“Pasta fatta in casa. Sfoglie di racconti tirate a mano” di Luca Murano. A cura di Alessandra Micheli

Pasta fatta in casa- Luca Murano.jpg

 

 

Alcuni libri hanno il compito di farci scoprire la nostra vera essenza, una volta abbandonati tutti i pusillanimi ostacoli che noi uomini ci mettiamo davanti.

Per quel terrore dell’ignoto che ci attanaglia spesso, troppo spesso l’anima.

Eppure è quasi impossibile scoprire chi potremmo essere, senza indagare a fondo e con sincerità chi siamo, cosa si cela in quella zona oscura che è considerata cosi importante da tanti valenti psicologici.

E spesso non è cosi oscura come pensiamo.

Non ci sono impulsi reconditi e evidentemente pericolosi.

Non ci sono evidenti psicopatie o turbe che in fondo ci renderebbero soggetti tanto interessanti da essere studiati.

Spesso cosa ci affligge è proprio l’uomo comune che ci cela in ciascuno di noi.

Quello banale.

Quello perduto alle poste e assuefatto da voci e da piccolo gesti che sono privi di un valore supremo e straordinario.

Sono negli amori banalmente gettati al vento per un puntiglioso cipiglio nato dalla noia.

Ed è proprio quella, in fondo più pericolosa di ogni azione eclatante.

E’ nel lento morire giorno per giorno, incapaci di cogliere l’attimo straordinario in cui un si o un no, può cambiare la nostra strada. Inconsapevoli dell’importanza di un abbraccio o di un sorriso, se non nell’istante in cui tutto precipita in un oblio tenebroso che ha il sapore della perdita dell’autenticità.

Le storie che si raccontano in questo testo sono quasi grottesche.

Non ci sono vampiri o serial killer appostati.

Ci sono gesti reiterati quasi per abitudine, monotonia e angoscia sottile, lieve e terrificante di anime ingabbiate in corpi deformati appunto dal non senso.

E non è il non sense salvifico dei libri di Lewis Carroll.

E’ proprio il non trovare il significato in una vita che appare ingrigita e scialba.

Ecco che dall’ironica penna dell’autore escono comicità sofferenti, quasi fantozziani, disguidi che appaiono terribili nella loro tragica mancanza di un pizzico di sana follia.

Agio e disagio divengono facce della stessa medaglia, una vita ripetuta a memoria, senza sbavature senza novità, senza fantasie né immaginazione.

Vite ripetute all’infinito, quasi volti sarcastici e feroci di un oblio che da troppo tempo pervade le vite assonnate di noi, piccoli e terrificanti morti viventi, a volte consapevoli di esserlo ma incapaci di risorgere a nuova vita.

Come se questa un loop infinito, fosse l’unica alternativa valida.

Ecco che le persone normali, un questo testo di normale non hanno proprio nulla: siamo noi che abbiamo accettato un mondo in disfacimento, una società sorda e carnefice in cui noi vittime non facciamo altro che aizzarla contro i sogni, che sbiadiscono fino a essere mai esistiti.

E per risollevarci da questo deserto peggiore di quello dei tartari, in attesa che qualche eroe spunti all’orizzonte per risvegliarci con un bacio o uno schiaffo, ci inventiamo turbe inesistenti per dare una parvenza di movimento a un esistenza statica, dove il finto agio è solo quello di morire non rendendosi mai conto che, non siamo polli, ma aquile ingabbiate.

Uno stile crudo, tagliente eppure ironico, nasconde una mano quasi affranti di un autore che ha il coraggio di guardare sotto il tappeto e raccontarci e forse raccontarsi.

Perché svelare il segreto atroce è forse il primo passo per liberare l’anima rosicchiata da troppi, tanti corvi gelosi della nostra capacità atavica e antica di rubare il fuoco della conoscenza.

E a noi prometei incatenati, stanchi di esserlo un libro può darci una piccola ma potente via d’uscita.

 

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