Intervista all’autore Rafael Guerrero. A cura di Francesca Giovannetti

70659853_10217619428748944_6732373116359540736_nRafael Guerrero è uno dei casi in cui autore e protagonista del romanzo coincidono. Siamo abituati a leggere biografie e storie vere, ma quando si tratta di investigazioni e thriller, la sovrapposizione è più rara. Chi meglio di un detective privato può raccontare la storia con verosimiglianza? Direi nessuno.

I manuali raramente sostituiscono in pieno l’esperienza diretta. Per questo avere l’occasione di parlare con il detective Guerrero non può essere persa: investigatore, criminologo ed  esponente di spicco del romanzo noir. Quindi iniziamo questa intervista con una semplice premessa: un sincero grazie all’ autore per la disponibilità che ci ha concesso.

 

Quando ha scelto di diventare un investigatore privato? Cosa l’ha spinta ad affermarsi in questa professione?

A 20 anni mi sono iscritto al corso di investigatore privato all’ Università. Il corso, qui in Spagna, ha una durata di tre anni, dunque a 23 anni ho ottenuto l’abilitazione e sono diventato ufficialmente un detective abilitato alla professione. Può darsi che sia stato influenzato dai film o dai romanzi polizieschi ma, per me, essere detective è uno stile di vita.

Nel corso della sua carriera avrà affrontato molti casi con importanti implicazioni emotive. Ha mai pensato “Ok, questa è l’ultima volta”?

Come in tutte le fasi della vita, ci sono momenti felici e altri più difficili. Durante i primi anni avevo per la maggior parte incarichi da parte di privati e molti erano i casi legati all’ infedeltà coniugale. Altre richieste invece si muovevano intorno alla sfera lavorativa, come doppi lavori che sfociavano in concorrenza sleale o finti permessi di malattia per coprire un secondo impiego. Devo dire che non c’è stato un caso che mi ha colpito particolarmente: quando lavori sulla strada, ti aspetti sempre il peggio e sai che devi conviverci.         

Ricordo però un caso, senza scendere nei dettagli: un caso di adulterio in cui uno dei coniugi aveva intenzione di  mettere fine alla vita dell’altro con la complicità dell’amante. Quest’ultimo, vedendo la piega che stavano prendendo gli eventi, prima di mettere fine alla relazione decise di assumerci per scoprire le intenzioni di questa persona e dichiarare la sua estraneità ai fatti. Siamo riusciti a scoprire il piano e ad avvisare la polizia. Risolvere un caso ti dà la forza di andare avanti, anche se pensavi che sarebbe stato l’ultimo.

70297393_10217619387707918_5868656812336611328_nCome è arrivata la decisione di diventare autore?

Il punto di svolta sono state le notti in bianco. Avevo tempo a disposizione e ho iniziato a riflettere su chi ero diventato e cosa avevo imparato indagando sugli altri e per conto di altri. Così, davanti a un monitor e una tastiera, ho accettato la sfida: essere un detective sia nella realtà che nella finzione letteraria o, per meglio dire, in una sorta di terra di mezzo fra realtà e finzione in cui io ero diventato,per testardaggine o per l’arroganza del principiante, l’autore, il personaggio e il modello di ispirazione. Dalla terra di nessuno- Ultimatum per il Detective Guerrero, è nato così.

Quale autore ha avuto più influenza su di lei dal punto di vista stilistico?

Manuel Vázquez Montalbán mi ha influenzato non tanto dal punto di vista stilistico ma per la caratterizzazione del suo personaggio, il grande Pepe Carvalho, il detective che prova pena per chi non sa mangiare bene. Un detective che compra i vestiti a poco prezzo ma che non bada a spese se si tratta di un buon pasto, soprattutto se preparato dal suo assistente e cuoco Biscuter.

Quanto è stato difficile mettere se stesso su carta?

Mi è costato diversi sconvolgimenti emotivi; descriversi e raccontarsi non è mai facile perché riflettersi in certi specchi non è sempre lusinghiero. Ho rischiato più volte di sprofondare nelle sabbie mobili della storia che stavo raccontando.

Com’è la vera vita di un detective privato?

Ho voluto raccontare come vive e come lavora un vero detective, quali sono le sue motivazioni e quali le sue paure, le storie d’amore, i successi e gli insuccessi senza utilizzare effetti speciali da film, artifici letterari o temi e stereotipi triti e ritriti, evitando la pomposità di un affascinante agente segreto al servizio di Sua Maestà o lo squallore di un investigatore alcolizzato che campa trafficando con segreti rubati nei bassifondi di Madrid o Barcellona. Perché questa non è assolutamente la nostra “normale e noiosa” routine, o forse sì…

Qual è cosa più importante che le ha insegnato questo lavoro?

La prima cosa che si impara mentre si sta rannicchiati sul sedile di un’auto o dietro l’obiettivo di una macchina fotografica è che il male e la menzogna si annidano in ogni luogo e che possono nascondersi nei panni di chiunque… ricchi o poveri, saggi o stolti e ovviamente, anche in noi.

70441664_10217619389667967_3501203360550223872_nQualche considerazione sul suo ultimo libro pubblicato in Italia?

Scrivere Dalla terra di nessuno. Ultimatum per il Detective Guerrero per me è diventata una missione, una delle tante, che ho affrontato con le stesse armi che sfodero quando lavoro: la pazienza e il buon senso. O per meglio dire “aspettare, aspettare, aspettare” fino a quando non si trova la forma narrativa più fedele e onesta possibile per rappresentare quanto è successo.

In questo modo sono riuscito a trasferire la mia esperienza sulle pagine di  Dalla terra di nessuno-Ultimatum per il Detective Guerrero e per me è stato più un esercizio di introspezione che di esibizionismo, anche se immagino che l’uno non possa esistere senza l’altro. È un po’ come l’amore, immagino…

Può darci un’anticipazione sui suoi futuri progetti letterari?

Prima di iniziare la stesura vera e propria di un libro ho bisogno di una fase di preparazione, che può necessitare anche di sei mesi di tempo. Ho appena terminato questa parte del processo e sto mettendo insieme i pezzi del mio quinto romanzo.

Ma non smetto mai di scrivere: nel corso dell’anno scrivo recensioni dei romanzi che ho trovato interessanti e le pubblico in blog specializzati; inoltre scrivo racconti per antologie di genere noir e poliziesco.

 

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Intervista a cura di Corrado Pastore e Francesca Giovannetti.

Revisione a cura di F. U.

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Intervista di Alessia Mocci a Claudio Alvigini: vi presentiamo il saggio L’inconcepibile esercizio (Fonte http://oubliettemagazine.com/2019/07/17/intervista-di-alessia-mocci-a-claudio-alvigini-vi-presentiamo-il-saggio-linconcepibile-esercizio/)

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“L’attaccamento alla legge del padre Platone o del padre Aristotele o del padre Tolomeo degli intellettuali di allora divenne sempre più forte. Essi, infatti, temevano che, perdendo ciò in cui loro, la chiesa e tutti, credevano, avrebbero perso il loro potere e quindi… anche la loro privilegiata posizione di assistiti e beneficiati dal signore di turno. Forse un pensiero sul perché ci sia voluto tanto tempo per scardinare il mondo di Tolomeo, può condurci a qualche considerazione su Colombo e sulla scoperta delle Americhe.”

– Claudio Alvigini

 

Nel mese di luglio 2019 la casa editrice Macabor Editore ha pubblicato, per la collana Noisette, il saggio “L’inconcepibile esercizio” di Claudio Alvigini.

 

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L’autore è nato in Svizzera ma ha vissuto a Palermo, Pozzuoli e Roma. Giovanissimo ha iniziato la sua carriera aeronautica come pilota civile dell’Alitalia e per svariati anni è stato comandante di Boeing 747.

L’adolescenza in Sicilia ha fortemente segnato le prime prove letterarie di Claudio e si può constatare l’ininterrotta attività che ha visto i primi frutti nel 1997 proprio con il saggio “L’inconcepibile esercizio” edito nella rivista di psicoterapia e psichiatria “Il sogno della farfalla”.

Successiva di un anno, nel 1998, è uscita la sua prima silloge poetica “Visita in città” con Nuove Edizioni Romane, nel 2002 per Edizioni La camera verde è uscita “La casa sol terrazzo”, nel 2005 “Ulàn Batòr” per Edizioni Helicon, nel 2007 “Trafficante di colori” per Edizioni LietoColle, nel 2012 “Il principio di non contraddizione” per Manni Editore, e nel 2018 con Macabor Editore il romanzo “Il Capitano di Bastur”.

 

 

A.M.: Salve Claudio, sono lieta di questo nuovo incontro. Nel 2018, in una nostra intervista, hai parlato di un possibile ritorno alla poesia ed invece ti ritrovo con una pubblicazione di un saggio filosofico. “L’inconcepibile esercizio” è stato, infatti, pubblicato per la prima volta nel 1997, perché hai deciso di riprendere in mano il lavoro?

Claudio Alvigini: Cara Alessia, intanto permettimi di ricambiare, anch’io sono lieto di questo nuovo incontro, il ricordo delle tue belle domande su “Il capitano di Bastur” edito da Macabor, è ancora vivissimo. Mi chiedi perché ho deciso di riprendere in mano un lavoro di più di 20 anni fa. Era uscito, infatti, nel 1997, nobilitato dall’accoglienza nelle belle pagine della raffinata rivista di psicoterapia e psichiatria “Il sogno della farfalla” che si avvaleva allora come oggi dell’elaborazione teorica di Massimo Fagioli. Mi chiedi come venne quel titolo che, anche a distanza di anni, continua a piacermi assai. Fu un giorno lontano, un decollo assai mattutino da Addis Abeba; ricordo uno strato compatto e uniforme di nubi che si stendeva a perdita d’occhio. Una smisurata coperta immobile e sospesa a poche decine di metri da terra, pronta a posarvisi da un momento all’altro, non so se per difenderla così dal freddo del mattino o per… soffocarla. C’era quel tanto di visibilità orizzontale che consentiva il decollo. Iniziammo così la nostra corsa sulla pista, con, sulla testa quel tappeto volante e senza fine di nubi che schiacciava la terra… a terra. Ed ecco, un attimo dopo la rotazione, giusto quel mezzo secondo necessario ad attraversare in accelerazione quello strato e ci trovammo proiettati, sbucammo, irrompemmo in un delirio di luce e di sole. E il nostro giorno (il nostro destino?) cambiò. Sulla terra sotto di noi e su coloro che su di essa si aggiravano, rimase quella buia incombente coperta, la loro giornata non cambiò, non so del loro destino… Pensai all’assurdità dell’esercizio del volo e forse fu proprio allora che il termine “inconcepibile” cominciò a farsi strada in me. All’Inconcepibile esercizio ero e sono legatissimo; con esso, infatti, tentai di penetrare il centro nascosto, il cuore segreto di quello che per anni e anni è stato il mio mestiere e che, pensavo, “sentivo” non essere stato ancora sufficientemente e correttamente “indagato”. Tieni presente poi che “L’inconcepibile” è stato anche il mio primo lavoro pubblicato. Dunque amore grande. L’idea di scrivere sul volo l’avevo in mente da tempo; la spinta definitiva mi venne da un fortuito colloquio con Massimo Fagioli. Si parlò del volo mi chiese qualcosa. Poi buttò lì una di quelle sue apparentemente semplici quanto geniali e definitive frasi… “Vedi”, mi disse, “il problema del volo è che è disumano…” Testuale. Rimasi allo stesso tempo fulminato e illuminato. Mi aveva suggerito la strada, avevo finalmente in mano il bandolo della matassa.

Come dicevo, a mo’ di bella addormentata nel bosco, l’Inconcepibile dormiva un sonno profondo e apparentemente definitivo; nessun principe nei dintorni che potesse risvegliarlo. Accadde che, in occasione della prima presentazione in Calabria de “Il Capitano di Bastur”, m’incontrai con Bonifacio Vincenzi e gli consegnai una copia dei miei lavori precedenti, poesie, racconti e questo lavoro su cui mi intervisti. Gli editori, si sa, sono molto occupati e Bonifacio non fa eccezione alla regola, anzi! Poi un giorno, per chissà quale fortunata combinazione astrale, ha avuto il tempo e la curiosità di leggere il lavoro in questione (anche se, te lo posso confessare, aspetto ancora che legga il resto…). Come lui stesso mi ha confessato, ne restò molto colpito e mi disse subito che lo avrebbe pubblicato con entusiasmo nella preziosa collana di saggi “Noisette” della Macabor. Dunque, cara Alessia io non ho deciso nulla, ho solo risposto all’entusiasmo di Bonifacio. E, permettimi di dirlo, è stato il modo migliore di rimettere mano a quel lavoro, il modo più auspicabile, rispondere all’interesse sincero di qualcuno, all’entusiasmo… giovanile di Bonifacio. (Dovendo lui, nello specifico del mio esempio, rappresentare il principe che sveglia la bella addormentata dal suo invincibile sonno, il termine “giovanile” mi sembra più che mai adatto… Lui mi perdonerà − spero −). Sapevo che quel vecchio lavoro aveva una sua originalità, sapevo quanto mi era costato e che anche in esso, come ne “Il Capitano di Bastur” c’era una spremuta di vita ma, sinceramente, pensavo che nulla avrebbe potuto interromper il suo sonno. Puoi dunque immaginare con che gioia abbia accettato la proposta di Bonifacio; una conferma del mio rapporto con lui, un rapporto che, fino ad ora e facendo i debiti scongiuri, confermo essere quello ideale che ciascun autore sogna di avere con il proprio editore. Ho naturalmente apportato diversi cambiamenti al testo, non tanto nella sua sostanza, che rimane la stessa, quanto nella forma utilizzata: le note, che erano tantissime e avevano la stessa dignità del testo e che, nella versione originale e grazie alle dimensioni della rivista stavano a fondo pagina, sono entrate a far parte, con piccoli accorgimenti, del testo. E qui, un grazie di cuore va all’amico Pietro de Simoni per avermelo suggerito. Come un grazie sincero va all’amico Carmelo D’Angelo per le infinite riletture cui lo ho sottoposto. È stata un’emozione anche per me rileggerlo, ricordare le fatiche e le ricerche, le varie biblioteche visitate e i miei stati d’animo di allora, in primis la grande emozione che la scoperta della straordinaria storia del sarto di Ulm mi procurò e che divenne lo snodo centrale di tutta la narrazione. La storia del sarto impone all’Inconcepibile una decisa accelerazione, uno slancio immaginifico e bello come immaginifico e bello fu il sogno di Albrecth Ludwig Berblinger (questo era il nome del sarto), la sua “follia”: il volo umano!

A.M.: La dedica del saggio recita: “Vi sono stati in tutti i tempi dei grandi ingegni/ che hanno avuto questa pazzia in capo”. Di chi è la citazione?

Claudio Alvigini: La citazione è di Carlo Moretti, abate e bibliotecario all’Ambrosiana di Milano cui era affidato il delicato incarico di custodire e preservare i libri Sul volo di Leonardo da Vinci. Quelle sue parole mi sembrarono il modo migliore di iniziare il lavoro. Siamo negli anni ‘80 del 1700. È stata una delle tante felici scoperte dei due e più anni di lavoro per preparare L’inconcepibile e che mi hanno visto peregrinare tra le biblioteche di mezza Italia e anche all’estero. Profittavo degli scali dei miei voli e, se avevo un giorno libero o anche mezza giornata, spendevo quel tempo nelle locali biblioteche cercando materiali per l’Inconcepibile. All’Ambrosiana di Milano, fondata dal Borromeo nel 1607 e che è stata la prima biblioteca pubblica italiana, ho fatto questa scoperta (sono passati molti anni e spero di non sbagliarmi e di ricordare bene), è lì che si trova anche il Codice Atlantico di Leonardo, meraviglia difficilissima da consultare e da me utilizzata nell’Inconcepibile. Molte ricerche le ho fatte (e molte cose le ho trovate) nella biblioteca nazionale di Roma, ma stranamente un libretto Feltrinelli del 1991, Leonardo l’uomo e la natura, a cura di M. De Micheli, si è rivelato preziosissimo, direi fondamentale. Libretto che − intuizione non cosciente? − mi regalò allora mia figlia Elda, del tutto ignara di ciò cui stavo lavorando.

A.M.: Come ben scrivi nel saggio, i tentativi umani di volare sono documentati dal Medioevo ma scorrendo nella mitologia greca si deve forzatamente passare da Dedalo e da suo figlio Icaro. Perché l’uomo, ribellandosi al peso del corpo, guarda in alto e si ingegna per alzarsi in volo?

Claudio Alvigini: Forse perché l’uomo, come dice Fagioli, appartiene a “… una specie animale che ha per sorte una fantasia, ha per sorte un’intuizione e una conoscenza della propria soggettività precaria, della propria corsa verso la morte…” Perché c’è sempre un oltre, Alessia, c’è sempre un nuovo viaggio, nuovi rapporti, nuove conoscenze; si può sempre fare di più e fare meglio, correggere gli errori di navigazione della vita e dirigersi verso terre, o cieli, che mai avremmo creduto di poter raggiungere. Il volo è libertà totale e forse eccessiva, esercizio… inconcepibile e misterioso, atto empio, acquisizione superba di una dimensione che non attiene all’uomo, alla sua antropologia, furto agli dei. È “disumano”, appunto. Ed è stato solo l’uomo a ribellarsi al peso del corpo, non gli animali (sì, sì, è vero, gli uccelli volano ma è la loro condizione naturale…). Perché, se è vero che l’uomo ha mille limiti − a partire dal peso del corpo per arrivare alla finitezza della vita − la sua curiosità, la sua ansia di sapere, la sua fantasia non ne hanno. Naturalmente qui ci riferiamo a quei pochi che, con il loro coraggio, hanno di volta in volta rifiutato il sapere attuale, hanno infranto le regole, rivoluzionato il pensiero, Copernico, Giordano Bruno, Leonardo, Einstein cioè, Fagioli in epoca più recente. Certo, come quest’ultimo dice, schierarsi contro la cultura dominante, rifiutare i maestri del pensiero… richiede indubbiamente coraggio…

A.M.: Impeccabile il passaggio da Claudio Tolomeo a Niccolò Copernico passando per il “De Rerum Natura” di Lucrezio: “L’animo infatti richiede di conoscere a pieno, essendo infinito lo spazio oltre i muri del mondo, cosa esista lassù, dove intenda scrutare la mente, dove il libero balzo dell’animo voli spontaneo”. Perché per più di tredici secoli non si è riusciti a riesumare le teorie del filosofo Aristarco di Samo?

Claudio Alvigini: La domanda è molto interessante, c’è proprio da chiedersi perché è passato così tanto tempo e, contemporaneamente, come fu che Aristarco, che tu opportunamente citi, in un tempo così remoto seppe spingersi così lontano, essere così moderno. Forse mi sbaglio, forse, per quel che riguarda il pensiero dell’uomo, attribuisco troppa influenza (negativa) alla religione, ma un pensierino su politeismo e monoteismo lo farei. Aristarco fiorisce nel terzo secolo a. C. C’erano gli dei burloni e vendicativi, Eolo cacciava fuori i venti dai suoi otri, Giove scagliava saette e seduceva giovani donne, Giunone ce l’aveva a morte con Enea e aiutava Ulisse. Ma, nell’ingenuità della rappresentazione antropomorfa, tutti quei dei lasciavano l’uomo un po’ più libero, ognuno adorava quello che voleva o gli era più simpatico; nella Roma imperiale convivevano culti diversissimi, orientali, dell’Egitto, portati da terre lontane dai soldati che tornavano. Una grande tolleranza tra questa miriade di rappresentazioni e, credo, un’aria più leggera. Tanto leggera che permise ai presocratici, con l’acqua, il fuoco, l’aria, la terra di cercare oltre quegli stessi dei… Poi ci fu Costantino (mi si perdoni la brutale sintesi), la religione cristiana fu prima accettata poi nel 380, con Teodosio, divenne religione di stato. Nacque il dio unico, il monoteismo. E qui non c’è lo spazio per discuterne, ma un dio unico, al di là della benevola − almeno a parole − comprensione e pacifica convivenza, porta con sé l’idea, tanto nascosta quanto profonda, che solo esso, essendo l’unico, è quello giusto e vero; gli altri no. Con tutte le tragiche conseguenze cui nella Storia e, purtroppo, anche nella nostra epoca assistiamo… Poi, certo, mettiamoci anche il buio della caduta dell’Impero, le invasioni dei “Barbari”, i saccheggi e le distruzioni e poi l’anno mille, l’attesa della fine del mondo. Le eclissi che sconvolgevano e generavano angosce profonde, le malattie, la peste e la sifilide… L’attaccamento alla legge del padre Platone o del padre Aristotele o del padre Tolomeo degli intellettuali di allora divenne sempre più forte. Essi, infatti, temevano che, perdendo ciò in cui loro, la chiesa e tutti, credevano, avrebbero perso il loro potere e quindi… anche la loro privilegiata posizione di assistiti e beneficiati dal signore di turno. Forse un pensiero sul perché ci sia voluto tanto tempo per scardinare il mondo di Tolomeo, può condurci a qualche considerazione su Colombo e sulla scoperta delle Americhe. Fagioli osservava che una dilatazione così clamorosa e lacerante dello spazio fisico, dello spazio esterno, costrinse l’uomo a dilatare il proprio spazio interiore, ad avere un animo più ampio che potesse contenere la nuova immagine del mondo che le scoperte della navigazione marittima imponevano. I tempi grossomodo coincidono, Leonardo fa i suoi studi sul volo intorno al 1505, Copernico elabora le sue teorie nei primi del 500 e comincia ad esporle nel 1515, l’America era stata scoperta, l’immagine del mondo aveva già, come dire, rotto gli argini…

A.M.: “La luna densa e grave, come sta la luna?”

Claudio Alvigini: La luna pesante e compatta come fa a reggersi? Come mai, assieme agli astri e alle stelle non precipita sul capo dell’uomo annientando ogni cosa? È la bellissima domanda che si poneva Leonardo ed è, secondo una geniale interpretazione di cui nell’Inconcepibile dò conto, il riecheggiamento, nella maturità, delle immagini del bambino Leonardo sdraiato sulla culla in quelle calme, dense e limpide notti d’estate, col viso rivolto al cielo, ad osservare… (Leonardo passò in campagna il primo lustro di vita). Poi c’è il fascino e lo sgomento che la luna, piazzata lassù, apparentemente a portata di mano, bianca e fredda ha sempre esercitato ed esercita sull’uomo, c’è Leopardi e… c’è Armstrong, il comandante Armstrong che, primo uomo nella Storia, calca il suolo lunare.

A.M.: Il 20 luglio 1969 è la fatidica data dell’allunaggio ad opera di Neil Armstrong. Ma già dal 1976 si è iniziato a parlare di un finto atterraggio sulla Luna da parte degli americani. Il primo che ne parlò fu Bill Kaysing nell’opuscolo autopubblicato “We Never Went to the Moon”. Perché, secondo te, la teoria del complotto ha avuto così tanto successo sino ad arrivare ai nostri giorni?

Claudio Alvigini: Ed eccoci al 20 luglio del 1969, l’uomo mette piede sulla luna. Domando che sembra spezzata in due questa, dalla data fatidica si passa subito alla contestazione dell’evento, al finto allunaggio, al complotto. Non credo che la teoria del complotto abbia avuto poi tanto successo in questo caso, non credo cioè che sia così diffusa; alcuni la sostengono, ne parlano, ci fu anche un film mi pare. Io ho letto molto sul programma di conquista dello spazio, sull’addestramento degli astronauti, sulla conquista della luna, sul “dopo” delle loro imprese. Conosco molti aneddoti. Potrebbe essere interessante, dopo aver parlato del sarto di Ulm, parlare del… barbiere di Armstrong. Il comandante si accorse che quando gli tagliava i capelli, il suo barbiere li raccoglieva da una parte con una cura eccessiva che lo insospettì. Scoprì poi che li metteva in certi vasetti che vendeva a qualche centinaio di dollari l’uno; erano pur sempre i capelli del primo uomo che era stato sulla luna!… Dovette cambiare barbiere. La moglie racconta che dopo l’allunaggio si sia chiuso in un silenzio lungo tre anni… Un suo sospiro, diceva, era una parola e un suo cenno o una delle rarissime parole che comunque pronunciava, un intero discorso. A proposito, quanti sanno che Armstrong è morto qualche anno fa per una banale operazione di bypass mal condotta? Il primo uomo ad essere stato sulla luna muore per un caso di mala-sanità e nessuno, o pochissimi, ne sanno qualcosa…

Domandi perché si creda al complotto. Non so rispondere con esattezza, ma un’idea ce l’ho e nell’Inconcepibile, tra le righe, è contenuta. Qui potrei accennare brevemente ad un’impresa “eccessiva” per i tempi in cui avvenne, “inconcepibile”, per restare in tema. Dalla quale ci si difende cercando di farla sparire (anche qui la teoria fagioliana mi è di fondamentale aiuto). E quale maniera migliore per ottenere questo scopo di quella rappresentata dal complotto? Quell’impresa era eccessiva? Bene, diciamo allora che fu solo mimata e mai realmente avvenuta, parliamo, scriviamo di un complotto, facciamola sparire. Poi, sai, alcuni credono alle scie cosmiche o come diavolo si chiamano, altri agli extraterrestri che sono già tra noi o che li hanno anche rapiti e con i quali hanno fatto persino dei figli. Infine ci sono quelli che credono che la terra sia piatta, i terrapiattisti, ultimamente alla ribalta. Perché meravigliarsi allora se qualcuno dice che sulla luna non ci siamo mai andati? Io faccio parte di coloro che non credono al complotto, ma una piccola considerazione sul complotto può essere comunque fatta. Da una parte un atteggiamento critico serve, la cosiddetta controinformazione necessaria ed essenziale per non farsi abbindolare da false notizie – argomento questo, grazie ai social e a internet, più attuale che mai – dall’altro la tendenza a vedere complotti d’ogni parte, potrebbe nascondere, sotto insospettabili spoglie, una voglia di conservazione, una forma di opposizione a quanto di nuovo può scardinare il vecchio mondo e il vecchio modo di pensare. Ogni caso comunque, va valutato a parte, non si può generalizzare. Era un complotto dire che la strage di Piazza Fontana era stata causata dagli anarchici, fu allora importantissimo dirlo che era un complotto, rifiutare la falsa verità sparata a nove colonne sui quotidiani. La contro informazione fu, nell’occasione, sacrosanta. Non credo che si possa sostenere lo stesso per quel che riguarda l’allunaggio del ‘69. Del resto si sta programmando un ritorno a breve sulla luna da parte degli americani e forse dei cinesi, ricordo che ci sono un paio di jeep con cui, nelle missioni che seguirono all’Apollo 11, gli astronauti scorrazzavano lassù. False anche quelle? Se saranno ritrovate, assieme alla bandiera che lasciò Armstrong, cosa diranno gli scettici? Senza parlare poi di quelle centinaia di chili di roccia lunare che sono osservabili tutt’oggi e gli infiniti filmati. Ne è stato presentato uno che dicono formidabile e mai visto prima sull’intera impresa, il mese scorso a Zurigo (era presente il quasi novantenne Aldrin, pare più in forma che mai, secondo uomo a calcare il suolo lunare); uscirà a settembre in Italia. C’è poi da considerare l’attenzione spasmodica con cui le reti radar e l’intelligence russa hanno seguito ogni passo della vicenda, se ci fosse stato imbroglio ed inganno vi sarebbero balzati sopra come un sol uomo. Ripensiamo a quegli anni: si era in piena guerra fredda, la Russia, dopo lo Sputnik del 1957 che, volteggiando ben visibile nel cielo americano, si prendeva gioco di un’intera nazione con i suoi beep-beep ad ogni passaggio (circa ogni ora e mezza), dominava la competizione spaziale. Sembrò averla definitivamente vinta con l’impresa del 1961 del ventisettenne Yuri Gagarin, primo uomo in orbita attorno alla terra. L’America doveva rispondere in qualche modo, va tenuto infatti presente che la supremazia nella corsa allo spazio era sinonimo, in quegli anni, di dominio mondiale. Nel 1962, in un celebre discorso, Kennedy, per recuperare il terreno perduto, lanciò il decennio della luna e promise che nei prossimi dieci anni l’America avrebbe portato un uomo sulla luna e lo avrebbe riportato a terra. Partì la più colossale cooperazione tecnico industriale che la storia abbia mai visto. Milioni di contratti, di moduli, di simulatori, costruzione di Hangar giganteschi, selezione tra i migliori piloti americani per scegliere gli astronauti, lo straordinario addestramento cui furono sottoposti, il diario che molti di loro hanno tenuto. Tutti d’accordo nella grande recita? Tutto un bluff?

A.M.: Questa nuova fiducia posta su Macabor Editore è prova di affidabilità della casa editrice?

Claudio Alvigini: O.K., torniamo… sulla Terra. Credo che, in quanto detto nei punti precedenti, sia già contenuta una risposta. Posso aggiungere che siamo di fronte, in questo caso, al rovesciamento delle parti, è l’editore a spingere l’autore, a proporgli la pubblicazione… Altro che affidabilità Alessia! Auguro alla Macabor ogni successo, perché lo merita come nessun altro, perché è una casa editrice che ama ancora il bello, lo cerca e lo stimola. La mia stima e amicizia con Bonifacio, consolidata da interminabili telefonate tra Lisbona e Francavilla Marittima (in genere lo colgo mentre sta cucinando e gli faccio bruciare tutto…) è oramai consolidata, la passione con cui fa il suo lavoro, il suo disinteresse, mi fanno pensare che anche oggi, nonostante si cerchi solo il danaro ed il successo a poco prezzo e con poca fatica, sia possibile fare bene le cose in cui si crede, seguire la propria strada infischiandosene di dove vanno gli altri, perseguire la propria idea, il proprio sogno, proprio come fece il sarto di Ulm. E, a proposito del sarto, l’entusiasmo di Bonifacio per questa dimenticata eppur storica figura è stato tale che ha deciso di dare alla rivista di poesia che si appresta a pubblicare (e questa è una vera anticipazione!) proprio questo nome: Il sarto di Ulm.

A.M.: Hai già il programma delle presentazioni estive de “L’inconcepibile esercizio”?

Claudio Alvigini: La pubblicazione dell’Inconcepibile, mi ha come sorpreso, tutto, da un certo momento in poi si è svolto molto rapidamente e dunque le presentazioni le stiamo organizzando solo ora. Penso quindi di fartele sapere e renderle pubbliche quanto prima.

A.M.: Mi è rimasta la curiosità sul tuo ritorno alla poesia: in quest’ultimo anno sei stato visitato dalle Muse?

Claudio Alvigini: Sì, cara Alessia, e ancora una volta grazie della tua attenzione e sensibilità; qualcosa è accaduto, qualche musa si deve essere smarrita finendo così sulle soglie dell’Atlantico; lì ci siamo incontrati.

A.M.: Salutaci con una citazione…

Claudio Alvigini: Ripensavo al sarto di Ulm, a Bonifacio, a come intende il mestiere e la vita, a come la intendo io la vita, ripensavo alle tue domande e continuava a venirmi in mente una citazione apparentemente semplice ma, a guardar bene, profondissima e tale da segnare un discrimine tra gli uomini: “Bisogna spendere i soldi per la vita, non la vita per i soldi.” Indovina un po’ di chi è?

A.M.: Ora ho finalmente compreso perché Mnemosýne ha lasciato i monti della Pieria: sta cercando una delle sue adorate figliuole! Ti ringrazio, Claudio, per la tua gentilezza nell’accogliere le mie domande e per il tempo che hai dedicato. Questo caro amico sarto che spese ogni suo denaro per un prototipo di deltaplano e che morì di malnutrizione nel 1829 − dopo aver donato il suo grande ingegno ad Ulm − è stato celebrato dal drammaturgo e poeta tedesco Bertolt Brecht. Saluto, dunque, con due strofe della favola allegorica “Il sarto di Ulm”: “Vescovo, so volare”,/ il sarto disse al vescovo./ “Guarda come si fa!”/ E salì, con arnesi/ che parevano ali,/ sopra la grande, grande cattedrale.// Il vescovo andò innanzi./ “Non sono che bugie,/ non è un uccello, l’uomo:/ mai l’uomo volerà”,/ disse del sarto il vescovo.

Written by Alessia Mocci

Photo Claudio Alvigini by Barbara Ledda

In copertina foto di Claudio Alvigini ventenne

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https://www.facebook.com/Macabor-Editore-232652587202894/

Articolo The Guardian Bill Kaysing

https://www.theguardian.com/science/2019/jul/10/one-giant-lie-why-so-many-people-still-think-the-moon-landings-were-faked

Fonte

http://oubliettemagazine.com/2019/07/17/intervista-di-alessia-mocci-a-claudio-alvigini-vi-presentiamo-il-saggio-linconcepibile-esercizio/

Intervista di Alessia Mocci a Francesco S. Mangone: vi presentiamo La spazzola dell’ingegnere (Fonte http://oubliettemagazine.com/2019/07/01/intervista-di-alessia-mocci-a-francesco-s-mangone-vi-presentiamo-la-spazzola-dellingegnere/)

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“Furore prende il titolo dal grande romanzo di John Steinbeck, uscito nel 1939; leggendolo si capisce come la crisi umana, sociale e politica di quegli anni assomiglia alla disperazione dell’oggi. Il romanzo sociale è tale perché rimette al centro la vita delle donne e degli uomini in carne e ossa, in questo tempo dello spettacolo e della finzione.” – Francesco S. Mangone

 

Francesco Siciliano Mangone è nato e vive a Trebisacce sul golfo di Sibari. È stato docente nelle Medie e presso il Liceo della sua cittadina. Ha collaborato con la redazione della rivista letteraria “La colpa di scrivere” e successivamente nel “Fiacre n° 9”.

 

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Per anni, come volontario nell’associazione Passaggi, ha insegnato ai migranti ed ancora conduce un laboratorio teatrale di giovani e anziani.

Le sue passioni sono i libri, la barca a vela, le api, ed ultimamente l’orto e le sue coltivazioni. Ha pubblicato romanzi, raccolte di poesie e saggi. Ricordiamo “Schnellboot s-57” (Aljon, 2009), “Jonion” (Robin Edizioni, 2011), “1961, Le vacche di Fanfani” (Robin Edizioni 2012), “Misura minore” (Pungitopo Editrice, 2016), “Il maestro illecito” (Robin Edizioni, 2018).

Con l’associazione culturale il Musagete di Bonifacio Vincenzi ha partecipato alle tante iniziative svolte sul territorio e recentemente ha preso l’incarico di condurre la neo collana della casa editrice Macabor Editore “Furore – il romanzo sociale”. La collana è inaugurata proprio con un romanzo di Francesco S. Mangone: “La spazzola dell’ingegnere”.

A.M.: Salve Francesco è un piacere poter dialogare con lei per presentare ai lettori due novità della casa editrice Macabor Editore. Partendo dalla prima: com’è nata la collaborazione con l’editore Bonifacio Vincenzi per la creazione della collana di narrativa “Furore – il romanzo sociale”?

Francesco S. Mangone: Grazie Alessia, con Bonifacio Vincenzi ci conosciamo da anni, dapprima che diventasse editore. Con lui, fondatore dell’associazione il Musagete, per anni abbiamo fatto tantissime cose, dalla promozione del libro, serate dedicate all’arte, alla cultura, in giro per i paesi calabro-lucani intorno al Pollino. Successivamente a gestire la rivista letteraria “La colpa di scrivere” e in seguito con “Il fiacre n° 9”. Anni di passione e formazione. Qualche mese fa ci siamo rivisti e gli ho proposto di pubblicare “La spazzola dell’ingegnere”, ma di farlo in una collana apposita, che avesse il profilo del romanzo sociale. E lui subito mi propose di occuparmene. Così venne fuori l’idea di Furore. Prende il titolo dal grande romanzo di John Steinbeck, uscito nel 1939; leggendolo si capisce come la crisi umana, sociale e politica di quegli anni assomiglia alla disperazione dell’oggi. Il romanzo sociale è tale perché rimette al centro la vita delle donne e degli uomini in carne e ossa, in questo tempo dello spettacolo e della finzione. All’inizio del terzo millennio, furono dati per finiti la storia e i conflitti sociali che lacerarono il Novecento. In questa visione, anche l’opera d’arte doveva ridursi a una questione di linguaggio, di stile. Ridurre i contenuti a un semplice gioco letterario. Non è così. Vedi, ritornano i drammi, gli orrori, la necessità della Storia, per capire.

A.M.: La seconda novità di cui mi piacerebbe parlare è l’uscita del primo romanzo della collana “La spazzola dell’ingegnere”.

Francesco S. Mangone: Il titolo trova soluzione nell’esergo di W. Benjamin. Laddove la visione storicistica vede una linearità crescente del progresso in un determinismo teleologico, l’ingegnere Carlo Sarracini, seguendo il filosofo tedesco, racconta (spazzola) la storia non dal lato dei vincitori ma da quello dei perdenti, degli ultimi (di contropelo, cioè). Nel romanzo si parla dell’inganno della fabbrica negli anni ’50 al Sud, del suo lato oscuro, e della sottomissione dell’uomo alla “macchina” fordista, mentre si pone la questione della nascita della dualità italiana. (L’attualità anche in questo caso è evidente. In questi giorni, il governo sta per varare la cosiddetta autonomia fiscale delle tre regioni più ricche d’Italia.) Si continuano a ribadire le politiche che separano l’Italia. Nel tempo si è fatto del Nord una macroregione ricca, sviluppata ed europea, e dell’Italia di giù una terra di mafie, di servitù militari, mercato del lavoro; di briganti ed emigranti. I buoni al Nord e i cattivi al Sud. Il romanzo raccoglie e struttura questa complessità, per ricordarla. Quando lavoro a un romanzo so che è solo una tessera di un più complesso metaromanzo. In questo modo scrivo contemporaneamente più cose, mentre leggo e prendo appunti su altre storie e personaggi. Impiego anni per scrivere. Da questa massa di scrittura viene fuori il romanzo e io con loro. Vivo e cresco leggendo e scrivendo. Spesso sono i personaggi o le maschere che mi indicano direzioni, dove andare. La scrittura è spostare la dicibilità e la visibilità del mondo, del mio tempo.

A.M.: Il romanzo è ambientato in Calabria ma possiamo ben affermare che racconta una realtà che si è verificata in varie regioni d’Italia. Quel “Fare il Sud come il Nord” è la promessa di benessere che non è stata mantenuta e “l’utopia di strada” è la soluzione comunicativa dell’ingegnere Carlo Sarracini. “Procedere a piedi. Sentire il corpo abitare gli spazi. Deambulare. […] Vedere d’intorno il lavoro e la cura che ebbero gli avi.”

Francesco S. Mangone: “Fare il Sud come il Nord” è un inganno. Una frase a effetto usata dai politici d’accatto. Non vale forzare, imitare. Bisogna partire dalla cultura e dalle radici d’un popolo, di là si parte per migliorare. Sapere del genius loci che accompagna le eccellenze intime e speciali dei luoghi. Assecondare le vocazioni, mai più la speculazione e lo sfruttamento, ma la Cura. In molti pensano che vale invece vendersi l’anima. Sarracini viene deluso dalla fabbrica e dal consumismo che porta, così opera quella inversione che sarebbe necessaria a noi singolarmente e collettivamente. È un passaggio dall’io individualistico e nichilista al noi della comunità solidale e inclusiva. Dal basso dice Sarracini, dai “giovani innamorati dell’ambiente”. L’utopia di strada viene da sé, significa porsi sullo stesso piano dell’altro da noi. S’incontra l’altro non solo per aiutarlo, ma anche per imparare da lui.

A.M.: Carlo Sarracini è solito dire: “La morte, quando Nostro Signore vorrà, non mi troverà di certo indifferente e in ozio… ma nel pieno del mio essere cristiano”. Quando l’esser cristiano di Carlo è divenuto “un soggetto storico pronto ad accogliere il messia, la rivoluzione”?

Francesco S. Mangone: Non mi sento un credente, ma leggendo i Vangeli ho compreso la carica rivoluzionaria che c’è ancora in quegli Annunci. Mi hanno colpito i riferimenti al corpo degli ultimi. Corpi ammalati, folli, impazziti e piagati dalla miseria, e così via. Da quella prassi, credo, Cristo abbia imparato ad amare la fragilità dell’uomo. Ne è caduto follemente in amore. “Il maestro illecito” (Robin Edizioni), il romanzo precedente uscito la scorsa estate, parla del maestro Rolando dell’A, lui, laico reduce dal Maggio ’68, che insegna italiano ai migranti tra la miseria e la violenza nella Piana di Sibari. In quel caso le premesse sono differenti, ma l’umanità messa in campo identica. Per Sarracini, di cultura e formazione cattolica, è essenziale la concordanza tra lettura dei vangeli e la propria vita. Ma attenzione, non è un mero formalismo il suo: apre qualità nuove di resistenza. Sarracini ha imparato che solo quando il tempo diventa storia e l’anima si concilia con il corpo si apre la possibilità d’una inversione. Lui l’ha sperimentato. Curiosamente Sarracini “incontra”, senza saperlo, Walter Benjamin ed Ernest Bloch.

A.M.: “La spazzola dell’ingegnere” porta avanti una tematica calda anche se inizia il suo racconto nel 1990 quando la motonave Jolly Rosso si è insabbiata in zona Formiciche. Infatti, anche se il processo che indaga sull’avvelenamento della vallata del fiume Oliva è stato formalmente chiuso nel 2017, recentemente è stato riesumato in Corte d’Appello d’Assise a Catanzaro. Forse quella sentenza di due anni fa che proclamava l’assoluzione di tutti gli indagati è stato un ulteriore maltrattamento dei calabresi? C’è possibilità che la giustizia corra il suo corso? E com’è la situazione odierna visto il meteo incerto di questa primavera?

Francesco S. Mangone: Le cosiddette “navi a perdere”, “carrette del mare” o “navi dei veleni” sono l’argomento d’un altro mio romanzo “Jonion” del 2008. Dentro questa storia c’è l’alleanza tra malavita del Sud e industriali del Nord. Sono temi scandalosi, difficili da accettare. Oggi questa storia sembra finita. Ma si sa che le nuove discariche sono diventate zone del mondo a bassa capacità di controllo democratico. Sono vicende che nei nostri media vecchi e nuovi, restano sfrangiate, sempre nuove. Occasione di chiacchiericcio, con noi a stupirci e impotenti. Ecco il limite del giornalismo o dei talk show televisivi. Restano frammenti e mai che si riesce a mostrare la razionalità che presente in noi li fa accadere (Sì, perché noi non siamo innocenti). È diffusa invece da qualche tempo una sorta d’irrazionalità che fa sembrare l’accadere come colpa d’un destino cinico e baro. In cui forse la magia o le affezioni salvifiche sono demandate all’uomo solo al comando, che ci salva e libera. A complicare le cose le sentenze della magistratura, che anch’esse arrivano in ritardo oppure si contraddicono a secondo dei livelli di giudizio. Intercorre una crisi più generale che è quella della verità. Sembrerebbe che la stessa Magistratura resti nel guado d’un mutamento del diritto e che non riesca a produrre chiarezza sui ciò che bisogna intendere per “giustizia”. Sarebbe necessario perciò ricostruire, affidarsi a un nuovo pensiero critico, restituendo alla ragione e alla cultura il primato che ora sembrano aver perso. Ma si sa che poco può fare la magistratura se deve supplire la politica e la coscienza della gente.

A.M.: Ma oltre al Cesio 137, nel romanzo si racconta della diossina TCDD che, il 10 luglio 1976, fuoriuscì dall’azienda ICMESA di Meda ed investì una vasta area dei comuni adiacenti toccando particolarmente Seveso e delle 40 tonnellate di MIC (isocianato di metile) della multinazionale statunitense Union Carbide (oggi proprietà di Dow Chemical) che, il 3 dicembre 1984 nella città indiana di Bhopal, provocarono la morte di un numero ancora non chiaro di vittime (alcune agenzie governative parlano di 15.000). Quando si avrà modo di punire i colpevoli?

Francesco S. Mangone: Di questi disastri parla il romanzo. Le cose dal mio punto di vista non sono cambiate. Il Cesio 137, la diossina e i tanti veleni che a profusione immettiamo nei nostri circuiti alimentari e di vita restano conosciuti e chi avrebbe il compito di intervenire non lo fa. Sarracini con il giovane Greg Malari sono protagonisti nell’informazione e controinformazione su queste sciagure. Ma ad entrambi tocca fare un lavoro oscuro nell’indifferenza. Come il romanzo, Sarracini non si piega all’ignavia. Col tempo diventa una sorta di megafono della verità, dal basso. Andando per le strade a realizzare l’utopia vera, non quella minestra cucinata dall’alto. Così si ispira al Cristo, ma anche allo stesso Mao della lunga marcia. Ma la crisi attuale è qualcosa di molto più grave e decisiva. Le multinazionali della chimica hanno potere immenso e producono qualsiasi cosa pur di ottenere il profitto del capitale investito. Non ci resta che insistere. Sapendo che oltre c’è l’indifferenza. La cosa folle del pensiero corrente è che nelle crisi ci si rimanda sempre al futuro, alla tecnica. E con la tecnologia e gli algoritmi si sostituiscono le scelte umane e si indeboliscono le sue capacità di giudizio. L’impotenza di punire i colpevoli corrisponde all’impossibilità di risalire e giungere al dominus d’una tale razionalità. Non si tratta di singole persone, dunque, ma d’un sistema logico astratto che tutto tiene: potenti e deboli, vittime e carnefici. S’intreccia il dominio ferreo delle élite finanziarie ai poteri vasti delle multinazionali: il pericolo è per la stessa democrazia e come l’abbiamo conosciuta e realizzata dal dopoguerra a oggi.

A.M.: Quanto la gravosa questione ambientale è sentita dalle persone? Oppure si è ancora in uno stato di alienazione tale da non preoccuparsi perché si demanda questo problema foriero di morte alle genti future non riflettendo sul semplice fatto che le “genti future” sono già qui e siamo “noi del presente”?

Francesco S. Mangone: Si continua a dare segnali contraddittori. Ci si dice che la colpa della crisi è il livello alto di vita che abbiamo condotto, e dall’altro ci si invita a consumare, con i Governi a promettere sviluppo. Si parla di Green Economy e si continua usare le energie fossili e dare licenze alle multinazionali del petrolio di perforare coste, mari e fragili territori. È un miserabile spettacolo, mentre si invoca l’uomo forte per colpire i più poveri, i migranti, le famiglie quali responsabile del disordine generale. A fare da grancassa i media che puntano sulle emozioni, l’irrazionale e lo svuotamento del reale, senza andare alle radici del male. Sarebbe necessario una visione antropologica intelligente e positiva per tentare una presa di coscienza. L’illegalità, le mafie, la corruzione, il disprezzo e la solitudine sembrano essere le truppe cammellate del sistema. La cancrena che si attacca e lentamente vince. Carlo Sarracini, in un discorso a Cetraro, la bella città sul Tirreno calabrese, parlando della nave Kunskj affondata dalla ‘ndrangheta locale, per sollevare i cittadini, giunge ad usare toni apocalittici sulla fine del pianeta, ma serve a poco.

A.M.: Ci sono in programma presentazioni del romanzo “La spazzola dell’ingegnere”?

Francesco S. Mangone: Ci saranno certamente delle presentazioni nei mesi a seguire, ma avremo modo di precisarlo meglio quanto prima. Presso il sito della casa editrice informeremo chi sarà interessato.

A.M.: È presto per chiedere un’anticipazione sul secondo romanzo che sarà pubblicato nella nuova collana?

Francesco S. Mangone: Bè, Sì. Abbiamo delle idee, ma è ancora presto per decidere. La nostra intenzione è farla diventare un punto di riferimento per scrittori che hanno in mente la storia e la lettura del presente come storia. Mostrare lo scarto tra ideologia e vita naturale. Usando lingua e forma non in se stesse, ma per tentare una diversa rappresentazione della realtà. Approfittiamo perciò dell’occasione che ci concede la rivista per invitare quanti vorranno di inviare i loro manoscritti.

A.M.: Salutiamoci con una citazione…

Francesco S. Mangone: Essendo il romanzo in un certo senso sotto l’egida di Benjamin, ho pensato di salutarla citando da un pensiero comune Sarracini-Benjamin: “Ogni nostra singola azione ha il ritmo della natura messianica, perché partecipa e anticipa il regno di Dio, perciò bisogna operare come se il Messia ci fosse da presso.”

A.M.: Francesco ringrazio per la sincerità delle sue parole, è complesso trattare alcune tematiche, perché è complesso interessarsi di ciò che accade – che noi uomini facciamo accadere −. Per questo motivo ho il piacere ed il dovere di sottolineare in chiusura una sua bellissima asserzione che sale come grido disperato pregno di coscienza: “noi non siamo innocenti”. Saluto con il versetto 17 del Vangelo di Tommaso: “Gesù disse: − Gli uomini certamente credono che io sia venuto a portare la pace nel mondo, ed essi non sanno che io sono venuto a portare sulla terra le discordie, il fuoco, la spada, la guerra. Infatti saranno cinque in casa e si schiereranno tre contro due e due contro tre, padre contro figlio e figlio contro padre, e si leveranno come solitari.”

Written by Alessia Mocci

Info

Sito Macabor Editore

http://www.macaboreditore.it/home/

Acquista La spazzola dell’ingegnere

http://www.macaboreditore.it/home/index.php/libri/hikashop-menu-for-products-listing/product/81-la-spazzola-dell%E2%80%99ingegnere

Fonte

http://oubliettemagazine.com/2019/07/01/intervista-di-alessia-mocci-a-francesco-s-mangone-vi-presentiamo-la-spazzola-dellingegnere/

Diario di una Bookblogger. Elena di Sogni di carta e altre storie, si racconta. A cura di Alessandra Micheli

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Instancabile Elena.

Elena dai mille interessi.

Elena e il suo amore per la Bellezza.

Elena e il suo profondo, inestinguibile bisogno di comunicare.

Elena sorridente e disponibile, amata e forse perché limpida odiata.

Oggi la nostra eroina ci parla dell’altro suo interesse: i libri.

E ci racconta attraverso di essi la sa visione della letteratura, dei suoi limiti ma anche di quelle immense potenzialità che le permettono di salvarsi sempre a un passo dall’abisso.

Buon viaggio

Ciao Alessandra, innanzi tutto grazie per aver scelto di ospitarmi, per me è un onore immenso essere intervistata da te!

Cosa significa essere un book blogger

Significa avere la possibilità di essere immersa dai libri, di dare voce a una grande passione quale la lettura e conoscere talenti nascosti e persone meravigliose.

Alcune delle amicizie più importanti per me, sono nate proprio grazie al mio status di Blogger e questa è una cosa bellissima.

Che cultura letteraria deve avere secondo te un book blogger?

Quanto più ampia possibile. Deve saper spaziare tra i generi, conoscere i grandi classici cosi come i testi degli emergenti. Un book blogger che si rispetti, a parer mio non deve porre limiti alla conoscenza letteraria.

Non esistono solo gli autori classici come Calvino e Wilde esistono anche autori emergenti dotati di una bravura straordinaria e che spesso, proprio a causa di preconcetti e limitazioni dei lettori non riescono ad emergere…ecco, un book blogger, non deve essere un lettore qualunque, ma deve avere una visuale e una mente molto più aperta.

Recensioni o opinioni personali?

Opinioni personali. Un book blogger amatoriale, può avere una buona tecnica di scrittura e un’ampia conoscenza letteraria, caratteristiche che permettono un’analisi approfondita e strutturata, ma che non fanno di lui un critico letterario. Io personalmente non mi sento all’altezza di giudicare professionalmente il lavoro altrui, quindi, mi limito ad esprimere il mio parere, nel modo più “professionale” possibile.

Cosa serve per scrivere recensioni

Cultura letteraria, una buona conoscenza della lingua italiana e tanta sensibilità e amore per l’arte della scrittura.

Obiettività o soggettività, cosa caratterizza un blogger

Entrambe le cose. Ogni book blogger ha un suo modo di approcciare alle letture e alle recensioni: c’è chi agisce e reagisce in maniera più emotiva e di pancia e chi invece in maniera più razionale e di testa.

Personalmente credo di appartenere più alla prima categoria, ma cerco comunque di fondere le due parti in modo da lasciar trasparire la soggettività emotiva e l’oggettività tecnica.

Cosa pensi del mondo letterario contemporaneo

Penso che ci siano troppi cloni dei cloni e che i veri talenti facciano fatica ad emergere per via di pregiudizi enormi insiti nel lettore medio.

Quanto conta il talento oggi nella stesura dei libri

Tantissimo, è FONDAMENTALE. Senza talento la tecnica non basta e viceversa. Sono due punti fondamentali, contrapposti troppo spesso, ma comunque complementari.

Cosa pensi del self pubblishing?

Penso che sia insieme croce e delizia per i lettori. Da un lato lo apprezzo, poiché ha reso l’arte della scrittura accessibile a tutti, dall’altra per lo stesso motivo lo detesto.

Credo che un libro pubblicato in self publishing non abbia nulla da invidiare a uno pubblicato da C.E, a patto che sia curato nel dettaglio.

Penso che se alcuni autori si impegnassero di più e si affidassero ad un editor prima della pubblicazione, la categoria del Self sarebbe meno discriminata .

Penso che la scrittura non sia per tutti come tutte le forme d’arte.

Il fatto che io ami la musica, non fa di me il nuovo Chopin, per intenderci…

Secondo te il livello del lettore medio è davvero basso?

Purtroppo si! Mi trovo di frequente a parlare di letteratura con le persone e quando chiedo cosa leggono, le risposte mi lasciano sempre perplessa.

Il lettore medio è di livello basso perché si auto impone limiti inesistenti, sente la necessità di affiggere etichette a generi e autori, etichette che sono simbolo di menti chiuse molto spesso.

C’è una certa responsabilità dei blog nel creare la sensazione che, esista oramai solo un certo tipo di romanzi? (romance o erotici)

Il blogger esiste perché l’autore scrive. Il mercato vuole un certo tipo di romanzi e molto spesso gli autori si adattano alla moda.

Il blogger che vuole le view e i follower, di frequente segue la stessa scia degli autori.

Un blogger può essere anche uno scrittore secondo te?

Assolutamente si, a patto che riesca a mantenere il distacco necessario per rimanere obbiettivo e che non si lasci intimorire dalla paura delle ripercussioni.

Le guerre delle recensioni sono all’ordine del giorno, se si ha il coraggio di affrontarle, allora si, un autore può essere blogger e viceversa.

In una recensione ci sono limiti da non superare?

Io credo che il rispetto limite che bisogna imporsi.

Che la recensione sia positiva o negativa, poco importa…è necessario avere sempre rispetto totale verso l’opera e verso chi l’ha messa nelle tue mani.

Quali sono i generi che si leggono e quali sono penalizzati

I generi più letti credo siano il romance e l’erotico, quelli penalizzati: la narrativa, l’horror e gli storici.

Cosa può ancora dare ancora leggere un libro, in un mondo cosi immediato come quello di oggi

Può dare tempo: tempo per se stessi, tempo per sognare, tempo per vivere mille vite differenti.

Un libro può essere una valida alternativa alla tendenza di oggi a non pensare?

Un libro DEVE essere una valida alternativa alla tendenza di non pensare. Un libro deve necessariamente scatenare un pensiero, non importa di che tipo, importa che lo faccia.

Case editrici e Self richiedono trattamenti diversi

Assolutamente no! Il libro merita attenzioni in quanto tale, indipendentemente da chi e come è stato pubblicato.

Leggere interessa ancora le giovani generazioni?

Si, magari non in grande misura, ma ci sono tanti bambini e ragazzi che allo smartphone, preferiscono un buon libro.

Si può rifiutare una recensione? E se si per quali motivi?

Si, per tanti motivi differenti:

  • Il libro non è di un genere che i lettori del blog apprezzano e quindi quest’ultimo non potrebbe dargli la giusta visibilità

  • L’autore si è presentato con maleducazione…eh si, mi spiace ma se un autore si presenta in maniera inopportuna io rifiuto la richiesta di recensione.

  • La trama del libro non coincide con l’interesse del blogger.

 

Ci sono autori che consiglieresti?

TANTISSIMI! Non vorrai mica l’elenco?

Lasciaci con una frase che ti identifichi

Vi lascio una citazione che amo.

Una citazione che ha dato una svolta importante alla mia vita.

Quante cose cambiano nell’arco di un solo istante”

Il libro da cui è tratta è Waiting di Daniel Di Benedetto.

Grazie per lo spazio che mi hai concesso, lascio un abbraccio immenso a tutti i tuoi lettori.

 

Grazie a te Elena per regalarci ogni volta una piccola parte della tua anima.

I libri sono stati i miei uccelli e i miei nidi, i miei animali domestici, la mia stalla e la mia campagna; la libreria era il mondo chiuso in uno specchio; di uno specchio aveva la profondità infinita, la varietà, l’imprevedibilità.
(Jean-Paul Sartre)

 

Intervista di Alessia Mocci a Cristina Zaltieri: vi presentiamo Spinoza e la storia. (Fonte http://oubliettemagazine.com/2019/06/12/intervista-di-alessia-mocci-a-cristina-zaltieri-vi-presentiamo-spinoza-e-la-storia/)

 

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Nietzsche coglie cinque motivi di consonanza tra il suo pensiero e quello del pensatore olandese: entrambi combattono l’illusione del libero arbitrio, confutano il finalismo di matrice aristotelica, distruggono la concezione di un ordine morale inerente al mondo, mostrano l’interesse come motore di ogni umano agire, negano il male ontologico, insito nelle cose stesse.” – Cristina Zaltieri

Spinoza e la storia” edito nel maggio 2019 dalla casa editrice mantovana Negretto Editore è un saggio critico sul filosofo olandese Baruch Spinoza (Amsterdam, 24 novembre 1632 – L’Aia, 21 febbraio 1677) comprendente una ricca selezione di saggi curati da Cristina Zaltieri e Nicola Marcucci, pubblicato nella collana “Il corpo della filosofia”.

Il saggio si apre con l’introduzione “Spinoza. Come pensare altrimenti la storia” di Cristina Zaltieri nella quale sono illustrate le quattro parti che compongono l’ambizioso e ben riuscito progetto corale di nuova rilettura del filosofo olandese seguendo la moderna attenzione riservatagli dai filosofi Gilles Deleuze e François Zourabichvili.

La prima parte, “Alle radici di una storia spinoziana”, inizia con il saggio di Chiara Bottici e Miguel de Beistegui, seguono il saggio di Patrizia Pozzi, il saggio di Francesco Toto, con chiusura di Nicola Marcucci.

La seconda parte, “Una solitudine condivisa. Tra precursori e seguaci”, prende avvio con il saggio di Augusto Illuminati, seguono il saggio di Guillermo Sibilia, il saggio di Riccardo Caporali, con chiusura di Cristina Zaltieri.

La terza parte, “Contro la lettura astorica”, vede come primo saggio “Spinoza e la storia” di Vittorio Morfino, seguono il saggio di Thomas Hippler; il saggio di Andrea Cavazzini, con chiusura di Homero Santiago.

La quarta parte, “Spinoza oltremoderno”, si apre con il saggio di Ezequiel Ipar, seguono il saggio di Manfred Walther, il saggio di Maria de Gainza, con chiusura di Stefano Visentin.

Cristina Zaltieri è docente di filosofia ai licei e cultrice di filosofia all’Università di Bergamo. Dirige assieme alla stimata collega Rossella Frabbrichesi la collana “Il corpo della filosofia”. Precedentemente altri suoi lavori filosofici sono stati pubblicati per gli editori Guerini e Mimesis.

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A.M.: Ciao Cristina ci siamo conosciute grazie alle pubblicazioni che hai curato sul filosofo francese di origini georgiane François Zourabichvili che si dedicò interamente alla comprensione al commento dell’opera di Baruch Spinoza e Gilles Deleuze. Oggi non ci discosteremo molto dall’argomento, infatti la nostra chiacchierata verterà sulla nuova pubblicazione che hai curato con Nicola Marcucci, “Spinoza e la storia”. Come nasce l’idea di questa raccolta di saggi su Baruch Spinoza?

Cristina Zaltieri: Nel giugno 2013 alcuni studiosi italiani di Spinoza, Raffaella Colombo, Vittorio Morfino, Gianfranco Mormino e Nicola Marcucci convocarono a Milano per un convegno di tre giorni esperti di studi spinoziani da ogni parte del mondo al fine di considerare il complesso rapporto che il pensiero di Spinoza intrattiene con la storia, al di là di un secolare interdetto che nelle interpretazioni tradizionali gravava su tale rapporto. Ne emerse un panorama di studi e di letture variegato e davvero cospicuo che subito si mostrò meritevole di pubblicazione in quanto il tema risultava nella letteratura spinoziana pressoché inesplorato. Ma per alterne vicende, in primo luogo legate al finanziamento della pubblicazione, l’impresa si bloccò fino a quando, nello scorso anno, Silvano Negretto mostrò interesse al testo per la sua collana di filosofia “Il corpo della filosofia”. Nicola Marcucci ed io, che avevo partecipato come relatrice al convegno, ci facemmo carico ben volentieri del lavoro di curatela della pubblicazione.

A.M.: Quali sono − nella diversità dei punti di vista evidenziati nei diversi saggi − i temi e concetti chiave per i quali Spinoza può dirsi interessato al movimento e alle trasformazioni della storia?

Cristina Zaltieri: Spinoza nella sua breve vita ha elaborato una filosofia che ha il proprio cuore pulsante in un progetto di liberazione etico-politica, progetto ben testimoniato dall’Etica e dai due Trattati. Emancipazione, democrazia, libertà, formazione, sono tutti temi che riecheggiano nelle pagine di Spinoza e la storia e che ogni studioso di Spinoza sa essere cari al nostro filosofo. Di certo un interesse per la storia traspare lungo il Trattato teologico-politico ed è presente pure nel Trattato politico; ciò spiega come la gran parte dei saggi raccolti in Spinoza e la storia si riferiscano ai due testi in questione. Nel primo testo Spinoza mostra una profonda conoscenza dei costumi e delle vicende della storia ebraica biblica che fa valere in senso critico nei confronti di una lettura astorica della Bibbia. Nel Trattato politico la disamina dei tre modelli statuali, monarchico, aristocratico e democratico (quest’ultimo purtroppo non affrontato da Spinoza che muore lasciano incompiuto il testo) è arricchita da continui exempla tratti dalla storia delle comunità umane – dei romani, degli aragonesi, degli inglesi, ecc. − ben conosciuta da Spinoza.

Ora, un progetto emancipativo richiede un confronto con la storia come luogo del divenire umano. Si tratta di capire quali caratteri assuma l’indubbia attenzione di Spinoza per il divenire umano. È questo il tema centrale del testo, declinato in molteplici forme dai vari autori. Ad esempio, Manfred Walther considera la distanza (e anche i punti in comune) tra la concezione spinoziana, che non ammette l’emergere dell’assolutamente nuovo, e la lettura evolutiva. Homero Santiago legge nel more geometrico non l’antitesi ad ogni divenire (come spesso si è detto), bensì la possibilità di dar conto delle trasformazioni nel senso di un’esplicazione di ciò che ogni ente inviluppa in sé, proprio come ogni figura geometrica implica in sé molteplici proprietà. Mariana de Gainza legge in Spinoza una lettura della storia che l’autrice chiama “prospettivismo critico” e che è antidoto ad ogni costruzione di una storia universale.

A.M.: Quali sono, secondo te, le fasi storiche fondamentali (e relativi autori più significativi) nelle quali si svolgono e via via mutano le interpretazioni della filosofia complessiva di Spinoza?

Cristina Zaltieri: Quando Spinoza muore, nel 1677, non ha adepti né lettori, al di fuori della cerchia ristretta dei suoi amici; è in odore di ateismo e per un secolo sarà pressoché dimenticato (se si escludono rari commentatori come Pierre Bayle) fino a quando nel 1785 il filosofo tedesco Jacobi rende pubblica una sua conversazione con il grande letterato illuminista Lessing in cui quest’ultimo dichiarava di sentirsi in piena consonanza con il pensiero di Spinoza. Lessing asseriva che le tradizionali forme di religione non gli dicevano più niente, egli riposava ormai su un unico pensiero: en Kai pan, ossia “tutto è uno”. Ne emerse un dibattito che coinvolse i maggiori pensatori del momento e che servì per riportare all’attenzione di tutti il pensiero dell’eretico Spinoza anche se molti dei lettori del tempo, tra cui Kant, stigmatizzarono in Spinoza un razionalismo esaltato, fanatico, privo di alcuna misura e limite, che pretende di spiegare ogni verità metafisica. Le letture idealiste che ne seguirono, quella di Hegel, in primis, se da un lato riconoscevano al pensiero di Spinoza una grandezza indiscussa, dall’altro lo inchiodavano a pensiero della sostanza immota, dove il finito e il molteplice, in quanto effimera apparenza, si inabissano.

Bisogna giungere agli anni sessanta del Novecento per assistere, in terra francese, a un radicale cambiamento di paradigma nella lettura di Spinoza. Ne è esponente significativo Gilles Deleuze che nelle sue ricerche dedicate a Spinoza, Spinoza et le problem dell’expression (1968) e Spinoza. Philosophie pratique (1981) fa di Spinoza il filosofo della radicale immanenza valorizzando temi quali quello del desiderio, del corpo, della filosofia come cammino di liberazione. Negli anni settanta Althusser e i suoi discepoli, Etienne Balibar e Pierre Macherey, leggono in Spinoza un filosofo rigorosamente materialista, una sorta di precorritore, nella considerazione dell’ideologia, del pensiero di Marx. Ad Althusser dobbiamo la lettura di uno Spinoza portatore di una storia “altra”, una storia policronica e evenemenziale.

Da allora ai giorni nostri Spinoza è sempre più studiato, in tutte le parti del mondo, come dimostra la varietà di provenienza degli studiosi ospitati in Spinoza e la storia. La popolarità di Spinoza ha reso paradossalmente questo filosofo − così difficile e arduo da comprendere − una sorta di esponente della pop-filosofia, citato persino da Vasco Rossi prima di un suo concerto qualche anno fa. Questa popolarità di Spinoza dà ragione a Deleuze che, mentre lo definiva “il principe dei filosofi”, lo chiamava anche il “filosofo dei non filosofi” perché il suo pensiero rende possibile una sorta di approccio “affettivo”, selvaggio, ai suoi concetti.

A.M.: Perché le interpretazioni raccolte sul saggio “Spinoza e la storia” sono differenti da quelle tradizionali?

Cristina Zaltieri: Spinoza, accompagnato in vita come dopo la morte, dall’aura negativa del pensatore che fu maledetto dalla sua stessa comunità di appartenenza, esecrato da tutte le chiese, isolato dalla cultura ufficiale del suo tempo, ritornò ad essere oggetto di attenzione, anzi di una vera e propria Spinoza Renaissance, nel contesto del Romanticismo tedesco. Ora, sia i detrattori sia gli entusiasti adepti del filosofo dell’Etica, lo lessero, in quel contesto, come colui che considerava la totalità del reale, incarnata nella Sostanza infinita, come immobile, dunque senza storia, abbandonando il divenire dei singoli modi, uomini, esseri animati o cose, alla conoscenza immaginativa. Questa è una lettura di Spinoza che è durata più di due secoli e che ha inibito una ricerca in direzione dei possibili apporti della filosofia di Spinoza per pensare la storia.

Nei saggi raccolti in Spinoza e la storia si va oltre la tradizionale accusa volta a Spinoza di un rifiuto della storia e si assume ciò che il testo stesso di Spinoza, in particolare i due Trattati, chiaramente esprime: un interesse per la storia, considerando le peculiarità della storia pensata à la Spinoza. Ne emerge una storia in cui costantemente è al lavoro l’imprevedibilità del desiderio che sfugge a ogni incanalamento (Bottici – de Beistegui). Una storia che assume dal toledot, storia generativa ebraica, caratteri singolari e carnali, legati al passaggio madre/figlio, senza possibilità di uno sguardo universale e oggettivo, quale la storia dominante nella cultura platonico-cristiana – di ispirazione erodotea – esige (Pozzi). Una storia in cui non è agente un soggetto libero e autodeterminantesi ma un automaton, ossia un soggetto sociale che si esprime in pratiche determinate (Toto). Si deve considerare che alla base della concezione spinoziana del tempo, sta la lettura epicureo-lucreziana che lo vede come una pluralità di ritmi, una policronia (Illuminati), restando il tempo privo di valenza ontologica, mero ausilio dell’immaginazione, mentre è la durata, sempre singolare, del modo finito che ogni ente è, a scaturire dalla potenza della sostanza, ad avere quindi una realtà ontologica (Sibilia).

A.M.: “Nietzsche e Spinoza contro la moderna formazione dell’umano” è il titolo del tuo contributo che chiude la seconda parte del saggio. Cito dal testo: “Sia Spinoza sia Nietzsche rifiutano di considerare degni di valore concetti quali quelli di «perfezione» o «imperfezione», «ordine» o «disordine» attribuiti agli enti, poiché entrambi vi leggono il segno di una riduzione delle cose alla misura dell’uomo, al criterio del proprio utile.” Quali sono in breve gli elementi di fondo che si ritrovano nei due filosofi?

Cristina Zaltieri: Nietzsche incontra Spinoza almeno dieci anni dopo i suoi esordi filosofici, come testimonia la famosa lettera a Franz Overbeck del 31 luglio del 1881. Ne rimane estasiato, finalmente non si sente più totalmente isolato, si sente legato a Spinoza in una solitudine a due, come egli stesso racconta. Nietzsche coglie cinque motivi di consonanza tra il suo pensiero e quello del pensatore olandese: entrambi combattono l’illusione del libero arbitrio, confutano il finalismo di matrice aristotelica, distruggono la concezione di un ordine morale inerente al mondo, mostrano l’interesse come motore di ogni umano agire, negano il male ontologico, insito nelle cose stesse. Si potrebbe dire che Nietzsche legge in Spinoza un suo antecedente in quanto maestro del sospetto, impegnato a distruggere i falsi idoli della nostra tradizione di pensiero. In realtà, nella mia ricerca, intendo evidenziare che i punti di contatto sono ben più numerosi, alcuni non considerati affatto da Nietzsche che spesso condanna in Spinoza un atteggiamento ascetico, un razionalismo esangue che in realtà non c’è. D’altra parte come ha recentemente mostrato lo studioso Maurizio Scandella, Nietzsche non lesse di prima mano Spinoza ma si affidò alla lettura offerta da Kuno Fischer nella sua storia della filosofia di impostazione hegeliana. Nel mio lavoro mi interessa in primo luogo la comune lettura “energetica” della realtà: per entrambi l’essenza di ogni ente è potenza. La formazione dell’umano è letta da entrambi come pieno dispiegamento dell’essenza/potenza che definisce ognuno di noi e che richiede un percorso singolare: entrambi contrastano l’idea di una formazione dell’uomo mirante all’utile da conseguire il più velocemente possibile e fondata su modelli universali pre-costituiti. Infine entrambi vogliono combattere i moralisti, i maestri che giudicano e condannano in nome di passioni tristi (disprezzo per l’uomo, odio, risentimento…) al fine di una vita che sia davvero liberata e finalmente umana.

A.M.: Poco più avanti troviamo “[…] l’aggettivo «duplice» si presta a due letture: in primo luogo dice l’innaturale naturalità di cui l’uomo è affetto in quanto animale che crea per natura l’artificio, che contravviene alla natura modificandola. Dunque, non ha senso, per Nietzsche, il motto stoico «vivere secondo natura» poiché la vita umana è ‘innaturale’, ossia è natura che si fa sforzo, artificio, tentativo di dar forma e stile alla forza”. Che cosa ci fa pensare che l’artificio − la possibilità di intervenire sulle “cose” − non sia esso stesso dato dalla Natura essendo una nostra capacità “innata”?

Cristina Zaltieri: Hai colto perfettamente il senso di ciò che chiamo “naturale innaturalità” dell’uomo: è la nostra natura quella di essere innaturali, ossia di produrre tecnicamente continue protesi del nostro corpo, dal bastone acuminato con cui ai primordi del tempo umano il primitivo suppliva alla scarsa forza delle sue mani per uccidere l’animale, fino al computer, protesi della nostra mente, della nostra memoria. Questo carattere dell’uomo era perfettamente colto ben prima di Nietzsche, dal sofista Protagora come testimonia il mito a lui attribuito e narrato nel dialogo di Platone, il Protagora. In tale mito Epimeteo è incaricato dagli dei di distribuire i doni divini a tutti gli esseri viventi. Egli li esaurisce tutti (denti aguzzi, artigli, zampe veloci…) attribuendoli agli animali e, quando giunge all’uomo, non ha più doni da offrirgli. L’essere umano avrebbe dovuto soccombere nella lotta per la vita se non fosse intervenuto il titano amico dell’uomo, Prometeo, che ruba a Efesto il fuoco e lo dona all’uomo insieme all’entechne sophia, alla tecnica. Protagora nullifica, migliaia di anni fa, tutte le lamentazioni, ancora inutilmente presenti, sulla tecnica che snatura l’uomo. In verità la tecnica, l’artificio, anche quello educativo, è la nostra innaturale natura.

A.M.: Che cos’è la Bildung e perché “entrambi i filosofi condividono un progetto di Bildung che resta isolato nel contesto di una modernità protesa a formare nel modo meno dispendioso e più veloce individui utili e docili alle richieste dello Stato e del mercato; entrambi avvertono il pericolo della cattiva educazione che vedono in tal senso agire nelle diverse società a cui appartengono.”?

Cristina Zaltieri: Uso il termine tedesco Bildung perché è equivalente a ciò che i greci chiamavano paideia e perché è utilizzato con grande profondità teoretica da Goethe che è il vero tramite tra Spinoza e Nietzsche. Goethe era spinoziano, si potrebbe dire non per scuola, ma per natura di pensiero e Nietzsche, amandolo e facendo propria gran parte della sua riflessione, si è nutrito di pensiero spinoziano ben oltre il suo cosciente e tardivo entusiasmo per Spinoza di cui ho prima parlato. Bildung, ci spiega Goethe, è termine legato a Bild, che è forma mobile, non fissa come invece in tedesco è Gestalt. Dunque Bildung dice una formazione dell’umano che non è legato a un modello universale e stereotipato e che si addice perfettamente a ciò che intendono sia Spinoza che Nietzsche quando riflettono su tale tema. Spinoza nell’Etica si scaglia contro i cattivi maestri che invece che firmare l’animo dei discenti, frangono, distruggono la loro singolarità. Ancor oggi questo monito severo contro l’omologazione nell’educazione (che è appunto la distruzione della singolarità) deve farci pensare. Nietzsche è sconcertato, da parte sua, degli esiti nefasti che egli legge all’esordio dell’educazione di massa e che consistono nel ridurre l’uomo a moneta corrente, ossia a merce il più presto possibile pronta ad essere utilizzato nel mercato. I veri maestri non sono coloro che ci abbandonano all’istinto del gregge (presente per pigrizia, per inerzia, in ognuno di noi), ma sono coloro che ci indicano la nostra vera natura, che ci aiutano a dispiegarla appieno. Lo scopo di ogni educazione autentica è proteggere quel nucleo ineducabile che è la nostra propria singolarità. Si tratta di riflessioni che sembrano purtroppo poco o per niente frequentate dalle nostre istituzioni scolastiche.

A.M.: θαυμάζω. Thaumàzein. Nel Teeteto, Platone indica nel pathos della meraviglia il principio primo. Aristotele parte dall’idea che la meraviglia possa far stimolare alla ricerca delle cause ultime. Contrari Nietzsche e Spinoza. Ma trasportiamo questa diatriba ai nostri giorni e consideriamo quanto la psiche umana sia confusa da orari da rispettare, notizie che si accavallano ed alle quale non si riesce a trovar il tempo per creare connessione. Il mondo virtuale che ha modificato l’attività giornaliera del mondo fisico per un’esaltazione della maschera o dell’Io. In questa insicurezza del vivere è possibile che la meraviglia di veder il tramonto od il sorgere del sole senza il bisogno di scattare una fotografia da inserire su un profilo social, possa portar la capacità di interrogarsi? L’uomo riesce ancora a chiedersi: ma perché avviene? Se la meraviglia può portare nuovamente il dubbio a quel punto ci può essere l’ascesa alla pace, al bene, al silenzio?

Cristina Zaltieri: Per quanto concerne la lettura che Spinoza offre della meraviglia rimando al bel saggio di Nicola Marcucci contenuto nel libro. Ricordo solo che per Spinoza l’admiratio è il nostro atteggiamento mentale di fronte a ciò che non colleghiamo a nulla di già esperito, di fronte all’insolito, o meglio, a ciò che pensiamo, immaginiamo, lo sia. Per questo non ha valenza conoscitiva, ci fa sospendere qualsiasi connessione e relazione e ha il potere di ingigantire le passioni che accompagnano l’emergere dell’insolito. Nietzsche poi propende per concepire l’inizio del pensiero piuttosto che dal tradizionale thaumàzein, da un trauma, da una ferita che richiede il pensiero come farmaco, come rimedio. Quanto alla meraviglia che tu identifichi piuttosto con la contemplazione, con il raccoglimento, con il tempo del pensiero, mi trovi del tutto in sintonia con la tua preoccupazione: è triste e disumano che le nostre vite non trovino più modo di ospitare un po’ di vuoto, di silenzio, di tempo da perdere che poi è quello che nutre il nostro pensiero critico e la nostra creatività.

A.M.: Ci sono in programma presentazioni di “Spinoza e la storia”?

Cristina Zaltieri: La prima presentazione di Spinoza e la storia è prevista in Università degli studi di Milano lunedì 24 giugno e vedrà alcuni autori dei saggi contenuti, Vittorio Morfino, Riccardo Caporali, Stefano Visentin, i curatori del libro, Nicola Marcucci ed io, discuterne con Roberto Diodato e Giorgio Mayer Gatti sotto la presidenza di Gianfranco Mormino. Sarà una buona occasione d’incontro tra spinoziani sulla questione della storia.

A.M.: Puoi darci un’anticipazione? Stai lavorando ad un nuovo saggio?

Cristina Zaltieri: Sono impegnata nella scrittura di un testo collettaneo che, a cinquanta anni dalla pubblicazione di Differenza e ripetizione, capolavoro giovanile di Gilles Deleuze, si interroga sull’attualità dell’opera.

A.M.: Salutiamoci con una citazione…

Cristina Zaltieri: Direi che dobbiamo concludere con Spinoza, con le ultime parole con cui egli chiude la sua Etica:

[…] la via che ho mostrato condurre a questo [la vera tranquillità dell’animo] pur se appare molto difficile, può tuttavia essere trovata. E d’altra parte deve essere difficile, ciò che si trova così raramente. Come potrebbe accadere, infatti, che, se la salvezza fosse a portata di mano e potesse essere trovata senza grande fatica, venisse trascurata quasi da tutti? Ma tutte le cose eccellenti sono tanto difficili quanto rare.”

A.M.: Cristina ti ringrazio per questa interessante chiacchierata. Seguo il tuo esempio e saluto anche io con una citazione dell’Etica, dalla parte terza “Essenza ed origine delle emozioni” (Laterza, 2009):

“Di quanti hanno scritto sulle emozioni e sulla maniera di vivere degli uomini, i più sembrano trattarne, non già come di cose naturali, conformi alle leggi comuni della natura, bensì come di cose estranee ad essa. Anzi, sembrano concepire l’uomo, nella natura, alla stregua d’un impero all’interno d’un altro impero; credendo che, anziché seguire l’ordine della natura, lo perturbi, poiché avrebbe un potere assoluto sulle proprie azioni, come non determinato da altro che da se stesso.”

Written by Alessia Mocci

Responsabile Ufficio Stampa Negretto Editore

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Sito Negretto Editore – https://www.negrettoeditore.it/

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Fonte

http://oubliettemagazine.com/2019/06/12/intervista-di-alessia-mocci-a-cristina-zaltieri-vi-presentiamo-spinoza-e-la-storia/

Intervista di Alessia Mocci alla Fondazione Darcy Ribeiro per l’uscita della nuova traduzione italiana di Utopia Selvaggia (http://oubliettemagazine.com/2019/05/28/intervista-di-alessia-mocci-alla-fondazione-darcy-ribeiro-per-luscita-della-nuova-traduzione-italiana-di-utopia-selvaggia/)

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“Per Darcy, la sopravvivenza degli indios risiede nella loro apparente incapacità di essere decomposta ed annullata nella società nazionale. Qualunque siano le condizioni che affrontano, gli indios, anche se profondamente mescolati con neri e bianchi, rimangono indios e si dichiarano indios.” – Fondazione Darcy Ribeiro

 

Il primo maggio in tutte le librerie fisiche ed online è uscito il romanzo “Utopia selvaggia ‒ Saudade dell’innocenza perduta. Una fiaba” del famoso sociologo, antropologo, scrittore, educatore ed uomo politico brasiliano Darcy Ribeiro (Montes Claros – Minas Gerais 26-10-1922/ Brasilia 17-2-1997), pubblicato nella collana “Il Pasto Nudo, assaggi di antropologia” curata da Giancorrado Barozzi per la casa editrice mantovana Negretto Editore con la nuova traduzione ad opera di Katia Zornetta.

La scelta da parte della casa editrice Negretto Editore in dialogo e collaborazione con Fundar (Fundação Darcy Ribeiro), con sede a Rio de Janeiro, offre un contributo importante all’attuale dibattito sui temi di identità e diversità presenti non solo nel nostro paese ma anche in tutta Europa.

La cosiddetta “crisi migratoria”, che da una decina d’anni si è palesata sulle coste del Mar Mediterraneo e sui confini della Turchia, è una problematica che ancora non ha risposte convincenti e che pian piano si allontana, per la grande paura del disuguale sempre più presente nel popolo europeo, dal concetto di mutuo appoggio tra popolazioni e culture diverse.

Per addentrarci nell’argomento si è deciso di intervistare le tre donne di rilievo della Fondazione Darcy Ribeiro: Haydée Coelho, Lúcia Velloso e Elizabeth Brêa, ricercatrici e docenti universitarie, che operano in diverse aree della letteratura dell’educazione e dell’antropologia.

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A.M.: Nel gennaio del 1996, un anno prima della morte, Darcy Ribeiro istituisce la Fondazione Darcy Ribeiro con sede a Copacabana con l’obiettivo di mantenere in vita il suo progetto di comprensione ed integrazione della variegata moltitudine brasiliana. Da quell’anno ad oggi cosa avete fatto per portare avanti il lavoro di Ribeiro?

Fondazione Darcy Ribeiro: A questa intervista hanno risposto tre consigliere della Fondazione Darcy Ribeiro, tre donne − Haydée Coelho, Lúcia Velloso e Elizabeth Brêa −, ricercatrici e docenti universitarie, che operano in diverse aree della letteratura dell’educazione e dell’antropologia. Due di noi, che attualmente partecipano al Comitato esecutivo della Fondazione, hanno lavorato con Darcy Ribeiro, negli anni ‘80 e ‘90, quando era vicegovernatore dello stato di Rio de Janeiro, sviluppando, tra le altre “costruzioni” [fazimentos], il più grande programma di educazione a tempo pieno che il Brasile abbia vissuto. La terza consigliera si avvicina alla Fondazione grazie alla sua brillante ricerca nel campo della letteratura, che accompagna il lavoro e la produzione di Darcy Ribeiro nel suo esilio, in diversi paesi dell’America Latina. Continuiamo, attraverso la Fondazione, a organizzare eventi e curare libri su Darcy Ribeiro ed i suoi ideali, per introdurre i giovani studenti universitari al pensiero di questo autore, attraverso il nostro lavoro nelle università e in altri uffici pubblici.

A.M.: Ribeiro racconta in “Utopia Selvaggia” la Guerra Guiana come una lotta del Brasile contro un nemico ignoto perché sia i guiani sia i venezuelani dell’Amazzonia hanno iniziato una resistenza pacifica. Che cosa vuole rappresentare Ribeiro con questa idea di collasso della guerra? Cos’è la guerra per Ribeiro?

Fondazione Darcy Ribeiro: Il riferimento alla guerra nel romanzo di Darcy Ribeiro è legato alle azioni “eseguite dall’esercito brasiliano a nord del Rio delle Amazzoni”. Il primo tenente Gasparino Carvalhal, agente civile della SNI (National Information Service, creato durante la dittatura militare nel 1964), prese parte alla guerra. Dal punto di vista storico, si può dedurre che si trattasse di una forma di vigilanza da parte del regime militare, durante la Guerra Fredda, per impedire l’espansione del comunismo (Stéphane Granger). Per quanto riguarda il nome dell’ufficiale, come osservato, si tratta chiaramente di una parodia di Gaspar de Carvajal, il prete domenicano spagnolo che prese parte alla spedizione di Gonçalo Pizarro alla foce del Rio delle Amazzoni. Sempre sulla falsariga della parodia, il personaggio di Orelhão è un riferimento al conquistador Francisco de Orellana, il cui viaggio esplorativo è anch’esso associato alla scoperta del Rio delle Amazzoni.

In A fundação do Brasil (un libro curato da Darcy Ribeiro e Carlos de Araujo Moreira Neto): “la spedizione di Orellana è sempre stata importante per il piano geopolitico di occupare la regione amazzonica e tutto il Sud America (…).”

D’altra parte, le attività militari permettevano anche l’incontro tra il cosiddetto popolo civilizzato e gli indigeni, rappresentati dalle Amazzoni e dagli indios Galibi, del popolo Calibã. Poiché il libro fa riferimento a diversi periodi (il passato, il recente regalo dei brasiliani – degli anni ’60 e ’70) e si proietta verso il futuro, l’autore si avvale della dislocazione spaziale del personaggio, come membro dello staff militare, per menzionare il Brasile nel capitolo sulla conquista dell’America, che non è stato fatto solo dai portoghesi. Inoltre, il romanzo, in un modo dialogico, contiene una diversità testuale che colpisce profondamente i lettori. Qui si possono citare i testi relativi ai resoconti dei viaggiatori europei in Brasile; la tradizione letteraria europea che include, tra gli altri testi, La Tempesta, di William Shakespeare, attraverso le figure di Prospero e Caliban; le letture e le riletture del dramma dell’autore inglese, incluse versioni e interpretazioni che hanno prodotto importanti saggi di scrittori latinoamericani, come Ariel, di José Rodó e Calibán e altri, di Roberto Fernández Retamar.

La dimensione utopica del libro si impegna in un dialogo con la tradizione europea, attraverso la lettura di Sérgio Buarque de Holanda dell’Eldorado (Visão do Paraíso – Vista del Paradiso), attraverso l’antropofagia e l’utopia di Oswald, e si proietta sul presente/futuro politico che “è nelle mani sagge e computazionali di Prospero”. Data la complessa cornice (di riferimenti a più letture e testi), si può affermare che la guerra di Darcy Ribeiro è una guerra di scrittura che implica un impegno verso una visione multipla e polifonica del mondo che non annulla l’impegno etico dello scrittore contro lo status quo.

A.M.: Ribeiro cita ‒ talvolta rimescolando i nomi ‒ missionari e storici che si addentrarono nel Sud America (Gaspar de Carvajal, Francisco de Orellana, Cristóbal de Acuña e CharlesMarie de La Condamine, Manuel de Nóbrega, Pero de Magalhães Gândavo, Luís Vaz de Camões). In che modo uomini come quelli citati hanno modificato gli usi e costumi degli indigeni?

Fondazione Darcy Ribeiro: L’espansione iberica ha scatenato uno dei più grandi processi di civiltà nella storia moderna, distruggendo migliaia di popoli, lingue e culture. Evangelizzazione, schiavitù, sottomissione forzata, decimazione da malattie sono aspetti di questo processo che si è verificato nel continente americano, ma con conseguenze diverse tra l’America del Nord e l’America portoghese. In Brasile, fu attuato un dominio sulle popolazioni indigene che è avanzato dalla costa atlantica mentre la conquista del territorio diventava effettiva. Lo scontro tra civiltà europea e indios a causa delle malattie sconosciute, delle guerre di sterminio, della cattura degli indigeni e dell’evangelizzazione etnocida portò all’estinzione di circa 4 milioni di indios nei primi due secoli di conquista. Negli anni ’50 e ’60, gli indios stavano per scomparire, vittime di malattie, violenza o acculturazione, processi di assimilazione o integrazione nella società nazionale. In tale contesto, Darcy Ribeiro ha sviluppato una concezione che cerca di spiegare perché l’indiano non è scomparso, al contrario, è tornato a una crescita demografica. È il concetto di trasfigurazione etnica, in cui

un popolo già strutturato resiste tenacemente alla sua destrutturazione, ma lo fa appunto assumendo quei cambiamenti che ne consentono l’esistenza nel contesto in cui interagisce” − O povo brasileiro, 2013: 234

Per Darcy, la sopravvivenza degli indios risiede nella loro apparente incapacità di essere disfatta nella società nazionale. Qualunque siano le condizioni che affrontano, gli indios, anche se profondamente mescolati con neri e bianchi, rimangono indios e si dichiarano indios.

A.M.: “Utopia selvaggia” è una storia, è una favola ma in realtà è molto di più. Ribeiro interviene spesso come voce narrante per spiegare al lettore ciò che sta leggendo in quel momento e dunque ciò che accade al personaggio principale Pitum e ciò che pensa dell’incompreso passato del Brasile. Lo stile del libro si presta al teatro considerando la forza delle garbate intromissioni dell’autore. Si è mai portato in scena la fiaba o si è pensato di farne un film?

Fondazione Darcy Ribeiro: Il narratore ha diverse funzioni nel romanzo di Darcy Ribeiro: si rivolge al lettore; accompagna i personaggi e il loro movimento attraverso diversi spazi; diventa un saggista e fa da cronista dei vari periodi. Come tale, tra le altre risorse narrative, il narratore testimonia e registra attraverso la scrittura, in modo commovente, i dialoghi tra i personaggi civilizzati e i loro confronti, e le conversazioni tra Calibã − leader della tribù Galibi − e i rappresentanti degli uomini civilizzati. Il libro si chiude con un capitolo apoteotico intitolato “A caapinagem” [“celebrazione di Caapi”]. In esso, Darcy Ribeiro evoca Glauber Rocha: “Salve, salve Glauber. Benvenuto”. In un’intervista, lo scrittore aveva già annunciato che “A caapinagem” era un capitolo concepito con l’intento di farlo adattare al cinema dal famoso regista brasiliano. Nelle Confessioni postume, lo scrittore brasiliano manifesta anche questo desiderio. Per i cineasti, un’immagine dice tutto. Indubbiamente, da questa prospettiva, Utopia Selvagem apre la possibilità di avvicinare il testo di Darcy Ribeiro alla luce della cinematografia e delle arti visive.

La relazione tra cinema e antropologia, per quanto riguarda Darcy Ribeiro, è attestata dalle produzioni filmiche che derivano dalla spedizione etnologica di Ribeiro a Urubus-Kaapor. Nella prefazione a Diários Índios, afferma che Heinz Foerthmann, quando lo accompagnò in occasione del suo primo viaggio, produsse un film “su un giorno nella vita di un popolo nativo nella foresta pluviale”. Inoltre, nel 1975 il regista Gustavo Dahl ha prodotto il film “Uirá, um índio em busca de Deus”, basato sul saggio “Uirá vai ao encontro de Maíra: come esperienze di um índio que saiu à procura de Deus”, pubblicato originariamente nel periodico Anhembi (1957) e successivamente presentato nel libro Uirá sai à procura de Deus, sottotitolato Ensaios de Etnologia e Indigenismo.

A.M.: Ribeiro ragiona sul governo brasiliano per bocca di Pitum e racconta del progetto del maggiore Psiu sui media sul poter ristabilire in Brasile l’ordine in uno stato sempre più depravato dall’incesto, nazionalismo, xenofobia, pornografia. Quali sono state le lotte essenziali della sua vita come uomo politico?

Fondazione Darcy Ribeiro: Darcy Ribeiro, laureato in sociologia e antropologia, ha iniziato la sua vita professionale lavorando con il maresciallo Cândido Rondon, che ha definito il suo eroe. Rondon era un ingegnere militare e un “sertanista” brasiliano, famoso per il suo sostegno alle popolazioni indiane brasiliane. A quel tempo, Darcy Ribeiro fu assunto come naturalista, perché ancora non esisteva il ruolo di indigenista o etnologo nel Servizio di protezione degli indios. Gli anni in cui Darcy Ribeiro visse tra gli indios lasciò molti legati, tra i quali spicca la creazione, nel 1961, del Parco Indigeno Xingu, la prima e più grande riserva per i nativi del Brasile. La convivenza con gli indios e la sua militanza politica hanno segnato la sua formazione, osservabile nella sua vita professionale e pubblica, in particolare nell’educazione. Darcy Ribeiro fu educato per opera di Anísio Teixeira, che egli definì il suo filosofo dell’educazione. Le proposte di Anísio Teixeira per l’educazione sono state incorporate da Darcy Ribeiro e implementate in tutte le sue opere nel campo dell’istruzione. Anísio Teixeira ha presieduto l’Istituto nazionale di studi pedagogici (INEP) e ha consegnato a Darcy il coordinamento e l’attuazione dei centri regionali di ricerca educativa, collegati all’INEP. Insieme hanno creato l’Università di Brasilia, che ha trasformato la comprensione della vita universitaria in Brasile. Darcy Ribeiro fu il suo primo rettore, consegnando questa responsabilità ad Anísio Teixeira quando Darcy Ribeiro divenne Ministro della Pubblica Istruzione. Era a capo della Casa Civile, quando il colpo di stato militare prese il potere. In esilio, Darcy ha partecipato all’organizzazione di diverse università. Al suo ritorno, è stato eletto vicegovernatore, con Leonel Brizola, attuando il più grande programma di educazione integrale nel paese, così come molti altri “costruttori” [fazimentos], come soleva dire. Negli anni ’90 fu eletto senatore e fu responsabile dell’approvazione delle linee guida e delle basi della legislazione nazionale sull’istruzione (legge 9394/96), tra gli altri progetti di legge della sua paternità. È morto 40 giorni dopo l’approvazione della legge sull’istruzione. Darcy Ribeiro ci ha lasciato il suo impegno per il Brasile, la sua incessante immaginazione e l’entusiasmo per ogni nuova idea intellettuale o iniziativa sociale.

A.M.: Indio fu una parola generica che Colombo diede agli abitanti dell’America ma sappiamo che non è mai esistito un prototipo di indio bensì un crogiolo di civiltà, popoli e gruppi umani generato da millenni di processi migratori ed adattamenti. Il Sud-America è diventato un emblema di mescolanza tra le popolazioni autoctone, gli invasori europei e coloro che arrivarono come schiavi dall’Africa. Il cosiddetto meticcio è tipico del “Nuovo Mondo” e mostra la grandezza della possibile integrazione. Ma com’è realmente vissuta ‒ visto e considerato che lo stesso Ribeiro volle preservare le popolazioni indios rimaste per non far l’errore di Stati come il Perù ed il Messico che con la “scusante” di libertà e parità di diritti hanno derubato le popolazioni della propria terra per una bottiglia di rum ‒ oggi la combinazione tra indigeno, europeo ed africano?

Fondazione Darcy Ribeiro: In As Américas ea civilização, un libro che affronta le questioni cruciali della storia americana, come il senso della colonizzazione, la rottura dell’impero spagnolo in una diversità di nazioni e le cause di disuguaglianza negli indicatori di sviluppo, Darcy Ribeiro modella tre tipi di popoli in America: popoli trapiantati, popoli testimoni e nuovi popoli che derivano dall’unione di bianchi, neri e indios nell’impresa coloniale, una situazione prevalente in Brasile. Nel prologo alla pubblicazione di Carta, Darcy Ribeiro scrive:

Il popolo brasiliano fu costruito come una popolazione razziale mista, storicamente spezzato in due blocchi: le orde originate dai regni e dai loro figli creoli, poste in cima come una coorte dominante, gli indios scampati allo sterminio, delle foreste e dei negri portati dall’Africa, in opposizione a questi contingenti cresce l’altro blocco di persone neo-brasiliane, composto da una massa di meticci, mamelucos e mulatti, che si prendono cura della propria identità, costruendo nella propria innocenza il loro destino” Carta, n.9, 1993: 16

Secondo Darcy, noi, popolo brasiliano, siamo

“tardo latini, da oltreoceano, “amorenados” [dalla pelle scura] dalla fusione di gente bianca e nera, deculturati dalle tradizioni del loro quartier generale ancestrale, ma che ne portano con se alcune porzioni sopravvissute [di queste tradizioni, n.d.r] che ci aiutano a contrastare così tanto con i lusitanos.” − O povo brasileiro, 2013: 117

Per Darcy Ribeiro, che fonde patrimonio genetico e culturale indiano, nero ed europeo, questa è l’avventura brasiliana.

A.M.: Qual è il punto di vista del neo eletto presidente Jair Messias Bolsonaro sulle popolazioni dell’Amazzonia?

Fondazione Darcy Ribeiro: Nonostante sia un militare e contando nel suo governo, su una forte partecipazione di membri delle forze militari, il presidente eletto rompe con il riconoscimento di una politica indigenista formulata dal maresciallo Cândido Mariano da Silva Rondon che, all’inizio del XX secolo, nel 1910, creò il Servizio di Protezione degli Indios [Serviço de Proteção aos Índios-SPI] e difese il riconoscimento dei popoli indigeni come nazioni autonome, con le quali era necessario stabilire relazioni di amicizia. Rondon ispirò Darcy Ribeiro che abbandonò la carriera accademica per diventare un etnologo presso la SPI, dove sviluppò importanti ricerche tra il Kadiwéu, Urubu-Kaapor, Guarani-Kaiwá, Kaingang e concepì il parco indigeno di Xingu. Contrariamente a questa visione umanista e al rispetto per il popolo indio, l’attuale presidente ha intrapreso iniziative deleterie per gli indios brasiliani. Ha diviso la National Indian Foundation [Fundação Nacional do Índio-FUNAI], un’organizzazione indigena che è succeduta allo SPI, tra due ministeri, delegando le azioni di identificazione e demarcazione dei territori indigeni al Ministero dell’Agricoltura, noto difensore degli interessi dei grandi proprietari terrieri, che, per la maggior parte, non riconoscono il diritto alle loro terre tradizionali per le popolazioni indigene, come stabilito dalla Costituzione brasiliana. Le recenti dichiarazioni del Presidente Jair Bolsonoro che considerano le terre indigene nelle aree di confine dell’Amazzonia un pericolo per la sovranità nazionale o che propongono la liberazione dell’attività mineraria in quei territori mettono a rischio il futuro delle popolazioni indigene e rivelano una chiara ignoranza della formazione storica del Brasile.

A.M.: Dagli anni ’70 ad oggi sono vari i libri di Darcy Ribeiro tradotti in italiano, come avete accolto il progetto di una nuova traduzione di Katia Zornetta della fiaba “Utopia selvaggia” per la Negretto Editore?

Fondazione Darcy Ribeiro: È preziosa la scelta di pubblicare questo libro in questo momento storico del Brasile. Questo romanzo fu scritto nel 1982 e fondò la sua pertinenza in due argomentazioni: la profonda credenza di Darcy Ribeiro in cui l’utopia è una forza trainante dell’umanità che illumina la traiettoria dai sogni alla loro realizzazione; e il presente sconcertante di questo racconto che registra la saudade di perdita dell’innocenza, attraverso i collegamenti tra passato e presente, che proiettano un futuro di speranza, fondato sulla costruzione di una cultura fondata sull’incrocio di varietà. Darcy ci ricorda che anche in tempi di grandi avversità, come quello attuale, ci possono essere delle compatibilità, anche se può sembrare troppo utopico.

A.M.: Salutateci con una citazione…

Fondazione Darcy Ribeiro: Considerando che l’opera Utopia Selvagem: saudades da inocência perdida: uma fábula si riferisce a vari intervalli di tempo − il periodo storico della conquista dell’America da parte di spagnoli e portoghesi, così come i decenni del 1960 e il 1970 (gli anni sotto la dittatura in Brasile) e il periodo della guerra fredda, trovo la riflessione sulla cultura presente in Os brasileiros: 1. Teoria do Brasil di estrema importanza. In questo senso, richiamo l’attenzione sul passaggio:

In determinate condizioni catastrofiche − come sconfitte in guerre, ecatombe o conquiste − i mezzi attraverso i quali le culture si esprimono possono essere ridotti a livelli minimi. Tali vicissitudini a volte causano traumi così profondi a una cultura che la condannano alla scomparsa. Tuttavia, poiché ogni uomo è sempre essenzialmente un essere culturale, un detentore della tradizione che lo ha reso umano, la sua cultura sparirà solo se gli sarà impedito di trasmetterlo socialmente ai suoi discendenti. ” Darcy Ribeiro, 1985, p.128

A.M.: Vi ringrazio per questa bella chiacchierata e per l’importante lavoro che svolgete con la Fondazione Darcy Ribeiro. Saluto con le parole di Antonio Gramsci: “Cultura non è possedere un magazzino ben fornito di notizie, ma è la capacità che la nostra mente ha di comprendere la vita, il posto che vi teniamo, i nostri rapporti con gli altri uomini. Ha cultura chi ha coscienza di sé e del tutto, chi sente la relazione con tutti gli altri esseri.

Written by Alessia Mocci

Traduzione in lingua italiana di Claudio Fadda

Info

Sito Negretto Editore

http://www.negrettoeditore.it/

Facebook Negretto Editore

https://www.facebook.com/negrettoeditoremantova/

Acquista “Utopia selvaggia”

https://www.ibs.it/utopia-selvaggia-saudade-dell-innocenza-libro-darcy-ribeiro/e/9788895967356

Sito Fundação Darcy Ribeiro

https://www.fundar.org.br/

Fonte

Intervista di Alessia Mocci alla Fondazione Darcy Ribeiro per l’uscita della nuova traduzione italiana di “Utopia Selvaggia”

“L’arte e le sue molteplici forme. Parla Elena Galati Giordano”. Intervista a cura di Alessandra Micheli

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L’arte oggi è sulla bocca di tutti. 
Diventa quasi un fatto di elevazione sociale, di traguardo per chi vuole passare a uno status superiore e immergersi nel dorato mondo di chi conta. 
Ecco che si iniziano a frequentare mostre e biennali, annuendo in modo compulsivo a ogni spiegazione possibile, da quella più concettuale e quella campata in aria.
 Internet poi ha sdoganato ogni possibilità creativa tanto che persino la foto di un aspirapolvere può diventare arte.
 Basta richiamarsi anche se in modo improprio a Andy Warhol.
 Ma nessuno, oggi, si domanda cosa sia e cosa si intenda per arte, quale sono i suoi limiti, se esistono confini e se davvero tutto ciò che sgorga dal nostro cervello possa passare per forma creativa. 
E chi decide cosa sia arte e cosa non sia arte?
Un tecnico?
Un critico?
Io credo e sono convinta che soltanto l’artista, colui che materialmente produce sia in grado di dare una moderna definizione di prodotto artistico. 
Pertanto sarà la nostra collega Elena a parlarci un po’ di arte e sopratutto della sua concezione artistica. 
Buon viaggio 

 

*****

A. Ciao Elena. Benvenuta a Les Fleurs du mal. E’ un piacere averti tra noi! ovviamente tutti ti conoscono e non perdo tempo con le presentazioni ma vado subito alle domande!

E. Ciao Alessandra, grazie per avermi voluta come ospite. 

 

A. Come blogger sei abituata a incontrare l’arte. Ma sicuramente quella   
pittorica ha una marcia in più qual è secondo te?

E. Ogni forma d’arte ha delle caratteristiche differente e ugualmente importanti.
Non si tratta secondo me di “marcia in più”, quanto di concezione diversa. 
L’arte pittorica ha la peculiarità di rendere visibile ciò, che con le parole si racconta ed è per questo forse più fruibile.

A. Il nostro tempo è scandito da ritmi veloci. L’arte ha, invece, tempi particolarmente lenti e va assaporata non ingerita. Sei d’accordo con quest’affermazione?

E. Assolutamente si! 
L’arte ha tempi molto diversi dal quotidiano, le lancette scorrono su una linea temporale dettata unicamente dall’emotività. Da fruitrice d’arte, prima ancora che da disegnatrice, mi è capitato di soffermarmi davanti a una tela in un museo, per un tempo indefinibile: quelli che a me erano parsi pochi minuti erano in realtà due ore.

A. Ti senti più a tuo agio con i libri o con il pennello?

E. Mi sento a mio agio in egual modo con entrambe le cose onestamente. 
Sia i libri che i pennelli e i colori mi permettono di uscire dall’ordinario per entrare nello straordinario .

A. Cosa si prova quando si dipinge?

E. Questa credo che sia la domanda più difficile a cui trovare una risposta. 
Quando dipingo mi immergo in un mondo tutto mio. Mi posiziono davanti al foglio bianco, metto le cuffie e scelgo la musica in base al mio stato d’animo e spesso, mi lascio ispirare proprio dalle note.
Io personalmente mi sento libera: libera di esprimere me stessa senza vincoli e libera di provare emozioni senza vergogna. 
Nella vita di tutti i giorni, sono una persona che tende a non lasciar trasparire troppo i sentimenti e le emozioni, mentre sul foglio o sulla tela, esprimo tutta me stessa, metto tutta me stessa.

A. Cosa rappresenta per te l’arte
E. Per me l’arte è casa!

A. Come si crea un dipinto o un disegno indimenticabile?

E. Non credo esista una formula canonica per creare un capolavoro, altrimenti ci sarebbero tanti Leonardo Da Vinci  e  Caravaggio.
Credo però che per diventare indimenticabile un’opera debba avere una voce, capace di sussurrare nell’orecchio dell’osservatore la storia di cui esso ha bisogno. 

A. Talento e tecnica sono i punti estremi della letteratura, spesso impossibili da far convivere. Nell’arte è lo stesso?

E. Talento e tecnica sono i punti estremi, spesso impossibili da far convivere, in qualsiasi forma d’arte esistente.
Per essere artisti sono necessari entrambi. 

A. La bellezza salva il mondo o il mondo rende la bellezza kitsch?

E. Entrambe le cose. 
La bellezza può salvare il mondo,ma per essere vista è necessaria una sensibilità che non appartiene a tutti e, di conseguenza, chi non la può comprendere la rende kitsch.

A. Quale artista deve essere assolutamente conosciuto dai giovani?

E. Tutti quelli che hanno fatto la storia! Per essere creatori d’arte, bisogna conoscere l’arte senza pregiudizi e limitazioni. 
Dalla pittura rupestre a Fidia, da Giotto a Duchamp, da Michelangelo a Warhol, tutta l’arte merita di esser vista e conosciuta. 

A. Cita uno dei dipinti o dei disegni che più ti ha influenzato

E. Sono stata influenzata da diversi artisti e citare solo un dipinto è impossibile. 
Amo perdutamente Leonardo Da Vinci, genio senza tempo, il suo dipinto “ La Vergine delle rocce” è una delle opere che preferisco. 
“Bacchino malato” di Caravaggio, un’opera incredibile e dalla tecnica impeccabile. 
“Il monaco in riva al mare” Caspar David Friedrich, il dipinto davanti al quale ho pianto per lunghissimi e strazianti minuti per via della sua potenza emotiva.
Infine, non posso non citare Luis Royo artista incredibile che ha accompagnato la mia crescita artistica.

A. Arte e letteratura, cosa hanno in comune?

E.La capacità di far vivere emozioni forti, spesso contrastanti e altrettanto spesso dolorose, che ci costringono a fare i conti con i nostri mostri.

 A. Descrivi l’arte con poche parole. 

E. L’arte è una finestra aperta sull’introspezione.

A. Cosa serve davvero per comprendere l’arte?

E. Sensibilità, occhio e soprattutto cuore.

A. I tuoi progetti futuri

E. Uno sketch book tutto mio al quale sto lavorando da un po’, tavole di diverso genere, sia in tradizionale che in digitale, commissionatemi da alcuni autori e che mi stanno stimolando tantissimo.
Infine ho un piccolo sogno nel cassetto, una collaborazione che mi renderebbe veramente felice  ma di cui, per scaramanzia, non voglio dire nulla!

Grazie per l’ospitalità e per il tempo che mi hai concesso, a tutti i tuoi lettori lascio un grosso abbraccio e un sorriso!

Grazie a te Elena per averci aiutato a fare chiarezza in questo mondo del pensiero cosi affascinante e composito chiamato arte.  
E ricordatevi che ognuno di noi può rendere la propria vita un’opera d’arte. 
Anche tu che stai leggendo.

 

“L’arte scuote dall’anima la polvere accumulata nella vita di tutti i giorni.” 

Pablo Picasso

 

 

 

Intervista di Alessia Mocci a Franco Rizzi: vi presentiamo il romanzo Anni difficili (Fonte http://oubliettemagazine.com/2019/05/13/intervista-di-alessia-mocci-a-franco-rizzi-vi-presentiamo-il-romanzo-anni-difficili/ )

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“Tutti noi corriamo il rischio di cadere in un baratro, piccolo o grande, mentre percorriamo la strada della nostra vita e tanti “furbetti” sono lì pronti per aiutarci. Dal prete che promette un felice “al di là”, magari migliore, se i tuoi beni li lasci in eredità a chi di dovere “al di qua”, per non parlare delle ciarlatane scuole di pensiero che ripropongono il ben noto “nosce te ipsum”.”

 Franco Rizzi

 

Franco Rizzi è nato a Torino nel 1935, sin da bambino ha vissuto a Milano, città nella quale si è laureato in Ingegneria Elettrotecnica presso il Politecnico. Da giovane ha lavorato nella ditta creata da suo padre nel 1938 come progettista di impianti per il risparmio energetico.

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Ha dimostrato di aver capacità notevoli ed i “suoi figli di ferro” ‒ in questo modo egli stesso denomina gli apparecchi di sua progettazione ‒ sono installati in raffinerie di petrolio sparse in tutto il mondo, a bordo di molte navi ed in molte centrali termoelettriche. Lavoro che gli ha dato la possibilità di viaggiare e di conoscere paesi in modo approfondito grazie alla collaborazione con agenti locali che gli hanno mostrato l’altra faccia dell’Asia, dell’America, dell’Africa, quella non turistica.

Appassionato di letteratura e scrittura, di quel mondo artistico che instrada alla conoscenza dell’uomo e del mondo per decine di anni ha scritto migliaia di pagine di appunti che solo recentemente ha trasformato in romanzi. Storie vere, episodi vissuti in ogni parte del globo che diventano carta stampata.

Vengono così alla luce “1871 ‒ La Comune di Parigi”, “Luca Falerno ‒ Caccia nelle Murge”, “Mini ‒ Storia di un pittore”, “1945 ‒ Anno zero sul lago”, “… scrivimi!, Il delta del Nilo”, “Anni difficili” ed un neo progetto di una casa editrice con pubblicazione gratuita, La Paume Editrice.

In questa intervista puntiamo il focus sul romanzo “Anni difficili” che traccia l’Italia a cavallo tra gli anni ’70 ed ’80 divisa fra la dura lotta di classe e di ideali fra irriducibili della liberazione del 1945, seguaci del sessantotto e fazioni nostalgiche di estrema destra; la massoneria deviata che si stava formando e l’espansione sempre più energica della mafia siciliana.

 

A.M.: Ciao Franco è un piacere aver l’opportunità di dialogare nuovamente con te per presentare ai lettori la tua ultima pubblicazione: “Anni difficili”. In un’intervista del dicembre del 2017 avevi accennato velocemente l’argomento del libro senza dare, però, anticipazioni. La stesura è iniziata dopo il 2017 oppure negli anni avevi raccolto appunti che ultimamente hai amalgamato?

 

Franco Rizzi: La stesura del libro è molto antecedente al 2017. Inizia circa dieci anni dopo il periodo preso in esame dal libro e cioè i sette anni dal 1974 al 1981. Quel periodo è stato un momento molto intenso per la mia vita, è stato un periodo centrale cui sono seguiti, direi come una sorta di contrappasso, alcuni anni di disimpegno più o meno fino alla caduta del muro di Berlino. Anno dopo anno ho sempre tenuto una rubrica dei fatti che hanno interessato la mia vita e così con gli anni ‘90 ho iniziato a raccogliere dati e notizie e successivamente metterli insieme e correlarli ai personaggi, alcuni come ho scritto presi dalla realtà di quei giorni. Per tante ragioni, alcune ovvie, sono poi trascorsi molti anni prima che il libro vedesse la luce e fosse dato alle stampe.

A.M.: L’espressione “anni di piombo” è ripresa dal film omonimo della regista Margarethe von Trotta ed utilizzata per un periodo storico italiano che va circa dalla fine degli anni Sessanta agli inizi degli anni Ottanta. Ho dunque ragionato sul titolo da te scelto “Anni difficili” volendo accostare “piombo” a “difficili” e cercando nell’etimo di piombo, oltre al latino “plumbum” di derivazione greca (πέλιος – blu-nerastro), ho trovato dal sanscrito “bahu-mala” con traduzione: molto sporco. Così il piombo diviene un concetto oscuro, molto sporco e che richiede uno sforzo dell’intelletto per essere inteso. È sotto questo punto di vista che ho esaminato il tuo nuovo romanzo e l’epoca storica che hai voluto raccontare. Ritieni che le cause di quei ripetuti massacri siano stati compresi dagli italiani che li hanno vissuti oppure che si siano semplicemente annidate sempre più in profondità?

Franco Rizzi: Gli anni di piombo, il piombo scuro delle pallottole, è stato un brutto e oscuro periodo della nostra storia più recente. Molti di quelli che ne sono stati protagonisti oggi sono morti e altri ancora vivi preferiscono non parlarne più, fiduciosi forse di essere arrivati in un tempo migliore. A quel tempo spesso si sparava per uccidere, altre volte solo per ferire, ma intimidire gli avversari e farli uscire di scena, questo veniva detto gambizzare. Il tutto era simile, mutatis mutandis, a quanto era già avvenuto nei tristi anni dal 1919 al 1922 e descritto molto bene nel bel libro “M il figlio del secolo” di Antonio Scurati uscito di recente. Oggi possiamo forse concludere che in quel periodo abbiamo assistito a una resa dei conti per quella mancata guerra civile, che non aveva trovato sfogo con il 25 aprile 1945 per la presenza massiccia delle truppe alleate presenti in Italia. Ovviamente adesso la maggioranza degli italiani ritiene ormai chiuso quel capitolo e anch’io ho addolcito il titolo riducendo il pesante anni di piombo a quello di “Anni difficili”.

 

A.M.: Il mio anno di nascita è il 1982, non sono stata testimone degli anni di piombo e purtroppo con i programmi scolastici di storia non si arriva mai a studiare questa parte nefasta dell’Italia. I trentenni e quarantenni di oggi non conoscono le vicende che hanno portato alle stragi e quando qualcuno accenna nei programmi televisivi sembra quasi un argomento tabù, si citano gli attentati, si ricordano i morti ma non si parla mai del perché e del come si è arrivati a tutto quell’odio riversato per le strade.

Franco Rizzi: Naturalmente chi è nato dopo gli anni ‘80 non conosce i fatti e i misfatti di quel triste periodo. Il tutto era nato come rivendicazione sociale prima nel 1968 in Francia (il maggio parigino) e l’anno dopo in Italia, l’autunno caldo del 1969. Ovvio che “chi di dovere“ ci mettesse subito lo zampino con la bomba alla Banca dell’Agricoltura di piazza Fontana a Milano. Poi l’odio è stato fomentato in un crescendo di attentati e contro attentati, di attacchi e di vendette, effettuati da militanti estremisti di destra e di sinistra. E qui torniamo alla mia risposta precedente. Gli anni di piombo sono stati anni di duro scontro tra nostalgici fascisti e nostalgici comunisti leninisti, ma approfittando di questo fatto anche mafia e servizi segreti hanno partecipato alla bagarre. Naturalmente una organizzazione solida, bene innervata nella politica come la mafia è sempre pronta ad approfittare delle circostanze e così è stato. In conseguenza dopo gli anni di piombo, rimase proprio la mafia a fare da contraltare allo stato con i ben noti attentati dinamitardi di via dei Gergofili e di via Palestro a Milano, sfociati poi nella trattativa stato-mafia con gli ultimi processi ancora in corso ai giorni nostri.

 

A.M.: Nel romanzo “Anni difficili” ci sono tre protagonisti principali: Aldo Devita, Gianni Trapani e Vicente Razini che, trasportati in analogia con il regno animale, si identificano bene con il lupo, l’agnello e la volpe.

Franco Rizzi: Dei tre personaggi principali del romanzo, Aldo Devita è sicuramente il lupo e l’ho preso dalla realtà. È stato uno di quegli uomini, “diabolici” che ho conosciuto. Era davvero un lupo malvagio, ma travestito da persona per bene e dotato di un grande fascino al quale era difficile sottrarsi. Gianni Trapani invece l’ho creato per farne l’io narrante delle losche trame di Aldo e di altri fattacci connessi alla mafia, alla droga e al Venezuela. Così possiamo definirlo un agnello, ma un agnello finto e scaltro, adatto per poterlo infilare nelle tane dei lupi. Vicente Razini è una simpatica volpe, anche lui è preso dalla realtà, il nome con cui compare nel romanzo è quasi uguale al suo nome vero, è deceduto da poco e le sue due figlie vivono tuttora in Venezuela. Chi l’ha fatto diventare ricchissimo sono io e il racconto del come questo sia potuto accadere, è assolutamente veritiero. Aveva un anno più di me, ma mi aveva sempre considerato il suo fratello maggiore, il suo mentore, e mi dispiace veramente che nell’ultima parte della sua vita fosse stato colpito da una sorta di demenza senile.

 

A.M.: Oltre alla politica, oltre agli scontri tra fazioni ideologiche diverse troviamo due forze importanti: la mafia siciliana e la massoneria deviata. “Deviata” perché non rappresenta più i valori delle antiche associazioni iniziatiche ma si occupa principalmente di traffico di denaro e sovversione dell’assetto socio-politico. Gianni Trapani, infatti, si trova all’interno di questi due mondi senza conoscere le regole del gioco, non è conscio di ciò che accade ma è portato avanti da due pulsioni: la curiosità e la disperazione. Che cosa consiglieresti ad una persona affetta da queste pulsioni?

Franco Rizzi: Massoneria deviata: ho dei dubbi che ne esista una diversa. Il rifarsi a una associazione corretta, non deviata, che si richiami ad antichi valori iniziatici è fittizio, nessuno li considera adatti per la vita attuale, tutti sentono invece il fascino dell’associazione segreta. Ogni uomo incontrando uno sconosciuto vorrebbe trovare invece un “fratello” che condivida le sue stesse idee, che si apra a lui senza i filtri e le distanze che dividono gli uomini. Di qui a fare “delle cose” insieme, ad avere interessi privati in atti pubblici il passo è breve. Anche Gianni Trapani cade in questa trappola e crede che la massoneria possa essere una salvezza in un periodo politico oscuro. La sua curiosità non viene soddisfatta e invece è usato senza scrupoli. Non viene minimamente aiutato e finisce in uno stato di povertà. E nel desiderio di uscirne cade nel baratro più profondo e diventa un omicida. Tutti noi corriamo il rischio di cadere in un baratro, piccolo o grande, mentre percorriamo la strada della nostra vita e tanti “furbetti” sono lì pronti per aiutarci. Dal prete che promette un felice “al di là”, magari migliore, se i tuoi beni li lasci in eredità a chi di dovere “al di qua”, per non parlare delle ciarlatane scuole di pensiero che ripropongono il ben noto “nosce te ipsum”. La semplice verità è che non abbiamo altra salvezza se non in noi stessi.

 

A.M.: Che cos’è il bene comune? L’uomo può costruire una società fondata sul bene? Oppure è l’illusione di molti creata ad hoc dai pochi?

Franco Rizzi: Il cosiddetto bene comune non esiste. Ovviamente è un miraggio, creato da pochi, per incanalare in una certa direzione gli sforzi che ognuno di noi fa per la propria esistenza. Il detto l’unione fa la forza, il fascio littorio sono esempi di questa illusione.

A.M.: Hai in programma delle presentazioni del libro?

Franco Rizzi: Per adesso non ho in programma alcuna presentazione di questo libro. Credo sia un libro un po’ difficile. Forse in futuro.

 

A.M.: Ricordo ai lettori che alcuni anni fa hai fondato la casa editrice La Paume. Quali sono state le pubblicazioni del 2018 e 2019?

Franco Rizzi: La casa editrice La Paume sta appena muovendo i primi passi e non ha ancora un catalogo strutturato. Spero di tornare su questo in una prossima intervista.

 

A.M.: Salutaci con una citazione…

Franco Rizzi: Non v’è sentiero alcuno difeso contro la forza del destino e l’inclemenza del fato.” − Pedro Calderon de la Barca

A.M.: Franco, ti ringrazio per queste sincere risposte che, per il lettore attento, portano profonde riflessioni sull’Italia di ieri e di oggi. Ti saluto con i versi di Pietro Metastasio: “Chi vede il pericolo,/ né cerca di salvarsi,/ ragion di lagnarsi/ del fato non ha”.

 

 

 

Written by Alessia Mocci

Info

Sito Franco Rizzi

http://www.francorizzi.it/

Facebook La Paume Editrice

https://www.facebook.com/LaPaumecasaeditrice/

Fonte

http://oubliettemagazine.com/2019/05/13/intervista-di-alessia-mocci-a-franco-rizzi-vi-presentiamo-il-romanzo-anni-difficili/

Intervista di Alessia Mocci a Silvano Trevisani: vi presentiamo Alda Merini tarantina. (Fonte http://oubliettemagazine.com/2019/05/14/intervista-di-alessia-mocci-a-silvano-trevisani-vi-presentiamo-alda-merini-tarantina/)

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“L’assillo della contemporaneità è il successo. Tutte le arti vengono esercitate più che come espressione dello spirito e come esperienza di innalzamento culturale, esclusivamente come affermazione della propria personalità.” –

Silvano Trevisani

Silvano Trevisani, giornalista professionista, è nato e vive a Grottaglie. Attualmente è redattore capo del settimanale “Nuovo Dialogo” e direttore della rivista “l’Officina – Laboratorio delle culture e delle storie” (Edit@ dal 2014). È stato per molti anni responsabile dei servizi culturali del “Corriere del giorno di Puglia e Lucania”, ha lavorato per la redazione di Bari di “Repubblica”, ha collaborato con “l’Osservatore Romano” e collabora con giornali e riviste.

 

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Saggista, poeta, scrittore e critico d’arte, ha pubblicato numerosi volumi e saggi di storia, economia, arte, letteratura, oltre a opere di poesia e narrativa. Ha ideato le celebrazioni ufficiali per il ventennale di Giorgio de Chirico, nel 1998, per conto della Fondazione de Chirico, realizzato un saggio per il catalogo De Chirico e la Metafisica del Mediterraneo (Rizzoli, 1998); ha curato il diario inedito di Carlo Belli, teorico dell’astrattismo geometrico (AltaMarea, 1997).

Per la narrativa: il romanzo umoristico Lo norevole (Manni, 1997), con prefazione di Vincenzo Mollica, Storie di terre di sole (riedita da Capone, 2007), prefazione di Donato Valli e Ombre sulla città perduta (Radici Future, 2017).

Tra i suoi numerosi saggi: Creatività e inclusione (Rubbettino, 2013); Alda Merini e Michele Pierri, cronaca di un amore sconosciuto, (Edit@ 2016).

Per la poesia ha pubblicato le sillogi Poesie (Nuova Amadeus, 1995), prefata da Giacinto Spagnoletti, vincitrice del Premio Saturo d’argento e del Premio Vanvitelli-Caserta, 5 poesie d’amore, in Amore, amore… nei versi di dieci poeti pugliesi” (Edizioni AltaMarea, 1998, con prefazione di Donato Valli), L’altra vita delle parole (Nemapress, 2012), con prefazione di Plinio Perilli e postfazione di Cristanziano Serricchio, Geometrie del desiderio, con le illustrazioni di dieci grandi artisti (Edizioni Galleria Margherita, Taranto 2012), Terra Madre, con le illustrazioni della scultrice Lucia Rotunno (Print Me, 2017).

Ha collaborato con Macabor Editore per alcuni numeri della collana “Sud – I poeti” ed ha curato nel 2019 il volume “Alda Merini tarantina” di cui tratterà la seguente intervista.

L’antologia, disponibile in libreria da maggio, tratteggia la poetessa dei Navigli nella bella città di Taranto proponendo un’interpretazione dei fatti che portarono al matrimonio con il poeta e medico Michele Pierri da parte di intellettuali ed amici che hanno conosciuto la coppia e le due identità.

Alda Merini tarantina” è anche un viaggio nella Puglia poetica grazie alla presenza della sezione “Voci dal silenzio – Poeti pugliesi contemporanei e da non dimenticare” e da una interessantissima “Antologia dei poeti pugliesi”.

 

 

A.M.: Buongiorno Silvano, sono lieta di poter dialogare con lei a proposito della nuova pubblicazione di Macabor Editore “Alda Merini tarantina” che vuole sì ricordare il decennale della morte della poetessa ma anche proporre una riflessione sulla poesia pugliese. Quando nasce l’idea di collaborare all’antologia poetica?

Silvano Trevisani: Ho conosciuto Alda Merini, Michele Pierri, quasi tutti i figli di Michele, Giacinto Spagnoletti e molti degli amici che furono vicini alla coppia negli anni di Taranto. Ho avuto per le mani poesie e documenti inediti e ho per molti anni letto quello che si diceva su Alda, quando era ancora viva, e sul suo rapporto con Taranto, del quale mi sono occupato in alcuni libri molto documentati. Degli anni di Taranto, che sono fondamentali nella rinascita di Alda, si è scritto pochissimo e in maniera quasi sempre sbagliata. Soprattutto nei giornali che si sono occupati di lei in occasione della scomparsa, mi è capitato di leggere errori grossolani, datazioni erronee, giudizi superficiali. Ho cercato di raccontare la verità oggettiva, forse disturbando qualcuno di quelli che si ritenevano i soli biografi, ma ho voluto che si ricordasse che Alda è stata tarantina, che ha svolto un ruolo culturale negli anni di Taranto e dimostrare che gli anni di Taranto sono stati per lei fondamentali. Ricorrendo quest’anno il decimo anniversario della morte, ho pensato che sarebbe stato bello coinvolgere nella celebrazione i poeti pugliesi a me più cari (per molti anni ho curato le pagine culturali del quotidiano Il Corriere del giorno), ma allargando l’orizzonte anche ai poeti scomparsi, che hanno dato lustro alla Puglia poetica. È nata così l’idea di un’antologia che nascesse e si sviluppasse attorno al ricordo di Alda Merini “tarantina”.

A.M.: Nella sua introduzione tratteggia la casa editrice Macabor come impegnata per “la conoscenza e la diffusione della poesia, genere che incrocia il massimo della militanza con il minimo della diffusione, in un paese in cui tutti scrivono e nessuno legge”. Quali sono le cause di questa “impellente” necessità di scrittura senza alcun interesse verso la lettura?

Silvano Trevisani: L’assillo della contemporaneità è il successo. Tutte le arti vengono esercitate più che come espressione dello spirito e come esperienza di innalzamento culturale, esclusivamente come affermazione della propria personalità. In tempi di esasperazione dell’individualismo (leggansi i vari moniti di papa Francesco) quasi tutte le persone scolarizzare, oggi, sono indotte a credere che il possesso di strumenti comuni di espressione le renda potenziali artisti: scrittori, poeti, pittori, cantanti, ballerini, attori, registi, sceneggiatori, musicisti, e così via… Ma se per la maggior parte delle arti occorre acquisire abilità aggiuntive (ad esempio il musicista deve almeno saper leggere il pentagramma) per la scrittura l’accesso è molto più semplice, e la pubblicazione di propri testi è molto favorita dall’abbattimento del costo della stampa. Si sa che la poesia, poi, è un’attitudine quasi universale, soprattutto in età adolescenziale, solo che oggi quasi tutti coloro che hanno scritto poesie, non aggiornandosi, si convincono di aver scritto qualcosa d’importane e non ci pensano due volte a stampare. Detto questo, accade che la maggior parte dei poeti, che continua a scrivere secondo forme e linguaggi di livello scolastico, sia convinto che la vera poesia sia la sua, non avendo attrezzatura critica, e non ha mai l’interesse a leggere i libri degli altri, neppure per affinare il proprio stile. Perciò tutti scrivono ma pochissimi leggono. Ciò porta la poesia a essere un genere per niente commerciabile e gli editori come Macabor, che pubblicano poesia e anzi organizzano progetti di poesia, sono davvero degli eroi. Che meritano sostegno e collaborazione, anche perché non sono editori-stampatori e non favoriscono il proliferare delle pubblicazioni per trarne profitto.

A.M.: Si è scelto di dedicare un capitolo dell’antologia a Michele Pierri, punto di riferimento della cultura pugliese purtroppo, oggi, poco conosciuto. Qual è stato il suo rapporto con Pierri?

Silvano Trevisani: Michele Pierri è stato, soprattutto per noi tarantini, ma non solo, un punto di riferimento. Persona straordinaria e umile dalla vita avventurosa e affascinante. Grandissimo poeta che ha scontato, come tutti coloro che scelgono di rimanere al Sud, la distanza dai centri di potere, nonostante fosse amato da Ungaretti, Betocchi, Pasolini, Maria Corti e moltissimi altri. Lo consideravo mio maestro e lo frequentavo soprattutto per conoscere il suo parere sulle mie poesie. Ho incrociato molte volte Alda, negli anni del loro matrimonio, che interveniva spesso con le sue osservazioni e i suoi apprezzamenti. Michele, che era molto umile e molto disponibile, mi disse di far leggere le mie poesie a Giacinto Spagnoletti, che era il critico letterario più autorevole, e anch’egli tarantino. Così feci: passai tutto a Giacinto, secondo il consiglio di Michele, che però ebbe vari problemi di salute e soprattutto per la vista, e mi portò via molto tempo. Alla fine, curò la pubblicazione della mia prima racconta di poesie. Purtroppo, però, Michele era già morto da qualche anno.

A.M.: Michele ed Alda si incontrano nel 1981 con “frequentazioni telefoniche ed epistolari”. Come fu affrontato il problema della “pazzia” della Merini?

Silvano Trevisani: Michele, rimasto vedovo da alcuni mesi della amatissima moglie Aminta, morta nel 1980, da cui aveva avuto dieci figli (un undicesimo era morto infante), fu sensibilizzato da Giacinto Spagnoletti alla vicenda di Alda, che era da poco uscita dal manicomio, chiuso per effetto della legge Basaglia ed era completamente smarrita. Michele ritrovò una lettera del ’52 in cui Giacinto, scopritore di Alda, parlava già della sua pazzia e della sua grande poesia e ne fu toccato. Cercò di esserle utile con le sue parole e la sua disponibilità e lei gli si attaccò morbosamente. Quando poi si sposeranno Michele, che era un grande medico ed era stato anche direttore sanitario dell’Ospedale di Taranto, la fece visitare da vari amici specialisti che riscontrarono come la bipolarità di Alda fosse effetto della sua smania di affermarsi come poetessa, frustrata già negli anni dell’adolescenza. In effetti, Alda che non risolverà mai i problemi mentali, troverà un certo equilibrio solo dopo il grande successo degli anni ’90.

A.M.: Alda Merini e la città di Taranto. Perché la poetessa dei Navigli anelava la Città dei due mari?

Silvano Trevisani: Alda era delusa da Milano. Una volta dimessa dal manicomio, dopo circa quindici anni d’internamento, si ritrovò sola: il marito, Ettore, un panettiere, brava persona che però era molto lontana dai suoi interessi letterari, era malato terminale e lei non si sentiva in grado di assisterlo. Era stata dimenticata da tutti. Le case editrici non le dettero credito e nemmeno Maria Corti riusciva a venirne a capo e lei stampò delle plaquette autoprodotte senza esito. Michele rappresentava una via di fuga da Milano, perché le dedicava grande attenzione, la sosteneva economicamente negli anni della malattia di Ettore. Insomma: voleva cominciare da capo con un grande poeta che potesse accompagnarla e sostenerla. E così cominciò ad assillare Michele, nel vero senso della parola. Arrivò a iniziative sconcertanti, come scrivere al Papa. Insomma: capiva che il suo futuro era nella città dei “due” mari. E lei di mari non ne aveva mai visto neanche uno!

A.M.: L’editore Bonifacio Vincenzi è il firmatario della presentazione in “Alcune considerazioni su Silvano Trevisani” e scrive: “[…] egli spesso con la memoria scavalca il suo tempo e, nell’inevitabile latenza, attraversa l’oblio per ritornare ai momenti fondamentali dove la parola poetica non era ancora accesa e se ne stava nella dimensione indeterminata del futuro.” Ritiene che queste parole siano rappresentative?

Silvano Trevisani: Se un critico letterario può, talvolta, valutare la qualità formale e letteraria delle poesie, solo un poeta può entrare nei meandri e cercare i luoghi spirituali, emozionali, letterari, nei quali una poesia ha preso corpo. E Bonifacio Vincenzi è un poeta.

A.M.: Lino Angiuli, Vittorino Curci, Dino De Mitri, Daniele Giancane, Giuseppe Goffredo, Giacomo Leronni, Anna Santoliquido, Gerardo Trisolino hanno omaggiato Alda con una lettera od una poesia. Compare anche una sua lirica intitolata “Per una storia d’amore (Alda e Michele)”. È stata composta in occasione della pubblicazione oppure in precedenza?

Silvano Trevisani: La mia poesia l’avevo già scritta ma non pubblicata, poi per l’occasione l’ho ritoccata. Nella mia silloge “L’altra vita delle parole” ne avevo dedicata un’altra ad Alda.

A.M.: È in programma una presentazione del volume “Alda Merini tarantina”?

Silvano Trevisani: Sì, è in programma una presentazione a Taranto il 30 maggio prossimo, nel salone degli specchi del Municipio.

A.M.: Salutiamoci con una citazione…

Silvano Trevisani: Poesia poesia/ sembra che non ci sia/ poi ti prende la mano/ e ti porta lontano” − Riccardo Cocciante

A.M.: Silvano la ringrazio per il tempo che mi ha voluto dedicare e la saluto con una citazione tratta dal volume “Alda Merini tarantina” scritta da Giuseppe Pierri nel paragrafo “Un profilo biografico di Michele Pierri”: Tutte le attese, le certezze, le paure che attraversano la mente del poeta atterrito dal dolore si riversano momento per momento nella sua poesia che diviene esigenza di conoscere Dio quale Egli è, di avere certezza dell’aldilà, anche immediata. La parola diviene violenta, esasperata, di provocazione, quasi torturante, per costringere Dio a manifestarsi, a dare un segno certo della sua esistenza, e non conta se si dovrà pagare il prezzo dell’inferno, perché l’inferno è già qualcosa, è certezza di Dio, “il suo ultimo scalino”.

Written by Alessia Mocci

 

 

Info

Sito Macabor Editore

http://www.macaboreditore.it/home/

Acquista “Alda Merini tarantina”

http://www.macaboreditore.it/home/index.php/libri/hikashop-menu-for-products-listing/product/76-alda-merini-tarantina

 

 

Fonte

Intervista di Alessia Mocci a Silvano Trevisani: vi presentiamo “Alda Merini tarantina”

Intervista di Alessia Mocci a Giancorrado Barozzi: vi presentiamo Utopia Selvaggia. (Fonte http://oubliettemagazine.com/2019/04/23/intervista-di-alessia-mocci-a-giancorrado-barozzi-vi-presentiamo-utopia-selvaggia/)

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“La riproposta di Utopia selvaggia non corrisponde dunque a una sorta di nostalgico revival della letteratura terzomondista, genere narrativo che fu in voga alla metà del secolo scorso, quanto piuttosto al bisogno, sempre più urgente, di riprogettare un nuovo modello di futuro che non rifiuti l’apporto fecondo delle culture indigene.”

Giancorrado Barozzi

 

Storico di formazione, Giancorrado Barozzi dal 1986 al 2000 ha diretto l’attività scientifica dell’Istituto Mantovano di Storia Contemporanea. Per conto della Regione Lombardia e di altri Enti ha realizzato ricerche nei campi della storia sociale, delle tradizioni del lavoro e della narrativa orale.

È direttore della collana “Il Pasto Nudo, assaggi di antropologia” per la Negretto Editore con la quale ha pubblicato “Cartiera Burgo. Storie di operai, tecnici e imprenditori nella Mantova del Novecento” e nel 2013 “Altruismo e cooperazione in Pëtr A. Kropotkin”, saggio che presenta il Mutual Aid del filosofo e scienziato russo Kropotkin ed il Digest della scrittrice americana Miriam Allen deFord.

Giancorrado Barozzi è stato molto disponibile nel rispondere ad alcune domande per presentare la nuova pubblicazione “Utopia selvaggia ‒ Saudade dell’innocenza perduta. Una fiaba” romanzo del famoso sociologo, antropologo, scrittore, educatore ed uomo politico brasiliano Darcy Ribeiro (Montes Claros – Minas Gerais 26-10-1922/ Brasilia 17-2-1997), in libreria dal 1 maggio 2019 nella collana editoriale “Il Pasto Nudo” con la nuova traduzione ad opera di Katia Zornetta.

A.M.: Giancorrado, ci siamo incontrati una prima volta per cercar di esporre ai lettori le tematiche della pubblicazione “Altruismo e cooperazione in Pëtr A. Kropotkin” riuscendo a raccontare la storia del grande filosofo e scienziato russo, quasi totalmente sconosciuto in Italia, e che a causa “delle sue prese di posizione politiche libertarie fu tacciato, sia da destra che da sinistra, di essere un utopista”. Che cosa comporta per un intellettuale/filosofo l’“essere utopista”?

 

Giancorrado Barozzi: Esercitare il pensiero utopico comporta degli enormi vantaggi, qualora ci si limiti a restare solo nel campo delle idee, essi si accompagnano però, va anche detto, a degli inevitabili svantaggi se si provi a calare queste idee sul piano pratico. Uno dei principali vantaggi del pensiero utopico consiste nell’assoluta libertà di creare ipotesi di «mondi possibili», infinitamente migliori di questo, senza dover sottostare ai condizionamenti imposti dalla «realtà sociale» del proprio tempo. Tra gli svantaggi va invece messa in conto la scettica accoglienza della maggioranza dell’uditorio nei confronti delle idee professate dall’«utopista». Atteggiamento che, nel caso di non immediata desistenza da parte del portatore di pensiero utopico, viene ad assumere tratti persecutori. Nel passato ne fecero le spese quegli utopisti che, non rassegnandosi a serbare solo per sé le proprie idee, cercarono d’istituire un dialogo con la società circostante. Penso a Socrate, a Gesù Cristo e a Thomas More, il quale nel 1516 ebbe, tra l’altro, l’indubbio merito d’avere coniato il termine «utopia», anche se egli, prima di essere suppliziato, riuscì a sua volta a mandare sul rogo alcuni «eretici» che giudicò essere più «utopisti» di lui.

Viste le tragiche sorti toccate ai primi filosofi e profeti dell’utopia, i successivi sviluppi di questa forma di pensiero trovarono riparo in un porto più sicuro: quello della creazione letteraria. Penso, ad esempio, alle «utopie» ecologiche e femministe di un’autrice contemporanea dalla fervida fantasia, come Ursula Le Guin, figlia dell’antropologo Alfred Kroeber, morta di recente (ma il cui decesso è almeno potuto avvenire in tarda età e nel proprio letto), o anche al libro Utopia selvaggia di Darcy Ribeiro, romanzo-saggio scritto da un altro inguaribile «sognatore» il quale tuttavia fu costretto a subire, a causa delle proprie idee, un lungo periodo di esilio lontano dal suo paese, il Brasile.

A.M.: Dalla Russia al Brasile il passo è breve soprattutto se ci si muove nel terreno dell’οὐ-τόπος. E qui entriamo nel vivo della nostra intervista: perché è stato doveroso pubblicare una nuova traduzione del romanzo “Utopia selvaggia” dello scrittore ed antropologo Darcy Ribeiro?

Giancorrado Barozzi: Di questi tempi, segnati dalla globalizzazione e dall’universale dominio delle nuove tecnologie, ritengo utile, e addirittura necessario, tornare a parlare d’«utopia», nel senso che a questo termine attribuirono quanti, in passato, osarono sfidare a viso aperto il «senso comune» della loro epoca nel tentativo d’aprire la strada ad altri metodi, più solidali e compassionevoli, di convivenza sociale e di simbiosi tra l’uomo e l’ambiente naturale. Nel suo terzo romanzo, Ribeiro ha osato indagare appunto l’eventualità di questa specie d’«utopia», guardando alle culture amazzoniche in via d’estinzione, nell’intento di recuperare da loro tecniche materiali e valori spirituali da riproporre come viatico del grave malessere che affligge il mondo urbano e civilizzato. Utopia selvaggia, fu composto da Ribeiro agli inizi degli anni ’80 del Novecento, ma la quarantina d’anni trascorsi da allora non ha vanificato le ragioni di fondo del suo appello. Anziché avviarsi sulla via d’un operoso cambiamento di rotta, l’umanità dei paesi post-industriali sembra essersi infatti inoltrata ancor più lungo una china, già perfettamente intuita da Ribeiro, che conduce al collasso ecologico del pianeta e alla standardizzazione delle sue forme di vita e di cultura. La riproposta di Utopia selvaggia non corrisponde dunque a una sorta di nostalgico revival della letteratura terzomondista, genere narrativo che fu in voga alla metà del secolo scorso, quanto piuttosto al bisogno, sempre più urgente, di riprogettare un nuovo modello di futuro che non rifiuti l’apporto fecondo delle culture indigene. Per millenni quelle culture furono il valido presidio d’un equilibro ecologico tra l’uomo e l’ambiente, specie nelle aree di maggiore importanza vitale per la sopravvivenza della Madre Terra (come il bacino amazzonico e la foresta pluviale). Equilibrio che oggi viene invece compromesso da una dissennata politica portata avanti da quei governanti «populisti», alla Bolsonaro (per intenderci, qualora si pensi al Brasile), che stanno programmando l’esaurimento del polmone verde del nostro pianeta, senza curarsi in alcun modo di garantire alle future generazioni la salubrità dell’aria, nonché di proteggere la varietà di specie biologiche e di culture umane a tutt’oggi ancora presenti nel mondo «selvatico».

Sono queste le motivazioni di fondo, e le urgenze, che hanno spinto l’editore Negretto (da sempre sensibile a tali «ragioni») a riproporre ai nuovi lettori l’«utopico» appello già lanciato, tempo fa, dall’antropologo brasiliano con questo suo romanzo ambientato ai Tropici. I linguisti ci hanno inoltre insegnato che, al passaggio d’ogni generazione, le lingue vanno incontro a mutazioni profonde, perciò si è voluta dotare la nuova edizione del libro anche d’una nuova traduzione. Su mio consiglio, l’Editore l’ha affidata a una giovane traduttrice, Katia Zornetta, la quale, nei propri studi universitari compiuti a Venezia e in Brasile, ebbe modo di conoscere di persona la precedente traduttrice in lingua italiana di tutti i romanzi di Ribeiro, Daniela Ferioli, una persona umanamente e professionalmente straordinaria purtroppo venuta a mancare nel 2004.

La traduzione realizzata da Katia, pur dimostrandosi rispettosa delle soluzioni linguistiche già adottate da Ferioli e da lei messe a punto grazie al suo diretto confronto con l’autore del romanzo, del quale fu amica oltre che traduttrice, appare però ancor più innovativa sul piano linguistico. Katia ha infatti realizzato un inedito mix lessicale che mantiene inalterato, nel corpo stesso della traduzione, un gran numero di termini provenienti delle lingue e culture amazzoniche: nomi di piante e di animali tipici della foresta pluviale derivati dalle tassonomie etnobotaniche ed etnozoologiche delle popolazioni indigene, nomi di oggetti d’uso profano o rituale propri delle varie tribù stanziate lungo le rive del Rio delle Amazzoni visitate da Ribeiro negli anni del suo giovanile apprendistato «sul campo» come antropologo. La ricchezza culturale di questo «lessico selvaggio» riaffiora ora pressoché intatta in questa nuova traduzione del romanzo, rendendo piena giustizia al paziente recupero di centinaia di termini «etnici» operato da Darcy Ribeiro al fine di spargere nuove spezie tropicali sull’idioma brasil-portoghese. L’adozione anche in traduzione italiana d’un simile «meticciato» linguistico corrisponde a una nuova sensibilità linguistica, orientata a favore di un consapevole recupero delle lingue minoritarie prossime all’estinzione; sensibilità che, una trentina d’anni fa, al tempo cioè delle traduzioni dei romanzi di Ribeiro realizzate da Daniela Ferioli, non aveva ancora trovato qui in Italia un terreno fecondo.

A.M.: Nella prefazione descrivi il protagonista del romanzo “Un po’ Amleto e un po’ Socrate, Pitum/Orelhão, grazie a questa sua predisposizione al saper porre (e porsi) domande, si dimostra in fin dei conti assai meno sprovveduto di quanti intorno a lui vivono in modo animalesco, seguendo ciecamente antiche tradizioni (le icamiabas/amazzoni), o di chi appare dominato da una qualsiasi ideologia, sia essa del progresso (le suore missionarie) o dell’atavismo (lo sciamano Cunhãmbebe).” “Utopia selvaggia” è un romanzo antropologico?

Gancorrado Barozzi: Più che un «romanzo antropologico», sarei tentato (e non si tratta di un gioco di parole) di definire Utopia selvaggia un’«antropologia romanzesca». È stato proprio per questo motivo che ho voluto includere il libro di Ribeiro nella collana «Il Pasto Nudo» delle edizioni Negretto. Questa collana, che dirigo da una decina d’anni, si propone d’avvicinare infatti lettori nuovi e non specialisti alla conoscenza antropologica e alle scienze umane, facendo appello, come sta scritto nella quarta di copertina di ogni volume della collana, a «testi che parlino dell’uomo, dei suoi problemi, del suo ambiente e delle sue culture…». Tutto ciò mi pare sia stato compendiato alla perfezione in questo bizzarro frutto (autentica primizia) d’«antropologia romanzesca». Ribeiro ebbe all’Università di San Paolo del Brasile un’ottima formazione socio-antropologica; egli compì poi una serie di ricerche etno-antropologiche sul campo presso varie tribù del bacino amazzonico; nel corso della sua lunga e poliedrica carriera ebbe inoltre modo di pubblicare numerosi testi accademici d’argomento antropologico, ispirati alla corrente neo-evoluzionista dell’antropologia: un indirizzo disciplinare nato negli Stati Uniti a partire dagli anni Quaranta del Novecento, che traeva ispirazione dalle scoperte scientifiche compiute nel XIX secolo da Charles Darwin e dagli studi antropologici realizzati sempre nell’Ottocento da Leslie Henry Morgan. In Utopia selvaggia Ribeiro osa però oltrepassare i tradizionali confini della sua disciplina. Il suo è un anomalo romanzo, dotato di tutti i requisiti d’una fiction post-moderna: ha un protagonista «senza qualità» sballottato da eventi che non dipendono dalla sua volontà; è ambientato in un «mondo selvaggio» che vagamente ricorda l’isola in cui naufragò Robinson Crusoe; ha un cast d’assurdi personaggi degni d’una kermesse carnevalesca… Eppure, nonostante questa profusione d’ingredienti romanzeschi, Utopia selvaggia è pur sempre, e così va intesa, una delle sperimentazioni ante-litteram più ardite, e forse più riuscite, di quel genere di «scrittura antropologica» che trovò la propria definizione teorica nel corso di un seminario scientifico tenuto a Santa Fe nei primi anni ’80 del Novecento (è da sottolineare questa, non casuale, coincidenza cronologica). In quel seminario un gruppo di giovani antropologi osò proclamare la necessità di passare dalla classica antropologia descrittiva a una nuova forma di «scrittura antropologica» ove l’autore (fattosi «nudo» al cospetto del «selvaggio» da lui stesso osservato) prendesse a dialogare alla pari con i nativi, sino al punto di rinunciare alla propria «autorità etnografica». Non è questa la sede per valutare con quali risultati queste intenzioni manifestate dai partecipanti al seminario di Santa Fe siano state tradotte in pratica. Per tornare a Ribeiro, mi viene tuttavia spontaneo pensare che molte pagine di Utopia selvaggia espressero al meglio, e con un grande savoir faire, la gran parte delle perorazioni di principio formulate dagli antropologi post-moderni partecipanti al seminario Writing Cultures tenutosi a Santa Fe. Perorazioni che invece, quei giovani antropologi yankee attivi nelle Università degli USA non riuscirono a sviluppare oltre lo stadio di abbozzo. Con la sua formidabile capacità di captare, anche a lunghe distanze, standosene sulle coste del Brasile, il vento che soffiava dall’altra parte del continente, Ribeiro ci ha invece lasciato, con Utopia selvaggia, un maturo esempio di scrittura antropologica sperimentale. Con la sapiente leggerezza della raggiunta maturità di uomo e d’autore (descritta in modo toccante in un capitolo del bel romanzo brasiliano di Fernanda Torres, Fine), Ribeiro ha insomma saputo compiere nel concreto quella «sovversione» dell’antropologia classica astrattamente solo ipotizzata dai suoi più giovani colleghi statunitensi.

Per evitare equivoci, devo qui precisare che l’«antropologia romanzesca» ha ben poco a che vedere col genere letterario del «romanzo antropologico». Queste due categorie non vanno assolutamente confuse. Nell’«antropologia romanzesca» a prevalere è sempre l’indagine antropologica, anche se mostra alcune analogie formali con l’opera letteraria. La discriminante di base tra questi due generi sta nel fatto che, mentre un testo d’«antropologia romanzesca» può essere composto unicamente da un autore che (come Ribeiro) abbia una solida formazione antropologica e la sappia dimostrare nel racconto (articolando, ad esempio, in forma dialogica il congegno del plot e/o ricorrendo a ben precise «tecniche escussive» per tratteggiare il carattere dei personaggi), nel caso del «romanzo antropologico», l’autore invece, anche se sta narrando dell’incontro tra un osservatore estraneo e un gruppo di nativi, fa semplicemente appello a una forma d’inventio letteraria, e non a un metodo d’indagine antropologico. Un ottimo esempio di «romanzo antropologico» è, ad esempio, il libro di Lily King, Euforia, dove si narrano le vicende del triangolo amoroso verificatosi, negli anni ’30 del Novecento, fra i protagonisti d’una serie incrociata di ricerche «sul campo» in Nuova Guinea, i quali adombrano, in modo volutamente scoperto, le personalità di Margaret Mead, Reo Fortune e Gregory Bateson. Pur ispirandosi ad autentici «mostri sacri» dell’antropologia, Lily King, esperta in creative writing, fa muovere e agire i protagonisti del suo romanzo come le pedine d’un comune intrigo sentimentale, appiattendo sullo sfondo (quale esotico fondale), sia il paesaggio «umano» ove si svolge la vicenda che le spinose questioni sollevate dalla ricerca etnografica le quali dovettero assillare, ancor più delle romanzesche «faccende di cuore», i tre reali ricercatori che l’autrice prese a modello. Ne è uscito un valido prodotto di consumo che non ha tuttavia nulla a che vedere con quegli autentici capolavori d’«antropologia romanzesca» che furono prodotti da autentici antropologi di professione, come Darcy Ribeiro o Claude Lévi-Strauss.

A.M.: Possiamo affermare senza alcuna ombra di dubbio che Darcy Ribeiro ha inaugurato un sistema di analisi della società sudamericana riuscendo nel difficile allontanamento dai condizionamenti europei e nordamericani?

Giancorrado Barozzi: Storicizzando, si può tranquillamente affermare che Darcy Ribeiro compì, specie durante gli anni del suo esilio (tra la seconda metà dei ’60 e la prima metà dei ’70 del Novecento), un importante tentativo di reinterpretare la storia sociale dell’intero continente sud-americano. Come egli stesso ammise, già allora quella sua generosa fatica mostrava tuttavia, e a distanza di circa mezzo secolo li dimostra ancor più, alcuni limiti, i quali consistono, in sostanza, nel volontario rifiuto da parte dell’autore di avvalersi di strumenti preparatori messi a punto da altri studiosi latino-americani per interpretare quella «società dell’insoddisfazione» che Ribeiro contrappose a quella dei popoli «soddisfatti» dell’Occidente. Una nota, collocata da Ribeiro a pie’ di pagina nell’introduzione del primo dei suoi tre ponderosi volumi su Le Americhe e la civilità, escludeva infatti, in modo tranchant, qualsiasi possibilità di trarre un effettivo giovamento dagli esiti di quelle che egli stesso definì: «le interpretazioni classiche dell’America Latina». A suo dire: «esse non giungono ad articolare una teoria del mutamento sociale», e una rapidissima, sintetica rassegna bastò a Ribeiro per liquidare in modo definitivo tutte quante queste «interpretazioni»:

«Partendo da una posizione fatalistica, alcune di esse attribuiscono l’arretratezza al clima o alla razza (Sarmiento 1915; Bunge 1903; Oliveira Viana 1952; Arguedas 1937) oppure a qualità negative del colonizzatore (Bomfim 1929; Ingenieros 1913; Ramos 1951). Altri discutono tali determinismi (Alberdi 1943; Cunha 1911; Freyre 1954; Buarque de Hollanda 1956; Estrada 1933; Paz 1950; Murena 1964), senza che tuttavia oppongano ad essi nessuna teoria conseguente» [Ribeiro, 1975, p. 6 nota 1].

Dopo avere omericamente bruciato alle proprie spalle tutte le «navi» da guerra uscite dai cantieri allestiti da altri autori latino-americani, Ribeiro si accinse a compiere (in solitudine) un compito gigantesco, superiore alle forze di un qualsiasi singolo studioso. Ragione per cui, nel corso di questa sua improba fatica egli non poté fare altro che chiamare in proprio soccorso una nuova «flotta». Fuor di metafora, dopo avere rifiutando di riconoscere i suoi legittimi «padri» latino-americani, Ribeiro andò in cerca di nuovi «padrini». Fortunatamente li trovò alzando i propri occhi verso il Nord-America. Tutti i libri che egli scrisse in quel periodo risentono infatti dell’influsso esercitato su di lui dalla scuola statunitense d’antropologia neo-evoluzionista. Se dunque, a parole, Ribeiro ebbe a criticare la «letteratura nominalmente scientifica sulla dinamica sociale, prodotta soprattutto dai paesi prosperi e caratterizzata dal loro scoraggiamento e conservatorismo», rivolgendo ad essa l’accusa di compiere «mistificazioni destinate a sostituire la saggistica corrispondente alla mentalità arcaica con un discorso sofisticato, ma ugualmente conformistico» (Ribeiro, 1975, p. 44); nei fatti, egli finì invece con l’adottare come linee guida dei propri studi sul Processo civilizzatore (1968) e su Le Americhe e la civiltà (1969-1973) metodi e concetti mediati dal classico schema evoluzionistico dello sviluppo delle società già elaborato, nel lontano 1877, dall’avvocato e antropologo statunitense Lewis Henry Morgan; schema sfumato, intorno alla metà del Novecento, in direzione «multilineare» da una compagine (minoritaria) di brillanti antropologi sociali formatisi, sempre negli Stati Uniti, in aperta polemica col «culturalismo relativistico» della scuola di Franz Boas. E avvenne così che Ribeiro, da fiero oppositore degli antropologi yankee, si ritrovò invece ad applicare la lezione ricavata da quel gruppo d’antropologi statunitensi che, come lui, pure avversarono le posizioni «antievoluzionistiche» di Franz Boas e dei suoi allievi (Ruth Benedict, Margaret Mead, Alfred Kroeber, ecc.). Va in ogni caso riconosciuto a Ribeiro il fatto che la sua adesione alle posizioni neo-evoluzioniste lo portò a sfuggire ai condizionamenti del main stream rappresentato in campo antropologico dalla scuola di «Cultura e Personalità» e dal «Relativismo Culturale», le cui teorie si erano diffuse dall’America Settentrionale a quasi tutto il mondo occidentale (con l’unica eccezione del «funzionalismo» allora regnante nell’antropologia britannica).

Nell’appoggiarsi alla corrente neo-evoluzionista, Ribeiro perse però, purtroppo, di vista le novità più significative che, proprio in quel periodo, stavano emergendo altrove nel campo degli studi antropologici. Mi riferisco, in particolare, alla concezione strutturalista dell’antropologica elaborata da Claude Lévi-Strauss, il quale era venuto anch’egli (prima di Ribeiro) a diretto contatto con le tribù amazzoniche, rimanendo contagiato dall’insospettata ricchezza dei loro valori simbolici, e in seguito prese a dedicarsi allo studio dei rapporti di parentela, del totemismo e dei miti indigeni. Nei confronti dello «strutturalismo antropologico» e del suo massimo esponente, Ribeiro mantenne a lungo un atteggiamento d’ostinato distacco, sconfinante in certo qual senso con l’incomprensione. Egli ritenne infatti che quella dello strutturalismo fosse soltanto una tra le tante mode «nominalmente scientifiche», alimentate dal ceto intellettuale dei «paesi prosperi», per mascherare il loro sostanziale «conservatorismo». Solo negli anni della raggiunta maturità, allorché, placati i giovanili furori della militanza politica e dell’intransigenza neo-evoluzionistica, una nuova forma di pacata saggezza venne a dargli conforto, Ribeiro si risolse a intraprendere un fecondo dialogo a distanza con l’opera di Lévi-Strauss e, in particolare, con quel capolavoro assoluto d’«antropologia romanzesca» che è Tristi Tropici. Solo negli anni ’80, deposti i bagagli dell’esule e le armi dialettiche del rivoluzionario terzomondista, l’autore brasiliano riuscirà dunque a creare, con Utopia selvaggia, la sua garbata, pirotecnica risposta ai Tristi Tropici di Lévi-Strauss. Questo terzo romanzo scritto da Ribeiro altro non è, a ben vedere, che il suo deferente omaggio a quel mondo amazzonico gioioso e disinibito, felicemente carico di primordiale, travolgente energia che l’antropologo e filosofo francese aveva invece mestamente smorzato di tono narrando, nel proprio memoriale autobiografico, dei contatti avuti con le genti e la natura di quello stesso ambiente tropicale, che egli (con gli occhi dell’esule europeo) vide invece appannato da un impalpabile velo di struggente malinconia. Questi due inarrivabili esempi d’«antropologia romanzesca» composti, ad alcuni decenni di distanza, da Claude Lévi-Strauss e da Darcy Ribeiro, andrebbero letti in parallelo, per poter cogliere, attraverso il loro serrato confronto, ogni aspetto della varia e sempre mutevole realtà amazzonica.

A.M.: In un’intervista rilasciata poco prima della sua morte a Luís Donisete Benzi Grupioni e Maria Denise Fajardo Grupioni, Ribeiro dichiara a proposito della necessaria tutela per gli indios “La tradizione liberale, in nome della libertà, ordinò che gli indiani fossero trattati alla pari, così si stabilì con gli indiani del Perù, del Messico, in modo tale da renderli liberi di vendere la terra che avevano, ma è capitato troppo spesso che qualcuno comprasse quella terra per un bottiglia di rum. Quindi qui [in Brasile] la legislazione è totalmente nuova, e conferisce all’Indio un’eguaglianza relativa, assicurandogli tutti i diritti che ha il cittadino ordinario, senza imporre oneri. Gli dà un diritto di cittadinanza, ma stabilisce una tutela che apparentemente sarebbe offensiva, perché paragona l’indiano ad un minore, ma questa eguaglianza relativa non è stata fatta per offenderli, al contrario, è stata pensata per preservare la sua terra.

Giancorrado Barozzi: La riposta data da Ribeiro ai suoi intervistatori ripropone il tema della posizione politica da assumere nei confronti della «libertà» e dei «diritti» delle popolazioni native del Brasile e anche di quelle di tutti quanti gli altri paesi che presentino analoghe complessità in campo sociale. Da politico riformatore e pragmatico quale egli fu, Ribeiro espresse qui un principio che, a prima vista, parrebbe stridere con un’astratta applicazione della libertà politica e con l’affermazione di una piena autonomia giuridica da accordare agli indigeni che ancora abitano e si procacciano da vivere nella foresta pluviale. Ribeiro formulò qui invece un ragionamento perfettamente logico e conseguente alla sua impostazione evoluzionistica in campo antropologico, tracciata, sin dal XIX secolo, dal suo più autentico «maestro»: Lewis Henry Morgan. In una pagina del trattato scritto da quest’autore, La società antica, opera molto apprezzata ai suoi tempi anche da Marx ed Enges, Morgan segnalò il fatto che «varie tribù e nazioni, presenti sullo stesso continente, e perfino appartenenti alla stessa famiglia linguistica, si trovino a vivere nello stesso momento in condizioni differenti» [Morgan, 19813, p. 9] e che a ciascuna di queste «condizioni» veniva a corrispondere «una sua peculiare cultura e (…) un modo di vita che più o meno specificatamente gli appartiene» [ibidem]. Proprio il rispetto di queste «differenti condizioni», già sancite da Morgan, consigliò a Ribeiro la proposta politica di graduare la concessione delle «libertà giuridiche» a quegli strati della popolazione del Brasile che ancora vivevano a uno stadio evolutivo che ignorava il senso e il valore del concetto giuridico di proprietà. Concedere agli indigeni la libertà incondizionata di stipulare contratti di compra-vendita sarebbe stato come, disse Ribeiro, attribuire questo stesso potere a un minorenne. L’«eguaglianza relativa», invocata dal «nostro» autore, non funge dunque in questi casi da stigma sociale, ma al contrario serve da garanzia e da reale tutela degli inalienabili diritti di una fascia di popolazione brasiliana, rimasta ferma, per dirla alla Morgan, a uno dei primi stadi di sviluppo sociale.

Certo, qualcuno potrà obiettare (e, ahimè, lo si sta facendo proprio ai nostri giorni in un Brasile che non è più quello utopico e «riformista» di Ribeiro, ma quello distopico e «populista» di Bolsonaro) che dai tempi di L. H. Morgan, e dei suoi estimatori Marx ed Engels, molta acqua è passata sotto i ponti. La modernizzazione esige che le tappe del progresso vengano accelerate il più possibile, senza curarsi di attendere che quanti sono rimasti indietro nella scala dello sviluppo sociale si decidano da sé a compiere un balzo avanti. A supporto di queste argomentazioni opera inoltre tutta una pletora d’accademici, finanziati da «qualcuno», che da decenni cercano di smontare, pezzo per pezzo, con scientifica acribia, ogni residuo tassello della complessa impalcatura «evoluzionistica» elaborata da Morgan e restaurata (a ogni colpo inferto dagli avversari) dagli antropologi neo-evoluzionisti.

La partita è ancora incerta, ma questa riproposta di Utopia selvaggia di Ribeiro non lascerà, credo, alcun dubbio ai suoi lettori da che parte stare.

A.M.: Perché oggi, in Italia ed Europa, abbiamo bisogno di leggere opere come “Utopia selvaggia” e conoscere uomini come Darcy Ribeiro? Quanto siamo distanti dall’idea d’integrazione e di protezione delle culture minoritarie?

Giancorrado Barozzi: Penso di avere in parte già risposto alla tua domanda, vorrei però ribadire il concetto che, per sostenere la protezione delle culture indigene e minoritarie, preziose custodi dell’equilibrio ecologico mondiale, converrà guardarsi dalla smania della loro integrazione a tutti i costi. Dietro la parola «integrazione» talora possono occultarsi delle pessime intenzioni, quali ad esempio: rendere omogenee società altrimenti complesse; ridurre o eliminare del tutto ogni differenza in ambito culturale (acculturazione/deculturazione), economico (egualitarismo) o sociale (conformismo). Va da sé che non sono di certo questi i tipi d’«integrazione» da sostenere. Ogni volta che una comunità si propone d’integrare qualcun’altro, occorre pensare, molto seriamente, alle eventuali conseguenze (talvolta disastrose) che questo processo, se compiuto senza le opportune cautele, potrebbe innescare. Ciò non significa, ovviamente, essere fautori della «segregazione», ma non bisogna far sì che il verbo «integrare» diventi un sinonimo di «segregare». In Utopia selvaggia, Ribeiro ridicolizza un esempio d’integrazione fallimentare: la forzata alfabetizzazione degli indigeni adulti compiuta dalle monache missionarie nel seno di una tribù, in origine analfabeta, stanziata nella foresta pluviale. La sostituzione di una cultura orale con una nuova forma di trasmissione del sapere fondata invece in prevalenza sulla scrittura e la lettura ha storicamente comportato, anche nel «nostro» mondo occidentale, fondamentali mutamenti che hanno profondamente modificato gli assetti della vita sociale, recando con sé anche forme d’esclusione e promozioni di élites privilegiate in ambito culturale, religioso, sociale e/o politico. Così, quando in un capitolo di Utopia selvaggia l’autore sembra semplicemente compiacersi a descrivere la caotica confusione derivante dall’alfabetizzazione dei membri adulti di un villaggio amazzonico introdotta dalle monache, appare chiaro che egli, in realtà, sta mettendoci in guardia dal tentare incauti esperimenti socio-culturali di questo genere.

A.M.: Com’è andata questa pubblicazione con la casa editrice Negretto Editore? Hai incontrato difficoltà? La consiglieresti?

Giancorrado Barozzi: È ormai da parecchi anni che collaboro con questo Editore, che conosco di persona sin dai lontani tempi dei nostri comuni studi classici al Liceo «Virgilio» di Mantova, dove frequentavamo classi parallele. Si tratta di un «piccolo editore», ma ha dimostrato di avere coraggio da vendere: pensa che ha osato iniziare la sua avventura imprenditoriale esattamente nel periodo in cui la maggior parte dei piccoli editori, anche di dimensioni maggiori della sua impresa, stavano chiudendo i battenti a causa della crisi economica. «Remare contro corrente» mi pare sia il motto che si addice a questa casa editrice. Il segreto del successo di Negretto Editore (perché, per un’impresa culturale «pura», già il fatto di riuscire a sopravvivere di questi tempi è una dimostrazione di successo) sta nell’estrema oculatezza con la quale egli sta scegliendo le pubblicazioni da mettere in cantiere e da promuovere. Dà alle stampe solo pochi titoli all’anno, unicamente quelli in cui l’editore «crede» fino in fondo, ma questa sua parsimonia gli ha consentito, nell’attuale giungla editoriale, di rimanere presente sul mercato e di farsi apprezzare per la qualità delle sue proposte.

Quanto all’imminente pubblicazione del libro di Darcy Ribeiro, posso dire che l’Editore ha accolto con favore la mia proposta di pubblicare un autore brasiliano anche per il fatto che, da alcuni anni, egli sta intrattenendo personali contatti con quel paese e, in particolare, con alcuni protagonisti del vivace panorama culturale di Rio de Janeiro. Proprio in virtù di questi contatti, Negretto è riuscito a stipulare un importante accordo con la Fondazione Ribeiro, che ha sede a Rio, per il rilancio in Italia delle opere di questo autore (un autentico «classico» del Novecento, tutto da riscoprire).

L’Editore ha inoltre accettato anche la mia proposta d’affidare la nuova traduzione di Utopia selvaggia a una giovane promessa, Katia Zornetta, laureatasi presso un ateneo del Brasile discutendo proprio una tesi sui contatti tra Ribeiro e la cultura italiana. Anche con lei, la collaborazione, che si è rivelata piuttosto intensa, sebbene condotta sempre a distanza, ha dato esiti molto soddisfacenti sul piano linguistico e culturale. Per esperienza so che non è facile trovare in Italia un traduttore che abbia la pazienza e l’umiltà di approfondire le ragioni delle scelte espressive adottate da un autore straniero per restituirle, con lo stesso grado d’intensità, nella nostra lingua. Katia, pure essendo con questo lavoro alla sua prima prova professionale, è riuscita tuttavia alla perfezione nell’intento, osando anche proporre proprie soluzioni traduttologiche fortemente innovative ed orientate a una sorta di «meticciato» linguistico. Opzioni al passo coi tempi, ma che in passato (ai tempi della prima edizione Einaudi di questa stessa opera) sarebbero state impensabili. Ora la parola passerà, com’è giusto che sia, ai lettori, i quali spero vogliano premiare l’impegno messo da tutta quanta la squadra attivata da Negretto Editore per la realizzazione di questa importante proposta culturale.

A.M.: Abbiamo iniziato con l’utopia russa, proseguito con quella brasiliana e di sicuro possiamo chiudere con quella italiana. Fabrizio De André e “La domenica delle salme”. Il nostro amato cantautore genovese ha citato Oswald de Andrade nella sua celebre canzone (“illustre cugino de Andrade”) e nel 1990 dichiara: “Tra i molti poeti sudamericani che conosco, Oswald de Andrade è uno dei miei preferiti, probabilmente per quel suo atteggiamento comportamentale oltre che poetico totalmente libertario, per quel suo anticonformismo formale che lo fa essere qualcosa di più e di meno e comunque di diverso da un poeta in senso classico. E poi è dotato di un umorismo caustico difficilmente riscontrabile in altri poeti dei primi del Novecento.” Sei a conoscenza di un possibile rapporto tra De André e Darcy Ribeiro?

Giancorrado Barozzi: Quanto ai rapporti tra Ribeiro e De André, non saprei dirti, non sapendo se vi siano state delle prove di avvenuti contatti tra i due. Certo, a livello dei contenuti, considerata anche la sottile ironia che aleggia sia nei romanzi di Ribeiro che nei testi delle ballate di De André, appare agevole individuare un filo rosso che leghi entrambi questi autori. Quel filo, io penso, è rappresentato soprattutto dal «culto» del Brasile, dall’amore che essi ebbero in comune per la cultura popolare e per la musica di quella nazione «meticcia».

La citazione dei versi qui da te proposti proviene dalla canzone La domenica delle salme: un testo «sapienziale» composto da De André poco dopo la caduta del Muro di Berlino e, credo, per la sua forza antagonistica mai trasmesso dalla nostra tivù. Un testo che va, come lui stesso ha detto, «in direzione ostinata e contraria». Mentre tutti quanti allora si affannavano a esaltare quell’evento come una provvidenziale «fine della storia», lui intuì invece che, da allora in poi, nel futuro d’Europa, col definitivo trionfo del «capitale», sarebbero rinati, uno ad uno, tutti quegli spettri che con la fine della seconda guerra mondiale ci si era illusi d’avere esorcizzato per sempre: il nazismo, l’antisemitismo, il militarismo, i nazionalismi d’ogni sorta, quella forma d’egoismo statalista che oggi ha preso il nome di «sovranismo», il conformismo dominante in campo culturale e la spietata repressione da parte del potere nei confronti di tutte le minoranze e i «bastian contrari» d’ogni specie.

Per queste ragioni De André disse di sentirsi «cugino» del poeta brasiliano d’avanguardia Oswald de Andrade, il quale aveva redatto negli anni Venti del Novecento un provocatorio Manifesto antropofago: dichiarazione poetica d’intenti che esaltava la forza nativa della «cultura cannibale» degli indios, contrapponendola al disagio della civiltà occidentale, urbana e massificata.

Mi sembra significativo far notare che, pochi anni prima della composizione di questa canzone di De André, sull’altra sponda dell’Atlantico, Darcy Ribeiro espresse, con Utopia selvaggia, la medesima necessità di rilanciare il messaggio di de Andrade, individuando, sia pure con tutte le cautele del caso, nella cultura primigenia dei nativi amazzonici un autentico modello da imitare per riuscire a salvare la «natura» e rigenerare in modo radicale, la decadente vita sociale e politica del mondo cosiddetto «civilizzato».

A.M.: Salutiamoci con una citazione…

Giancorrado Barozzi: Ti ringrazio per questa intervista e ti lascio, come mi hai chiesto, con una breve citazione: l’ho tratta da un testo del XIX secolo molto amato da Ribeiro, La Società antica, dell’antropologo evoluzionista Lewis Henri Morgan:

«Noi siamo debitori della nostra presente condizione, i cui mezzi di sicurezza e di felicità si sono moltiplicati, alle lotte, alle sofferenze, agli sforzi eroici ed al paziente lavoro dei nostri antenati barbari, e prima ancora, selvaggi».

A.M.: Giancorrado ti ringrazio per il tempo che hai dedicato per esplicare maggiormente la tua opinione su Darcy Ribeiro e su “Utopia selvaggia”. Ti saluto, per agganciarmi al concetto – oltre lo spazio ed il tempo − di felicità con le parole di John Lennon: “Quando avevo cinque anni, mia madre mi ripeteva sempre che la felicità è la chiave della vita. Quando andai a scuola mi domandarono come volessi essere da grande. Io scrissi: felice. Mi dissero che non avevo capito il compito, e io dissi loro che non avevano capito la vita.”

Written by Alessia Mocci

Responsabile dell’Ufficio Stampa di Negretto Editore

 

 

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Intervista Darcy Ribeiro

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Fonte

Intervista di Alessia Mocci a Giancorrado Barozzi: vi presentiamo “Utopia Selvaggia”