“James Hook. Il pirata che navigò in cielo” di Mario Petillo, Scatole Parlanti. A cura di Alessandra Micheli

Molto spesso le fiabe rivelano qualcosa di unico e profondo in ognuno di noi.

E a seconda della favola o della fiaba scelta, la nostra anima quell’elemento cosi cangiante e cosi sfaccettato riesce a esprimersi.

E sopratutto a raffigurare quel lato segreto e profondo che il giorno ci costringe a nascondere, per indossare la facciata edulcorata da mostrare alla bramosia di un mondo che ci scruta si ma non intende vederci.

E cosi l’altra parte della luna, l’ombra, viaggia nei terreni impervi del sogno, lasciando tracce nell’esistenza diurna negli occhi che ogni tanto hanno un guizzo strano.

Un po’ come il lampo rosso nella pupilla del nostro moderno demone del potere, quel Voldemort descritto magistralmente dalla Rowling.

Ecco perché abbiamo tutti la favola o la fiaba o la storia preferita, perché essa raccoglie la voce nascosta del nostro io.

Il problema è che spesso, nonostante tutte le favole e le storia abbiamo un lato nero, questo viene quasi soffocato e lasciato marcire tramite un acerrimo nemico: il passaparola.

E cosi Bianceneve diventa la bambola che tanto ci piace in eterna attesa del suo maestoso principe, Hansel e Gretel non sono cosi attratti dal bosco nero come racconta la favola originaria.

E Alice ne paese delle meraviglie, la mia di favola, perde un po’ quel lato quasi tenebroso che però aleggia in ogni passo del testo riducendosi a una follia per nulla contenuta. Non a caso questo libro meraviglioso spaventa ancora chi segue una logica stringata, chi viaggia nei regni della fantasia e chi rifiuta il salto nel vuoto creato dal nonsense.

Ma un aLTRA favola viene minacciata dal nostro perfetto mondo fatto di routine e di limiti alla fantasia: Peter Pan.

Una piccola digressione.

Che siano fantastici o immaginari i mondi oggi da noi creati, soffrono del limite del rigor logico.

Non sono affatto fiumi in piena che travolgono, ma laghetti placidi in cui ogni tanto un guizzo ci risveglia da un sonnolento torpore. Ed è la presenza di coerenza logica, totalmente fuori dallo schema follia, che ci invade la mente rendendoci perfetti adorabili finti viaggiatori dell’ignoto.

Ma Alice e Peter Pan non possono assolutamente essere vittime di questa strana e orribile censura.

Non possono essere logici né spiegati.

Non si può tracciare una mappa dell’isola che non c’è,neanche collocarla con le dimensioni conosciute.

E’ seconda e poi dritto.

Non ci sono altre coordinate, per questo solo chi è inondato di povere fatata può trovarla.

O chi è scelto da uno strano folletto vestiti di verde che in cerca di un ombra sfuggita dal suo controllo viene a bussare alla finestra per impadronirsi della tua storia e lasciarti restare bambino in eterno…un bambino però perduto, quindi in realtà non esistente, in realtà incapace di trovare la sua dimensione corporea e il suo destino.

Voi avete visto il Peter della Disney.

Adorabile eppure…non avete per caso notato quel ghigno strano?

Non avete avuto un brivido quando vi ha sorriso?

Non avete notato che, in fondo, lui i bambini li rapisce?

Perché è quell’atto contro la morale che terrorizza i signori Darling e che a Wendy procura un senso strano di nostalgia. Una nostalgia di chi, in fondo, è vittima di una seduzione momentanea che scardina i veri sogni che nascondo con ogni bimbo.

E non vi è sembrata quella meravigliosa Tinkerbell un po’ dispettosa, fino ad arrivare a una certa demoniaca crudeltà?

Tutto per gelosia, per vendicarsi dell’altra donna, profondamente attratta dalla spavalderia crudele di Peter.

Che dopo aver sedotto Giglio Tigrato, la lascia in disparte per godere della presenza della sua nova prescelta.

Non a caso questa strana voglia di bere alla fonte delle emozioni di un altro o di un altra, senza riguardo per i sentimenti e per la sua sensibilità viene chiamata sindrome di Peter Pan.

E per quanto Crudele possa mai essere il capitano Hook, alla fine non è che un pirata affatto disumano a cui però, Peter strappa una mano e la butta in pasto al coccodrillo.

Non una scena degnsa di un film horror?

Ascoltate…non sentite l’eco lugubre dell’oscurità degna di una vera storia?

Non vi invade una sorta di intrigante propensione per quel piccolo punto nero che sussurra parole d’amore alla vostra anima?

E’ quel richiamo che prende e ci confonde, che ci seduce e che ci restituisce alla luce mischiata al buio, alla notte piena di stelle eppure al tempo stesso cosi tenebrosa.

All’illogicità e alla fantasia senza confini, che a volte non fa altro che prendere il sopravvento e toglierci, forse, quella voglia di rendere i pensieri azioni. La fantasia la nostra compagna può essere una dolce dittatura, costringendoci a rinunciare alle nostre potenzialità, alle decisioni su come viverla la vita e non solo sognarla.

Su come muoversi invece di dormire e sognare soltanto sognare, un mondo diverso.

E in una lettura diversa forse più matura, capace di sopportare il lato tenebroso delle storie, Capitan Uncino non è proprio il cattivo di turno.

E Peter Pan non è cosi adorabile.

Uno che rapisce per suo diletto i giovani per nutrirsi delle loro emozioni e fantasie e costruire, anzi dominare l’isola che non c’è.

Che come ogni fantasia portata all’eccesso diviene non più logo di ristoro ma prigione.

E in questa meravigliosa storia, Uncino ci racconta un po’ il nostro percorso umano, quando qualcosa irrompe nella tua vita costringendoti a abbandonare la voglia di creare qualcosa di duraturo dalla rabbia.

Si perché è dalla rabbia che si deve agire per migliorare il mondo che ci è stato regalato.

O in cui per un oscuro disegno siamo finiti.

E la fantasia non è l’ostacolo che impedisce di vivere, isolandosi in un eterna giovinezza che, simbolicamente, è una non coscienza della propria responsabilità come uomini.

La fantasia colora e ci fa vedere il mondo in un altra ottica.

Non lo rifiuta.

E allora il nostro Capitan Uncino è forse il vero ribelle e il vero re dell’isola che non c’è, colui capace di coniugare l’immagine onirica con l’azione quotidiana.

Beh non so voi, ma io tifo per il mio adorato Hook.

In fondo ho sempre amato i personaggi scomodi.

Perché sono sicura che in fondo, anche Peter non è altro che uno slogan per chi, non vuole farci volare, ma incatenarci sempre di più facendo avvizzire il senso ribelle in favore di un mondo preconfezionato.

Fidatevi, la fantasia è rivoluzione.

E adesso sedetevi, e ascoltate la sua versione della storia.

Colmerà tante lacune e vi affascinerà come ha affascinato me.

E forse alla fine del racconto con occhi brillanti e fieri, invasi da un fuoco inestinguibile, spererete come me che un giorno il nostro Hook trionferà su quel folletto arrogante e totalitario che ha deciso, per una sua ossessione, di privare i prescelti della vera autentica libertà: quella di crescere, imparare e evolvere.

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