Review Party : “Una nuova vita” di Kerry Fisher, Casa Editrice Nord. A cura di Francesca Giovannetti

 

nuivacr fisherKate, Sally e Giselle: tre donne, tre vite, tre storie. Ma il protagonista indiscusso del romanzo si chiama “social network”.

L’eterno dilemma su ciò che è e ciò che sembra. E i social sono il mezzo perfetto per far saper ciò che vogliamo, non far trasparire le problematiche familiari e dare un’immagine falsata per il bisogno viscerale di essere invidiati e ammirati. Uno specchio che riflette solo ciò che vogliamo.

Ah! Se le case fossero di vetro!

Tutte le famiglie felici si somigliano, ogni famiglia infelice è disgraziata a modo suo.

Kate, Sally e Giselle vivono ognuna il proprio dramma, in solitudine. Ma c’è un prima e un dopo.

Prima è una lotta continua a salvare le apparenze, dietro sorrisi di circostanza e saluti formali, falsa cordialità e gelosie.

Dopo cade il velo ed è come se il libro ci permettesse di respirare.

L’autrice libera i personaggi e i lettori, con confessioni catartiche che permettono di guardarsi negli occhi: stavolta limpidi, sinceri e solidali.

Ogni fine è un nuovo inizio, un’opportunità appunto per Una Nuova Vita.

Un romanzo che fa riflettere su noi stessi, sui nostri sogni infranti o realizzati.  “Avrei potuto ma non ho voluto”, “non ho voluto ma avrei potuto”. Perché si cresce, si cambia, si evolve. I desideri che avevamo a venti anni non sono quelli dei potremmo avere a quaranta. E allora? Come comportarci? Bisogna decidere, dolorosamente, cosa fa più male: l’accettazione o il cambiamento? Non esiste una risposta. Ogni individuo è fatto dalle esperienze che lo hanno formato. Non esiste una ricetta universale…magari! O forse no…non bisogna aspirare a quello, altrimenti i colori del mondo si spegnerebbero. Siamo tutti uguali ma siamo tutti diversi. La meraviglia dell’umanità sta in questo, nelle nostre sfumature imperfette.

Quello che ci insegna l’autrice, il messaggio forte che passa è che uniti si è più forti. Ma dobbiamo essere capaci di unire le nostre vere nature, avere il coraggio di spogliarci delle apparenze. Se qualcuno accetterà chi siamo , solo allora i polmoni si riempiranno di aria fresca e nuova.

Un romanzo sull’accettazione di sé e dell’altro. Di una madre nei confronti di un figlio, di una donna nei confronti di un’amica, di un uomo nei confronti di una donna. Solo così resteremo in piedi, uniti, finalmente consapevoli che le nostre debolezze possono essere scoperte, ma non sui social, non nel mondo che fagocita frasi e immagini buttandoli nel tritacarne dell’etere. I social sono un mondo effimero, a parte. La realtà siamo noi.

Un romanzo consigliato, pieno di vita e di emozioni pure.

 

Review tour “Creepy hollow. La guardiana” di Rachel Morgan, Hope edizioni. A cura di Alessandra Micheli

 

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C’era una volta un uomo molto particolare un certo Robert Kirk un oscuro ministro presbiteriano scozzese con una passione sfrenata per il regno dei faeries.

Un regno segreto fatato patria di fate elfi gnomi coboldi e altre strane specie protagonista di fiabe, miti e folclore.

E fu per merito suo se abbiamo una descrizione precisa di quegli esseri, delle loro abitudini, dei loro modo di approcciarsi con noi umani, della loro caratteristiche peculiari.

Come se i avesse conosciuti davvero.

E infatti il nostro ministro sparì improvvisamente senza lasciare tracce, tanto che nella memoria collettiva egli fu semplicemente restituito al regno a cui apparteneva, se non per sangue per elezione spirituale.

E cosi ogni volta che abbiamo un fremito di orrore o di attrazione o quella strana sensazione di deja vu forse è il regno segreto che ci avvertono che separato da un sottilissimo velo, esiste l’altro regno.

Che forse pochi possono udire da svegli ma che quasi tutti visitano nei sogni.

Il meriti del questo libro di Kirk però, non fu soltanto quello di eliminare il pregiudizio sulla non esistenza di questa dimensione, quanto di restituirci un’essenza precisa di quel popolo scevra da ogni preconcetto ma anche da una sorta di agiografica rappresentazione simbolica.

Le fate non sono quegli esserini carini descritti in Peter Pan.

A volte sono dispettose, a volte maleducate, a volte vestite di bianco e decise a ogni costo a intervenire nella vita di ogni essere umano.

E alcuni esseri fatati non sono certo luminosi.

Partecipi della duplicità della vita, essi sono fatti di ombre e luce, in un regno intermedio tra spirito e materia.

E quindi possono essere dominati dai freddi ghiacci dell’inverno e prendono il nome ci Corte Unseelie e o dai focosi raggi del sole e sono appartenenti alla corte Seelie.

Ma definirli nettante buoni o nettamente crudeli è una semplificazione umana.

Semplicemente alcuni accettano il confronto con i miseri mortali in nome di una sorta di venerazione per la crescita (non a caso sono esseri di luce, appartenenti alle stagioni feconde e prospere) e altri restano fissi su se stessi congelati nella loro immobilità nobile e quindi refrattari a ogni contatto umano.

La corte Unseelie non ama assolutamente l’umanità.

Anzi la considera decadente, banale e non degna di possedere l’arcano potere di nominare il mondo.

E diventiamo quindi il bersaglio dei loro giochi di potere e perché no del loro divertimento.

Gli elfi oscuri ci donano incubi e amano teorizzarci.

E nutrirsi della nostra paura.

I seelie invece, amano divertirsi con noi, trascinarci nei loro folli balli e quindi proteggono i loro compagni di stravaganti bagordi.

Pertanto, i libri più amati che parlano di fate devono raccontare la duplice natura di questo popolo cosi variegato e cosi vicino allto creativo umano.

Non fate lontane anni luce da noi, ma esseri che in fondo sono lo specchio delle nostre virtù come dei nostri vizi.

Per questo loro riflettere l’autentico volto di noi stessi in fondo i luoghi fatati, le foreste abitate dai faeries sono e luoghi raccapriccianti.

O terribili.

Dei veri e propri antri, dei creepy hollow.

Ecco che il talento della nostra autrice in solo un titolo riesce a darci la visuale del mondo che ha scelto per ambientare non tanto l’eterna lotta bene o male ma un vero e proprio racconto epico di crescita, in cui è il potere stavolta a dover essere sconfitto.

Quello che fa impazzire tutti noi, persino i faeries in una folle corsa verso il dominio e verso la vittoria di una sola dea su ogni altra.

La corte unseelie del testo in fondo, non vuole altro che primeggiare, diventare essa stessa apri a un dio capace di decidere i destini di tutti.

Ma con il rischio di rompere quel precario ma favoloso equilibrio tra due forze opposte che nella loro dialettica priva di vincitori in fondo manda avanti la creazione stessa.

La nostra adorabile fata Violet, la guardiana è il simbolo del cambiamento che trasforma una ragazza in una donna.

O una giovane fata in una fata ricca di saggezza.

E’ nello sviluppo della sua relazione con un umano che lei trova di nuovo se stressa, affronta i suo oscuri grovigli di dolore e al tempo stesso risolve anche le situazioni lasciate in sospeso.

Trascinando in quella sua corsa verso la consapevolezza anche chi come lei il dolore lo affronta negandolo.

E’ l’amore che la fa crescere, direte voi.

No.

In realtà è il tradimento.

E’ la scoperta del lato meno bello di un sentimento che spesso viene privato proprio di quelle sue imperfezioni.

L’altro rappresenta spesso per noi uno specchio.

Ma non sempre è uno specchi odorato.

A volte è avvolto da nubi crepuscolari, a volte è semplicemente il maestro che ci fa comprendere come, la fragilità è sempre la protagonista di ogni faccenda umana.

Allora davanti alla disperazione, alla distruzione di ogni certezza, soltanto il coraggio, quello che in fondo rende Violet una guardiana, soltanto l’ideale e la speranza può farci risorgere. E in ambientazione ricca di crepitii, di splendori come di atmosfere caliginose, il dramma/avventura di Violet inizia.

E ci trascina con la sua forza con se, facendoci sognare, ma al tempo stesso riflettere.

Su noi stessi, sulla capacità di affrontarlo il dolore, e sull’importanza dei nostri valori.

Sono quelli che salvano Violet.

E anche sulla necessità di tenerlo a se quella sofferenza, di non dimenticarla ma di usarla per diventare più forti.

Indimenticabili personaggi tra cui spicca la dolcezza e l’imprevedibilità di Filgree, forse il mio preferito.

Apparentemente marginale ma capace, quando serve, di sciogliere i ghiacci dell’anima.

Eccomi qua pronta a viaggiare nei regni del sogno, con una nuova amica. So che assieme vivremo avventure che conserverò nel cuore, nel cassetto delle emozioni preziose.

Davvero un libro completo, affascinante e scritto in modo egregio.

 

 

Review party “Semper Eaden” di Alessandra Paoloni, Delrai edizioni. A cura di Alessandra Micheli

 

 

 

Donde viene – dicevi – questa strana

tua tristezza, che sale come il mare

sopra la roccia nuda e nera?’ Quando

il nostro cuore ha già fatto vendemmia,

vivere è un male. Ed è un segreto, questo,

che tutti sanno, un semplice dolore

senza mistero, come la tua gioia

a tutti manifesta. Smetti dunque,

o mia bella curiosa, di cercare.

E se anche la tua voce è dolce, taci.

Taci, ignorante, anima estasiata

perennemente! Bocca dal sorriso

perennemente! Bocca dal sorriso

infantile! Più ancora della Vita,

ci tien la Morte con nodi sottili.

Lascia, lascia il mio cuore inebriarsi

d’una menzogna; come in un bel sogno

immergersi nei tuoi begli occhi, e a lungo

riposare tra l’ombra dei tuoi cigli!

Charles Baudelaire. 

Eccomi qua a celebrare l’arte racchiusa in un libro.

Non è sempre cosi scontato trovarla.

Per inserire la sublime forma di bellezza serve quel sacro fuoco rubato da Prometeo e donato a noi miseri mortali per illuminare le tenebre dell’inconsapevolezza.

L’arte è quella fiaccola accesa nella grotta di Platone, laddove scambiamo le ombre per una futile quanto banale realtà.

Stolte vanesie creature!

Mentre il mondo al di fuori scoppia di vita, noi restiamo concentrati sulla limitata nostra capacità di percepire solo una porzione di questa meraviglia chiamata vita.

Ecco che raccontarvi quindi la bellezza si rivela difficile.

Quasi impossibile.

Come raccontarvi un parole l’arte, essa vive negli occhi sgranati di meraviglia, nelle suggestioni prodotte da un cervello messo in moto e stuzzicato dalle abili mani del nostro bardo.

Ma attenzione.

Alessandra non è il solito menestrello colorato e cacofonico a cui vi siete abituati, a cui i vostri sensi si sono assuefatti.

Ella è una strana Moira, vestita di un tulle nero, partecipe della vita come della morte, conoscitrice dei cicli e adombrata da quella strana tenebra di tradizione celtiche, che è al contempo luminosa come la stella del mattino.

Anche in semper eaden troveremo uno strano crepuscolo fatto di mille dorate stelle, eppure amante del nero, che risulta però non tanto come assenza di luce, ma come colui che la luce la ingloba e la custodisce.

Il primo amore che scaturisce nel leggere il libro è l’atmosfera.

Gotica, caliginosa, cosi ricca di una strana magia.

Ma cos’è questo gotico che tanto affascina con il suo stridente suono le nostre fervide menti?

No.

Non è solo un genere è una sensazione dell’anima.

E’ il fascino del m istero, che veleggia in quei paesaggi che non rientrano nei canoni classici della bellezza.

Eppure hanno la stessa caratteristica che a essa si richiede ossia l’armonia.

E’ nei castelli diroccati, nelle rovine baciate dalla luna, in amori impossibili e sofferti, in quell’intricato legame amore e morte che si rivela l’arcano incantesimo di quel genere oggi troppo condannato a uno strano oblio.

Eppure dentro di noi il nero esiste.

Esiste l’ombra, esiste quella zona vespertina che si nutre di emozioni che non devono, per il quieto vivere arrivare alla mente conscia.

In quella regione junghiana però, in quel rio abajo rio ( il fiume sotto il fiume) come lo chiama Clarissa Pinkola Estes, vive la parte più vera di noi stessa.

Ferina, selvaggia, e fiera.

Che sa giostrarsi tra sanità e follia, che la follia stessa non rinnega ma la usa per dare alla sua danza passi strani e seducenti.

Tutto ciò che il diurno rifiuta, che il perbenismo osteggia, nella zona crepuscolare vive prospera e diventa grande.

E cosi uno dei più antichi simboli di questo mondo strano orribile e al tempo stesso attraente divine il protagonista crudele del nostro libro: il vampiro.

Atroce, brutale ma cosi doloroso tanto da essere assetato di vita.

Lui cadavere ambulante che non imputridisce nel fisico come il morto vivente, ma che è n fondo morto dentro.

Capace di abbracciare la notte e farsi di essa servo.

Cosa c’è di più attraente di anime pure?

Coloro che vivono felici al sole, coccolati, amati vezzeggiati.

E cosi una notte senza luna a proteggere le anime esso rapisce e l’umanità perduta.

La tortura in un estremo atto di rabbia.

E tenta di plasmarla fino a godere del dolore stesso.

Perché quando in te esiste solo l’immutabile stasi dell’eternità la forza del dolore provoca una fame strana, atavica senza senso.

Inizia cosi semper eaden.

Ma non finisce nella banalità del gotico.

Ecco il secondo dato.

Stupisce.

Lascia esterrefatti anche chi come me, si vanta e di fa bella delle sue conoscenze letterarie.

In anni in cui lo stupore è solo un ricordo e il ghigno di chi sa, di chi conosce si fa sempre più ampio, Alessandra si erge come una Dea del passato a rimettermi al mio posto.

E davanti a lei spalanco gli occhi e torno a essere quella bambina che in una notte d’estate, scura e tenebrosa aveva il cuore in gola leggendo un libro.

E davanti a questa Dea della letteratura, chino il mio capo e torno umile a assaggiarlo il libro, non solo a usarlo come mezzo di vanto per me e biasimo per il resto del mondo.

E in quel libro non ricevo solo una lezione.

Ma trovo amici antichi, che mi hanno fatto compagnia nelle lunghe notti d’inverno.

Non sono fate o eroine, o principi dalle lucenti armature.

Sono donne dai denti troppo lunghi sedute sula sedie sorridenti con quei canini appuntiti che mi narravano storie tenebrose, facendo di me una discepola della notte.

Tu Mircalla, Carmilla o Millarca.

Amica strana di un’infanzia ancor più strana.

E tu mio amato Charles con quella poesia Semper eaden cantilena simile a un oscura nenia antica, come una magia dei regni del buio, la corte oscura che danzava alle note dissacranti di lady of the night.

E tu, mia Radcliffe, maestra di meraviglia, insegnante di cosa davvero si cela nella bellezza, quella tinta di un nero lucente.

Ecco cosa è semper eaden, stupore per i neofiti, ricordi per noi sognatori. Sogno per tutti coloro che ogni tanto da questa realtà vogliono evadere.

Stupore ininterrotto.

Tanto che vorrete leggere e rileggere il libro e gustarvi il finale.

Che apparirà sicuramente più vicino alla realtà che conoscete, in quella partita a scacchi tra bene e male, il cui premio ultimo sarà la vostra coscienza.

E magari grazie alle parole di questa Morrigan ve la terrete stretta a voi, fino a farmi sanguinare le nocche, quella coscienza.

Note.

La poesia iniziale di Charles Baudelaire si intitola Semper Eaden  e fa parte della racoclta Les Fleurs du ma, da cui indegnamente il nostro blog prende il nome.

Review party “Duplice omicidio a Lotrib” di Luca Betti, Segreti in Giallo. A cura di Francesca Giovannetti

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Nella città di Lotrib un inspiegabile duplice omicidio da risolvere sarà affidato al giovane investigatore privato Darden, che nonostante la scarsa collaborazione della polizia locale, riuscirà a unire tutti i puntini necessari per venire a capo di un delitto in cui le prove scarseggiano mentre le supposizioni si moltiplicano.

Caratteristica principale di questo libro è quella che viene definita “contaminazione fra generi”.

Molti lettori e autori scalpitano davanti alla suddivisione dei libri in categorie; io non sono fra quelli.

Credo che per un lettore sia fondamentale sapere cosa sta scegliendo e un’indicazione mi è personalmente gradita.

In parole semplici, se ho desiderio di leggere un horror non vorrei trovarmi fra le mani un romance.

Questo non significa voler imbrigliare la creatività di uno scrittore, ma essere onesti con il lettore.

Quindi ben venga la contaminazione fra genere, a patto che sia dichiarata.

E l’autore di cui parliamo oggi non solo lo rende palese nella sinossi della sua opera, ma ha dato vita a una lettura piacevole e intrigante.

A Lotrib convivono essere umani, orchi, nani e folletti.

Come accade in tutte le società non omogenee, anche a  Lotrib si lotta contro i pregiudizi. Questa prospettiva di lettura è interessante e decisamente attuale.

Dirigere i sospetti sui “cattivi” di turno, additati come causa di ogni nefandezza, è una pratica abbastanza comune anche oggigiorno.

Ma l’autore ci ha regalato Darden, giovane investigatore avido di sapere, sgombro da pregiudizi e interessato solo alla verità. Ci vorrebbero più Darden, anche adesso, fra di noi.

È estremamente stimolante come l’attenzione di un lettore possa scindersi mentre è in lettura.

Da una parte il coinvolgimento nella trama e nell’indagine, la curiosità di sapere dove conducono le piste investigative, soppesando insieme all’investigatore ogni parola pronunciata in un dialogo, ogni sfumatura, ogni particolare della scena per formulare la propria teoria, dall’altra la riflessione su una società dove il diverso rimane sempre all’indice, sempre il primo sospetto, sempre  colui al quale non viene concesso il beneficio del dubbio.

Sicuramente è più che sufficiente la prima considerazione per rendere questa lettura avvincente.

Possiamo fermarci all’indagine e ai suoi sviluppi, godendo di una trama ben costruita, dei personaggi tratteggiati con brevità ma incisione; possiamo essere soddisfatti di aver letto un giallo che ha tutti gli elementi che sono necessari per chiudere il cerchio senza acrobazie improbabili, ma con una logica spiazzante.

Niente deus ex machina, solo osservazione, logica e deduzione. E un amante del giallo non può chiedere di più.

Ma a mio modesto parere ci perderemmo un gran bel messaggio.

Quello sulla caduta della maschera, sulla necessità di sgomberare la mente dalla presunzione di colpevolezza del diverso.

Quindi c’è solo da applaudire da questa unione fra giallo e fantasy che riesce a toccare uno dei tasti più dolenti della nostra realtà.

Review party “La notte del Kaiju” di Cristopher Sabir. A cura di Alessandra Micheli

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Scrivere un horror non è affatto facile come sembra.

E non solo per la diversa tecnica letteraria da usare, per la comprensione dell’importanza dell’equilibrio, necessario in una passeggiata oscura nei meandri dell’abisso.

Ma, sopratutto, perché l’autore stesso deve avere un buon rapporto con i suoi incubi.

Essi devono fluire dalla usa penna in perfetta sincronia con le sue emozioni.

E per averla bisogna che entrambi gli aspetti dell’io vengano conosciuti.

Chi scrive horror ha fatto pace con il suo lato oscuro, forse lo ama, lo sente profondamente necessario, tanto da regalarlo al lettore affamato.

Chi non è riuscito a capire l’importanza del suo incubo, non scriverà mai un vero horror, potrà usare l’effetto scenico, le mille diverse tattiche di narrativa.

Ma sarà uno scritto.

Non un libro orrorifico.

E cosi chi conosce l’abisso, sa anche quanto esso sia necessario per mantenere il vero, autentico equilibrio omeostatico.

So che per molti di voi la produzione di tali immagini è un fattore di squilibrio.

Vi svelo un segreto: solo chi è saldo come la quercia nel terreno può vivere e prosperare nella tempesta.

Solo chi ha davvero fatto amicizia con i suoi demoni può descriverli.

Gli altri li negano, fuggono, scappano atterriti.

Noi amanti della notte più nera li accogliamo e ci facciamo raccontare da essi le paure, i limiti di quella, ripeto fino allo sfinimento, misteriosa creatura chiamata uomo.

E cosi il nostro Cristopher entra, con lodi e applausi, nel mondo cosi sfaccettato del regno dell’abisso.

Siamo noi, veterani a accoglierlo con sorrisi sbilenchi e sardonici ghigni.

Non ci saranno feste eleganti, né sorrisi lieti.

Ma non saremo mano accoglienti degli amanti di unicorni e arcobaleni.

Noi mostri, noi fantasmi, noi demoni siamo qua a accettare di raccontare, fluendo dalla sua incantata penna, il nostro messaggio.

Sperando che esso sia di sprone, auto e monito per quest’umanità cosi strana e sola.

Siamo uomini.

A noi è stato dato l’arcano dono di nominare il mondo e quindi renderlo manifesto.

Fino a allora era solo un’idea nella mente dell’eterno.

Eppure, questa responsabilità che ci rendeva subalterni, servi o semplici attendenti, ci ha dato alla testa.

Tra il nominare e il sopraffare o dominare il creato il passo è stato breve.

E cosi come malefiche formiche abbiamo iniziato a costruire i nostri possedimenti.

Operose, laboriose e decise a prendere ogni briciola che cadeva dal cielo.

E cosi tronfie da sentirci importanti, fondamentali per un ecosistema che, beh mi spiace dirlo, sopravvive anche senza di noi.

Lo vediamo oggi. Mentre il virus spazza ogni nostra illusione, madre natura sgambetta felice.

Felice di averci dato una dimostrazione della sua forza.

Il dio eco, ecologico, che non si può beffare.

E allora cosa accade quando il degno umano si rivela nient’altro che carne da macello?

Cristopher lo racconta con toni apocalittici, a tratti dolorosi riuscendo a scolpire con un punteruolo appuntito, la storia simbolica di noi stolti piccoli uomini.

Dall’altro dell’infinito qualcosa si rompe.

La porta tra i mondi resta aperta permettendo all’abominio di seminare morte, terrore e sangue.

E la cosa che fa più male è che l’uomo all’improvviso si scopre fragile, indifeso, niente di diverso da un semplice mezzo di sostentamento.

Da cibo.

E cosi il clichè del potere umano si rovescia.

E ci troviamo a vivere il peggior nefasto incubo: siamo noi adesso a dover sottostare a una potenza maggiore, aliena, incomprensibile.

Ecco che la notte Del Kaiju svela la nostra vera natura: nient’altro che pedine sullo scacchiere di un ecosistema che, per quanti sforzi noi facciamo, ci sfuggirà sempre.

E l’unica speranza di tale orrore, di tale presa di coscienza sarà nella rinascita di un diverso modello di vita.

Di un uomo nuovo.

Diverso, più consapevole, più forte e più responsabile.

Non so se accadrà, ma dal disastro per forza, per logica dell’equilibro cosmico, il nuovo deve risorgere.

Lo stile dell’autore, seppur apparentemente può essere tacciato di una certa acerbità, a una lettura profonda appare maturo, tagliente, consapevole.

Capace di non dare tregua al lettore.

Ecco perché alla fine della lettura ci troviamo affannati, tremendamente spaventati e cosi privi di certezze.

Da farci quasi arrabbiare con questo piccolo uomo che incalza il nostro muro con la lama della coscienza.

Godete di questo stato, che per molti potrà apparire funesto.

E’ la vostra migliore opportunità per tornare, finalmente a essere umani.

 

Review Party: “Noi non siamo sabbia” di Tiziana Lia, a cura di Francesca Giovannetti.

cover review Lia Tiziana Lia ci fa immergere nel mondo degli adolescenti che gridano questa frase, fin dal titolo.

NOI NON SIAMO SABBIA!

È un’affermazione quasi straziante di chi vuole conquistare il proprio posto nel mondo, combattendo con i pregiudizio della generazione precedente.

“Svogliati”, “scansafatiche” “privi di obiettivi”. Si tende a fare della gioventù di oggi un quadro pessimista e impietoso, ma l’autrice ci fa riflettere, con un personaggio maschile che forse abbiamo  incrociato mille volte nella nostra quotidianità, ma che non ci siamo mai fermati a conoscere e ascoltare.

Marco non è sabbia, non sfugge tra le dita. Lui è, esiste, soffre, gioisce, sbaglia, si corregge.

Una vita, anche se non ancora pienamente sbocciata, può portare un bagaglio di esperienze troppo pesanti. Una famiglia problematica, il dolore di una perdita, il trauma di una separazione. Quando si è giovani non si hanno spesso gli strumenti ben affilati per affrontare molte situazioni, ma questo non significa che non si possa migliorare, che non si possano cercare con testardaggine e smania proprio quegli elementi che sono indispensabili per fare quel grande salto: diventare uomini. Questo fa Marco sotto ai nostri occhi: diventa un uomo, prende delle decisioni, alza la testa, comprende i suoi errori, e soprattutto li corregge.

Sono molte le parole difficili da pronunciare, e non mi riferisco a “supercalifragilistichespiralidoso”, ma molto più banalmente  a  “scusa” e “ho sbagliato”. Ammettere i propri errori è una dimostrazione di forza immensa. Marco va oltre: li ammette e si impegna a porvi rimedio.

Un personaggio tormentato e accecato dalla smania di indipendenza. Chi, da giovane, non ha mai pensato, quando si trovava a casa coi genitori “non vedo l’ora di andarmene da qui”. In questo credo che tutte le generazioni si assomiglino. Senza scadere in una banale retorica, posso affermare che forse, venti anni fa, magari era più semplice.

Adesso spesso si chiede ai nostri figli, al nostro futuro, di guardare più lontano. E non sempre per loro può essere facile.

Il romanzo affronta molti temi. Ogni lettore, a secondo della  sensibilità e dello stato d’animo, troverà quello che lo colpirà di più e che lo farà riflettere.

Per me è stato il rapporto genitori-figli, sentirne allo stesso tempo la forza e la fragilità.

Ma l’autrice non si ferma, toccando punti fondamentali della vita di ogni individuo: l’amicizia, l’amore, il sesso, la criminalità, la trasgressione.

Un romanzo “pieno” al centro del quale sta la crescita di Marco, protagonista indiscusso. Il lettore è coinvolto da questo ragazzo, incerto a volte se prenderlo a schiaffi o prenderlo per mano.

Un percorso che potete scoprire solo leggendo

E non faticherete perché Tiziana Lia , con il suo ritmo scorrevole, la sua pennellata decisa, la sua impronta di autrice preparata e precisa, farà breccia nelle vostre ore di lettura.

Review Tour “Il cavaliere dell’unicorno” di Linda Kent. A cura di Alessandra Micheli

 

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La penna di Linda Kent viaggia come sempre con una delicata classe che mi strabilia e emoziona.

Ed è raro succeda per un libro dalle calde sfumature dell’amore.

Perché allora lei riesce a toccare questo vecchio acido cuore?

Perché non si limita solo a raccontarci lei, lui e le difficoltà; tema trito e ritrito.

Nelle sue storie a trionfare non è l’amore, come apparentemente sembra: ma il coraggio.

Anime tormentate, anime spezzate, anime perse lungo il turbinio di un vento che investe troppo spesso le nostre vite, e ci fa perdere il nostro centro.

E allora innamorarsi, amare, credere di nuovo non è soltanto qualcosa guidato dai sensi e dalle emozioni ma da un fondamentale bisogno di ritrovare identità perdute, seppellite in questo caso da una storia che investe un pese in eterna ricerca della sua libertà.

E ci insegna non solo il valore di quella parola troppo abusata, ma che la vere libertà non è nell’autogoverno, nello scacciare “lo straniero” ma nel superare con sguardo fiero, volto fisso nel sole i propri limiti.

E cosi l’ambientazione storica, intricata e spesso decisa a spezzare sogni ideali diventa la rappresentazione dei nostri moti interiori.

Del resto non diceva forse, de Gregori che la storia siamo noi?

Che la storia racconta dei nostri drammi?

Di un uomo che per trovarsi sceglie potere, vendetta, sceglie di mettere tanti ideali al posto dell’uomo.

Sceglie di buttarsi a capofitto in qualsiasi impresa, temeraria, assurdamente folle.

Per semplicemente trovare se stesso e con esso la libertà di essere.

Ma per essere bisogna definirsi alla luce di un valore che resti eterno mai scalfito dalle ere e dal mulino del tempo.

E cosi rivedersi negli occhi di un altro è come guardarsi allo specchio. Jane e Alexander non fanno altro che, meravigliosamente e semplicemente questo, si guardano si riconoscono si scambiano anime ferite e con la delicatezza di chi conosce il dolore e il rimpianto curano le ferite sciolgono i nodi e riempono di cane sogni e musica le ossa scheletriche del loro io abbandonato nei fondali del mare del tempo. E cosi a ogni parola, a ogni sguardo, a ogni lacrima che disseta queste anime smarrite loro trovano una nuova forma.

Jane nonostante il senso di abbandono diviene quella donna cosi fiera e orgogliosa persino della propria amarezza e da essa non viene manipolata, ma da essa trae la forza per scegliere un altra vita. Nonostante questa vita non sia cosi ricca di certezze all’inizio.

Ma in fondo vivere non significa rischiare?

E Alexander affronta il suo senso di colpa, quel suo aver bisogno di appigli perché il proprio volto assuma connotati precisi e trova il senso di tutto, la sua unica certezza in se stesso.

Diventando l’uomo degno di abbracciare una cosi forte creatura fatta di vento, salsedine e brughiera.

E entrambi stingendosi conoscono il potere del due; quella sintonia che rende cosi forti che neanche la mano dura e crudele del destino può spezzare. In fondo Linda è come le bellissime atmosfere che crea, dolce, e forte, orgogliosa e selvaggia ma profondamente solare, profondamente fiera di ogni sua fragilità. Sapendo e lo racconta a me, a voi ragazze che è in quei solchi che tanto temiamo che può nascere la vera vita. E’ dalla fragilità semplice e umana che si cambiano le epoche, quando essa diviene forza e non limite.

Adoro Linda non solo per i significati che immette nei suoi testi, per quella bellezza della speranza che si affaccia. Ma sopratutto per la meraviglia di quelle eroine si profondamente umane ma cosi indomite forti come il vento che ora sfiora il mio volto.

Ma in fondo siamo storie con mille dettagli

Fragili e bellissimi tra i nostri sbagli

Enrico Nigiotti

Review party “La piccola farmacia letteraria” di Elena Molini, Mondadori. A cura di Francesca Giovannetti

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Una storia a lieto fine già nota agli amanti della lettura. Elena Molini, fondatrice della Piccola Farmacia Letteraria, racchiude in uno splendido romanzo la nascita della sua libreria.

In un momento in cui le librerie abbassano le saracinesche, faticando nel sostenere le spese, Elena Molini consegna tutto il potere ai libri, che si aggiudicano una schiacciante vittoria sull’andamento del mercato attuale.

Il libro come medicina, come compagno, aiutante e amico nei momenti difficili. Entrando nella Piccola Farmacia Letteraria non aspettatevi la suddivisione per autore o ordine alfabetico; i libri vengono raggruppati a secondo del messaggio che inviano.

Soltanto un’appassionata lettrice può arrivare a una conoscenza così intima del libro, una donna profondamente intrisa di amore per la lettura da andare oltre alla catalogazione per genere. Elena Molini ci ha ridonato il senso “primitivo” del libro come cura dell’anima e per questo dobbiamo esserle, tutti, profondamente grati.

La libreria torna ad essere un luogo di incontro, di ascolto e di scambio: un’atmosfera magica.  Chi ha la fortuna di vivere a Firenze non dovrebbe perdersi questo spettacolo di umanità.

Con questo non è mia intenzione scagliarmi contro il commercio on-line, additando il colosso considerato il mostro dell’ e-commerce e il motivo è semplice, direi semplice quasi in maniera imbarazzante.

La Piccola Farmacia Letteraria è unica.

E non tutti abbiamo l’occasione di visitarla e perderci dentro tanta bellezza.

Molti di noi devono accontentarsi solo di sentirne parlare, vivendo in luoghi dove hai bisogno di un’auto per raggiungere una rivendita…e quando arrivi, speranzoso in un consiglio libresco, può accadere di trovarti davanti un personale efficiente e volenteroso, ma che è più incline ad “appiopparti” il libro in classifica piuttosto che ad ascoltarti. Accade, non prendiamoci in giro…e la spessa autrice ne parla, raccontando la propria esperienza come addetta in una grande catena.

Quindi ben venga internet, la possibilità di leggere recensioni, scambiare opinioni, scovare quel titolo poco conosciuto che magari sta aspettando proprio noi…anzi …è scritto proprio per noi, è quello di cui abbiano bisogno! Elena Molini è unica e nell’attesa di una “piccola farmacia” anche vicino a noi, troviamo una cura alternativa.

Se dovessi scegliere una sola parola per descrivere non la libreria, ma il libro “La piccola farmacia letteraria” userei : SPERANZA.

Perché è questo il messaggio che mi ha lasciato.

Una rivoluzione intelligente dà sempre buoni frutti ed Elena Molini ha rivoluzionato il mondo editoriale, togliendo il profitto dal centro per riconsegnarlo al legittimo proprietario: il libro.

Scritto in maniera frizzante e ironica, l’autrice ripercorre le tappe fino al risultato finale. La protagonista del romanzo si chiama Blu, una giovane e testarda libraia nel cuore, che lotta per realizzare il suo sogno.

Ci piace pensare che ci sia tanto dell’autrice in questo personaggio di straordinaria persona comune, con una vita e un girovita non perfetti, ma unici come la sua libreria. Una storia che racconta di sogni e incubi, di speranze attese e deluse, di amore e di solidarietà femminile, di amicizia che nascono e qualche volta inciampano.

Ma una storia che soprattutto racconta di libri, amati, compresi, vivi.

Uno stile e un ritmo che fanno scintille, pagina dopo pagina; questo romanzo fa ridere e commuovere, presenta tanti casi umani e almeno una volta ci fa dire “Ecco, questa sono io…”

Assolutamente da leggere.

Anche se avrei un’ultima domanda per l’autrice… potrei leggere il bugiardino di questo libro?

Grazie!

Review party “La donna con il kimono bianco” di Ana Johns. A cura di Alessandra Micheli

 

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Quando sei qui con me questa stanza non ha più pareti

Ma alberi, Alberi infiniti

Quando sei qui vicino a me questo soffitto viola

No, non esiste più

Io vedo il cielo sopra noi

Che restiamo qui, abbandonati

Come se non ci fosse più, niente, più niente al mondo

Suona un’armonica, m i sembra un organo

Che vibra per te e per me, su nell’immensità del cielo

Suona un’armonica Mi sembra un organo

Che vibra per te e per me

Su nell’immensità del cielo

Per te e per me

Gino Paoli

Quando ho iniziato a leggere questo libro l’ho subito assicurato a questa stupenda canzone di Gino Paoli.

La conoscete vero?

È un testo molto particolare, degno di riverita attenzione, degno di esser salutato con una lacrima.

Degna di essere accarezzata da una riflessione sul nostro modo assurdo di catalogare tutto.

Famiglia, patria, amore.

Desideri sogni.

Tutto inscatolato in rigidi termini che rendono emozioni uniche e a tratti magiche cosi stantie e polverose.

Che relegano il nostro libero arbitrio nel mondo illusorio dell’immaginazione.

Perché se noi limitiamo le sensazioni a un concetto, un termine che le definisca prima o poi le costringiamo a indossare il vestito scomodo dello stereotipi.

E cosi l’amore che unisce ciò che è stato un giorno diviso da un dio crudele o beffardo.

Cosi la famiglia che è immagine della perfezione imperfetta del cielo con le sue diverse sfumature.

Cosi la fratellanza che è tutto ciò che si pone come nemesi della guerra disgregatrice. Un fratello unisce.

Un fratello è immagine del tuo io e tramite la sua osservazione (osservare non semplicemente vedere) ritrovi linee sconosciute del tuo remoto volto.

E allora grazie alla fratellanza non ci possono essere caste, limitazioni, razze ne antagonisti.

Cosi come tramite l’amore le cesure create dalle convenzioni sociali si annullano.

Non esistono, spariscono e si dissolvono tornando a far parte del regno degli incubi.

Cosi ci racconta Gino Paoli.

Cosi ci racconta il bellissimo commovente libro la donna dal kimono bianco. Cosi come nel cielo in una stanza le differenze sociali, le differenti scelte si annichiliscono e la stanza quella viola quella del peccato svanisce, i confini tra dominatore e dominato, tra invasore e vittima, scompaiono.

Esistono solo due anime che si riconoscono perché fanno parte della stessa famiglia, quella umana.

E nonostante le difficoltà, nonostante una tradizione che diviene, nel libro ingombrante e obsoleta, loro si amano.

E l’amore dona il coraggio a questa piccola grande donna, Naoko.

Piccola perché cosi fragile di fronte alla scoperta che l’amore è davvero la potenza maggiore, la magia arcana ricercata da tanti studiosi e filosofi, quella che è un grado di gettare millenni di costrizioni, di leggende e di usanze al vento e guardare soltanto l’altro cosi come va guardato, con compassione e empatia.

Grande perché buttando all’aria ogni altro fittizio legame si scontra con la parte meno nobile di ogni civiltà, quella che definisce, esclude, elimina tutto ciò che è altro e imperfetto.

Sia l’America che il Giappone, in questo meraviglioso libro soffrono di senso costante di inferiorità.

L’America perché rinnega la sua composita storia, fatta di mille piccole diverse realtà sociali e cultuali.

E cosi cerca di primeggiare, di distinguersi di trovare un vero autentico senso della nazione americana.

Invece di aprirsi all’altro usando quella immensa incredibile fortuna che ha: essere un fantasmagorico, colorato mosaico.

L’America è il sogno del melting pot, dell’uomo che supera se stesso e le convenzioni sociali.

Della libertà e del rispetto.

Della volontà di creare un esperimento completamente altero.

Il Giappone a sua volta, soffre perché vuole dimostrare che moderno e tradizione possono coesistere.

Ambisce a camminare accanto alle maggiore potenze e prendere tutto ciò che pensa di meritarsi.

E compie questo salto in modo marziale, rigido, pensando che se onora gli antenati e tutti i piccoli precisi rituali, lo spirito la premierà donandole il posto che le spetta sullo scacchiere internazionale.

Il Giappone del 1957 ha però anche paura. Pura del mostro americano, capace di far crollare ogni tradizione perché non capace di averne una propria.

Capace di rimettere in discussione ogni valore, con la forza caotica e anarchica del libero pensiero e dell’immaginazione.

L’America va veloce laddove il Giappone cammina lento.

E ha paura di quegli occhi azzurri, simbolo di un cielo che si squarciò all’improvviso con un lampo, lasciando cenere, detriti e morte.

Per il giapponese di quel tempo l’America è solo morte.

Oramai lo ha incastrato nel concetto e non ha intenzione di abbassare le barriere.

Due civiltà che invece di abbracciarsi e leccarsi vicendevolmente le ferite, si continuano a combattere con l’orrore della parola.

L’amore ha sfidato tutto questo.

Messo a rischio la difesa e il concetto di nemico.

Sono nati bambini misti, anche se questo misto aveva il suono stridente dell’orrore e della minaccia.

Ogni vagito un inno alla fratellanza.

Ogni inno doveva essere taciuto.

Naoko ha il coraggio di vedere ogni lato oscuro, comprenderlo e dire no. Ed è grazie a un amore che sorpassa non solo le leggi umane ma anche fisiche, che il filo rosso del destino non resta mai ingarbugliato.

E che unisce queste storie oramai lontane, eppure oggi cosi vicine a noi ci insegnano a lasciar andare tutto.

A diventare nudi come nel paradiso dell’eden e abbracciarsi senza più le maschere pirandelliane. E cosi una stanza che deve essere viola per definizione dei benpensanti, diviene solo un cielo immenso, dove alberi suonano come violini.

Per i due amanti.

Per chi ha paura di non portare maschere, per tutti quelli che alla differenze non ci hanno mai dato credito.

Per me che ho letto e mi sono emozionata.

E per te lettore, oggi cosi ricco di termini, di concetti, di slogan, ma cosi privo di amore.

 

” Review party. Il custode dell’etere” di Davide di Lonardo. A cura di Chiara Iiucci Lianaioli

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Il male è sempre pronto a infiltrarsi nel nostro mondo. Forze oscure minacciano di trasformare Parigi, un tempo meravigliosa, in un barbaro regno del terrore. Il tiranno Lorcàn, spinto dall’odio verso la corruzione e l’ipocrisia della società in cui vive, è alla ricerca di alcuni antichi e misteriosi manufatti, le Pietre dell’Etere, cinque gemme leggendarie, capaci di liberare un potere inestimabile..”

Anni fa, da ingenua e giovane lettrice, presi in mano il primo volume della universalmente nota opera di Stephen King, La Torre Nera. La saga, ben otto volumi, con varie graphic novels di contorno, fu per stessa ammissione dell’autore un approccio al fantasy nato da elementi di ispirazione ben specifici: Il Signore degli Anelli di Tolkien, il film di Sergio Leone Il buono, il brutto e il cattivo, Child Roland to the Dark Tower Came di Robert Browning e The Waste Land di T.S. Eliot.

Ci credereste?

King, da grande affabulatore qual è, non si impensierisce ad ammettere di aver cestinato la prima stesura del volume pilota in quanto troppo contaminata dalle sue fonti di ispirazione. L’autore voleva distanziarsi, elaborare e produrre un risultato nuovo da opere di per sé già epiche.

Come il pomodoro: siamo tutti d’accordo che sia lo stesso ortaggio che troviamo nel ragù come nel succo di frutta, eppure nessuno mette in dubbio che il risultato sia notevolmente diverso. Tanto da far dimenticare che la materia prima è la stessa.

Ebbene, la materia prima delle storie narrate è quella. Lo schema basic si ripete da quando l’uomo è uomo e l’ultima glaciazione si è conclusa. Quindi nulla di originale può essere narrato, pertanto la bravura dell’autore risiede proprio nel modo nuovo di servire il pomodoro. Un inedito, una ricetta personale, rielaborata e servita fumante.

Il custode dell’Etere narra di due gemelli.

Siamo nel 1760, e la Francia è la caldera pronta a forgiare la Rivoluzione. In questo background storico, un uomo porta due neonati attraverso l’Atlantico perché si ricongiungano ai genitori. Giunto nel luogo segreto, trova la casa distrutta, le persone che agognava uccise, e l’oscura presenza di un essere malvagio dotato di poteri sovrannaturali che vuole porre fine anche alla vita dei due neonati.

L’uomo, che è lo zio dei gemelli, sfugge e trova asilo presso Rufus, capo della resistenza contro l’Oscuro. Da saggio vegliardo dalla lunga barba argentea, decide di mandare gli infanti in un orfanotrofio per far perdere le tracce dei piccoli.

Nessuno deve sapere che sono loro i predestinati a sconfiggere il malvagio uccisore dei loro genitori.

Trascorrono gli anni, i due gemelli sopravvivono all’orfanotrofio e trovano “lavoro” alla Corte dei Miracoli di Parigi, come borseggiatori.

Il cattivo, che li ha avuti sotto il naso abbastanza a lungo, decide di attaccarli, così avviene il primo scontro con Will. Il vero protagonista. A lui visioni e poteri impensati affiorano di colpo, causati anche dalla rabbia che cova e che poi troverà spiegazione quando – incontrando il saggio Rufus – scoprirà la triste fine dei genitori e il movente del comune avversario.

L’Oscuro, intanto, ci fa sapere della sua infanzia funestata da un padre dissoluto e nobile, decaduto, che distrugge la vita dell’amata madre.

Assurto a poteri sovrannaturali grazie a gemme (dette dell’Etere), ciascuna delle quali offre un diverso potere a chi le trova, è alla ricerca disperata dei luoghi in cui le gemme sono state nascoste.

Anche Rufus, capo della Resistenza, è alla caccia dei medesimi, e invia Will, già più volte scappato alla morte, a cercarli fino alla remota Port Royale. Tra tempeste, duelli a colpi di sciabola, balli a Versailles, tremendi pirati innamorati di esseri marini che gli rubano il cuore (…), l’eroe giunge all’epilogo del primo volume. Drammatico quanto previsto.

Non sappiamo di quanti volumi si componga la saga.

L’autore ha una vera abilità per narrare con stile d’altri tempi una sequela ininterrotta di avventure. L’azione non manca, nemmeno il sovrannaturale. O l’amore.

Di Lonardo ridonda aggettivi con il gusto istintivo di fare eco al periodo storico citato. Il risultato è gradevole e la lettura scorre impavida, senza cali di stile o di ritmo.

Una mano felice, che rende un buon servizio al lettore.

Auspichiamo che l’esordio di questa giovane penna sia una salita verso la maturità narrativa, poiché stilisticamente mostra di averla già raggiunta.