo non apparteneva. I nostri gerarchi erano buontemponi paragonati ai capi delle SS. Quando si trattò di passare al lavoro veramente sporco, durante la Repubblica Sociale, dovettero rivolgersi a depravati da manicomio criminale e delinquenti comuni per organizzare le Brigate Nere».

«Suona un po’ come una citazione presa da un libro di Pansa».

«Non sto difendendo il fascismo, che era una gran merda nella sua totalità. Solo, era molto diverso, nelle sue basi ideologiche, dal nazismo.

E ancora:

Nelle alte sfere, tutta questa buffonata a base di orbace, fez, parate e cantare a squarciagola Giovinezza è stata accolta con… indulgenza? Un male necessario per tenere la teppa al suo posto. Il fascismo ha smontato i sindacati, ammazzato o mandato al confino socialisti, comunisti e anarchici, soffocato i conflitti sociali nel drappo tricolore del patriottismo. Ma quelle scemenze su Roma caput mundi può bersele il popolino e basta. La verità, è che il fascismo, con tutte le sue censure, le pretese di dirigere la cultura e il mondo dello spettacolo tramite un apposito ministero e il patto di ferro con la Chiesa, risulta terribilmente… noioso.

Vi garantisco che nel mio studio dei movimenti ideologici, ho sempre vissuto questa dicotomia tra fascismo e nazismo.

Il fascismo era pragmatico, di facciata ma non vissuto pienamente dai loro gerarchi perché non sussisteva un condizionamento mentale autentico.

Tutto serviva semplicemente per unire le masse disgregate e fornire una base per legittimare azioni che avevano sempre scopi materiali.

Il nazismo no.

Era un movimento che nell’occulto si sguazzava, capace di titillare non le esigenze spicce del popolo, ma il lato oscuro, quello nascosto, frustrato, deriso dagli accordi post primo conflitto. E’ quella banalità del male, quel patto con il demonio che aveva un odore sulfureo, e che faceva del mito norreno e nordico, privato della sua poetica e reso soltanto sangue e brama, il vero substrato tradizionale da imporre agli altri tramite la manipolazione psicologica.

Ed è la noia subita da un regime scarno come quello fascista, prettamente pratico che cercava in modo becero e assurdo di rispondere alle esigenze di un paese raffazzonato più che creato, di un paese nato per proteggere interessi e privilegi, veniva curata con un richiamo di facciata, alle teorie allucinanti e allucinatorie che nel nazismo viaggiavano libere e incontrollate.

Ma era non un esigenza luciferina, ma veniva anch’essa sacrificata a fini mondani, che si servivano del “diavolo” soltanto per avvicinarsi in modo immediato alla bella vita.

Se altri organismi sociali e politici all’esoterismo ci credevano veramente, il racconto onirico e apparentemente assurdo che fa da sfondo a Mysteriana, non è altro che quello che oggi noi viviamo costantemente.

Il sacro è merce di scambio, l’esoterismo finisce in banca in buoni, azioni e ville. La magia è uno strumento per assicurarsi i salotti buoni e magari un perfetto lifting.

Basta che il sale non si sciolga per portare i guadagni nelle off shore.

Ecco che Mysteriana, tramite l’indagine di un problema mai del tutto superato mette a nudo il nostro modo di vivere e persino la nostra anima, quella di sfruttatori di ogni emozionalità, di ogni sentimento, del sesso, dell’arcano, dell’esoterico per un baratto meno nobile di quello di Otto Rahn ( che almeno il graaal lo voleva trovare davvero per assicurarsi la conoscenza suprema) quella di sbarcare il lunario.

Noi oggi non abbiamo i Plantard, i De Cherisey, i Papus.

Non abbiamo Steiner, Gurdjieff, Blavatasky, Bailey.

Anche se almeno un Evola lo possiamo vantare.

Abbiamo Othelma, Wanna Marchi, i cartomanti e il mago Don Nascimiento.

Non abbiamo riviste come Circuits, o studi alla Guenon.

Abbiamo mysteriana e company.
Abbiamo lo sfruttamento del mondo occulto semplicemente per comprarci il completo firmato.

 

un mare fatto di testimonianze finto-autentiche, notizie pseudo-storiche e informazioni quasi-scientifiche, in cui navigava un’umanità in cerca di redenzione dall’orrore del quotidiano o soltanto disfatta, credulona, ignorante. Per lui e quelli come lui, semplicemente un gregge da mungere. Raccogli dichiarazioni e notizie, infiocchettale e pubblica tutto. Due siti web che facevano trentamila l’anno di pubblicità e un mensile con una tiratura sempre in aumento.

E ancora:

Tanti tuoi colleghi fanno la fame nelle redazioni dei quotidiani, mentre tu galleggi beato, cullato dalle onde del Golfo Onirico, nessuna fatica, le notizie vengono a te, spontaneamente, tu devi solo servirle agli interessati, dal produttore al consumatore praticamente senza intermediari, vita facile e stipendio sicuro, e anche questo è giornalismo, no? Lascia perdere i sogni, le ambizioni giovanili (e magari giovanilistiche) di inchieste che rovesciano governi o di reportage in stile gonzo. Non eri tu quello che poteva diventare l’Hunter S. Thompson italiano. Uno come Thompson, in questo paese di merda, non si può neppure immaginarlo.

E anche qua la satira è sullo invilimento di una nobile professione che oggi naviga grazie al gossip agli articoli da marchettari, alle fake news e all’utile e interessante (ammazza ) propaganda elettorale.

E tutto questo marcio, dalla letteratura al giornalismo prezzolato, ha le radici nel nostro ieri, fatto di compromessi e di accettazione muta e poco convinta, in favore del buon vivere e del mutuo pagato.

Storia di un lungo intrigo, storia di una degradazione del nostro più importante dono: l’immaginazione.

Questo non è solo un libro di svago, un giallo, un thriller, con un umorismo graffiante.

E’ il racconto crudo di noi stessi e di quell’abominio che oggi insistiamo a chiamare cultura.

E forse è il libro più intellettualmente onesto, più evocativo e più importante che possiamo oggi leggere.

Perché tra una risata e uno scoop, forse il pensiero si sentirà stuzzicato e forse, ripeto forse, il cambiamento avvierà quando lo stesso si troverà di fronte alle sue cadute.

Del resto non sempre una caduta ci trasforma in demoni.

Anche se in questo libro, i demoni sono molto più saggi di noi.

La creatura blogger, questa sconosciuta. A cura di Beccaria la Zanzara

 

AVVERTENZE

GLI ARTICOLI NON RISPECCHIANO NECESSARIAMENTE LA VEDUTA PERSONALE DEI  PROPRIETARI TRA CUI  ME MEDESIMA.

ANZI LA MIA VISIONE E’ MOLTO PIÙ’ DEVASTANTE E SIETE FORTUNATI CHE NON LA COMUNICO.

AVOJA A IRRITAZIONI!

CIONONOSTANTE, NON E’ UN BLOG DI REGIME. QUINDI E’ MIO COSTUME, MIO E DEGLI ALTRI RESPONSABILI, PUBBLICARE ARTICOLI CHE, PUR NON RISPECCHIANDO, SEMPRE, LA NOSTRA PERSONALE VISIONE, SONO SINTATTICAMENTE, SEMANTICAMENTE E GRAMMATICALMENTE CORRETTI ( DICIAMO IL PIÙ POSSIBILE) E INTERESSANTI.

QUALORA VI CREASSERO FASTIDI SIETE INVITATI A NON CREARE GRUPPI SEGRETI, MA A RISPONDERE CON DEI CONTRO ARTICOLI CHE SARÒ’ FELICE E LIETA DI PUBBLICARE.

QUESTO PERCHÉ’ ALLA LIBERTÀ DI PENSIERO, QUALORA NON SIA PENALMENTE E CIVILMENTE RILEVANTE, CI CREDO DAVVERO.

BUONA LETTURA.

ALESSANDRA MICHELI

 

 

 

Parliamo di blogger.

Avete mai sentito l’espressione “team building?”

Immaginando che la risposta sia negativa, mi prenderò la briga di spiegarvela e sottolineare il motivo per il quale l’associo alle blogger.

Nei vari corsi di “tecniche di vendita e comunicazione efficace”, il team building è una parte fondamentale.

Konrad Lorenz, grazie all’invenzione dell’etologia, lo aveva già capito, ma qualcuno si è preso il disturbo di applicare la famosa “legge del branco” alle faccende umane, sopratutto riguardo alla gestione del potere.

Andiamo a osservare nel profondo questa teoria.

Nel branco esistono vari tipo di figure:

i Leader che possono essere di tre tipi

Carismatici = leader naturali

Occulti= sono capi per natura ma non vogliono o non possono emergere. Spesso il leader occulto si accontenta di svolgere un ruolo secondario, magari quando il leader “ufficiale” è assente

Autoritario= che si impone

Esiste poi una figura chiamata linker che si preoccupa di mantenere le relazioni all’interno del branco. Spesso un leader è anche linker ma a volte questa figura può essere a sé, o venire interpretata dal leader occulto.

Gli altri componenti del branco, normalmente sono dei gregari e ruotano tutti intorno alle due figure principali. (leader e linker)

Vi domanderete adesso, miei gentili lettori, quale sia il legame con le blogger.

Presto detto:

le blogger seguono esattamente l’andamento del branco.

Tutte si credono delle leader, ma solo poche in realtà lo sono e meno di un decimo di costoro sono carismatiche.

Codeste si distinguono immediatamente. Sono innovative, non cercano consensi forzati, non temono di esprimere la loro opinione. E soprattutto, sono tutte linker. Cercano di portare unità e …meraviglia delle meraviglie, sono umili.

Sono rare da incontrare, ma vi posso garantire che  esistono.

Purtroppo però le restanti sono solo delle leader “autoritarie”e tendono a servirsi delle gregarie e delle leader occulte per fare il bello e cattivo tempo all’interno del web.

Loro sono le vere “forche caudine “ degli scrittori.

Loro decidono chi va avanti e chi no.

E lo fanno in base a criteri totalmente soggettivi. Guai ai poveri scrittori che si imbattono costoro.

Ma non temete, se saprete lisciarle a dovere, potrete diventare il nuovo fenomeno letterario del secolo.

Perché il tanto osannato “passaparola” popolare non esiste. Il sistema piramidale per i libri non esiste . Perciò non iniziate a fantasticare su tecniche di promozione, quelle che magari prevedono che, ognuno dei vostri dieci amici proponga il vostro libro ad altri dieci amici ( siamo a cento amici ) ,ognuno dei quali , a sua volta, lo proporrà ad altri dieci ( e fanno mille) e così via fino ad arrivare a milioni e milioni di copie vendute.

Le blogger , tuttavia, possiedono un potere simile: quello decretato dai loro lettori fissi.

E quindi accogliamo con gioia e giubilo la tattica della sudditanza. Basta una soave carezza, un complimento al momento giusto. Se le avrete acclamate a dovere, tranquilli il successo vi arriderà.

Malinconia, ovvero le bufere dell’anima. Di Riccardo Alberto Quattrini (Fonte https://www.inchiostronero.it/filosofia-malinconia-ovvero-le-bufere-dellanima/)

 

All’inizio tutte le cose erano insieme, poi venne la mente e le dispose in ordine.
Anassagora.

Adagiare sul fondo del bicchiere alcune foglie di menta, aggiungere zucchero e qualche spruzzatina di soda poi, aiutandosi con un cucchiaio da cocktail lungo, sciogliere adagio lo zucchero avendo cura di schiacciare contemporaneamente le foglie di menta, in modo che possano rilasciare tutto il loro aroma. Mescolare l’intruglio con rhum e abbondante succo di limone. Questo drink, apprezzato da uno dei più grandi romanzieri americani, oltre a rendere famosa la Bodeguita del Medio Bar all’Avana, serviva ad attenuare i momenti tristi e sedare le angosce derivanti dalla sua depressione. Si chiamava Mojito, ed era la bevanda preferita da Ernest Hemingway durante il suo soggiorno cubano. Quel “mal di vivere”, mescolandosi col rhum, quasi per incanto esaltava le passioni e sollecitava il celebre scrittore a scrutare in quel vortice di pensieri e di paure da cui estrarre la sua capacità creativa.
La malinconia è la gioia di sentirsi tristi” diceva Victor Hugo.

Malinconia deriva dal greco mélas, mélanos che significa nero, e cholé bile, pertanto bile nera. Il termine fu usato per la prima volta da Ippocrate nel IV secolo a.C.. Egli applicò lo studio della melanconia a un importante teoria definita dottrina degli umori. Tale teoria, assai singolare e fantasiosa, si basava su quattro sostanze presenti nell’organismo umano secondo cui dipendeva lo stato di benessere. Questi fluidi, altrimenti detti umori, ovvero: sangue, bile, atrabile (o bile nera) e flegma (pitùita-muco). Ciascuna sostanza è responsabile di un particolare temperamento: sanguineus, cholericus, phlegmaticus, melancholicus. Malinconia, mestizia, inquietudine. Forse è soltanto uno dei tanti stereotipi privi di reale fondamento, eppure il nesso profondo del letterato introverso, solitario, emarginato da una società frenetica e indifferente alla bellezza, portavoce del disagio d’intere epoche. “La realtà è che l’uomo e la natura stessa sono bipolari, il giorno e la notte, l’estate e l’inverno, l’infanzia e la vecchiaia – scrive lo psichiatra Athanasios Koukopoulos – trascorrono fra infinite variazioni dell’umore, fra grandi gioie ed esaltazioni, grandi dolori e abbattimenti. Ma solo alcune persone predisposte soffrono di depressione e di mania. Quindi di umori bipolari è fatto l’uomo e se pensiamo che, negli anni bui dell’ultimo conflitto mondiale, tutta l’umanità era affidata nelle mani di cinque capi di Stato più o meno bipolari, ovvero affetti da sindrome maniaco-depressiva: Mussolini, Hitler, Churchill, Stalin e Franklin Delano Roosevelt e Lincoln. Ma la compagnia di tali maniaco-depressivi è lunga; si va dall’imperatore Adriano, a Napoleone e Robespierre. Ai poeti come Byron, Shelley, Whitman, Baudelaire, Tasso, Alfieri e il malinconico per eccellenza: Giacomo Leopardi. Scrittori come Balzac, Hemingway e Gogol. Poi musicisti come Rossini, Mahler e Ciaikovskij, non potevano certamente mancare pittori come Michelangelo, Caravaggio e Van Gogh. Tutti splenetici.
La malinconia o melanconia, nel linguaggio moderno la si usa per indicare indifferentemente cose alquanto diverse tra loro. Nella cultura medica viene indicata come segnale della depressione.
Da cosa deriva quello strano malessere che spesso ci accompagna nella quotidianità. Perché ciò che possediamo non ci rende più felici? Per quale ragione non abbiamo più nessun interesse per qualsiasi cosa? Gli antichi la descrivono come “afflizione dell’anima” affine alla tristezza, ma non così dolorosa, e anche se cupa e profonda porta con se una certa tenerezza e dolcezza. Inoltre, a differenza della tristezza, che sfiora la depressione e non induce alla riflessione, la malinconia si alimenta di un pensiero più intimo forse più a contatto con le “ragioni” del cuore.
Ma la grande tragedia di questo mal-de vivre è, il suicidio. Non si fa che cercare la via migliore per morire: corda, veleno per topi, monossido di carbonio, barbiturici. Questa perdita di ogni speranza, questa sofferenza del vivere, rendono l’idea della morte una liberazione, praticamente, l’unica via.

Scriveva Gustave Flaubert: “La gente si meraviglia che il suicida non consideri il dolore degli altri. Chi pensa questo ignora che, al contrario si crede di fare il bene degli altri”
. Van Gogh prima di morire, scrisse al fratello Theo: “Non soffrire, l’ho fatto perché è meglio per tutti”.

C’è però chi, di fronte a un animo in tumulto, riesce a vederne un lato positivo. Questa è Madre Teresa di Calcutta che dice: “La sofferenza non scomparirà mai del tutto dalla nostra vita. Non abbiate, quindi, paura. Se la sappiamo sfruttare diventa un grande veicolo d’amore”.

Sofferenza?
Che centra ci si chiederà. Stiamo parlando di malinconia e la intendiamo comunemente come una forma di delicata e intima mestizia, un languore, un aleggiante pensiero opprimente, accompagnato da sfiducia e avvilimento. Ma perché, tutto ciò, non comporta una sofferenza? Il termine “sofferenza” non indica forse, la nostra interiorità quando è dilaniata e dibattuta? E questi tormenti intimi, molto spesso, non avvengono per cause inspiegabili, incomprensibili, e giungono quando meno ce li aspettiamo?

E dunque ne soffriamo.

Anche un fatto apparentemente banale, momentaneo, all’inizio ci può apparire tanto grave quanto irrisolvibile, basta ad affliggerci, a produrre in noi ansia, mancanza di tranquillità.
C’è un detto americano che interpreta perfettamente quella sofferenza e dice: “Preoccuparsi è come mettere le nubi di domani davanti al sole di oggi”.

 

 

Featured image, Lagrenee, Louis-Jean-Francois(1725-1805) La Melancolie-Melancholy, 1785. Tela, 50 x 62,5 Louvre Parigi.

 

“Ladri di sogni”. A cura di Beccaria, la Zanzara.

 

Credo che su: case editrici, lettori, blogger, autori  sia stato detto tutto e il  contrario di tutto.  In un momento in cui la crisi non permette alle persone di arrivare a fine mese, il superfluo viene eliminato. E, che ci piaccia o no miei gentili lettori, nel superfluo finiscono anche i libri.

 Soprattutto i libri. In un mondo dove la cultura viene rigettata il libro, quello che scuote le coscienze, che denuncia o semplicemente propaga cultura, DEVE scomparire. È inutile girarci intorno; Bradbury e Orwell avevano ragione.

Perchè correre il rischio di eliminare completamente i libri quando li si può trasformare in un veicolo conduttore e diffusore di immondizia?

 E come si fa a realizzare una mission così mastodontica?

Semplice. Basta proporre cose “comode” in quantità industriale. La via dell’Inferno è lastricata da buone intenzioni, vere o finte che siano. Distruggendo i principi, facendo credere nella loro inesistenza o peggio inefficacia,  si insinuano dubbi e confusione.

 A tale proposito mi viene in mente Aristofane nella sua commedia “le nuvole”, dove se semi-vivo è uguale a semi-morto e semi- è uguale a semi-, allora morto è uguale a vivo. Perciò se tra bianco e nero non esiste differenza, se tra morto e vivo non c’è differenza, se buono o cattivo sono la stessa cosa, se tutto non è altro che un orrido grigio senza neanche una sfumatura, allora la cultura è uguale all’ignoranza.

E dopo il primo passo accettiamo anche il secondo: che la cultura annoia mentre l’ignoranza diverte. Ecco che questo assioma ci tiene avvinti in un caldo abbraccio e soprattutto porta soldi.

Quindi anziché cancellare del tutto i libri e bruciarli (col rischio che qualcuno li legga e li memorizzi) molto meglio cambiarli e diffonderli. Nel momento in cui la massa vedrà sdoganata ogni bassezza propria dell’uomo, inizierà a pensare che essa sia la vera cultura.

E lo farà perché gli addetti al mestiere, coloro che detengono il potere di diffondere controllare, si sono adeguati al sistema, anzi ci sguazzano dentro.

 Un esempio su tutti: le case editrici a pagamento. Non voglio fare di tutta un’erba un fascio, per carità.  Ho visto in alcune librerie i loro testi (sì perché anche libri di CE a pagamento arrivano in libreria) ed hanno editing, correzione di bozze, impaginazione, persino significato.

Allora dov’è l’inghippo?

E’ semplice. Dietro l’apparente linearità logica di un pensiero, ossia pago un servizio editoriale in cambio avrò determinate agevolazioni (pubblicità, editing di esperti, canali di distribuzione privilegiati, promoter e marketing di alto livello) si nasconde l’insidia tipica del mondo del business: non tutti i contratti rispettano le clausole. Vale a dire che, se io pago una CE non sempre essa, furbescamente, rispetterà le promesse.

Perché ogni casa editrice a pagamento che ha la prospettiva non della diffusione del testo ma dell’accumulo di denaro, avrà, ostacolato quelle non a pagamento, che fanno i salti mortali per portare avanti i propri autori. E sacrificano al dio Mammona, la loro dedizione alla bellezza.

Molti autori si lasciano ingannare dai vari specchietti per le allodole e soprattutto dalle “leggende metropolitane”. Benché internet esista, le persone preferiscono, ancora adesso, affidarsi al “sentito dire”. Quindi l’aspirante scrittore “trova del tutto normale” che per pubblicare debba “investire” una somma di denaro. Siamo tutti vittime delle “superstizioni” che suonano grossomodo tutte così “un mio amico per pubblicare ha speso …”

E in paese dove sei abituato a pagare tutto, trovi normale che, anche per pubblicare un libro, occorra pagare.

Eppure tutti nella vita abbiamo esperienza più o meno diretta di scrittori che campano grazie alla loro arte.

Dovremmo ricordarci dei vecchi cari proverbi come“ Se non c’è guadagno la rimessa è certa”.

Ci saremo imbattuti almeno una volta in un Network Marketing dove coloro che stazionano in fondo alla piramide sostengono la cima e se finiscono schiacciati, amen. Visualizzatevi come la base di questa enorme piramide e capirete che non state facendo un affare. Lo state facendo fare a qualcun altro. Questo per spendere una parola verso chi, in buona fede, pensa di fare una cosa normale.

 Soprattutto in questo periodo di crisi.

 Soprattutto quando si cerca di fare IMPRESA.

E quale impresa non ha bisogno di un benché minimo capitale per iniziare

Altri autori sono semplicemente vittime del loro ego. Non accettano di essere stati rifiutati dalle normali case editrici e, pur di vedere il loro nome stampato, consapevolmente si affidano a queste pseudo-industrie mangiasoldi, facenti parte dell’organizzazione, ben più ampia, dei ladri di sogni.

Ma veniamo alle promesse di questi sedicenti imbonitori; non prima però di porvi una domanda che spero vi faccia riflettere.

Ma in tutto questo parlare di impresa, fama, gloria, soldi, stipendi, classifiche, l’arte dove si posiziona?

In attesa di una risposta che non arriverà, continuiamo con la visita guidata.

Interviste su canali televisivi, giornali, rubriche dedicate, siti internet sono solo una parte delle briciole che gli imbonitori seminano lungo il loro cammino  che conduce al baratro.

Abbagliati da tanto sfarzo cosa sono poche migliaia euro?

Facciamo un po’ di conti.

Immaginate di dovervi pubblicizzare da soli. Questo significherebbe  contattare un’emittente radiofonica, un giornale o una tv (anche locale) , ed è ovvio presupporre che vi costerebbe un discreto capitale. Per non parlare poi della proposta a cui “non puoi dire di no”: la tiratura iniziale di un numero esagerato copie, distribuite a livello nazionale.

Immaginate come debbano sentirsi gli aspiranti scrittori?

Ai vertici del successo.

Un migliaio copie come tiratura iniziale, per un illustre sconosciuto, non sono niente male..

Se poi consideriamo che i tuoi euro servono solo per acquistare qualche copia del tuo libro, davvero non ti stanno rubando nulla. Già con un paio di presentazioni tra amici e parenti le rivendi e rientri del tuo investimento…

Inoltre, alcune case editrici hanno l’abitudine di restituire la somma che è stata anticipata, a cui si aggiungerà la percentuale del prezzo di copertina, nel caso in cui si venderanno un tot prestabilito di copie. E non un numero qualsiasi, ma talmente smodato da far sgranare gli occhi.

Chi è infatti quell’imprenditore che vorrebbe vedere la propria merce immobilizzata?

Facciamo di nuovi i conti: a fronte dell’investimento iniziale di poche migliaia di euro, oltre alla serie infinita di servizi, si acquistano copie (praticamente già vendute) sei già pronto per abbandonare il tuo lavoro e divenire scrittore  a tempo pieno.

E dove sta la fregatura?

Tutta la serie di servizi sono pressoché inutili in quanto a uso e beneficio solo e soltanto degli autori con vendite sicure, affermati e sopratutto fedeli, coloro che, nel corso degli anni, hanno sostenuto la loro impresa e dato prova di essere “amati dal pubblico”.

Inoltre le copie non vengono mai stampate tutte insieme e distribuite ma “udite, udite”, verranno stampate a richiesta (nel contratto questa piccola parte non viene affatto citata).

Quindi nessuna copia dei vostri libri, finirà mai in nessuna libreria…

Questo per il 97-98% delle Case editrici a pagamento.

Un consiglio?

Se avete soldi da investire, fate un bel viaggio.

Ma parliamo anche di case editrici a pagamento che NON fanno nemmeno quelle poche cose. Si fanno pagare e basta per stampare il vostro libro così com’è.

Senza  editing.

 Senza effettuare la scontata correzione di bozze.

A volte senza neanche prendersi la briga di leggere il testo.

Così sulla “fiducia”. Se poi ci sono errori di tutti i tipi amen, colpa dello scrittore.

 Per quale motivo fregiarsi di un tale titolo, se poi non sei capace di mettere due parole in croce?

Peccato che, magari, nel contratto fosse previsto un minimo di qualcosa, che fosse almeno una lettura iniziale. Una valutazione, una cura a dimostrazione del minimo rispetto per l’autore.

Capisco che, oggi, un’editoria è pari a un impresa.  E capisco l’impegno nella  nella difficile impresa di accumulare capitale.

 Pertanto è ovvio che, il marketing, impone l’incapacità di contemplare la creatività della persona, fino a distruggerla totalmente in favore della logica finanziaria. E questo è possibile intessendo con abilità priva di scrupoli, la rete adatta per intrappolare sprovveduti che ai sogni e all’arte ancora ci credono.

Con la conseguenza logica di approfittarsi della loro ossessiva ricerca della fama.

Ecco perché la volontà di pubblicare diviene abile preda per il tormentato mercato del self pubblishing, più immediato, più semplice da gestire e apparentemente meno pericoloso. Il rischio è però quello di liberalizzare non soltanto il talento ma anche la semplice brama di apparenza. Ed ecco perché il mercato rischia di essere saturo di testi, fino a produrre anche livelli non accettabili dal punto di vista stilistico, cosi come lamentato da molteplici critici del self. Ecco che grazie alla disattesa delle aspettative degli scrittori e la democratizzazione eccessiva del sistema si crea un gorgo di proporzioni immani pieno di stereotipi e pregiudizi

Allora perché siamo arrivati a questa situazione intricata?

Per mettere in luce i grandi marchi editoriali?

Per dichiarare il loro brand sigillo di qualità?

Se come lettore ti rivolgi a un self publisher e trovi un libro poco incisivo dal punto di vista del contenuto e del significato o hai la sfortuna di imbatterti in una casa editrice a pagamento  che pubblica banalità,  penserai che, tutto quello che non è tutelato da un grande marchio sia una porcheria.

Poi se ci sono self o piccole CE che credono nella qualità e si impegnano per regalarla ai lettori, non è contemplato. Si sceglie la facile strada di affidarsi a stereotipi e cliché.

Cosa centra in questo discorso il riferimento alle grandi marche?

Che c’entra tutto questo con i grandi marchi?

Semplice.

 Anche loro pubblicano mediocrità, libri poco strutturati, poco coerenti.  Perché anche loro sono a rischio di sfornare testi che non brillano di luce propria.

 Perché, con una buona pubblicità dietro, si possono convincere le persone e manipolarle, spacciando per bellezza la banalità  ed è così che si resta convinti che il nome sia sinonimo di qualità.

E acquistare delegando la propria possibilità di scelta alla propaganda del marketing convinti che un sigillo o un acronimo sia una garanzia è assolutamente tipico di una società addormentata.

 La qualità, la cultura, oggi più che mai passano in secondo piano.

 Se un libro che inneggia il ruolo salvifico della donna, anche nelle peggiori situazioni possibili, come una violenza, senza proporre un modello alternativo di donna che pone LA SUA salvezza personale, non viene denunciato, si rischia di dare un messaggio distorto alle nuove generazioni.

 Senza chiedervi chi sia stato a decretare che quel particolare messaggio decisamente pericoloso e decadente, sia un capolavoro letterario.

E sapete il nome del colpevole?

 VENDITE.

Ecco cosa davvero conta. Soldi e visibilità, il vincere facile.

 Tutto il resto è solo contorno.

Dentro il libro. Viaggio attraverso la simbologia del libro di Miriam Palombi “Legacy of Darkness libro I e II”Dark Zone editore. A cura di Alessandra Micheli

 

Nella mia recensione, ho concentrato l’attenzione sul messaggio veicolato attraverso il contesto scelto dall’autrice.

Ma bisogna ammettere che i due libri hanno una marcia in più

Come molti autori prima di lei, quelli che amano rimestare nel calderone della tradizione filosofica e della storia, la nostra autrice inserisce in un modo preciso e elegante, riferimenti a quella che Renè Guenon definirebbe scienza sacra. E con scienza sacra intendo raggruppare tutti gli elementi che fondano, e formano, nel bene e nel male la nostra grottesca società.

E ovviamente non mi è possibile ignorarli anzi trovo che sai mia responsabilità mostrarveli, incuriosirvi perché un giorno, possiate approfondire questi temi in modo del tutto autonomo, perché la tradizione vi appartiene di diritto.

E ora iniziamo il nostro viaggio.

IL PENTACOLO

Il primo elemento che appare agli occhi di neofiti e esperti è sicuramente il titolo che richiama un famoso simbolo presente in tutta la tradizione esoterica europea e non solo.

Il pentacolo è un emblema magico consistente in una stella a cinque punte generalmente inscritta in un cerchio. Etimologicamente la parola si fa risalire al prefisso greco penta, combinato con il suffisso latino culum o addirittura dal francese medio pentacol che descriveva un gioiello o un ornamento appeso al collo quasi sempre con uno scopo protettivo.

Nella nostra civiltà occidentale ha un originaria funzione esoterica di protezione è quindi usato come talismano con la evidente funzione di scudo contro le negatività o le entità caotiche magiche. Pertanto, viene tracciato sia su carta o pergamena sia inciso su metallo, legno, cera, creta e metalli nobili.

La sua applicazione è necessaria, per questa sua natura difensiva, nella magia evocativa, visto che tale branca occulta si avvala di complicati rituali atti a richiamare a se energie mistiche diversificate. Ecco perché è necessario il suo uso come parte indispensabile del rituale, cosi come proposto dal famoso occultista Alister Crowley.

Questa sua caratteristiche che lo rende una porta sul numinoso, unita dalla fama del suo più grande sostenitore, il Crowley tacciato di demoniaca progenie, gli causò nei secoli la perdita del suo originario significato positivo, divenendo uno strumento del male. Questa reazione contraria fu anche la conseguenza diretta dell’avvento e del consolidamento della nuova religione, il cristianesimo, in nette e ferrea opposizione agli antichi culti pagani, che del simbolo ne facevano un largo uso e abuso.

Perché questa sua associazione cosi radicata con le antiche credenze e con l’antica religione?

Semplice. Perché il simbolo era associato ai sacri culti legati alla Dea Venere incarnazione di forza, bellezza e soprattutto di fecondità anche sessuale, che commemorava il matrimonio sacro ossia lo Hierogamos, in cui il principio maschile e quello femminile davano vita alla creazione della materia.

Inoltre, era evidente l’associazione della figura della dea con il pianeta che ne condivideva il nome. Questo visto dalla terra, compie, in un periodo di otto anni un percorso simile a un pentacolo li nell’alto del cielo.

Ecco che un dettaglio cosi ininfluente per noi diveniva di enorme portata filosofica, rendendolo, quindi, il perfetto rappresentante della filosofia ermetica, quella che si prefiggeva di attirare la perfezione del cielo proprio in terra.

Il pentacolo è la rappresentazione del microcosmo ( terra e realtà) del macrocosmo (universo) combinando in un unico segno tutta la creazione, ossia quell’intricato e completo insieme di processi su cui si basa l’equilibrio universale o per dirla con un termine egizio che amo la Maat.

La scelta della Palombi di usarlo come elemento chiave dei suoi romanzi ne evidenzia sicuramente il significato latente di responsabilità, rendendo quella bizzarra compagine di uomini straordinari, sia i garanti sia le rappresentazioni fisiche dei processi necessari, su cui si deve basare proprio il cosmo. Dallo spirito che si manifesta dando origine a tutto ciò che esiste, fino alla sua divisione nei quattro elementi fondanti il cosmo: acqua terra aria fuoco. Sono,quindi, loro a rappresentare i rapporti tra il mondo divino e quello fisico divenendo essi stessi baluardi che ne difendono i confini e la sua sanità a discapito della distorsione operata dal male inteso come caos e disequilibrio.

GAALAD

Padre Marcus si era svegliato con uno strano presentimento. Senza alcun motivo apparente aveva pensato a un dettaglio, un ricordo oramai sopito della sua infanzia. L’immagine di un cavaliere dall’armatura lucente in sella al suo destriero.

Nella mano destra, levata al cielo, stringeva una coppa. Quell’illustrazione, tanto cara a sua madre, era tratta dal ciclo arturiano di Malory, e quel cavaliere impavido era Galahad al termine della strenua ricerca del Graal. Galahad il Cercatore.

(il respiro del diavolo)

In questo brano appare una figura eroica e quasi mistica che non può non richiamare le mie adorate storia del Graal.

Nel ciclo arturiano sir Galahad o Galaad è uno dei cavalieri della tavola rotonda, figlio illegittimo di Lancillotto e Elaine di Corbenic. Galahad è noto in questi racconti perché rappresenta la purezza e la vera nobiltà d’animo tanto che, assieme a Parsifal fu uno dei pochi a cui fu concesso di trovare il Graal.

Il personaggio non compare invece nelle opere più antiche come quelle di Chretien de Troyes (XII) secolo che fu tra i primi a sviluppare il tema della queste du Sant Graal, appare invece nel Lancillotto in prosa del XIII secolo e nelle opere successive come la morte di artù ad opera di Thomas Malory.

Come abbiamo detto, l’impresa a cui l’eroe è destinato è il ritrovamento della sacra reliquia. Avutane visione, tutti i cavalieri della tavola rotonda partono con entusiasmo alla sua ricerca ma, essendo questa la somma prova di fede e virtù più che di forza e valore, sono quasi tutti destinati a fallire. Lo stesso Lancillotto riesce solo a avere una fugace visione del Graal prima che il suo potere lo respinga violentemente poiché vittima di un amore impuro, non tanto perché tradisce i vincoli coniugali ma soprattutto a causa del tradimento che opera ai danni del suo re.

Galaad, invece, compiute diverse imprese da solo si unisce poi a Parisfal e a Bors con cui quali raggiunge il castello del Graal. Ma soltanto due giungono al cospetto del re pescatore e di suo figlio Eleazar, i custodi del mistico oggetto. Essi gli mostrano il sacro artefatto e gli chiedono di portarlo nella città di Sarras. Compiuta quest’impresa tutti e tre intraprendono la via di ritorno per Camelot ma lungo la via, appare loro lo spirito di Giuseppe di Arimatea, colui che, secondo la leggenda aveva portato il sacro oggetto in Britannia. Galaad esaltato dall’esperienza spirituale, chiede di poter morire subito e dato l’addio ai due compagni, ascende in cielo. Parsifal lo raggiunge poco dopo.

Ma cos’è davvero il Graal?

Sulla sua natura si sono sbizzarriti ricercatori e semplici appassionati. Il termine sembra risalire al francese gradale, che identificava una coppa o un piatto. Nella versione di Chretien si parla di un Graal non dell’oggetto che, in seguito, sarà identificato dai cistercensi con la coppa con la quale Gesù celebrò l’ultima cena e nella quale Giuseppe d’Arimatea raccolse il suo sangue dopo la sua crocifissione. Ed è da questa leggenda che si svilupperanno in seguito le teorie del sang Real ossia la discendenza sacra del cristo.

In altre versioni il Graal è semplicemente una pietra, quella caduta dalla testa di lucifero dopo la sua cacciata dal paradiso. Un’altra tradizione racconta che Set, terzo figlio di Adamo ed Eva tornò nel giardino del paradiso terrestre in cerca di una cura per il padre morente ed ottenne da Dio una medicina capace di curare qualsiasi male.

Lo sviluppo della leggenda graaliana secondo gli storici, risale a una tradizione orale di stampo gotico, derivata probabilmente da alcuni racconti folcloristici precristiani trascritti in forma di romanzo nei secoli successivi, e che racchiuderono in un unico corpus omogeneo, persino le antiche leggende celtiche a proposito di calderoni della rinascita.

Ecco che Galaad, ciclo arturiano e graal si fondono in una tradizione che ha influenzato più di un autore, in particolare l’opera di Malory fu lo spunto per capolavori come The lady of shalott di Alfred Tennyson e Le gesta di Artù e dei suoi nobili cavalieri una rielaborazione del mito in chiave moderna ad opera di un grande Steinbeck.

NIKOLA TESLA

Elizabeth vide il complesso reticolo di fili di rame, all’interno delle sfere fluttuare nel gas di cloro due volte e mezzo più pesante dell’aria e cosi tossico da essere usato durante la seconda guerra mondiale come agente nervino. Quel prodigio era un altro progetto di Nikola Tesla che si credeva mai realizzato

(il respiro del diavolo)

Il buon vecchio Nikola Tesla, fu un ingegnere elettrico, inventore e fisico serbo naturalizzato statunitense nel 1891. Il suo lavoro straordinario apportò una rivoluzione in numerosi campi dello scibile umano, grazie ai suoi studi sull’elettromagnetismo. I brevetti e il lavoro teorico formarono la base del moderno sistema elettrico a corrente alternata da cui derivarono i motori elettrici che contribuirono all’ingresso della seconda rivoluzione industriale tra il 1856 e il 1878.

A causa della sua personalità eccentrica e di molte sue affermazioni a volte incredibili e bizzarre, negli ultimi anni della sua vita Tesla fu ostracizzato e considerato una sorta di scienziato pazzo pur attribuendogli curiose anticipazioni di sviluppi scientifici successivi.

Molti dei suoi risultati, sono stati usati per appoggiare diverse pseudoscienze, ciò è dovuto al fatto che Tesla lasciò scarsa documentazione sui suoi risultati, e quei pochi lasciti risultano appunti disorganizzati e incomprensibili per molti, quindi è stato facile addossargli idee strampalate e non accettate dalle scienze ufficiali.

Tra le sue innovazioni accertate, però, abbiamo la teoria dei campi unificati sviluppata tra il 1892 e il 1984, frutto dei suoi esperimenti elettromagnetici ad alta frequenza e ad alto potenziale e brevettò, sempre in quel periodo, numerosi apparecchi per l’utilizzo di queste grandi fonti di energia.

Un’altra interessante invenzione, basata su alcune affermazioni dello scienziato, riguardavano un’arma misteriosa chiamata raggio della morte impostata su un meccanismo capace di generare un’enorme differenza di potenziale e un altro meccanismo capace di amplificare e moltiplicare tale differenza.

Una strana arca dell’alleanza?

Altre singolari invenzioni furono la macchina per fotografare il pensiero, la macchina volante e uno speciale teslacopio progettato per inviare segnali e comunicare con forme di vita extraterrestri.

Un genio.

Per questo, per questa sua illimitata fantasia molto aliena nei confronti della mentalità del suo tempo, e per la sua capacità di porsi come visionario fu il perno sul quale si innescò il filone fantascientifico dello steampunk che lo considerò il suo vero ispiratore poiché molto più innovativo e visionario del suo collega Charles Babbage.

LA FILOSOFIA BATESONIANA

Un luogo dove il mistero e il paranormale sono tangibili e si contrappongono a tecnologia e scienza in un perpetuo equilibrio tra Bene e Male. Un pugno di uomini ha il compito di mantenere inalterato questo precario equilibrio. La natura li ha dotati di poteri straordinari originando all’interno dei loro corpi sorprendenti mutazioni. Il loro intento è contrastare l’egemonia della tecnica e scongiurare la creazione di un universo privo di ogni dogma morale.

Chi era Gregory Bateson?

Fu uno studioso incredibile che riuscì a creare una sorte di scienza onnicomprensiva in grado di studiare i fenomeni in un approccio multidisciplinare. Antropologo, linguista, studioso di semiotica, biologo e psicologo, usò ogni campo dello scibile umano per comprendere al meglio non solo l’uomo ma anche i sistemi in cui si muoveva e su cui aveva potere di creazione e distruzione, come stati, culture, società e sistemi politici. La sua primaria intenzione era da una parte provare a distinguere tra interazioni umane sane da quelle distorte e patologiche, dall’altra unire in un’epistemologia monistica due diversi schieramenti. Il soprannaturale e il meccanico. Bateson si proponeva cioè di trovare una posizione di equilibrio tra i due “incubi” insensati del materialismo imperante e del soprannaturalismo romantico. Una strada comune,onnicomprensiva, in grado di riconoscere la sostanziale unità di mente e corpo, di mente e natura, e di offrire possibili risposte a questioni profonde e attuali come guerra, contatto tra culture e limiti della scienza.

Quello che si propone insomma di fare il pentacolo protagonista del testo della Palombi.

La scienza bloccata in un approccio tecnocratico e meccanicista o da uno spiritualismo che pretende di collocare le risposte al di fuori della realtà tangibile, non può certamente essere di aiuto. Mondi che una personalità curiosa e ribelle come quella del nostro filosofo non poteva condividere. Fu per questo che ridefinì in uno stile del tutto personale, ogni singola teoria, fondendole in una posizione in grado di essere più equilibrata e che, senza rinunciare alla ragione, ne mostrasse continuamente i limiti e sopratutto, esternasse la necessità di una connessione profonda ed empatica con sentimenti, emozioni, le metafore e le espressioni artistiche e religiose.

Ecco che una siffatta posizione mostra l’alterità del vero genio quello che non disdegna temi come la morte, il sacro, il bello, il brutto il sano e la follia e che, al contrario, li ritiene affrontabili in quanto parti dell’esistenza, da un nuovo sistema di analisi che ne possa garantire almeno una parziale comprensione.

Ed è interessante la sua analisi del sacro presente nel libro “dove gli Angeli esitano” in cui è presente una precisa e intrigante analisi del tema della segretezza, argomento cardine anche del nostro libro.

Perché in fondo il sacro che è la parte essenziale della nostra natura umana ne è partecipe anche di una sorta di dualità: luce e ombra, inconscio e conscio pertanto le sue risposte possono essere oscure la sua azione imperscrutabile il sacro sarà sempre mistero e a volte non conoscenza. E questo accade perché è soprattutto un sistema educativo che ci spinge ad acquisire agilità mentale per la sua impossibilità di essere assoggettato e intrappolato nelle limitate esperienze umane.

il cuore di molte teoriche si autoproclamano scientifiche, è rappresentato dal valore logico attribuito ad un sentimento o ad un impulso quotidiano. Nella vita di tutti i giorni i rapporti tra i poli logico e non logico, non presuppone dominio o prevalenza della ragione ma prevede, piuttosto, il suo confluire nella dimensione del non logico che contribuisce a rafforzare con un’intensa opera di abbellimento e di rivestimento”

MAYA E PROFEZIE

In un’antica profezia Maya si parlava di tredici teschi scolpiti a grandezza naturale nel quarzo ; al loro interno, si diceva, erano nascoste informazioni sull’origine e sul destino dell’uomo.

(Il respiro del Diavolo)

Gli antichi maya furono una popolazione insediatasi in Mesoamerica dove svilupparono una civiltà nota per l’arte, l’architettura, per i raffinati sistemi matematici e astronomici e per la scrittura, l’unico sistema noto di scrittura pienamente sviluppato nelle Americhe precolombiane. I Maya furono famosi per le meticolose osservazioni dei corpi celesti e registrarono pazientemente i dati astronomici sui movimenti del sole, della luna, di venere e delle stelle. Queste informazioni sono state utilizzate per formulare le divinazioni, quindi per i Maya l’astronomia era essenzialmente utilizzata per scopi astrologici, non tanto per studiare l’universo per ragioni di curiosità scientifica, né per misurare le stagioni per il calcolo della semina. Ma era un mezzo con il quale i sacerdoti comprendevano i cicli del passato e proiettarli nel futuro per formulare vere profezie giunte persino fino a oggi.

Questo perché essi ritenevano, infatti, che eventi simili si sarebbero verificati in futuro con le stesse condizioni astronomiche e dunque, i sacerdoti eseguivano le loro osservazioni registrando le eclissi del sole e della luna, cosi come i movimenti dei venere e delle stelle.

E’ furono da queste loro analisi che si basano le famose profezie Maya che tanto interessano i seguaci new age e semplici appassionati. I Maya avevano tre calendari uno rituale della durata di 260 giorni chiamato Tzolkin suddiviso in periodi temporali di 13 giorni e utilizzato a scopo divinatorio e uno solare di 365 giorni Haab suddiviso in 18 periodi di 20 giorni ciascuno. Le date di questi due calendari erano combinate tre loro per dare luogo a cicli di 18.9890 giorni (52 anni) per un totale di 52 cicli diversi ricorrenti. Un ulteriore calendario detto lungo computo calcolava, invece il tempo trascorso dalla data di creazione del mondo secondo la mitologia maya. Questo a differenza dei precedenti era progressivo e suddivideva il tempo in cicli non ricorrenti (b’ak’tun) della durata di 144.000 giorni suddivisi a loro volta su basa vigesimale (base 20 e base 18 in 4 ulteriori sottocicli. Pertanto secondo il popol vuh uno dei principali documenti storici il lungo computo attuale è il quarto in ordine di tempo, poiché gli dei avrebbero distrutto le tre precedenti creazioni ritenendole fallimentari. In pratica, la profezia maya preannuncia la distruzione del quarto ciclo e l’avvento del quinto.

Ed è su questa data fatidica che si sono concentrate le attenzioni di ogni studioso: quando arriverà la fine del quarto mondo?

TESCHI DI CRISTALLO

A un tratto si soffermò su uno dei tanti oggetti lasciati incustoditi. Era un teschio dall’aspetto serico e levigato, intagliato in un unico blocco di cristallo lucente e dalla trasparenza quasi perfetta. Sembrava catturare la luce presente per inglobarla al suo interno, emettendo così

(il respiro del diavolo)

Un antica leggenda Maya, dalle oscure origini, narra l’esistenza di 13 teschi di cristallo a grandezza naturale, spersi per il mondo, i quali custodirebbero informazioni sull’origine, sullo scopo e sul destino dell’umanità. Quando arriverà la fine del quarto ciclo del mondo e la nostra stessa esistenza sarà in pericolo solo riunendo i teschi si potrà salvare il mondo. O le sue conoscenze.

E’ la stessa profezia che l’autrice inserisce nel secondo libro, e che è assolutamente reale, come reali sono i teschi che sino stati ritrovati. Cosa siano davvero e quale possa esse la loro funzione e addirittura l’attendibilità della loro originalità è ancor oggi oggetto di studio.

Tre di questi sono custoditi nei musei di Londra, Parigi e Wasgington, mentre gli altri i più controversi, sono custoditi in collezioni private.

Uno di quelli che maggiormente attira attenzione è chiamato “Skull of Doom” ossia “Teschio del destino” e appartiene a Anna Mitchell Hedges. Questa signora sostiene di averlo scoperto proprio lei nel 1927 durante gli scavi archeologici organizzati dal padre fra le rovine della città Maya di Lubaatun(oggi Belize).

Questo è costituito da cristallo purissimo e pesa oltre 5 kg. E’ l’unico che oltre a mostrare una straordinaria precisione anatomica ha una mandibola mobile. Il padre della giovane Frederick Mitchell Hedges scrive nel suo libro “Danger my all” (1954)

secondo gli scienziati ha richiesto centocinquanta anni di lavoro per essere ultimato. Generazioni dopo generazioni hanno dedicato tutti i giorni della loro vita per strofinare pazientemente con la sabbia l’enorme blocco di cristallo da cui è stato ricavato un cranio perfetto. Il pezzo risale almeno a tremilaseicento anni fa. Secondo la leggenda veniva usato dal grande sacerdote maya per compiere riti esoterici. Pare che, quando il sacerdote invocava la morte per mezzo del teschio, infallibilmente la morte sopravveniva».

Nel 1970 il laboratorio Hewelett Packard di Santa Clara in California specializzato in analisi di quarzi e cristalli, decise di sottoporre il teschio a una serie di esami arrivando alla conclusione che

Quel teschio non dovrebbe esistere”.

Questo perché a causa della durezza del quarzo è difficile se non impossibile scolpire tale forma senza adeguati strumenti di stampo moderno.

Sconcertante non c’è che dire.

Anche sugli altri teschi no mancano i racconti inquietanti. Per esempio il teschio del British Museum pare, sottolineo pare, sia stato visto muoversi all’interno della teca.

A Huston in Texas una certa sigonra Parks sostiene di essere riuscita a entrare in comunicazione telepatica con il teschio in suo possesso, il quale le avrebbe comunicato di chiamarsi Marx, raccontandole la sua tortuosa storia.

Racconti che superano addirittura il libro di Miriam.

C’è da dire che tutti i teschi conservati nei musei sono esposti come manufatti moderni. La descrizione del teschio del British infatti, cita

Probabilmente europeo, 19° secolo d.C. Sono state riscontrate tracce di una ruota da gioielliere».

Per dimostrare che nonostante la difficoltà del materiale estremamente duro e fragile è possibile realizzare un teschio nel 2011 il National Geographic ha mostrato, in un documentario intitolato The Truth Behind the Crystal Skulls, che un artigiano cinese è in grado di produrne uno in appena undici giorni.

Certo è che nonostante i tentativi di spiegazione razionale essi esercitano un estremo fascino e siano una sorta di moderno Graal, i miti e le leggende nati attorno ad essi forse ci servono, molto più della scienza, per mantenere vivo in noi quell’alone di magia che solo la ricerca del mistero può donarci.

Un ultimo intrigante dettaglio per gli scaramantici. In caso di fine imminente del mondo sforzatevi di mantenervi integri moralmente e di evolvere il vostro io. Il teschio, infatti dona la sua saggezza solo a coloro che riterranno degni.

Preparatevi, non si sa mai.

DORIAN GRAY

Galahad fece cadere il telo, che fluttuò nell’aria in una nuvola di polvere, e si raccolse ai suoi piedi, mostrando il dipinto. Lentamente il sorriso serafico del giovane ritratto nel dipinto si distorse, trasformandosi in un ghigno. Le labbra voluttuose si contrassero fino a scoprire i denti anneriti. I colori cominciarono a sbiadire, trasformandosi in cenere che, grigia e impalpabile, svaniva prima di toccare il suolo. La pelle e la carne vividamente dipinte incominciarono a corrompersi,come sotto l’azione di un morbo implacabile, scoprendo bianche ossa di scheletro.

Galahad si ritrasse. Quel fenomeno era prodigioso. All’inizio pensò a una sorta di trucco di prestigio. Poi scorrendo la cornice intarsiata, vide una targa fissata al legno massello con delle viti bronzate. “Dorian Gray”.

(il respiro del diavolo)

Ecco che appare il primo richiamo letterario. E non un richiamo qualunque ma uno dei libri più importanti del periodo vittoriano, discusso e amato ossia Il ritratto di Dorian Gray. Scritto nel 1890 da Oscar Wilde è forse il più conosciuto e al tempo stesso più misterioso testo in circolazione. Molti sono i critici che si sono cimentati nell’interpretare il pensiero sopraffino del buon oscar e tuttora è un libro i cui livelli di significato sono tutti da scoprire. D è cosi che il grande dandy divenne immortale:

Al mondo esiste una sola cosa peggiore dell’essere oggetto di conversazione, ed è il non essere oggetto di conversazione

Come ogni grande capolavoro anche il ritratto, fu censurato tanto che i redattori della rivista Lippincott’s Monthly Magazine lo epurarono dalle parti scabrose tanto da regalare alle folle una forma oserei dire purgata e quindi incompleta dell’opera di Wilde.

Nel 1891 pertanto, fece stampare in un volume il romanzo unendovi la propria prefazione. Conscio del contenuto poco adatto alla morale vittoriana, Oscar Stesso modificò a sua volta il dattiloscritto, cancellando delle parti rischiose, aggiunse molti capitoli. L’autocensura fu inutile, e il romanzo fu usato – per il suo contenuto omosessuale – come arma processuale contro Wilde

« Ora, ovunque andiate, voi incantate il mondo. Sarà sempre come oggi?… »

(Lord Henry Wotton, «Il ritratto di Dorian Gray»)

Non vi tedierò svelandovi la trama ma cercherò di evidenziare le parti più interessanti del testo quello che in fondo lo collega con l’opera di Miriam.

Il libro pare ispirarsi al mito di Faust, usando il tema ricorrente e eterno del conflitto tra piacere edonistico e moralità. C’è una costante celebrazione della bellezza che è in netto e voluto contrasto con quella pruiedeire caratteristica dell’epoca che si basava sui capisaldi del conformismo, della morale rigida e del culto del buonsenso. E ovvio che questi “valori” dominati da una finalità utilitaristica sono in netto contrasto con l’eterno valore della bellezza intesa come afflato di meraviglia verso tutto ciò che è armonia di forme e assenza di volgarità.

E’ la celebrazione della vita come opera d’arte, come mirabile strumento di eterno piacere che più che fisico è e resta mentale. In tal senso, l’edonismo di Wilde non è altro che le reazione di una mente alla forma in cui la società, la civiltà e il tempo lo costringono. E’ un percepire con i sensi, un esperienza quasi mistica, forse egoistica che ovviamente non sempre si rivela giusta e retta. Ed è questa mancanza di apertura all’esterno improntata sulla compassione che può portare allo sfacelo morale e al crimine. Come dire che un regime eccessivamente basato sulla forma, reprimendo il senso estetico e il bisogno di infinito che è in noi, porta non ad annullare l’essenza ma a rinchiuderla in una sorta di arida protesta chiamata, appunto, edonismo.

Pertanto si può dire che i protagonisti non sono altro che testimonianze della grave crisi di fine ottocento che corroderà gli ideali romantici e positivisti fondati sull’impegno sociale, sull’uguaglianza, sula solidarietà e sopratutto su una salda e etica coscienza. In sostanza l’edonismo, l’estetismo di Wilde-Gray colmarono in sostanza il vuoto artistico dell’età vittoriana facendone il simbolo e idolo di un’avanguardia culturale, divenendo una sorta di grido di ribellione all’interno della ristretta e stantia elite.

E questo lo espose alle vendette dell’aristocrazia londinese che, puntando sul perbenismo conservatore, lo fece incarcerare per oltraggio alla morale, per omosessualità, subendo così una pesante sconfitta

RASPUTIN

Un buco dai contorni slabbrati e anneriti dalle bruciature. Dimitri Ivanoff sapeva a chi appartenevano quei resti disfatti che non avevano avuto il decoro di una sepoltura. In quei tratti austeri e nel naso aquilino riconobbe il volto di Rasputin

(il respiro del diavolo)

Su Raputin il monaco dagli occhi magnetici ci sarebbe da scrivere pagine e pagine.

Ma lo prometto sarò molto breve.

Grigorij Efimovič Rasputin (Novych) fu un monaco e mistico russo che divenne consigliere privato dei Romanov e fu molto influente sulla figura di Nicola II di Russia in particolare dopo l’agosto del 1915, quando lo zar prese il comando dell’esercito nella prima guerra mondiale. E vi lascio immaginare gli intrighi e le conseguenze.

Su gran parte della sua vita ci sono molte incertezze ma resta sinonimo di potenza, dissolutezza e lussuria. E per molti fu la causa della crescente impopolarità della coppia reale.

Si da sempre la colpa all’esterno.

Sicuramente il monaco nero su abile nell’ammaliare uomini e donne di potere senza l’aiuto di un titolo nobiliare e con una limitatissima istruzione e apparve nella vita dei Romanov nel 1907 cogliendoli in un momento di estrema fragilità psicologica e emotiva, il terreno più fertile per la manipolazione delle menti. I sovrani erano, infatti, angosciati per la terribile malattia del principino Alessio afflitto da emofilia.

Rapsutin che già aveva dei contatti e aveva creato una fitta rete di amicizie e conoscenze destinate a portarlo molto in alto. Addirittura si racconta che il suo carisma riuscisse a conquistare molte donne aristocratiche con le quali intratteneva relazioni non certo platoniche. (Tra coloro che si dichiaravano sue ammiratrici c’era anche Anna Vyrubova, una cara amica della Zarina)

Ecco che di fronte a un atroce dolore i regnati videro in lui il miracolo tanto invocato quando riuscì a bloccare l’ennesima emorragia del piccolo. Come fece si possono fare solo congetture. Alcuni suggeriscono che semplicemente ipnotizzo il piccolo e lo guidò in una sorta di auto guarigione ( pare che una forte emozione possa dare temporaneo sollievo a un emofiliaco) ma per i più furono i suoi poteri soprannaturali a far coagulare il sangue.

In ogni caso su quell’episodio che lo trasformò da semplice contadino a membro della famiglia reale. Rasputin continuò la sua opera di guaritore e guida spirituale anche all’esterno della corte in attività non proprio limpide.

Non sapendo della malattia del piccolo principe, molti si chiesero come mai la corte tollerasse un simile individuo arrivando anche a dubitare dell’integrità morale dello zar e della zarina.

Oggi di Rasputin non rimane che un antico eco lontano e la figura oscura del monaco aleggia come una soffocante ombra sui tragici eventi di un’epoca ricca di contraddizioni e sull’orlo del cambiamento.

E a noi non resta che continuare a sognare e a dividerci sull’interpretazione di un personaggio che, in fondo, fu figlio della sua epoca.

EXCALIBUR

Il guerriero osservò una daga dall’elsa lavorata. La spada, conservata all’interno di una vetrina, emanava bagliori argentini. Era affascinato dalla potenza emanata dall’arma. « Excalibur. La spada di Re Artù. »

(il respiro del diavolo)

Excalibur è la più nota delle armi mitologiche il cui nome significa in grado di tagliare l’acciaio. Il primo nome conosciuto era Caliburn la spada venuta dalla magica terra di Avalon, mentre nella tradizione celtica il suo nome originale era Caledfwlch.

La versione in cui Artù estrae la spada dalla roccia, come nel bellissimo film di animazione Disney, apparve per la prima volta nel racconto francese Merlino di Robert de Boron.

Un altro autore che abbiamo già incontrato a proposito di Ghalaad sir Thomas Malory nel suo Morte di Artù scrisse che la spada estratta dalla roccia non era Excalibur poiché il nostro re aveva rotto la sua prima spada in uno scontro con re Pellinor, la stessa affermazione viene ripetuta nel come la suite du Mwerlin nel 1240 circa. Poco dopo Artù ricevette la nuova spada dalla dama del lago e questa è la nostra reale Excalibur.

C’è da dire che in effetti sono due oggetti con significati profondamente diversi. La prima la spada nella roccia è uno dei doni che i Tuata De Daanan portarono come regalo all’umanità e si trattava di simboli della sovranità sacra. Estraendo la spada dalla roccia (anch’essa un oggetto sacro paragonabile alla pietra di Fal) Artù si conquistava per diritto divino l’autorità a guidare il regno, secondo i dettami di un principio politico religioso il re/Sacerdote, mutuato direttamente dalla mitologia egizia.

Excalibur era invece, il simbolo di protezione del regno, l’arma con cui doveva difendere la regalità dall’invasore e la sua terra dalle ombre del disordine. Excalibur viene citata anche da Chrétien de Troyes nella seconda parte del Perceval. Altro elemento magico è sicuramente il fodero che proteggeva il proprietario dalla perdita di sangue impedendogli di essere ferito. E’ il furto del fodero ad opera di Morgana la Fata che porta alla fine alla morte del sovrano. E all’avvento dell’età che renderà la terra fertile una landa desolata in costante decadenza.

Ma secondo la leggenda Artù non è realmente morto, ma giace addormentato nella magica isola di Avalon in attesa di risvegliarsi per riportare l’armonia nel mondo.

Ehi Artù che aspetti ad arrivare con la tua magica spada?

LEGGI RAZZIALI

Le leggi razziali intendevano obbligare la popolazione a sottoporsi a impianti androidi, a sostituzioni biomeccaniche, con lo scopo di cancellare anomalie fisiche e malformazioni. »

(il respiro del diavolo)

Purtroppo le leggi razziali sono esistite e rappresentano la peggior macchia indelebile che pesa come una malvagia onta su tutta la nostra civiltà. E non parlo soltanto di quelle più conosciute.

Questo orrido uso della giurisprudenza si basano non sul principio della giustizia equità e dell’armonia che deve regnare in uno stato. Non garantiscono i diritti i doveri per la soddisfazione pacifica dei reciproci bisogni. Semplicemente attuano una sorta di gerarchi delle persone in grado di rivendicare gli stessi diritti e di venire riconosciuti come persone e esseri umani. La discriminazione razziale è semplicemente il meccanismo in cui si spersonalizza l’altro rendendolo uno stereotipo vivente, privandolo di dignità, di importanza e di volontà; un semplice oggetto, un qualcosa di inferiore da eliminare nel peggiore dei casi o nel migliore di essere oggetto di una velleitaria tolleranza condiscendenza.

Si possono individuare le seguenti leggi abominio:

  • le leggi razziali fasciste, promulgate in Italia nel 1938-1939

  • le

  • le leggi razziali naziste, promulgate in Germania a partire dal 1933 con il loro substrato filosofico rappresentato da dottrine naziste sull’arianesimo in Germania nella prima metà del XX secolo

  • le leggi contro la mescolanza razziale fatte applicare in vari paesi del mondo.

  • le leggi dell’apartheid in Sudafrica

  • le legislazioni razziste di molti stati degli Stati Uniti d’America fino agli anni sessanta del Novecento,

  • la Legge razziale sammarinese, promulgata a San Marino nel 1942 e abrogata nel 1946.

Questo serve da monito per ricordare di cosa è capace l’uomo privo di coscienza. E la coscienza non è assolutamente un fatto religioso:

LIBRI MAGICI

Il Nero Capestro racchiude rituali di evocazione tra i più potenti mai conosciuti. Parole che hanno il potere di liberare dalle catene, di richiamare a se delle entità oscure.

(il respiro del diavolo)

Il nero capestro è sicuramente un libro di fantasia ma…vi informo che ha degli autorevoli parenti. Esso infatti sempre essere una sorta di incrocio tra un libro reale il picari e uno altrettanto fantasioso il Necronomicon.

Andiamo a conoscerli

Il primo, il Picatrix è un opera in lingua latina di fondamentale importanza per l’occultismo astrologico del tardo medioevo e del rinascimento. Si tratta di un testo tradotto dall’arabo nella Spagna del XI secolo. Il titolo originale è

Gāyat-al-hakīm, cioè il fine del saggio, scritto da Abū- Maslama Muhammad ibn Ibrahim ibn ‘Abd al-da’im al-Majrītī , di Cordova morto nel 1007-08 d.C.

E’ un volume che ecce un enorme diffusione nel rinascimento una copia del Picatrix era presente nientedimeno che nella biblioteca del mago Cornelio Agrippa e del famoso Pico della Mirandola e di Marsilio Ficino.

Pur non essendo mai stato stampato ebbe grande diffusione nel corso del XV e XVI secolo.

A cosa deve la sua fama?

Il testo conterrebbe una serie di elenchi di immagini magiche nonché consigli pratici di magia astrale. Vediamo con più attenzione.

Dopo una lunga introduzione di carattere filosofico ricalcanti le medesime espressioni presenti in altri trattati della filosofia ermetica, il picari si inerpica lungo i ripidi sentieri dell’arte di creare talismani. La terza parte è uno studio accurato della corrispondenza di pietra animali e pinte con i vari pianeti i segni zodiacali e le parti del copro umano. La quarta parte è riservata a antiche formule per invocare e evocare gli spiriti dei vari pianeti, personificazioni di remote divinità ancestrali.

Il necronomicon riprende i temi del picari ma è uno pseudobiblium, cioè un libro mai scritto ma citato come se fosse vero, in libri realmente esistenti. E indovinate chi ne fu l’artefice?

Il meraviglioso Howard Philips Lovencraft che lo usò come espediente letterario per dare verosimiglianza ai propri racconti del brivido. In questo caso l’evocazione non riguarda gli antichi Dei ma dei suggestivi e orrorifici grandi anziani, appartenenti a una remota galassia e per nulla amichevoli.

« La notte s’apre sull’orlo dell’abisso. Le porte dell’inferno sono chiuse: a tuo rischio le tenti. Al tuo richiamo si desterà qualcosa per risponderti. Questo regalo lascio all’umanità: ecco le chiavi. Cerca le serrature; sii soddisfatto. Ma ascolta ciò che dice Abdul Alhazred: per primo io le ho trovate: e sono pazzo. »

Io non ci proverei a aprire quelle porte.

SIGNORE DELLE MOSCHE

Il Signore delle Mosche è tra noi. Padre Donovan Archer”

(il respiro del diavolo)

Altro richiamo letterario della mirabile autrice. Il signore delle mosche è infatti il più celebre romanzo di William Golding, Premio Nobel per la letteratura 1983.

Tema del libro è l’incapacità dei giovani e per estensione della nostra civiltà a esercitare l’autogoverno, una critica serrata all’ideologia anarchica.

Scritto nel 1952 non ebbe all’inizio molto successo, negli Usa vendette meno di 3000 copie prima di andare poi tutto esaurito. Quindi voi acerbi scrittori non arrendetevi.

Non sarete certo tutti dei Golding ma mai dire mai.

Protagonisti di questo libro sono un gruppo di ragazzi britannici bloccati su un isola disabitata che tentano disastrosamente di sopravvivere. L’arte di Goldin sta nel semplificare all’estremo gli eventi dell’isola per poter arrivare a isolare e definire la scintilla elementare che può far scattare la nascita del totalitarismo. I ragazzi che si ritrovano soli e sperduti su un isola minacciosa, in condizioni arcaiche ( quasi un ritorno alla famosa età dell’oro di impronta hobbesiana) devono combattere non con i bisogni primari ( il contesto offre loro cibo e acqua, è facile costruirsi un riparo dalle intemperie e non si soffre freddo o caldo eccessivo) ma fronteggiano vere e proprie paure. Una è quella primaria ossia cosa può capitare loro durante il sonno ( paura dell’ignoto) e secondarie ossia di non essere più salvati.

In questo scenario angoscioso si fronteggiano due leader uno razionale e l’altro istintivo. Indovinar chi vince?

Ovviamente l’istintivo poiché propone al gruppo l’eliminazione della belva. E sapete l’altra proposta qual’era?

Quella di tenere sempre acceso un fuoco in grado di avere nel lungo periodo un effetto calmante e esorcizzante. E di garantire loro una eventuale salvezza, visto che il fuoco può renderli visibili a qualche possibile nave di passaggio.

In pratica il geniale autore propone una spettacolare riflessione ossia il totalitarismo cosi come il populismo nasce qualora ci sia una fazione, un leader o un clan in grado di cavalcare l’onda delle paure che minano l’istinto di sopravvivenza delle masse. E questo comporta l’esecuzione di scelte con conseguenze aberranti. Se all’inizio la collettività è portata a tollerare le scelte più crudeli e cruente perché considerate un male necessario e temporaneo con il tempo si acquisisce la coscienza che in realtà, si non scoprono guidati ma soggiogati dal suddetto leader e non si è in grado di ritrovare la propria capacità autodeterminazione.

E questa sua profondità psicologica lo rende un testo attuale e sconcertante. Io vi invito a leggerlo. O a rileggerlo soprattutto in vista delle nostre difficoltà odierne

CONCLUSIONI

Eccoci arrivati alla fine di questo lungo viaggio.

Io spero vivvamente di avervi incuriisito e stuzzicato a tal punto che vi immergerete nella lettura di questi due strabilianti libri. E magari cercherete altri elementi, altri dettagli e li andrete a studiare, a analizzare a far sbocciare i significati dentro di voi.

Perché la bellezza salva, ma è il pensiero che ci fa essere.

Arricchite questa cultura postmoderna cosi precaria e traballante.

Fate il vostro dovere di lettori.

Buona lettura!