“Clic” di Johanna Finocchiaro, L’erudita. A cura di Alessandra Micheli

Un clic.

Una parola semplice, immediata, dal suono quasi anonimo.

Eppure è in un clic che una donna può spegnarsi.

E’ in un clic che l’anima decide di tacere, di rifugiarsi magari nel suono per ritrovare la sua primordiale essenza.

E’ quel momento in cui ti senti sospesa nell’abisso, lo guardi e provi una strana bramosia, un esigenza famelica di finire tra le sue oscure braccia. E’ tutto racchiuso in una parola, lugubre e al tempo stesso suadente, quella che da il nome a questa straordinarie liriche.

Un clic.

Qualcosa in me ha fatto clic e non ritorna.

Indietro.

Sciolgo i capelli, fili spezzati di un nastro nero alla luce di luna. Dicembre comincia e prosegue la nenia.

Anemica di cuore, anemica d’amore.

La rima non è originale.

La rima non era prevista.

Frugo e scavo e graffio ma non trovo.

Quel geniale modo, il migliore, di confessare.

Confessare.

Confessare che non sento niente e so perché.

Clic

Cosa ci fa essere cosi rarefatti, simili a un sogno concepito ma mai realizzato?

Un delirio d’amore

L’ho sognato di un amore feroce ma troppo a lungo.

Sonnifero

Una speranza spezzata

Io un progetto l’avevo.

Tra le crepe.

Immune a me stessa

Un dolore che ci fa perdere di vista chi eravamo e cosa potevamo essere

Una lista d’identità tuttora addosso.

Una a una, le indosso.

Come sto?

Sospira lo specchio infedele,

sospira

In silenzio,

ricordo qualcosa

Osservare che la vita perde, poco a poco un po’ di poesia, di ardore, di creatività, di umanità, di sensazioni di calore…di senso

Siedo con loro, li osservo ridere e bere e scorrere foto.

Ne scatto qualcuna, con loro, le osservo ridendo e bevo e scorro le facce. E scorro le facce sentendo qualcosa, credo parole.

La chiamano vita.

Aspetto.

Spettatrice, da brava.

Siedo con loro.

Spettabile compagnia di gioco.

Giochiamo.

Che poi vado a casa

Tutto ci appare come visto da un vetro offuscato, che fa disperdere la luce, che la fa diventare una brama irrealizzabile, una chimera lontana

Mi chino; troppa luce. Ne ammiro di gusto tanta sapienza. Muta

Quello che sorge è un bisogno di qualcosa che non si sa ben definire ma che è capace di riaccendere quell’anima resa muta dal clic

Il genio ch’esplode negl’occhi.

Che dipinge le acque, i laghi, i monti e i loro fiori, poi, tra frenetiche mani e nuvole viaggiatrici.

Che veste infine noi, di quiete.

In eterno.

Il genio, il capolavoro che si materializza, Dio

E allora la poesia prende forma, si fa parola per dare un senso a questo desolato splendore.

Si riannodano i fili di quel malessere, si indaga tra le pieghe remote di quel senso di vuoto

Imparo, quando ne ho voglia.

Accendo e ritrovo la mia umanità.

Tra animali e climi malsani.

Sorrido; da me non troppo lontani.

Le immagini passano, molto potenti: colore e materia primordiale

Con una lirica disperata eppure dolce, amare eppure piena di raffinatezza la Finocchiaro non ha pura di portarci in quegli angoli bui, in quegli antri segreti che non vogliamo vedere, per paura delle ombre, per paura di non poter più risalire.

Ma è sbagliato.

In fondo è nella morte che esiste il segreto dell’eternità

Che senza ossigeno, si sa,

vicini alla morte,

annoiati, ansimanti,

impotenti, sul ciglio di un momento di silenzio cortese,

la bellezza guadagna metri di lingua.

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