“Le streghe di Salem” di Bruno Sebastiani, Mezzelane editore. A cura di Alessandra Micheli

 

Ho sempre avuto una sorta di oscura attrazione verso il tema della stregoneria e in particolare nella fase tragica delle persecuzioni. E non perché soffra di un sadismo nefasto, quanto per le implicazioni socio culturali e persino politiche di quel fenomeno. Se la strega affascina e seduce, il loro sterminio lascia interdetti e ci pone davanti un orrore reso manifesto: la barbarie di umani che ritennero il Sabato inteso come morale, come ideologie e come convenzioni) molto  più importante dell’uomo stesso. Sicuramente la persecuzione, cosi come la vera genesi della stregoneria, o per dirla alla Charles Leland la stregheria, ebbero una motivazione duplice e strettamente connessa con una modernità, con la volontà di sentirsi purificati e con una netta predominanza della dannosa fase politica dettata della creazione del nemico. Nel momento in cui la comunità divenne città si assistette a un processo interessante quanto abominevole, ossia la divisione della omogeneità e della solidarietà contadina in una netta differenziazione Noi e gli altri.

E questi altri vennero caricati di ogni negatività, di ogni paura, di ogni possibile e probabile minaccia di un patto sociale. E questo patto instaurato tra noi e Dio o tra noi e il governo che della legge divina doveva essere il rappresentante in terra, doveva essere assicurato, protetto da ogni contestazione, reso intoccabile e circondato da un alone quasi sacrale. Un patto che si risolveva nell’accettazione di convenzioni sociali, di ruoli spesso gerarchici, di una netta o parziale cesura dei diritti e della libertà. Chi più e chi meno, ogni società assistette a questa sorta di trasformazione il centro fulcro della vita “civili” e le periferie, oscuri antri in cui si annidava ogni male, ogni dissidenza e ogni orrore. E tra i dissidenti rilievo ebbe la strega.

Depositaria di antichi segreti o di una irriducibile creatività, considerata in quei tempi che mano a mano si fecero più bui, sinonimo di ribellione allo status quo, la strega rappresentò il segno tangibile della trasformazione sociale; quella che portò quindi a un accentramento del potere sia religioso che economico che politico, divenendo il calderone in cui far ribollire ogni impulso scomodo, ogni istanza di rinnovamento considerato pernicioso per la stabilità e quindi maligno e, perché no, ogni contestazione vera e presunta dell’autorità costituita.

Ecco perché i libri che affrontano la stregoneria e quindi si incentrano sulla figura della strega divengono veri simboli di una coscienza che si sente, più o meno, privata di bellezza, minacciata dalla tecnologia, in eterna ricerca di autenticità e di splendore, di verità e di rinnovamento. Nel suo raccontarsi attraverso ogni autore ci addentriamo, spesso, non nella storia ma in un terreno intimo, quello dell’anima, quello dei sogni dove si conserva tutto ciò che serve da nutrimento per l’anima. E quindi i personaggi e le nostre parole che scorrono su carta non ci raccontano di uomini e donne reali, ma più che altro di antiche memorie, totalmente personali, di rivendicazioni sul senso del femminino, di diritti e doveri messi a repentaglio da una o dall’altra compagine sociale, di una cultura che riteniamo essere stata messa fuori legge dal contesto dominante: quello dei valori e delle consuetudini.

Un elemento di tutto rispetto certo, interessante patrimonio psico-etnologico, in grado di farci fissare con recisione sia i cambiamenti sociali che culturali ma che ha un drammatico e pericoloso limite: quello di porre la strega e i suoi processi al di là del confine con la storia, facendoci perdere di vista il perché a favore dell’emotività. Non fraintendiamoci. È doveroso, per uno studioso,  indagare sul simbolo. Ma è altrettanto importante far rivivere una fetta di realtà, quella oscura che tendiamo a tenere nascosta nel nostro armadio, in una porta chiusa a chiave. La strega e i suoi roghi non sono solo l’aspetto negativo, oscuro castrante che l’uomo ha attribuito all’archetipo femminile; è stata simulacro nel nome del quale si sono compiute vendette personali e collettive, politiche e religiose.

Ed è quell’aspetto sociologico su cui si è concentrato Sebastiani.

Non a caso ha scelto di parlare, anzi di dar voce alle anime tormentate, agli intrighi e alle reali morti di quelle persone coinvolte in un processo scandalo, uno dei peggiori in grado di superare anche il suo fratello italiano che è stato Salem. Ed è Salem, la nostra speranza del futuro, una memoria che deve essere strappata a forza dalla polvere dei secoli e analizzata con una capacità empatica e al tempo stesso da osservatore esterno, in grado di cogliere elementi che, la personale emotività di chi considera la stregheria, solo un fatto di anima, spesso si perde. Ottimo considerarle come fonte delle creatività, descriverla poeticamente con termini come la luce, la notte, l’oscurità, l’alba’ l’odore del fango, odore della terra. Ma la realtà e ben meno lirica. Si tratta di donne uccise da un fanatismo religioso o da un preciso distruttivo piano politico. È la vittima designata dal potere per evitare o scongiurare una indipendenza sia emotiva che politica. Ci racconta dello scontro tra due visioni del mondo, la cui vittoria avrebbe influenzato tutti gli anni a venire. Capite come si tratti di un fatto, lontano, dimenticato ma atrocemente reale.

E Salem è il fulcro di tutto.

È il momento in cui le diverse motivazioni dello sterminio, religiose e politiche si uniscono e danzano assieme la loro macabra danza. Sebastiani lo racconta come un romanzo, un horror psicologico, eppure parla di fatti veramente accaduti. Lo fa da osservatore partecipante, uno dei metodi più difficili, ma anche più precisi della ricerca sociologica. Racconta e alla fine trae le conseguenze disastrose ma applicabili in ogni contesto in cui, fintamente, il buoncostume è solo apparenza che nasconde residui di bramosia portata a livelli estremi. Sebastiani impietoso, riesce a scavare quel terreno apparentemente rigoglioso e splendido e tira fuori i residui tanto declamati di Pareto ossia la motivazione profonda che alimenta in modo oscuro, ogni finta azione improntata alla venerazione del sociale. Mai dramma fu più individualistico di Salem.

Ma cosa successe davvero a Salem?

Cosa ha catturato l’attenzione di un così esimio studioso tanto da doverlo, portare su carta, non solo per amor di cronaca raccontare?

Nel 1692, questa strana cittadina fu protagonista di un massiccio e straordinario processo di stregoneria che coinvolse almeno la metà dei suoi abitanti. E calcolando che contava circa duecento anime, fu in grado di spazzare via un’intera comunità. Fu talmente “mediatico” che ancor oggi riecheggia in film come la seduzione del male (1996) e le streghe di Salem (2012) e dai romanzi quali La lettera scarlatta di Nathaniel Hawthorne, Tituba strega nera di Salem di Maryse Condé e da Arthur Miller con l’opera teatrale il Crogiuolo.

Tutto inizia, e Sebastiani lo racconta come se fosse lì a farci la cronaca, quando un gruppo di giovinette dai 12 ai 20 anni dichiararono di essere vittime di un oscuro maleficio. Tra le ragazze coinvolte figuravano la figlia e la nipote nientedimeno che del reverendo Parris.

E chi era Samuel Parris?

Pastore calvinista e puritano della comunità di Salem nel Massachusetts , figlio di un mercante di stoffe, emigrò a Boston agli inizi del 1660 dove nel 1673 prese possesso dell’eredità paterna ossia una piantagione di zucchero nelle Barbados che gestì per alcuni anni. Fu in quel periodo che acquistò due schiavi dei caraibi: Tituba e suo marito John. Insoddisfatto della sua attività imprenditoriale iniziò a predicare nelle chiese locali, finché nel 1689 fu nominato pastore della comunità di Salem nel Massachusetts.

Il suo ingresso in quella ristretta cittadina non fu affatto facile. Era diciamo non benvoluto a causa dei suoi trascorsi che profumavano di avidità che contrastavano con i valori che predicava improntati a un formalismo rigido e da valori estremamente intransigenti. Insomma non era il rappresentante perfetto atto a incarnare quel fondamentalismo religioso alla base della sopravvivenza di Salem.

Un altro acuto approfondimento Sebastiani lo attua guardandosi attorno e individuando i problemi relativi al cotesto in cui questa strana comunità prese a prosperare. Ed è un contesto singolare ma non inaspettato: si tratta di una comunità molto chiusa, fondata da esuli inglesi che hanno seguito i primi coloni arrivasti con la famosa Mayflower nel 1620. Sbarcati sulle coste di Cape Cod Bay si erano impossessati in modo nient’affatto pacifico né rispettoso, sottraendoli ovviamente ai barbari nativi. Una storia che si ripete con una costanza tenace che ha dell’inquietante ancor oggi.

Ma quale molla li spinge a colonizzare?

Semplice.

 L’appartenenza alla razza superiore. L’essere il popolo eletto scelto da Dio affinché colonizzasse questi territori sottraendoli al diavolo. E questa loro “elezione” è da considerarsi un dono divino e pertanto i disagi, le problematiche, le limitazioni naturali che arrivano nell’instaurarsi in un territorio sconosciuto, la difficoltà di rapportarsi con l’altro diverso da noi non sono normalmente considerati i rischi dell’interazione umane e della sperimentazione, ma sono le prove con cui nostro Signore esamina approfonditamente la nostra fede. Insomma ci bastona, ci affligge, ma ci ama. E ci ama perché il popolo eletto onora il patto instaurato tempo addietro da Abramo e si sforza di percorrere la retta via. Non sono anglicani quindi, sono puritani: ossia seguono una via ancor più rigida in netto contrasto con l’apertura della chiesa d’Inghilterra. Anzi la sintonia che quest’ultima ha con il potere politico sembra far sprofondare il rinnovamento attuato dal protestantesimo in una sorta di nuova alba del modus operandi cattolico. Denunciare questo sordido legame con il potere costituito, reo di percorrere le vie blasfeme della chiesa romana, diviene motivo di aperto contrasto, tanto da giustificare non soltanto la fuga, ma il sogno di portare il paradiso, anzi il loro personale paradiso, pardon, in terre da esplorare, terre incivili, terre vergini su cui far prosperare la nuova Gerusalemme, appunto Salem.

Che poi quelle terre fossero già abitate, dotate di una propria autoctona civiltà poco importava. La forza del Signore sbaraglia eserciti, riduce in cenere città e schiavizza i dissacratori. Questo il sogno. Che poi si scontrerà con una realtà più difficile e meno edulcorata, e questo scontro di mentalità così poco pratiche, per nulla flessibili in un contesto dove, la flessibilità, è l’umica risposta in grado di assicurare una vita più tranquilla li portano a chiudersi sempre di più nel loro guscio. E cosi che l’innesto con il nuovo contesto economico e anche geografico diviene una sorta di universo oscuro, dominato dal diavolo, con cui non si DEVE dialogare ma si deve instaurare uno scontro continuo e insensato.

opera del diavolo, questo bieco individuo che mai riposa e sempre ordisce i suoi piani per causare dispiaceri alla buona gente, tutto si spiega e si ridimensiona, ecco che i coloni si sentono finalmente rincuorati. Siccità, carestie, inondazioni, guerra con i pellerossa, per non parlare delle locuste: tutto fa parte del suo malvagio proposito, che è quello di cacciare via i coloni da questa terra.  Fattosi largo questo convincimento, ritorna la speranza negli occhi della buona gente; il sorriso non torna ancora, ma la

 volontà di resistere sapendosi nel giusto, quella sì. Perché ormai è chiaro a tutti: il Signore non li ha abbandonati, è solo il diavolo che le tenta tutte per indebolire la loro fede, ora il suo proposito è lampante.

In questa delirante spiegazione si tenta di costruire difese prima di tutto morali e quindi una comunità sempre più resistente al peccato, corazzata contro ogni tentazione

Accade così che tanto più i coloni percepiscono la presenza del male, tanto più improntano il loro vivere al rispetto rigoroso, oseremmo dire ossessivo, degli innumerevoli precetti contenuti nelle Sacre Scritture. Vengono banditi la musica e il canto, con esclusione degli inni sacri ch’è doveroso intonare nella Casa delle Assemblee, vengono proibite le danze e qualsiasi forma di svago o divertimento

Ed è in questo claustrofobico contesto che iniziano le prima avvisaglie di quel malessere che sfocerà in una sorta di isteria collettiva, di manipolazione delle coscienze fino a far scoppiare quegli impulsi, quelle ossessioni, quell’ombra da troppo tempo nascosta, mai confessata e perciò resa potente.

Non sorprende che in un ambiente così ammorbato dal fanatismo religioso, così chiuso e intollerante verso qualsiasi forma di lassismo, così ancorato al concetto per il quale, per meglio figurare agli occhi del Signore, occorre mortificarsi e vivere quasi con rammarico, possano verificarsi vicende spiacevolissime, specie in relazione alla moralità o alla semplice reputazione di questo o quel componente della comunità.

Abigail e Elizabeth, le nipoti di Parris sono le prime a manifestare un profondo malessere.

Anche le due ragazze vorrebbero uscire, vorrebbero frequentare le loro coetanee, vorrebbero pure conoscere qualche coetaneo; tutte cose che, non serve neanche dirlo,  potrebbero compromettere la loro rispettabilità, il loro decoro e, cosa più importante, la loro anima

E questo assiduo controllo, unito da una mancanza di svago e di interessi fanno si che le due giovani di carattere fondamentalmente esuberante, curioso e pieno di voglia di conoscere:

 

Si sentono come uccelli in gabbia che, per quanto capaci di esibirsi in voli vertiginosi e straordinarie acrobazie, al massimo possono fare solo qualche saltello.  Quando parlano tra di loro, si scoprono rancorose e immaginano che qualche burla, qualche sgarbo, possa scuotere la vita sonnolenta di questo borgo che sembra incapace di  conoscere la gioia di vivere.

 

E’ da questo profondo squilibrio tra il loro ruolo sociale, avvertito come estraneo alla loro anima e le profonde inclinazioni del loro io, che avviene la tragedia, nell’inverno del 1691 e il 1692 le due giovinette iniziarono a comportarsi in maniera inusuale, taciturna tendenti a nascondersi a strisciare sul pavimento, a essere inappetenti, grugnire e lamentarsi come animali feriti. Il dottore della contea William Griggs ,dopo vari accertamenti, innescò la bomba: forse si trattava di possessione diabolica. E fu così che iniziò una lunga, atroce catena di accuse  partendo da Tituba, rea di aver regalato loro momenti spensierati con innocenti giochi di divinazione.

Ma in questo innocuo incontro con la magia avverà un fatto sconvolgente, di aperta ribellione contro l’immobilismo puritano, infatti i giochi di magia non furono altro che un mezzo per riprendere un’identità perduta tra le pieghe di un conformismo esasperato:

 

Indemoniato», ripete Ann Putnam con voce stranamente ispirata. «Che poi è il solo modo per dire o fare quello che non ti lasciano mai dire o fare.»

Si parla di ragazze la cui prospettiva di vita era terrificantemente grigia.

 

sentono che questa è una conferma alle loro scialbe aspettative e si scoprono avvilite e impotenti.  Al momento solo tre ragazze hanno potuto sondare il loro futuro, ma le due cugine, parlandone, si fanno viepiù convinte che questo destino le accomuni tutte, che tutte le ragazze, in questo tempo e in questa parte di mondo, non possano ambire a nulla di diverso e nemmeno possano sperare di sollevarsi dallo squallore in cui vivono

 

Dalle accuse a Tituba uscirono altri nomi: donne emarginate, donne la cui moralità era dubbia ma anche piccole vendette personali, rivendicazioni di carattere economico e, soprattutto per le ragazze, fu un modo per avere un potere, a loro negato in quanto donne, all’interno della comunità. Da una prospettiva di vita incolore a essere loro le dominatrici, la cui parole poteva porre fine non solo alla rispettabilità ma alla vita stessa. Un gioco in cui confluiva e Sebastiani lo evidenzia chiaramente, una noia portata all’estremo, la frustrazione di speranze deluse, l’incapacità di gestire la propria rabbia, e tanta tantissima ipocrisia. Ironia della sorte quel vietare, quella morigeratezza dei costumi, privarono le persone del lato bello della vita, dirigendo la loro parte inconscia non verso la creatività, ma verso gli impulsi più biechi.

 In totale furono processate 144 persone, delle quali 54 confessarono di essere streghe. Le condanne a morte per stregoneria eseguite furono 19; Giles Corey, torturato per essersi rifiutato di testimoniare durante il processo a suo carico, morì per schiacciamento del torace.

Per Parris fu un disastro, la sua stessa comunità finalmente riuscì a dare un senso compiuto a un’atavica antipatia, anzi direi invidia, per la parte avuta nel processo, costringendolo a pubbliche scuse.

Questa tragedia si concluse nell’autunno del 1693 quando le balde giovinette accusarono di stregoneria anche la moglie del governatore Phips. Fu un grosso errore. Fu così che il prode governatore, che di problemi non se ne fece all’inizio, sciolse la corte per i processi e istituì una corte di giustizia che, dopo aver esaminato 52 casi, assolse 49 detenuti e commutò la pena di morte a 3 soli condannati.

Questa brutalità, superiore anche a quello di Triora (effettuato tra il 1587 e il 1589 nel borgo facente parte della repubblica di Genova) ha messo a dura prova ogni studioso alla ricerca del perché. E questo perché risalta con ferocia e con nitidezza proprio nella costruzione romanzata ma reale del nostro Sebastiani. Un mondo eccessivamente chiuso, donne e uomini privati di ogni sfogo, costretti a vivere in uno stato di perenne paura, senza la stimolazione benefica del libero pensiero, senza svaghi costretti in una gabbia da cui era difficile far passare almeno un refolo di sole. Una comunità soggetta a profonde e rigide limitazioni in cui forse il dissenso, manifestatosi con l’isteria delle giovinette, era una modalità di acquisizione non solo di potere, ma anche di credibilità. Ecco che la donna che contava in pratica nulla nell’ambito di comunità se non come oggetto di riproduzione, divenne nella forma delle accusatrici dotata di una superiore capacità decisionale: lo stesso che il perbenismo toglieva loro.

Ecco che l’illusione di poter controllare la società del loro tempo si sposava con un forte sentimento di rivalsa verso ingiustizie reali e presunte, vendette private, rivalse tutti ovviamente possibili soltanto in un ambito sociale profondamente superstizioso.

Per spiegare almeno in parte il comportamento delle ragazze

 

abbiamo fatto riferimento alla rigidità dell’educazione puritana, alla loro esuberanza con conseguente desiderio di infrangere le regole, alla loro voglia di sentirsi, almeno per una volta, protagoniste.

Si trattò dunque di una simulazione?

 In parte sì.  Ci resta difficile credere che delle giovinette potessero essere così prive di scrupoli e di coscienza ma se ci facciamo accompagnare da Sebastiani nei meandri di quel sistema malato, perché malato lo era, ci rendiamo conto di un’amara verità: ci troviamo di fronte a un patto scellerato con l’impulso soggiogato dalla disapprovazione sociale divenuto oscuro e nemico.

Ma c’è un altro dato sconvolgente.

Una volta reso manifesto il lato malato di un patto cittadino su cui lo spirito solidale era stato sconfitto dall’individualismo esacerbato, reso invincibile dalla diffidenza e dalla paura si rese evidente come a Salem prevalse:

Non si può disconoscere che le ragazze autodefinitesi indemoniate abbiano avuto un ruolo primario in questa vicenda, ma tramando nell’ombra molti si sono serviti di loro per danneggiare qualche antico rivale senza neanche esporsi.

Il quadro che ne esce è quello di un sistema allo sbando che ha dimostrato la sua incapacità di risolvere contraddizioni e di creare una vera cooperazione e omogeneità sociale di un mondo tutto ‘oggi incapace di

 

scambiare l’apparenza, l’onorabilità, la reputazione per autentico merito. In apparenza sono tutti cristiani, sono caritatevoli gli uni con gli altri, sono interpreti formidabili quando si dicono pervasi d’amore per il prossimo. Nella sostanza sono invece rigidi, meschini, ipocriti e rancorosi.

E questo perché privare le persone del necessario lato caotico, ma al tempo stesso creativo della vita, equivale a ammazzare, letteralmente, l’amore verso sé stessi. Questa idilliaca società morì sotto i colpi infertogli da una natura che non perdonò il loro sconsiderato orgoglio, mettendo a nudo un egoismo di fondo e una corruzione dell’animo. Ma mette anche in rilievo come, in fondo un minimo di imperfezione e di disordine non porta al disgregamento della società semmai al suo rinnovarsi. Ciò che rende marcia e stantia una persona non è quindi la fantasia, la bellezza e un cenno di sana vanità è l’arroccarsi su posizioni cosi fisse che scacciano in una sorta di delirio l’ombra junghiana, la nascondono sotto il tappeto e essa è libera di crescere di prosperare e di diffondersi come un abominevole contagio.

Il caso di Salem ci mostra, infine un ultimo importante messaggio, l’importanza del rispetto. È solo la capacità di conoscere, capire e quindi rispettare non solo l’altro ma anche l’ambiente in cui ci troviamo a nostro malgrado innestati a garantirci la sopravvivenza. Ed è quando non riusciamo a confrontarci in modo pacifico con il nostro ecosistema o microcosmo che sia personale o che sia la patria dell’altro che avviene il rigetto.

E come ci ha dimostrato Salem questo mancato confronto porta a estreme e terribili conseguenze.

se avessero provato a viverci senza snaturarlo, senza provare a diventarne gli unici abitanti, non avrebbero avuto bisogno di irrigidirsi a salvaguardia della propria unicità da opporre alla diversità dei nativi. Se così fosse stato mai si sarebbero determinate le condizioni che li hanno fatti sentire accerchiati e mai avrebbero cominciato a vedere nemici ovunque, nemici talmente eterogenei da identificarli come manifestazioni del maligno.

Riflettiamoci su questo punto, soprattutto oggi che ci troviamo a vivere un nuovo eclatante innesto con l’altro.

 

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