“Occhioperocchio” di Giovanni Corti, Il ciliegio editore. A cura di Alessandra Micheli

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Ci sono libri che non sono semplicemente incanti intessuti di parole, ma molto di più. Bussano all’anima e la invitano a partecipare al volo libero del pensiero.

E per mano con questi strani folletti, si viaggia su in alto nel cielo.

Cosi distante la terra, eppure cosi visibile.

E solo da una considerevole distanza, li sulla cima di un monte o grazie a una diversa visuale del reale, che tutto appare diverso.

Ciò che era bello si ammanta di oscurità, gli ideali nascondono ferite purulente sul fianco.

E le meraviglie del tempo brulicano di strani esseri vermiformi che rosicchiano lentamente la loro struttura.

Dall’alto i draghi appaiono solo buffe e patetiche figure di cartone.

E le certezze…certezze che non sono altro che i pregiudizi con cui nascondiamo la paura degli altri.

Occhioperocchio affronta tutto.

Quella storia vista dal lato meno nobile, quello che serve solo come alibi per le nostre assurde perversioni, quella che tenta di dissetare quella sete di potere.

E cosi nel giorno più sacro, più intoccabile, orgoglio per ogni italiano, in quel 1945 che doveva segnare la nuova vita, in favore di una libertà tanto agognata, diviene il trito riparo per vigliacchi e aridi furfanti.

Che per rifarsi dei torti di una vita, considerata non più come maestra ma come carnefice, vogliono per forza pagare con uno schiaffo, la botta al viso ricevuta.

E sei li ad assistere come in un film, come un lento lungometraggio una mano invisibile che solleva i tappeti e ci rivela marcio e polvere.

E si torna indietro nel tempo, quando il diverso era considerato figlio di satana. Quando in onore della più bestiale divinità, non certo dio, si tentava di preservare una purezza apparente.

E cosi anche in quel monastero si trapiantava nel Dna l’idea che solo i furbi possono vincere in questa vita.

Che agli innocenti non è risparmiato il dolore.

Che il diverso, in fondo, è solo il male incarnato, uscito fuori da noi stessi e personificato in un essere che vive e respira come noi.

Ma che non è come noi.

Che è privo di diritti e persino di dignità e quindi può essere il contenitore di ogni nostra malsana idea, che può essere il capro espiatorio capace di redimerci da ogni nostra scelta sbagliata, da ogni istanti in cui decidiamo di favorire il lato bestiale, dimenticandoci la nostra origine divina.

Allora è facile che tute le frustrazioni, i dolori e i disagi divengono solo il frutto dell’azione del nemico.

E cosi dal lontano medioevo, tempi oscuri instillati di pregiudizi e di malignità, questa malcelata convinzione arriva fino ai giorni nostri, in anni resi difficili da un benessere apparente, che sfocerà nella crisi del post moderno, quando ogni contraddizione non riuscirà più a stare muta e si sfogherà contro l’essere che da uomo è divenuto massa.

Nutrito dallo stesso male, portato avanti in un tempo lontano da chi doveva garantire in realtà la redenzione dell’anima si assisterà a una triste commedia dell’arte in cui vendette, disperazione, orrore quotidiano, quello che lascia ai bambini un triste dono: nessun riparo potrà preservarli dalla brutalità della vita. E persino la loro blanda fantasia non alimenterà il regno del sogno, ma si trasformerà solo in una stolta imitazione dei peggiori odiosi, difetti umani.

Una banda che non vuole scoprire tesori, o cercare il significato della pioggia, ma vuole solo imporsi dominare, portare avanti la vera maledizione.

Che non è quella di avere un difetto o un segno maligno: ma è quella di lasciar morire la compassione.

Una compassione che rinasce forse, negli occhi puri di un uomo, un ispettore che si salva, perché il dolore lo ha allattato.

E chi è nutrito da queste amare stille, ha un anima aperta al mondo.

La vita per chi ha davvero sofferto non fa paura.

La vita fa paura a chi la vive come un aguzzino da sconfiggere.

O come un torto da riparare, un debito antico da salvare.

La maledizione è nell’incapacità di dire no alle insensate certezze che vedono nel diverso la possibilità di sentirsi migliori.

Che fa del diverso il nemico da uccidere.

E in quei pianti che ancora risuonano tra boschi e montagne, ci sarà chi si perde e chi tramite l’amore riuscirà a vincere.

Contro il mondo, contro il potere, contro il passato, contro gli ideali stuprati da interessi per nulla alti.

E cosi impareremo a conoscere anche il lato oscuro.

Quello che nessuna storia racconta, perché la storia la fa chi apparentemente vince.

E si pone come eroe.

Ma io so che anche nella lotta per la libertà, eroe sarà chi proverà compassione per il nemico, come fece Piero nella sua triste ballata.

Sullo sfondo di una natura che racconta a suo modo il peccato umano, divenendo il pozzo oscuro dove ribollono le nostre mancanze.

E che rubano ossigeno, rubano il domani, rubano la vita.

E’ da un lago che parte il cammino verso la scoperta di molte verità.

Ma è dal un lago morente che urla i nomi dei responsabili, che per ironia della sorte scopriremo un altra storia: quella che rende occhioperocchio la speranza.

Se volete scoprire perché accostatevi con riverenza al libro.

Chiedetegli il permesso e sfogliatelo.

Vi racconterà una storia…starà a voi scegliere se abbracciare quella della caduta o quella della speranza.

***

Per mia madre

che confonde il suo sorriso con il vento.

E come sempre

lo regala alla gente

anche da lassù

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