Review party “La ragazza che giocava a scacchi ad Auschhwitz” di Gabriella Saab,Newton Compton. A cura di Chiara Monina e Paola Perri

Per non dimenticare. A cura di Chiara Monina

Maria Florkowska ha solo quattordici anni quando, il 29 maggio 1941, varca la soglia del campo di concentramento di Auschwitz e ci rimane per quattro lunghi anni.
Questo libro ci descrive quegli anni trascorsi all’interno del campo, di come ci è arrivata e delle sue esperienze all’interno, fisiche, psichiche e le emozioni negative e positive che l’hanno accompagnata.
E’ una ragazzina polacca, di Varsavia, dove vive con la sua famiglia : la mamma Mama, il papà Tata, la sorellina Zofia nove anni ed il fratellino Karol di quattro anni.
Abita nel quartiere Motokow, il padre zoppica ed ha un bastone con il quale si aiuta a camminare, reduce della Grande Guerra.

Maria è molto legata al padre, è colui che le ha insegnato a giocare a scacchi, sua grande passione; il suo pezzo preferito è il pedone, che sembra poco importante ma quando arriva dall’altra parte della scacchiera può cambiare la partita.


“Porta a termine la partita Maria.”


Come il padre e la madre entra a far parte della Resistenza, insieme ad amici di famiglia : la signora Sienkiewicz e la figlia Irena, più grande di tre anni di Maria; colei che le insegnerà i trucchi ed i passaggi per non essere scoperta durante le azioni.
Tra le due ragazze, inizialmente, c’è antipatia, Irena le fa notare continuamente che lei è più grande e la fa sentire inappropriata ed un peso per queste missioni.

“Mi avrebbe analizzata proprio come io analizzavo una scacchiera, alla ricerca dei punti deboli per bloccare i miei avversari.”


Avevano anche delle false identità, nomi in codice, Maria diventava Helena ed Irena diventava Marta; nei reggiseni si creavano taschine per tenere messaggi segreti.

Quando madre Matylda chiede a qualcuno se è disposto ad accettare la benedizione
di Dio, sta domandando se accettano di occuparsi di un bambino ebreo.”


Purtroppo Maria viene scoperta e con tutta la sua famiglia vengono rinchiusi, prima nella
prigione di Pawiak dove Maria viene interrogata e torturata, poi vengono spediti tutti ad
Auschwitz.
Qui la sua famiglia viene sterminata a fucilate mentre lei, per un caso fortuito del destino, viene risparmiata grazie al gioco degli scacchi.
Un pedone caduto a terra, il saper giocare a scacchi, le salvano la vita ma la fanno diventare la pedina preferita del vice comandante del campo Karl Fritzsch.

“Finché fossi rimasta in vita, avrei giocato a scacchi, e avrei giocato bene.”


Un uomo dagli “occhietti neri e maligni” che innesca partite e tornei perversi e crudeli solo per il proprio sadico ego, che torturerà Maria, che ne porterà per tutta la vita i segni sulla schiena e nel cuore.

“La forza non bastava per vincere a scacchi. La strategia era molto più importante.”

Tra le torture della prigione di Pawiak e quelle del campo, Maria avrà sempre addosso i segni di ciò che ha sofferto : bruciature di sigaretta e lividi blu.
Quel numero tatuato sul braccio 1-6-6-7-1 sarà per sempre il marchio di ciò che è avvenuto, della voragine in cui si è inabissata la sua anima.

“L’esistenza era priva di significato per una cosa identificata da un numero.”


Prima si chiamava Maria, poi Helena e poi 16671; lei stessa si descrive così, questo sta a delineare il crollo psicologico della fiducia in sé stessi che privazioni, stenti ed umiliazioni provocano sui prigionieri.
Inoltre Maria si sente colpevole per quello che è accaduto alla sua famiglia, perché è lei ad essere stata scoperta e si sentirà fino alla fine la responsabile della morte di tutti loro.

“ …ma niente alleviava il peso che avevo nel petto. Ero sopraffatta dal dolore, dentro e fuori, nel cuore e nella mente, nel corpo e nell’anima.”

“…la prigione che rinchiudeva il mio corpo non era niente. Il vero carcere era quello che imprigionava la mia anima.”


L’incontro prima con padre Kolbe e poi con Hania e poi nuovamente con Irena (all’interno del campo) le daranno la forza di andare avanti e sopravvivere anche per chi non c’è più.
Padre Kolbe con il suo sorriso, la sua calma, la sua gentilezza anche davanti agli orrori più indicibili, rappresenta un respiro di umanità; costruisce, per lei, una scacchiera con sassolini e legnetti, per giocare ma solo per divertimento.
E’ stata la prima persona che ha fatto una “cosa carina” per lei all’interno di Auschwitz, ha riportato il divertimento in quel gioco che le piaceva tanto fare con suo papà.

“Aveva un sorriso caloroso ed empatico.

Siamo d’accordo, allora. Amici.”


Il gioco degli scacchi non rappresenta più solo un’opportunità per sopravvivere ma un’ancora
di salvezza in quel mare in tempesta.
Maria in realtà è molto più forte di quello che sembra, certamente ha cicatrici profonde nel cuore e nell’anima ma anche risorse notevoli per riuscire a sopravvivere all’interno di quell’orrore.
Si chiede continuamente come sia possibile sopravvivere ma le parole di padre Kolbe, un balsamo per l’anima oltraggiata, danno un senso alla vita nel campo.

“In un posto come questo io credo ancora di più. In quale altro modo potremmo trovare un senso, in mezzo a tanta sofferenza?”


Le sue risorse emozionali, forse, non sarebbero bastate da sole, senza l’aiuto di amici veri
come padre Kolbe prima ed Hania ed Irena poi.
Tra il dentro ed il fuori del campo, dove si recava per lavorare, fa la conoscenza di Mateusz, il figlio del fornaio del paese, con il quale inizia uno scambio di biglietti, che le faranno assaporare un pò di vita vera, un pò di quella vita reale che dovrebbe vivere un adolescente della sua età.


“L’idea di avere un nuovo amico era sorprendentemente piacevole.”
“Mi guardava come aveva sempre fatto: come se fossi più di un numero.”


Tra Maria, Irena ed Hania si innesca una scintilla che durerà anche oltre Auschwitz, viene instaurata un’amicizia profonda, solidale ed empatica che permetterà a ciascuna di loro di sopravvivere al campo.


“Le due amiche che mi erano più care al mondo erano entrambe qui, vive e vegete. Da tanto non provavo quella sensazione, che avrei potuto descrivere come qualcosa di simile a una vera, sfrenata felicità.”


L’immagine di Maria, Hania ed il fratello di lei Izaak che passeggiano nelle neve all’interno del campo, rappresenta una sorta di normalità per questi ragazzi e nonostante sia molto freddo, preferiscono restare un pò più del necessario all’aperto ed assaporare l’aria fresca che li fa sentire, anche se per poco tempo veramente “vivi”.

“Il mio corpo era affamato ma anche la mia anima. Bramavo la dolcezza, la
compassione, l’amore, tutto ciò che un tempo avevo dato per scontato. La fame di
cibo mi tormentava costantemente, ma il desiderio di contatto umano era un dolore
vivo.”


“In primavera la nostalgia della vita libera era più acuta che mai.”

Quel campo che l’ha tenuta prigioniera e le ha tolto, inizialmente tutto: la sua famiglia, la sua vita, la speranza del futuro, le ha poi restituito questa speranza sotto forma di splendidi incontri umani, due amiche straordinarie, padre Kolbe, Mateusz.
Tutti legati da questa esperienza umana oscura, dolorosa ma da cui si può scoprire una nascosta umanità tra le pieghe del cuore e dell’anima.
Questi personaggi scoprirete sono legati anche dalle loro storie personali, c’è un filo comune tra le loro famiglie, le loro conoscenze, sono predestinati ad incontrarsi e a salvarsi a vicenda.
Rinascono insieme, creando una seconda famiglia e grazie alla resilienza comune riescono a superare tutto quel mero sopravvivere, per riuscire a vivere una vita piena di amore ed emozioni.

“Abbraccio le mie amiche…tutti i pezzi sparsi della mia vita non hanno più importanza. In questo momento la pace allontana il caos e il mio cuore ritrova la sua casa. Ci aiuteremo insieme a raccogliere i pezzi caduti.”


Leggendo queste pagine si viene trasportati in quel tempo, ci sembra di rivivere con i personaggi ciò che hanno sofferto ma per fortuna per noi, è solo una storia.
Una storia da non dimenticare, di cui avere testimonianza e memoria ma che tale deve restare, da non far più rivivere in questo nostro presente così incerto

Il male esiste e va guardato negli occhi. A cura di Paola Perri

Esiste un concetto che ritorna sempre quando si parla di Shoah.

Si tratta dell’affermazione di assoluta unicità e, insieme, crudeltà dell’esperienza dell’olocausto. Essere interrogato dalla Gestapo, i campo di concentramento, le camere a gas.

La mente umana, di solito, non riesce a concepire questo tipo di cattiveria pura, così come non riesce a concepire concetti astratti, quelli composti da un’intensità che manca di concretezza.

Credo sia proprio per questo motivo che le sofferenze patite durante l’olocausto rimbombano nella storia: a motivo della loro crudeltà insensata, certo, ma anche della loro inconcepibilità.

Si parla di giorno della memoria, ma a volte ho l’impressione che l’eco si senta fortissimo in qualsiasi giornata.

Soprattutto in giornate come questa, dove la guerra è tanto vicina da far tremare il mondo, interamente.

C’è una frase, all’inizio del libro, che mi ha colpito in modo particolare: l’io narrante dice che ascoltare i suoni di una tortura è, a volte, quasi peggio di doverla subire.

In La ragazza che giocava a scacchi ad Auschwitz il suono della tortura è rumore assordante.

Rumore inconcepibile, così come si diceva prima,

Proprio per questo è un libro molto difficile da leggere, sin dalle sue prime pagine.

Mi sono dovuta fermare, aspettare e sentire d’essere pronta per continuare.

Il mio blocco ha avuto luogo proprio all’inizio, quando la Gestapo interroga la ragazza.

Credo, fermamente, che tutti possano capire ad un certo livello, superficiale eppure profondo, cosa vuol dire essere interrogati dalla Gestapo.

Chiunque ha avuto un dialogo, nella sua vita, con un diavolo tentatore che vuole rubare l’anima.

Eppure, questo caso è diverso: si ha di fronte il diavolo che ti tenta non per l’anima, ma per la tua stessa vita.

È agghiacciante che, dopo poche pagine, si dica che la polizia segreta sia fatta da demoni, mentre la Gestapo è Satana in persona.

Ancora più agghiacciante il fatto che non stupisce per niente questa affermazione.

La Gestapo era Satana: ruffiano, tentatore, crudele.

Un libro bellissimo che, in qualche modo, ricorda La storia di Elsa Morante non solo per il tema, ma per un’analisi più profonda sulla natura umana.

Vorrei consigliarlo a tutti, ma mi limiterò a consigliarlo a chi ha raggiunto anche solo un briciolo di pace interiore. Purtroppo è un libro che riesce a far male, uscito nel periodo più adatto. E la chiarezza che porta all’interno è terrificante.

Forse, il fatto fondamentale è solo uno: il male esiste e, a volte, bisogna guardarlo negli occhi per liberarsene.

Paola Perri

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