“Jonathan Strange e il signor Norrell” di Susanna Clarke, Fazi editore. A cura di Gaia Puccinelli

Ci sono posti che da sempre sono ritenuti magici, in cui si respira un’aria diversa, un’aria d’incanto e di tempi antichi, e di sicuro l’Inghilterra è uno di questi luoghi, e l’Inghilterra dei primi dell’Ottocento lo era ancora di più, con le ampie distese di verde che sembrano le dimore ideali di esseri fatati e soprannaturali.

I gentiluomini inglesi certamente non potevano trascurare questa inclinazione magica della loro terra natia; tuttavia, essi si dimenticarono di applicare la magia, lasciando che essa divenisse un oggetto statico, lasciato a prendere polvere sugli scaffali delle loro librerie. Tutto ciò cambiò grazie al signor Norrell il primo mago pratico da secoli, che dimostrò il suo valore e le sue capacità mettendosi al servizio del governo britannico. Dopo di lui comparve sul suolo inglese un altro gentiluomo deciso a fare il mago, Jonathan Strange e anch’egli trovò il modo di rendersi utile.

Norrell e Strange si ritrovano ad essere legati da un filo che si rivela essere più spesso di quanto entrambi sarebbero contenti di ammettere; sono due facce della stessa medaglia, due caratteri diametralmente opposti che devono fare i conti con un destino comune, con un compito comune: riportare la magia in Inghilterra. Ognuno vorrebbe perseguire tale scopo a proprio modo e nessuno dei due si dimostra incline a scendere a compromessi, soprattutto riguardo una questione cruciale: il ruolo di John Uskglass, il mitico Re Corvo, e degli esseri fatati nella restaurazione della magia.

Susanna Clarke si inserisce a pieno titolo nella tradizione del fantasy storico inglese, tratteggiando un mondo perfettamente caratterizzato, all’apparenza leggero e frizzante, a tratti altezzoso, ma in realtà molto profondo e ricco di implicazioni e collegamenti nascosti dei quali si possono tirare le fila solo all’ultima pagina dell’ultimo capitolo.

Attorno ai protagonisti ruota un universo di personaggi, ognuno di questi è costruito con una personalità sfaccettata che evolve nel corso dello svolgersi della trama, e sono proprio le debolezze e i punti di forza di ciascuno che danno modo di mettere in luce la vicenda in modo completo, mostrando come sia impossibile avere una comprensione totale se non si guarda il mondo da più punti di vista, se non ci si mette nei panni dell’altro, che sia un uomo pieno di scritte blu, un servitore senza nome, un mago, o un gentiluomo dai capelli lanuginosi.

Lo stile della narrazione, ammiccante e a tratti erudita, si inserisce superbamente nel contesto della storia, dandoci l’illusione di star leggendo per davvero uno di quei tomi di storia della magia che presto ci abituiamo a figurarci tra le mani dei protagonisti, dando così un velo di verosimiglianza che si stende a coprire perfettamente tutta l’opera. Notevole è anche la maestria con cui l’autrice cala i personaggi nella realtà storica, rendendoli compagni di figure storiche di rilievo come il Duca di Wellington o Lord Byron, dandoci l’impressione, o meglio concedendoci l’illusione, che tutto questo sia veramente esistito e che la magia sia davvero scritta nel DNA del suolo che calpestiamo.

La natura emerge come vera e unica forza che non si può imbrigliare, tramite la quale si possono compiere le magie più potenti e durature, facendo leva su alleanze costruite all’alba dei tempi e che dobbiamo ricordarci di curare per il bene dell’umanità.

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