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Chi ama l’Egitto ama anche le straordinarie scoperte degli archeologi, quelli che hanno aperto la strada a una migliore comprensione dell’antico Egitto. Una comprensione che ci sfugge essendo una civiltà completamente sospesa in un tempo indefinito, nonostante la sua realtà tangibile. L’Egitto è vivo soprattutto in quel limbo chiamato “zep tepi” il primo tempo. Un tempo in cui le divinità camminavano accanto agli uomini, le stelle erano così vicine all’uomo da essere toccate e entità extraterrestri ( non aliene ma non di questo mondo) vibravano di luce propria donando consapevolezza di se all’uomo. E’ in questo contenitore di spazio e tempo che i faraoni ma la stessa società traeva forza. Tanto che gli archeologici, una volta scoperto il sito da assaltare si trovavano in una dimensione magica e sospesa. Indietro nel tempo non tempo.

Isabel Giustiniani racconta una di queste rivoluzionarie imprese archeologiche, quella portata avanti da Howard Carter, egittologo e archeologo che deve la sua fama alla scoperta della tomba del faraone bambino Tutankhamon. Non a caso è stata definita la più grande scoperta del XX secolo poiché riguardava una delle figure più controverse della storia egiziana. Tutankhamon fu il figlio di un controverso personaggio chiamato non a caso il faraone eretico Akhenaton. Questo tentò di stravolgere letteralmente l’intera tradizione religiosa egiziana, basta su un culto astronomico e politeista molto particolare e interessante a favore di un monoteismo con la devozione al Dio Aton considerata l’unica vera autentica fonte di verità. Un culto che appariva agli occhi dei suoi pari e del popolo profondamente estraneo all’ethos egiziano. Questa religione profondamente intransigente proiettata però verso spazi aperti priva del necessario attributo di nascosta, e offerta senza veli al popolo. si è molto dibattuto sull’eresia amarniana, persino il venerabile Sigmund Freud in un suo testo tentò di identificare questo alieno faraone con la figura biblica di Moshe. In realtà gli studi storici propongono più che altro una versione molto più politica che richiamò la stessa strategia costantiniana ossia di unificare il paese sotto un’unica fede allontanando al tempo stesso la minaccia dello strapotere del clero amorniano, già peraltro iniziata sotto i suoi predecessori Thutmosi III e Amenofi III .

 Tutankhamon succedette giovanissimo al padre tra i nove e i dieci anni circa tanto che data la giovane età fu seguito da un consiglio di reggenza costituito da Ay e da Homreb.  Potete quindi comprendere come, il ritrovamento di un simil tomba possa essere stato di importanza capitale soprattutto per meglio comprendere una figura avvolta nel mistero, controversa e sicuramente non eccessivamente amata dai sudditi.

Una tomba bellissima, denominata KV62 che causò, come ci racconta la straordinaria e colta autrice un vero e proprio shock emozionale, tanto da riportare le famosissime parole pronunciate da Carter:

Riuscite a vedere qualcosa? Sì, cose meravigliose! »

Questo dialogo e riportato pari passo dalla Giustiniani e viene preso dal vero dialogo tra Howard Carter e il suo mentore lord Carnavon che segnò la prima visione della camera funeraria e presente nel libro della Garzanti del 1973 intitolato appunto Tutankhamon.

Cosa si celava in questa tomba? La tomba si dimostrò essere la più piccola della valle dei Re ma stranamente la più ricca di corredo funebre. a descrizione perfetta dell’autrice risalta repentina all’immaginario. Ori, suppellettili, lusso e quel tocco di mistero che avvolgeva le mummie perfette di quelle lontane epoche. E’ tutto perfettamente riportato, con uno stile scorrevole nonostante la precisione storica. Riguardo alla usa salvaguardia ( unica tomba intatta e non saccheggiata nei secoli) si spiega in modo perfetto che la sua fortuna o la lungimiranza dei costruttori si manifesta ponendo la stanza reale a un livello inferiore rispetto alla tomba di Ramses VI che aveva regnato circa 200 anni dopo Tutankhamon gli opera che avevano proceduto alla realizzazione della successiva camera sepolcrale avevano costruito le proprie capanne di ricovero sopra l’ingresso della KV62 il che, dimostrava che già nelle precedenti epoche si erano perse le tracce. Del resto era il figlio del faraone eretico, il più odiato e discusso onta e macchia lungo l’egregia storia di una comunità sempre fedele a se stesso. I segreti del faraone bambino non sono ancora del tutto scoperti. esiste infatti il 90% di possibilità secondo Nicholas Reeeves che dietro i dipinti delle camere funerarie possano celarsi delle altri locali celati ( tra questi la sepoltura di Nefertiti) ipotesi confermata nel marzo del 2016 dal ministro delle antichità egiziane Mamdouh al Damati.

Conto molto sull’abilità della Giuistiniani di impiantare un altro splendido romanzo su questa notevole scoperta oramai quasi una certezza. 

Nel testo sono presenti anche elementi quasi fantasy. dico quasi perché uno si riferisce a una leggenda ma comprovata ma famosissima tra noi poveri appassionati di egittologia ossia l’esistenza di una maledizione che perseguiterebbe coloro che hanno osato profanare l’eterno riposo del faraone. non scordiamo che per l’antico egizio ancor più per gli appartenenti dell’eresia di Aton, il re non era soltanto un garante del patto politico ma un autentico Horus o Aton incarnato. La divinità scendeva dall’alto in una particolare rito di intronizzazione splendidamente descritto dai tesati delle piramidi. violare il sepolcro del re sacerdote equivaleva a infrangere un tabù sacro.

La leggenda vuole che in concomitanza della morta di lord Carnavon, sia stato ritrovato un testo sulla porta del secondo sacrario, vicino all’immagine di una Dea Alata che sentenziava:

La morte verrà sulle ali per colui che profanerà la tomba del faraone

Un cronista invece riporterà le parole di un presunto negromante e sedicente archeologo che avrebbe riportato la fasulla notizia del ritrovamento di una stele

siano disseccate le mani alzate contro di me

Altri articoli avrebbero creato, attorno alla scoperta l’alone maledetto che ha accompagnato fino a oggi la storia del ritrovamento la cosiddetta maledizione di §Tutankhamon. Se questa occulta magia non trova riscontri reali è però sicuro che tale scopetta non fu lastricata di rose e perle. Infatti se dal punto di vista economico fu un ottimo affare per Carnavon ( per rientrare almeno in parte delle spese sostenute grazie a un contratto di esclusiva) sotto il profilo politico si rivelò un ginepraio.  questo perché, come spiega l’autrice, ci fu un netto favoritismo verso la stampa inglese a scapito di quella internazionale ma soprattutto locale e addirittura lo stesso governo egiziano. La decisione di favorire il Daily Mail con l’invio di un corrispondente ( per altro inviso a Carter) diede elementi al partito nazionalista egiziano per indurre una campagna contro il governo in carica ma anche esplicitamente contro il colonialismo britannico. Anche l’archeologia fu oggetto di diatriba politica. non c’è speranza neanche per la scienza. Un ulteriore caos fu generato dal scontro per altro non edulcorato, tra Lacau ( successore di Maspero quale direttore generale del servizio delle antichità egiziane) e lo stesso Carter per il sollevamento del coperchio del sarcofago di granito in occasione di una visita programmata agli scavi da parte delle famiglie degli archeologici. Il neo ministro Eletto del partito nazionalista fece bloccare l’accesso alla tomba dalla polizia. per protesta Carter fece chiudere la tomba e si recò negli stati uniti per un ciclo di conferenze. Fu ance a causa di questa incertezza che i corrispondenti locali dei quotidiani fecero i giornalisti: inventando laddove non esistevano informazioni.

Oltre a dare un preciso quadro storico la Giustianiani con arte e intelligenza, inserisce anche riferimenti al suo libro l’ombra del serpente, senza che quest’elemento disturbi la narrazione che viaggia, sempre e comunque sull’onda della storia. Una storia incredibile, certo, ma reale.

Quello che invece va sottolineato è la capacità stilistica introdotta da me all’inizio della mia analisi: la capacità di far comprendere come la cultura egiziana sia e resti fondamentalmente un qualcosa di anacronistico e sospeso nel tempo. nonostante la quasi precisa datazione le dinastie restano appartenenti al loro primo tempo. L’Egitto nasce quasi completamente sviluppato come se germogliasse da una sorta di distorsione temporale, una stringa che lascia passare uno straordinario prodotto che fa coincidere presente, passato e futuro. E’ questo il sogno di ogni egittologo: che la scoperta della tomba riduca un po’ le distanze tra noi e una cultura che appartiene al limbo del mistero. L’Egitto, nonostante sia diventato oggetto di scienza, quindi di razionalità ci trasposta in un altro mondo dove le divinità vivono respirano e camminano con noi, dove i re sono soltanto addormentati e terni. L’Egitto è eternità. E’ un altro mondo che si fa carne, materia e scende nel mondo ma al tempo stesso non sarà mai del mondo. E la Giustiniani ha l’incredibile capacità di permeare le pagine di ogni suo romanzo di questa occulta linfa vitale. L’Egitto tra le sue pagine respira, vive e ci chiama. Con una voce irresistibile che viaggia attraverso le epoche restando, inquietantemente, sé stesso. I secoli non lo sfiorano, non cambiano mai la sua essenza. Come il bracciale serpente del romanzo si avvince al tuo braccio e ti trasporta con sé.

Fantastico.

 

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