“La trasparenza del camaleonte” di Anita Pulvirenti, DeA Planeta editore. A cura di Alessandra Micheli

copertina camal

 

La trasparenza del camaleonte non è un libro facile, ne immediato. Eppure di una bellezza abbagliante.

Forse è il tema trattato che tocca profondamente l’anima, forse è perché in fondo, mette a nudo la verità dietro la nostra presunta e millantata normalità: aveva ragione Pirandello, recitiamo tutti a soggetto.

Ognuno di noi indossa maschere per poter essere accettato da quella invisibile giuria che comanda la cosiddetta società civile.

Che dall’alto ci impone regole di buon vivere, di cortesia e di interazione.

Bisogna sorridere al momento giusto, persino alle battute che non capiamo perché distanti dal nostro mondo interiore.

La differenza tra noi e una persona con una vera diversità è che il nostro mondo interiore noi lo impacchettiamo e con un bel fiocco lo nascondiamo in un cassetto.

Che per abitudine rimane chiuso.

E cosi costringiamo il nostro io assetato di altro a scendere in strada e immergersi felici nel mondo che va di fretta.

In fondo, ognuno di noi ha la sua parte, chi da protagonista chi da comparsa.

Convinti come siamo che alcuni ci credono fermamente e per non sfigurare alziamo il tono della voce e ci apprestiamo a eguagliare in perfezione la finta recita.

Carminia a differenza è incapace proprio di adeguarsi a questo strano ballo.

Lei ha una sindrome precisa, che rende le sue abitudini importanti. Indispensabili.

E che rende l’altro impaurito nell’osservarla, forse proprio perché rivediamo in lei qualcosa che dobbiamo negare a noi stessi.

Siamo tutti autistici quindi?

Forse.

In un certo modo l’essere umano è davvero alieno al mondo civile.

E alieno non perché non riesce a riconoscere le regola del buon vivere, ma perché il cervello non è preparato a crederle vere.

In un certo senso pur nelle enormi difficoltà alla socializzazione, un autistico è molto più vero del cosiddetto normale.

E forse siamo noi a considerarlo malato, perché diverso, perché non riusciamo a capirlo.

Non possiamo capirlo.

Non possiamo non vedere nelle loro ossessioni, nella loro abitudinaria stabilità qualcosa che ci tranquillizza.

Il ripetere di gesti, quell’essere lontani dall’interpretare i cosiddetti codici societari, è il simbolo dell’incapacità a adeguarsi alla legge della maggioranza.

Se chiedete a qualcuno cos’è la normalità oltre a una sequela di non si fa e non si deve non sa spiegarlo.

Normale è chi non vive di fantasia.

Normale è chi affronta il rischio.

Chi accetta la comunicazione anche qualora essa sia assurda e più folle delle immaginazioni che divengono reali.

Per tanto troppo tempo il diverso è stato curato.

E’ stato schedato.

E’ stato guardato con sospetto.

Carminia in fondo è più civile di noi.

Rispetta gli altri anche se non li capisce.

Vuole stare sola e cerca di restare fedele a se stessa.

Siamo noi i violenti nell’invadere il suo spazio, senza sapere perché Carminia non vuole vestirsi come noi, non vuole ridere come noi, sedersi in mensa o interpretare il ruolo della donna di mondo.

Siamo noi a dirle anormale solo per la sua mania di pulizia, per quel suo leggere solo una frase di un libro.

A me capita quando una musica mi parla, quando il suo ritmo disseta la mai mente, e capita di sentirla e risentirla più volte, addirittura per mesi interi.

Ci sono cosi canzoni che rassicurano la mia anima in subbuglio, asciugano le lacrime.

Eppure il mondo ci dice che dobbiamo sperimentare, riempire di parole anche inutili i silenzi, che dobbiamo vivere nel disordine. Dobbiamo.

Questa è la società che cerchiamo, che vogliamo difendere a scapito di persone speciali come Carminia.

Che per anni si è sentita frustrata, perché incapace di essere come gli altri.

Perché non rispettava la volontà altrui, le aspettative e non seguiva il dogma vigente.

Carminia era la sbagliata in un mondo omologato.

E cosi ha imparato a recitare per restare a galla.

E viene definita anormale.

Perché non facciamo lo stesso?

Alzi la mano chi di voi a volte non sente il peso del dover fare, del dover essere, del doversi vestire, del dover ridere.

A diciotto anni io odiavo uscire ma per essere accettata mi costringevo a lunghe sessioni nei pub, perché era cosi che rendeva un’adolescente normale.

Magari io sarei stata ore sul divano a leggere o sognare, o parlare con i miei amati personaggi di carta.

Per anni ho dovuto mentire sulla mia natura profonda, sulle mie credenze religiose, sui miei passatempi.

Per anni io sono uscita e truccata come si conveniva e ho sorriso, riso e finto di interessarmi ai discorsi altrui, alle banalità.

Per anni io, che non ho la stessa sindrome di Carmina (almeno a cosa so) mi sono sentita frustrata nel dover assecondare ciò che era consono al mio essere donna, cittadina, figlia amica, sorella.

Ho indossato le gonne nascondendo la mia coda di lupa, e dovuto soffocare i sogni di libertà che mi spingevano a buttare in aria ogni convenzione e correre libera.

Oggi a quarantanni sono finalmente riuscita ad accettare che, forse, io sono solo Alessandra.

Con le mie fobie, con i miei valori, con quel mio modo brusco di essere, con quella non voglia di socievolezza, con il mio bagaglio di sogni, con i miei anfibi sotto le gonne di tulle.

Sono io, come Carminia è Carminia, né sbagliata, ne perfetta.

Siamo noi che magari leggiamo solo una pagina di un libro, o ascoltiamo per ore, giorni, anni la stressa musica, perché si.

Siamo noi che ordiniamo lo stesso piatto da anni senza l’ansia di dover cambiare.

Tanto cambiamo lo stesso, che ci impegniamo o no.

Senza lo stress di riempire i vuoti correndo senza più aver respiro, riempendo il tempo con mille progetti ,mille impegni, in barba a una sana noia di cui abbiamo terrore.

Riempire i silenzi con voci e cacofonia.

Noi siamo cosi.

Strani, imperfetti, alieni, sognatori, folli, assurdi ma felici.

Nonostante tutti i giudizi alla fine l’unica vera strada possibile è fare ciò che desideriamo.

Accettarci per quello che siamo a prescindere dal giudizio altrui. Ora dopo aver letto la trasparenza del camaleonte ho capito perché ho amato la strana canzone di vecchioni Il violinista sul tetto: io sono fieramente folle di suonare, scrivere, leggere solo per le stelle.

Non per gloria successo, approvazione ammirazione.

Io sono cosi e ringrazio Carminia che oggi è seduta accanto a me.

Ha strane abitudini e legge sempre la stessa riga di un libro.

Ma è la migliore amica che io abbia mai avuto.

Spero diventi la vostra.

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