Er ritorno de Pasquino. Italia e italiani

 

Era er 1961 quanno Massimetto D’Azeglio se ne usci co sta frase celebre

Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani”.

Er grande statista voleva dì che sebbene unita geograficamente l’italia era divisa da mille dialetti, culture diverse, lingue e dialetti.

E regioni erano geograficamente vicine ma distanti anni luce dai valori.

Erano stessi esseri umani divisi da una grande diffidenza.

Allora i padri de a nazione, se dissero “mbe mo che famo? li lasciamo sta così tanto nce credemo manco noi a st’esperimento, ce serve solo per fasse l’affaracci nostri”

D’

D’Azelio nce stava.

Voleva unità che potesse resistè a tanti cambiamenti, alle crisi de valori che sapeva sarebbero venute prima o poi.

Voleva falla resiste di fronte al vero nemico, quer potere senza etica che quel Macchiavelli aveva instillato nelle capocce.

Certo l’italia non fu facile da creare.

Dovevi combattè co le idee der Congresso de Vienna che mica la voleva una innovazione.

Voleva che tutto restasse com’era.

Del resto se recuperavano le condizioni che esistevano prima che quell’impunito de Napoleone mettesse tanti grilli n’testa alla gente.

E che sa fa cosi Napoleò?

Che se dice alla gente che è matura abbastanza pe decide da sola?

Che se po’ staccare da babbo sovrano, da zio papa per decide da solo er destino suo, le leggi sue e come vole esercitare sta tanto decantata libertà?

A Napoleò noi ciavemo da fa, dovevamo pensa a sopravvive, a guadagnacce er pane, e se pe fallo tocca di de si, chinà la testa e da pure e didietro lo si fa.

Se tocca appoggiare er clientelismo, la corruzione, se tocca fa la spia e andà a messa lo famo.

Basta che ce scappa un aiutino.

Mica pe noi.

Poi ci stanno quelli che alla fine dell’interessi loro proprio nun je frega.

Pensano a na cosa strana, se chiama bene supremo o volontà generale.

Pare che certi penseno che non conta il singolo ma la comunità, perché se un ramo singolo se spezza na fascina de rami è cosi forte che manco mi zio che cià le manone lo rompe.

Furono questi che se fecero potatori delle istanze der popolo

Ma chi l’aveva chiesto?

Certo significava fa da muro contro l’interessi de pochi.

Magari votare.

Pure noi donne potevamo dì la nostra.

Magari il latifondo diventava meno un servilismo.

E magari se costringneva il padrone a pensare in sinergia e non più co na logica de sfruttamento.

Sinergia bella parola.

Evocava la cooperazione, evocava un bel sogno, uno stato in cui ognuno era unito da legami profondi, se sentiva parte de quarcosa, se sentiva che il singolo contava in quanto si singolo, ma inserito un una specie de mosaico.

E nel mosaico tutti i pezzi so importanti mica solo uno.

E ognuno è bello nella sua diversità

Eppure io oggi Massimè nun la vedo sta sinergia.

Io vedo lotte tra nord e sud, tra quartieri e persino tra condomini.

Tra poracci che se litigano un pezzo de pane.

Masimè, so cent’anni che aspettamo.

So cent’anni che se stamo a pija li sputi nell’occhi.

Che dici sarà ora de falli sti cazzo de italiani?

 

 

 

Dedicata a Roma, Pasquino e mio padre

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