“Numeri in rivolta” di Marco Monti, Haiku editore. A cura di Alessandra Micheli

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Ho sempre avuto dei grossi, grassi problemi con la matematica.

E ho sempre pensato che fosse colpa della mia mente, troppo persa in fantasticherie letterarie da giovane Wherter.

Per mio padre era diverso.

Secondo lui avevo la logica giusta e pragmatica per innamorarmi dell’astratta materia, solo era tutta colpa di un primo pessimo approccio.

Mea culpa alla maestra, come direbbe il buon vecchio Tricarico.

Quando iniziai le superiori scelsi, invece del blasonato liceo classico, tanto auspicato dalla mia dotta madre, una scuola scientifica.

Eh si io cosi avversa ai numeri e alla logica, scelsi la chimica. Da sempre affascinata dal mondo di atomi e molecole, dai laboratori, dalle provette e dagli acri odori dei solventi, mi imbarcai in una strana decisioni: voglio studiare chimica.

La mia mente, crescita e attratta dai classici che leggevano con voracità non si lasciava incantare dalla creatività del testo, ma andava a vivisezionare ogni parola alla ricerca del significato, organizzando la sua comprensione in modo schematico: autore, secolo e quindi ambientazione, cause e quindi messaggio. Insomma, aveva ragione il babbo: ero un capricorno puro portato per l’analisi con indubbie capacità critiche e razionali.

Per nulla o poco intuitiva se non con quell’istinto proprio dello scienziato, atto a individuare connessioni e legami tra dati, teorie e esperimenti.

La chimica fu uno spasso.

I calcoli stechiometrici non avevano segreti e io, notoria capra in algebra, mi destreggiavo con sveltezza e acume tra ossidoriduzioni e tavole periodiche. Anche in fisica me la cavavo bene, curiosa e ambiziosa di esplorare questo mondo misterioso e concreto, fatto di leggi per nulla incomprensibili.

Ma, in matematica, continuavo ad ottenere la massima votazione di cinque. Tranne un sette preso in modo fortuito, ma questa è un’altra storia.

La mia professoressa era basita.

Per non dire sanamente incazzata.

A stechiometria avevo otto, a chimica nove, fisica otto. Matematica, riuscivo con fatica sangue e sudore a strappare un misero cinque.

Con la veneranda età mi sono chiesta sempre il perché.

Ero intelligente, portata per lo studio, avevo la giusta apertura mentale che la scienza richiedeva.

Ma, in matematica, mi si ottenebrava la mente, rendendomi quasi catatonica.

Davanti ai numeri algebrici o alla geometria, regredivo a uno stato primitivo, riuscendo a produrre solo affranti grugniti.

Vedete la matematica è spesso considerata astratta.

Poco pratica, terreno ad esclusivo vantaggio di menti geniali ma poco aderenti al reale.

Lo stesso monti asserisce nella sua introduzione:

Ma sì, così sembra tutto bello. Comunque rimane una materia difficile da studiare. Non tutti siamo portati”. No e poi no. Un insegnante che svolga il suo sacro mestiere, prescindendo dalla materia, deve appassionare i suoi studenti, deve farli innamorare, spianargli la strada, coccolarli, farli sentire adeguati, stimolarli. A questo scopo tutto può concorrere, e la teatralità è il mezzo più semplice, vicino alla quotidianità, che può essere messo in atto per spiegare concetti a volte un po’ aulici. Un insegnante apparentemente scanzonato, ma velatamente autorevole farà strage di cuori

In sostanza, ci assicura che non sono i numeri, l’algebra, le equazioni a essere arcane rivelazioni esclusive per i prescelti, ma è il metodo di insegnamento che aliena la matematica dalla realtà.

Oltretutto è la materia, erroneamente, creduta più ostica. Mi è piaciuta l’idea di scrivere delle favole di matematica e fisica per spiegare in modo leggero, non cattedratico, concetti e fenomeni ritenuti difficili o che, nella normalità della quotidianità, riteniamo scontati

La cosiddetta e diffusa allergia ai numeri è semplicemente frutto di un cattivo approccio alla materia stessa, eccessivamente alienata dal contesto oggettivo in cui tutti noi ci muoviamo.

La chimica è stata da me amata perché vedevo i concetti farsi vivi e corporei con gli esprimenti.

Le ossidoriduzioni non erano solo formule evanescenti, ma perfettamente vive e dimostrabili tramite il lavoro di laboratorio.

E cosi la fisica, la biologia, la microbiologia e la stechiometria.

Tutte le meraviglie che formavano il nostro mondo vivente, si svolgevano nella loro confusa ma entusiasta meraviglia davanti ai miei occhi brillanti di emozione.

Con i concetti base, io potevo creare persino un medicinale comune come l’aspirina.

Potevo toccare con mano (e spesso scarpe) le proprietà corrosive dell’acido solforico.

Addirittura sapevo e vedevo come si formava l’acqua ossigenata.

Questo perché i miei professori, appassionati come me e curiosi al pari mio del mondo in cui vivevano, ci mostravano una materia via, in continua evoluzione, pratica, capace di spiegare fenomeni visivi e percettivi che illuminavano i nostri sogni.

Vedete, la bellezza di un oggetto è nella sua perfetta composizione, nel reticolo cristallino in quel movimento costante che permette la formazione della materia. Elettroni, atomi tutto era mobile, tutto alla ricerca di ordine equilibrio.

La biologia?

Bastava un microscopio e una goccia d’acqua, per viaggiare in un mondo incantato.

I numeri erano…numeri.

Asettici

Antipatici.

Incomprensibili.

E ogni professore ha avuto:

l’occasione di riscontrare una specie di “afasia” dei giovani nei riguardi della matematica anche quando decidevano di dedicarsi a una branca specifica delle scienze fisiche (come la fluidodinamica geofisica, ovvero l’oceanografia, la meteorologia e gli studi sul clima). Mi sono chiesto spesso a quale stadio della formazione scolastico-culturale tale “disturbo” potesse essere ascritto.

Noi ci sentivamo distanti.

Noi creativi, consideravamo la matematica arida.

Ecco perché con gioia ho accolto l’occasione di recensire e leggere il libro di monti.

Perché raccontando storie, quindi entrando nel cuore, nelle stanze segrete degli argomenti, ci mostra una matematica più reale, concreta, utile, cosi utile che possiamo usarla per scrivere un ti amo in codice, per contemplare la bellezza di un frattale vivente (il nostro semplice e amato cavolo romano) per comprendere la non sommabilità di oggetti e cose di diversa natura (i fagioli con i fagioli, i cocomeri e i cocomeri.

E ci rende partecipi della rivolta dei numeri e della genesi dei “Numeri primi” ( mi sono sempre chiesta il perché questo protagonismo di certi di loro).

Se la matematica mi ha sempre suscitato repulsione, leggendo le fiabe, tornando bambina e entrando in una sorta di inconscio collettivo, ho compreso come essi i numeri intendo, facessero parte di quel mondo che tanto ho amato, indagato, interrogato e stilizzato nella venerazione della scienza sacra.

E allora io che ho venerato la perfezione mistica del numero aureo, sono riuscita a capire la sua genesi stringendo un più solido solidarizio.

Ho amato le forme geometriche perfette del cerchio e dell’esagono, studiate a proposito dei loro significato che riveste per il nostro inconscio.

I numeri fanno parte di noi, persino della religione tanto che uno dei libri che ho più amato è numeri dell’universo di John Barrow che dimostra che la spiritualità dei pitagorici non era affatto un vanesio esercizio intellettuale. Sono le costanti che formano e reggono i fenomeni che tanto amo.

Sono le relazioni tra essi che danno vita al quel cosmo che considero sede di ogni perfezione, della Maat egizia.

Le costanti di natura conferiscono al nostro universo la sua consistenza e la sua esistenza. Senza di esse le forse di natura non avrebbero un intensità, le particelle materiali non avrebbero una massa, l’universo non avrebbe dimensioni…esse definiscono la struttura dell’universo in modo che può evitare i pregiudizi di una visione antropocentrica

J. Barrow

Grazie alla bravura di Monti e all’antico mestiere di cantastorie, io ho fatto finalmente pace con in numeri e sono di nuovo immersa in un mondo cosi magico, cosi composito, cosi sfumato, cosi meraviglioso, che ogni fantasy sfuma fino a svanire di fronte all’immensità di quel cosmo di cui noi siamo una piccola infinitesimale parte.

Io oggi sono avvinta ai numeri, e voglio che loro come i folletti della fiaba un sacrificio utile.

Voi cosa aspettate?

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