Review party “Il pianoforte” di Chris Cander, Nord editore. A cura di Alessandra Micheli

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Ho pensato alla colonna sonora di questo libro.

Mi capita spesso di scrivere accompagnata dalle note, come se esse fossero le voci adatte a render conto delle mille sfumature dei libri che leggo.

Sono quelle voce che narrano della sua essenza, un’essenza che sfugge alla mente consapevole e si avvicina al sogno.

E nel sogno io posso viaggiare con i personaggi, ascoltando i loro cuori battere e ripetere come una melodia perduta, la storia dentro la storia, quella che sfugge dalla trama e dalle tecniche letterarie.

Il pianoforte è cosi; un libro con più significati, cosi come ricca e complessa è l’anima umana.

E allora quale miglior canzone per queste mie misere parole di Vivo per lei di Andrea Boccelli?

Apparentemente, al pari del libro è una canzone d’amore, trita e ritrita, il canto di fedeltà dell’innamorato alla sua musa, colei o colui che lo aiuta l’autore a riempire pagine e pagine di inchiostro.

Vivo per lei, come se la stessa esistenza fosse legata a un sottile filo rosso tenuto da mano a tratti crudele a tratti adorabile.

E’ cosi l’amore, abisso e paradiso, incanto e disperazione, salite e ripide discese.

L’amore che non da vie d’uscita se non nel totale godimento dei sensi e al raggiungimento dell’estasi dell’amato.

Ma un sentimento cosi immenso cosi eccelso, non può restare per tanto tempo avvinto al materiale, a un uomo che seppur coronato di stelle e gloria è cosi miserabilmente fallace e fragile.

Basta un nulla, un sogno che non si avvera, una speranza distrutta, un incendio del cuore perché lui tradisca se stesso e l’altro.

Allora si capisce come la vera natura della canzone è soltanto riferibile a qualcosa di eterno qualcosa che, attraverso il pianoforte, allontana da noi la stessa morte.

Allora capisco come il vero senso del libro è la musica.

Una musica che fa vibrare i cuori più di quanto possa fare il nostro misero amore umano.

Un dolore quando si perde una passione, come se fosse la passione il colore e noi soltanto i pennelli con cui esso dipinge le nostre vite.

Senza colore tutto è grigio e banale, tutto si perde in un suono di urla, bombe e orrori.

E’ la musica che qua mantiene i ricordi vivi e le speranze, che tesse legami e di loro si beffa.

E’ la musica a raccontarci le storie, anche tragiche di chi è disposto a lasciare tutto, persino il paese natio per trovare soddisfacimento a strane ambizioni.

La musica perduta, la musica al servizio del potere, la musica tradita, la musica rimasta sognata e quella dell’estremo addio.

Suonata da un pianoforte come eco lontano della vera anima dell’altro, nutrita di sogni e illusioni, nutrita di passione e meraviglia.

Sarà il pianoforte a narrarci la storia di Clara e Katya di Grisa e di Bruce. Sarà il pianoforte con la sua strana presenza assenza a raccontarci i viaggi delle anime dibattutesi tra speranza e orrore, tra perdita e dolore, tra rinunce e conquiste.

Sarà il pianoforte il protagonista del senso dell’abbandono, del ghiaccio di chi si sente oramai straniero nel mondo, alieno agli uomini.

Sarà il pianoforte a raccontarci del crollo del sogno comunista, Addio bandiera rossa, divenuto solo null’altro che patetico teatrino della commedia dell’arte.

Sarà lui a raccontarci slanci e distruzione, quando le aspettative non riescono a crescere e farsi spuntare le ali.

E sarà ancora un volta il pianoforte non solo a scrivere l’inizio ma sopratutto a dover scegliere il finale, affinché come in un rito catartico, tutti possano liberarsi del dolore e della colpa.

Un libro intenso, commovente, un libro venato di una passione immensa, come solo l’arte sa regalarci.

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Review tour “La valle segreta” di Linda Kent. A cura di Alessandra Micheli

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Di qualunque cosa le nostre anime siano fatte, la mia e la tua sono fatte della stessa cosa”

Emily Brontë

Solo un’emozione redime la guerra.

Ed è sarà sempre l’eterno soffio chiamato amore.

E’ questo arcano, straordinario sentimento, celebrato da poeti e intellettuali a rendere le vicende della storia meno traumatiche.

Solo grazie a quella speranza che germoglia nei cuori e che rende l’incontro tra due anime, tra due persone, un incanto irripetibile unico e eterno nonostante la caducità della vita, possiamo sopportare gli orrori che attanagliano il nostro percorso umano.

Nella valle segreta si celebra quest’emozione.

Sullo sfondo di una storia controversa e contraddittoria, fatta di divisioni e massacri, solo l’unione dei due personaggi simboleggia l’unione di una Scozia che ancor oggi, si lecca le sue ferite.

E il coraggio dimostrato da Duncan e Violet di non chinare la testa davanti agli eventi, luttuosi e terrificanti, diventa il coraggio di un paese, di un clan, di non cedere il passo alla perniciosa volontà di essere sottomessi all’atavica legge, tutt’oggi vincente, della divisione.

Con uno stile delicato eppure potente, specie nella narrazione degli accadimenti storici, Linda Kent fa sognare e riflettere.

Rende la storia fruibile anche per chi le ritiene una noiosa cantilena di fatti.

Presenta personaggi credibili e sfaccettati e una figura femminile che si distacca dai cliché previsti dalla narrazione erroneamente chiamata romance, divenendo un racconto coerente e appassionato che mostra e dimostra sopratutto come è possibile creare una letteratura di genere che sia al tempo stesso di evasione ma anche capace di far crescere.

Violet ingabbiata nel suo tempo, con convenzioni sicuramente meno flessibili di quelle da noi oggi vissute come gabbie dorate, è allo stesso tempo stesso più moderna e orgogliosa di molte finte e patetiche eroine dei libri che tanto il nostro sesso oggi ama.

Eroine incapaci di emergere dalla palude di aspettative nelle quali sono precipitate.

Eroine fragili e lacrimose, perse in elucubrazioni prive di senso e di fondamento.

Violet deve adeguarsi alle idee che, in quegli anni, gli ultimi di un 1600 che stava per portare con se frenetici cambiamenti, diventa il simbolo della femminilità ribelle, incarnazione dello spirito di una Scozia che spesso mostra fiera il suo volto, in quella musica e nelle ballate che ancora oggi ci affascinano.

Violet è nonostante la chiusura del suo secolo, capace di ribaltare il suo destino, capace di lottare per cosa crede e di non accettare passivamente i diktat della società rigida che considerava le donne merce di scambio.

Violet è uno splendido esempio di protagonista femminile e l’autrice, l’amabile Linda Kent è colei che sdogana il genere historical romance, dai pietosi abissi di una letteratura che si limita soltanto ad accennare e mai ad approfondire, che regala a lettrici rese esse stesse marionette, soltanto l’apparenza della scenicità.

L’incontro d’amore, sullo sfondo dei secoli è qualcosa di più profondo del lui ama lei.

E’ la forza propulsiva e vitale che ha reso la storia degna di essere studiata.

E’ nei piccoli accadimenti, nelle pieghe dei maestosi eventi, che si cela il vero segreto della nostra evoluzione.

Ama e domina il mondo.

E Duncan E Violet riusciranno grazie alla passione che permea ogni pagina a brillare e comandare i propri destini.

Review party “Prova d’innocenza” di James Patterson e Andrew Gross. A cura di Alessandra Micheli

 

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Cosa si è disposti a fare per modificare totalmente la propria vita?

Quando si è nati dalla parte sbagliata del mondo, ci sono solo due vie: accettare il proprio fato e il proprio ruolo sociale, o imporsi al destino e scegliere noi il finale da scrivere.

Se uno sceglie la prima via accettare, non fa altro che sottomettersi al volere societario, al diktat della logica di una comunità che, in fondo ma non tanto, ha bisogno di barabba e di Maddalene da redimere.

Chi invece ha l’ardire di prendere la seconda via, impervia ma forse la più gratificante, si trova davanti il più invisibile e strisciante dei pericoli: che il suo riscatto sia soltanto apparente.

Ed ‘ è quello che ci mostra il protagonista Ned.

Deciso a togliersi da dosso il fango della provincia anzi del sobborgo in cui è nato, accetta di partecipare al grande salto di qualità.

Peccato che sia un salto apparente.

Il vero cambiamento di origini e di vita, entrambi sono legati uno con l’altro, lo si attua soltanto se si recide una sorta di catena che ci lega e ci convince della nostra identità.

E appartenenza.

E cosi uno nato in una famiglia dedita alla delinquenza spesso sente di avere il DNA sporco e un po’ come suggerì Lombroso, di essere marcio alla nascita.

Per riscatto, quindi, non si intende lo stravolgimento totale e irreversibile di questa tendenza.

Non significa il togliere definitivamente la macchia dal proprio io o semplicemente accorgersi che essa non esiste.

Significa, riuscire laddove gli avi, i parenti, gli antenati non sono riusciti: il colpo perfetto.

Ma, ironia della sorte, non si realizza un vero cambiamento, una vera evoluzione.

Delinquente sei e delinquente resti.

Magari più fortunato.

Magari più venerato dal tuo quartiere.

Ma sempre ancorato all’esigenza che questa marcia società, questo degradato pese pone come unica legge non scritta.

Quello di creare perfette casta ognuna asservita all’altra.

In queste caste non ci sono speranze di redenzione: i ricchi stanno con i ricchi, e servono come incentivo per aderire ai valori societari più infidi.

I poveri e gli sfigati restano tra loro, e servono ai tanti probe cittadini per sentirsi migliori, per evitare di guardarsi allo specchio e sopratutto. Come monito per chi non aderisce alle loro deliranti idee.

Se non sei un borghese perfetto devi essere un perfetto criminale.

E essere un perfetto criminale significa mantenere in perfetto equilibrio la società.

In questo testo, Patterson e Gross non ci stanno e propongono un alternativa nel loro giallo che profuma soavemente di denuncia sociale.

Magari lieve, magari soffusa ma brillante e orgogliosa con quella sua voce tonante che rivela scabrosi dettagli della società americana ma anche della nostra.

Il colpo mancato di Ned non è la sua disfatta.

E’ si un percorso verso l’abisso ma un abisso redentivo.

Perché nella sua sfrenata corsa verso lo svelamento della verità, lui ritrova se stesso.

Ritrova il suo vero io quello ammaccato da tante, troppe sconfitte, che relegano gli ultimi in un angolo pronti a essere sacrificati per i deliri dei potenti.

Ned invece cambia totalmente la sua storia.

E cosi anche la storia degli altri.

Redime non solo la sua personale storia ma anche quella familiare.

Perché chi è capace di dire no e di trovare in se stesso la forza di rialzare la testa, di non farsi abbattere dalla via più facile, di non lasciarsi sopraffare dall’orrore della corruzione allora è già salvo.

E ‘ un uomo già redento.

E’ un innovatore proprio perché sceglie di non accettare i dogmi di un mondo che in fondo, ci vuole tutti sottomessi, perdenti e impegnati a fare la guerra uno con l’altro.

Un libro coinvolgente, a tratti sognante, venato di quella malinconia di un’America che il suo sogno lo sta perdendo giorno per giorno.

Il club di Aurora presenta “I’m for you”. recensione a cura di Alessandra Micheli

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Doveva arrivare il nefasto giorno in cui Aurora Stella, posseduta dal terrificante dio dello rosa vestito dei panni dell’urban mi avrebbe chiesto di leggere e recensire la sua produzione.

Ho aperto il mio Kobo con il terrore negli occhi, perché stavolta non si trattava tanto di un testo irridente al genere, quanto un tentativo, semplice, di scriverlo.

Lei abituata alle atmosfere dell’orrore più cupo, cibatasi di Dick e Asimov, aveva scritto la storia dell’angelo che si innamora della sua protetta umana.

Un filone iniziato, scelleratamente direi visto le conseguenze, con la Chandler con Baciata da un Angelo, seguita da Federica Bosco con il mio angelo segreto e culminata in Becca Fitpatrick.

Insomma l’angelo il messaggero ereditato dalla tradizione mesopotamica diveniva a tutti gli effetti il “mr Grey” del mondo soprannaturale.

Non che la storia fosse cosi originale.

In fondo le prodi autrici sopracitate non si sono basata altro che sul libro di Enoch laddove i figli di dio si innamorarono delle donne mortali, rinunciando alla loro “purezza” intesa ovviamente come lignaggio per portare il mistero e l’evoluzione fra gli uomini.

L’amore dei Nephilim per la donna è leggendario, contenente profondi significati mistici non solo riguardo alla religione proto-ebraica ma anche a livello ontologico: l’evoluzione nasce e prospera soltanto quando le due energie presenti nell’umano ossia spirito e carne si fondono per contemplare i misteri e immetterli in questa dimensione per renderla più simile al luogo della luce originario. Questo significato era, ovviamente aborrito dagli gnostici che consideravano i figli di dio del libro di Enoch dei millantatori e degli arconti.

Gelosi della capacità della Fonte primaria di plasmare il mondo e l’essere umano, cercarono con la loro scintilla di a loro volta imitare, goffamente, il loro padre.

Ecco che la commistione umano divino non viene da loro vista come un esperimento ibrido atto a riunire due realtà separate ma come una commistione di energie troppo diverse con l’obiettivo di annacquarle e forse distruggerle.

Il mondo creato dall’azione umana, appropriatasi indebitamente del mistero, diviene non una sorta di sprone a tornare nel regno numinoso quanto una pallida imitazione di esseruncoli che non sono più capaci a trovare la strada di casa.

Si capirà, allora, come il tema del divino che sposa generando figli con l’umano, ha un significato psicologico e esoterico molto più profondo della mera storia d’amore e del suo inno all’eternità.

Un inno sfarzoso di un sentimento tanto celebrato da divenire anche troppo manifesto.

Del resto la passione amorosa ha la sua origine proprio nel mistero, in quel ritrovare la parte mancante di se, la propria costola per divenire finalmente l’uno, somigliante all’uno originario.

Consapevole, quindi, delle radici simboliche dell’angelo che si umanizza e dona un pizzico di cielo alla sua protetta e perfettamente consapevole della duplicità della simbologia, Aurora cerca di non tradire se stessa e la sua anima curiosa dando alla scenicità del rapporto a due una certa consapevolezza e profondità.

Attraverso, quindi, il percorso che porta alla riunione con l’altro approfitta per dire la sua sull’origine della divinità, reinterpretare a suo modo il mito biblico degli Nephilim e parlando più approfonditamente di cosa rende l’uomo questo essere composito e spesso troppo pigro per alzare gli occhi al cielo cosi speciale tanto da renderlo più su degli angeli e coronarlo di gloria e stelle.

È stata quella creatura» continua parlando a Semeyaza «L’uomo a dare agli animali il nome. E qualsiasi nome abbia scelto, anche il più stupido, il Creatore ha accettato di lasciarglielo. Ma ti rendi conto? Il Creatore gli fa un dono di una portata immane e quell’inetto cosa fa? Se ne sta tutto il giorno a gironzolare nell’Eden con l’aria di chi è stato abbandonato. Io proprio non lo capisco. Ha ricevuto il dono del libero arbitrio, un dono per cui l’Arcangelo Lucifero si è dannato, ha potuto imporre i nomi a tutto il creato e se ne sta abbattuto come se fosse nella peggiore catastrofe! E nemmeno si rende conto dell’importanza del Nome! E tutto perché? Perché chi doveva essergli di aiuto lo ha rifiutato!

In quest’ottica, il tabù relativo all’amore tra due esseri distanti ma compartecipi della creazione, diviene in realtà soltanto una mera illusione, frutto della consapevolezza forse errata, della superiorità angelica.

L’angelo emanazione divina non contaminata dalla carne, non riesce a comprendere l’indulgenza di dio verso di noi, tanto da averci dato un libero arbitrio che alle creatura divine è negato e sopratutto la capacità di creare, che è in fondo paragonabile a quella di generare e immaginare.

Ecco che Dio ci appare molto meno inflessibile dello Jahvè della tradizione ebraica, fautore di un progetto più ampio che porta l’uomo stesso a incontrare il soprannaturale e a volerlo non emulare, ma abbracciare.

Il progetto divino nascosto nella favola urban fantasy non è altro che la speranza, il sogno, la prospettiva di raggiungere noi stessi, le soglie del cielo.

Nonostante ritenga quello di Aurora un opera minore non paragonabile allo spessore di Oblivion, Onirica ed e Vksser ( ma sicuramente molto più semplice da recensire per l’immediatezza apparente del tema trattato) la trovo comunque interessante per il concetto che essa ha espresso del binomio angelo/uomo e del suo concetto di dio.

E questo tentativo riuscito di profondità riesce a far emergere le idiosincrasie di un genere amato, venerato ma non sviluppato pienamente da quasi nessuno scrittore.

La parabola angelica è invece un terreno fertile che comporta una profonda e acuta riflessione. Ed è questo che fonda e crea ogni giorno la realtà che ci circonda.

Però la prossima volta, mettiti alla prova con un altro genere, magari di Philips Dick e H. G.  Wells, e regalaci un bel fantascientifico.

O almeno regalalo a me.

Review party “Dracul “di Dacre Stoker e J.D. Barker. A cura di Alessandra Micheli

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Quando un libro mi appassiona, quando entra di prepotenza con la sua forza narrativa dentro il cuore, l’anima e la mente mi faccio sempre la stessa ossessiva domanda come tutto ebbe inizio?

Quali suggestioni, quali visioni e che esperienze portarono l’autore mio preferito a dipingere su un foglio di carta trame cosi eterne da sconfiggere i tempi?

E cosi che inizia la mia ricerca sui libri, sui loro segreti, sulla loro origine e sullo stile di narrazione.

L’ho fatto per la mia amata Jane Austen, per il mio adorato Oscar Wilde e per il mio mito, Charles Dickens.

Sono entrata quasi timorosa nelle loro vite segrete, mi sono impadronita con pudore dei loro segreti e dei misteri che si celano dietro l’apparente razionalità del loro scrivere.

E mi sono fermata ad ammirare i residui non logici dietro un mestiere che sembra fare della coerenza il suo mantra preferito.

Spesso odo queste parole: coerenza letteraria.

Un libro deve essere una sorta di sequenza precisa di fatti e spiegazioni, di eventi e di motivi alla base degli eventi, una narrazione verosimile, una narrazione credibile.

Eppure la narrativa, l’arte del racconto è tutto fuorché credibile.

Essa vive e prospera nella falsificazione di un reale che ci sfuggirà sempre, per quanto possiamo millantare un approccio scientifico, per quanto possiamo venerare il dato statistico, essa, la visione del reale intendo, sarà sempre frutto di uno strano meccanismo del nostro cervello che viene chiamato interpretazione.

Lo stesso Gregoy Bateson e lo psicologo J.R. Ames tramite esprimenti interessantissimi, dimostrarono come la visione del momento, dell’attimo, cosi come del dato, fosse frutto di un meccanismo che tutto doveva alla percezione.

E cosi l’oggetto non sarà mai simile per tutti e cosi l’evento soffrirà o si arricchirà del nostro personale modus vivendi, della nostra esperienze a dei nostri più nascosti impulsi.

Il discorso della credibilità, quindi, si rivela fallace e crolla, miseramente, anche di fronte a stili che si abbelliscono del termine verismo: persino li, nei meandri della rappresentazione corretta ed efficace della realtà, nei dati storici noi avremmo mondi costruiti ex novo, resi potenti dal nostro faccettato io e dal nostro Sè più oscuro e profondo.

Questo discorso combacia perfettamente con una delle narrazioni più conosciute, uno dei libri più amati e al tempo stesso meno letti del nostro ridicolo secolo post moderno: il Dracula di Bram Stoker.

Dico più conosciuto perché grazie alla cinematografia, volenti e nolenti sappiamo di cosa parla.

Ma meno letti, perché a un’attenta analisi il film e il libro si confondono fino a intersecarsi, questo a danno del genio visionario del buon Bram.

Il libro Dracula non fu l’unica sua produzione e molto di ciò che noi oggi conosciamo, deriva da analisi tardive.

La stessa identificazione di Dracul lo strigoi, con il Voivoda valacco è un elemento discordante

Benche´ quasi tutti credano che Dracula sia Vlad Dracul, negli appunti di Bram non si fa nessun cenno a Vlad l’Impalatore. I due non hanno in comune altro che il cognome. Questo collegamento tra Vlad l’Impalatore e Dracula non è stato creato da Bram: si tratta invece di una congettura avanzata da Raymond McNally e Radu Florescu, due professori del Boston College, nel loro libro Alla ricerca di Dracula, pubblicato nel 1972. La teoria di Vlad l’Impalatore è stata poi ripresa da Francis Ford Coppola nel suo film del 1992, Dracula di Bram Stoker.

Queste analisi, queste interpretazioni seppur interessanti hanno da sempre allontanato il libro dalla sua fonte orale, necessaria per ogni atto della narrazione, spesso ostacolata dalla nascita del romanzo moderno :

Il declino della narrazione è la nascita del romanzo alle soglie dell’età moderna. Ciò che separa il romanzo dalla narrazione (e in senso più stretto dall’epica) è il suo legame sostanziale con il libro

Walter Benjamin

Questo significa che, il narrare, il raccontare storie ha una funzione sociale e etnologica più ampia di quella assegnatagli oggi, dalla volontà di divertimento e svago.

E’ un ricordare le origini, un comunicare tradizioni e un rinnovare parole per parola il nostro legame con le nostre più occulte origini

«l’esperienza che passa di bocca in bocca è la fonte a cui hanno attinto tutti i narratori

Cioè significa che si cerca a ogni costo un originalità impossibile da realizzarsi nel contesto umano, fatto di momenti precisi e celebrati da ogni cultura (nascita, morte, rinascita, iniziazione alla pubertà) dimenticandosi che il racconto è essenzialmente rimembranza, è un riallacciare il legame reciso dalla modernità che incalza con fili molto più segreti e arcani e antichi di quanto noi possiamo immaginare.

Tempo passato e tempo presente si devono unire per creare un arazzo capace di resistere ai cambiamenti, per ricordarci non solo chi eravamo e chi potremmo essere ma anche quali funesti timori hanno ostacolato e ostacolano il nostro cammino verso l’evoluzione.

Dracula è uno di questi racconti che, dall’arts orale passa all’ars scritta.

Il suo vampiro non è solo un nome preciso ma è una figura che dall’ombra della mitologia si innalza e inizia a gettare la sua ombra su ogni uomo.

Lo strigoi è parte di una tradizione molto più antica del voivoda chiamato Vlad e molto più vicina al mondo del numinoso che con la morte aveva contatti strettissimi.

Lo stesso Bram è di sangue irlandese, imbevuto di Banshee, di perfido oscuro folletti, di figure assetate di sangue le cui origini si perdono nelle fredde notti della caccia selvaggia.

Ecco che restituire al libro di Dracula la sua vetusta antichità significa omaggiarlo.

Ma questa restituzione in Dracul non è campata in aria.

Si fonda su un dato interessantissimo e poco conosciuto per Bram i fatti narrati, cosi come scritto nella prefazione perduta erano:

Sono assolutamente convinto non vi sia dubbio alcuno che i fatti qui descritti siano accaduti davvero, per quanto incredibili e incomprensibili appaiano a prima vista. E sono inoltre convinto che essi debbano per sempre rimanere in qualche misura incomprensibili, anche se forse i progressi della psicologia e delle scienze naturali potranno, negli anni a venire, fornire delle spiegazioni logiche a quegli strani accadimenti che per ora ne´ gli scienziati nella polizia segreta sono in grado di comprendere. Ribadisco che la misteriosa tragedia qui descritta è totalmente vera in tutti i suoi aspetti esterni, benché naturalmente io sia giunto a una conclusione diversa su alcuni punti rispetto a quanti l’hanno vissuta.

E fu questa prefazione che causò il netto rifiuto del suo primo editore Otto Kylman, l’editor di Archibald Constable & Company. Decisione che alla fine costrinse il nostro scrittore a accettare il primo, credo, compromesso della storia cambiando addirittura il titolo da undead (non morto) a dracula.

Sarà per voi strana scoperta che, quando il libro fu infine con un parto doloroso pubblicato

prime 101 pagine erano state tagliate, al testo erano sta-ti apportati numerosi cambiamenti e l’epilogo era stato accorciato, modificando la sorte di Dracula insieme con quella del suo castello. Erano scomparse decine di migliaia di parole, e la prefazione ridotta

Ecco perché il Dracul, oggi del pronipote (provo invidia per la possibilità di maneggiare gli appunti misteriosi e rari del suo prozio) resta non solo un testo di eccelsa letteratura dell’horror, capace di coinvolgere come gli scritto moderni (mi spiace) non sanno fare, ma è per noi curiosi, noi saggisti, noi aspiranti archeologi della letteratura l’anello mancante per comprendere al meglio il Dracula e sopratutto il nostro amato Bram.

In questo testo c’è tutto ciò che un lettore sia neofita che oramai avvezzo al labirintico mondo letterario cerca: adrenalina, suspance, emozioni forti, disgusto, compassione e quella suggestione capace di aprire le porte segrete e occultate del viaggio temporale per piombare con grazia o goffaggine nella Dublino di Stoker.

E nell’Irlanda dei suoi oscuri miti.

Il ritmo sudante e incantato COMPIE la sua magia sul lettore più smaliziato…ma sopratutto, per molti ( non solo per me spero) illumina i passi che in Dracula originale sono ancora in ombra, proprio per quell’opera di epurazione fatta secoli fa.

Ecco che leggendo Dracul tutto sarà più chiaro e il suo creatore uscirà dall’oblio divenendo una figura molto meno evanescente di quella che ci restituisce oggi un mito incompleto e spesso nato da suggestioni che non appartengono ne al carattere di Bram ne al suo tempo.

Tempi difficili, tempi in cui i mostri e i prodi si confondevano in un cerchio cosi stretto da rendere difficile la gerarchia.

Bram vive in un mondo in cui bene e male sono soffusi, in cui scienza e superstizione si danno strettamente la mano, in cui mistero e certezze sono facce della stessa medaglia.

Dracul di Drake Stoker è senza dubbio un elemento fondamentale per ricomporre il mosaico di un testo che è stato importante per tanti autori, ma sopratutto è capace di far rivivere il gotico annaffiandolo con uno stile moderno, senza pertanto intaccare le suggestive atmosfere che rendono, ancor oggi, suadente ogni libro, dal castello di Otranto di Walpole, ai misteri di Udholpo della Radcliffe.

E leggendo, lasciando che l’incanto della narrazione compia il suo destino su di voi capirete che:

La sensazione è che Bram ci stia bisbigliando all’orecchio, avvertendoci che c’è molto di più da raccontare. Cosa c’era in quelle 101 pagine mancanti?

Resta a voi scoprirlo leggendo.

 

Review party “Profumo di riscatto” di Tiziana Lia, Dri editore. A curta di Francesca Giovannetti.

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È un’America ancora tutta da costruire quella che fa da sfondo a questo romanzo.

Un realtà in perpetua evoluzione, in crescendo, come lo è questa opera che inizia con una giovane di 14 anni e un inesperto soldato confederato e termina con una donna e un uomo forgiati dalle loro vite che il destino intreccia.

Julia è ingenua ma caparbia e piena di ideali.

Sogna di diventare un medico, nonostante sia ben consapevole che il suo essere donna sia un ostacolo davanti a ogni passo.

Daniel è un soldato confederato, esegue gli ordini, è leale al suo reggimento, ma questo non lo salverà dalle trame delle ambizioni altrui.

Entrambi puri, coraggiosi, leali con se stessi e con gli altri, Julia e Daniel sono fatti l’uno per l’altra, ma il destino si mette di traverso, costringendoli ad affrontare prove sempre più dure.

Dopo la guerra alla schiavitù, in America si combatte quella contro i nativi. Un’ascesa continua di soprusi e tradimenti inaspriscono gli animi di entrambe le parti. Julia e Daniel rimangono lucidi e implacabili nella difesa delle tribù indiane, alienandosi la benevolenza di tutti quanti gli abitanti del piccolo centro in cui cercano di costruire la loro vita.

Non basterebbero fiumi di inchiostro per descrivere tutto ciò che questo libro racchiude, ma si può tentare.

Una descrizione dell’America dell’Ottocento molto curata e studiata, un’attenzione ai particolari, agli usi e costumi molto ben documentata e resa viva nei particolari, senza scendere mai nello scontato o nel didattico.

Il lettore riesce a vedere i paesaggi, ad ammirare la neve, a danzare coi nativi, a cavalcare in luoghi desolati, a entrare in saloon insicuri, ad accudire gli animali di una fattoria, a osservare le prime rudimentali tecniche della chirurgia.

Riesce a percepire la saggezza e la purezza della cultura dei nativi, priva di complicate sovrastrutture, semplice, giusta, libera…e oppressa.

L’autrice attraverso Julia ci fa conoscere la posizione della donna nella società dell’epoca, cosa ci si aspettava da loro, come dovevano combattere per inseguire i propri sogni.

Con Daniel invece si tocca un altro tema fondamentale: il riscatto. Sopravvivere a un’ingiustizia è doloroso, porta all’isolamento, a segnare i propri confini senza permettere a nessuno di entrarci. La vita del fuorilegge è una vita solitaria e vuota. L’amore, soltanto quello sarà la forza trainante del riscatto. Un amore libero da costrizioni, profondo , un amore dal quale non si può scappare.

Un libro intenso, con emozioni a ogni pagina, scritto bene, scritto col cuore, scritto con abilità.

Mai stucchevole, mai scontato.

Un equilibrio impeccabile.

Un romance che non è solo per gli amanti del genere, ma per tutti quelli che desiderano leggere un libro completo, ben costruito, dalla trama avvincente, con personaggi veri e non verosimili.

Un’opera che riscattando il suo personaggio, con il suo profumo, riscatta tutto il genere, a volte bistrattato.

Review party di “Matrimonio d’onore” di Marilena Boccola, Dri editore. A cura di Irene Ceneri, con un approfondimento a cura di Alessandra Micheli

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La recensione: Matrimonio d’onore, un libro per palati fini.

A cura di Irene Ceneri

 

Ho divorato questo libro in breve tempo. Non conoscevo fino ad ora la sua autrice, eppure si è conquistata un posto sicuro con le sue prossime opere nella mia libreria. 

Il genere regency non è così semplice da trattare come si potrebbe pensare. Si deve far capo ad uso e costumi di epoche lontane, senz’altro diverse da quelle attuali, ed i personaggi devono incarnare alla perfezione uomini e donne di quel passato. 

MATRIMONIO D’ONORE è un romanzo ben scritto, cattura l’attenzione sin dalla prima parola.

Inizia con il racconto di una famiglia devastata dal dolore per la perdita sin troppo prematura di una madre. Se proprio devo trovare un difetto, sicuramente risiede nella trama. Si riesce benissimo a capire dove andrà a parare, ma questo non fa calare l’interesse, anzi fa venir voglia di andare avanti perché si vuole gustare il momento che stiamo aspettando di leggere. 

Ho amato particolarmente una scena, quella dell’incontro di sguardi tra Edward ed Ester a teatro, la descrizione dei luoghi e quel sentirsi attratti che si riesce a percepire sulla nostra stessa pelle durante la lettura. 

E non ti dico la bellezza degli arredi in velluto rosso e avorio, gli stucchi e le decorazioni dorate, la sontuosità delle colonne in marmo e delle statue classicheggianti, per non parlare dell’imponenza delle gradinate, dei numerosi palchi riservati e delle eleganti gallerie!”

Le descrizioni dei luoghi sono brevi, ma molto precise. Il romanzo non annoia mai, dall’inizio alla fine. I personaggi sono caratterizzati in modo perfetto, tanto da amare tutti loro dal primo istante in cui il romanzo ce li fa incontrare… e l’amore, così profondo e così vero che vive tra le pagine di questo libro ci racconta ciò che è la realtà. Un amore non è sempre rose e fiori, non è semplice, non è sempre una favola… l’amore è amore, e basta. 

Consiglio questo libro a chi ama il “c’era una volta” a chi vuole sognare, ed a chi vuole vivere emozioni contrastanti attraverso la sua lettura.

Gli occhi del maggiore si accesero di inaspettato turbamento, mentre quelli della giovane sconosciuta furono invasi da confuso stupore per l’evidente sorpresa di sentirsi osservata con tanta voluttuosa intensità”

 

 

Un approfondimento: Matrimonio D’onore il libro che restituisce vigore al messaggio austeniano.

A cura Di Micheli Alessandra 

 

Inizio questo piccolo approfondimento ammettendo la mia unica pecca. Non leggo rosa.

E non per qualche snobbistica motivazione (tranne il fatto che quelli prodotti ora non elogiano certo il genere…ah mia povera Liala!) ma perché, avendone letti molti nella mia adolescenza, ho fatto indigestione di Delly, Cartland e compagnia bella.

E così, il mio lato oscuro prende il sopravvento facendomi prediligere orrori e omicidi.

E ammetto anche, che essendomi nutrita di vere emozioni, di soavi afflati amorosi, molti dei nuovi rosa sono di scarso interesse. Che siano di ambientazione fantasy, storica o altro preferisco evitarli.

E poi capitano giornate cosi luminose da farti dire, vabbè ma perché non leggerne uno?

E visto l’opportunità datami dalla Dri editore ho approfittato e mi sono messa nella mia comoda poltrona dagli sgargianti cuscini…e mi sono innamorata della scrittura di Marilena Boccola.

Graffiante e al tempo stesso soave, ma con una sottile vena sarcastica che non stonerebbe sulla mia prediletta Austen.

Del resto da lei ha appreso molto.

Badate bene alla parole, appreso non “copiato”.

Ella si è nutrita di letture, di sogni e immaginazione, di insegnamenti preziosi, di argute tecniche letterarie, di astuti abbellimenti per poi prendere i temi eterni della letteratura e innovarli, infondendo in loro la necessaria modernità.

Ecco che ci troviamo di fronte, quindi alla vera, autentica originalità, di chi sa rubare l’arte dello scrivere, e inserirvi le sue personali indagini sui moti dell’animo e la società del tempo, nascondendo tutto sotto il perfetto intrigo amoroso.

Ma andiamo per gradi.

Prima di tutto vi ho accennato la mia avversione per il rosa.

Totalmente superata grazie alla nostra impavida autrice.

Anche se trovo e lo sottolineo questo testo molto più storico di tanti altri, magari più pomposi, più altisonanti ma sicuramente meno capaci di attrarre.

Quando si legge storico, o si è appassionati o si ha un moto di vera repulsione.

Troppo pesante, troppo dettagliato, troppo a volte privo di anima.

Mentre la storia è viva ed è il nostro antefatto, quello che spiega oggi cosa stiamo vivendo in questo buio e gelido secolo perduto.

E allora trovo idoneo e intelligente mascherare il racconto di un epoca, del suo ethos e delle sue ossessioni, attraverso escamotage letterari.

La storia d’amore è uno di questi.

Grazie al percorso relazionale che unisce, se non dopo impervie difficoltà due anime, è possibile e anzi doveroso raccontare altro.

Ad esempio di che tipo di difficoltà di tratta.

Quali sono i pregiudizi che intaccano quella naturale propensione umana a voler interagire con l’altro sesso.

Nel caso dell’epoca scelta poi, è di vitale importanza saperlo raccontare, ossia il periodo napoleonico che precede e fa da apripista al più conosciuto vittoriano, un vero momento di transizione.

Come ci ha giustamente dimostrato la Austen era pieno di stimoli verso un progresso che persino l’Inghilterra riuscirà a “odorare”.

E forse proprio per quegli straordinari effluvi si posa come il primo e più famigerato muro contro l’invasione delle idee napoleoniche.

Lo si ritrova nella moda, elegante a la tempo stesso maliziosa con quel suo sottolineare senza evidenziarle troppo le curve, senza quelle ingombranti sottogonne che sembravano voler nascondere la femminilità.

Ma soprattutto, era la donna a essere diversa, quasi una promessa di libertà dalle convezioni che, al tempo stesso, tentavano di avvilupparsi strettamente alla sua fantasia.

Le donne della Auten cosi come quelle della meravigliosa Boccola, sono variopinte.

C’è Charlotte che richiama seppur se ne discosta perché più delineata e più attuale, la meravigliosa Emma. O alla spavalda Elizaberth Bennett che tento fece penare il nostro povero Darcy.

E Edith che richiama tratti della strana e timida Fanny Price, ma con il nascosto ardore di Marianna Dashwood.

E Marilena, la Austen la conosce bene, visto che comprende e lo racconta nel libro stesso, la sua vena sarcastica di atroce e cinica critica ai costumi societari dell’epoca, costume che tentavano appunto, di imbrigliare il progresso.

“Quello che sto leggendo in questo momento, ad esempio, indaga in modo molto sottile e altrettanto ironico la società inglese dei nostri tempi; non a caso s’intitola Orgoglio e pregiudizio!”

E che, come descritto in Fanny Price,soccomberanno sotto la pruderie.

E cosi la modernità delle due protagoniste fa risultare ancor più stridente il contrasto con le assurde regole del buon vivere inglese, cosi attento all’etichetta e cosi ansioso di nascondere le proprie turbe e le proprie contraddizioni sotto eleganti tappeti o in bui angoli.

Ecco che il romanzo devia da perfetto classico rosa verso uno storico che fa dell’ironia una sottile ma abile arma di denuncia.

Attraverso il dramma amoroso di Edith e Edward si deride in modo aggraziato e elegante proprio la società che contrasta e costringe entrambi a nascondere le propria natura: quella di sognatore di Edward e di donna dall’animo incandescente e mai ebbra di vita di Edith. E attraverso un linguaggio delicato, una trama scorrevole Marilena mi conquista con pungenti affermazioni:

La vita a Londra è molto diversa da quella nell’Hampshire alla quale sono abituata. Qui ogni cosa è più frenetica, vivace e scintillante ma, forse, come piano piano sto imparando a capire, non si tratta altro che di una maschera dorata che cela la vera faccia delle persone.

E cosa dire di una sorta di critica alla condizione femminile?

Per quanto fossero affezionate a zia Mary Anne, avendola frequentata fin da bambine, erano consapevoli del fatto che il suo carattere e il suo modo di fare fossero ben diversi da quelli della madre, la quale le aveva educate trasmettendo loro l’amore per l’arte, la musica e la letteratura, ma soprattutto per l’indipendenza. Di conseguenza, Esther e Charlotte, cresciute con uno spirito libero e un animo sensibile alla bellezza, rischiavano di apparire alquanto bizzarre agli occhi dei benpensanti, per i quali una donna non avrebbe dovuto ambire a nient’altro se non a una bella casa nella quale ricevere gli ospiti e allo sfoggio di una buona posizione sociale.

Ed è un omaggio alla sua musa, zia Jane che fu capace, al suo tempo di rompere le convenzioni sociali e dare una spinta all’indipendenza femminile, purtroppo taciuta e incatenata dal periodo vittoriano.

Seppur con uno stile diverso, moderno e più consapevole, Marilena cavalca il lascito di zia Jane, rendendo il suo messaggio eterno e togliendolo dalla polverosa idea che, in fondo, era oramai un messaggio superato.

La Austen sarebbe fiera di te Marilena!

“Review Party “Waterloo. I cento giorni leggendari” di Matteo Bruno, Leone editore. A cura di Alessandra Micheli

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sono Napoleone il vostro imperatore e sono tornato dall’esilio cui ero ingiustamente costretto. Oggi sono di nuovo al vostro fianco a chiedere l’apporto glorioso delle vostre armi…apri le braccia come un padre affettuoso che richiama i figli alla propria dimora e un boato di gioia percorse le file dei soldati di Nay che non seppero resistere, allo stesso modo di un infatuato alla vista della sua bella.

La forza evocativa di Matteo Bruno pervade ogni pagina di questo affresco straordinario sull’ultima grande impresa di Napoleone ( Nappi come amo chiamarlo tra me e me).

E non nego di essermi unita al coro perfettamente evocato dall’arte di questo meraviglioso scrittore urlando

Vive L’empereur!

Il carisma del grande condottiero emerge da queste pagine, emerge in tutta la sua forza e strabilia, emoziona e seduce.

Nonostante si tratti del periodo finale della sua avventura, è forse quello più importante, perché dalla caduta del grande piccolo uomo, nonostante i gretti tentativi degli stati europei di porre fine ai suo vaneggiamenti rivoluzionari tramite le rigidità emerse dal congresso di Vienna, il seme non poté fare altro, una volta apparentemente marcito, di germogliare.

E fu proprio la sconfitta di Waterloo quel seme imperituro, che poi porterà ai moti rivoluzionari degli anni 30 e del 48, fino alla conquista dell’indipendenza italiana.

Ideali portati dalla Francia forse colorati di quel tocco di armonia che mancò, inesorabilmente, alla rivoluzione francese.

Se il primo passo di libertà, uguaglianza e fraternità, non coinvolse del tutto, rea una eccessiva razionalizzazione dei concetti, con Napoleone alla logicità dell’evoluzione si affiancò quel necessario sentimento patriottico, sentimentale, che caratterizza i grandi ideali, o le verità eterne citate spesso da Sant’Agostino.

Non ideologie come siamo abituati a considerare i moti di ribaltamento del potere, ma con quella forza armoniosa che alcune idee, mutuate dall’iperuranio, portano purezza nelle nostre menti, e che sostituiscono il sangue da pompare al nostro cuore.

L’ideale è quel fluido necessario che ci fa sentire parte di un progetto più ampio.

E volenti o nolenti, nonostante la crudezza del suo sogno, per molti utopico e scellerato, non si può restare inermi di fronte a quell’enigmatica e oramai mitica figura.

Napoleone seppe infuocare gli animi e sostituire amori particolari e egoistici con impeti più universali, cosi come ci dimostra Boschi:

avrebbe dovuto trovare un’altra ragione di vivere per riempire un vuoto doloroso in cui si sentii sprofondare.

Perché seguire quindi un piano che aveva delle enormi falle?

Perché credere in una Francia diversa, libera più giusta, senza gli egoismi nobiliari che troppo spesso avevano portato lo stato nazionale a sprofondare?

Perché il mondo ha bisogno di sognatori.

E l’avventura rivoluzionaria non ha solo importanza per un mondo che grazie a quegli stimoli cambierà, anche se con sangue e sudore, ma su un ragazzo, che grazie a Waterloo diventerà un uomo:

solo dopo averli perduti si rese conto di quanto per lui fossero stati importanti quegli ideali

Non li hai mai perduti Boschi.

Sono giunti sfavillanti e meravigliosi nelle mie mani.

E li custodirò come un dono prezioso.

Review Party: “Ogni tuo passo” di Alice Feeney, Editrice Nord. A cura di Francesca Giovannetti

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Il marito di Aimee Sinclair, Ben, sparisce nel nulla dopo aver prosciugato il loro conto in banca. Aimee ne è quasi sollevata, nonostante il furto subito, perché Ben è un uomo violento. Ma tutto inizia a complicarsi quando la polizia le rivela di avere un video dove si vede che lei stessa ha prelevato il denaro. Da bambina le è stata diagnosticata una amnesia selettiva a causa di un grosso trauma, ma in realtà Aimee ricorda tutto ciò che ha vissuto nell’infanzia. E adesso? Perché non rammenta di aver fatto ciò che vede nella registrazione? Tra incubi del passato e fantasmi del presente, una corsa contro se stessi e il mondo intero che cerca di incastrarla.

Angosciante, incalzante, inquietante.

Un thriller psicologico magistralmente costruito, tra passato e presente, in un incastro perfetto.

Una protagonista con più ombre che luci, che ha subito nell’infanzia un trauma atroce.

La ricerca dell’identità è la chiave di tutto il romanzo.

Un continuo perdersi e ritrovarsi, un attaccamento alla radice mentre si esplora il mondo.

Chi siamo, chi sembriamo; sostanza e apparenza; verità e mistificazione.

Un crescendo di dolore e presa di coscienza mentre la protagonista si cala in ciò che era, nel suo evolversi, nel suo essere attuale.

Poca luce, molto buio.

Su tutto la consapevolezza, atroce e imperfetta, di se stessi.

Una trama costruita alla perfezione, mattone su mattone, con flashback cadenzati che dipanano la matassa dell’intreccio.

E il lettore rimane lì, avido di sapere.

I contorni ben delineati dei personaggi si battono convulsamente contro l’intreccio che cattura e rimane sospeso, per giungere con maestrìa a un finale inatteso.

Un romanzo con uno stile fluido e scorrevole, con un ritmo costante e con personaggi ben costruiti.

L’autrice ci conduce negli abissi di incubi e lucide follie umane, con mano sicura e poco rassicurante.

Ogni tuo passo.

Sembra di udirlo scandito, questo titolo, ogni-tuo-passo : qualcuno ti vede, ti osserva, ti manipola.

Come trovare una via d’uscita?

E soprattutto: c’è il desiderio di una via di uscita?

Ciò che appare non è ciò che siamo, ma forse, potrebbe essere la migliore carta per vivere o sopravvivere. E il titolo originale è l’affermazione che più incute terrore a Aimee “I know who you are” – So chi sei .

Un sollievo?

Una maledizione?

Questo romanzo vi rimarrà scolpito nella memoria, con un profondo senso di inquietudine che vi sfiorerà ogni volta che vi poserete sopra gli occhi: So chi sei.

E noi…sappiamo chi sono le persone che ci circondano?

Review party. “Il kamikaze di chellophane” di Ferdinando Salamino. A cura di Alessandra Micheli

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Spesso mi sento dire che ho un discreto talento nel recensire libri.

A parte la mia vena profondamente critica, che mi fa dire sempre che lunga è la strada per acquisire tecnica, bravura e perfezione.

In realtà credo che il talento vada cercato e con lui instaurato un dialogo per far si che sia capace di parlarti.

E non sempre il talento mi narra storie.

Spesso è silente.

E non capisco mai se gli sto sul cazzo in quel momento o se semplicemente non avevo la chiave giusta per entrare nel suo mondo.

E la chiave è il libro.

E se il libro resta esso stesso muto, la mia presunta bravura svanisce, come i sogni all’alba.

Ecco io non sono brava.

Sono solo il canale giusto da percorrere perché la parola diventi azione, il ponte percorribile affinché il senso possa giungere allegro e saltellante a voi.

Io non sono nulla.

E’ il libro tutto.

E se il libro non comunica, non riesce a urlare alla mia mente, a usarmi per diventare, io non posso scrivere.

E se non scrivo significa che non ho pensato.

O sognato.

E quindi il libro, per quanto perfetto nella vostra adorata forma, quella vanesia religione che io aborro, resta zitto.

Ha fallito.

Perché se resta taciturno, il mondo non cambia, né si muove.

Resta tutto fermo immobile e sempre uguale.

E un mondo cosi è un mondo morto.

Pertanto non sono io la brava, ma è il libro il mio dio.

E in questo caso il dio ha parlato.

Tra le pagine virtuali o reali, il suo frusciare ( vi garantisco che per noi sognatori anche l’ebook ha il suo fruscio) è un sussurro all’anima e mi dice siediti, e inizia ad ascoltare.

Cosi dopo aver concluso il libro di Salamino ho udito quel fruscio.

E ho sorriso perché sapevo che avrei presto ottenuto le confidenze dei suoi personaggi, la parola dietro la parola e il segreto dietro l’apparenza. E non vedevo l’ora perché la scoperta e il viaggio è sempre un emozione. Questo libro però, a differenza degli altri premeva, era impaziente.

Non ne voleva sapere proprio di aspettare l’indomani.

E io avevo una serata ricca, con i miei film, i miei cartoni, e i le mie scemità.

Ma il testo non poteva aspettare.

Cosi eccomi a voi.

Cercando di dare forma logica e coerente alle mille diverse voci che si accavallano pur possedendo nella apparente caotica volontà di farsi udire,una loro meravigliosa musicalità, per nulla cacofonica.

La prima voce mi narra dei capolinea.

Sa che conosco quei bivi, avendone incontrati a iosa nella mia vita. Vedete noi nasciamo immersi in un mondo che è apparentemente ostile e sono sicura che fin da piccoli ci scontriamo con quel mondo che ci vuole tutti uguali, bravi soldatini in fila per tre, come direbbe il buon Edoardo Bennato.

Fin da infanti impariamo il bene e il male, rigidamente delineati senza possibilità di sfumatura.

Dividiamo i buoni dai cattivi e cosa ancor più importante i sani dai folli. Attenzione.

E’ molto importante imparare la lezioncina a memoria.

Bisogna assecondare le aspettative e mai, dico e sottolineo mai, farsi domande.

Capite che per esseri strani come me direi “deformati”, non era conveniente pensare che il sussurro del vento fossero le voci delle fate.

O che invisibili esseri ti accompagnassero alla scoperta del tuo reale e ti sussurrassero altre prospettive, altre visuali da cui osservare l’universo.

Il mondo è cosi.

O sei abbastanza geniale da sfidarlo o non devi neanche osare un comportamento bizzarro.

Michele e io eravamo simili.

Con la differenza che i miei genitori quella matta che parlava alle fate o osservava incantata le lucertole al sole, piaceva.

Eh si miei cari.

Io piacevo un sacco ai miei genitori.

E credetemi non è cosa cosi scontata piacere per come si è.

Piacevano le mie argute risposte, il mio domandarmi, il mio essere ribelle, il mio dire no all’autorità.

Unica cosa su cui non transigevano era il no di classe.

Mai volgare, mai maleducato.

Potevo dire no con ironia e sarcasmo.

Anzi, molto spesso incoraggiavano questa mia distorsione mentale.

Con un cipiglio apparentemente severo e un occhiolino come a dirmi “Vai Ale, diventa e sii orgogliosa di essere diversa”.

Fu grazie a loro che superai quasi indenne gli anni duri dell’adolescenza. Capite.

Una che preferiva sognare sui libri e soprattutto su Robin Hood o sulle autobiografie dei ribelli di ogni tempo, era molto difficile la vita.

O vedevi non è la rai o eri out.

E io Out lo ero del tutto.

Ma vedete, non ho mai accettato il ruolo da vittima.

Anzi, mi incazzavo come una bestia e già a 13 anni parlavo di anticonformismo, di libertà e di anarchia.

Un soldo di cacio incontenibile.

E i miei genitori più folli di me, mi donavano silenziosi gli strumenti adatti.

Nessuno di loro si è mai piegato alla vita.

Mai.

Quindi capite, la loro apparente appartenenza alla classe oserei dire medio bassa, contrastava con quella spinta che mi fornivano.

E mi invitavano quindi a non abbassare mai la testa.

Eh si se sono una dannata stronza prendetevela con loro.

Ma vedete, quando siete diversi, quando qualcosa nel vostro cervello non collima con le parti della società per bene e non avete genitori capaci di darvi la spinta a ascoltare voi stessi e affrontare il capolinea con coraggio, il disastro è pronto ad aspettarvi all’angolo della strada. Michele non aveva modelli sani, aveva dei vinti che insegnavano, inconsciamente, a chinare la testa.

Michele non aveva modelli sani, aveva dei vinti che insegnavano, inconsciamente, a chinare la testa.

Essere vittime compiaciute e compiacenti, o semplicemente finire nella categorie dei reietti.

E in quella categoria ecco la seconda voce, la società ci sguazza.

Ho capito fin troppo presto che la società ha bisogno forse più di modelli negativi, di dissidenti, di devianti, di malati mentali che di uomini integri. L’integrità, infatti, mette a rischio lo status quò.

La devianza funge da monito: vedi che se sei folle rischi l’esclusione sociale?

E non solo.

I matti, ossia spesso persone geniali, persone che a loro modo si ribellano al silenzio, all’ipocrisia, alle gerarchie, servono agli altri per sentirsi migliori.

Senza un Michele, Cruciani non si sentirebbe superiore.

Senza una Maddalena da lapidare, nessuno si sentirebbe un compassionevole cristo.

E cosi i diversi, cosi voglio chiamarli, sono offerti in un olocausto salvifico al dio societario che in cambio ci promette che nulla si muova, che nulla cambi, che nulla si modifichi.

E la stasi diviene il nostro biglietto per un paradiso in cui restare congelati in eterno, senza il terrore del dolore.

Perché il dolore ed ecco la seconda voce, è quello che ci rende empatici e davvero capaci di provare compassione. E sapete che compassione significa com- patire, ossia comunanza di dolore.

E il dolore, quello che ci fa tanta paura oggi, salva.

Redime.

Distrugge gli strati di chellophane con cui circondiamo il cuore, impauriti perché possa finire lacerato.

Il chellophane protegge dai batteri il cibo, lo preserva allo stato iniziale.

E cosi fa con noi.

Ci protegge dai batteri capaci di scatenare una reazione ci preserva in un immobilità eterna e inutile.

Perché sapete che se un batterio invade l’organismo, esso si risveglia?

E reagisce.

Inizia a combattere.

E credetemi la nostra realtà tutto vuole tranne che combattere.

E magari cambiare.

E allora ci sono quegli istanti, istanti in cui è possibile sollevare il chellophane per poter permettere all’infezione di emergere, essere curata, suppurata con dolore, capace di innescare il movimento.

Ma nessuno ha il coraggio.

Nessuno vuole faticare per capire.

Non si pulisce, si nasconde il granello di sporco sotto il tappeto, o sotto il divano.

Capire quanto un ragazzo vissuto in una realtà malsana, non possa avere altro mantra che vendetta, odio e violenza.

E anche quando chiede un mondo diverso, quando si rifugia nella sua realtà segreta, quando si aggrappa a uno scoglio, a un’ancora per non naufragare, il sollievo gli viene tolto.

A Michele vengono tolti i libri, l’unico suo appiglio per poter guardare il capolinea.

E allora il messaggio che recepisce è questo: tu non puoi essere felice perché sei matto.

Sei diverso, sei strano.

E lui reagisce nel modo migliore, incompreso ai cervelloni: ferisce se stesso per non cedere alle lusinghe del mondo che lo vuole marcio. Michele è, e vi inorridirà saperlo, un eroe positivo.

Ama cosi tanto la vita che non vuole infangarla con la violenza.

Perché basterebbe un passo per sfogarsi sugli altri, la propria frustrazione.

Credetemi è la via facile.

L’altra costa coraggio.

Fidatevi.

Cazzo se costa.

E quello che rivolge a se stesso è solo l’atto disperato e ribelle di chi piuttosto che finire nel fango ed essere etichettato, dice no.

Preferisco sanguinare io stesso, perché è quel mio sangue grondante no che salva la terra, il mondo e questa malata società.

Siete voi i criminali.

Voi che ballate sui cadaveri dei diversi resi criminali.

Sui cadaveri delle dee pure, ridotte a puttane per il vostro marcio edonismo.

Siete voi, non i reietti.

In questo libro gli atti più immensi di amore e coraggio li fanno i perdenti.

Che vincono perché lottano, cambiano e si redimono grazie alla sofferenza.

Quella che voi sani temete.

Perché non conoscete e non conoscerete mia la bellezza dell’abisso.

La rifiutate.

Lodate e inneggiate al dio apparenza.

Noi matti, i folli, gli strani abbiamo le palle per vivere.

Quelle di affrontare il dolore e dirgli fermati, ora adesso e guardami: tu non sei un cazzo di niente ma io sono un uomo.

Quelle di affrontare la verità e svelarla, anche a costo di distruggere le nostre comode poltrone di velluto.

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Le altre tappe.

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