Il nostro blog è lieto di presentarvi un nuovo eccezionale collaboratore che si occuperà della sezione articoli. E quale modo migliore di farvelo conoscere, se non attraverso i suoi scritti? Ecco a voi “Geremy Benthan. Una inquietante visita all’Università di Londra” di Alfredo Betocchi.

 

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Cari lettori, eccomi qua per parlarvi di un filosofo, ma niente paura, non è mia intenzione annoiarvi con pallosissime teorie incomprensibili.

Voglio parlarvi di un personaggio molto originale nei suoi comportamenti e nelle sue scelte. Si tratta di Geremy Bentham, filosofo, giurista ed economista inglese, nato a Londra nel 1748 e morto a Westminster alla veneranda età di 84 anni.

Di famiglia molto benestante, fu avviato dal padre a una carriera di avvocato e poi di giudice, molto considerata ed esclusiva delle classi abbienti. Il giovane Geremy rimase, però, disgustato dall’approssimazione dei giudizi e dall’ingiustizia diffusa nei tribunali e scelse la filosofia.

Aderì entusiasticamente agli ideali della Rivoluzione Francese, rimanendo però prudentemente in Inghilterra dato che teneva molto alla sua testa.

Scrisse diverse opere a sfondo morale e morì, nel 1832, tranquillo e pacifico, nel letto della sua villa di Westminster.

Molti anni fa, ebbi l’occasione di visitare la preziosa biblioteca che si trova nell’Università di Londra. Un mio amico professore mi raccontò un fatto inquietante a cui credeva fermamente.

L’illustre filosofo, ricco sfondato, lasciò in eredità alla prestigiosa Università Reale un vitalizio sostanzioso che, incredibile a credersi, viene versato dagli eredi ancora ai nostri giorni.

Avendo aderito agli ideali della Rivoluzione Francese, professava un anticlericalismo viscerale insieme a un ateismo militante. Nel lascito testamentario, Geremy Bentham stabilì che il vitalizio sarebbe stato erogato in eterno a patto che … il suo corpo, imbalsamato, fosse conservato all’interno della Biblioteca. Questo avrebbe dovuto essere portato nella Sala Professori ogni qual volta essi si riunivano in consiglio. Figuratevi la faccia del Magnifico Rettore dopo che il notaio ebbe comunicato le ultime volontà del loro mecenate!

Le somme versate annualmente da Bentham erano troppo importanti per poter sollevare obiezioni. Gli inglesi, si sa, sono un popolo pratico e tradizionalista. L’eredità fu così accettata. La salma del povero Geremy fu opportunamente imbalsamata e sistemata, seduta, su un apposito scranno di legno munito di ruote per il trasporto in Sala Professori. Le disposizioni testamentarie non finivano qui: il defunto aveva stabilito pure che, in caso di votazione, il Collegio dei Professori dovesse contare un voto in più… il suo! Ma come fare a sapere il parere dell’originale filosofo?

Ebbene, il Genio aveva pensato anche a questo: ogniqualvolta ci fosse stata da prendere una decisione in tema religioso, il voto di Geremy Bentham sarebbe stato inequivocabilmente “contrario”.

Il principio democratico di “one man, one vote”, qui si traduceva in “io pago quindi voto, vivo o morto che sia!” Sembra incredibile che nel 2019 si perpetui ancora questa prassi testamentaria, ma è così.”

E non è ancora tutto, miei cari stupiti lettori.

C’è dell’altro…e macabro!

Una mattina, agli inizi del secolo scorso, il Collegio dei Professori, fu riunito in Consiglio. I valletti portarono, come di consueto, lo scranno con Geremy Bentham al capotavola opposto a quello del Magnifico Rettore, addossandolo al bordo del tavolo in modo da non farlo cadere. Iniziata la discussione, di argomento religioso, questa prese una piega fortemente polemica. Le voci si alzarono e qualcuno, alterato, battè forte un pugno sulla tavola. Il colpo fu così violento che scosse il cadavere del povero Geremy, la cui testa si staccò dal busto e rotolò sulla tavola, piena di documenti. Immaginatevi la scena seguente!

Le professoresse si misero a strillare, qualcuna svenne e i più si ritrassero inorriditi dal macabro incidente. I valletti raccolsero pietosamente la testa e riportarono lo scranno dentro l’armadio dove veniva conservato.

I professori protestarono vivacemente per l’accaduto, dicendosi contrari a continuare quella ridicola sceneggiata. In seguito, calmatesi le acque, il Magnifico Rettore decise che la testa originale fosse rinchiusa in una scatola di legno da porsi sopra l’armadio.

 

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Fu predisposta così una copia in cera da sistemarsi sul busto del cadavere.

La tradizionale “inquietante presenza” fu mantenuta ma ora il filosofo è trasportato dentro il suo armadio chiuso con un’anta di vetro.”

Chi avesse occasione di recarsi al pian terreno dell’Università potrà vedere, a destra dell’ingresso, l’armadio con il corpo imbalsamato del singolare filosofo seduto alla sua scrivania.

Jeremy Bentham nell'armadio

 

Ma non è ancora tutto! La Biblioteca è ospitata in tre edifici adiacenti posti a forma di U.

I lunghissimi corridoi, pieni zeppi di scaffalature ricolmi di antichi volumi, sono divisi ogni 50 metri da porte che vengono chiuse ogni sera da un custode con chiavi differenti per ciascuna serratura che sono poi conservate in cassaforte. I custodi hanno giurato, in occasione della mia visita, che di notte si accendono luci in ogni tratto del corridoio, ora qui, ora là, sebbene nessuno possa farlo a causa delle porte rinserrate.

Evidentemente c’è un fantasma… e chi se non il nostro simpatico filosofo?

Questo fatto è per lo meno bizzarro!

Per un ateo, convinto che l’anima non esista, trasformarsi in un fantasma…è il colmo!

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Omaggio al mondo segreto. A cura di Alessandra Micheli


 

 

C’era una volta, è la frase magica per eccellenza che ci proietta in una dimensione fatata, quella che attrasse secoli or sono un abate scozzese un certo Robert Kirk autore del mio libro preferito Il regno segreto.

In queste pagine dal profumo strano quasi di bosco, egli sosteneva, nonostante la sua fede protestante, l’esistenza di un regno segreto popolato da esseri strani e misteriosi, dotati di leggi, di etica e di moralità che a noi sembravano alieni.

Era un mondo di regole distorte, quasi uno specchio deformato e i folletti, le fatine rese bonaria dall’opera di un certo disney qua apparivano meno luminose, meno solari con tinte oserei dire crepuscolari e rarefatte.

Le fiabe stesse, partorite dalle menti in contatto con questa strana dimensione, non erano certo quelle gioiosa che ci raccontiamo oggi.

Erano…crudeli, sanguinarie, gotiche e oscure, come se scaturissero da quella regione animica che più tardi, l’opera del buon vecchio Jung sdoganò dal tabù di non nominarla mai.

Le fiabe e il c’era una volta, sono dunque il lasciapassare per il mondo altro, il regno incantato dei Fearie.

Nascono in un substrato vespertino, in quell’orario che rende, per un istante sospeso il mondo, in bilico tra sogno e realtà.

La stessa fiaba di Peter Pan ha quest’inquietante oscurità.

Per non parlare di Alice immersa in un mondo di non sense, che ammira estasiata il ghigno inquietante del gatto del Cheshire.

Eppure quanto ho amato quel gatto!

Quanto ho sognato di sedere a quel tè bizzarro, quanto ho amato il cappellaio che nei disegni di quel libro che tanto amavo da bambina, risultava,,,spaventoso ai più…

Le mie fantasticherie erano cosi avvolte da una nebbia, dallo strano effluvio di lillà, di glicine ma anche di terra bagnata con un sentore di muffa che alle mie narici appariva come il più esaltante dei profumi.

Io trovavo in quegli strani racconti, una bellezza selvaggia, un canto antico che faceva vibrare corde segrete del mio essere.

E mi sentivo abbracciata da strane ombre, seguita da personaggi bizzarri, come se l’altro regno avesse trovato un varco o uno squarcio tra i veli che separano i mondi, per portare scompiglio e caos nella nostra stantia quotidianità.

Perchè è quello che fanno le fiabe, che creano i racconti che mi hanno nutrito come madri premurose.

E’ quell’atmosfera di terrificante, terribile magia che il libro certi racconti, gallesi e irlandesi sprigionano.

Vi siete mai chiesti il vero senso del termine terribile?

Ve lo svelo.

Nonostante noi preferiamo la dicitura classica ossia di un qualcosa che incute terrore, che atterrisce, esiste un altra strana definizione, quasi nascosta che mi attrae come calamita:grande, fortissimo, eccessivo, e indicare qualità straordinaria, formidabile.

Perchè il mondo numinoso è cosi, spaventoso perché rompe ogni logica regola, ma anche seduttivo, ammaliante, incantato, che avvince come una melodia, come il ritmo di una filastrocca, e che ci trasporta in un altra dimensione.

Non vi svelerò la strada per il Regno, che dovete scoprire da soli, ma vi svelerò il suo segreto più importante: le storie hanno tutte una fonte comune e divengono vere, importanti solo se qualcuno le racconta.

Noi stessi siamo storie che non smettono mai di provare a modificare finali, a inventare alternative e a tentare di staccarci da quella divinità che non fa altro che produrle, pensarle e renderle vive.

Di quel mondo raccontato da tanti autori, abbiamo un disperato bisogno.

Per tendere la nostra vita creativa, per provare perché no il sano orrore quando abbracciamo lo straordinario, cercando di far si che il weird ossia il bizzarro, il meraviglioso irrompano nella nostra vita rendendoci più simili a quella materia fatta di sogno, intessuta di illusioni di cui è fatta la nostra anima.

Siamo storie da raccontare o storia già raccontate, e apparteniamo a un mondo delle idee in cui tutto esiste e in cui tutto torna.

Abbiamo bisogno di credere che l’impossibile accada e possa accadere.

Abbiamo un disperato bisogno di fantasia.

E cosi leggere quelle storie, quegli autori che hanno osato sollevare il velo, mi ha portato indietro a quel passato lontano della me bimba che credeva come credeva Kirk, che il regno segreto fosse reale, tanto che bastava un piede in fallo per esserne per sempre rapito.

Forse meno luminoso dei sogni di oggi, scintillanti e pieni di luci colorate, forse

è ombra e nero ma un nero lucente, è fatto di vita e di magia.

E’ intessuto da rami che hanno una brillantezza diversa dalla nostra, quasi pallida come è pallida la luna.

Tutto brunito, tutto opalescente e al tempo stesso vivido.

Rapiti da questi antichi echi ci si sente sprofondare con una strana gioia e bramosità in un reame fatto di intricati legami con il nostro fatto di incomprensibilità, eppure cosi seduttivo.

E’ il luogo da cui la tradizione e i racconti, le leggende, i nostri archetipi prendono forma e si riversano nella mente elastica e fragile dei narratori di storie.

E il racconto diviene carne tanto che, chi è toccato da questo miracolo, viaggia assieme a loro.

Si siedono con te sull’autobus, prendono un tè e capisci che sono loro perché lasciano un profumo di bosco sui tuoi vestiti.

Sfuggenti flebili, sono il mondo vicino a noi, il passaggio da un regno all’altro, in cui far transitare istinti primordiali e una strana soffusa sete di magia.

E ora scusate, mi aspetta un tè con il mio amato Cappellaio, una grattatina al gatto ghignante e una bella corsa con tetri personaggi in una pazza, folle caccia selvaggia.

E magari una passeggiata al chiar di luna, con uno strano Re dalle lunghe corna e dagli occhi neri, capaci di ingoiare ogni luce, ma che brillano ancora una volta solo per me.

Il gran ballo mi attende.

I due sacerdozi. A cura di Alessandra Micheli

 

La tradizione giudeo cristiana, distingue due sacerdozi: uno secondo l’ordine di Aronne l’altro secondo l’ordine di Melkitsedeq.

Quest’ultimo, in quanto ordine di Elohim, (il celeste) risulta superiore perché sussiste in eterno ed è di origine non umana, poiché egli è fatto simile al figlio di Dio, poiché è attraverso la legge che formula  che, per questo mondo, egli è espressione e immagine del Verbo Divino.[1]

Gli attributi propri di questo Re di Giustizia, sono gli stessi simboli propri dell’arcangelo Mikael (l’angelo del Giudizio): la bilancia e la spada. I due simboli rappresentano le funzioni amministrativa e militare, i due elementi costitutivi del potere regale.

Graficamente, essi sono i due caratteri che formano la radice ebraica ed araba del termine “Haq” che significa, al contempo, giustizia e verità[2]

Haq è la potenza che fa regnare la giustizia cioè l’equilibrio simboleggiato dalla spada ed è questo il carattere preciso ed il ruolo essenziale del potere regale.

La presenza reale della divinità, è rappresentata nel mondo inferiore dall’ultima delle 10 Sephirot, chiamata Malkut. Tra i sinonimi dati a Malkuth compare anche Tsedeq il giusto.

L’accostamento della regalità (Malkuth) alla giustizia (Tsedeq), si ritrova nel nome del Re del Mondo Melkitsedeq.

Melkitsedeq è, dunque, il realizzatore della pace e della giustizia, nonchè Maestro di tutti i maestri che hanno collaborato nell’opera di evoluzione e di creazione delle civiltà, nei tempi e presso vari popoli.

Chi collabora a quest’opera di cambiamento evolutivo, appartiene all’ordine sacro di Melkitsedeq, come sopravvivenza di una religione più antica, depositata e criptata, nella storia più segreta dell’ebraismo.

Consacrare un luogo a Michele/Melkitsedeq, significa farne un avamposto mistico in cui, la luce della Divina Emanazione, possa fare da tramite tra l’uomo e Dio e realizzare, così, benevolmente la vera opera di creazione, mediante una continua e costante rinascita interiore.

Si tratta di ottenere una forma di gnosi direttamente da quella gerarchia spirituale che si rivela custode di antiche conoscenze, derivate certamente dall’incontro dell’uomo con i figli di Dio i Ben Ha Elohim e trasmessi di generazione in generazione.

Questa trasmissione, è prettamente regale (ossia formata da Verità e Giustizia) ed estremamente selettiva dato la delicatezza del compito.

Ed è questa che è confluita in alcuni ordini segreti come la massoneria, i rosacroce e il fantomatico per molti, Ordine di Sion.

 

Note

[1]     Melkitsedeq viene appellato nella Pistis Sophia il Grande ricevitore della luce Eterna.

[2]     Caratteristiche che, da millenni è stata utilizzata per designare la regalità.

 

La rubrica misteri e enigmi presenta ” i due volti di Dio” di Alessandra Micheli

 

Narra un’antica leggenda che Dio, o i due volti di Dio, spingono gli uomini a superarli. Solo in questo modo la creazione va avanti. Ogni volta che l’uomo supererà i propri limiti e cererà sé stesso dalle ceneri, si avrà un atto creativo che darà origine a Dio stesso. E in questo caso, Dio, diventa la Vergine cosmica, colei che dà la vita e nella quale riposa la vita, in attesa che il fato si compia.

Ma, esistono tempi bui, in cui si invoca la forza e il coraggio di impegnarsi nella grande battaglia contro i dominatori di questo mondo, gli arconti, mostrando la strada della verità all’umanità, per non permettere che essa anneghi nell’oblio. Prima di compire l’opera, si deve cercare la Verità dentro di sé, compiere un percorso iniziatico per diventare dei custodi della Verità, protettori del mondo, parte di quella stirpe di eroi/ re, i Merry Man, gli uomini di Maria, la Dea del mare, della spuma, della nuova nascita.

La verità, nasce e si ricerca nella crisi, che diventa, così, un momento di estrema consapevolezza. L’eredità che ogni uomo porta con sé, come patrimonio genetico, è sicuramente un’eredità difficile, che comporta il dono di percepire la falsità e pertanto trovare il vero volto degli uomini, perché la falsità è una maschera usata per nascondere la ferita provocata dalla perdita del legame con il sacro.

In un tempo in cui gli Dei camminavano tra noi, e il sacro respirava nell’universo, alcuni tra i dei maggiori, gelosi della grandezza dell’uomo, riflesso fulgente del volto di Dio, crearono l’illusione del mondo materiale, nascondendo il mondo sacro, l’Eden.

E crearono le religioni per nascondere ai nostri occhi la Verità.

La setta degli assassini, i templari, gli gnostici, i rosacroce, le streghe, furono solo alcuni che strapparono il velo dell’illusione creato dagli arconti, che si impadronirono del mondo sacro.

Ricordate la sensazione che si prova nel silenzio del bosco, quando spiriti a te affini, sussurrano nella penombra degli alberi? Quello è il vero mondo creato da Dio. L’altro, fatto di luci scintillanti, città brulicanti di persone senza volto, il successo, il mondo del potere, dell’eccitazione, quello è il mondo degli arconti.

Esisteranno sempre, coloro che riconosceranno il respiro del sacro. Sono coloro che sanno come la Verità presuppone il superamento di tutte le religioni, che rappresentano solo il velo con il quale essa è coperta.

Ritrovare la sapienza antica, la sola in grado di salvare il mondo, ecco il compito dell’uomo. Essa è sparsa nel mondo e sta noi mettere insieme i pezzi.

Una parte di questa sapienza, la conservarono i movimenti eretici cristiani, altre le religioni sciamaniche dei nativi, degli aborigeni dell’Africa, altri pezzi li ritrovarono i movimenti mistici dell’Islam, che riuscirono a travalicare i limiti umani, imposti loro dalle religioni.

Tutti loro si riallacciano al sacro ordine di Melchisedeq, il re del mondo, il legislatore, il volto del Dio supremo.

Si narra che questo re dimori in città sotterranee, entrate a far parte del mito, come Erks, Agharti, Avalon. Esse sono le dimore dello spirito, che sono oltre il velo dell’illusione. Nostro sacro compito è di ritrovare gli ultimi pezzi della tradizione primordiale per tornare ad essere Angeli i Ben Elohim, figli del Dio o della Dea.

Cercare incessantemente la Verità, è l’unica cosa che ci rende davvero umani. e perfettibili.

Buon viaggio

 

La rubrica misteri e enigmi presenta:”Lo gnosticismo nella bibbia” di Alessandra Micheli (fonte Lex Aurea numero 57 http://www.fuocosacro.com/pagine/lexaurea/lexaurea.htm)

 

Nel suo articolo L’archetipo della trasformazione[1], Igor Sibaldi racconta un interessante versione alternativa della Sacra Bibbia secondo cui la divinità dell’ebraismo non è stata come comunemente si pensa una e intera. Effettivamente se si analizza in modo approfondito il testo biblico relativo alla creazione si nota che nel testo compaiono due nomi della divinità come se fossero due volti distinti e due diverse personalità: il Dio creatore, quello che Gesù chiama Padre e il signore Dio, il custode della creazione, “l‟Arconte di questo mondo”. Seppur sembra una tesi gnostica questi dati sono ben visibili a chi ha voglia di indagare.

Infatti all’inizio del meraviglioso testo della Genesi viene identificato Dio Creatore come l’Elohim[2]. La traduzione del termine Elohim è molto interessante. Infatti indica un insieme di forze divine sia maschili che femminili essendo un termine plurale. Quindi può essere tradotto come “tutta la divinità”, “coloro che sono in alto”, “I signori di sopra”. Questa traduzione indica che il termine ha una sua intrinseca dinamicità come se tutta questa energia spingesse oltre il limite in un eterno moto creativo. Non è un termine solido ma fluido, cangiante, ricco di sfumature.

Addirittura ho trovato interessante una traduzione che rapporta il termine Elohim come “l’armonia divina che concentra il ritmo del suono in un liquido.”[3] Perché affidarmi a una simile traduzione amatoriale? Perché stranamente questa traduzione racchiude il senso della creazione stessa vista come suono, acque primordiale stimolate dal suono:

 

“ In principio Dio creò il cielo e la terra.. Ora la terra era una massa informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo Spirito di Dio aleggiava sulle acque

Dio disse “sia luce” E luce fu….[4]

E ancora:

“In principio era il verbo E il verbo era presso Dio

E il verbo era Dio…”[5]

 

Si nota come la divinità Elohim sia caratterizzata da due elementi la fluidità dell’acqua che forma la materia, dal suono (la parola) il verbo che dà l’imputo alla mobilità della creazione. Una divinità che quindi è movimento, e spinta creativa che può essere vista come un’energia che va avanti che crea, come la forza che va oltre.

Contrariamente il Signore Dio, è in ebraico YHWH[6], Yod- He-Waw-He[7] che significa colui che rende visibile la vita, che limita la vita. YHWH è anche il participio del verbo essere. L‟essere per gli antichi, era inteso come realizzazione e limitazione: io sono tanto più pienamente me stesso, nella misura in cui non sono qualcos’altro. Io sono se non divengo, mentre, per divenire, devo temporaneamente cessare di essere ciò che sono. YHWH è il Dio di questo essere limitante, colui che diede all’umanità la sua forma e sostanza materiale e gli permise, così, di essere nel mondo terreno. El, è invece il Dio del divenire che sempre trasforma e si rinnova. El, il creatore, è il Dio che fece l‟uomo a sua immagine e somiglianza e il nostro io più grande e profondo è, per sua natura, tutto quanto nel crescere e nel divenire. E fu questo aspetto a spingere l’uomo alla ricerca spirituale creando cosi inevitabile attrito con l’aspetto limitante di YHWH. Ci troviamo di fronte a una storia segreta della Bibbia? Sembrerebbe di sì. Se si legge con questo nuovo paradigma filosofico tutta la storia bibilica, si notano due straordinari fatti che cambiano radicalmente il rapporto Dio – Uomo. Se prima veniva spontaneo interpretare la ribellione dell’uomo come mera l’ingratitudine umana di fronte alle condizioni dettate dalla divinità (!) (magistralmente esposti nella storia di Eva e la mela) ci accorgiamo, ora, che l’uomo disobbediva non per orgoglio o imperfezione o costretto da un’entità malevola a allontanarsi dalla comunione divina ma semplicemente si comportava secondo l’altra sua natura divina: voleva conoscere, crescere, cambiare.

YHWH, d’altra parte, per sua stessa natura frenante non poteva fare altro che contenere e limitare la brama di conoscenza umana tanto che presto nonostante i confini imparò a entrare in contatto con i figli di Dio i Be-Ha-Elohim, i Vigilanti o i Guardiani. Questi donarono alla donna in primis e ai loro figli straordinarie conoscenze in ogni campo dello scibile dalla medicina all’astronomia alla botanica alla geometria sacra gettando le basi per il perpetuarsi della tradizione sacra giunta fino a noi attraverso le discipline esoteriche. Emblematico a questo punto diventa l’interpretazione del diluvio universale. Seguendo sempre questa ottica fu la forza limitante a voler punire l’uomo per la sua disobbedienza di voler conoscere e crescere laddove era necessario si affidasse per fede ai dettami spesso insensati del suo volere. Un volere che nascondeva non un atto di pietas verso l’uomo quanto la gelosia cieca di una divinità che non voleva che l’uomo maturasse e diventasse libero. Se continuiamo con questo ragionamento non fu dunque JHWE a pentirsi per il gesto inconsulto cercando di salvare un uomo degno a scapito di un intera umanità (atto ben bizzarro che segue più un logica inferiore che quella di una fonte di energia pura) ma furono gli Elohim, quell’energia che spinge oltre a salvare Noè. Lo gnosticismo dunque fu la vera fede prigenia? Fantasie o realtà?

YHWH fin dall’inizio, rappresenta il Signore di questo mondo l’energia che dà consistenza e solidità al presente ovviamente a scapito o non curandosi del futuro a scapito del futuro. Rappresenta l’arconte che tenta a tutti i costi di tenere legato l’uomo a sè, alla solidità per poter sopravvivere. Per questo motivo le religioni istituzionali, il cui scopo è esserci il più a lungo possibile, si trovano a loro malgrado a venerare principalmente l’aspetto di YHWH e insegnano a guardare la vita unicamente dal suo punto di vista e ponendo come valore la fede cieca. Mentre la sapienza gnostica la vera fonte dell’esoterismo tende a privilegiare la ricerca della Forza che spinge oltre i confini per assorbire una diversa prospettiva della vita rappresentata dalla Sophia la conoscenza, a scapito della fede senza domande che viene vista come un velo che oscura la vera visione della vita e di Dio. Lo gnosticismo venerando il cambiamento, la comunicazione intesa come acquisizione di informazioni che cambiano la prospettiva e il modo in cui vediamo il mondo si pone in contraddizione forte e netta con chi limita tale opportunità creando pertanto una cosmologia dualistica di forze che combattono tra loro per la conquista dell’uomo. Ma ci troviamo davvero di fronte a una contrapposizione escatologica di materia contro lo spirito? In realtà, le due forze non sono anzi non possono essere in contrapposizione netta, poiché impegnate nella medesima opera creativa, con ruoli necessariamente diversi. Infatti la vita ha bisogno di due energie che apparentemente si oppongono ma che in realtà sono necessarie per formare la vita. La vita stessa come la conoscenza ha infatti bisogno di due energie per essere realizzata: l’energia creativa, propulsivo, colei che indica la via da seguire e le mete da raggiungere indicante e conservativa quasi , frenante, colei che pone le basi su cui la creatività costruisce.

Senza le necessarie resistenze culturali e linguistiche presenti nella forza conservatrice non si avrebbe lo stimolo alla rielaborazione di assunti che mano mano appaiono non idonei a capire interpretare e gestire il contesto in cui si viva. E’ la natura che resiste al cambiamento che spinge per un atto di ribellione a spingersi verso il cambiamento stesso. Esiste nell’umanità e nei processi cognitivi stessi la tendenza verso la coerenza e la conservazione che è propria dell’organismo. Questa propensione tende a rifiutare ciò che avverte letale per il suo equilibrio; però dall’altro lato esiste il bisogno profondo di accogliere il nuovo stimolo che arriva dall’esterno proprio perchè accanto alla conservazione c’è l’istinto all’evoluzione. Ed è questo scontro tra nuovo stimolo e coerenza a creare il movimento necessario alla prosecuzione della vita. A favore di quest’eterna lotta esiste il bisogno concreto di un organismo all’evoluzione stimolata dalla naturale percezione di una differenza tra il sapere acquisito e il nuovo stimolo, tra la solidità della materia e l’ansia di spiritualità. Questa interazione di forze opposte che genera energia e la capacità di apprendere, di spingersi oltre di ribellarsi di osare. Queste due forze in sostanza stimolano, istruiscono, incoraggiano l’uomo per andare avanti fino creare nuove visioni, nuove conoscenze e di conseguenza proprio perché il pensiero stesso forma la vita a portare avanti la creazione intera! In questa tensione energetica l’uomo collabora non solo alla sua particolare evoluzione, ma all’evoluzione di tutta la vita, la sua opera ha, bensì, bisogno che l’uomo stesso vada oltre e la porti avanti di cambiamento in cambiamento, di stimolo in stimolo, di differenza in differenza, da cui nasce una straordinaria cooperazione di scoperte terreno-celesti. Con l’esortazione al superamento dei confini, in sostanza i confini stessi cambiano con l’uomo, spostandosi sempre più in là fino, a che le due forze opposte diventano parte di un’unica autentica forza ripristinando l’origine stessa della vita e di Dio.

Il Dio confine così come il Dio evoluzione sono stesse facce di un energia primigenia che lo gnosticismo identifica nel pleroma[8]. L’uomo barcamenandosi tra stimoli e confini, dunque ristabilisce l’unità originaria, sia che il confine rappresenti un qualsiasi problema che si ponga all’individuo singolo, nella sua vita quotidiana ed esiga da lui il superamento, mediante una radicale rinascita interiore. Solo in questo modo con questa spinta costante la creazione va avanti. Ogni volta che l‟uomo supererà i propri limiti e cererà se stesso dalle ceneri, si avrà un atto creativo che darà origine a Dio stesso. E in questo caso, Dio, diventa la Vergine cosmica, colei che dà la vita e nella quale riposa la vita, in attesa che il fato si compia. Quello che ci insegna lo gnosticismo tramite le sue portentose immagini è una sorta di manuale per tornare a essere se stessi integri invocando il coraggio nei tempi bui, a combattere contro coloro che non capendo il mistero della creazione cercano di legare l’uomo a una sola parte del divino. Mostrando sprazzi di verità agli uomini permettono che la verità stessa codificata in millenni di tradizioni sacre non anneghi nell’oblio.

Per questo lo gnostico ritiene indispensabile cercare la conoscenza e sopratutto dare un nuovo paradigma alle vicende umane e mitiche, in quei  miti in cui è racchiusa la storia intima dell’umanità. E quella storia mitica è racchiusa dentro di noi, nella genetica, nei pensieri, nella fantasia nei sogni e nelle visioni. É il mondo del sogno cantato dai bardi che ci dà lo scorcio della Verità, che ci rende protettori e creatori del mondo e parte attiva di una lunga stirpe di eroi. Eroi come archetipi importanti che rappresentano i presupposti su cui noi fondiamo la nostra coscienza e i simboli con cui essa necessariamente si esprime. Siamo pertanto responsabili di quei miti, di quei racconti, di quella stessa antica sapienza voce dei nostri progenitori voce di antiche memorie. La verità, nasce e si ricerca nella crisi, che diventa, così, un momento di estrema consapevolezza. L’eredità che ogni uomo porta con sè, come patrimonio genetico, è sicuramente un eredità difficile, che comporta il dono di percepire la falsità e pertanto trovare il vero volto degli uomini, perché la falsità è una maschera usata per nascondere la ferita provocata dalla perdita del legame con il sacro. I racconti e le opere gnostiche non sono, dunque solo splendide letture filosofiche, è il ricordo stesso del tempo in cui gli Dei camminavano tra noi, e il sacro respirava dentro di noi.

 

“che cosa è l’uomo perché te ne ricordi e il figlio dell’uomo perché te ne curi? Eppure l’hai fatto un poco meno degli angeli di gloria e onore, lo hai coronato. Gli hai dato potere sulle opere delle tue mani

Tutto hai posto sotto i suoi piedi”[9]

 

Chi geloso di questa grandezza, di questo riflesso dello stesso volto di Dio crearono l’illusione di un mondo materiale privo di poesia, incanto, sogno e magia, nascondendo il mondo sacro? Chi spaventato dall’enorme energia creativa di Sophia, della sua capacità di auto-generarsi, di morire e rinascere nascose ai nostri occhi la Verità sotto il velo delle religioni istituzionalizzate?

Forse siamo stati noi stessi, incapaci di adempiere al nostro destino, stanchi di combattere ogni giorno per trovare la luce. Ma ci furono nei secoli coloro che combattendo i nostri stessi demoni strapparono il velo dell’illusione impadronendosi di nuovo della loro eredità: il mondo sacro. Streghe, templari, rosa croce gnostici, ma anche poeti e pittori che ci sussurrano dagli scritti, dai racconti, dalle leggende, dai miti, dai quadri, facendoci intravedere un mondo sotterraneo di conoscenza e incanti e che ci porta, ci parlano di un mondo a cui appartiene di diritto la nostra anima. Quello è il vero mondo creato da Dio. L’altro, fatto di luci scintillanti, città brulicanti di persone senza volto, il successo, il mondo del potere, dell’eccitazione, quello è il mondo degli arconti. Esisteranno sempre coloro che riconosceranno il respiro del sacro. Sono coloro che sanno come la Verità presuppone il superamento di tutte le religioni, che rappresentano solo il velo con il quale essa è coperta. Ritrovare la sapienza antica, la sola in grado di salvare il mondo, ecco il compito dell’uomo. Essa è sparsa nel mondo e sta a noi mettere insieme i pezzi. Nostro sacro compito è di ritrovare gli ultimi pezzi della tradizione primordiale per tornare ad essere Angeli i Ben Elohim, figli del Dio o della Dea.

Cercare incessantemente la Verità, è l’unico modo con cui potremo un giorno tornare a casa.

 

 

 

Note

[1] Igor Sibaldi L’archetipo della trasformazione i misteri di Hera Magazine Giugno 2006 p.p. 11-12

[2] Gli Elohim compaiono sin dalla prima frase della Bibbia [Gen 1,1]. È il terzo vocabolo in assoluto .

[3] http://www.ilmisteriosomondo.com/2012/02/come-si-traduce-elohim-nella-mia-lingua/

[4] Genesi 1,3

[5] Vangelo di Giovanni Capitolo 1 versetto 1

[6] Jahvè è il nome personale di un dio maschio, il personaggio principale della Bibbia e compare dal secondo capitolo della Genesi [Gen 2,4].

[7] L’ebraico è una lingua geroglifica non diversa dall’Egizio.

[8] Il termine pleroma generalmente i riferisce alla totalità dei poteri di Dio. Il termine significa pienezza e viene usato sia in contesti gnostici che in contesti cristiani ( Colossesi 2,9)

[9] Salmo otto

 

“Lo gnosticismo”. A cura di Alessandra Micheli

 

Spesso, durante le mie ricerche ho sempre avvertito un irresistibile attrazione verso quelle filosofie eretiche dello gnosticismo e dell’ermetismo che si trovano celate tra i muri di pietra. Per quanto mi sforzassi di apparire oggettiva, queste idee mi toccavano nel profondo. Tanto da non riuscire a considerarle in maniera distaccata.

 Era questa la reazione che si voleva creare nell’uomo?

Quella sensazione persistente di sapere, in fondo, quanto esse siano vere e necessarie?

C’erano luoghi che facevano affiorare delle contraddizioni sepolte dentro di me. Profondamente influenzata dalla cultura celtica, stentavo a considerare il corpo e la materia come ricettacolo del male e che il mondo stesso, fosse la dimora privilegiata di potenze arcontiche. E mi chiedevo se, lo gnosticismo e l’ermetismo, fosse propagatori di tali concezioni o se, il simbolismo in esso celato, aveva connotazioni più ampie e profonde. Imbevuta della filosofia celtica secondo la quale il mondo è una creazione dello Spirito Unico, avvertivo questa presenza impressa ovunque. Bastava svegliarlo poiché ignorato da secoli, dormiva assopito. Nei boschi, nelle sorgenti, attraverso il vento, il cielo stellato, Dio, o meglio la Dea, parlava al cuore.

Allora come mai mi attraeva la filosofia opposta, secondo la quale il mondo era male?

E quale mondo era male?

Secondo i filosofi Indù, la realtà in cui viviamo è Maya, illusione, che ci impedisce di vedere il vero volto dell’uomo e del mondo. Eppure, molti mistici hanno cercato Dio nella solitudine della natura, nel contatto con la terra e imparando i misteri del Cosmo, scrutando i cieli. Il Corpus Hermerticum recita ” come in alto così in basso” a simbolo dell’originaria unione Cielo e Terra. Cielo e Terra, Spirito e Materia. Cominciai a riflettere: quale mondo io reputavo fasullo? La risposta era una sola, il mondo senza anima. Quella realtà mondana dove Dio, o la Dea, venivano estromessi. Dove l’illusione delle passioni, del potere, ci allontanavano dal nostro vero volto. Dove il cielo perdeva la sua magia e serviva solo da laboratorio, dove al sentimento di timorosa reverenza, si sostituiva la tracotante arroganza dello scienziato. Dove i cicli della creazione venivano piegati alla finalità cosciente dell’uomo reso sempre meno Dio. Allora regnava il male, il decadimento, la corruzione, ogni nostra azione perdeva ogni scintilla divina, prigionieri del potere arcontico, dimenticando il comandamento più importante “cercate il Regno di Dio che è dentro di voi”.

Se la rinascita è qui, allora la mente non crea più terrore; si lacera l’illusione e si torna a casa. Forse i morti vivono veramente vicino a noi ma senza le pastoie tipiche della nostra condizione umana. Dove non esistono città, la materia, ma solo luce, acqua e vento. E forse dove alcuni diventano stelle.

Ed è proprio in quel punto appena scoperto che si annidava la mia concezione gnostica. Io non credevo, né potevo credere, alla salvezza ottenuta soltanto per mezzo della fede o dell’intercessione di altri. Così come non mi convinceva l’idea secondo cui, l’uomo veniva spinto al male da un’entità esterna al proprio sè. La bontà, ossia quello stato elettivo di comunione con il Bene Supremo, doveva portare ad agire secondo una legge superiore di equilibrio e armonia. Pertanto, essa non poteva essere concessa soltanto se si seguiva  in modo cieco dei comandamenti, seppur giusti, imposti dall’esterno. La salvezza non poteva non trovarsi nella gnosi, nella condizione della conoscenza di sè. Bisognava, invece, comprendere il perché delle nostre azioni e bisognava soprattutto riconoscere Dio in ogni cosa; solo così si poteva ottenere la trasformazione di ogni atto in Sacro. L’accento andava posto sulla responsabilità personale di ognuno. Gli esempi servivano ed erano importanti, in quanto mappa che indica la via, da non confondere con la via stessa. Non andavano considerati solo per essi ma per ciò che dicevano, perché ogni loro insegnamento genera domande e le domande rappresentano la strada verso la Verità. Solo con la conoscenza, il male, viene annientato e riequilibrato. Così come siamo, il dualismo lacera, mentre la Verità riunisce ciò che è stato diviso. Per poter ascoltare questo messaggio, però, è necessario distruggere l’identità precedente per ascoltare con la voce dell’intuito e capire la differenza tra sensazioni dell’anima e sensazioni terrene. Questo è il vero gnosticismo.

Iniziavo a comprendere anche il motivo per cui, questo movimento, venne bandito e perseguitato dalla chiesa cattolica. Perché una volta che si seguiva la strada della gnosi, non si aveva più bisogno della Chiesa come istituzione intermediaria, dei sacerdoti, e dei sacramenti. Persino la filosofia druidica era permeata dalla stessa sostanza filosofica degli gnostici. I druidi, infatti, erano in grado di rendere manifesti i sogni (visioni) che rappresentavano delle particolari modalità di accesso alle altre dimensioni. Per loro l’universo era considerato come un ambiente composto da più realtà che si compenetravano e interagivano tra loro. L’altro mondo si trovava costantemente in contatto con il mondo sociale e materiale dell’uomo. Così gli antenati e i discendenti, si riunivano con i viventi nelle date di passaggio e il piccolo popolo conversava con i druidi nelle radure sacre (Nemeton). Inoltre, i druidi conoscevano le parole di potere che consentivano il viaggio attraverso i mondi poiché erano in grado di incanalare l’energia spirituale della vita. Ognuno di questi movimenti, anche se apparentemente scollegati e distanti, propugnavano l’accesso diretto alle fonti dello spirituale.

 Esisteva una via alternativa alla salvezza?

Dove a dettare legge fosse non tanto la fede quanto  un processo alchemico di rigenerazione?

Sì esisteva.

In questo processo, si doveva saper decomporre la materia iniziale (l’uomo terreno) separando gli elementi chiave, raccogliendoli e riunendoli per assicurare la loro completa coesione, per arrivare alla sintesi perfetta, dove non avevano più posto le antinomie che governano la natura umana. Un uomo trasformato dal fuoco segreto degli alchimisti, (l’unico in grado di risolvere le contraddizioni dello spirito umano)[1]  rigenera non solo il suo mondo interiore, ma anche il reame esterno dove esiste sterilità e decadimento e porti rinnovamento sotto qualsiasi forma[2]. Restituire la prosperità al reame interno dell’anima o esterno, significa guarire tramite la riparazione dei torti, delle ingiustizie, non solo esteriori, ma anche interiori. L’eroe del Graal, l’iniziato vero, è colui che conosce e incorpora il Sacro Principio: un reame che conosce ingiustizia e disgregazione è sterile. Solo chi è pronto a versare il suo sangue (o il suo io) potrà contribuire alla nascita di un nuovo mondo. In questo senso sta la regalità del Graal e la Regalità del Sacerdozio dell’ordine di Melchitsedeq. Verità, giustizia, equilibrio, sono i cardini su cui è impiantata la legge divina.

Ma c’era un altro elemento importante e tralasciato finora: la femminilità del Graal. In ogni luogo sacro anche a apparente impronta cristiana, si trova l’accenno alla Dea Madre. Spesso, questo graal-coppa è circondato da donne serpente, o donne dragone, è un richiamo alla linea dinastica matriarcale chiamata appunto Sangreal.

Cosa centra questo con il percorso iniziatici ermetico-gnostico?

Innanzitutto, l’immagine della Gnosi è prettamente femminile. Nello gnosticismo si aveva la venerazione della Sophia, il principio della saggezza; per i Templari essa era incarnata nella figura della Maddalena, sacerdotessa, secondo un’altra tradizione eretica, di Iside colei che tutto conosce. Questa venerazione profonda, non era altro che la presa di coscienza dell’esistenza dell’aspetto femminile e acqueo della divinità. La Maddalena era anche considerata depositaria del DNA del Sangreal (di stirpe davidica); tale stirpe è connessa con la stirpe di Iside[3].

La tradizione del Graal è dunque fortemente connessa al mistero di ogni sito sacro, da Rennes le Chateau a Chartres, a Altare nel savonese a Monte Sant’Angelo in Puglia, poiché esso conteneva accenni di molteplici tradizioni esoteriche, eredi dei misteri sumero-egizi. Non solo santuario iniziatici, ma anche vessillo di conoscenze alternative, eredi di antichi misteri risalenti, addirittura, all’origine della civiltà stessa.

I segreti egizi e sumeri, ponevano l’attenzione sulla rinascita spirituale e fisica dell’uomo e grazie al culto di Iside Regina del Cielo e di Osiride il Dio morto e risorto, l’uomo era in grado di accedere al cospetto della Mente universale e dell’intelletto Trascendente: in sintesi, il microcosmo (riproduzione in scala della Mente di Dio) si riunirebbe e fonderebbe con il Macrocosmo, ricreando l’unità originaria. Un altro elemento importante è che gli Dei egiziani (forse anche quelli sumeri), erano rappresentazioni di entità celesti: Osiride ritrovava la sua controparte celeste nella cintura di Orione, Iside invece si ritrovava nella stella Sirio.

Un altro elemento interessante era da individuare proprio nel culto della Dea Madre. Abbiamo già citato la figura celeste della grande madre; questa, oltre che ispirare reverenza per il simbolo di fecondità espresso dall’immagine, era anche una guida del tempo precessionale dell’ultima fase del pleistocene.

Aggiungervi il simbolo della costellazione del toro il fecondatore significava intuire un legame terra cielo.

Tale celeste congiunzione sembrava aver, dunque, dato origine alla vita: da qui il mito di esseri stellari venuti sulla terra per creare l’umanità accelerandone l’evoluzione.

La nostra origine è veramente stellare come sembrano suggerire miti ed iconografie?

 E’ questa la dimensione a cui l’uomo deve aspirare e tornare?

 

 

 

Note

[1]       la pietra filosofale ossia la gnosi ottenuta tramite un battesimo iniziatico

[2]       Come ricostruzione, procreazione o riparazione

[3]     Ed Iside era spesso associata alla stella Sirio: il legame stellare è sempre più forte

 

Lettera al mio Dio. Riflessioni sulla religione, sulla libertà e sulla conoscenza. A cura di Alessandra Micheli

 

Cos’è la religione?

Difficile comprenderlo, persino analizzare questo fenomeno che sembra connaturato all’uomo stesso. La religione è quel sistema di pensiero nel quale, volente o nolente, tutti noi siamo stati cresciuti. Magari alcuni sono andati oltre, altri lo hanno abbandonato in favore di un sistema più razionalistico, ma comunque per un periodo di tempo più o meno lungo, il contatto c’è stato, ci ha sfiorato e ci ha forse condizionato.

Quella più diffusa è risalente a parecchi millenni fa, nata in una terra lontana, in seno a un popolo che è stato, invece, protagonista  della nostra storia recente.

Cristianesimo lo hanno chiamato.

Dicono sia erede diretto o perfezionamento dell’ebraismo.

Perfezione, assolutismo, sacro.

Il termine poco importa.

Tutto ciò che ci donano queste radici è una sola certezza: Noi siamo nel giusto. Noi abbiamo la chiave del paradiso. Noi grazie al Cristo ci salveremo. Gli altri forse chissà per un atto di grazia…

E’ una parola sola che echeggia nelle nostre menti: Noi.

Non loro, solo Noi.

Come mi sento?

Difficile dirlo.

Io cresciuta entro i limiti del concetto di Dio, di Noi, di popolo eletto, non sogno altro che la fuga. Di andarmene oltre questi limiti. Limiti imposti dall’uomo, non dalla divinità, quale essa sia. L’uomo che l’ha creato a sua immagine e somiglianza.

Sono cresciuta con il Padre è ho imparato, o sono stata costretta ad imparare ad amarlo, amando il limite, l’essere a cui hai dato consistenza.

Nei libri della genesi si parla di due volti di dio: Jhavè il Dio del limite, colui che crea l’essenza, la forma che sembra una forza che va oltre che si rinnova in un ciclo infinito, partecipe dell’essenza stessa della creazione. Da una parte il Dio che ha dato consistenza al puro soffio divino. Dall’altra un Soffio Divino, una specie di grazia che fa parte di noi, la sentiamo dentro le ossa come una brezza di vento fresco.

Eppure è stata proprio la forma che ci ha permesso, in fondo, di godere fisicamente del sole, della terra, delle dolci acque, in cambio della libertà, della saggezza, del cielo che sarebbe rimasto suo esclusivo domino.

Eppure senza l’altro elemento, la Grazia, queste cose non ci avrebbero toccato l’anima, non  avrebbero custodito, in una parte di noi stessi, il sogno di raggiungere  proprio quel cielo da cui ci sentivamo esclusi. Da lì gli sforzi per capire il cosmo, per appropriarci delle sue leggi, di osservare, anche solo un istante il volto della grazia oltre l’essenza. Corpo e anima, a volte divisi a volte uniti ma sempre tendenti a raggiungere quel sorso di eternità.

Perché allora mettere solo la forma sull’altare della venerazione?

Perché soltanto il limite viene adorato?

Perché temere l’altra parte di noi?

Perché non raggiungere mai quell’unità che è necessaria tra tensione, opposizione e collaborazione alla vita stessa?

Perché è proprio la Vita, fatta di crescita, la conoscenza, ricerca, sogno e anelito, è più forte di ogni limite.

Si è risvegliato qualcosa in me.

Questo qualcosa ha desiderio forte di creare, di andare oltre non solo con lo sguardo. Lasciarlo svanire è un delitto, così come è un delitto abbracciarla solo in onirici viaggi. Perché l’afflato al divino non è sogno, misticismo, ma realtà dell’uomo.

Abbandonare allora il conosciuto per l’ignoto non è morire?

Non fa paura quel buio della coscienza?

Non fa paura la morte delle certezze?

Ma io sono donna e  la morte non mi ha mai fatto paura. Perché la morte come la vita è racchiusa dentro di me e mi nutro costantemente del suo mistero. La morte del sè, la morte di un volto, non è la morte dell’anima. Quella avviene solo con il continuo inutile, odioso ripetere delle convinzioni senza passione, senza verità, delle frasi fatte imparate a memoria che mancano di linfa vitale.

Mangiare il frutto proibito è conoscere l’origine, il luogo, la natura della vera dimora dell’uomo. Lì in quell’orizzonte il cui confine è solo un’illusione.

 Hanno insegnato le storie, i miti, i racconti del Dio degli eserciti, della gloria, del Potere, della Punizione e della Ricompensa. Di una fede che implicava solo lo sforzo di credere, la dolcezza, la tranquillità di chi si lascia guidare. Riti semplici, a volte ingenui,  in cui il cuore trovava pace in una non conoscenza.

Ma non era pace, era oblio.

Sembrava bello essere parte della tua chiesa. Bastava solo dire si, chiudere gli occhi e delegare al sacerdote ogni scelta e responsabilità.

Ma la vita non si delega.

Gli occhi non si chiudono.

E le orecchie non possono tapparsi

E l’anima non può addormentarsi.

Dotata del potere di creare, di dare i nomi, di far esistere, essa urla e chiama. E la dolce tranquillità non attenua il suo richiamo disperato.

Era facile credere ciecamente alla Verità assoluta. Guardare un diamante dalle mille sfaccettature illuminato dal riflesso di una luce immensa, fa male.

Quel senso di eternità spaventa. Allora è più facile accontentarsi e dire: sono solo un uomo.

Ma io sono stata creata dalla stessa sostanza di Elohim. E dentro di me c’è il soffio divino. Un soffio che mi spinge, a volte dolcemente a volte in modo brusco, a seguire la mia natura.

A mangiare quella mela proibita.

A nutrimi di crescita e conoscenza.

Mangiare quella mela non è peccato ma dolore. Dolore perché forse, si  perde il calore della tranquillità, della ripetizione, del conosciuto per inoltrarsi attraverso i mille volti dell’ignoto. Significa uccidere ciò che ero per far nascere ciò che sono.

Oggi è tempo di andarmene.

Tu dio del limite nascondi l’altro tuo volto. Io ho bisogno di quel volto. Questa mia fame è più forte del dolore di perdere la mia identità.

Per quell’identità che non ho mai avvertito come mia, ho snobbato gli altri, coloro che si ponevano fuori, coloro che si distinguevano da noi, coloro che sceglievano di dare altri significati alla vita, coloro che non si inchinavano davanti al nostro sacro.

Nostro e loro.

Così viviamo.

Pieni di compassione verso chi non comprende. Li guardiamo con sufficienza, con superiorità.

Li osserviamo sapendo che non sono eletti.

 Ma ci mancano questi altri, riflesso del nostro volto. Ho bisogno di quegli altri che dovrei snobbare.

Non posso più trattarli come se fossero un errore.

Non posso più seguire solo una verità.

Perché forse sbagliamo a scegliere di non vedere, non sapere, non conoscere. Forse sbagliamo a non nutrirci di vita e di conoscenza. A non usare il potere del nome per chiamare la realtà con un altro nome.

Abbiamo paura.

Perché crescere significherebbe perderti.

Perdere ciò che fino a prima era così facile.

Ma per me è giunto il tempo.

Forse è dolore dirlo.

Sento che la nuova vita, quel salto evolutivo che aspetto da tutta una vita, è più forte anche dell’amore per Te.

 

Il tesoro di Rennes le Chateau. Leggenda o realtà? A cura di Alessandra Micheli

 

Per molti il mistero di Rennes le Cheteau Saunniere, rimane soltanto una leggenda, che appartiene al mondo del mito, della fantasia a volte della propaganda laica, che antepone alla tradizione ortodossa, il fascino dell’eresia. In realtà secondo molti esperti, Saunniere così come Boudet erano soltanto semplici, ignoranti e mentalmente chiusi parroci di campagna che si dedicavano con passione alla semplice amministrazione del culto tradizionale cattolico.

Ma è proprio così?

Ad uno studio attento e scevro da pregiudizi, Saunniere (ma anche Boudet, Gelis e Bigou) appaiono, profondamente complessi e ambigui, sospesi tra eresia e devozione sincera. La domanda che sorge spontanea è a cosa, in realtà, furono davvero devoti?

E cosa in realtà si trova nascosto e celato a Rennes?

Una domanda a cui è comunque difficile rispondere in quanto esiste un enorme mole di materiale che purtroppo spesso risulta in parte manomesso, manipolato, quando non occultato e censurato. Ciononostante ad un esame seppur approssimativo dei dati una pur labile certezza emerge: contrariamente a ciò che ci si aspetta da un fedele membro di Santa Madre Chiesa, Saunniere e altri per lui, costruirono una vera e propria epopea, relativa ad un favoloso quanto misterioso tesoro che sembrerebbe oscillare tra il materiale e lo spirituale.

Numerosi ricercatori, esoteristi, semplici curiosi, si sono cimentati nella risoluzione del mistero, azzardando ipotesi che, a volte, si pongono al limite della ragione umana, e che si alternano tra la cospirazione politica e le ipotesi ufologiche.

Tra tutte le varie teorie e le voci contrastanti, permangono alcune certezze: l’evidente presenza di simboli che richiamano, in modo quasi ossessivo, alla tradizione eretica. Questo revival contiene in se diversi elementi: dottrine alchemiche, rosacrociane, ermetiche, massoniche, gnostiche e templari. Nonché accenni alle antiche tradizioni delle scuole misteriche egizie.

A prescindere, dunque, dalla presenza o meno di un tesoro, Rennes attira soprattutto per quel suo essere centro di conoscenze alternative. La forza del mistero agisce come un simbolo, attraendo tutti coloro che cercano, coloro in possesso di solide certezze, a chi si pone domande e a chi no, a chi si accontenta del quotidiano e a chi cerca assiduamente una via per giungere all’assoluto. Ed è questo forse il vero potenziale della storia di Berenger Saunniere, aver creato volontariamente o in buona fede, un polo di attrazione che convoglia le aspirazioni millenarie dell’uomo, della sua religiosità e del senso del sacro.

 Come sostiene nel suo libro, Mario Arturo Iannaccone[1], Rennes diventa un mito del postmoderno, un postmoderno in crisi che, volente o nolente, rivaluta gli assunti culturali della tradizione, rielaborandoli e sopratutto rifiutando quasi con astio, le tradizioni consolidate.

Il mito di Rennes spinge alla ricerca, alla formulazione di quesiti, attrae irresistibilmente con la sua forza simbolica, al suo essere, in fondo, archetipo eterno: la ricerca della conoscenza e della Verità ultima sulle origini dell’uomo. Pertanto, non si può ignorare come, in quel mistero, in quella chiesa, sia codificata una sorta di amalgama di conoscenze sacre che si pongono come alternativa al paradigma religioso dominate. Essa conserva e tramanda concetti antichi quali il sacerdozio regale, (impersonato dai Merovingi) la rivelazione interiore come percorso di salvezza, (la gnosi) che, secondo catari, rosacroce, massoni ed ermetisti, poteva far ottenere la resurrezione in vita e infine, la riscoperta del Femminino sacro e della sessualità sacra come mezzo per ricongiungersi con Dio (come teorizza la teoria alchemica).

Queste dottrine non scomparvero mai definitivamente, nonostante l’antagonismo della Chiesa Romana, ma hanno oltrepassato la storia simile a un fiume sotterraneo, che emergendo a tratti, mostrava (nonostante differenze relative al periodo storico in cui esse si muovevano) elementi comuni che le univano in un sistema, tutto sommato, coerente quasi impossibile da spezzare. Un sistema che ci ricorda come, forse, esistono altre verità, altre forme di pensiero, magari ignorate dalla maggioranza ma dotate di forza distruttiva in grado di indurre una modifica, non solo nell’uomo, ma anche e soprattutto, nella nostra prospettiva storica, culturale e religiosa. Ad esempio se come si credeva nel IV secolo fu la Maddalena depositaria dell’autentico messaggio di Cristo, tutta la tradizione apostolica e mitica della chiesa romana andrebbe rivista e corretta.

Questo perché, ogni sistema religioso, si fonda su assunti di pensiero largamente condivisi, in particolare non tanto su fatti storici, quanto su tradizioni mitiche ed atti di fede. Quando questi vengono a mancare, o il sistema suddetto si adegua al contesto cambiando al pari della coscienza collettiva i suoi assunti culturali e teologici, o si ritrova sopraffatto, perdendo progressivamente, legittimità e appoggio.

Ed è questa la minaccia della Chiesa alternativa, la sostituzione del materiale simbolico originario con uno nuovo che, però, affonda le radici in un patrimonio mitico, sacrale e immaginario che la Chiesa ufficiale ha sradicato, spesso con violenza. Un patrimonio che appartiene al cuore dell’umanità.

Quella di Rennes rappresenta senza dubbio una leggenda anticristiana che si mischia e si confonde con il patrimonio etnologico delle storie del Graal, della femminilità sacra come venerazione di una Dea prigenia.

 

 

Alla ricerca del tesoro

Nel corso degli anni, si sono fatte numerose ipotesi su cosa realmente avesse trovato Saunniere. Si narra di un tesoro appartenuto a Bianca di Castiglia, ad Alarico e ai catari. Addirittura, si propose l’idea che, sotto il pavimento della chiesa, fosse sepolto il Santo Graal, l’arca dell’alleanza o il tesoro del tempio di Gerusalemme. Alcuni ricercatori ipotizzano che l’intera vicenda con la sua chiesa, le stranezze, le incongruenze, nascondano una mappa del tesoro, e che nei dintorni di Rennes si nasconda la tomba di Gesù Cristo.

Ed è questo scottante segreto che smentendo le basi su cui si regge il cattolicesimo, permise al curato di ricattare Roma rendendolo immensamente ricco. Un’ipotesi affascinante ma che non tiene conto degli alti e bassi vissuti dal curato. Infatti, se fu grazie a un ricatto che godette di quella straordinaria ricchezza non si spiega come mai al cambio di guardia dei vescovi si sia trovati in difficoltà. Un segreto del genere avrebbe terrorizzato ogni fedele membro di Santa Madre Chiesa. Nessuno avrebbe osato contrastarlo. Come invece accadde. Piuttosto sembra trovarsi di fronte a due correnti opposte e ostili una con l’altra: un filone diciamo ortodosso capeggiato da monsignor de Beausejor e un filone eretico guidato da Billard e Boudet, che seguiva un disegno preciso seppur misterioso il cui braccio attivo era proprio Berenger Saunniere.  Ed è sulla linea di queste riflessioni che altri autori sostengono che il curato avesse trovato un luogo di culto segreto, considerato che nelle decorazioni della chiesa vi sono molti simboli alchemici e rosacruciani.

Scalpore e interesse ha poi suscitato il libro di Michael Baigent, Richard Leigh, Henry Licoln Il Santo Graal[2]. La tesi sostenuta dagli autori, che è poi la raison d’etre del fantomatico Priorato di Sion, riguarda la natura delle pergamene trovate da Saunniere. Queste conterrebbero importanti informazioni genealogiche comprovanti la sopravvivenza della dinastia merovingia. Pertanto seguendo questo filo logico, esisterebbe tutt’oggi un legittimo erede al trono di Francia.

Non solo.

Le stesse pergamene sosterrebbero un altro dato di importanza capitale: la dinastia merovingia, dovrebbe quel suo leggendario alone magico al fatto che essa discende nientedimeno che dall’unione della Maddalena con Gesù. Questa tesi, in effetti, non ha secondo me nulla di magico né mistico; rientra a pieno titolo nel campo della lotta di potere che da sempre attraversa l’uomo. Una discendenza di Cristo non solo rimetterebbe in discussione l’intero edificio politico del Vaticano, ma fa parte del corpus delle teorie del potere politico, teorie che si impegnano a spiegare e trovare una legittimazione più o meno razionale, all’autorità che alcuni esercitano sulla moltitudine dei cittadini. Diciamo una variante del diritto divino dei re (anche se la teoria interessante pertanto, contiene in sé una maggiore ereticità).

E sinceramente applicarla all’intera vicenda di Rennes ne sminuisce il valore iniziatico e magico.

Secondo Massimo Introvigne[3], infine, tutta la vicenda di Rennes è un’abile macchinazione, sfruttata per fini economici e turistici. Eppure, un’affermazione del genere rischia di essere profondamente parziale, dettata da una mente ortodossa che si rifiuta di prendere atto delle numerose stranezze e incongruenze presenti nella chiesa e nell’intera regione.

Comunque un dato è certo: Saunniere fu singolarmente attento ad introdurre elementi di stampo simbolico ed allegorico oltre che a disseminare l’architettura di indizi che stonavano fortemente l’ortodossia dominante. Esiste, senza ombra di dubbio, la certezza (almeno quella) di un profondo interesse per l’esoterismo e per le verità alternative.[4]

È un dato certo che le cattedrali siano un miscuglio di elementi di varie tradizioni atte a fornire al fedele, in modo sincretico, la possibilità di accostarsi al culto dominante pur non sentendosi troppo divelto dalle proprie radici culturali. Radici che, comunque, la chiesa di Roma cercava di sradicare. La presenza di elementi pagani risponde, quindi, ad un’esigenza sociologica e pratica; un mezzo per convertire agevolmente i fedeli, facendo proprie le tradizioni e i messaggi di altre forme di spiritualità.

Ciò che però rende unica e affascinante la chiesa di Rennes le Chateau è la sensazione che i simboli non siano al servizio dell’ortodossia dominante ma restano inquietantemente visibili, quasi per mostrare al fedele l’esistenza di una via alternativa al contato con il divino. Mai sacerdote cattolico aveva dimostrato di aderire così apertamente all’eresia pagano-gnostica.

Cosa trovò di così sconvolgente Saunniere?

E, soprattutto, trovò effettivamente qualcosa?

E quel qualcosa si trovava nella cripta o faceva parte di una tradizione orale, tramandata da generazione e generazione?

La leggenda vuole che Saunniere abbia scoperto un tesoro, la cui valenza oscilla tra il materiale e lo spirituale e che avesse il potere di sconvolgere gli assunti del cristianesimo stesso. Che sia la prova di una discendenza di Gesù, del suo matrimonio con la Maddalena, della continuazione della dinastia davidica, dove il sangue stesso di Dio scorrerebbe nelle vene dei presunti eredi, è certo che ci si trova di fronte ad una possibile allegoria.

La prima ipotesi che si può agevolmente formulare, e che appare più logico formulare, riconduce alle idee catare e gnostiche che rielaborano e re-interpretano le vicende di Gesù.

Eppure, in fondo, queste idee eretiche non erano così tanto segrete.

Si trattava di tradizioni che, seppur in esilio, seppur contrastate, perseguitate, combattute, erano parti della cultura locale della regione, idee che sobillavano in silenzio che però davano segno della loro presenza. Idee che per quanto apparentemente occultate e sotterranee, ogni tanto emergevano e avevano dato vita ai movimenti esoterici e alle sette segrete. Sette come la massoneria e i rosacroce ma anche i movimenti wicca e neopagani. Seppur ignorati dai molti, dalle masse, essi erano i protagonisti principali della vita intellettuale dell’epoca, nonché diventati baluardi delle rivendicazioni politiche e di ansie rivoluzionarie e riformiste.

Politica e religione, conoscenze esoteriche e mire egemoniche, sono questi i due estremi tra i quali si muove il mistero di Rennes. Tra mistificazioni, manipolazioni e mezze verità, brilla una realtà importante e fondamentale: l’eterna ricerca della gnosi. Il desiderio di sfidare i dogmi e la predominanza di ogni istituzione che si ponga come unico detentore della Verità e del potere. Era il dono maledetto e benedetto al tempo stesso della caduta/ascesa dei nostri progenitori quando, non soddisfatti pienamente della loro realtà quotidiana, ebbero l’ardire di appropriarsi del dono della conoscenza del bene e del male, superando e sfidando i limiti imposti dal Dio dell’essere e delle forme.

Se Saunniere fu collegato a queste considerazioni, la sua scoperta non fu, forse, una vera scoperta; fu il tentativo di sfidare lo status quo, di sedurre le menti curiose e perché no, di utilizzare tali indizi per indurre un cambiamento di prospettiva. Tutto ciò era reso possibile proprio dall’alone misterioso che rendeva il tesoro capace di attrarre, di spingere alla ricerca, alle ipotesi. Perciò sempre più pericoloso, insidioso e adatto alle manipolazioni alle mistificazioni.

Era la segretezza il vero segreto, la forza vincente della corrente sotterranea.

Il nostro parroco si mostrò sicuramente tanto intelligente e folle da farlo e coraggioso fino all’estremo, per porsi in contrasto con l’autorità. Ma fu anche, forse, protetto da chi vedeva in una simile presa di posizione un’ottima tattica di radicale mutamento politico. L’unione di politico e magico, era figlia di una certa elite intellettuale che stranamente, pur ponendosi fuori dalla legittimità consueta, aveva comunque una sua peculiare legittimità, quella del ritorno alla tradizione.

E il ritorno alla tradizione aveva un’ampia gamma di opzioni: dall’anarchia pagana alla monarchia esoterica, unica detentrice del patto tra Dio e gli uomini. Ed ecco gli antichi principi del sacerdozio regale, fondersi o ritrovare il loro posto nella storia, un posto usurpato dalla funesta democrazia che complice del laicismo e del razionalismo scientifico, aveva spezzato gli originari legami tra il sacro e gli uomini. Eppure, ironia della sorte fu proprio il laicismo il terreno adatto per il riemergere di tali tendenze. Grazie al laicismo di stampo illuminista fu possibile la liberazione dalla tirannia dell’autorità cattolica, dalla superstizione e dai dogmi e immergersi nello studio, nelle speculazioni metafisiche, alla ricerca di ipotesi alternative, donando alla corrente sotterranea nuova energia

Note

[1]     Mario Arturo Iannaccone, Rennes Le Chateau una decifrazione, Sugarco, Milano 2004.

[2]   Vedere Micheal Baigent, Richard Leigh, Henry Lincoln, Il Santo Graal, Mondatori, trad. Roberta Rambelli Milano 1994.

[3]   Introvigne Massimo, Rennes le Chateau: mistificatori e mistificazioni sul Graal, Cristianità n.258, 1996.

[4] Come sembra suggerire la strana disposizione di statue ed elementi paganeggianti.

Il mistero di Rennes le Chateau. A cura di Micheli Alessandra

 

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Panorama di Rennes le Chateau

 

 

Rennes le Chateau.

Un nome che è diventato una leggenda, associato a enigmi, cospirazioni e favolosi tesori.  Le vicende che vedono protagonista questo paesino dell’Aude sono ora oramai diventati, loro malgrado, molto famosi, oggetto di teorie, indagini sospetti e convinzioni. Un tesoro si cela all’interno della costruzione sacra che per molti ha poco da spartire con le chiese cattoliche. Così come il parroco protagonista della vicenda ha poco da spartire con l’immagine rassicurante del sacerdote di campagna. In questa storia nulla è stato pensato per essere tranquillizzante. Tutto è seminato di indizi, capovolgimenti enigmi che inquietano ed affascinano al tempo stesso.

Cosa c’è in questa vicenda che affascina così tanto?

Qual è il potere di Rennes?

Risiede, forse, in quel suo mistero, nelle sue bizzarre vicende, nella sua storia?

Cosa spinge le persone ad amarla o disprezzarla con la stessa uguale intensità?

Perché Rennes fa parlare, dà voce ai sogni, alla speranza, suscita disprezzo o polemiche, ma mai, ripeto mai, lascia indifferenti.

E’ forse quella sua storia dolorosa?

Sono quei luoghi martoriati che però hanno resistito con orgoglio?

Mostrato le loro cicatrici senza aver intenzione di arrendersi?

Molti autori hanno cercato di rispondere a queste domande con le teorie più disparate. Ma la sensazione è che, pur avvicinandosi spesso al cuore del mistero, invece di addentrarcisi lo hanno soltanto sfiorato deviando verso altre conclusioni che non rappresentano mai la sostanza ma soltanto indizi. Tracce che se opportunamente decifrate, potrebbero costruire il tanto agognato ponte tra noi e l’enigma di Rennes le Chateau. Le varie conclusioni a cui si è arrivati, interessanti, anche se contraddittorie, sfiorano molteplici personaggi: dalle sette segrete, alle personalità politiche di spicco per l’epoca e personaggi appartenenti al variopinto mondo della cultura esoterica. Non solo. Se si indaga più a fondo, si ritrovano gli elementi cardine della cultura occidentale: primo fra tutti, spicca il mito del Santo Graal.

 

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Sacro Graal

 

 

Rennes sarebbe, dunque, il luogo ultimo in cui la sacra reliquia avrebbe trovato riposo.

Ma non sono soltanto le favolose storie del Graal che partecipano al mutevole universo di Rennes. Esistono anche altri personaggi più importanti personaggi che hanno il loro status già consolidato, pertanto un’indagine su loro equivale ad un atto quasi blasfemo: si tratta dei personaggi della straordinaria storia del Vangelo. Gesù, la Maddalena, Pietro e gli apostoli, secondo alcuni, seppelliscono i loro segreti più intimi proprio in questo straordinario paesino. La teoria più conosciuta è quella che vorrebbe Rennes sede di vicende intricate che troverebbero in Gesù e la sua compagna Maddalena i capostipiti addirittura della dinastia merovingia.

Interessante, altamente eretico.

Ma non soddisfacente.

La validità di questa teoria sta nell’aver individuato dei punti chiave su cui indagare: l’identità dell’uomo chiamato Gesù, la natura del suo messaggio, persino l’indagine sulle sue convinzioni religiose, lungi dall’essere così semplici come per secoli sono apparse.

La teoria di un matrimonio, la persistente speculazione dell’esistenza nell’Aude, di una tomba contenente i suoi resti mortali, diventano simboli importanti che conterrebbero informazioni esplosive, in grado di inficiare secoli di insegnamenti religiosi ortodossi e potare alla luce conoscenze antiche, che agli occhi del profano potrebbero apparire eretiche.

 

 

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Cenotafio , scoperto negli anni 70, nei pressi del villaggio di “Arques” a 5-6 Km da Rennes-le-Château,

 

In sostanza, si tratta di capire se e come la storia biblica affondi le sue radici in un corpus di conoscenze esoteriche custodite, protette e patrocinate dalle correnti religiose segrete: dal quel mondo sotterraneo troppo spesso dimenticato.

Rennes, dunque, custode di un messaggio eterno, in cui, luce e oscurità, ambiguità e semplicità, si mescolano, si compenetrano e si riuniscono in un messaggio potente ed eterno.

Ed è questo messaggio che piano piano si è fatto strada dentro di me, a volte chiaro, a volte dolorosamente indecifrabile. Ma così potente da spingermi, quasi senza accorgermene, sulle sue tracce, portandomi verso un percorso spirituale intenso, tra paradiso e abisso, dove le cose cambiavano aspetto, dove si aprivano spesso nuovi orizzonti mentre quelli consueti si sfaldavano quasi senza colpo ferire. Rennes diventa ora baluardo contro il potere, ora eterna ricerca di un significato, ora sede delle conoscenze più disparate.

Faro nel buio o semplice fenomeno di costume?

Forse tutti e due. Forse ha ragione chi tenta di ridimensionarne il fenomeno relegandolo nel calderone delle dottrine New Age. Eppure, quasi schiva, rintanata in un angolo buio, offerta agli occhi dei degni, dei puri di cuore, brilla, vive e pulsa una Verità importante in grado di trasmutare, trasformare e redimere l’uomo. Questo è il potere di Rennes, quello di indurci a pensare, cercare, chiedere, domandare, come fece il cavaliere Peredur in attesa di svelare il mistero del Graal. Così non mi esimo dall’imboccare la strada già percorsa da tanti, in cerca di quella luce arcana, pronta anch’io a domandarmi con perseveranza, sperando un giorno di ottenere risposta: cos’è Rennes le Chateau

Innegabile che ad attrarre la curiosità di turisti e ricercatori sia la famosa leggendaria vicenda, piena di misteri e enigmi che vide protagonista Berenger Saunniere.

 

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Berenger Saunniere

 

 

Ci sono tutti gli ingredienti del thriller: un misterioso ritrovamento, una improvvisa immensa ricchezza, personaggi che si muovono nell’ombra, sette esoteriche, conoscenze eretiche, cospirazioni, morti misteriose. Tutto questo sullo sfondo di una terra antica piena di leggende e storia. Addentriamoci nei meandri di questa complessa storia dai mille volti e dalle mutevoli sfaccettature.

Innanzitutto, quando si può datare l’inizio del mistero?

 

Secondo gli appassionati esso inizia quando il parroco della sperduta località di Rennes le Chateau durante i lavori di restauro della chiesa diroccata del X sec.

 

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La chiesa

 

fece una scoperta che rivoluzionò la sua vita rendendolo immensamente ricco. Eppure tracce di questo misterioso segreto si rintracciano già nel 1644 quando Francois Pierre marchese di Blanchefort e signore di Rennes le Chateau, redasse un testamento che accennava a un segreto di stato.

Ancora, nel 1781, il curato di Rennes Le Chateau, Antoine Bigou, ricevette in confessione in punto di morte dalla marchesa d’Hautpuol, Marie de Negre D’Arles,  un segreto di famiglia che sarebbe dovuto essere tramandato.

Di quale segreto si trattava?

La marchesa morì il 17 gennaio 1781 e il curato fece collocare sulla tomba della stessa (posta sotto il campanile) 10 anni dopo nel 1791, una pietra tombale, proveniente da un’altra tomba che si trovava nella zona conosciuta come Les Pontils ad Arques nella valle de la Sals.

 

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La lastra tombale della Marchesa

 

 

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La tomba di Les Pontils ad Arques

 

 

Perché rimosse la lastra?

Forse per rimuovere i resti della marchesa?

E se così fu, dove nascose quei resti?

Ma furono proprio dei resti umani ad essere spostati? Sempre secondo la leggenda, infatti, Bigou avrebbe nascosto in uno dei pilastri vicino all’altare, alcuni documenti (forse relativi al fantomatico segreto) e fece posare capovolta, sempre vicino all’altare, la cosiddetta Dalle de las chevaliers.

 

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Dalle de les chevallier

 

 

Già troviamo tutti gli ingredienti adatti a un giallo: un segreto probabilmente importante e pericoloso, conservato e custodito da una famiglia nobile ed evidentemente importante, strani spostamenti, spesso illogici e soprattutto la presenza di un prete particolare, una sorta di antesignano di Saunniere, l’abate Bigou.

 

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Antoine Bigou

 

 

Anche la figura di Antoine Bigou è enigmatica e fuori luogo in un contesto ortodosso. Nel 1791 venne dichiarato prete non giurato e per questo, si rifugiò in Spagna dove morì il 21 Marzo del 1794. Bigou aveva sostituito come curato di Rennes lo zio Jean lo stesso giorno della morte. Di lui non si sa quasi nulla, non si trovano documenti relativi alla sua esistenza.

Il suo nome era realmente Antoine Bigou?

 

L’unica cosa che si sa sul suo conto, è quello strano fatto della dichiarazione di prete non giurato.

Perché?

Cosa significa? Perché non aderì alla rivoluzione?

O non fu mai veramente ordinato sacerdote?

Se così fu, chi era questo Bigou?

E quale era la sua reale missione?

E soprattutto perché fece seppellire la marchesa d’Hautpoul nel cimitero fuori dalla tomba di famiglia?

Esiste il registro parrocchiale del 1694 che attesta come a quel tempo, esisteva la cripta della famiglia d’Hautpoul il cui ingresso si trovava all’interno della chiesa vicino alla balaustra. Nel registro ogni qualvolta decedeva qualcuno legato alla famiglia dei Blancheford veniva annotato non solo la data ma anche la collocazione. Per la marchesa, invece, questo non risulta; la data del decesso c’è ma non la dicitura sulla collocazione. È impensabile che una marchesa appartenente a una famiglia tanto illustre (si dice che fosse membro della dinastia merovingia e nelle cui file vi fossero stati dei templari) non venisse tumulata nella tomba di famiglia.

Cosa fu sepolto dunque, nella falsa tomba?

Si tratta tutto di un’abile macchinazione politica?

O, più verosimilmente, di un abile piano che prevedeva un connubio di politica e religione?

In sostanza la corrente sotterranea avrebbe potuto avere in sé aspirazioni non solo di conservazione e diffusione di un credo antico e alternativo ma anche l’ambizioso progetto di un totale ribaltamento politico.

La rivoluzione non fu forse un pretesto per ottenere non tanto una nuova forma di governo, ma un totale ricambio dei vertici del potere?

Il segreto, qualunque esso fosse, venne comunque tramandato.

Bigou, infatti, lo confidò all’abate Courneille, il quale a sua volta lo affidò ad altri due abati, Jean Viè (curato di Rennes les Bains) ed Emile Francois Cayron (curato di San Laurent de las Cabreisse). Dopo Jean Viè, a Rennres les Bains fu nominato curato Henrì Boudet che seppe dell’esistenza del segreto e che diventerà molto amico di Saunniere, nominato curato di Rennes dal vescovo di Carcassonne monsignor Billard.

Francois Berenger Saunniere, venne nominato curato di Rennes le Chateau, il 1 giugno 1885. La chiesa a quel tempo aveva bisogno di restauri urgenti. Ma egli non aveva fondi. Ciò che è importante osservare è come a quel tempo il curato si interessasse anche di politica. Infatti, secondo alcune fonti, a causa di un discorso antirepubblicano, pronunciato nell’ottobre dello stesso anno, fu mandato in esilio dall’aprile al luglio 1886. Dopo di che fece ritorno a Rennes dove trovò aiuto, sostegno e conforto nella giovane  marchesa Marie Denarnaud.

Non solo.

Grazie alle sue posizioni filo monarchiche Saunniere poté ottenere dei contributi notevoli utili al progetto di restauro della chiesa dalla marchesa di Chambord che gli offrì circa 3000 franchi. Il comune invece gli riconobbe il contributo di 1400 franchi. Con questa cifra iniziale Saunniere poté cominciare i lavori di restauro.

I primi interventi riguardarono il pavimento della chiesa. Gli operai raccontarono poi che, in una cavità posta nel pavimento avevano recuperato un recipiente (un paiolo) colmo di pezzi d’oro. Saunniere occultò la scoperta sostenendo che si trattava di alcune medaglie della madonna di Lourdes senza alcun valore. Ma alla richiesta degli operai di averne qualcuna come ricordo il parroco oppose un fermo rifiuto.

Per quale motivo un curato doveva assumere un atteggiamento così ostile alla devota richiesta di cimeli religiosi senza alcun valore?

Nello stesso anno regalò all’abate Grassaud, curato di Amelie les Bains, un calice in argento dorato trovato nella chiesa proprio durante il restauro. Sullo stesso sembra sia inciso:

 

Ecce panis angelorum factus cibus viatorum

 

Ossia:

 

Ecco il pane degli angeli divenuto cibo dei viandanti.

 

Alla base si trovano i simboli dei quattro evangelisti con Gesù, San Giuseppe e un’altra persona non identificata chiaramente di sesso femminile.[1]

Nel 1891, Saunniere chiese e ottenne dal comune di utilizzare un terreno di fronte alla chiesa dove fece realizzare una grotta nella quale costruì un calvario.

 

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La grotta 

 

 

La bizzarria di questo progetto si trova in un’iscrizione:

 

Crhistus AOMPS Defendit

 

Cosa aveva voluto indicare?

Secondo alcuni studiosi questa è una prova dell’adesione di Saunniere al fantomatico ed enigmatico Priorato di Sion, un’organizzazione mistica e politica che come obiettivo ha la restaurazione della monarchia guidata dalla dinastia merovingia superstite nonostante la persecuzione della chiesa di Roma.

La frase dunque assumerebbe il seguente significato:

 

Che Cristo difenda l’antico ordine mistico del Priorato di Sion[2].

 

Per altri, invece, propendono per una spiegazione più ortodossa:

 

Che Cristo difenda il suo popolo da tutti i mali.

 

Se si prende per buona la prima interpretazione, quella più suggestiva e più audace, Saunniere si collocherebbe nell’ambito dei movimenti segreti, avallando l’ipotesi di un suo coinvolgimento in un piano occulto.

La seconda spiegazione, quella più convenzionale e apparentemente logica, non convince però del tutto. Appunto perché a prima vista basata sulla logica, presenta però delle lacune del tutto irrazionali: come spiega anche Mariano Tomatis[3], quale motivo avrebbe avuto Saunniere di criptare un’invocazione del tutto lecita per un semplice ed ortodosso curato di campagna?

Se ha usato delle lettere è presumibile che stesse trasmettendo un messaggio cifrato che soltanto lui e pochi altri dovevano conoscere.

Ma proseguiamo attraverso i meandri del mistero. I lavori all’interno della chiesa, intanto, procedevano rapidamente. L’altare era costituito da una lastra di marmo poggiante su delle colonne. La lastra venne tolta ed all’interno della cavità di una delle due colonne sembra che venne rinvenuta una boccetta al cui interno furono trovati dei manoscritti recanti il sigillo di Banca di Castiglia. Gli operai avvisarono subito Saunniere il quale sostenne che si trattava di reliquie. Ciò nonostante il curato capovolse la colonna e in cima fece ergere una statua della Madonna di Lourdes

 

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con inciso la seguente frase:

Penitence, penitence.

Mission 1891

 

Qual’era la natura di questa missione?

Per quanto riguarda i documenti ritrovati secondo le fonti ufficiali e non, essi consisterebbero in alcune pergamene e precisamente l’albero genealogico di Dagoberto II dal 691 al 1244 e dal 1244 al 1644 e due testi codificati dei vangeli (Giovanni 12,10 e Luca 6,6).

 

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Le pergamene

 

 

Il giorno dopo il ritrovamento Saunniere fece sollevare da due operai, Rousset e Babon, davanti alla balaustra, una lastra di pietra. Una volta sollevata poté osservare che la stessa era composta da due pannelli scolpiti: su di uno vi è raffigurato un personaggio a cavallo che suona un corno, sull’altro un cavallo in groppa al quale stanno due personaggi un uomo e un bambino. Si trattava della lastra tombale di Sigobert IV (figlio di Dagobert II) morto nel 758. Era la lapide che aveva fatto posare l’abate Bigou nel 1791. Sotto la lapide vi era l’ingresso della cripta di famiglia dei D’Hautpoul.

Saunniere trovò in questa cripta la vera tomba di Marie de Negre?

Fu questo che gli fece capire come nella tomba posta nel cimitero si trovava altro?

A questo punto il curato sospese i lavori e si recò da Monsignor Felix Billard vescovo di Carcassonne. Allo stesso riferì della scoperta non solo perché suo diretto superiore ma soprattutto, perché Billard, secondo la leggenda, faceva parte di un ordine segreto.

Massoneria, rosacroce o priorato di Sion?

Il vescovo lo autorizzò ad andare a Parigi per far decifrare le pergamene.

O per intrecciare utili contatti?

Fatto sta che Saunniere rimase a Parigi tre settimane invece dei cinque giorni autorizzati. Egli si recò direttamente a San Sulpice dove era direttore l’abate Bieil. Qui conobbe il nipote Emile Hoffet che lo introdusse nei circoli culturali ed artistici più in voga dell’epoca dove ebbe modi di conoscere anche la cantante Emma Calvè, appassionata di occultismo e filosofie orientali. Hoffet era un giovane seminarista molto erudito che in seguito si interesserà di massoneria e dirigerà assieme all’esoterista Renè Guenon la rivista Regnabit. Tra gli altri contatti di Saunniere figurano altri membri illustri come Claude Debussy e anche un uomo di fama ambigua che parte importante avrà nella vicenda di Saunniere come il famoso Charles Plantard,

 

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Charles Plantard

 

che andrà spesso a trovarlo a Rennes le Chateau.[4]

I manoscritti frattanto vennero decifrati. Una copia degli stessi e dell’albero genealogico rimasero ad Hoffet; alla sua morte, infatti, la biblioteca di sua proprietà fu acquistata dalla Lingue del Librarie Ancienne. In una lettera del 2 luglio del 1966, inviata al signor Fantin proprietario del castello di Rennes, riporta la lista dei libri acquistati dalla biblioteca stessa tra cui figurano anche il famoso testamento di Francoise Pierre d’Hautpoul.

Di ritorno a Rennes, Saunniere fece riprendere i lavori. Fece costruire davanti al cimitero una porta sulla quale collocò un teschio con 22 denti e le ossa incrociate (un richiamo a templari e alla massoneria?) in metallo ed una struttura che gli abitanti chiamavano biblioteca e che fu distrutta da un incendio nel 1895.

Per qualche tempo il curato abitò in quella struttura mentre la notte compiva strani scavi nel cimitero.

Cosa cercava?

Tra le tombe deturpate e divelte figura anche quella di Marie de Negre D’Ables.  Ed è proprio questo particolare che destra attenzione e sospetto. La stessa Marie Dernaud ebbe a dichiarare che erano stati sorpresi mentre aprivano una tomba; da lì a collegare il mistero con le incomprensibili due tombe della marchesa è un passo inevitabile.

Il municipio protestò per il comportamento inaccettabile del parroco, su istigazione dei numerosi devoti che consideravano sacrileghe le attività notturne del curato. Per questo motivo Saunniere dovette sospendere i suoi inquietanti lavori notturni.

Ma oramai il più era fatto: aveva trovato la cosa che gli interessava ossia la tomba della marchesa d’Hautpoul Banchefort, l’aveva letta e decifrato la misteriosa iscrizione presente sulla lapide, cancellandola poi del tutto. Non sapeva però che i suoi sforzi erano vani. Infatti quella famigerata iscrizione era stata copiata nel 1905 e pubblicata in un articolo di M. Elie Tisseyre sul bollettino della società degli studi scientifici dell’Aude. In questo articolo si parlava appunto di una pietra tombale larga 0,65 m e lunga 1,30 m riportandone addirittura l’iscrizione. Non solo. Questa pietra era stata già disegnata da Stulbein nel 1884. Insomma doveva essere qualcosa di molto particolare ed interessante dato gli sforzi, non solo di distruzione di Saunniere, ma visto anche gli interessi di due studiosi nel riportarne ogni singolo particolare.   A quale scopo dunque, fu aperta la tomba? E perché oltre a leggerne l’iscrizione, il curato fece sparire le due tombe compresa quella trovata nella cripta? Ma su questi argomenti scottanti ci ritorneremo in seguito.

Il 6 luglio del 1897, la chiesa, sulla cui facciata fu inciso il motto:

 

questo è un luogo terribile[5]

 

 

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La scritta

 

venne inaugurata per due anni. Saunniere si assenterà spesso ed in modo sistematico da Rennes le Chateau. Ricevette spesso la visita di Jean Stepahne D’Harbourg che secondo le fonti sarebbe venuto per offrirgli delle somme di denaro per la ricerca di alcuni documenti. Non solo. Insieme avevano aperto dei conti in una banca svizzera. Amicizie ben strane per un semplice ed innocuo parroco di campagna.

Nel 1900 il curato acquistò sei terreni e li intestò a Marie Dernanaud.  Eresse Villa Betania

 

 

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che dopo la morte di Saunniere sarebbe dovuta diventare casa di riposo per i preti della diocesi. All’interno fece edificare una cappella personale per avere la possibilità di dire messa. Costruì inoltre un serbatoio per l’acqua a beneficio della popolazione e una strada di collegamento per Rennes. Ma, soprattutto, si dedicò all’innalzamento del monumento più famoso di Rennes: la Tour Magdala.

 

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Il curato l’aveva ideata per ospitare il suo studio e la biblioteca curando il progetto nei minimi particolari. All’ingresso troviamo un elemento oramai familiare a Rennes: la scritta Magdala con la M somigliante a un omega capovolta (ma come si vedrà le lettere capovolte, gli acronimi e le stranezze sono di casa a Rennes). È un errore o è stato fatto con un preciso intento? Intanto il via vai di personaggi illustri continuò ad affluire senza posa. Tra gli amici di Saunniere troviamo Henri Charles Etienne Dujardin Beaumetz, della loggia la Clementè Amitiè. Si pensa che lo stesso curato fosse stati iniziato a quella loggia. Ancora. Nel 1906 Saunniere e Marie redassero un testamento nominandosi reciprocamente eredi universali.

Quale era il motivo per affrettarsi a redigere un testamento se Marie aveva soltanto 38 anni?

Saunniere aveva paura per la sua vita?

E, soprattutto, dove prese i soldi per realizzare tutto quello che aveva fatto e che voleva ancora fare?

Siamo in presenza di un tesoro o piuttosto qualcuno provvedeva a finanziare le sue opere allo scopo di cercare qualcosa? Forse il bandolo della matassa va ricercato nell’abate di Rennes les Bains, Boudet. Esiste, infatti, un libro dei conti dell’abate in cui vi è riportato un versamento effettuato a Saunniere tramite Marie Dernanaud di 4.516.681 franchi. Questi finanziamenti furono misteriosamente sospesi nel 1903. Da allora Saunniere verserà in cattive condizioni economiche.

Dal 1915, dopo la morte di Boudet, avvenuta il 30 marzo, Saunniere non avrà più difficoltà economiche.

Boudet gli aveva riferito dove era nascosto il tesoro?

Il successore di Monsignor Billard, monsignor De Beausejor, convocò più volte il curato per conoscere la natura di quegli strani movimenti ma Saunniere non si presentò mai inducendo varie scuse, solo una volta fece sapere che i soldi da lui maneggiati e usati per le costruzioni provenivano da persone che desideravano conservare l’anonimato. Il vescovo non gli credette e nel 1909 lo fece sostituire con l’abate Marty nominandolo curato di Coustage. Gli abitanti della cittadina non accettarono una simile decisione. Infatti, per protesta, non frequentarono più le messe del nuovo curato, preferendo andare ad ascoltare quelle di Saunniere a villa Betania. Nel 1911 il vescovo lo incriminò di traffico di messe e lo sospese. Fece appello a Roma e difeso dal canonico Huguet. Riabilitato l’11 aprile 1915, venne definitivamente sospeso a divinis, in quanto non volle are spiegazioni neanche a Roma.

Gli fecero sapere che sarebbero stati clementi con lui se avesse fatto ammenda e spiegato tutto ma Saunniere non lo fece mai. Il 5 gennaio 1917, decise di iniziare un’altra costruzione: una torre di 60 metri. Lo stesso giorno subì un attacco per opera di ignoti nella torre Magdala che lo spaventò parecchio. Il 17 gennaio si sentì male e fece chiamare l’abate Riviere per confessarsi. La confessione durò a lungo ma molti testimoni riportano che non ebbe l’assoluzione.

Morirà per un’emorragia cerebrale il 22 gennaio del 1917, una morte che a molti non sembrò naturale.

Sulla sua tomba è riportata la scritta INRI anche in questo caso con la n capovolta.

 

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Perché?

È un messaggio cifrato?

Uno scrivano catalano, Prudenci Reguantì Torres, spiega che la N, che vuol dire Nazareth, al rovescio è da interpretare come Htzeran che in ebraico significa:

HA TE RAZ AN

Quindi la dicitura classica:

 

Gesù nazareno Re dei Giudei

 

diventa:

 

io so dove è la camera misteriosa del re dei Giudei.

 

All’apertura del testamento, si scoprì che tutti i suoi beni erano intestati a Marie Dernanaud. Inoltre, Marie fu sempre molto categorica nella sua intenzione di non voler cedere la sua proprietà alla chiesa decidendo invece di cederla a Noel Corbu

 

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Noel Corbù

 

il quale trasformerà villa Betania in un Hotel ristorante la Torre.

Atteggiamento molto strano.

Forse Marie cercò fino all’ultimo di proteggere gli innumerevoli segreti di Saunniere di cui lei era probabilmente a conoscenza?

Nonostante dunque i tentativi dell’ortodossia di appropriarsi dei luoghi del mistero essi rimasero forse intatti, recando su di loro impresso in modo indelebile tutto il fascino di questo enigmatico mistero.

Che il mistero rimase nascosto, forse pronto ad essere riportato in superficie dai meritevoli, così come sembra addirittura suggerire la leggenda graaliana[6], lo rivela anche la frase che la stessa Marie soleva pronunciare spesso:

 

con quello che ha lasciato Saunniere

 si potrebbe nutrire Rennes per un centinaio di anni

 

e continuava:

 

Io non posso toccarlo

Si trattava di un tesoro materiale dunque?

E se sì, perché lei non poteva toccarlo?

Era vincolata da una promessa?

Oppure era soltanto impreparata a toccarlo?

Del resto è morte sicura toccare impreparati le cose sacre. La cosa più strana in tutto questo era la frase che rivolse, secondo le fonti, a Noel Corbù:

 

Un giorno vi rivelerò un segreto che vi farà molto ricco.

 

Perché Corbù?

Perché proprio a lui?

Per sdebitarsi del diniego mostrato all’uomo alla cessione delle proprietà alla chiesa?

Si dice che Corbu avesse acquistato tutto per rivenderlo poi alla chiesa ma non lo fece mai; una volta chiese delle assicurazioni a Roma che inviò a Carcassonne il nunzio pontificio.[7]

Marie però non fece in tempo a raccontare nulla poiché ebbe un attacco cardiaco che la lasciò paralizzata impedendole di parlare. Corbù dunque non conobbe mai la natura del segreto, però raccontò la storia dell’abate registrandola su un nastro magnetico che faceva ascoltare ai suoi clienti. Fra questi vi erano alcuni giornalisti che scrissero tutto sui loro giornali.

Oramai la vicenda di Rennes le Chateau era conosciuta da tutti, e Saunniere aveva guadagnato l’immortalità

 

 

 

Note

[1] Nonostante sembri appartenere all’ortodossia cattolica, è interessante notare come ad una lettura più attenta, il significato del calice rivesta una valenza esoterica. Il riferimento agli angeli come intermediari tra cielo e terra nonché il cibo divino per eccellenza, il pane, fanno pensare a un cibo celeste capace di trasformare il viandante, ossia, colui che cerca (paragonabile alla carta dell’eremita che esprime la ricerca intellettuale di valori contrapposti alla caducità della vita materiale). Questa trasmutazione non può essere effettuata senza l’intervento della gnosi della Sophia che risorge dal buio della materia corrotta per mezzo dell’energia cristica. Del resto il calice stesso è un simbolo antico di matrice femminile paragonato all’utero della Dea dove la vita è presente in nunce e aspetta l’azione dello spirito maschile generatore. ? dunque un modo per occultare il significato esoterico dell’azione di Gesù? Gesù sarebbe il cibo divino il pane divino che insieme agli altri elementi il fuoco generatore, la terra, l’acqua l’aria può operare una sorta di trasmutazione alchemica dell’uomo. Un richiamo all’azione dell’oro monoatomico? Non solo. Il richiamo al pane spirituale portato da Gesù, non può non farci pensare alla preghiera catara del padre nostro dove si accenna appunto al pane substanziale, nonché alla venerazione dell’elemento femminile la gnosi la Sohpia che deve essere liberata e riabilitata proprio da Cristo un angelo sceso sulla terra per portare la rivelazione più che la redenzione.

[2]   Questa ipotesi pare convalidarsi con la presenza di una rosa sopra l’iscrizione che si presta anche ad altre interpretazioni: simbolo della Dea o un richiamo alla dottrina dei rosacroce, che come si è visto è un canale di sbocco delle tradizioni eretiche.

[3]http://www.renneslechateau.it.

[4]  Secondo i sostenitori della teoria della cospirazione politica fu proprio questa assidua frequentazione che permise a Plantard di venire a conoscenza di un lembo del mistero e poi di potersene fare protagonista grazie ai famosi dossier segreti.

[5]   Interessante è notare come questa scritta è presente anche in altri luoghi tra cui monte Sant’Angelo e sembra indicare luoghi particolarmente pervasi di una certa aura di sacralità.

[6]   La leggenda del Graal parla dei molti che intrapresero la cerca di cui solo però uno: Ghalad il puro, il prescelto, riuscirà a portare a termine l’impresa.

[7]   Altri non era che Angelo Roncalli il furto papa Giovanni XXIII. Di lui inoltre si racconta che avendo dei parenti in un paesino vicino Rennes andasse spesso a trovarli. Fu durante una di queste visite che pare conobbe Saunniere e ne divenne amico. Forse fu partecipe di alcuni dei segreti del curato?

“Terribilis est locus iste” Alla ricerca del significato della misteriosa scritta. A cura di Micheli Alessandra

 

Presente sia sull’architrave della Tumba di Rotari ( Monte sant’angelo in Puglia) che sulla chiesa di Rennes le Chateau,troviamo la scritta

“Terribilis est locus iste. Hic domus Dei. Est Porta Coeli”

che tradotta diventa

“Questo luogo è terribile. Questa è la casa di Dio. Questa è la porta del cielo”.

La scritta è tratta da un passo della Bibbia[1] dove si narra  del Sogno di Giacobbe. In questo sogno, Giacobbe, vide una scala che poggiava sulla terra e raggiungeva il cielo. Al risveglio ebbe timore e disse

come è terribile questo luogo! È la casa di Dio e questa è la porta del cielo

e diede il nome di Betel a quel luogo che prima si chiamava Lux.

Questa scritta contiene indizi importanti che possono identificare la natura di alcuni siti su cui sorgono delle chiese, ponendoli nella categoria di luoghi privilegiati per le iniziazioni a carattere fortemente esoterico e occulto.

E non solo.

La scritta di solito indica anche posti fortemente sacri, varchi privilegiati in cui la dimensione umana e divina arrivano a sfiorarsi.

Apparso chiaro come, i siti dove tale scritta compare, siano antichi eppur dinamici centri di un culto segreto, che possiamo definire eretico, in cui si ravvisano influenze egizie, celtiche, ebraiche, gnostiche. Questi antichi santuari, contengono criptate nei loro monumenti, o quadri o dettagli architettonici, informazioni preziose non solo sulla storia mistica dell’umanità, ma, soprattutto, sulle modalità con cui, tramite un percorso iniziatico, è possibile accedere a una dimensione superiore trasmutando sé stesso, per ristabilire l’originaria condizione umana e di conseguenza il legame uomo-dio, spirito e materia.

Perché un santuario dedicato al culto ermetico, portato avanti dai seguaci dell’antico ordine di Melchitsedeq, è indicato come terribile?

La dicitura ebraica Beth El, la casa di Dio, è sinonimo delle montagne sacre poiché vi si è compiuta una manifestazione divina. Secondo alcune testimonianze, di notte, si manifesterebbero nel santuario forze sovrumane.

Ma perché tali manifestazioni divine sono da considerarsi terribili?

Terribilis, in latino, significa sia spaventevole ma anche venerabile. La traduzione potrebbe essere sia “questo luogo è venerabile”, sia questo luogo è spaventoso. Il latino, lingua sacra per eccellenza, riesce a rendere con una sola parola, l’idea della dualità ma anche della necessità che, questa dualità, sia racchiusa in un principio unico. Inoltre, il latino pone in rilievo i due elementi principali del sacro: la luce e il buio. È come se esistesse una scala graduata alla cui estremità si ha la massima purezza, tutto ciò che è venerabile, nel mezzo la scala si abbassa al quotidiano, al profano, infine, all’estremità, si hanno le cose più terribili, magari impure o orribili. Se ne deduce che esiste una sorta di potere magico legato alle due estremità e che l’estremità pura non può essere violata dal sacrilegio.

La scritta può essere interpretata come un segnale della presenza di un luogo particolarmente sacro, situato in prossimità delle lei lines e potrebbe provocare, perciò, nell’iniziato o nel credente una doppia reazione: spavento, terrore del primo contatto con il sovrannaturale, o la venerazione dell’adepto al mistero ivi contenuto. Entrando nel Santuario si entra nella porta che dà accesso al cielo, ossia al mondo superiore che è in fondo la casa, il luogo in cui il divino risiede.

Ma perché allora altri luoghi ugualmente sacri e importanti non sono stati così contrassegnati?

Forse appunto perché questi non sono soltanto sacri ma anche custodi di un segreto terribile.

Terribile per chi?

Il termine terribile si adatta alla perfezione all’idea del segreto sacro. Un segreto può essere fonte di venerazione per l’iniziato che intraprendendo un cammino di trasmutazione interiore e pertanto può essere ammesso al suo cospetto. Ma per la gente comune, spiritualmente addormentata e psicologicamente impreparata, può essere terribile e devastante.

Ma può, inoltre, essere terribile soprattutto per i dogmi del potere costituito, creatore e sovrano degli schemi mentali delle persone. Si tratta di conoscenze improntate sulla gnosi ossia su di un contatto diretto, privo di intermediari, con il Divino, unico modo per riuscire a ritrovare la scintilla divina dentro di se : il famoso Regno di Dio.

 

Note

[1]        [1] Genesi XVIII 10-17