“Il matrimonio di Mara” di Salvatore Turiano, Tomarchio editore. A cura di Alessandra Micheli

La storia siamo noi cantava Francesco de Gregori.

Io ci credo davvero.

Penso che solo nelle pieghe di quel tempo che fu possiamo conoscere davvero noi stessi.

E forse proporre le teorie del perché siamo qui.

Ma non nella grande storia, negli avvenimenti importanti, quelli che i libri e i manuali di scuola ci propongono.

La storia appunto perché nostra, viaggia nei solchi lasciati aperti dallo scorrere del tempo, che come acqua lima e modella la pietra.

E sui quei solchi, dentro abbiamo il vero senso, di quel dannato e spesso odiato lasciarsi indietro la scena.

Una volta recitata si perde, e diventa ricordo.

Si tenta di stringerla tra le mani, si prega e si impreca perché torni a riavvolgere il nastro, riparare gli errori o cancellare i rimpianti.

Eppure, è proprio cosi che il mondo è cresciuto, che i grandi eventi hanno avuto spazio.

E’ grazie va quel lavorio minuzioso degli anni e dei secoli, laddove esistevano piccoli avvenimenti, operose formiche inconsapevoli di creare lo scenario adatto al dramma eroico o tragico che si sarebbe svolto.

E’ nella piccola storia che il tempo si manifesta in tutta la sua potenza, nel racconto di un borgo, dietro a una grande guerra, negli angoli di un invasione, laddove le culture solitarie protate avanti dal popolo decidevano di danzare assieme e di abbracciarsi.

E cosi dietro eventi apparentemente banali, quotidiani abbiamo tutto lo splendore dei secoli, quello vero, quello fatto da tanti piccoli granelli. Non l’apice del monte, ma ogni sua parte.

E’ li che possiamo capire, comprendere e forse, spero per voi, imparare.

E cosi il matrimonio di Mara entra con passo elegante e nobile, proprio in quella storia definita piccola.

Un evento che è infimo rispetto alle guerre e agli stravolgimenti di quel seicento che fa tanto parlare, ma che resta sempre fuori dalla nostra mente.

E invece è attraverso le aspettative della buona Mara che l’ethos del tempo si avvicina a noi, ci seduce e si rapisce, facendoci davvero amare…la storia.

Perché la storia siamo noi.

E in fondo non dobbiamo assolutamente scordarla.

Se non vogliamo scordare noi stessi, le origini, i primi passi e perché no, il ballo che oggi avvolge, oggi, le nostre vite.

Indagare sull’antico mondo rurale dei Gravina, nel ’600, non è stato un vuoto sentire della storia, bensì aver raccolto pazientemente i cocci dispersi di una realtà che ebbe effettiva presenza nel corso degli avvenimenti. La storia è uno scrigno dentro cui si custodiscono quelle vicende umane che aspettano di essere riportati in vita.”

Salvatore Turiano

Indagare su questo mondo rurale, mette a confronto i nostri valori di oggi, nel bene e nel male.

Magari ci fa assaporare qualcosa di perduto, tipo la coesione sociale o il controllo che ogni membro esercitava uno sull’altro.

Ma anche le conquiste, ossia la possibilità di decidere, almeno apparentemente del nostro destino.

O l’amara consapevolezza che, in fondo il mondo feudale non è mai finito. Si è trasformato, si è mascherato, si è nascosto sotto grandi sorrisi.

Ma che sempre restano potenti, accanto a anime che tentano, con unghie e denti, di sopravvivere.

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