“Il signore di Notte” di Gustavo Vitali. A cura di Alessandra Micheli

Perché si legge uno storico?

Cosa c’è in questo genere di cosi accattivante tanto da incantare, ancora oggi, molti lettori?

E’ una domanda che mi sono posta molte volte.

Per quanto oggi la lettura sia un affare di nicchia, per quante statistiche parlino di un crollo sostanziale di giovani e meno giovani capaci di sognare su un libro, il genere cosi vetusto sembra reggere bene.

Molti autorevoli blog si fanno portavoce dei libri che tentano di raccontarci in una prospettiva più letteraria e meno accademica gli eventi che hanno dato la forma, che ha oggi, la nostra società e persino la nostra politica.

Non ce ne accorgiamo, ma la storica viaggia accanto a noi.

Nei dialetti spesso echi di lontane dominazioni.

Nei piatti che richiamano le contaminazioni folli ma meravigliose delle forte di migranti che hanno colorato la nostra realtà.

Lo viviamo noi, affacciati sul mediterraneo inconsapevoli dei legami che ci hanno inesorabilmente stretto e sopratutto lo avverte quest’Europa dei destini incrociati, quest’arazzo che è fatto di mille differenti tessere che da sempre è stato protagonista di scambi, di incontri culturali e perché no di scontri.

La storia la respiriamo in ogni città, in ogni angolo del mondo.

La storia è il nostro racconto sull’evoluzione umana e sulla nostra che sembra l’ultimo anello di una catena fatta di antenati, di esperienze e di discendenze. Forse è questo il bello del libro storico.

Riannoda legami, solleva i veli, riscopre il ricordo di cosa f per poter, spero, comprendere cosa è adesso.

Allora mi sono risposta cosi: il bello del libro storico non è solo nella trama, anche se ha la sua importanza.

Ma è la descrizione del luogo, degli usi e de costumi.

E’ nelle sotto trame, nei dettagli che tessono la ragnatela del tempo che sta nascosto il suo fascino.

E poco importa se parliamo di un giallo, come in questo caso, o di un’autobiografia, di un rosa o di una semplice narrativa di formazione. E’ il contesto che ci affascina e decide per noi, ci inviata a seguirlo nei fumi di quello ieri che ci sfugge.

E che invece viene immortalato, congelato o semplicemente fermato dalla parola scritta.

Si rapisce quell’istante lo si fotografa.

E però lo si arricchisce di tanto altro, la nostra personale visione dell’epoca scelta, un certo amore per la città dove l’azione si svolge e per una strana voglia di interpretarlo quel passato, che non sia solo un agglomerato distante e distaccato di date e di descrizioni.

Il signore di notte scaglie uno dei periodi pi+ù strani e più complessi che ho mai studiato, il seicento.

Ed è un periodo non facile perché funestato da una crisi nera, da guerre devastanti e da un Italia che inesorabilmente si trova a perdere ogni prestigio politico.

E’ l’epoca in cui l’avvio del nuovo processo produttivo industriale, partito dall’Inghilterra e dall’Olanda, causò il crollo delle imprese artigiane, ossia destrutturò non senza conseguenze la base dell’economia europea.

E questa situazione provoco ( non voglio dilungarmi) il ricostruirsi dei grandi latifondi quasi sempre nelle mani dell’aristocrazia.

E a scapito, ovviamento del popolo.

Decadenza e opulenza, fiacchezza morale e al tempo stesso la necessaria innovazione seminata da menti colte e che poi darà il suo frutto sbocciando nel settecento.

E sullo sfondo di un secolo contraddittorio e poco compreso che Vitali da l’avvio a un semplice giallo.

Un omicidio che va risolto e che sporca la bellezza di una città, Venezia che tenta con unghie e denti di mantenere il suo rinomato splendore.

Ed è forse questo il punto forte del testo.

Non l’indagine.

Non il signore di notte,quel Barbarigio borioso e inconcludente amabilmente goffo.

Non il suo alter ego l’unico in grado di scovare il colpevole.

Ma Venezia una Venezia sfavillante che lotta contro quell’offuscamento che la porterà inesorabilmente nel cassetto dei ricordi.

Colorata e a tratti cacofonia.

Ammantata di lusso ma precipitata anche nel più disastroso degrado.

E’ Venezia lo spirito incarnato di quel secolo di contraddizioni che cerca di non essere distrutto da forze opposte che chiedono a gran voce di raccontare la loro versione.

E tra quei canali e quei vicoli che oggi sembrano quasi immobili nel ricordare il passato, il libro diventa una vera e propria macchina del tempo, capace di farci compiere un viaggio straordinario.

E se quest’ambientazione gloriosa e sofisticata, ci fa perdere di vista il clou del libro, ossia chi è l’assassino,poco importa.

Sentirsi come professor Lidenbrock ammaliati e entusiasti e stupiti di fronte alla meraviglia che si apre all’improvviso, credetemi non ha presso.

Come un viaggio al centro della terra il signore di notte decide lui cosa mostrarci e lo fa svelandoci come un perfetto guitto il palcoscenico intatto di un passato che troppo spesso ci sfugge, impegnati a cercare chissà cosa.

Da leggere con quel senso fanciullesco di incanto che troppo spesso perdiamo di fronte al dato scenografico o alla trama immediata.

Qua dovete cercare, o forse semplicemente lasciar che il libro vi guidi.

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