la-farfalla-dombra

 

 

È molto difficile scrivere questa recensione. E non perché il libro sia da stroncare, o privo di significati. Anzi. Il problema è che è un testo ricco di contenuti, di dettagli, di bellezza e di arte e renderli noti al pubblico è un’ardua impresa.

Linguaggio, struttura, trama, dettagli, contribuiscono a renderlo più di un semplice romanzo ma quasi un dipinto, da osservare giorno per giorno non solo per ricavarne emozioni ma soprattutto per cogliere dettagli che sfuggono a un occhio vigile. Questo è un libro che va letto con altri sensi, quelli dell’intuito, quelli che di solito l’arte segreta stuzzica fino a creare una vera e propria ossessione.

Eh si cari miei lettori.

Il libro crea dipendenza. È difficile staccarsene e una volta posato sul tavolino, continua a emanare una sorta di oscura magia, di suadente richiamo, impossibile da ignorare. È un legame che si instaura tra il lettore e il racconto, un’esposizione intessuta di magia, di straordinaria capacità evocativa nelle immagini. Del resto l’autrice è essa stessa amante dell’arte e conosce benissimo la sindrome di Stendhal, una splendida malia che incatena la mente, irretisce i sensi e ottenebra il presente. Noi siamo immersi in quelle atmosfere che oscillano tra il gotico e il fiabesco, che sono fatte di pregiate descrizioni ambientali ma anche di intricate emozioni. Tormento, rabbia, dileggio e sensualità oscillano davanti agli occhi in una danza che a volte ha il sapore macabro del sangue.

È difficile definire il genere. Sicuramente è un gotico ma ha anche toni del grottesco, del fantasy, del mistery e del romanzo di formazione. Ogni tanto le sfumature del vittoriano fanno una fugace apparizione nei dialoghi tra i protagonisti, essi stessi di pregiata fattura, con quel linguaggio aulico in cui si introduce, furtivo, un termine più moderno che, lungi da stonare nella tipologia retrò, riesce a elargire un gusto frizzante alla ridondante bellezza del manierismo linguistico. Un manierismo che non sfigurerebbe davanti a Cime Tempestose, alla Villette, o al ritratto di Dorian Grey.

Da quel sogno tenebroso è uscita Amethiste?

Quale divinità la protegge e elargisce un tale talento?

Forse non ci è dato sapere, o forse è un segno della benevolenza di Euterpe o Calliope che ci ringraziano di tanta pazienza nel proteggere le arti da donarci un simile romanzo

Perché l’idioma da Amethiste usato (mi perdonerete se mi soffermo su questo dato ma è uno dei punti di forza del libro) non è così facile da ritrovare, se non si decide di immergersi nelle acque placide del classico, specie in una ragazza moderna, che passeggia tra scritti rozzi, mal confezionati e resi banali da un lessico privo di belletto.  È elegante, ricco a volte pletorico, ma di una raffinatezza beata che si ammanta con espressioni dialettali di un vago sapore grottesco che ne esalta, al contempo l’eleganza. Straordinario a dir poco.

E cosa dire delle influenze letterarie?

Sono molteplici, difficili da elencare, ma che rendono le atmosfere screziate, ammantate da mille colori e mai noiose. Sembra di assistere a una rappresentazione di Oscar Wilde, o immergersi nelle tenebrose e gotiche atmosfere di Walpole, o di Jane Eyre. I colloqui amorosi hanno la stessa passionalità quasi trattenuta, ma non per questo meno sensuale, di Orgoglio e pregiudizio. Queste influenze si ravvisano nella struttura, sicuramente pensata e calibrata da una mente geniale e creativa, della protagonista. Yalita è un’antieroina. Non è la classica principessa indifesa, lamentevole e stantia di tanti libri. In cerca di salvezza dal principe azzurro di sempre, o dal vampiro glitterato e imbastardito dei nostri, rettifico dei vostri, vampiri moderni. Yalita si salva da sola, viaggia tra le varie stratificazioni di una società che sembra la versione speculare della nostra. Stesse costrizioni, stessi condizionamenti e la stessa volontà pasoliniana di voler rimestare nel fango per sporcarsi di vita.

 

Scotta il primo sole dolce dell’anno
sopra i portici delle cittadine
di provincia, sui paesi che sanno
ancora di nevi, sulle appenniniche
greggi: nelle vetrine dei capoluoghi
i nuovi colori delle tele, i nuovi
vestiti come in limpidi roghi
dicono quanto oggi si rinnovi
il mondo, che diverse gioie sfoghi…

Ah, noi che viviamo in una sola
generazione ogni generazione
vissuta qui, in queste terre ora
umiliate, non abbiamo nozione
vera di chi è partecipe alla storia
solo per orale, magica esperienza;
e vive puro, non oltre la memoria
della generazione in cui presenza
della vita è la sua vita perentoria.

Nella vita che è vita perché assunta
nella nostra ragione e costruita
per il nostro passaggio – e ora giunta
a essere altra, oltre il nostro accanito
difenderla – aspetta – cantando supino,
accampato nei nostri quartieri
a lui sconosciuti, e pronto fino
dalle più fresche e inanimate ère –
il popolo: muta in lui l’uomo il destino.

E se ci rivolgiamo a quel passato
ch’è nostro privilegio, altre fiumane
di popolo ecco cantare: recuperato
è il nostro moto fin dalle cristiane
origini, ma resta indietro, immobile,
quel canto. Si ripete uguale.
Nelle sere non più torce ma globi
di luce, e la periferia non pare
altra, non altri i ragazzi nuovi…

Tra gli orti cupi, al pigro solicello
Adalbertos komis kurtis!, i ragazzini
d’Ivrea gridano, e pei valloncelli
di Toscana, con strilli di rondinini:
Hor atorno fratt Helya! La santa
violenza sui rozzi cuori il clero
calca, rozzo, e li asserva a un’infanzia
feroce nel feudo provinciale l’Impero
da Iddio imposto: e il popolo canta.

Un grande concerto di scalpelli
sul Campidoglio, sul nuovo Appennino,
sui Comuni sbiancati dalle Alpi,
suona, giganteggiando il travertino
nel nuovo spazio in cui s’affranca
l’Uomo: e il manovale Dov’andastà
jersera… ripete con l’anima spanta
nel suo gotico mondo. Il mondo schiavitù
resta nel popolo. E il popolo canta.

Apprende il borghese nascente lo Ça ira,
e trepidi nel vento napoleonico,
all’Inno dell’Albero della Libertà,
tremano i nuovi colori delle nazioni.
Ma, cane affamato, difende il bracciante
i suoi padroni, ne canta la ferocia,
Guagliune ‘e mala vita! in branchi
feroci. La libertà non ha voce
per il popolo cane. E il popolo canta.

Ragazzo del popolo che canti,
qui a Rebibbia sulla misera riva
dell’Aniene la nuova canzonetta, vanti
è vero, cantando, l’antica, la festiva
leggerezza dei semplici. Ma quale
dura certezza tu sollevi insieme
d’imminente riscossa, in mezzo a ignari
tuguri e grattacieli, allegro seme
in cuore al triste mondo popolare.

Nella tua incoscienza è la coscienza
che in te la storia vuole, questa storia
il cui Uomo non ha più che la violenza
delle memorie, non la libera memoria…
E ormai, forse, altra scelta non ha
che dare alla sua ansia di giustizia
la forza della tua felicità,
e alla luce di un tempo che inizia
la luce di chi è ciò che non sa.

(Pier Paolo pasolini canto popolare)

E Yalita cosi assetata di passioni, di emozioni vere anche di vizi più blasfemi, crea la sua personale ribellione verso un mondo che le è estraneo. Come l’indimenticabile protagonista di Dafoe “Moll Flanders”, essa reagisce a un’imposizione, semplicemente assaporando quel sapore salato dei bassifondi, dei vizi, dei paradisi artificiali in grado di elevare non solo i sensi ma anche la sua arte. Viaggiamo cosi in modi visionari che niente hanno nulla da invidiare dei poemi di Mallarmè, o del delirante capolavoro di Rimbaud “Une saison en enfer”.

Ed è in questi modi che la vita di Yalita cambia. Imprescrittibilmente, quasi in modo sottile, tramite il legame con una figura strana, aliena, ricca di contrasti che è solo il preludio di avventure sempre più straordinaria e impronta di una tenebra sempre maggiore. Yalita conosce lo sconvolgimento dei sensi, la crudeltà assurda del fanatismo. Conosce la capacità di manipolazione per fini altri da quelli di valori etici. Conosce la brama di potere, conosce la menzogna di cui essa stessa si fa portatrice. Conosce l’estasi più sublime ma anche il dolore più devastante. In sostanza Yalita, a differenza di tante inutili figure femminile, conosce la vita. Si sporca con il fango eppure conserva intatta la sua innocenza. Il mondo non la tocca, osserva tutto come distaccata. Piange, soffre, ma in lei esiste un qualcosa di feroce che la protegge. È un’animale silvestre che conosce l’importanza della sopravvivenza, che possiede il segreto su  come da un’anima spezzata ne nasca un’altra sempre più forte e così via, come se la vita interiore stessa conoscesse e sopportasse gli stessi cicli della terra. È indomabile eppure si fa domare a sua volta dai fuorvi, non ne cade davvero vittima ma li attraversa. Yalita è una di quelle divinità cupe che scendono di loro spontanea volontà nell’abisso, ci passeggiano, si abituano all’oscurità fino a rendersi conto che, l’abisso, non è un luogo così crudele. È un luogo dell’animo il “Rio Abajo Rio” esplicato dal saggio di Clarissa Pinkola Estes, (Donne che corrono con i lupi, ndr) dove si ritrovano i sogni, la fama di vita, la volontà indomita di dare un nome alle cose, dove noi creiamo e diamo vita ma anche morte. È il mondo onirico interiore che dà la sua forma al mondo. Il segno distintivo è la farfalla d’ombra, un simbolo stupefacente da leggere in un romanzo.

Perché stupefacente?

Perché la farfalla è un archetipo molto importante sia nel panorama esoterico, sia in quello psicologico. Nel bellissimo e poetico mito greco, Psiche (non posso raccontarvelo ma vi invito a cercarlo tra le vie impervie di internet. Non ve ne pentirete) la più bella delle figlie di un re veniva sempre rappresentata con ali di farfalla. La motivazione dietro questa iconografia è da ricercarsi nell’etimologia stessa del termine psiche che, in greco significa non solo farfalla ma anche energia. Infatti, nel mondo ellenico, Psiche era identificata anche con l’anima tanto che tutt’oggi quella misteriosa essenza vitale, che dà sostanza alla forma è vista sotto forma di questo variopinto insetto.

Dirò di più.

Presso l’America del nord, la tribù denominata piedi neri, considerano le farfalla portatrice di sogni, tanto da spingere la madri a ricamarne una su una pelle di daino, che pongono in testa ai loro pargoli per farli dormire. Una sorta di “DreamChatcher” (l’acchiappasogni, tipico oggetto dei nativi americani attribuito alle tribù Cheyenne e Lakota,  che veniva posto fuori dalle tende come segnale per informare i visitatori del villaggio, o comunque i “residenti”, riguardo alla professione praticata in modo eccellente da chi abitava nella tenda, ad esempio, uomo di medicina, guerriero, cacciatore. Ogni oggetto era diverso nei colori, nelle piume e per la disposizione delle “perline” all’interno della trama di fili, tutti elementi variabili a seconda della professione che esso doveva rappresentare.).

La farfalla simboleggia lo sviluppo, dato che attraversa vari stadi per diventare capace di solcare i cieli e quindi come animale totem è in grado e può insegnare all’uomo che il principio della metamorfosi segue e deve seguire un ordine preciso, E quest’ordine è immagine del Grande Spirito o per dirla all’egiziana, della struttura del cielo sorretta da Maat, l’ordine cosmico. Pertanto bisogna tollerare e comprendere tutto ciò che in apparenza è superfluo, a gioire della bellezza e considerare ogni modifica di fondamentale importanza. La natura di queste modifiche sarà deciso nientedimeno che da noi stessi. E Yalitha, nella sua storia non fa altro che cambiare. Non solo scenario, ambiente, status, ma soprattutto la percezione di sé stessa che mano a mano diviene sempre più nitida.

Com’è la sua farfalla?

Essenzialmente di ombra.  Badate bene il significato di ombra non è negativo o malvagio.

E lo scopriamo analizzando la vita di Yalita. Come ogni principessa, e come ogni donna Yalita è costretta a indossare una maschera. Per suo compiacimento ma anche per compiacimento altrui. La sua autonomia e anche l’egocentrismo ci appaiono reali perché sono le modalità con cui essa nasconde il risentimento, a volte il dolore, la nostalgia sfrenata di qualcosa di perduto o mai posseduto. Nasconde la paura di amare e lasciarsi andare a gesti di affetto, quasi una minaccia per quello a cui lei brama,  ossia la mancanza di costrizioni, di catene che la limitino, dietro sorrisi, spavaldo sprezzo dei limiti, e un certo godimento di ciò che è considerato come vizio e che è soltanto un pregiudizievole rifiuto della società a concedere piacere alle donne. Cosi sconveniente il bere che si trasforma nella rivolta di Yalita, in una quasi  dipendenza. Cosi saturo di peccato il varcare la soglia veglia/sogno, da indurla a oltrepassarlo con l’uso dubbio di artifici, in grado di colmare il divario tra ciò che è lecito e ciò che no. Il disprezzo per la quotidianità e per l’uomo comune, la spinge a impossessarsi del potere fino a essersene vittima. Assistiamo a una ripetizione quasi nevrotica di gesti con cui cerca di difendersi dal mondo, percepito come nemico e come recintante. Ecco che soltanto nel sonno, nella fantasia, nell’immaginazione e nell’arte spezziamo quei vincoli. È l’ombra che attraverso visioni e sogni, rivela chi siamo davvero, la nostra vita non vissuta.

Yalita vive quasi sempre soltanto al manifestarsi delle sue splendide farfalle.

Per il resto è un un eterna osservazione.

Per capire questa suo affannarsi, dobbiamo capire il mondo, non tanto immaginario, della protagonista. È un mondo che relega la donna a una ristrettezza emotiva e intellettiva. Nata per essere moglie sposa e madre, per essere orpello da esibire come simbolo di un prestigio sociale inutile, essa si ritrova stretta in convenzioni, in catene che per la sua particolare sensibilità le risultano insopportabili. Non riesce a rassegnarsi, non può. Questo la porta a inseguire la vita ovunque essa si trovi, nelle locande malfamate, nei santuari di pazzi fanatici, nel potere, nella dimora elegante dove si annidano demoni. E in quei demoni, antichi retaggi di divinità tenebrose, lei sente di poter essere unica, invincibile e libera. L’immagine di sé varia pagina dopo pagina, eterea, rozza, irraggiungibile e seducente, ferina quasi, eppure Yalita è se stessa solo quando ha le sua sorelle alate, quando sogna, quando canta e suona l’arpa, quando compone. Ma straordinariamente non è priva di consapevolezza di se. Sa che, accanto alla sua eterna ricerca, esiste il vuoto, sa che quel vuoto non si colma, sa che può errare, che farà scelte estreme, che vivrà dolore e perdita. Sa tutto questo perché lei è ombra. Lei conosce i mille lati sfaccettati del suo io, e le sue qualità inferiori: brutalità, tradimento crudeltà, egoismo, astio, cinismo, invidia, gelosia.

In sostanza Yalita non fa altro che percorrere il sentiero che Jung chiamava di “acquisizione di coscienza”, che getta il seme della frantumazione della continuità della personalità totale che si dissolve in mille pezzi, trovando poi, magicamente, una nuova forma, separando la sua natura superiore manifestata da uno smodato amore per l’arte a quella inferiore con le qualità primitive simboleggiate dall’incontro con il vampiro. Eppure è priori questa personalità cosi primigenia che rende la sua vita vivace, bella se vogliamo, pulsante e ammantata da quella passionalità che sgorga dai punti aperti a forza dalla sua corazza, dalla sua maschera, come sangue vermiglio, dalle ferite.

Yalita è un personaggio meravigliosamente umano e imperfetto. Non si può non amare anche di fronte alle sue bassezze proprio perché ci ricorda che la coscienza, è fatta anche di quei piccoli elementi spesso considerati compatibili con certi valori sociali e che lungi dall’essere valori esacerbati dalla disapprovazione morale, e che risultano una sorta di stato potenziale della più alta eticità. Sono quei lati di ombra che possono portare a grandi gesti, che possono aprire le porte a un dolore che sa di pentimento e di redenzione.

E’ un libro complesso, con mille significati diversi da scoprire ma che ci rende edotti su come a volte l’oscurità non sia soltanto foriera di presagi infausti, di come i demoni non siano solo turpi figure notturne ma parti di noi che richiamano la nostra attenzione, un lato nascosto che emerge in tutta la sua potenza distruttiva ma anche costruttiva: perché finché la fata oscura non piangerà lacrime cristalline, resterà sempre priva della capacità di amare. E senza amore, senza passione siamo soltanto morti che si illudono di camminare in un mondo libero.

Yalita ce lo insegna che l’unica vera libertà è nell’arte e nella bellezza. Arte e bellezza che l’autrice ci dona in un turbine di immagini di incanto senza che questo incanto ci privi della necessaria tenebra.

Del resto senza buio non si potranno mai vedere le stelle

 

 

 

Annunci