“Pelle di spine” di Gastone Cappelloni. eduizioni Nisroch. A cura di Patrizia Baglioni

PELLE DI SPINE è un titolo evocativo, lo fisso e mi interrogo prima di accedere ai versi, mi chiedo se le spine servano a proteggere, a chiudere in senso ermetico o se esse siano espressione acuminata dell’essere.

Apro la raccolta e scopro liriche perlopiù brevi, a versi sciolti, armoniche nella forma e scritte con un sapiente uso delle figure retoriche.

Accanto ad ogni poesia c’è la sua traduzione in spagnolo per il pubblico del Sud America conquistato da tempo da Gastone Cappelloni con il suo verso musicale.

Nella prefazione firmata da Vittorio Sgarbi si legge che l’uso dell’intelletto umano è quello di conservare memoria e la poesia diventa linguaggio privilegiato: essa ha il pregio infatti di trasmettere il ricordo e insieme a esso, le emozioni suscitate.

Quella di Cappelloni, effettivamente è una poesia che racconta e non si accontenta della dimensione reale, guarda oltre fino ad arrivare alla “vanità del riviversi”.

Saprò

dedicarti

innocenze

nella

ricerca

di giornate

non

ancora

trascorse.

Oltre

la

morte

saprai

aspettarmi

con la vanità

del

riviversi?

La poesia pone domande, da sempre una delle sue funzionalità è quella di indagare nella spiritualità individuale, a volte critica, altre volte catartica, la poesia si rivolge all’essenza.

Fortunati coloro che giungono al centro delle cose, alla verità scoprendo le finzioni e le ipocrisie, i versi guidano e il poeta li segue nel “balletto dei lamenti ipocriti”.

Nel balletto

dei lamenti ipocriti,

le tue crudeltà si cibano

di spoglie del disgusto,

riverite con bestemmie

raccolte

all’albero delle blasfemie.

Rinnegando

le spiritualità

del cinismo

si compiaceranno

dentro piaghe

di

rimorsi effimeri.

Uno dei sentimenti che emerge con più forza è il rammarico, quello per il tempo che scorre troppo in fretta, per “l’infelicità mentale”, per l’impossibilità di raggiungere le mete prefissate.

Profondo è il senso di inadeguatezza e quelle SPINE del titolo cominciano ad assumere senso, il poeta sente su di sé il peso della sensibilità e della diversità, sente il suo sguardo divergere da quello della massa e il fardello dell’adeguamento diventa sempre più pesante.

In questo cammino egli non è solo:

Noi… / concime ombreggiante / per tirannico corpo. / Noi… figli servili di arcobaleni / senza continenti. / Noi… / custodi e becchini di fertili / diversità. / Noi… / allegorico sangue per muraglia sepolcrale.”

Anche la nostalgia assume un ruolo: quello di ancorare il poeta alla sua storia, di trattenerlo nella dimensione temporale, di curarne i solipsismi, di proteggerlo “dagli artigli dell’oblio”.

Tra le vertigini della

nostalgia

sarò dedica che risorge,

candore vissuto,

impastato con la saliva

dell’anima accanto.

Incanto ineludibile

per proteggerci

dagli artigli dell’oblio.

Provo a capire, a oscillare con Capponi sull’altalena dell’esistenza, ma “granelli d’angoscia” offuscano la mia visione, perché la poesia a volte è anche questo: nebulosa.

Che fare allora? Per orientarsi e uscire dall’amarezza che a volte ci coglie impreparati basta coprire la propria pelle di spine, chiudersi come un riccio in raccoglimento e ritrovare se stessi… guidati solo da un verso.

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