“Le gemme dell’Eubale”. Ananke” di Cristiana Meneghin, lettere animate editore. A cura di Alessandra Micheli

 

Quando mi impegno a recensire un libro la prima cosa che pretendo da me stessa è una concentrazione assoluta, tale da permettermi di entrare direttamente e senza filtri nella testa dell’autore. Una recensione deve poter analizzare, senza preconcetti sia il significato del testo ossia l’intenzione o la percezione che lo scrittore inserisce nel racconto (sia quella manifesta ma soprattutto quella più occulta) sia la capacità del contesto di armonizzarsi con questo significato.  Non tutti i generi possono fornire lo sfondo ideale e pertinente ai mille significati che l’autore tenta di inserire nella sua opera, ed è questa l’unica “critica” possibile. Ogni passo stilistico e strutturale segue un preciso piano mentale, è mio compito individuarlo, renderlo manifesto al lettore onde guidarlo a un acquisto consapevole.

Premesso ciò, cercherò ancora una volta di entrare nel mondo personale dell’autrice, scusandomi sin da ora per la mia invadenza.

Ananke è un libro scritto non per vendere (uno dei motivi che aborro) ma perché la fantasia sicuramente fertile della Meneghin è stata stuzzicata da domande anche profonde che si concentrano in una sola: può l’amore saldare qualcosa che è distrutto?

E può l’amore davvero superare ostacoli e persino pregiudizi sociali?

Per rispondere a questi quesiti si è cimentata in una narrativa rosa con due protagonisti fragili ognuno a suo modo. Ma, quando si è interrogata sulle motivazioni profonda che avrebbero dovuto separare i due futuri amanti, si è trovata a un bivio: poteva spiegare questa cesura con motivazioni classiche?

Può un dolore di un amore perduto, un tradimento, un’indecisione data dall’immaturità, o un trauma davvero spiegare le resistenze che portano due anime o due cuori all’incontro?

Lei si è risposta di no.

Pertanto ha creato un contesto complesso e intrigante con cui spiegare le difficoltà dell’incontro con l’altro, accentuando tramite la distopia questa diffidenza dell’alterità.

Se ci è riuscita o meno, sarà il lettore a deciderlo.

Pertanto, il libro Ananke parte mostrando all’attonito lettore una situazione devastante, scaturita dalle più segrete e innominabili paure dell’uomo: una nuova apocalisse.  Questo disfacimento, questa totale fine del conosciuto è spiegata con un evento neanche tanto remoto, come l’impatto di un meteorite sulla nostra (neanche più di tanto) amata terra. Un disastro apocalittico reo di aver creato un nuovo diluvio che ci fornisce immediatamente la percezione di una modifica non soltanto geografica, ma valoriale e soprattutto morale. Questo mondo, che prima sembrava, grazie alla tecnologia, senza confini, ora appare ristretto avvolto da precisi e invalicabili limiti. Ri-sottolineo non soltanto geografici. E questi stessi si ritrovano inseriti nella psiche, forse contorta del protagonista a cui subito si associa, per diritto di nascita, un rigido e anche claustrofobico ruolo sociale. In un mondo da ri-costruire e anche da difendere, consapevoli della fragilità delle nostre certezze Arhon appare il nuovo eroe, colui sulle quali si basano le speranze e le ansie di ricostruzione di un mondo sorto dal diluvio che ricorda lontanamente e neanche molto, il mito sumero.  Ecco che la terra antica, quella che avevamo imparato a conoscere e a dominare, si rivolta e si trasforma in un ambiente ostile e inquietante poiché di nuovo ignoto. Ed è questa paura di quello che non conosciamo che rende l’essere umano totalmente in balia di eventi, emozioni e terrori:

 

Fu ribattezzata con il nome Eliseia, ovvero: colei che si è salvata dalle acque, dopo che l’impatto Eubale-Terra innescò degli eventi a catena che distrussero la maggior parte delle zone emerse del nostro pianeta. E fu solo il fatto che la sua altitudine fosse di mille e duecento metri sul livello del mare a salvare Eliseia dall’inabissarsi nelle acque del Mar Adriatico e l’unico motivo della sopravvivenza dei miei concittadini e della mia stessa famiglia. Le terre di poco più a sud e quelle leggermente più a est di Eliseia non goderono di altrettanta fortuna. Quell’evento portò onore, fama e gloria alla mia famiglia.

Speranza risorta dalle acque Elisea diviene la terra promessa, emblema di inizio ma anche di debolezza del novello Noè il progenitore di una nuova razza di umani che dovranno imparare a convivere con il cambiamento totale, consapevoli della caducità umana di fronte alla terrificante forza della natura.

Cosa accade, dunque in un mondo che emerge dalle acque simbolo del disastro e che non vuole smettere né di ricrearsi né di sopravvivere?

Semplice.

Bisogna adeguare la mutevole natura umana alle nuove circostanza, imparare di nuovo ad apprendere. Da un lato quindi, si creeranno barriere difensiva per tutelare ciò che rimane dell’umanità, dall’altro bisognerà imparare ad accettare, convivere e cooperare con il nuovo mondo, uscito totalmente modificato da questo tremendo impatto, modificato nella sua struttura morale e visiva, con nuove piante, nuova fauna ma soprattutto nuovi valori. E questi valori sono soprattutto di accettazione, di difesa, di purificazione dalle scorie radioattive (ma possiamo anche pensare a una purificazione dalle patologie del pensiero moderno) e scendere a patti con quell’ignoto rappresentato da queste strane mutazioni animali. È soltanto l’accettazione della diversità che può portare i benefici che la novità catastrofica apporta. Ecco che gli animaltus divengono simboli della nuova condizione umana, una via di mezzo tra l’umanità e l’istinto animale: gli shen. Eppure questa doppia e interessante natura diventerà l’unica salvezza persino per la protagonista, in quanto incarnerà la saggezza necessaria a sopravvivere anche ai drammi personali, grazie alla leggerezza. Infatti natura umana estremamente logica sposata con il puro istinto, forse dona quella soavità nel comprendere ogni evento nella perfetta ragnatela della vita.

Gli shen per questa duplice natura divengono estensioni del nuovo umano, che grazie a loro, nonostante tenti strenuamente di far sopravvivere l’illusione che nulla sia cambiato e in questo l’autrice è molto brava, inserendo elementi quotidiani in una quotidianità che non esiste più.  Ecco che nonostante la volontà di continuazione con la precedente cultura, l’essere umano post apocalittico è totalmente diverso. Non servono canzoni, macchine e gesti reiterati che però appaiono stonati per convincersi che tutto può tornare come prima dell’impatto, perché c’è il patto con gli Shen a ricordarci che esiste una reale modifica dell’esistenza di Ambra e Ahron.

Ed eccoci ai protagonisti Ambra e Arhon.  Entrambi totalmente a disagio in questo nuovo mondo, impossibilitati a riconoscervisi, Ambra con una forte menomazione al suo equilibrio che rende evidente la precarietà di questo nuovo modo di vivere e Arhon con un ruolo talmente ingombrante da cercare scappatoie spesso distruttive. eppure reazioni diverse: una guerresca e eccessivamente rabbiosa, l’altra cooperativa e creatrice ma totalmente priva di un reale centro da cui ri-costruire la sua perduta identità. E questa identità la Meneghin ce la fa trovare attraverso l’incontro, nell’infrangere i tabù che sostengono questa precaria società, nel riconoscersi come liberi solo nel toccarsi, nel guardarsi e nel porsi nudi uno di fronte all’altro. Ecco che grazie alla passione che come uno tsunami travolge tutto con sé, certezze, volontà e preconcetti che trovano in fondo la loro vera unità.  Il contesto distopico fa, quindi soltanto da sfondo e spiegazione alle difficoltà che due persone trovano nel volersi sfiorare, compenetrare e riconoscere. Pertanto il rosa inteso come indagine dei sentimenti la fa da padrone e trova anche la sua ragione di esistere individuandosi come unica e privilegiata forza per trasformare davvero l’uomo, fragile e in difficoltà davanti a una vita che per sua natura deve cambiare.  E’ un libro incentrato forse, sulla ricostruzione di se stessi, quando ci si perde lungo la strada della vita, quella piena di sassi e interruzioni, quella che non ci dona l’illusione della perfezione ma che si nutre di disequilibrio, quella forza ordinatrice che fa trovare il suo posto al caos restituendoci armonia degli opposti.

E non è un caso che il nemico più oscuro di questo mondo si chiami Seth. Seth era, infatti, nella mitologia egizia il do del disordine, in contrasto eterno con Horus incarnazione vivente dell’ordine cosmico Maat.

È sulla ricostruzione di se stessi che i due protagonisti dovranno fare i conti concentrandosi sull’incontro come unico mezzo di riconoscimento e accettazione delle diversità, delle parti oscure, delle fragilità delle imperfezioni, osservandosi e abbracciandosi e riparare attraverso l’amore quelle ferite presenti in ciascuno di noi. E cosa migliore di quella forza che:

 

che move il sole e l’altre stelle

Può portare davvero ordine nel caos?

Può farci superare pregiudizi e preconcetti?

Può restituirci la serenità perduta?

L’amore in questo testo è il vero centro, e non si tratta di un amore solo passionale, ma di quella forza che riesce a non morire mai e riversarsi come un fiume fresco a irrigare ogni campo, ogni prato, ogni terra desolata.

L’amore, guidato dalla Dea Ananke intesserà la sua tela e metterà la nostra Ambra in un dedalo di scelta importanti, apparentemente distruttive, la condurrà tra abisso e paradiso, la stordirà con i suoi soavi profumi ma la ferirà con spine acuminate fino, forse, a restituirla davvero a sé stessa.

Per scoprire cosa accadrà non ci resta che attendere i successivi capitoli di quest’avventura.

 

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