“Niente di personale. Sfogo di un recensore”. A cura di Alessandra Micheli

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Venite pure avanti, voi con il naso corto, signori imbellettati, io più non vi sopporto, infilerò la penna ben dentro al vostro orgoglio perché con questa penna vi uccido quando voglio.

Venite pure avanti poeti sgangherati, inutili cantanti di giorni sciagurati, buffoni che campate di versi senza forza avrete soldi e gloria, ma non avete scorza; godetevi il successo, godete finché dura, che il pubblico è ammaestrato e non vi fa paura.

Guccini

Sapevo che lo avrei fatto.

Sapevo che la mia voce interiore non sarebbe stata zitta non tanto di fronte alla nuova esilarante polemica in corso, ma al principio che, nel suo interno, viene sostenuto da tanti, da troppi.

È quello che in fondo mi interessa.

Vedete ogni posizione che prendete, parla molto di voi non solo dell’idea politicamente corretta, ma dei famosi residui paretiani, ossia le motivazioni illogiche alla base di azioni apparentemente logiche.

Ecco che la situazione da una visuale superficiale è questa.

Qualcuno attacca un sistema e le parti del sistema reagiscono, invocando come scudo alibi e slogan triti e ritriti.

E già così analizzata la situazione dovrebbe far riflettere molti: perché mi sento indignato quando qualcuno, in modo più o meno condivisibile, la porta in superficie?

La spiegazione che ho ricevuto è stata il modo o la forma con cui la critica è stata fatta. E io ho ribadito, quindi se vi avessero dato delle superficiali o peggio delle attentatrici del senso stesso del libro in modo, sarebbe stato più accettabile?

Se invece dell’ironia pungente o sarcastica, avessero analizzato cosa in quel sistema che sostenete non va, vi sareste indignate di meno?

Se mi dicono stronza in modo dialettale o per vie traverse, sempre stronza mi hanno dato. E io come ogni soggetto senziente mi faccio la seguente domanda: perché mi definisci stronza?

Ma non tergiversiamo.

Allora, visto che il problema è stato il tono eccessivamente polemico dell’invettiva, proviamo a vedere se il grattacapo è il modo o la forma, o la sostanza che ne viene fuori. E per farlo nel mio modo pseudo- saggistico individuo subito il soggetto (badate bene ho parlato di soggetto e non oggetto) del disquisire: il libro.

E di conseguenza al libro viene fuori un intero mondo, editoria, blogger, letteratura e soprattutto (ed è quello che più mi interessa) ethos societario.

Cos’è questo ethos?

Lo spirito dei tempi usato, come mezzo di spiegazione da tantissimi filosofi. Ogni epoca ha il suo spirito e questo permea di arcani significati tutto il nostro agire. In pratica l’ethos non è altro che il residuo logico paretiano .

Ma evitiamo il mio amato filosofeggiare.

Il libro in questione come scrive la meravigliosa Viviana Viviani, smette di essere soggetto per divenire oggetto. O come meglio spiega lei (che ha più talento della sottoscritta):

.. Il libro sta diventando un oggetto estetico, venduto per ragioni che hanno sempre meno a che fare con la scrittura: la bellezza della copertina, la fama, magari dovuta ad altro, di chi l’ha scritto o di chi lo promuove, la fascinazione che si è riusciti a creare intorno all’autore. Ho visto in pochi anni siti di recensioni trasformarsi, iniziare ad avere come sponsor cosmetici, mobili, alimentari, vestiti. Sui social compaiono foto di libri ovunque, non solo vicino alla tazza di caffè, ma in equilibrio su una mensola, di fianco a una bella lampada di modernariato, d’estate appoggiati all’ombrellone o sulla sdraio, d’inverno con il berretto in testa. Manca solo mettergli il cappottino, come al cane. Il libro come feticcio, gadget, arredo. Ma li leggiamo davvero, tutti questi libri in passerella, tirati a lucido con un perfetto make up? Se il libro potesse parlare, credo oggi griderebbe proprio i più famosi slogan del femminismo storico: non sono un oggetto, ho qualcosa da dire, sono mio! Non le voglio queste tovagliette, non mettermi il rossetto, sono allergico ai fiori. E a meno che tu non voglia davvero leggermi, lasciami un po’ da solo. Perché ammettiamolo, c’è una leziosità in quelle foto, una grazia artificiale che mal si sposa con la sofferenza che la vera letteratura porta con sé.

Viviana Viviani

Un pezzo un po’ lunghetto mi direte voi, ma che non potevo citare, come si dice a Roma, a spizzichi e bocconi.

Casomai se siete troppo pigri per leggerlo ve lo spiego io con il mio becero modo schietto e devastante: il libro non è più un qualcosa di vivo che apre le porte di altre dimensioni, tra cui inconscio, immaginario (un po’ il paese della nostra balda Alice) o dell’onirico. Diviene mezzo, anzi catena per aderire ancor più saldamente alla terra.

Attenzione.

Io sono una persona profondamente realista.

Amo la realtà in tutte le sue sfumature altrimenti non ambirei a divenire saggista. Ma c’è un grosso ma. Io AMO la realtà perché essa è in grado di spiegarmi, o almeno ci prova, il più grande mistero umano, ossia la mente. La mente produce continuamente attraverso la percezione e quindi la comunicazione tutto ciò che ci circonda. È grazie a Ames e Bateson, che questa arcana verità ha preso piede: tutto ciò che produciamo nasce dalla mente e nella mente si ritrova un po’ tutto, dalla logica all’illogica, dai sogni agli oggetti, dai pensieri ai più oscuri e remoti impulsi. E la mente cosi considerata è tutto ciò che fa muove e quindi vivere l’uomo. Non è più il cuore a pompare vita ma la testa. Da questo primo dato si può quindi comprendere che tutto ciò che ci collega al reale e quindi anche la parola è frutto di un processo straordinario che parte proprio da lì, dal vostro testone. E cosi è il libro. Considerare, quindi il libro un mero fatto estetico ne distrugge l’identità, senza però che questa sia sostituita da qualcos’altro.

Mi spiego.

Nel momento in cui volete rendere il libro fatto estetico, dovreste anche completare questa “rivoluzione” (o “involuzione”): cosa vi porta essere profondamente esteti?

Che cosa rende importante e quasi vitale trasformare un qualcosa di così immaginario in un mero fatto di vista?

E qua casca l’asino.

Anzi casca proprio tutta la fattoria.

Anche l’estetica nasce da bisogni incontrollabili ossia bearsi di bellezza. Sì ho fatto la rima.

L’estetica è il tentativo supremo di scoprire in modo molto prometeico il senso e il segreto del fuoco: la percezione del divino, del cosmo, dell’armonia, della matematica, dei numeri, insomma di tutto ciò che regge in un perfetto mosaico cielo e terra.

Però non credo che sia questo il vostro tentativo. Perché, udite udite, il libro grazie alla musicalità matematica della parola, già lo fa.

Allora che rivoluzione è mai creare qualcosa di già esistente?

Quindi non è una ricerca filosofica sull’estetica. Perché accanto a oggetto estetico si accompagna il venduto. E allora tutto precipita dalle alte zone della filosofia e della filologia per divenire puramente marketing. Che usa sì i mezzi a sua disposizione come il virtuale, ma per vendere. E chi vende presenta un prodotto che richiama, un po’ come fanno i fischietti dei cacciatori, la preda che si vuole ingabbiare.

Su marketing e pubblicità si è scritto a iosa.

Ma io che, ahimè, ho tentato di lavorarci vi dico che, a volte essa si collega con una sottile manipolazione. Vi incantate sui colori del detersivo, sui volti noti che lo sponsorizzano e mentre lo usate vi riempite di bolle. Perché magari contiene allergeni. Sì lo so non si dovrebbe fare, ma questa è storia vissuta.

Se il libro diviene solo un qualcosa di commerciale, qualcosa che va venduto, non necessariamente si sposa con l’amore per il contenuto. Nel senso che imbelletti il pacchetto, lo compri, ma a volte lo mostri fiera e orgogliosa come un feticcio. Magari non ti serve neanche. Magari non ami neanche leggere. Ma lo prendi perché fa fashion, fa moda, fa glamour e perché postando foto hai mille e passa followers. E ti senti importante. Uno perché sei sempre un venditore, due lo sei perché apparentemente ti occupi di cultura. Cioè vendo e propongo un libro mica calzini o detersivi.

Il problema è che un libro non è un qualcosa di utilità primaria o serve per soddisfare un bisogno primario. Non è detto che un libro necessariamente possa servire a tutti. La cultura è qualcosa di così vasto che non sempre si collega con la lettura di un libro. Attenzione libro. Non giornale, non pamphlet, non enigmistica. Libro.

Che tutti noi dobbiamo avere la possibilità di saper leggere è un diritto primario. Che questa sia collegata con il libro è una scelta. Neanche un diritto.

E quando la Viviani parla di leziosità e di grazia superficiale, parla proprio di una mancata comprensione dell’anima del libro. Un libro vive. Non comunica solo emozioni, parla proprio.

Per chi legge i personaggi di carta sono reali vivi quanto noi.

E soprattutto il libro serve a chi tenta di rispondere all’annosa domanda cos’è l’uomo, attraverso la visione di qualcun altro, in un’altra epoca, in un altro contesto sociale, in un altro paese. E la visione che l’autore dà di me come archetipo uomo che spiega la fascinazione del libro.

Ma non è un obbligo. Non dobbiamo tutti leggere nonostante leggere sia consigliato a tutti. Leggere è un’attitudine mentale, cosi come è l’arte.

E qua torniamo alla concezione di molti del testo. E inizieranno sicuramente i problemi.

Che facciamo, andiamo a osservare più da vicino le reazioni a questo svelamento del mistero lettura?

Siete sicuri?

Bene, procediamo.

Premesso che nonostante io non sia una fautrice del libero pensiero, convinta come sono che esso debba essere disciplinato, non lasciato scorrere a pene di segugio, capisco anche che, essendo in democrazia, ognuno ha l’opportunità di dire la sua. Tralasciando la questione che non si sa neanche cosa sia la democrazia, accettiamo questa superficiale pretesa.

Non ci interessa, dunque, che il sistema piaccia.

Può piacere.

Magari essere più onesti e non trovare chissà quali scuse filosofico morali e ammettere che, a noi, quel sistema porta benefici e non vogliamo rinunciarci. A tizia porta visibilità e possibilità di pavoneggiarsi, all’altra la possibilità di dare sfogo al suo “esibizionismo”, a Caio la possibilità di vendere appoggiandosi alle influencer. Digressione.

Influenzare qualcuno significa possedere o ottenere la possibilità di intervenire nella determinazione o nella modificazione di un fatto. Talvolta, nel caso umano, in rapporto con una posizione di autorità o prestigio. In sostanza si pensa che X possa cambiare l’idea di Y anche con l’uso della manipolazione (Operazione di condizionamento o controllo oppure di modificazione o alterazione) .

Quindi qualcuno riesce a far acquistare il libro grazie a vari mezzi. Attenzione, comprare non leggere. Perché per vendere basta il marketing, per far interessare serve la cultura.

E quindi poiché il libro è stato per troppo tempo oggetto di cultura distante dalla “massa”, quasi racchiuso in una teca, piace (bella scusa ragazzi) che esso scenda perché in quell’isolamento culturale l’uomo è stato troppo solo. Solo. Il problema è che la lettura stessa, cosi come la scrittura, è un mero fatto personale che vive e si alimenta in solitudine. Quando si scrive, o si legge ci si rifugia o si entra in una dimensione di pura estasi, in un mondo incantato dove vivono le TUE idee, i TUOI ricordi, le TUE esperienze e la TUA PERSONALE capacità di interpretarle. Eh si caro mio lettore, la lettura, così come l’arte, è un fatto privato, quindi solitario. Se poi uno legge un libro con diciotto persone è perché soffre di personalità multipla. Anche se io leggo in un treno affollato, o in un mercato, mi ritaglio un angolino tutto per me agli angoli dell’esistenza, cosi come direbbe la bravissima Simona Accarpio. Quindi lettura e arte nascono in solitudine e poi si espandono nella moltitudine. Bellissimo. Meraviglioso.

Allora cos’è questa acrimonia sulla solitudine? Paura? Rifiuto?

O c’è altro?

Sì c’è altro. La solitudine che accompagna il libro viene rifiutata quando esso non è oggetto di discussione, non è tra le mani di qualcuno, non è venduto insomma. Che poi io con il libro tenti di piantare chiodi nel muro poco importa. In fondo contenti voi no?

Però così facendo offendete due cose: il vostro presunto talento e la vostra dignità di scrittore/lettore. Nel senso che se i primi a non crederci siete voi e vi accontentate delle briciole, pensate gli altri. Se per uno scrittore è importante vendere a prescindere che ci siamo lettori o per il lettore è importante accumulare libri per darsi un tono, in fondo prendete in giro voi stessi e l’hobby o il talento che pensate di possedere. Perché anche leggere, fidatevi, è un talento. Il talento di bussare alla porta del libro, viaggiare tra le sue pagine e scoprirvi i segreti e persino i significati nascosti. O che non sapevano di essere stati infilati a forza dalla fantasia del baldo signor X.

E aggiungo altro. Il libro non può essere fatto democratico, perché appartenendo al lato più segreto del nostro io, è una specie di iniziazione. Il libro lo devi cercare. Devi volerlo, devi pregare come Bastian, che da bianco divenga pieno di scritte. Devi essere un moderno cavaliere armato della tua spada e giungere sulle rive del castello del Re pescatore e riceverei il premio per aver superato mille strade impervie, aver affrontato mostri e draghi e salvato la principessa anima dalla tentazione. Altrimenti non è un libro.

Il problema, quindi, è che se uno sdogana la tendenza a coronare di orpelli il libro non lo rende protagonista. Lo rende schiavo di una sua intenzione. Se uno legittima la propensione al libro a essere un mero elemento decorativo (siete autori editor, editori o arredatori di interni? Mah) sta dicendo proprio l’opposto: non me ve ne frega un cazzo del libro, io voglio una bella immaginetta priva di contenuto.

Oh ripeto, contenti voi.

E non è affatto un buon inizio. È proprio la fine.

Chiusi i giochi, addio sogni e benvenuto sistema che, con il tuo ghigno dici fessi a tutti noi che tentano di configurare apparenza e sostanza, forma e contenuto.

Avete perso.

La foto non è più la foto che sveglia le coscienze così come era quella di Rose Parks o del muro di Berlino che cadeva a pezzi, o di Armstrong sulla luna. È un coreografico cacofonico brulicare di brillantini e di lustrini, un lezioso insieme di elementi soltanto e sottolineo soltanto, visivi.

Il messaggio qual è?

Perdonatemi eh, ma arriva solo “carino”.

E poi vi incazzate pure se qualcuno ve lo fa notare.

E il vostro lavoro è rendere carino un libro o parlarne?

E se ne volete parlare con le foto, perché attenersi a regole dettate da chissà chi?

In realtà voi accettate il sistema dove l’abito fa il monaco, dove la perfezione fa da padrona, dove il difetto del corpo è un’onta, dove la chirurgia estetica tende a renderci tutti uguali. E l’imperfezione che rendeva perfetto il tutto viene totalmente rifiutata. Non vi dirò che questa tendenza non è pericolosa; ma a rinnegare il fango in favore dei diamanti si rischia di creare un mondo omologato, un mondo stantio un universo che rischia il collasso. E il libro, in genere, a casa mia, nel mio mondo fatato, si è da sempre ribellato a tutto ciò

Noi stessi quando leggiamo non siamo così. Non abbiamo il tavolino perfetto, il tovagliolo in tinta, i fiorellini freschi, i capelli impeccabili e i braccialetti perfetti. Anzi, è più facile che diventiamo un po’ animali, nel senso buono. Un libro appassionante è un’esperienza totale, può richiedere un certo abbrutimento. Non è roba per signorine, di entrambi i sessi, sia chiaro. Di solito si legge stravaccati, i vestiti non devono stringere, meglio una tuta o un pigiama. Il trucco dà fastidio, gli occhi si arrossano, bisogna poter piangere. E poi Bukowski con la tovaglietta colorata ci si pulisce il culo. Houellebecq non si può leggere con i fiori sul tavolo, a meno che non siano rigorosamente appassiti. Se leggi Henry Miller o Anaïs Nin, ai capelli non ci pensi, la doccia la fai dopo, anche perché durante la lettura tutto può succedere.

E cosi adeguarsi per sopravvivere significa barattare quella forza indomita che aiutò Rosa Park a sedersi sul pullman per il quieto vivere. Se la signora Rosa avesse ragionato come voi, si sarebbe accontentata della sua vita, e non si sarebbe seduta sul davanti dell’autobus.

Se Palach avesse deciso che, per sopravvivere doveva adeguarsi la sistema e magari attendere un cambiamento che da chissà quale cielo sarebbe precipitato a terra, non avrebbe lottato per la libertà. Se Galileo non avesse sognato e rifiutato il quieto vivere, non avrebbe contestato la chiesa.

E voi mi direte, quelli sono casi eccezionali.

La storia è piena di gesti simili. Il problema è che voi siete oramai così assuefatti alla dittatura invisibile, che non siete più capaci di agire. Siete oramai anestetizzati dall’idea che siete, in fondo uomini qualunque. E infatti è così che apparite. Così che volete apparire.

Perché a voi non interessa che il libro si legga, ma che se ne parli. Non vi interessa che il libro sia raccontato, vi interessa vendere, essere lodati, ammirati, resi importanti, di successo, vi interessa influenzare, appoggiare, non comprendere o condividere.

Vi interessano ragioni diverse e interessanti da un punto di vista sociologico (nel senso che potrei grazie a voi sviluppare almeno 5 saggi sulla società decadente o sulla crisi della rappresentanza che Mongardini spicciami casa) ma che:

l’alternativa, in teoria più vicina ai lettori, degli influencer rischia di arrivare a vendere più libri, forse, ma per ragioni altrettanto sbagliate. Ragioni tra cui la scrittura è sempre all’ultimo posto.

E cosi quando dietro la lode al mio misero lavoro, mi viene consigliato di cedere al sistema, inserendo accanto a recensioni che dovrebbero, in teoria bastarvi, quando vedo che mi abbandonano coloro che ritenevo guerrieri, perché il cammino intrapreso è impervio e difficile, non mi cascano le ovaie. Mi rendo conto semplicemente che eravate delle illusioni: non condividevate un sogno. Semplicemente guardavate il mio dito mentre indicavo la luna.

Io sono solo un povero cadetto di Guascogna, però non la sopporto la gente che non sogna.

Gli orpelli? L’arrivismo?

All’amo non abbocco e al fin della licenza io non perdono e tocco, io non

perdono, non perdono e tocco!

Guccini

Ultimo dato.

Per favore, in nome di Simone e Betty, non confondete e non usate il femminismo per giustificare le vostre ambizioni.

Simone e le suffragette non hanno lottato perché noi postassimo foto di centrini. Ma per il diritto di voto, di ereditare, di indossare i pantaloni, di divorziare, di studiare e di entrare in politica. Non c’entra nulla il sessismo con la vostra accettazione del sistema. Anzi. E proprio il vostro raccontarvi attraverso l’estetica che dà un calcio in culo al femminismo.

Se volete essere femministe fate come me, date un’alternativa all’idea che a noi piacciono solo i centrini e il tè. Bevete birra, fumate sigari, vestire hippy, evitate che so di farvi vedere perfette e siete un po’ Patty Smith. Scrivete poesie incazzate come Alda Merini, studiate astrofisica come Margherita Hack. E impegnatevi in politica come Nilde Iotti.

Insomma, fate la differenza.

Il femminismo è una cosa seria.

La rubrica Riflessioni sulla letteratura presenta ” Perché la fantascienza?” A cura di Alfredo Betocchi

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Parlare della fantascienza potrebbe sembrare facile a una persona disattenta, informata superficialmente dalle notizie che cinema e televisione, a volte, diffondono in proposito.

A dire il vero, l’argomento ha implicazioni psicologiche e di costume molto profonde e non è certo questa la sede per analizzarne tutti i suoi aspetti, tuttavia la materia è intrigante, coinvolgendo in essa quasi tutte le attività umane con le sue paure, le manie, le speranze e le attese.

Nel genere letterario della Fantascienza possono trovarsi un po’ tutti gli altri generi: dal Giallo al Comico, dal Romanzo d’Amore a quello Storico. L’Autore di Fantascienza, essendo il creatore della sua opera, la può plasmare a piacimento, inserendo all’interno qualsiasi stile.

Si può affermare che la Fantascienza è nata con l’uomo: cosa sono, infatti, i miti più antichi, in ogni parte del mondo, se non superbe invenzioni nelle quali Dei, monarchi, animali mostruosi o luoghi irreali evocano nei popoli immagini fantastiche?

Quelle storie nulla hanno da invidiare alle moderne avventure di astronavi e alieni tra pianeti sconosciuti che tanto appassionano i lettori.

La base di tutto, la molla che muove la fantasia umana è l’insopprimibile volontà di sopravvivenza e di affermazione. La vittoria sul “cattivo”, la difesa della propria specie ma anche l’anelito di conoscere, di scoprire, di lanciare nuove sfide oltre l’orizzonte, per poter dire: «Io sono colui che sa, perciò sono il vincitore!»

La vita ci ha insegnato, purtroppo, che spesso siamo perdenti, che la crudele società ci usa come birilli, sballottandoci qua e là, immergendoci nel grigio tran-tran quotidiano tra le nostre frustrazioni esistenziali (bollette, tasse, seccatori d’ogni genere, file interminabili in autostrada sotto il sole, ecc.).

Per fortuna abbiamo ancora un’arma, l’ultima: la Fantasia.

L’uomo ha brandito quest’arma sin dai suoi albori, inventando e sbaragliando i tetri fantasmi del duro vivere quotidiano. A partire dal 3200 a.C. quando a Ninive, capitale degli Assiri, fu incisa su cilindri di terracotta la storia del re Etan che volava felice attraverso i cieli; poi in India, nel romanzo “Ramayana”, che descrive i viaggi extraterrestri del mitico principe Rama e delle guerre che Dei buoni e cattivi intraprendevano su gigantesche macchine volanti che sputavano orribili fiamme.

Generalmente, ai nostri tempi, si fa risalire l’origine della fantascienza moderna allo scrittore francese Jules Verne (1828-1905). Questo scrittore, a differenza dei predecessori (ricordate il Barone di Munchausen e l’Orlando innamorato sulla Luna?), aggiunse un tocco di tecnologia ai suoi racconti indimenticabili (20.000 leghe sotto i mari, Dalla Terra alla Luna, ecc), rendendo plausibili ai lettori le avventure dei suoi personaggi, non più esseri fantastici ma uomini e donne in carne ed ossa. Egli si dilungava in spiegazioni tecnico-meccaniche dei mezzi usati dai suoi protagonisti per affrontare le loro incredibili avventure.

Nel ‘900, la paternità del genere detto “Fantascienza” spetta sicuramente all’inglese Herbert George Wells (1866-1946). Chi non conosce romanzi come “La Guerra dei Mondi”, “La macchina del Tempo” o il famosissimo “Uomo Invisibile”?

Dopo di lui vi sono stati autentici giganti della letteratura fantascientifica; un nome per tutti, Isaac Asimov (1920-1992). Questo scrittore ha scritto, per la fantascienza, praticamente di tutto: nei suoi romanzi, (celeberrimo il ciclo della “Fondazione”) si trova ogni genere letterario: dal giallo (nella serie “I Robot”) al romanzo storico, a quello d’amore e al saggio politico.

La Fantascienza ha saputo anche evocare nella gente superstizione e terrore con i suoi racconti plausibili di pestilenze, di diluvi, di catastrofi cosmiche, di paura per alieni aggressivi. Ha dato tuttavia alla Scienza, quella vera, l’impulso per affrontare nuove prospettive positive, obbligandola ad inventare e a sperimentare strumenti utili per l’umanità.

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Da quest’impulso è nato, per esempio, il Progetto SETI che si propone di cercare, con l’ausilio di tutti i volontari astronomi dilettanti del mondo, altre “voci” nell’Universo che non ci facciano sentire troppo soli.

Ha convinto pure gli astronomi a puntare con decisione i telescopi su stelle vicine e lontane e a scoprire più di tremila pianeti extrasolari. Grazie al successo mondiale del genere letterario della fantascienza, nessuno più dubita che un giorno troveremo un’altra Terra e, forse, esseri viventi con cui confrontarci.

 

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I voli di fantasia di tanti scrittori hanno rimosso nella gente i sospetti verso la tecnologia, facendone accettare, non ostante i tragici errori (Chernobil, Fukushima !), le invenzioni più ardite, impensabili solo cinquat’anni fa (I-pod, nuove leghe metalliche, cellule staminali e, forse, la riproduzione della Vita…!)

Vorrei aggiungere un elenco dei soggetti connessi al genere della fantascienza:

  1. La conquista dello spazio nel nostro tempo.
  2. La conquista dello spazio in un futuro remoto.
  3. L’invasione del nostro pianeta da parte di alieni ostili.
  4. L’invasione del nostro pianeta da parte di alieni messaggeri di pace.
  5. La guerra atomica.
  6. Storie ambientate dopo la fine della guerra atomica.
  7. I mutanti.
  8. La guerra galattica.
  9. La vita dell’uomo sulla Terra in un futuro remoto (implicazioni morali e sociali).
  10. La vita degli uomini di mitiche civiltà scomparse (Atlantide, Mu, ecc.).
  11. L’uomo alla conquista dell’immortalità o dell’onnipotenza.
  12. La cibernetica (robot o calcolatori, amici od ostili).
  13. La telepatia, l’invisibilità e altre manifestazioni parapsicologiche.
  14. Paradossi della fisica (buchi neri, universi paralleli).
  15. I viaggi nel tempo.
  16. Storie psicologiche di personaggi umani in ambienti alieni.
  17. Storie fantastiche di argomento medico (per es. “Viaggio allucinante”).
  18. Storie di fantasmi, buoni e malvagi, lupi mannari, vampiri e simili.
  19. Altri temi… che non mi vengono in mente ma che, se vengono a voi, fatemelo sapere…

 

 

 

L’Autore di questo articolo ha pubblicato una “Trilogia delle Streghe” e “Ramesse XI”.

 

Cosa si legge ad Halloween? A cura di Alessandra Micheli

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E anche quest’anno ci siamo.

Il giorno più terrificante, più magico, quello in cui ogni barriera crolla e irrompe una meravigliosa libertà.

Le convenzioni sociali spariscono.

I legami tra morti e vivi si rinsaldano, tanto che i nostri antenati, gli spiriti e ogni entità iniziano a scorrazzare allegri in mezzo a noi.

Nessuna realtà, nessuna divisione tra materiale immateriale.

Nessuna compostezza.

Solo una sana, indispensabile follia che anima non solo strade e vicoli, ma sopratutto i nostri cuori.

Halloween o Samahin, al pari del Carnevale festeggia il caos primordiale, quello da cui tutto nasce e in un certo senso si rinnova.

E’ nello scompiglio che legittimiamo di nuovo i valori che fondano il nostro patto sociale, o li sostituiamo, certi che il tempo non torna indietro ma procede in un movimento a spirale.

E in ogni attività umana che si voglia dire creativa, Halloween/Samahin fa sentire la propria indomita forza.

E’ costume che a ogni 31 ottobre bussi alla porta il terrore: storia sanguinarti, storie anche di redenzione, orrore e paura capaci di immolare in un olocausto salvifico le peggiori pulsioni umane.

Ma oggi io vorrei celebrare l’altro lato di Halloween quello della magia, dello stupore, dell’incanto che si avverte quando, il mondo altro, ci stringe in un abbraccio che scalda l’anima.

Pronti al viaggio incantato?

*****

FAR PACE CON LA MORTE: BUCANEVE E IL REGNO SOTTERRANEO, DARK ZONE EDITORE, DI PAOLO FUMAGALLI

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Bucaneve richiama i lontani racconti celtici ricchi di creature assurde, magiche eppur tetre, abitanti a volte dispettosi, a volte benevoli delle regioni denominate Regno dei Faerie.

Ed è in quella dimensione da sogno laddove abitava lo spirito eterno del Weird, il controsenso, dove i valori, le convezioni, le regole trovavano nuove formulazione, che emerge il racconto poetico, oscuro e meraviglioso di Bucaneve.

Che diviene a tutti gli effetti la regina di Samahin nella sua veste di divinità sotterranea nella forma di fanciulla, si comporta nel regno sotterraneo come una divinità solare in conformità con l’antica tradizione, diviene così una Dea brillante che non trova contraddizione con l’oscurità, con il nero, con il “dark”.

IL SEGRETO VA SVELATO E FORSE COMPRESO. LA TRILOGIA DEI LYNBURN ( COMPOSTA DA UNPOSKEN UNTOLD UNMADE) DI SARA REES BRENNAN TRISKELL EDIZIONI

 

Davvero il segreto permette a noi di vivere in armonia?

La separazione tra il regno dell’incanto e quello mortale è separato da un sottile e impalpabile velo.

Magari i maghi, gli stregoni il numinoso vive tra di noi, ma fingiamo di non accorgercene.

Quando però il velo si strappa è necessario che il non detto, il segreto irrompa nelle nostre vite e le stravolga.

Perché solo allora i nostri veri valori verranno allo scoperto.

IL REGNO DEI FAERIE COME NON LO AVETE MAI VISTO: GLI EREDI DELLA FOGLIA DI GIUDITTA ROSS, TRISKELL EDIZIONI

 

Giuditta Ross è a parer mio una delle migliori penne in circolazione.

Capace di creare mondi da sogno popolati da creature mitologiche, quelle che spesso arricchiscono le nostre visioni notturne.

Ecco danzare in un caleidoscopico girotondo fatine, licantropi, streghe, e persino un burbero e inacidito vampiro.

Ma se apparentemente i suoi urban sembrano seguire la scia letteraria moderna, vi informo subito che Giuditta è molto vintage.

E’ talmente imbevuta di mito che le sue creature sono molto diverse da quelle a cui ci hanno abituato edulcorati libri fantasy.

Le sue fate “ le fae” sono come la vera tradizione vuole: volubili, capricciose, di una bellezza surreale la stessa che colora le nostre fantasticherei quelle notti lontane di mezz’estate, nel meriggio dorato, come sussurrerebbe la voce soave di Carrol.

Sono l’essenza stessa dell’ecosistema, da lei traggono vigore e a loro donano fecondità, e nuova linfa vitale.

State pur sicuri che laddove tocca il suolo il piede di fata, la natura gorgoglia rigogliosa, e accarezza grata quelle regali appendici.

E proprio perché partecipi di quel ciclo ecologico, esse sono e devono essere suddivise in due coorti distinte e al tempo stesso gemelle: la corte dell’inverno, denominata unseelie e la corte dall’estate, la seelie.

Questi aggettivi non hanno nulla da spartire con la concezione orientale del mondo, ossia divisa in bene e male. Semplicemente sono due colori che partecipano essi stessi a creare il favoloso mosaico composito che noi chiamiamo madre natura.

QUANDO IL DIAVOLO DI METTE LO ZAMPINO… IL BALLO DEL DIAVOLO E ALTRI RACCONTI DI GAIA CASSARI

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Se non si vuole che la vita diventi arida, si atrofizzi, e avvizzendo muoia, serve solo una cosa: movimento. E’ la stasi continua, il reiterare vecchi schemi mentali, l’accucciarsi su se stessi, sulla rassicurante abitudine che crea il crollo di civiltà e persino delle persone.

Una volta entrati nell’ottica immobilistica del benessere, l’uomo di ferma. Ma non solo fisicamente.

Non sperimenta più, non cerca più, non ha domande, non ha curiosità. Tenta solo, in ogni modo, di non perdere ciò che la società gli ha così benevolmente elargito: le gabbie, spesso sono gabbie auree.

Spesso il via libera allo scorrere indomito di impulsi atroci, per nulla “umani”, che serve a convincerlo a non cambiare.

Ma senza movimento la persona muore. Inesorabilmente. E forse rischia, in una fredda notte di fine ottobre, di rendersi semplicemente conto, di non aver mai davvero vissuto.

Di non avere la passione che spinge oltre, quella che ci fa sacrificare noi stessi per dare vita a un sogno. Il libro di Gaia è un viaggio, a volte oscuro a volte poetico all’interno dell’essere più misterioso dell’universo: l’uomo.

BLAKE SAGA DI SIMONE ALESSI

Raccontare, descrivere, immergersi nel regno di Blake non è affatto semplice.

Eppure è una mistica esperienza che consiglio a tutti. Blake è l’apertura attraverso cui, tramite lo shock, iniziamo a conoscere la storia dell’uomo e dei suoi dei, nella straordinaria parabola della creazione.

A cosa serve la religione?

Cosa spinge l’essere umano a rappresentare e dare vita alla divinità e al sacro?

Blake con immagini, con poesie, con accadimenti spesso oscuri poiché simbolici, ce lo svela.

Ma ce lo svela nel criptico linguaggio dell’esoterismo, ossia la disciplina in grado di penetrare nelle regioni celate, che formano la vera realtà. Tutta la filosofia di Alessi abbraccia questa verità: per poter essere, esistere e darsi una forma, seppur spirituale, Dio, i Dei, il sacro deve trasformarsi costantemente.

RITROVARE SE STESSI. ALICE NEL LABIRINTO DI ROBERTA DE TOMI

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L’alice di Roberta De Tomi siamo noi.

Noi tutti che affrontiamo riottosi quella fase chiamata socializzazione. Alice perde o dimentica quel weird dove brillano i sogni, dove la linfa vitale incomprensibile dell’arte dimora.

Alice dimentica il suo nome. Dimenticando il suo nome scorda la sua essenza. Troppo presa da sé stessa, quella che sboccia in un mondo di luci sfavillanti pieno di promesse, di amore, di lucentezza, di armonia. Smette di raccontarsi storie assurde. Smette di assaporare l’aroma speziato di un tè servito da teiere sbeccate, in un ricevimento bizzarro e assurdo.

Smette di parlare con i fiori e ascoltare la voce degli insetti. Sono solo insetti in fondo, puoi approcciarti solo con un atteggiamento scientifico. Le porte sono porte, il cibo sostiene le cellule e gli organi.

Non fa crescere né rimpicciolire.

Un coniglio è solo preda quando non è un adorabile animaletto da mostrare all’altro come segno di status. Un cappellaio si occupa di farci apparire al meglio. Il the non è una gara di indovinelli, ma un preciso rituale con un profondo senso di condivisione dei valori sociali. Ecco perché il bisogno mio e di Alice del paese delle meraviglie diviene un forte richiamo. Per non avvizzire in ricordo di amori perduti, di opportunità non sfruttate, per non ascoltare il coro del dissenso, dell’anatema sociale. È il bisogno di bagnarci alla gelida fonte del non senso, di nutrirsi di fantasia senza briglie di accettabilità. Correre in un mondo senza confini, immaginaria dimensione di delicata, piacevole, bonaria follia.

E UN PO’ DI ORRORE PER SALUTARVI

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Vi ho mentito.

Vi avevo promesso libri fantastici e nessun orrore.

Ma Non potevo resistere. Un libro di veri orrori ve lo devo consigliare. E pertanto ho scelto uno dei più belli in assoluto:Biancaneve zombie di Elena Mandolini, Dario Abate editore.

Lo ammetto.

Ho sempre odiato Biancaneve.

Nonostante il mio interesse antropologico per le fiabe, la pallida principessa proprio non la sopportavo.

Cosi anonima, cosi vittima degli eventi.

Cosi totalmente inutile. Cosa faceva di avvincente?

Nulla.

Restava rilegata in casa, in balia di una pazza fissata con il ritocchino, fissata con gli specchi e invasata più di una partecipante al reality del grande fratello.

E la dolce, svenevole Biancaneve?

Tutto il giorno a lavare e cantare, sognando il vero amore capace di trascinarla via con sé, un inetto a cavallo, con un’orrida calzamaglia. E mentre sognava un giorno migliore mi dicevo da bambina: tonta scavalca la torre, prendi un’iniziativa, una sola.

Insomma oltre a cantare cinguettando con i passerotti fa qualcosa!

E cosa faceva?

Nulla.

Accetta che un rozzo cacciatore, un altro tonto incapace di mettere due parole in fila, la porti in un bosco e lei lo segue.

Docile come un baobab.

Era una pianta, non un essere umano, portata dal posto A al posto B. E quando resta sola nel bosco, invece di darsi una svegliata, cantava. Di nuovo.

Neanche fosse la Callas rediviva. Ma per fortuna incontra i sette nani che la salvano…mettendola a pulire, lavare, spazzare cucinare e rammendare.

E lei canta.

Invece di prenderli a badilate sulle gengive, canta.

E canta anche quando la matrigna, altro mirabile genio, passa per caso nel bosco, bussa alla casetta e le porge una mela cosi rossa da far impallidire quelle del miglior supermercato Conad.

Ma l’inetta canta ancora.

E la mangia.

Per fortuna lì c’è il colpo di scena tanto agognato e si strozza.

Finalmente un po’ di azione mi dico.

E resta nella bara di cristallo, circondata dai sette premi Nobel, con torsolo di mela ancora in bocca, bella e inutile più di prima.

Capite perché io speravo che entrasse in scena Godzilla e la divorasse intera lei, la mela e i geni che la circondavano?

Oppure speravo che il dandy vestito d’azzurro cadesse da cavallo o che so, fosse divorato da uno sciame di locuste carnivore?

Beh le mie preghiere di bambina sono state esaudite da Elena.

Infatti, il genio che è in lei (saremmo mica sorelle?) ha immaginato uno scenario totalmente differente e per nulla strano per il proseguo della noiosa favola, in grado di donargli un po’ di ritmo, di pathos e di azione. La bella e inutile, e completamente inetta Biancaneve è morta.

Sta lì ammuffita nella sua bella bara.

E aspetta il bacio del tonto la dovrebbe risvegliare .

La domanda che si pongono menti eccelse come le nostre è: come si risveglia?

Quale effetto avrà il bacio del sommo rincoglionito?Come diventerà Biancaneve riportata indietro dai morti come una novella Euridice?

Che effetto avrà la morte sulla sua umanità?

Sparirà perché in grado di distruggere il tabù che separa la vita dalla morte, tabù infrangibile soltanto in una particolarissima notte, o diventerà…altro?

A voi la scoperta.

*****

CONCLUSIONI

Di libri meravigliosi a Halloween, ce ne sono parecchi. E citarli tutti è impossibile.

Cosi vi regalo quelli che a ogni fine ottobre leggo io, affinché lavorino sulla mia anima e la prendano per mano, portandola a liberarsi della forma di bruco per diventaste farfalla.

Quale tipo di farfalla, sarà la vostra scelta. Io amo diventare ogni giorno una falena testa di morto.

Ma io in fondo, sono la Signora Oscura per eccellenza

Felice Halloween a tutti.

La rubrica Riflessioni sulla letteratura presenta “Basta un libro”. A cura di Alessandra Micheli

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Nel nostro mondo cosi frettoloso e cosi immediato, non abbiamo quasi tempo per goderci il viaggio.

Divoriamo kilometri su kilometri in questo strano percorso chiamato vita. Viaggiamo alla velocità della luce, riducendo le ore che servono per arrivare ovunque.

Ma non conosciamo più la strada per il nostro cuore, il centro pulsante di tutta la nostra esistenza.

Quella strada ci è preclusa perché presuppone una pacatezza che questo nostro mondo non ha.

Stimoli, occasioni, capacità di raggiungere tutto il mondo con un click adombra la nostra voglia di scoperta, di ricerca e perché no quel senso unico che ci permette di bearci gli occhi durante il viaggio.

Troppo presi dalla meta ultima.

E mentre ci affanniamo a raggiungerla, ci sfuggono dettagli cosi minimi ma al tempo stesso cosi meravigliosi da valere ogni sforzo.

Allora è necessario tornare al vero senso del viaggio, quello della continua scoperta di noi stessi.

E non servono biglietti per mete sconosciute e esotiche.

Basta un libro.

E un libro portandoci dentro il centro della nostro io, terra sconosciuta e per molti desolata, perché ignota, può essere una perfetta “terapia dell’anima”.

Innanzitutto la terra risulta arida e desolata perché non usiamo la creatività. Abbiamo tutto subito, immediato e a disposizione, tanto da non dover cercare e sforzarsi.

Un libro accende la fiaccola che permette la visione interiore e quindi permette di raccontarci storie.

E tramite quel racconto iniziamo a seminare piccoli miracoli in quel luogo brullo.

Un libro poi ci permette di innaffiare quelle piccole piantine con il fuoco della passione.

Accende tutti i sensi specialmente quello legato la senso della bellezza.

Un libro sdogana il dolore.

Nei libri esso è vissuto attraverso un filtro, mentre le pagine aiutano a esplorarlo e a sperimentarlo.

Fa meno paura ma al tempo stesso, proprio perché privo di quella sana ritrosia caratteristica del nostro sistema difensivo, ci racconta non le nostre ferite, ma quello che esse celano.

Non è l’amore perduto, ma la volontà di provare emozioni che viene tradito. Non è la delusione per un amico che ci lascia, ma la nostra volontà di credere che viene mal riposta.

Non è la morte ma la nostra umana incapacità di accogliere nuove forme dell’io

Un libro riconduce il dolore alla sua vera funzione: ci indica i posti da sistemare, le emozioni da riordinare, i sentimenti da purificare.

Ultimo ma non meno importante aiuto dal libro: ci narra le storie di cui abbiamo bisogno.

E non quelle che ci piacciono, o che ci servono per evadere, ma proprio quelle che curano le nostre ferite e che leniscono le nostre mancanze.

Un libro è semplicemente una sorta di autocoscienza, di autoanalisi per…semplicemente amare di più quel magico dono che ci ha fatto una divinità lontana: quello di dare nomi, di creare la realtà e di custodirla, come un qualcosa di prezioso da tramandare alle generazioni future.

Leggete e costruite il vostro futuro.

“Discorso sul fantasy: limiti e virtù del genere” A cura di Alessandra Micheli

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Una delle caratteristiche principali delle persone è quella di osservare sempre la pagliuzza negli occhi dell’altro senza mai comprendere che il proprio occhio ha una trave enorme.

Manca non tanto il dialogo, manca la volontà di considerare l’altro un vero interlocutore.

Di dialoghi, di comunicazioni sui social specialmente, ce ne sono a iosa. Io propongo la mia visione e tu o rispondi contestandola e qui di mettendo un muro allo scambio, o sei in religioso silenzio a inebriarti delle parole del guru di turno.

Questo presuppone che, non hai la comunicazione atta a trasformare l’informazione in esso contenuta, quanto a presentarla come l’unica l’alternativa valida e possibile.

E questo nell’ottica della contrapposizione e della sopraffazione. Ecco che non manca il dialogo, manca il dialogo costrittivo e non aggressivo.

Nel campo della letteratura, che dovrebbe essere fulgido esempio di virtù e etica, si assiste a un proliferare di idee mutuata, pare da lettura di saggi e manuali.

Di un interpretazione letterale delle regole come se, oggi, la fantasia che dovrebbe essere il primo passo per la costrizione della narrazione, in fondo spaventi.

E non può ricordarmi questa tendenza l’idea che un certo islam ha dell’immaginazione.

Essa è considerata disordine, perché proponendo un’ altra visuale, un’ altra prospettiva, presuppone la possibilità neanche tanto remota, dello sfaldamento dei preconcetti che reggono le società. Attenzione, non quelle scaturite dal patto politico, ma quelle scaturite dai singoli cittadini che propongono la loro idea di decoro, di convenienza e di perbenismo.

Ecco esserci due società: la reale e la non scritta.

Una eretta secondo i criteri della logica e del bene comune, esorcizzando il terrore dell’eccesso di libertà.

L’altra chiusa, moraleggiante, morigerata che esorcizza il terrore del mutamento. La letteratura, nata dai menestrelli, ossia dalla tradizione orale con lo scopo di legittimare i cambiamenti che i tempi portano con sé, si è arroccata il diritto di decidere cosa è bene e cosa è male, cosa è in e cosa è out.

E tutto retto da complicità che non hanno assolutamente il profumo dell’arte.

Ma della commercializzazione, rendendo evidente come, oggi, la polis si stia imbarbarendo nel senso della tecnocrazia.

Pertanto contro un certo schema identitario, nel quale stento a riconoscermi, ho proposto una visione diversa della scrittura. Non granitica, non improntata alla reiterazione pedissequa di regole che dovrebbero agevolare il flusso dei pensieri, ma che in realtà sembrano ingabbiarlo che consistere in una eterna e fondamentale falsificazione del reale.

L’interesse sociologico ma anche umano della narrazione è nella sua capacità di filtrare gli oggetti reali, interpretandoli alla luce della percezione ( secondo gli studi di J. Ames) e propendendo, dunque un qualcosa che pur partendo dalla verosimiglianza se ne stacca riempendo di incongruenze.

La narrazione segue lo schema di emissario-messaggio-rumore- e ricezione.

Ma mentre il rumore nella comunicazione viene costantemente monitorato al fine di eliminarlo, affinché l’essenza del messaggi risulti pura e non degradata, nella letteratura è nel rumore, nelle incongruenze, nella mancanza di coerenza che si riversa il mondo che, a chi come me è fissato con psicologia e sociologia, interessa.

E’ nell’apparente distorsione del messaggio che ci cela l’universo da scoprire.

Pertanto, la creazione in ogni opera di significati e mondi che non aderiscono alla realtà, diviene la ragione d’esistere dell’attività del recensore, che lì, in quelle radici non logiche, i famosi residui parietani, trova materiale per arricchire il proprio mondo interiore e esteriore.

Neanche i generi più ammantati di realtà, come il verismo e lo storico, devono sfuggire alla legge che vuole la coerenza vivere affianco della fantasia sfrenata.

Neanche questi sfuggono alla capacità della mente di filtrare gli oggetti e gli elementi e trasformarli in percezione.

E la prosa narrativa è questa libertà umana di raccontare se stessi, la visione del mondo attraverso elementi che nella nostra mente conscia non troverebbe spazio o sarebbero aborriti come disordine.

Al contrario del saggio che si sforza di essere verosimile, la narrazione è essenza creativa in continua trasformazione.

Una delle polemiche che più infiammano gli animi è sicuramente quella che partendo da questi concetti, sostiene che nel fantasy tutto è possibile se si è in grado di maneggiare le tecniche narrative.

Vero?

Un falso aborrito dagli editor o dai seguaci del purismo letterario?

Ritengo quest’affermazione portante una verità inespressa e poco piacevole, che si scontra con il dogmatismo che, purtroppo, investe ogni idea che si fa ideologia.

Oggi l’ideologia del fantasy regna sovrana, tanto da far affannare provetti autori a spiegare in modo razionale le loro fantasie irrazionali.

Devo spiegarti la magia, le leggi di questo mondo e in cotal modo, si smetta di creare porte verso altri universi, laddove la regole devono per forza di cose, per esigenze emozionali essere stravolte.

Leggo perché voglio entrare in uno stato di sogno e la ragione deve scendere fino agli abissi della coscienza raccogliendo le forse per porre in critica il mio mondo “reale”. Presupponendo che il reale non esiste, ma lo facciamo esistere per non scendere nei meandri della pazzia.

Le leggi servono all’umano per muoversi attraverso un mondo un universo fatto di sottilissimi fili, di interconnessioni chiamate caso, casualità, costanti numeriche o semplicemente Dio.

La scienza serve per rendere intellegibile il mistero.

Se nella vita conscia dobbiamo credere all’oggettività a ogni costo, tradendo la parte oscura di noi, essa per non divenire assassina feroce deve essere titillata appunto dall’arte, dal bizzarro, dal non senso, dalla distorsione delle leggi umane.

Quale sono le leggi del fantasy?

Il fantasy deve essere verosimile.

Andiamo a indagare il senso etimologico di verosimile.


Verosimile ossia Conforme al vero, fino al punto da garantire la probabilità o la credibilità di un fatto anche non avvenuto, non documentato, non atteso.

Qua l’accento è dato sulla parola che regge l’intera struttura semantica: conforme non aderente al vero.

E questo perché conforme significa:

più o meno corrispondente nella forma o nell’aspetto.

Più o meno, non totalmente.

Quindi il fantasy può permettersi un volo pindarico.

 

Se fosse reo di aver fallito nella sua comunicazione si sarebbe detto: aderente al vero:

Che è a stretto contatto, attaccato, Strettamente corrispondente.


Capite la differenza?

Altra idea.

Il fantasy deve essere credibile.

Ora, uno scritto per essere credibile deve:essere:

Accettabile come vero, verosimile, attendibile.

Allora dove sta la credibilità di uno scritto che crea e costruisce altre leggi, altri mondi e considera validi assunti come magia e esistenza di stati evolutivi diversi da quelli accertati dalla scienza?

Se la credibilità è riferita alla trama allora si sfalda tutto il discorso sulla narrazione: i libro diviene saggio, ossia resoconto documentato di un fatto dato per ipotesi.

Se invece riguarda la sua verità interna allora esige un dato fondamentale: il fantasy deve avere la capacità o meno di spingere il lettore a una libera scelta: la sospensione dell’incredulità.

E cos’è questa sospensione?

Arriva l’etimologia e svelarci l’arcano:

La sospensione dell’incredulità, o sospensione del dubbio (suspension of disbelief in inglese), è un particolare carattere semiotico che consiste nella volontà, da parte del lettore o dello spettatore, di sospendere le proprie facoltà critiche allo scopo di ignorare le incongruenze secondarie e godere di un’opera di fantasia.

Ecco che la parola chiave la pietra d’angolo di tale forma narrativa, è proprio incongruenza.

Ossia mancanza di coerenza, quella che oggi è tanto invocata


Incongruenza: sostantivo femminile indicante mancanza di convenienza o coerenza o comportamento, discorso privo di Coerenza.

La coerenza, che è la base di molti scritti diviene un mero dato accessorio, se riguarda la forma può essere valida, tipo stile in prima persona che disturba se cambia improvvisamente in terza.

Coerenza come intima connessione e interdipendenza delle parti, intreccio fabula, significato.

Ma se si interpreta la coerenza come

Costanza logica o affettiva nel pensiero e nelle azioni.

Allora la sua validità decade.


Quindi, quali sono i criteri per giudicare valida un opera di fantasia?

Sostanzia,mente ritengo siamo vari, ma posso identificarli come espressione pura del carisma dell’autore che tramite il mezzo scrittura e le sue tecniche rende una fantasia degna di essere vissuta, sospendendo il giudizio logico.

Nel libro le parti devono danzare assieme con la stessa musica, senza sbalzi eccessivi di stile e di tensione. Presenza non cacofonica e equilibrata di incongruenze e al tempo stesso di reale, seppur falsato nell’interpretazione unica dell’autore.

Questo si esprime nel dato eterno del significato.

Ma sopratutto, il puro talento che riesce a farvi sorvolare la logica,la ragione per immergervi in un mondo che la vostra mente cosciente NON accetterebbe mai.

Leggere è e resta un atto di sospensione consapevole dello stato di veglia paragonabile al sogno.

 

“Storie di vampiri”. A cura di Alfredo Betocchi

Twilight

 

Chi non conosce la saga di “Twilight”, famosa pellicola del 2008 e ancora sull’onda del successo, ispirato all’omonimo libro di Stephanie Meyer? 

I bravi interpreti, Kristen Stewart e Robert Pattinson, hanno entusiasmato folle di giovani persi dietro le loro romantiche disavventure.

Migliaia di ragazzi e di ragazze sono stati plagiati dalla trama del film, atteggiandosi sui social a improbabili vampiri, creando Blog e Pagine su Facebook e Twitter, partecipando a feste in costume e dipingendosi il volto con dentini aguzzi da cui colano rivoli di sangue finto.

La credenza dell’esistenza dei vampiri ha un’origine molto antica e diffusa tra tutti i popoli della Terra. Dagli antichi greci al vudù haitiano, dal folklore degli indios cileni ai miti dell’Europa centromeridionale, i vampiri succhiatori di sangue umano hanno sempre affascinato le genti superstiziose e primitive.

Perfino nella bella Toscana è nata una leggende vampiresca secondo la quale, vicino Volterra, esisterebbe un masso da cui, nottetempo, escono delle figure ammantate di neri mantelli macchiati di sangue che terrorizzano i viandanti. Il masso ha un’apertura da cui, si dice, escano le fattucchiere di Mandringa.

Ma il vero Principe delle Tenebre è il personaggio creato nel 1897 da Bram Stoker.

Questa figura immaginaria, concepita dal bravo scrittore irlandese, ha oscurato tutti i miti precedenti, facendo dissolvere perfino il vero Dracula, eroe della riscossa romena contro gli invasori dell’Impero Ottomano.

Dracula, o meglio al secolo Vlad II Tepes, detto Dracul, il Dragone o il Diavolo e soprannominato graziosamente dal suo popolo l’Impalatore, nacque nel 1431 in Valacchia, regione della odierna Romania. 

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Come tutti i regnanti di quei tempo, fu un sanguinario tiranno e un eroe del suo popolo. Nel folklore tedesco, russo, ungherese e italiano, le gesta di Vlad Tepes sono ampiamente riportate. Non è, tuttavia, mai menzionato il suo vampirismo, anche se fu un tiranno spregiatore della vita umana oltre ogni limite.

Alcune delle leggende che circondano la sua figura narrano di come Vlad punisse coloro che lo offendevano. Per esempio, quando gli inviati turchi non si vollero togliere il turbante sulla testa dinanzi a lui fece inchiodare i copricapo sul loro cranio.

Era un tipo originale per l’epoca e sapeva cogliere le occasioni mondane per divertirsi a modo suo, come quando pranzava all’aperto tra le urla delle sue vittime impalate attorno alla tavola imbandita. 

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Di queste piacevolezze è piena la sua biografia, tuttavia in guerra era un autentico condottiero che seppe respingere le mire ottomane sulla Romania. Fu principe regnante della Valacchia in tre occasioni.

Spezzò l’egemonia dei tedeschi che dominavano la sua terra, affrontò coraggiosamente il potere più temuto dell’epoca: l’Impero Turco degli Ottomani.

Fu esiliato, perseguitato, incarcerato e condannato a morte. Governò con illustri monarchi, come Mattia Corvino, re d’Ungheria. Nonostante tutto questo, in tutti i documenti d’archivio che riportano la cronaca delle sue gesta, non vi è una parola sul suo presunto vampirismo. Gli furono attribuiti terribili massacri sanguinari, ma restava pur sempre un guerriero e un monarca. Mai si sognò di bere il sangue delle sue vittime, come invece erano usi fare i khan mongoli.

Dracula” nasce, perciò, interamente dalla formidabile penna di Bram Stoker, un gentleman educato, colto, signorile. Prima studente brillante al Trinity College di Oxford, poi semplice impiegato negli Uffici di Sua Maestà Britannica.

Appassionato di teatro, conobbe il vampirismo dopo aver letto il romanzo “Carmilla”, scritto da Joseph Le Fanu nel 1872.

Storia cupa e sanguinaria dell’agghiacciante e bella vampira Carmilla che, come Dracula, succhiava il sangue alle sue belle e giovani amiche fino a condurle nella tomba. Stoker si appassionò all’argomento, per lui fino a quel momento sconosciuto.

Nelle sue ricerche d’archivio, s’imbattè nel nostro “Eroe Valacco” e fu subito colpo di fulmine. Il nome e le efferate vicende del tiranno rumeno attirarono come una calamita la fantasia di mister Stoker.

Nacque così “Dracula” pubblicato nel 1897 e destinato a un successo che pochi altri libri avrebbero avuto in seguito. Stoker seppe immaginare il vampiro e tutte le regole e le usanze che, da allora, sono prescritte agli uomini nei confronti dei morti viventi:

i canini aguzzi per mordere le loro vittime sul collo, preferibilmente belle e procaci ragazze; l’abilità dei vampiri nel trasformarsi in animali crudeli o della notte, pipistrelli e lupi mannari; la necessità di agire nel buio, l’evitare di sostare dinanzi agli specchi, da cui la loro immagine non viene riflessa ed il terrore per la luce solare che li annichilisce; poi i sistemi per allontanare i vampiri, l’aglio soprattutto e la croce; infine quelli per farli morire definitivamente, il paletto di frassino e le pallottole d’argento.

Da questa figura leggendaria di vampiro nacquero nel ventesimo secolo infinite varianti: vampiri femmine, gay, bambini, zombi, licantropi e perfino un gatto nero vampiro uscito dalla fantasia di lord Halifax nella prima metà del XX secolo 

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Il cinema s’impadronì quasi subito del ghiotto argomento, creando “Nosferatu” , film muto degli anni ’20; “Dracula”, film interpretato magistralmente dall’ungherese Bela Lugosi 

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vampiri comici e tonti come quello con Mel Brooks nel divertente “Per favore non mordermi sul collo” di Roman Polansky; il capolavoro “Dracula il vampiro” di Francis Ford Coppola, fino alla già citata saga “Twilight” che rinverdì il tema, innestando il genere romantico nella storia horror.

A differenza delle storie narrate al cinema negli anni passati, “Twilight” può avvalersi di infiniti veicoli di inserimento nell’interesse del pubblico.

I media oggi sono enormemente diffusi e quasi ogni persona può seguire e alimentare la propria febbre da vampiro, fino allo scoppiare del prossimo fenomeno mediatico ancora di là da venire.

 

“Gli autori esordienti e le battaglie promozionali”. A cura di Francesca Giovannetti.

 

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Non è facile conquistare il pubblico.

In qualsiasi settore, che sia il cinema o il teatro.

Nel nostro caso noi lettori siamo il pubblico, gli scrittori sono gli artisti che si esibiscono.

Dando per scontato che ognuno scelga il genere che risponde ai propri gusti si può notare, frequentando i variegati gruppi di lettori, che esiste una categoria di scrittori vittime di una sorta di pregiudizio che porta a evitarli a “prescindere”: gli esordienti.

La motivazione principale di questo comportamento è basilare: a nessuno piace spendere soldi senza un minimo di garanzia. Si preferisce, quindi, andare sul sicuro.

Esiste però un secondo più intricato e oscuro motivo: la diffidenza.

Una mancanza di prestigio che, secondo molti, soltanto una vera CE concede. Per questo avviene una bizzarra differenziazione: gli esordienti che pubblicano con una casa editrice sono quasi accettati, poiché qualcuno ha “scommesso” su di loro, mentre gli autori che si autopubblicano sono bollati come scarti, appartenenti alla categoria degli esclusi dal patinato mondo della letteratura, rei di non essere spronati da nessuna CE.

Il pensiero può essere riassunto dalla frase “ non li ha voluti nessuno quindi chissà come scrivono”.

Potrebbe esserci del vero in questa affermazione?

Forse.

Ma facciamoci ulteriori domande: è davvero la motivazione dell’esclusione delle CE il motivo per cui si intraprende la strada dell’autopubblicazione?

Se si cerca davvero di comprendere il mondo in cui ci muoviamo le spiegazioni non saranno mai univoche. E possiamo, pertanto, individuare tre fattori chiave che possono rendere più intellegibile la questione: i tempi lunghi dell’editoria, ritenere internet un valido modo di comunicare da poter sfruttare, la possibilità di maggior guadagno netto a fronte delle copie vendute.

Gli autori esordienti possono essere compresi grazie alla fiaba di Cenerentola: c’è chi diventa principessa e chi viene dimenticata. Ma questo fattore non si lega, sempre alla qualità dello scritto. Questo dipenderà da altri elementi che possono partire dal talento, alla capacità tecnica di esprimere il proprio pensiero, alla volontà di scrivere per comunicare. Pertanto potranno trovarsi tra il mucchio opere al limite dell’illeggibile, con errori grammaticali gravi (questo capita più di frequente se non si è supportati da una casa editrice che accompagna la stesura del testo a figure professionali adatte, come editor e correttori di bozze). Ma, altresì potranno esserci anche libri assolutamente godibili e ben scritti che, purtroppo, non riescono a ottenere una discreta visibilità.

E questo ulteriore ostacolo può essere facilmente spiegato con il dramma della promozione.

Per chi entra nel mondo letterario la promozione riveste una notevole importanza e occupa molto del tempo del nostro impavido autore. Ovviamente il “farsi conoscere” non riguarda soltanto chi decide di autopubblicarsi, ma anche chi non viene adeguatamente supportato da una casa editrice.

Quindi è un tema molto più complesso di quanto si pensi e sarebbe necessario un articolo a sé stante. Ma proviamo a tratteggiare delle linee fondamentali.

La qualità della promozione dipende innanzi tutto da quanto si è in grado di investire in termini di denaro e di tempo. Per gli eventi di presentazione del libro è necessario trovare il luogo adatto, uno di questi è la buona vecchia biblioteca che continua a offrire un discreto servizio con sale dedicate agli eventi letterari. Tutto questo a un prezzo accessibile.

Ma, se si vuole dare una sorta di atmosfera più retrò o più raffinata, o più professionale (è il caso del palazzo storico o una sala comunale, o anche , una affermata libreria) le cose cambiano, con un notevole aumento delle spesa. In più molti librai rifiutano l’impegno se l’editore è piccolo o inesistente.

E’ anche necessario strutturare l’evento: chi presenta, chi pone le domande, chi legge brani del libro. Molto spesso è tutto un fai-da-te; si cerca l’amico che si intende di libri e quello che si diletta in teatro, si studia tutto a tavolino onde evitare tempi morti, si cerca di pubblicizzare, come si può l’evento per mezzo di locandine o passaparola.

Insomma, un vero e proprio lavoro che coinvolge totalmente l’autore che si impegna in prima persona a “vendersi” accettando i rischi come i benefici. Complice l’inesperienza e l’anonimato i tentativi per creare un evento decente e un minimo coinvolgente possono essere molteplici fino a ottenere il tanto sospirato passaparola.

Chi si autopubblica utilizza anche i social.

È pur vero, infatti, che una diffusione sul territorio tramite eventi e letture pubbliche ha comunque un raggio di azione limitato, (a meno che non siate Creso, nel qual caso, beati voi).

Con i social tutto cambia, le distanze si azzerano. Ma, il dramma dei social, riguarda le strategie comunicative, che sono essenziali in un mondo interconnesso: né troppo né troppo poco, non stressanti ma comunque incisivi, non insistenti ma presenti, capaci di saper parlare del libro senza parlare del libro.

Insomma, un mestiere a parte.

Per quanto riguarda il margine di guadagno, (che varia considerevolmente fra chi si autopubblica e chi si appoggia a una casa editrice) la questione è meno confusa. Con una casa editrice i margini di guadagno per l’autore sono minimi, intorno al 5-/7% del prezzo di copertina, con il self si arriva anche al 50%. Ma, e qui sta il nodo, una casa editrice ha comunque più canali del singolo autore e la probabilità di acquisto copie potrebbe raddoppiare sensibilmente. Qualche copia verrà acquistata dai lettori.

Invece, la pubblicazione “Self” è molto più discontinua e perigliosa, e se il libro non decolla e sei isolato rispetto ai guru della scrittura, il guadagno rischia di essere pari a zero. E anche se non si vive di sola scrittura, per un’aspirante autore è importante, al di là dei giudizi personali, essere letto, avere il feedback con il lettore, trovare consensi e seguaci.

E adesso torniamo alla domanda iniziale. Consci delle mille difficoltà, di un cammino sempre in salita, perché esiliare, emarginare e isolare uno scrittore esordiente, a prescindere dal canale che sceglie?

E’ per caso il dio denaro?

Togliamoci dalla testa che l’editoria sia un mondo dorato.

Tutti sono oramai convinti che se una CE crede davvero in un libro lo deve o dovrebbe sostenere in tutti i percorsi, dalla stesura al lancio promozionale. Ma viviamo una crisi mondiale non indifferente che coinvolge ogni settore dell’economia e quel lancio, quella cura necessita di uno sforzo economico non indifferente.

Chi può permettersi tale impegno?

Sicuramente i grandi gruppi editoriali.

Ma le piccole e medie case editrici hanno risorse limitate, possono anche credere in un libro ma non avere i mezzi per promuoverlo.

Ecco perché l’autore esordiente a volte sembra dover muoversi in totale indipendenza, e solitudine.

L’autore esordiente, magari anche con in mano un buon prodotto, non ha la stessa visibilità di altri prodotti magari non di eccelsa qualità. Ma è pur vero che quei libri, contestati e contestabili, hanno la legittimazione di qualità dei grandi nomi.

Il buon libro e il libro che vende non sono la stessa cosa.

Dovrebbe, ma non è così.

Un libro può vendere tanto anche a dispetto della qualità, perché è scritto da un personaggio famoso, perché cavalca l’onda della moda del momento, perché, in fin dei conti, è quello che i lettori vogliono leggere.

Ne consegue che, forse essere autori esordienti non è per niente semplice.

Occorre avere una buona penna, una buona dose di capacità comunicativa, tempo a disposizione per creare contatti, e una somma da investire.

E forse neanche questo basta, perché in una realtà italiana, dove gli scrittori sono proporzionalmente più numerosi dei lettori, il rischio di rimanere nell’ombra è comunque alto.

La conclusione di quest’analisi?

Non esiste una strada migliore da percorrere. E’ un rischio.

E mi dispiace se involontariamente ho dettato sui vostri sogni cinismo e frustrazione. Vi chiedo venia.

Ma comprendere la realtà in modo il più possibile oggettivo, non è altro che il mezzo migliore per trovare una via alternativa, consci dei rischi, degli ostacoli e delle difficoltà.

Non è un mondo rose e fiori ma vi confermo l’unico, eterno dato certo: il talento. E’ su quello che dovete puntare, anche se spesso viene trascurato.

E il talento trascurato fa sempre male, o almeno ne fa a me.

“L’altra faccia della luna. Pensieri disconnessi di un recensore”. A cura di Alessandra Micheli

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Mentre alle fiere impazza il politicamente corretto, vanno in scena le sfilate di colti soggetti, molto radical chic con in mano libri e libri, che non leggeranno mai, che non capiranno mai ma cosi è trendy postare su instangram, io sono qua, abbattuta eppure piena di adrenalina a chiedermi il senso di essere una “blogger”.

Blogger, sembra quasi un insulto, una di quelle parole ricche di veleno che sputiamo per sentenziare.

Per altri è uno stemma da appendere sul camino e se non si ha un camino si ha la zona comfort, dove spicca il quadro con la targhetta: io sono blogger.

E lo stesso fanno gli autori, gli editori tutti, una trita e stantia commedia dell’arte fatta di lustrini cottilion e paillette.

E poi ci sono io, che non mi sento né popolare né di successo, a volte inasprita, quando l’assurda danza dell’apparenza tenta di trascinarmi con se.

La sensazione è la stessa delle orrende feste di capodanno.

Tutti felici brilli a fare trenini sulle note assurdamente cacofoniche del ritmo latino, a cui manca quella sorta di terrena passione che le rene speciali e io li a fissarli, chiedendomi ma che cazzo ballate, cosa festeggiate, se domani sarete sempre uguali, immensi non nel solito tram tram, ma nella solita ostentata percezione del reale.

Ecco come mi sento a essere, a mio malgrado, protagonista del favoloso mondo del lit blog, del lit web o semplicemente del business del io ci sono a ogni costo.

E ci sono non perché scrivo ma perché appaio.

Io mi sento di essere a prescindere dalla foto e dal finto titolo.

Mi sento di esserci perché ho ancora sogni e passioni giovanili o fanciullesche.

Perché leggo un libro e mi emoziono, mi indigno e non guardo null’altro oltre al libro..

Oh Casa editrice sarà!!!

Ah no quella mai, per carità…

Ohhh che autore!

Ah no è antipatico/spocchioso/timido/ha troppi difetti….

Scusa devi leggerlo o cerchi marito?

E la cover e i refusi e il cazzo che vi si frega impacchettato.

Io vivo e esisto perché penso, perché piango perché rido.

Oggi l’esistenza è valida solo se provata tramite il tubo catodico. Oggi si esiste solo se la web ti illumina.

E ti deve illuminare in un preciso istante, congelato affinché in realtà tu sia immobilizzato in un atteggiamento cool.

Prima la fotografia racchiudeva un momento unico.

Un sorriso, un capello fuori posto, le occhiaie di mamme felici e soddisfatte, o del laureando che esibiva stanco ma orgoglioso il frutto delle sue notti di ricerca.

La foto rubava l’anima, cosi come molte tribù aborigene o indigene, temevano.

E un pezzo di anima a colorare un esistenza che a sua volta parlava al mondo, un mondo di cui si faceva parte a cui regalava istanti irripetibili.

Un po’ come la canzone le rose blu di Vecchioni.

Io ti darò ogni attimo vissuto, ogni sogno e ogni sorriso perché è il miglior dono che si possa fare a un dio invisibile e lontano.

Oggi la foto è perfetta, di una perfezione di plastica che ci rende tutti perfetti modelli di una fabbrica di plastica, in cui tutto è possibile ma irreale.

Perfette foto del libro ma che non parlano del libro ma della nostra egoistica voglia di sopraffarlo, oscurarlo e annientarlo.

Nei lit blog, sta sigla blasfema, non trovate mai il libro, trovate il narcisismo di autorevoli fai da te, critici letterari.

Quando vi va bene.

In altri casi trovate influencer, gruppi di pressione, interessi, volontà di emergere a ogni costo.

E vai con le sgomitate, con gli sgambetti con l’esaltazione sfrenata e discutibile della civiltà del dominio.

Io domino e tu sei dominato.

Salvo poi ribaltarsi dei ruoli: del resto la regina che taglia la testa, presto verrà sopraffatta da quel popolo minacciato, fino a far nascere chi decide di ricambiare il sanguinoso favore.

E’ cosi che nascono le regine rosse.

Alcune, addirittura, emergono dal popolo che essa stessa ha vessato.

E il ciclo si ripeterà all’infinito.

Nessuno, però, contesta il sistema alla radice.

Nessuno dice, scusate, ma è davvero necessario tagliare via il capoccione?

E sopratutto che ce famo co sti feticci?

Il nostro è un mondo dominato proprio da questi trofei.

E i trofei parlano della violenza con cui sono stati acquistati, ci raccontano di un mondo in competizione, dove vige la legge del più forte.

Ed è questo il mondo che si riversa in tutto ciò che creiamo, dall’arte o dalla letteratura, fino a toccare le corde del cinema.

Ci angosciamo a cacciare nei meandri oscuri della mente, lo spettro fascismo, quando non ci accorgiamo che esso è un atteggiamento, un’interpretazione del mondo che non vogliamo lasciare.

Vogliamo essere antifascisti senza rinunciare agli occhiali fascisti.

Lo siamo quando minacciamo “ tu offendi il genere che amo, occhio perché nessuno ti leggerà mai più”.

Non è secondo voi un atteggiamento fascista?

Il voler imporre un costume, una moda o una cultura?

No perché è non violento direte voi.

Ma è manipolatorio, autoritario e sopratutto, vuole che a primeggiare sia solo un pensiero: si deve leggere quello che va di moda, senza contestare.

Se non quando decidiamo noi di ribaltare i ruoli.

Altre regine rosse.

E non è fascista uccidere i talenti, quelle predisposizioni che ci rendono tutti diversi, imponendo i canoni, desunti da chissà chi, in tema di tecnica narrativa?

Si procede in ordine, costruzione mondi, valutazione dell’importanza dei protagonisti, caratteristiche a punti, fine sviluppo, poche informazioni solo quelle indispensabili ( e chi decide cos’è indispensabile?) mostra ma non svelare ( che devo fa, do l’idea al lettore e poi se la racconta lui la storia?) e finale.

E se io volessi partire dal finale?

Non puoi.

Mica stai creando…stai vendendo un prodotto.

E nella vendita e nella pubblicità ci sono regole precise.

Ah non sto facendo arte?

E cosa c’entra l’arte con la scrittura?

Non so…forse tutto?

Forse è il modo con cui io esprimo qualcosa che rode, macera dentro, che è come un veleno da eliminare perché poi torni a far parte del tutto?

Come sei ingenua!

Ecco il mondo che state sostenendo.

Un mondo in cui non va avanti talento, innovazione, coraggio, un pizzico di sana follia, ma foto, visibilità, apparenza, luci della ribalta.

E ci sono io che oggi scrivo, perché l’amarezza cede il posto all’incazzatura.

Sapete perché io scrivo recensioni?

Non mi frega dei like (chiamateli mi piace, per la divinità) non mi frega del seguito ( non intendo proprio fare la fine della regina rossa, vedo dietro i sorrisi coltelli acuminati).

Perché tramite un libro io posso parlare di ideali.

Di politica, di società, di valori.

Un libro è il mezzo con cui dire la mia a un mondo che va di corsa, mentre io mi rifiuto di camminare al suo passo.

Dico la mia in un modo di urla e lo faccio con il silenzio delle parole soffuse, sentendomi felice quando mi evitano, quando mi definiscono la pecora nera, la scheggia vagante, la mina pronta a scoppiare.

E quando scoppia, mentre tutti sorridono dicendo ah sei mina, sei arma, anche tu contribuisci a far dilagare la violenza, essa semplicemente è un rigurgitare di fiori, di sogni e di creature magiche.

E allora la paura dilaga.

Dilaga quando aizzo i sogni tenuti troppo nascosti, quando li mando nel mondo a renderlo un po’ più folle e un po’ meno rigido, quando urlo ai miei adorati personaggi di carta e immaginazione: al mio grido scatenate…la fantasia.

Perché un mondo che sia editoriale, che sia reale, che sia artistico, senza fantasia è un mondo che si deteriora piano piano.

Allora il pericolo non è soltanto l’inquinamento atmosferico, ma quello che rende le vostre anime mute, vi rende bulimici di spettacolarizzazione, di critiche, perché lo scandalo rende un sacco in termini di visibilità.

E allora come dice il grande Renato; blogger è chi si trucca da re per una sera, e ti consegna speranzoso una favola, la favola mia:

e mi vesto da re perché tu sia

tu sia il re di una notte di magia.

Libri e luoghi comuni. A cura di Irene Ceneri.

 

SI LEGGE UN SOLO LIBRO PER VOLTA”

SE TI PIACCIONO I ROMANZI ROSA, NON TI PUÒ PIACERE IL FANTASY”

MA TU LEGGI? MA CHE PALLE, LEGGERE È NOIOSO, DA ANZIANI”

QUESTO LIBRO È TROPPO GROSSO! NON LO LEGGERÓ MAI”

AH NO, QUESTO LIBRO È TROPPO CORTO, SICURAMENTE NON È SCRITTO BENE”

[…]

 

Quante volte durante questi 29 anni di vita mi sono sentita dire frasi come quelle che avete appena letto. E quante volte mi sono messa a guardare le persone che le riferivano con così tanto dispiacere per i loro sciocchi pensieri. 

Oggi il mondo prosegue in avanti, mentre attorno molti parlano e pensano per luoghi comuni. L’umanità ha creato barriere infinite, alcune delle quali ormai impossibili da superare.

Lei è troppo più giovane di lui, non è possibile che si amino davvero” eh si! Perché l’amore è refrattario al tempo, se ti innamori di qualcuno più vecchio parte un processo autodistruttivo che ti smaterializzerà nel giro di pochi minuti.

Ormai sono troppo vecchio, è impossibile realizzare il mio sogno” ma chi te lo dice? Provaci! Che ti costa?

Ah no, è impossibile provare amore per più persone” certo e allora secondo la stessa logica, non si può voler bene a più di un amico… l’amicizia è amore… si può eccome! Solo che si fanno delle scelte. 

Chiuso in una società bigotta, c’è un mondo di valori, libertà e pensieri che troppi celano. Ma sappiamo tutti che le cose non sono come ci viene insegnato debbano essere.

SI LEGGE UN SOLO LIBRO PER VOLTA… ma da quando? Ma chi lo dice? Mi arrestano se ne leggo di più contemporaneamente? Probabilmente sarò condannata all’ergastolo perché io ne leggo assieme anche tre. Mi alzo al mattino, ed in base a come mi sento, vedo cosa ho voglia di continuare a leggere. Il nostro animo non è sempre uguale, se quest’oggi mi alzo dal letto e sono giù di morale, probabilmente vorrò cullarmi con una storia d’amore. Se sono felice, forse vorrò leggermi un urban fantasy… è così via. Non è assolutamente vero che poi “NON CI CAPISCI NIENTE A LEGGERNE DI PIÙ ASSIEME” perché io seguo perfettamente ogni cosa che leggo, e so benissimo quando lo leggo, e dove sono arrivata. 

SE TI PIACCIONO I ROMANZI ROSA NON TI PUÒ PIACERE IL FANTASY… certo, un concetto reale al cento per cento, infatti se mi piace il viola non mi può piacere il verde. Se mi piace la pizza, non mi può piacere la carne. Se mi piace un moro con la pelle d’ebano, non potrà mai piacermi un biondo. Ovvio, no?

TU LEGGI? MA È DA ANZIANI… si hai ragione, ho 150 anni ma non li dimostro, bello eh! MA È NOIOSO… si, forse leggere i libri che ti obbligano a leggere a scuola è noioso. Ma se scegli ciò che vuoi leggere, allora vivrai mille vite diverse. Tutte con la solita intensità. Sarai un pirata, un principe, un ladro, un assassino, una vittima, un carnefice, una regina, un vampiro, una strega… sarai tutto ciò che hai sognato essere… viaggerai sino alle città più lontane che forse dal vero non avrai mai la possibilità di vedere. E le amerai. “Se questa è noia e mi sarà provato… io non ho mai letto e nessuno ha mai amato”

QUESTO LBRO È TROPPO GROSSO NON LO LEGGERÒ MAI… ci sono libri di poche pagine che scorrono lenti è noiosi e sembrano lunghi, infiniti, divengono incubi… e ci sono libri di duemila pagine che leggi in due giorni per la bellezza con la quale l’autore porta avanti la loro storia. Non fatevi impressionare dalle pagine. Non contano niente 

QUESTO E TROPPO CORTO, NON SARÀ SCRITTO BENE… uno dei libri più belli della storia della letteratura, si intitola NOVECENTO di Alessandro Baricco. Ha 62 pagine. Corto eh… eppure ne hanno tratto un film altrettanto meraviglioso come LA LEGGENDA DEL PIANISTA SULL’OCEANO. E quante emozioni si rincorrono leggendo questa storia.

 

Non sono il numero di pagine, la tipologia di carta, l’impaginazione, o i luoghi comuni che fanno della lettura una buona o cattiva cosa, e neppure ne fanno un bel libro o un libro orrendo. Perché per citare una frase del nuovo romanzo BOSCO BIANCO di Diego Galdino:

A rendere bella una favola non è il principe azzurro, ma chi te la legge…”

La satira politico sociale in Mysteriana, di Giuseppe De Felice, Nero press edizioni. A cura di Alessandra Micheli.

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Se il mio egregio collega vi ha parlato con professionalità del testo Mysteriana nella sua organica struttura evidenziandone i punti di forza, io che sono più bastarda di lui, vi tedierò con i temi portanti del geniale libro di Giuseppe de Felice.

Il primo elemento che risalta ai miei occhi, occhi fondamentalmente “nerd” lo ammetto, è la curiosa omonimia del nome.

L’autore mi richiama alla mente un altro grande protagonista della storiografia italiana, ossia Giuseppe de Felice Giuffrida, un politico italiano catanese per l’appunto di stampo socialista, promotore fasci italiani.

E che cos’erano?

Si trattò di un movimento di massa di ispirazione democratica, libertaria, socialista riformista, spontaneo sviluppatosi in Sicilia attorno al 1891 e il 1894. Diffusosi tra il proletario urbano, i bracciati agricoli, minatori e gli operai, fu disperso soltanto dopo un duro intervento militare durante il governo Crispi, intervento avallato dal re Umberto I.

Ufficialmente, il nostro De felice fu il fondatore, anzi colui che diede organizzazione politica a un movimento nato sul momentaneo bisogno di una società in transizione, che uscirà con le ossa a pezzi dopo l’orrore della prima guerra mondiale.

E già qua la mia mente nutrita a saggi di politica è entrata in fibrillazione.

Quale grande eredità aveva questo giovane autore!

Si perché il De Felice, controverso (come ogni interventista e innovatore politico), considerato da alcuni il fondatore di una corrente politica che si distingueva dal socialismo classico ( da cui il nome socialismo riformista), fu anche giornalista e pubblicista. Suoi sono i bellissimi saggi riguardanti la mafia e la delinquenza in Sicilia, testi fondamentali a parer mio, che gettano le basi per comprendere la fondazione della nostra odierna repubblica italiana.

E continuo.

Il socialismo anche di stampo riformista, intriso di ideali nazionalistici, riguardanti la creazione di un vero stato italiano, furono oggetto di indagine e di studio di un altro personaggio abbastanza controverso, un certo Benito.

E sapete che questo Benito fu il maggior esponente della corrente massimalista di questo partito?

Come, direte voi, anime candide, Mussolini mo era socialista?

Si mie fulgide testine.

Fu esponente di spicco del partito socialista italiano e direttore del quotidiano Avanti. Fu espulso dal PSI solo riguardo a un cambiamento di idee circa l’intervento o meno dell’Italia nella seconda guerra mondiale.

Interessante vero?

Ma già vi sento vocette indignate: ma che ci frega a noi di Benito?

Stiamo parlando di Mysteriana!

Appunto.

Ora Mysteriana lo potete leggere in due modi.

O come un bel giallo tranquillo, intrigante e di evasione, ma cosi facendo insultata l’intelligenza di Giuseppe e della Nero Press, o come un abile, mascherato, intenso e satirico ritratto del vero “fascismo”.

E raccontare la società improntata su questo tipo di politica significa raccontare, oggi, la nostra società.

E io mi impegnerò a rivelare la genialità dell’autore.

Vedete, il nostro adorabile reporter non è solo un millantatore, un arrivista senza etica come tanti nostri giornalisti, ma anche uno “sfigato” che per voglia di rivalsa, per una sorta di orgoglio professionale, si ritrova immischiato nei fattacci che nascevano e prosperavano dietro le retrovie della perfetta società fascista dell’epoca.

Ora qua bisogna fare un po’ di storia sociale, o di sociologia.

O di indagine sull’ethos di quel particolare periodo.

L’Italia unita era unita solo geograficamente.

E l’impegno dei nostri politici, colti e sopratutto informati sulle strategie economiche, si trovò a cercare alternative più o meno creative, per la risoluzione di problema intricato e angosciante : c’era l’Italia, i confini erano delimitati, il governo attivo, ma non ESISTEVANO gli italiani.

Mancava un principio comune in grado di rendere coeso un paese, di dargli una profonda struttura etico sociale, di renderli insomma nazione nel vero senso della parola. La nazione non era solo confini e giurisdizione, era un sentirsi parte di un qualcosa di organico, un sentirsi membri di una volontà generale per dirla alla Rosseau.

E quale miglior mezzo per unire se non la religione?

Pertanto, impegno di Giolitti e company, fu quello di tentare di creare una religione politica, con il suo organico sistema di simboli, ideali, storia e tradizioni. Peccato che l’Italia era formata da tradizioni antitetiche e spesso distanti, prive di elementi comuni.

E qua interviene il controverso Benito.

Lui utilizzò il mito della fondazione di Roma e della Repubblica, per unire un popolino disgregato

E il nostro autore lo racconta con una perfezione che commuovere gli appassionati di politica come me.

E iniziamo con gli estratti che parlano da soli.

Primo estratto. Il ritratto perfetto della società che io ho malamente delineato prima:

Perciò, cominciamo a tratteggiare lo sfondo e a dare un po’ d’atmosfera, qualche pennellata di colore per cogliere bene il clima in cui si svolse. L’Italia era entrata da qualche anno nel gran carnevale del fascismo. Tutti portavano la camicia nera, facevano il saluto romano, si davano del “voi” e pregavano perché Dio gli conservasse il Duce in buona salute e stramaledicesse gli inglesi. I treni arrivavano in orario, c’erano l’Impero e le Terre d’Oltremare, il dopolavoro e l’Opera Balilla, le bonifiche delle paludi e le colonie marine per i Figli della Lupa. L’Italietta di Giolitti era solo un brutto ricordo, il nostro paese si atteggiava a potenza e Gabriele D’Annunzio passava ormai quasi tutto il suo tempo a scrivere slogan e inventare per il regime nuove parole che andassero a sostituire gli odiosi barbarismi.

La rinascita apparente di un paese che era appena formato e che non aveva le stesse basi ontologiche dei paesi europei che iniziarono per primi il percorso verso la loro identificazione come stati nazionali. Seppur con le loro differenze, avevano un idea comune: il sovrano, la monarchia o soltanto l’ethos particolare che li faceva sentire francesi, inglesi e spagnoli. E se questo ethos doveva soffocare le tendenze indipendentistiche, beh poco male, ogni volontà particolare doveva convergere verso il bene comune.

Mussolini ci riuscì richiamando alla memoria e edulcorandolo ovviamente, l’agiografica mitologia dell’impero romano.

E questo ideale era sostenuto anche da grandi intellettuali.

Secondo estratto:

Con l’EUR e i Fori Imperiali, quel tronfio fantoccio di Mussolini sta facendo allestire una bella scenografia di cartone come sfondo per i suoi vagheggiamenti da nuovo Cesare. Ma è solo questo: scenografia. Nessuno ci crede davvero, come in Germania, dove Hitler e la sua congrega di spostati sono riusciti a prendere il potere sostanzialmente aizzando le fantasie più malsane del popolo tedesco. Il fascismo è stato accettato per quieto vivere, non per convinzione, e ci pensano i bastoni degli uomini della Milizia a farlo ingoiare a quelli che non ne sono convinti affatto.

 

Il fascismo non fu, secondo un grande storiografico, di nome Karl Dietrich Bracher, un vero e proprio totalitarismo. Nel suo “Il novecento, secolo delle ideologie” Bracher iscrisse Mussolini nella gamma dei regimi autoritari.

La differenza?

Leggetevi Bracher!

Scherzo ora ve la racconto io, in modo semplicistico per darvi uno spunto.

Nello stato AUTORITARIO in diritti degli individui sono sottoposti ai principi informatori dello stato stesso e finalizzati a raggiungere il cosiddetto interesse superiore, nico autentico e vero creatore di NORME. Diventa TOTALITARIO quando inizia a regolamentare TUTTA la vita dei cittadini negli aspetti privati, e spirituali. E quindi ogni manifestazione è regolamentata, scienza che diviene di stato, morale educazione e manipolazione mentale. Si è portati a credere reali i miti fondanti la “ragione di stato”.

E la differenza, chi studia davvero bene i regimi del novecento, salta subito all’occhio.

Ma i nostro Giuseppe la racconta meglio di Bracher:

 

Stiamo parlando di fascisti, non di nazisti, Jack. I nazi era persi per quelle puttanate della Tradizione con la “T” maiuscola, la Terra Cava, l’Agharta e tutte queste baggianate, tu ne dovresti sapere molto più di me…»

«Un misticismo allucinato, fanatico e crudele».

«Che al fascismo non apparteneva. I nostri gerarchi erano buontemponi paragonati ai capi delle SS. Quando si trattò di passare al lavoro veramente sporco, durante la Repubblica Sociale, dovettero rivolgersi a depravati da manicomio criminale e delinquenti comuni per organizzare le Brigate Nere».

«Suona un po’ come una citazione presa da un libro di Pansa».

«Non sto difendendo il fascismo, che era una gran merda nella sua totalità. Solo, era molto diverso, nelle sue basi ideologiche, dal nazismo.

E ancora:

Nelle alte sfere, tutta questa buffonata a base di orbace, fez, parate e cantare a squarciagola Giovinezza è stata accolta con… indulgenza? Un male necessario per tenere la teppa al suo posto. Il fascismo ha smontato i sindacati, ammazzato o mandato al confino socialisti, comunisti e anarchici, soffocato i conflitti sociali nel drappo tricolore del patriottismo. Ma quelle scemenze su Roma caput mundi può bersele il popolino e basta. La verità, è che il fascismo, con tutte le sue censure, le pretese di dirigere la cultura e il mondo dello spettacolo tramite un apposito ministero e il patto di ferro con la Chiesa, risulta terribilmente… noioso.

Vi garantisco che nel mio studio dei movimenti ideologici, ho sempre vissuto questa dicotomia tra fascismo e nazismo.

Il fascismo era pragmatico, di facciata ma non vissuto pienamente dai loro gerarchi perché non sussisteva un condizionamento mentale autentico.

Tutto serviva semplicemente per unire le masse disgregate e fornire una base per legittimare azioni che avevano sempre scopi materiali.

Il nazismo no.

Era un movimento che nell’occulto si sguazzava, capace di titillare non le esigenze spicce del popolo, ma il lato oscuro, quello nascosto, frustrato, deriso dagli accordi post primo conflitto. E’ quella banalità del male, quel patto con il demonio che aveva un odore sulfureo, e che faceva del mito norreno e nordico, privato della sua poetica e reso soltanto sangue e brama, il vero substrato tradizionale da imporre agli altri tramite la manipolazione psicologica.

Ed è la noia subita da un regime scarno come quello fascista, prettamente pratico che cercava in modo becero e assurdo di rispondere alle esigenze di un paese raffazzonato più che creato, di un paese nato per proteggere interessi e privilegi, veniva curata con un richiamo di facciata, alle teorie allucinanti e allucinatorie che nel nazismo viaggiavano libere e incontrollate.

Ma era non un esigenza luciferina, ma veniva anch’essa sacrificata a fini mondani, che si servivano del “diavolo” soltanto per avvicinarsi in modo immediato alla bella vita.

Se altri organismi sociali e politici all’esoterismo ci credevano veramente, il racconto onirico e apparentemente assurdo che fa da sfondo a Mysteriana, non è altro che quello che oggi noi viviamo costantemente.

Il sacro è merce di scambio, l’esoterismo finisce in banca in buoni, azioni e ville. La magia è uno strumento per assicurarsi i salotti buoni e magari un perfetto lifting.

Basta che il sale non si sciolga per portare i guadagni nelle off shore.

Ecco che Mysteriana, tramite l’indagine di un problema mai del tutto superato mette a nudo il nostro modo di vivere e persino la nostra anima, quella di sfruttatori di ogni emozionalità, di ogni sentimento, del sesso, dell’arcano, dell’esoterico per un baratto meno nobile di quello di Otto Rahn ( che almeno il graaal lo voleva trovare davvero per assicurarsi la conoscenza suprema) quella di sbarcare il lunario.

Noi oggi non abbiamo i Plantard, i De Cherisey, i Papus.

Non abbiamo Steiner, Gurdjieff, Blavatasky, Bailey.

Anche se almeno un Evola lo possiamo vantare.

Abbiamo Othelma, Wanna Marchi, i cartomanti e il mago Don Nascimiento.

Non abbiamo riviste come Circuits, o studi alla Guenon.

Abbiamo mysteriana e company.
Abbiamo lo sfruttamento del mondo occulto semplicemente per comprarci il completo firmato.

 

un mare fatto di testimonianze finto-autentiche, notizie pseudo-storiche e informazioni quasi-scientifiche, in cui navigava un’umanità in cerca di redenzione dall’orrore del quotidiano o soltanto disfatta, credulona, ignorante. Per lui e quelli come lui, semplicemente un gregge da mungere. Raccogli dichiarazioni e notizie, infiocchettale e pubblica tutto. Due siti web che facevano trentamila l’anno di pubblicità e un mensile con una tiratura sempre in aumento.

E ancora:

Tanti tuoi colleghi fanno la fame nelle redazioni dei quotidiani, mentre tu galleggi beato, cullato dalle onde del Golfo Onirico, nessuna fatica, le notizie vengono a te, spontaneamente, tu devi solo servirle agli interessati, dal produttore al consumatore praticamente senza intermediari, vita facile e stipendio sicuro, e anche questo è giornalismo, no? Lascia perdere i sogni, le ambizioni giovanili (e magari giovanilistiche) di inchieste che rovesciano governi o di reportage in stile gonzo. Non eri tu quello che poteva diventare l’Hunter S. Thompson italiano. Uno come Thompson, in questo paese di merda, non si può neppure immaginarlo.

E anche qua la satira è sullo invilimento di una nobile professione che oggi naviga grazie al gossip agli articoli da marchettari, alle fake news e all’utile e interessante (ammazza ) propaganda elettorale.

E tutto questo marcio, dalla letteratura al giornalismo prezzolato, ha le radici nel nostro ieri, fatto di compromessi e di accettazione muta e poco convinta, in favore del buon vivere e del mutuo pagato.

Storia di un lungo intrigo, storia di una degradazione del nostro più importante dono: l’immaginazione.

Questo non è solo un libro di svago, un giallo, un thriller, con un umorismo graffiante.

E’ il racconto crudo di noi stessi e di quell’abominio che oggi insistiamo a chiamare cultura.

E forse è il libro più intellettualmente onesto, più evocativo e più importante che possiamo oggi leggere.

Perché tra una risata e uno scoop, forse il pensiero si sentirà stuzzicato e forse, ripeto forse, il cambiamento avvierà quando lo stesso si troverà di fronte alle sue cadute.

Del resto non sempre una caduta ci trasforma in demoni.

Anche se in questo libro, i demoni sono molto più saggi di noi.