“Luoghi oscuri” di Linda Ladd, Triskell edizioni. A cura di Alessandra Micheli

Luoghi oscuri - Linda Ladd -.jpg

 

 

E’ molto difficile per me scrivere questa recensione.

E non perché non so cosa raccontarvi o per una mancanza nel libro, per una irrefrenabile voglia di criticarlo aspramente, ma perché la sua bellezza soffusa e sicuramente tenebrosa, è difficile da raccontare.

Come si può spiegare il tramonto?

Ogni parola è superflua.

O come si può abilmente descrivere lo spettacolo di una luna rossastra che emerge dalle nubi grigie?

Io purtroppo non ho il dono che ha Linda Ladd nel descrivere le sensazioni e le atmosfere, non ho la sua pregiata capacità artistica.

I suoi libri sono gracchianti richiami di upupa che stride nella notte più scura e solo chi come me, ha una parte di animo crepuscolare potrà comprenderne il fascino soffuso.

Altro dato.

Ho notato spesso come gli amanti del thriller cerchino l’emozione nei meandri delle loro certezze, ripiegando le loro scelte su case editrici blasonate, o su autori celebrati dai critici o semplicemente rassicuranti nella loro reputazione acclamata.

Da chi non saprei dirlo.

Ebbene la Triskell, mi sia concesso di affermarlo, ha sfornato finora capolavori (sono certa che lo diventeranno negli anni) a raffica, curandone la traduzione e esaltandone la cavernosa bellezza. Sicuramente alcuni di essi sembrano silenti, ma una volta sfogliate le pagine la loro voce tonante e quasi di oltretomba, arriva dritta alla nostra anima, la rapisce, la ingabbia.

Linda Ladd è una di queste demiurghe, capaci di scuotere la nostra assuefazione al crimine con l’arte della parola.

E credetemi non è un arte cosi scontata.

Per lei è un dono capace di sgorgare come una limpida, ma mica tanto, fonte e creare ruscelli rumorosi e gelidi.

E sono cosi i suoi libri, gelidi.

Ma in luoghi oscuri ella supera se stessa.

Già l’inizio risulta accattivante; un luogo apparentemente tranquillo, forse troppo, sonnacchioso e tenacemente deciso a non osservare l’orrore che si cela in angelici volti: è il classico ambiente in cui il male viene combattuto con il non so, non vedo e non sento.

Tranne pochi, sparuti coraggiosi egli è libero di prolificare indisturbato fino a raggiungere e a segnare la povera Claire Morgan.

Ma lasciatemi ora lodare e bearmi dell’abilità letteraria della favolosa Ladd:

La vernice bianca si stava scrostando dalle tavole che rivestivano l’esterno; sulla porta in legno qualcuno aveva inciso una grande croce e poi l’aveva dipinta di un colore rosso sangue. Una campana nera era appesa a un palo in mezzo al piazzale, e dalla logora panca in prima fila il piccolo orfano sbirciò oltre il portone aperto quando un uomo magro come uno spaventapasseri e vestito di scuro tirò con forza la lunga corda verso il basso. Il rintocco lento e regolare risuonò inquietante e funesto, facendolo rabbrividire.

Come non restare incantati dalle prime lente parole?

Esse penetrano lentamente nella carne, scavandosi un varco verso la mente e creando il giusto portale affinché la scena divenga corposa e reale.

Ma non è finita, seguitemi ancora in questo incubo dai toni poeticamente gotici:

Dopo circa dieci minuti su una scivolosa strada sterrata nel bel mezzo del nulla, vedemmo poco più avanti la nostra pattuglia marrone scuro, le luci che ancora lampeggiavano nell’oscurità. Conferivano alla neve un bizzarro effetto aureola, dorato e pulsante. E la neve stava iniziando ad attaccare, ricoprendo gli alberi e le strade.

Ed è la neve che congela questi attimi in una scenografia di malsana violenza come se il tempo fosse stesso, troppo sconvolto nell’osservare la depravazione dell’essere umano.

E l’orrore non si ferma ma, invece, come una nebbia mefitica, invade i luoghi apparentemente candidi e bonari in cui il dramma è iniziato e svolge le sue spire come un serpente risvegliato da chissà quale lungo sonno.

Il dato che stona non è soltanto negli efferati omicidi; è in qualcosa che è dentro ogni protagonista, e che trasborda al di fuori, invadendo e contagiando un inverno che sa di morte e di fetore:

C’è del marcio in lui, Bud. Riesco a sentirlo.»«Già, anch’io. Il tuo istinto sta urlando tanto quanto il mio?»

il marcio si avverte fin da subito e invade stuzzicando la narici della nostra virago detective:

Mi chiesi se anche i nostri sostituti sarebbero stati vittime della stessa energia negativa che impregnava quei corridoi sacri e colorati.

Felicità non era il termine giusto per descrivere l’aria che si respirava nell’accademia Cupola della Grotta per i Talentuosi. Mi chiesi quale fosse il tasso di suicidio tra i docenti e il personale.

E con queste poche, perfette parola Linda Ladd descrive perfettamente il male, un tentacolare e appiccicoso virus che si attacca agli abiti, che si nutre di un apparente serenità, di un tram tram quotidiano fatto di riti e gesti ossessivamente perfetti, come se fossero dei veri e propri scongiuri contro la sua invasività vischiosa.

Il male prospera laddove noi vogliamo che il nostro ordinato mondo sopravviva intatto e ordinato, e ogni elemento che mette a rischio questa compostezza viene relegato nel sottobosco, nelle regioni più infernali, tenuto a bada da quel volgere lo sguardo altrove, in modo ossessivo.

Ma il male ignorato si nutre di invisibilità fino a crescere, e crescere creando sempre più caos, sempre più delitti, fino a destabilizzare completamente quell’ordine tanto agognato.

Ligia all’etimologia che vorrebbe il thriller un romanzo capace di far rabbrividire, Linda Ladd ci porta nei suoi luoghi oscuri.

E attenzione, sono davvero bui e oserei dire, agghiaccianti.

Persino io avvezza a mannaie e altre piacevolezze, per giorni non sono risuscita a scrollarmi quella viscida sensazione strisciante.

Ma non vi svelerò la sua origine.

Nell’orrore dovete piombarci impreparati.

Ma vi consiglio di procurarvi del Raid.

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