“Swing” di Marco Gnemmi, Eretica edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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Sono nel pieno del vortice di emozioni antiche e mai conosciute prima, nello swing certo, ma quello che entra nelle stanze e nelle strade senza che si possa dire beh. E ci entra ad ogni ora, che si suoni o no, perché non sono note, non sono solo note a fare il jazz. Sono cose, persone, incontri dentro e fuori uno spartito a rendere un sogno tanto immaginato quanto reale

La prima cosa che ho fatto dopo aver letto swing è stato bearmi delle note di Otis Redding.

Mi sono seduta sul divano, lasciando che la sua voce quasi strascinata, avvolgesse un anima assetata, stufa di lottare contro le seduzioni di un mondo di cartapesta.

E la ruvidezza poetica del rhythm and blues è la panacea di ogni male, la carica per affrontare ogni fallimento.

Jhonny è un po’ il mio alter ego.

Guarda l’abisso dove scivolano tutte le sue conquiste e si siede sul bordo, totalmente rinchiuso in un modo di sogni e immagini, troppo stanco per rialzarsi.

E cosi la sua vita reale si affievolisce tanto da renderlo un po’ evanescente.

Ma non totalmente irreale, ci pensa il blues, lo swing a preservarlo da ogni tentazione nociva: quella di scomparire.

Perché quando la vita non segue le nostre organizzazioni mentali, quando hai tanto sudato per ottenere solo una manciata di sabbia che piano piano scivola via…il prezzo da pagare per riprovarci è troppo alto. E chi ha un animo creativo non può non rifugiarsi in un interiorità che, smette di essere nutrimento e sprone per realizzare azioni concrete, ma diviene prigione.

Una bellissima prigione.

Fatta di suono e deliri.

Fatta soltanto e unicamente di emozioni.

Il problema è che siamo persone.

E l’essere umano, per un assurdo volere divino, ha bisogno dell’altro o degli altri per essere.

E non solo come potenzialità ma come concretezza.

Siamo qua per nominare il mondo e plasmarlo, come sciocchi ma fieri demiurghi ardimentosi nella loro capacità di superare i limiti.

In questo libro lo swing è l’unica vera redenzione possibile, quella che ci crea un guscio meraviglioso in cui rannicchiarci.

Ma essendo una musica piena di spine non solo di rose, ci stuzzica.

Ci ferisce.

Ci punge.

Perché chi suona il blues deve poter vedere.

Chi suona il jazz deve avere la passione carnale.

E per averla non deve nutrirsi solo di vanesi vagheggiamenti ma vivere. Ferirci e riversare sangue sulle note.

Otis lo fa.

In I’ve Been Loving You Too Long la sua voce si fa arrabbiata e sofferta. Spacca i muri, rompe le convenzioni stilistiche.

E’ un lamento alla luna pieno, però, di quella voglia di spaccarlo questo mondo.

Inizia quasi lieve per poi acquistare una forza indomita durante il percorso scandito da batteria e sax.

E’ arrabbiato, disperato in cerca di un senso.

E il senso arriva, quasi richiamato da quelle silenziose lacrime.

Lo swing è quella forza che a noi umani ci manca quando ogni nostra conquista si scioglie come neve al sole.

E’ il respiro catarroso di un vecchio contadino che ancora si affatica a lottare contro l’aridità di una terra bruciata dal sole.

E’ la risata irriverente di bambini che cercano rane gracchianti negli stagni.

E’ la luna che bacia il sole fregandosene dei rischi di scomparire tra i suoi raggi.

E’ la capacità di aprirsi all’esterno e di trasformare gli input in emozioni. E’ il dolore che crea meraviglie in suoni e ritmo.

Ho amato il blues ogni volta che ho pianto.

Ho venerato il jazz ogni volta che pioveva e io mi trovavo al bivio, indecisa se rinascere e provarci o lasciare tutto alla deriva.

Sono come Johnny incastrata in quel mondo di fantasia, eppure capace di risorgere e sbrogliare i nodi.

E’ un omaggio alla musica, quella vera, quella di fango e sudore, quella di bourbon e sogni appena accennati.

Di viaggi, di illusioni, di fumosi sogni.

E’ un omaggio a accogliere la vita in ogni sua sfaccettatura, rischiando di abbracciarla nonostante somigli tanto alla venere di Norimberga.

Ma il jazz se ne frega di sanguinare perché è da quel sangue che crea arte.

Un libro che suona.

Apritelo e lasciate che Gillespie, Redding, Williams dipingano la vostra vita.

Perchè la musica salva.

E ci trascina fuori da un marciume fatto di infrante illusioni, di stanchezza e di gironi sempre uguali

La verità è che la musica mi ha salvato

quand’ero piccolo la musica mi ha salvato

e me ne stavo seduto sul mio prato ad ascoltare il mangiadischi cantare

la verità è che la musica mi ha salvato

quand’ero piccolo la musica mi ha salvato

e ascoltavo mia madre parlare, mio fratello giocare e l’universo a girare

e me ne stavo da solo a sognare in ripostiglio a giocare con i soldatini a giocare

Tricarico

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