Il blog consiglia “Orrore equilatero” di Gianluca Scendoni, PlaceBook. Da non perdere!

Si guardò attorno, stordito.

Sebbene la pausa fosse appena scattata, le altre scrivanie erano già deserte, come se gli occupanti si fossero dissolti in un colpo di vento improvviso o avessero mollato tutto ciò che stavano facendo per involarsi in un silenzioso frullo di camicie attraverso le finestre spalancate e nelle profondità del cielo limpido.

D’un tratto, ebbe la certezza che un evento incomprensibile, fantastico e terrificante al tempo stesso, e dal quale, per qualche ragione che non riusciva a spiegarsi, lui era stato escluso, si fosse verificato ai margini del suo campo visivo, mentre era distratto o mezzo appisolato.

Riportò lo sguardo sul monitor, tentando di scrollarsi di dosso quella singolare e sgradevole sensazione di spaesamento, il dubbio irrazionale di essersi addormentato davanti al computer e di avere iniziato a sognare.

Fu il telefono a togliergli ogni dubbio. Furono soprattutto gli spasmi con cui il suo corpo reagì al primo acuto squillo a convincerlo, la rapidità con cui le sue mani si aggrapparono al ripiano della scrivania, annaspando alla cieca in cerca di un appiglio.

Si guardò attorno frastornato, fissando istupidito al di sopra dei divisori.

Aveva dormito? E quanto era durata?

Gli altri non erano ancora rientrati.

Lo schermo del suo cellulare era buio e inerte. Non era lui che stavano cercando.

C’era qualcosa di sbagliato nel modo in cui i trilli si diffondevano nell’aria, echeggiando remoti e ovattati, come se provenissero da un cunicolo sotto i suoi piedi.

Prese ad aggirarsi tra i cubicoli deserti, ma la sensazione di irrealtà sembrava essersi addirittura acuita, quasi che gli squilli insistenti del misterioso telefono non lo avessero in realtà destato, ma fossero invece serviti a precipitarlo in uno strato onirico ancor più profondo e distorto, facendo sprofondare il pavimento del sogno iniziale, alla stregua di un solaio marcio, su un livello sottostante.

Allora fu colto dall’orrendo sospetto che ci fossero più cubicoli di quanti riuscisse a ricordarne, e avvertì una sensazione di estrema decrepitezza, con tutto ciò che lo circondava sul punto di andare in malora e sfaldarsi davanti ai suoi occhi. Non solo i muri e il soffitto della sala, ma anche tutto quello che c’era fuori, all’esterno, nelle strade e sotto di esse. Quasi che, risvegliandosi di soprassalto al suono del telefono, avesse fatto un balzo nel futuro – o, piuttosto, come se, approfittando del suo sonnellino, fosse stato il mondo stesso a compiere un prodigioso scatto in avanti – e quelle che vedeva lui ora altro non fossero che le vestigia corrotte di un universo abbandonato e in disfacimento, un colossale edificio di atomi fatiscenti e pericolanti evacuato in tutta fretta mentre lui sonnecchiava davanti al computer.

Sospettava che, se solo fosse riuscito a raggiungere una delle finestre e, osando sporgersi, avesse potuto aguzzare la vista quel tanto da scrutare al di sopra della città morta e svuotata, oltre l’orlo sfocato degli ultimi tetti e fino all’orizzonte, i suoi occhi avrebbero distinto la cresta ribollente di un mostruoso fronte temporalesco, una titanica e inarrestabile montagna semovente irta di rovine e mastodontici calcinacci proiettata in avanti in un lugubre silenzio di devastazione.

I cubicoli si stendevano adesso su ogni lato, tentandolo e disorientandolo al pari di un contorto labirinto in continuo mutamento. L’associazione irruppe indesiderata nella sua mente, lasciandolo senza fiato: il dedalo di strade luride e prive di uscita di Marina di Dagona. Era poi così sicuro, dopotutto, di non trovarsi ancora lì, impegnato a procedere a tentoni tra le case cadenti e invase dai rampicanti?

Gli parve che la luminosità del giorno fosse calata in un batter d’occhio, producendo zone d’ombra che a quell’ora del mattino non sarebbero dovute esistere. Probabile effetto della ciclopica muraglia di detriti in avvicinamento, ormai cresciuta al punto da oscurare il sole.

Si spostò a piccoli passi circospetti, indeciso su quale direzione prendere, quale delle innumerevoli svolte imboccare, attorniato da mille mutevoli laghi di oscurità, ognuno dei quali riverberava, a mo’ di altoparlante, il misterioso trillo.

Eppure, non si sarebbe detto che il telefono invisibile suonasse in contemporanea in ciascuna di quelle pozze di buio, bensì che, a ogni squillo, rispondesse un altro della medesima natura e intensità dall’ennesimo ignoto anfratto in ombra. L’effetto prodotto era bizzarro e terrificante: decine di telefoni che si parlavano, lanciandosi richiami lancinanti e indecifrabili ma carichi di beffarda urgenza da un capo all’altro dell’enorme sala, al riparo degli interminabili divisori putrescenti, in tutto simili a grotteschi e petulanti rapaci portatori di sventura.

Con una parte della sua mente, Diego si rendeva benissimo conto che l’unico modo di scongiurare il disastro incombente era trovare il telefono e ricevere le istruzioni per riavvolgere il tempo e interrompere l’avanzata dell’immane onda distruttrice.

C’era però un che di ripugnante nel suono che udiva, una qualità inafferrabile che lo respingeva, frenandolo e assalendolo con insopprimibili afflussi di nausea. Ogni volta che era certo di aver trovato il corridoio giusto, era costretto ad afferrarsi a qualcosa per non stramazzare al suolo privo di sensi.

I cubicoli seguitavano a moltiplicarsi e, con essi, le sorgenti degli squilli, i quali, vista ormai l’enormità dello spazio, risuonavano di volta in volta a pochi metri da lui o a distanze incalcolabili.

A un certo punto, fu sicuro di udire una voce lontanissima che si rivolgeva a lui chiamandolo per nome e che quella voce giungesse, per colmo di contraddizione, da molto vicino, come se in realtà una parte di lui – la parte osservabile nel mondo fisico – non si fosse mai davvero mossa dalla propria postazione davanti al computer, e ora fosse lì, dietro chissà quale divisorio, dotata di una propria flebile autonomia, una sorta di periferica coscienza di base che le permetteva di svolgere i soliti compiti e interagire in maniera meccanica ma credibile col resto del genere umano. Il tutto mentre la parte restante, la porzione di lui più cospicua e che poteva fare affidamento su intelletto e raziocinio, per effetto di qualche inspiegabile cataclisma mentale, era stata spostata – di più: distaccata – su un diverso segmento della realtà, o addirittura in una dimensione contigua ma sfasata sul piano temporale, e fosse quindi in grado di vedere il futuro mentre si formava, ma non un futuro vero e proprio, quanto piuttosto una prova generale di esso, una versione instabile e caotica, perché ancora in germe e perciò malleabile e modificabile a piacimento.

In poche parole, stava osservando l’eternità dal punto di vista di Dio.

Quella consapevolezza gli trasmise una sensazione di onnipotenza quasi stordente, tanto che, per un po’, si dimenticò del motivo della sua presenza lì in mezzo al labirinto di cubicoli, e si concentrò solo sulla nuova fantastica prospettiva: un evento epocale e gigantesco, ancora in divenire, ma sul punto di scatenarsi, di cui lui era in qualche modo parte, difficile stabilire se solo nelle vesti di testimone o di autentico plasmatore.

Forse era di quello che volevano parlargli al telefono.

Convincerlo a darsi una mossa.

Di una cosa poteva dirsi certo: se fosse rimasto lì, rannicchiato al sicuro nella bolla di indeterminatezza che lo proteggeva, era probabile che il suo ruolo si sarebbe limitato a quello di semplice spettatore ininfluente, e quando quella barriera si fosse infine dissolta, restituendolo al flusso normale e imperscrutabile del tempo, a lui non sarebbero rimasti che i rimpianti, il rammarico di essersi accontentato di una rapida sbirciatina ai misteri insondabili del continuum. Ma se solo avesse allungato – se solo avesse avuto il fegato di allungarla – la mano e agire sui fili che muovevano il destino dell’universo, apponendo la propria personale impronta sulla concitata concatenazione degli eventi… beh, allora, di lì in poi, sarebbe stato capace, qualora lo avesse desiderato, di voltarsi avanti e indietro lungo l’autostrada dell’eternità e analizzare con calma il continuum, come se fosse un insetto in preda alle convulsioni intrappolato sotto una teca.

Non aveva alcuna idea del perché ne fosse convinto, però l’immagine del continuum, paragonato ai contorcimenti di un interminabile millepiedi, lo stuzzicava: avrebbe potuto usarla per un racconto.

Se mai fosse uscito da quella situazione.

Forse, stava correndo troppo con l’immaginazione.

Non doveva scartare, tra le tante possibilità, quella di soffrire di una qualche assurda allucinazione particolarmente realistica, una bizzarra ma comprensibile ripercussione dell’enorme stress cui era stato sottoposto negli ultimi due giorni, a partire cioè da quando aveva avuto la malaugurata idea di salire a dare un’occhiata al vecchio rudere sulla collina, invece di filare dritto all’agenzia immobiliare per farsi prestare una penna e liberarsi una volta per tutte di quella rogna.

Né poteva non tenere conto dell’ipotesi di partenza, che poi gli si presentava anche come la più plausibile, ovvero di essere coinvolto in uno di quei famosi sogni lucidi di cui aveva appreso proprio sul mensile di scienze che impaginava, un genere di esperienze rare e pazzesche in cui si è consapevoli di dormire, tanto da poter decidere cosa fare, dove andare e cosa dire.

In tal caso, benché lui si considerasse tutt’altro che libero di agire secondo la propria volontà – e anzi si sentisse irretito e spinto in direzioni spaventose da un’altra assai più potente della sua e indicibilmente oscura – non avrebbe tardato a ricevere la conferma.

Presto o tardi, a meno di non essere in coma in qualche letto d’ospedale – e non c’era alcuna ragione di supporlo –, si sarebbe pur dovuto svegliare, ritrovandosi… dove?

Con la testa ciondoloni davanti al computer? Sdraiato su un fianco – come era solito dormire – nella sua camera da letto? Acciambellato nudo e infreddolito in un angolo, sul pavimento sconnesso e lordo di grasso dell’orribile baracca nella quale aveva consumato il nauseante amplesso con la megera ninfomane?

Sebbene poc’anzi avesse considerato anche il suggestivo paradosso di trovarsi dislocato allo stesso momento su due distinti piani di realtà, ciò che accadde lo sorprese del tutto alla sprovvista e fu, se possibile, persino più terrificante e inesplicabile della sua perdita di orientamento tra i cubicoli e la sensazione di ritrovarsi a osservare l’orizzonte di un evento nefasto e irreversibile.

Perché ora, di punto in bianco, era seduto. E qualcuno, in piedi di fronte a lui, lo stava interpellando. Ma il peggio era che tutto questo non stava avvenendo con lui in preda allo smarrimento e alla confusione dovuti a un risveglio repentino.

Lui capiva quello che gli veniva detto e, non solo – se anche fissava il pavimento – assentiva con convinzione, come se di quel discorso non gli fosse sfuggita una sola sillaba, ma rispondeva anche e, all’apparenza, con sicurezza e cognizione di causa.

È il 1978. Sopravvissuto a un attentato, l’ex poliziotto Attilio Tedeschi si rifugia con sua moglie in una labirintica località sulle coste dell’Adriatico.

Ben presto, i due ricevono la visita di un individuo bizzarro e deforme che sostiene di vivere nel palazzo e che sembra interessato all’appartamento in cui, otto anni prima, sono stati rinvenuti i cadaveri di una donna e di un bambino orribilmente mutilati.

Da quel momento, iniziano a verificarsi fatti inesplicabili che fanno dubitare ad Attilio di essere impazzito: l’uomo è vittima di spaventose allucinazioni ed è testimone di veri e propri fenomeni di sfasamento temporale e bilocazione. Intanto, il televisore capta trasmissioni che paiono provenire dal futuro e il telefono squilla persino quando è staccato dalla presa: all’altro capo, una voce registrata recita incessantemente un elenco di città e date all’apparenza senza nesso, collegate forse a eventi catastrofici passati o in procinto di verificarsi.

Toccherà al nipote della coppia, decenni dopo, tornare nella casa dalla quale i nonni sono scomparsi senza lasciare traccia, e affrontare le conseguenze di un esperimento esoterico dagli esiti imprevedibili, in grado di determinare la fine della vita sulla Terra.

L’autore

Gian Luca Scendoni è nato il 23 dicembre del 1971 a Roma.

Da sempre appassionato di narrativa weird e fantastica, nelle sue storie unisce horror e fantascienza.

Nel 2019, ha pubblicato in versione e-book il romanzo SciFi dalle tinte soprannaturali I morti non sognano, con la casa editrice Teomedia.

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