Ed eccoci giunti all’ultima tappa..Omaggio al solitario di providence Hp Lovecreaft. Iniziamo con Dario di Gesù che ci parla di “L’orrore di Dunwich”.

Se chiederete a un fan di Lovecraft quali sono i suoi racconti migliori, probabilmente vi toccherà ascoltare una lista di non meno di venti titoli, uno più radioso dell’altro. Io sono un fan, quindi non chiedete a me, sul serio.

Certo è che, se si prova ad essere più oggettivi, è indubbio che alcuni suoi racconti siano stati più influenti di altri. Sono racconti che hanno definito inequivocabilmente alcuni aspetti dell’immaginario del grande di Providence, dando una veste ben precisa ai Miti su cui hanno poi scritto tanti autori.

L’Orrore di Dunwich (The Dunwich Horror) è uno di questi racconti, una di quelle storie che non si può che consigliare ad un novizio che volesse conoscere Lovecraft, iconico almeno quanto Il Richiamo di Cthulhu, La Maschera di Innsmouth o Le Montagne della Follia (e mi fermo qui per amor vostro).

Innanzitutto, ciò che rende L’Orrore di Dunwich (L’Orrore da qui in poi) un classico di Lovecraft è la struttura narrativa. La scrittura odierna tende a sfavorire la descrizione in favore di dialogo e azione.

Nel bene o nel male, agli inizi del secolo scorso la moda era tutt’altra e il ritratto dell’area di Dunwich che Lovecraft fa nelle prime pagine del racconto ci immerge fin da subito in un’atmosfera malsana e innaturale, una realtà non troppo lontana dal vissuto quotidiano e allo stesso tempo remota e aliena.

L’orrore cosmico e alieno, al confine con la fantascienza, si fonde con antiche superstizioni e paure di matrice gotica, trasmettendo quel senso d’inquietudine che caratterizza l’opera lovecraftiana.

Terminata questa ripresa a grand’angolo del “dove”, Lovecraft comincia a definire il “quando”.

Pressoché metà del testo costituisce l’antefatto della vicenda che andrà ad essere centrale nel racconto.

Anche in questo caso, oggi si direbbe che lo stile è inutilmente prolisso favorendovi un incipit in media res, ma personalmente faticherei a immaginare L’Orrore scritto diversamente.

Oltre a contribuire all’atmosfera della narrazione e generare ansia crescente, gli innumerevoli e apparentemente insignificanti dettagli dei primi capitoli sono accuratamente scelti dall’autore.

Siamo di fronte ad anticipazioni velate degli orrori che saranno rivelati in seguito.

Il gonnellino di corde indossato da Wilbur Whateley che da bambino corre su per le colline insieme alla madre, per esempio, troverà il suo perché molte pagine dopo e in circostanze molto diverse, quando il personaggio sarà ormai (anormalmente, molto anormalmente) cresciuto.

Solo al termine dell’antefatto, Lovecraft inizia a entrare nel merito di quel crescendo di vicende orrorifiche che culminano nel climax finale e nella risoluzione della vicenda.

Parlando di Wilbur Whateley, si tratta senza dubbio di un antagonista carismatico in cui si avverte immediatamente quel perfetto inquadramento della zona di disturbo, capace di rendere terrificante ciò che altrimenti sarebbe semplicemente spaventoso.

Siamo di fronte ad anticipazioni velate degli orrori che saranno rivelati in seguito.

Il gonnellino di corde indossato da Wilbur Whateley che da bambino corre su per le colline insieme alla madre, per esempio, troverà il suo perché molte pagine dopo e in circostanze molto diverse, quando il personaggio sarà ormai (anormalmente, molto anormalmente) cresciuto.

Solo al termine dell’antefatto, Lovecraft inizia a entrare nel merito di quel crescendo di vicende orrorifiche che culminano nel climax finale e nella risoluzione della vicenda.

Parlando di Wilbur Whateley, si tratta senza dubbio di un antagonista carismatico in cui si avverte immediatamente quel perfetto inquadramento della zona di disturbo, capace di rendere terrificante ciò che altrimenti sarebbe semplicemente spaventoso.

Non è ciò che è alieno di Whateley a orripilarci, ma quanto ha di umano.

È intorno a lui che sembra ruotare l’intera vicenda fin oltre la metà del racconto, ma le vie di Lovecraft sono tortuose e dietro gli orrori manifesti se ne nascondono altri sempre peggiori. La storia di Dunwich non fa eccezione in tal senso.

Se Wilbur è una figura iconica tra i servitori delle potenze aliene nei Miti, il professor Armitage, un anziano studioso della mitica Miskatonic University di Arkham, è a mio parere l’archetipo più forte tra gli eroi lovecraftiani.

Di fronte a poteri arcani ed extradimensionali (peccato non esista una traduzione italiana del termine “eldritch”) che minacciano l’umanità intera, un uomo pronto all’azione, addestrato alle armi e nel fiore degli anni non varrebbe una frazione dell’erudito professore e dei due fedelissimi colleghi.

Per scongiurare la minaccia, Armitage non esita a immergersi in studi proibiti e terribili, sacrificando salute fisica e mentale sull’altare di una causa troppo importante per essere abbandonata.

Armitage è un titano tra gli uomini e nella sua fragilità c’insegna quanto sia sottile la barriera che separa il nostro mondo dalla sua distruzione.

Tra gli elementi di rilievo del racconto, penso vada citata anche la divinità centrale della vicenda, Yog-Sothoth, un Dio Esterno, entità estremamente aliena, progenitore di altre famose divinità lovecraftiane, quali Cthulhu e Hastur. Quest’essere, spesso rappresentato come una massa di bolle, è forse tra i più enigmatici e misteriosi del pantheon dei Miti.

Non sarebbe assurdo, a mio parere, affermare che almeno in parte la notorietà di Yog-Sothoth possa essere attribuita proprio a questo riuscitissimo racconto.

Il climax della vicenda fa anch’esso spiccare L’Orrore tra tanti racconti.

Sebbene infatti questo si consumi in pochi minuti e appena una manciata di pagine, ci permette di sbirciare attraverso gli occhi dei personaggi la creatura che dà il nome al testo (cosa abbastanza rara nella letteratura lovecraftiana).

Ed è nel presentarci il mostro, sul finale, che Lovecraft riesce a scavare ancora più a fondo nella zona di Disturbo già esplorata con Whateley. È nel finale che con poche frasi l’autore dà completa coerenza a tutto ciò che ha narrato nelle pagine precedenti.

Come suo costume, Lovecraft fa intravedere dietro l’orrore manifesto un incubo più grande, che resta nascosto e si annida nel nostro subconscio, parlando a quelle paure del tutto irrazionali e primordiali che l’autore sa far vibrare come le corde di uno strumento tra le esperte mani di un musicista.

Al termine del racconto, il nome Dunwich resta impresso come un sinonimo di ripugnanza e terrore. Eppure quando mi ritrovo a viaggiare tra paesini sperduti tra le colline, mentirei se negassi che i miei occhi cercano in quei luoghi le stesse atmosfere, le stesse anomalie, mentre le orecchie si tendono verso echi di richiami lontani, alieni, terribili e allo stesso tempo irresistibili.

Questo è ciò che L’Orrore di Dunwich mi ha lasciato dentro e so che me lo porterò dietro per sempre.

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