“Miwgu” di Gianluca Gualano, AbelPaper. A cura di Alessandra Micheli

Oramai siamo sommersi, e spesso non felicemente, dai cosiddetti maestri di vita, quei guru o come si dice oggi gli allenatori capaci di indirizzare sulla retta via chi si sente perduto.

Il tempo che scandisce i giorni e i gironi che sfrecciano davanti a noi, quasi ghignanti perché consci che nel nostro attendere sonnacchioso l’evento capace di sconvolgerci la vita, ci fa essere loro prede, loro vittime, sottomessi al dio Crono.

E le lancette che poi una volta giunti all’ultimo capitolo si fermano, oramai stanche del loro ticchettare, consegnano un anima spaurita, indignata, consapevole di aver sprecato ogni sua possibilità.

Chi crede nella reincarnazione, sa di avere un altro giro sulla giostra.

Ma chi non ci crede si sente perduto.

Perduto come un evento neanche tanto degno di nota, in quell’album dei ricordi, tra campioni pochi e tra perdenti, troppi.

E’ davvero la vita solo un sogno illusorio in attesa che lo straordinario capiti?

O è davvero quel viaggio, a cui importa non tento la meta quanto le mille tappe che devono o dovrebbero segnare il nostro cammino?

Domande, che ogni uomo più o meno una volta nella vita si è fatto. Uomini che sono dei sognatori, troppo impegnati a colorare la propria anima di arcobaleni, per adattarsi al grigiume di una vita senza stelle brillanti, senza obiettivi, senza bizzarrie.

E cosi spesso è quel senso di insoddisfazione che ci sveglia da un lungo sonno.

E’ la sensazione di perdita, di mancanza che ci spinge a gettare ai nostri piedi le comodità e le abitudini e partire per altri luoghi non soltanto fisici ma sopratutto spirituali.

E’ tutto li, il viaggio di Miwgu.

In quel suo io sconosciuto e pieno di meraviglie troppo accantonato per adeguarsi a un diktat che pretende solo acquiescenza inconsapevole.

Devi lavorare.4

Devi sposarti, forse perfino amare.

Devi.

E’ l’imperativo di questo mondo distratto, tropo pieno di obblighi e avaro di piaceri.

Troppo teso a costruire un immagine idilliaca del perfetto cittadino, scordandosi che dietro ogni maschera esiste un uomo.

E cosi si parte.

Tutti noi abbiamo rotto il bicchiere incuranti del biasimo sociale e siamo partiti spavaldi e irruenti verso l’ignoto.

Tutti persino io.

Quante volte ho lasciato il mio comodo nido per andare incontro a quei sogni colorati come bolle di sapone sfidanti il sole?

Tante.

Ecco perché il libro di Gualano diventa per me familiare, come un amico ritrovato e mai dimenticato.

Forse non ho avuto il coraggio di andare in terre sconfinate, dove il cielo incontra il mare, dove magari una tribù strana conserva il segreto della vita.

Ma sono partita senza bisaccia e senza zaino, senza nulla almeno a livello interiore.

Mi sono dispersa in tanti piccoli frammenti, spezzata, e poi…ricostruita.

Ho visto morire il mio io e l’ho visto risorgere dalle sue ceneri. Come la luna ho avuto il ciclo più tosto di ogni esperienza: piano piano diventavo sempre più simile a uno spicchio fino a diventare luna nuova.

Cosi come Migwu.

Perché morire per rinascere, distruggersi per poi ricostruirsi è l’unica strada davvero umana.

Fa male.

Ma al tempo stesso è l’unica vera maestra di vita, l’unica chiave per aprire il baule segreto delle verità supreme: tutto è dentro di noi.
Non ci serve nulla all’esterno.

Siamo eterni danzatori e seguiamo una musica soave.

E non importa chi danza con noi o dove danziamo.

Importa solo la nota, e l’intera melodia

Ecco cosa ci rende irresistibili, coraggiosi e incoscienti sognatori.

Mi sono perso tra le stelle

E tra amori a buon mercato

Ho toccato il fondo della libertà

C’è chi mi dice che son folle

O che sono fortunato

Perché chi sogna delusioni non ne ha…

Son diventato un sognatore

E chi ha letto le mie carte

Ha scoperto che un destino non c’é l’ho

E come fanno i sognatori

Riesco a mettermi da parte

Mentre il mondo mi continua a dire no

Tra mille anni ci sarà

Come animali del passato

Che mangiavano emozioni

Peppino di Capri

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