“E alla fine c’è la vita” di Davide Rossi, Apollo edizioni. A cura di Alessandra Micheli.

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Appena ho iniziato a leggere il libro di Davide Rossi la prima emozione scaturita è stata claustrofobia.

Nonostante l’apparente e trascinante vita sociale dei personaggi, mi sentivo chiusa in una gabbia.

Fuori il mondo che scorre e dentro un’eterna recita di burattini, sempre uguale e sempre illuminata dalla luce dell’inutilità.

I capitoli iniziano tutti cosi con la parola inutilità.

Ripetuta in modo ossessivo per tutte le pagine, mentre fotogrammi dello sballo giovanile scorrevano veloci accompagnati da uno stile quasi cinematografico, molto difficile da realizzare.

E il fermo immagine restituiva gesti ripetuti, vuoti, privi di anima nel costante bisogno di annichilire il pensiero, di correre dietro a qualche arcana chimera, di mordere la vita fino in fondo, senza però capirne il gusto.

Si tratta di ragazzi bulimici, incapaci di assaporare odori e sapori, di immergersi nei colori.

Droga, sesso, trasgressione, e la voce narrante un autore distaccato, o apparentemente distaccato che illumina una zona d’ombra, troppo spesso ignorata.

Ed è qualcosa che noi sappiamo esistere ma che releghiamo sullo sfondo dei talk show o di notizie apprese quasi per caso, svogliatamente fissate nella nostra coscienza.

E allora forse Davide non ci sta.

Non vuole restare inerme davanti a quei gesti che tentano di sconvolgere l’esistenza ma che in realtà non fanno altro che sottolineare quella perdita di contenuto, di sogni, di afflati verso l’ideale che ammorba oggi la nostra aria.

Non può non capire che quei resoconti del TG di turno non sono altro che lamenti di una società che sta morendo.

Perché se le energie giovanili sono al collasso, allora lo è l’intero corpus sociale, incapace di salvarli quei giovani.

Incapace di proporre alternative educative che non siano i miraggi del successo, dell’esistere tramite l’apparenza e il gesto eclatante.

Ed ecco che dietro il reporter disincantato sorge l’uomo pieno di dolore, che con una voce tremante ci mostra uno spacco del reale, quello che seppelliamo sotto i nostri eleganti tappeti, evidenziando quella mancanza di scopi, di mete, quel viaggio senza mappa quasi disperato nella sua necessita di mordere l’essenza della vita, di sentirne il sapore ferroso, di trovare se stessi in un gesto, in un emozione, in una scelta.

E, invece, esiste solo l’inutilità di un vagabondare, privi di adeguata preparazione, in una foresta irta di pericoli i cui folti alberi nascondo precipizi profondi.

Una minaccia che non riescono a cogliere, cosi bisognosi di provare sensazioni in grado di scuotere quel sonnolento e statico torpore.

E’ il dramma che ci hanno lasciato i ribelli del sessantotto.

Dopo la contestazione, quella non volontà di vivere con le regole imposte dalla “borghesia”, hanno distrutto tutto senza lasciare a noi altro che macerie.

Famiglia, valori, senso dell’amore.

Nulla ha sostituto i vecchi canoni se non la tremenda legge del soddisfacimento personale, rendendo la compagine sciale non più il luogo dove esercitare la libertà di essere nel profondo se stessi, ma solo quella di scegliere il prodotto che soddisfa immediatamente un bisogno primario.

Lasciando però l’anima affamata, assetata di divino e di infinito.

E la compassione che si prova, il dolore acuto nell’osservare questi tratti perduti di una strada interrotta o mai percorsa colpisce forte come un pugno.

Ed è proprio la scelta stilistica a acuire questo senso di abbandono, di perdita, di insensata trascuratezza.

E’ un atto di amore, ultimo e forse temerario per riportare luce in un mondo di molte, troppe ombre.

Perché la gioventù dovrebbe essere solo un futuro radioso, non il reiterare constante e distruttivo dei nostri sbagli.

siamo tutti conformisti travestiti da ribelli

siamo lupi da interviste

e i ragazzi sono agnelli

Marco Masini

Un pensiero su ““E alla fine c’è la vita” di Davide Rossi, Apollo edizioni. A cura di Alessandra Micheli.

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