“Alice nel labirinto” di Roberta de Tomi, DarioAbate Editore. A cura di Alessandra Micheli

 

Di anima se ne sente parlare tantissimo. È una parola usata e abusata, dai contorni sfumati, difficili da raccontare e da contenere in descrizioni e in confini umani, troppo stretti per qualcosa di così strabiliante. Anima è coscienza, è immaginazione, è la sede dei migliori sentimenti di una creatura che, se ne fosse priva, sarebbe soltanto un organismo perfetto, ma vuoto e senza musicalità. L’anima è l’effluvio che ci avvolge e ci rende straordinariamente umani. Così simili agli angeli eppure cosi superiori, perché dotati di possibilità di scelta, di infinite sfumature, legato alla terra eppure vicino al cielo. È l’anima che si riversa nell’arte, che è sia scritta, sia visiva, che sia fatta di tatto, di odori, di sapori e ricordi. Vaghe immagini che si ammassano dentro di noi, in un caotico eppure perfetto mosaico, che ha significati unici per ciascuna testa, per ciascuno sguardo, per ogni udito. Così differenti e così cacofonici, così belli e così orrendi, nelle nostre diverse attitudini, negli errori e persino in quella volontà quasi ribelle di immergersi nell’abisso, nella pazzia e nel male. L’anima è stupefacente anche nelle sue più turpi immagini, nelle sue orrende scivolate verso i più tenebrosi meandri dell’inconscio. Così difficile da definire e raccontare per la razionalità eppure così presente, diffusa come se fosse aria che fa respirare, come se fosse un marchio invisibile sì, ma indelebile sulla pelle. E sapete come si riconosce l’anima?

Da dove essa occhieggia beffarda?

Nella creatività.

In quella caratteristica capacità di trascendere i limiti del reale e immergersi in mari burrascosi e incomprensibili. Mari che possiamo navigare soltanto rinunciando, momentaneamente, all’attaccamento dei nostri sensi acclamati dalla scienza e dotarci di un significato spesso ammantato di non senso, di follia… ma non quella oscena e disturbante causata da ossessioni e dolori, bensì quella bonaria dell’assurdo, del non consueto che gli inglesi chiamavano “weird”[1]. Carrol ce l’ha mostrato a noi bambini speciali, quelli che volevano colori mai visti, suoni mai uditi e immaginavano creature fuori dall’ordinario, mostri per il volgo, ma incanti per chi ha la doppia vista e sa scalfire il velo di maya.

Ma poi si cresce. Ci si addentra in una realtà chiusa e soffocante chiamata società, con la sua socializzazione tendente all’omologazione, quella sua paura del diverso, quella sua volontà di controllo ossessivo. E si dimenticano i mondi incantati troppo liberi, troppo controcorrente, capaci solo di stimolare il nostro pensiero e di farlo arrivare nelle regioni impervie della contestazione. E una società che si regge sullo status quo, che combatte l’evoluzione e il cambiamento per mantenersi sana seppur decadente e salda sui suoi principi zombi, non può e non deve accettare il weird.

L’evento più triste, osceno e orrorifico che accade a un bimbo in procinto di entrare nella scena societaria, di effettuare il debutto e barattare con il successo e il potere la sua peculiare stranezza, è quello di far addormentare non l’anima intera, ma la sua parte più creativa, quella che altrimenti metterebbe in discussione ogni dettaglio, ogni convenzione ogni certezza. Ci si immerge nella realtà e nel clamore del mondo con la conseguenza di inaridirsi, di ridursi in cenere, soavi ricordi che ogni tanto fanno capolino nel sonno. Chi ha un talento, una dote, un dono, invece di viverlo, festeggiarlo, di celebrarlo con gratitudine, segno della benedizione della divinità, cerca di addomesticarlo sottomettendolo alle convenzioni, al bon ton e persino ai finti escamotage di liberazione dello stesso, rappresentati dalla tecnica. Briglie che legano un qualcosa che è e deve restare libero, che deve romperle, le regole. Non ossequiarle. Come si può riverire le catene?

Come si può concepire che le stesse siano un abbellimento a qualcosa che deve restare indomito?

Come si può considerare il dono di creare sottomesso alle fallaci regole umane che impongono soltanto dominio e successo?

Il successo è di questo mondo, l’arte di uno che forse non siete mai riusciti a raggiungere.

Il mondo delle idee non può sottostare ai dettami umani, perché vive e nasce lungo il fiume che i norreni chiamano Sogno. È sognando che si manifesta il reale, è dalla sostanza delle immagini mentali che noi diamo volto e consistenza alla cosiddetta realtà. Che non esiste. Che è solo proiezione della nostra capacità di nominare. E allora come possiamo pensare minimamente di bestemmiare l’arcano?

Di privare di mistero e di segretezza il mondo numinoso?

Il paese delle meraviglie cantato da Carroll è questo. È il concetto supremo della capacità di osare, laddove anche gli angeli esitano.

L’alice di Roberta De Tomi siamo noi. Noi tutti che affrontiamo riottosi quella fase chiamata socializzazione.

Alice perde o dimentica quel weird dove brillano i sogni, dove la linfa vitale incomprensibile dell’arte dimora.

Alice dimentica il suo nome.

Dimenticando il suo nome scorda la sua essenza.

Troppo presa da sé stessa, quella che sboccia in un mondo di luci sfavillanti pieno di promesse, di amore, di lucentezza, di armonia. Smette di raccontarsi storie assurde. Smette di assaporare l’aroma speziato di un the servito da teiere sbeccate, in un ricevimento bizzarro e assurdo. Smette di parlare con i fiori e ascoltare la voce degli insetti. Sono solo insetti in fondo, puoi approcciarti solo con un atteggiamento scientifico. Le porte sono porte, il cibo sostiene le cellule e gli organi. Non fa crescere né rimpicciolire. Un coniglio è solo preda quando non è un adorabile animaletto da mostrare all’altro come segno di status. Un cappellaio si occupa di farci apparire al meglio. Il the non è una gara di indovinelli, ma un preciso rituale con un profondo senso di condivisione dei valori sociali.

Noia.

Decadenza.

Vecchiume.

Ecco perché il bisogno mio e di Alice del paese delle meraviglie diviene un forte richiamo. Per non avvizzire in ricordo di amori perduti, di opportunità non sfruttate, per non ascoltare il coro del dissenso, dell’anatema sociale. È il bisogno di bagnarci alla gelida fonte del non senso, di nutrirsi di fantasia senza briglie di accettabilità. Correre in un mondo senza confini, immaginaria dimensione di delicata, piacevole, bonaria follia.

Non quella malsana che fa sempre parte delle regole sociali, quelle che hanno bisogno del male per autocelebrarsi, che hanno bisogno del deviante per esorcizzare quella parte oscura, che hanno bisogno del cattivo per apparire buone.  Ma di quella saggia mente che gioca con le sue sinapsi e le libera, mettendole alla prova con uno sprone a passare da livelli interpretativi diversi, mai uguali, stimoli per una mente che rischia di atrofizzarsi. Quella che con piglio fiero rompe ogni schema e sostituisce alla sensazione banale la mistica visione dell’intuito, del mito e dell’infinito. È la percezione che abbiamo, anzi che ci hanno obbligato ad avere educandoci secondo precisi intenti, che definisce il nostro ruolo, che definisce la natura del mondo. E che ci tarpa le ali. È quella maschera che diventa così dittatoriale da sostituirsi alla nostra vera pelle, così da frenare ogni nostro altro impulso diverso da quello lecito e accettato. Ecco che ci ritroviamo a pezzi. Crepe da cui non si lascia passare acqua pulita, ma solo polvere e sporcizia. Dalle crepe si potrebbe spiare il mondo, si possono seminare fiori dai colori strabilianti. Sono le crepe dalle quali in vetusti paesini, si innalza ridente un verde rampicante. E invece? Abbiamo tristi fessure riempite con rimpianti e rinunce.

Alice come noi è piena di crepe non quando perde il suo amore, ma quando tornando per un capriccio del destino in quel mondo antico, immergendosi in quel fiume oscuro e vitale, si accorge della mancanza. Si accorge quanto quella bimba che inventava storie e parlava con le carte da gioco le manca. Che in fondo non sa più chi è. Sa soltanto chi deve essere: madre, sposa, cittadino perfetto. Perché le hanno bestialmente inculcato che il suo io bambino deve morire necessariamente per far sbocciare la donna. Acclamata e attesa per reiterare l’assurdità societaria.

È il sogno di una compagine così spaventata dal disordine, da difendere strenuamente i propri confini tanto da chiuderli all’immaginazione. Del resto come ci racconta Fatema Mernissi: immaginazione è disordine, è caos e anarchia, quel brodo primordiale da cui tutto nasce, da cui tutto discende e a cui, forse, tutti ritorniamo per far brillare quel sé che urla e piange per richiamare la nostra distratta attenzione.

Alice diviene integra soltanto quando impara che lei può essere tutto e il contrario di tutto: bambina, donna, anziana, maga e giocoliere, santa e blasfema. Seria e saggia, razionale e folle. E che ogni parte della sua anima, (ecco che torna l’ineffabile vero protagonista della storia) è la chiave per salvare quel mondo di incanti con cui plachiamo la nostra fame di vita.

Alice torna a raccontarsi e raccontare storie. Riattiva il legame con il numinoso, spezzato dalle convenzioni, che non è lʹanti realtà, ma soltanto una prospettiva diversa da cui osservare il mondo.

Abbraccio la mia Alice, grata per il suo coraggio nell´aver riaperto le porte di quel paese delle meraviglie che tanto mi è mancato. Quello che la società cosiddetta civile tenterà sempre di strapparci.

Perché imbrigliare il diverso, il sogno, nascondere l’immaginazione sotto il tappeto e osteggiare la poesia e l’arte è il miglior modo per renderci addomesticabili. È privarci della libertà facendoci vivere come polli, ignari della nostra vera essenza di aquile.

Un libro coraggioso, onirico e poetico, dotato di una forza evocativa rara, capace di spronare il pensiero con la sublime tecnica del libro game. Siete voi a crearvi la vostra storia di Alice. Sarete messi alla prova sfruttando il vostro terrore a rompere la rigida consuetudine persino di un libro, che è (e deve restare) sogno. Fuori dalle rigide, improbabili regole del realismo.

Vi sfido.

Siete capaci di essere folli?

 

 

Nota

[1] Dall’inglese: strano, misterioso, bizzarro. Definisce un genere letterario che presenta elementi fantastici e assurdi.

Pubblicità

Un pensiero su ““Alice nel labirinto” di Roberta de Tomi, DarioAbate Editore. A cura di Alessandra Micheli

  1. Pingback: Alice nel labirinto – intervista a Roberta De Tomi « DEDALUS: corsi, testi e contesti di volo letterario

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...