“Mindlag” di Giorgio Borroni. A cura di Alessandra Micheli

Cupo.

Claustrofobico.

Grottesco.

Assurdo.

Devastante.

Irriverente.

Questi sono soltanto alcuni dei termini con cui potrei definire questo allucinante viaggio tra un futuro distopico e tra un autore che esagera le nostre manie.

Ecco la definizione giusta: allucinante.

Come certe visioni che emergono dall’inconscio, di notte, quanto i nostri sensi sono capaci di catare l’altro mondo.

E li sono nascosti i segreti della nostra strana razza, destinata agli allori, ma finita a dimenticare le proprie potenzialità in squallide bettole.

La scrittura di Borroni è un graffio, un unghia che scende serafica sul vetro.

E disturba persino il senso di bellezza, quello che fa delle regole armoniche il suo dio.

Qua non esiste armonia.

E’ tutto ingigantito.

E’ tutto completamente coperto di fango.

E pertanto…bellissimo.

So di aver detto quanto amo la bellezza.

Ma esiste una piccola perversione di cui raramente parlo: sono attratta dal fango.

Forse proprio perché ho la possibilità di volare via, perché so ammaliare i miei occhi di incanto, a volte ho proprio bisogno di indagare nel torbido.

Non ne faccio parte, mi rifiuto di cedere ai vizi.

Mi ritengo dotata di una coscienza che ha tutto il diritto di ambire a un posto nell’eden.

Ma quell’oscurità, quella putrefazione dai miasmi nauseabondi è la parte più importante per trovare la strada verso il paradiso. Senza caderci.

Ma avendo la possibilità di esaminarla, cosi come può fare un provetto archeologo.

Con una sorta di distacco tipico dello studioso.

Non necessariamente viaggiare in questi luoghi, comporta una sorta di caduta.

E’ in realtà una risalita.

Soltanto grazie alla tecnica di Giorgio noi possiamo comprendere i rischi insiti in questo mondo cosi perfetto e al tempo stesso cosi maniaco del controllo.

Luogo in cui siamo tutti connessi, dove il politicamente corretto ci imprigiona in una sorta di continue riverenze all’autorità di turno.

Noi oramai solo parti di una gerarchia fatta di finti eroi, viviamo quasi sdoppiati, rinunciando al bizzarro, all’allegria, al potere catartico della poesia.

E cosi in questo nostro vagare come automi in cerca di approvazione, lacerati dai ricordi di scorribande e ribellioni giovanili, siamo prede per i peggiori antri oscuri.

Per ognuno di noi esiste un Pervernet.

Dove non siamo obbligati a indossare grigi completi, dove possiamo usare le parole con le vocali, dove possiamo scordare chi siamo e cosa abbiamo perso.

E magari annullarci in un fatale quanto contorto atto d’amore: la nostra signora almeno un po’ di piacere, un ebbrezza, un pizzico di vita ce lo concede.

E forse Bog non è soltanto un fottuto personaggio di invenzione, antieroe in un mondo troppo patinato.

E’ il riflesso, contorto e urlante, di noi stessi.

Che piangono i tempi perduti quando si poteva urlare:

L’allegria al potere!”

E adesso lasciamoci cullare dalla ferocia di uno scrittore che ci appare come una perfida Moira, senza pietà e compassione.

Eppure…dietro ogni taglio inflitto con la parola, una tristezza nostalgica e venata di una dolcezza, di un richiamo alla parte nobile dell’uomo appare.

E non può non produrre una lacrima.

Un ricordo caldo dell’allegria di un tempo lo pervase, come accade a un amputato con la sindrome dell’arto fantasma.

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