“Mia” di Daniela Ruggero, Dark Zone. A cura di Alessandra Micheli

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Mia di Daniela non è un libro facile.

Seppur poco avvezza al genere rosa o romance so, tuttavia, cavarmela abbastanza bene individuando ogni sfumatura utile per farvelo conoscere a voi lettori.

In questo caso non saprei dire se la collocazione sia esatta.

Certo c’è la storia d’amore, apparentemente romantica.

C’è un sano sesso che è però, non è messo tanto per attrarre come miele le mosche, ma è congeniale alla trama e alla sensazione della ragazza Mia, che si affaccia sulla scena sentimentale conoscendone sin da subito, la forza devastante.

O come la chiamo io la vischiosità di un sentimento totalizzante che spesso non per,mette una vera e necessaria differenziazione io e l’altro. L’amore adolescente è cosi.

E’ un sentirsi totalmente parte della stessa anima.

Anzi è il condividere un anima fino a sentirsi tremendamente parte dell’altro.

Perderlo è come soffocare, come sentirsi spezzati a metà.

Alzi la mano chi non ha conosciuto tale trasposto.

All’inizio è tutto meraviglioso.

Solo che la vita, molto più saggia di noi, non si aspetta che noi viviamo in questo bozzolo sicuro, la comfort zone, di turno.

Perché un amore assoluto basta a se stesso.

E basta a te.

Non c’è più altro da vedere, da sognare e da pensare se non il respiro dell’altro, la sua carezza, quel suo sguardo bruciante.

Se non l’estasi dell’unione.

E cosi arriva il dolore.

A insegnarci che siamo esseri diversi seppur complementari.

E’ il dolore, la perdita che ci fa maturare.

E il nostro ostacolo ma al tempo stesso l’opportunità di nascere.

E fidatevi nessuno nasce ridendo.

Tutti arrivano al mondo lasciando il caldo nido del ventre, quel mondo acqueo sicuro e confortante con un urlo di dolore.

Perchè l’aria sferza, le sensazioni e gli stimoli invadono il cervello con un rumore cacofonico.

Il dolore è secondo me troppo stigmatizzato in questo mondo.

Isolato, rifuggito come una bestia feroce.

Temuto e esorcizzato con troppi lieto fine.

Ma il lieto fine non ci educa a vivere.

Per nulla.

Non ci fa assaporare la vita, né i colori, né i sapori.

Il lieto fine, la mielosità di tante storie non temprano il nostro spirito. Non ci insegnano a alzare la testa, arrabbiarci, dire no e partire in cerca di un altra vita.

Mia lo fa.

Conosce l’estasi.

E impara che dietro essa esiste la colonna del rigore.

Che vita e morte sono strette in un abbraccio senza fine.

Che la vita non è la favola sognata da bambina.

E che in mezzo a questo abisso, soltanto allora quando ti sembra di non respirare, basta alzare gli occhi e guardare dritto il cielo.

E tornare a far parte di esso.

L’amore è una maledizione ma è anche la nostra benedizione.

Il biglietto di ingresso per la vita matura.

Perché in ogni storia iniziatica che si rispetti, e Mia lo è, non esiste la crescita di un albero senza che esso venga potato.

Non esiste la consapevolezza del dono dell’amore se non ci viene strappato.

Io sono convinta che solo perdendo si è in grado di apprezzare, fino in fondo, i doni che la divinità o il caso o come lo volete chiamare, ci regala. Mia è una storia di una bimba che diviene donna.

Lo fa perdendo se stessa.

Morendo e rinascendo.

E credetemi alla fine del libro Mia sarà molto più radiosa dell’inizio, quando rideva ingenua al sole.

Sarà più meravigliosa e terrificante nella vesti di Morrigan, colei che lotta per vivere, della dolce e tonta Biancaneve.

E vi auguro magari in modo meno traumatico, di essere tante Mie.

Cosi coraggiose da guardarlo negli occhi il dolore e sostenere lo sguardo senza esserne pietrificate.

Pertanto, è mio dovere ricollocare il testo nell’ottica del romanzo di formazione, concentrato sopratutto sulla narrazione dell’iniziazione femminile capace di portare la bimba verso l’acquisizione della maturità di genere.

Un sorta di modernizzazione della  fiaba la Fanciulla senza mani, classico esempio della necessità per una corretta crescita interiore, della perdita di un’innocenza conoscitiva verso il mondo delle emozioni e dei rapporti sociali.

 

 

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