“Triora” di Alessandro Venuto. A cura di Alessandra Micheli

Non è facile per me scrivere la recensione su un libro dal titolo Triora.

So che è un argomento e un luogo che affascina.

Che è molto trendy oggi, in quest’epoca di continua revisione e di idealizzazione della cultura alternativa.

Oggi spuntano orgogliosamente le streghe, come se fosse una sorta di rivincita nata dalle ceneri di un passato che non riusciamo mai ad affrontare.

E questo revival esoterico ci sembra come un balsamo su certe ferite, su una costante alienazione della donna, ma anche dell’uomo dalla sua vera identità. Dobbiamo essere per forza definiti.

E non in senso antropologico, scientifico o biologico.

Ma a livello di significato.

Donna e uomo esulano dall’essere categorie che servono solo alla classificazione scientifica ma diventano essi stessi significante dotandosi di caratteristiche idealizzate e irreali.

L’uomo non piange, la donna è fragile.

L’uomo deve proteggere, la donna dare la vita.

Categorie da cui è difficile poi uscire perché hanno oramai acquisito validità proprio per quel nostro sostenerle.

E non solo finendo per immedesimarci nel ruolo sociale ma anche in questo moto di egoico orgoglio per rispolverarle con un sorriso serafico.

Oggi ci sono streghe che tentano di ridare significato alla parola rispolverando miti e riti lontani.

Rispolverando significati positivi e donando a quelle definizioni nuova forze e ..forse nuove catene.

La strega diviene cosi nuovo concetto che, seppur reso positivo diventa al tempo stesso alienante perché definitivo.

Triora ci insegna come la definizione stessa se non usata soltanto per orientarci ma per fissare in modo rigido una concezione porti al pregiudizio e quindi alla percezione.

Venturo in tutte le pagine abbellite dalla presenza dell’elemento giallo noir che pertanto rende il libro scorrevole e affatto pomposo riesce a delineare proprio questo difetto umano la definizione.

Donne apparentemente normali, se di normalità si può mai parlare di fronte a un entità cosi complessa come quella dell’uomo (fatto secondo la bibbia più di angeli e coronato di stelle e gloria, quindi immaginiamo il livello di complessità di questo soffio di dio fattosi carne) sono state condannate pder crimini assurdi e mai davvero spiegati.

Sono diventate capro espiatorio caricandosi, malvolentieri e affatto in consapevolezza, di ogni ansia, paura, terrore e vendetta di una comunità che si sentiva abbandonata dal concetto preciso di dio.

Badate bene non di dio.

Ma del concetto di dio.

Perché se definiamo l’entità suprema come amore, giustizia e bellezza, come padre o come salvezza, non si possono allora spiegare le distorsioni presenti in queste realtà.

E’ il concetto a permetterci di creare derelitti, dissidenti e devianti.

E’ il concetto a disunire e a renderci prede delle più cupe ossessioni.

E cosi si guarda all’elemento societario meno importante per l’epoca, quello che non è stato investito di diritti o di potere politico.

La donna.

L’eretico.

Il vagabondo, l’altro.

Ogni altro nella storia era privo della legittimità di cittadino e quindi di potere alla partecipazione della cosa pubblica, unendo in un connubio malsano privazione dello status politico con discriminazione.

E oggi, di fronte all’ennesima dimostrazione dell’erroneità del concetto di dio abbiamo altri rifiuti societari che verranno messi al rogo.

Avremmo donne affatto libere che dovranno scegliere se essere sante, puttane o streghe.

Non saranno mai libere di essere conosciute per la loro unica e personale essenza.

Dovranno sempre fare parte di una congrega, di un clan, di uno schieramento di una dicotomia capace di dividerci in noi e gli altri.

Ecco che nonostante Triora possa essere letto come un lodevole e divertente thriller, il suo substrato ontologico risulta, ai miei occhi, molto più importante. Non ho disdegnato il ritmo incalzante e l’abilità dell’autore di intessere la trama. Però quando a fine libro mi sono detta con forza io non voglio essere concetto, io voglio essere Alessandra, con la sua assurdità, con le contraddizioni, con quel suo essere mai a posto, mi sono davvero sentita libera.

E ho guardato negli occhi Dio senza definirlo io stessa, cosi come ho rifiutato di essere inserita in una categoria.

Dio è dio.

Sarà sempre troppo incomprensibile per me, stupida umana.

Ma so che in fondo chi sono io per angustiare il suo Consiglio divino con parole insipide?

So io quanto figliano le camozze?

O conto io per caso i parti delle cerve?

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