“Dolce vendetta” di Alexandra Maio, self publishing. A cura di Vito Ditaranto

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LONDRA 1820.

Attraverso una lucida e approfondita analisi l’autrice mette in evidenza la macroscopica schizofrenia tra realtà e fantasia. Ambientato nel 1820 con un duca che diviene spesso grande e grosso come Hulk della Marvel. Il suo cavallo si chiama Porche, il suo valletto si chiama Brad Pitt, agli ospiti vengono offerte merendine del MULINO’S BIANCO BAKERY e dolci  della CAMEO’S. Ovviamente c’è anche ANGELINA JOLIE, descritta come una donna mozzafiato. Lo stile inconsueto del romanzo, infatti, inserito nel genere anacronistico, lo rende difficile da digerire; sicuramente gli amanti del genere lo apprezzeranno. La scrittura dell’autrice è molto semplice e non ho notato errori grammaticali e/o refusi, quindi da questo punto di vista non ho nulla da eccepire. Il racconto è breve, poco più di sessanta pagine e quindi si legge al massimo in un paio d’ore. La storia in se non mi ha colpito molto e neanche la descrizione inusuale dei vari protagonisti. Fondamentalmente è un rosa ironico, piacevole si, ma non eccezionale.

In pratica come leggereste una storia in cui il lettore viene catapultato in un racconto  del passato attraverso i concetti, i mezzi e le visioni della società attuale che vengo inserite a dismisura nel testo?

Personalmente mi sono sentito un po’ a disagio, comunque, ammetto che non è proprio il mio genere ma in ogni caso ho cercato di essere il più obbiettivo possibile. Per me il romanzo è rimasto in eterno conflitto tra amore e odio.

Il libro in un certo senso sembra  rappresentare una sorta di  vita parallela dell’autrice, il viaggio che si concede la sua mente fuori dalla realtà. Il racconto è una finestra aperta al mondo di chi sogna ad occhi aperti… forse troppo.

Il libro è originale, nel senso che ha la capacità di relazionare il rosa storico al modo di vivere delle società odierne, un libro da leggere anche se a me non ha entusiasmato molto, ma se amate la contrapposizione che vi ho descritto potete provare questa lettura.

Un libro poco impegnativo ma che comunque si può leggere se si vogliono trascorrere un paio d’ore di pura fantasia.

 

…a mia figlia Miriam con infinito amore…vito ditaranto.

 

 

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“Ambiente, percezione e paranormale” di Armando de Vincentiis, C1V edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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Molte volte alcuni scettici mi chiedono l’utilità di recensire un saggio. Per molti lettori, esso è considerato talmente un genere di nicchia da essere incomprensibile questa mia scelta. In tal caso rispondo cosi: voi non avete ma curiosità?

la vita è così sfuggente, cosi imperscrutabile, cosi evanescente a ogni nostro tentativo logico che per forza, almeno che non siate amebe, dovete chiedervi a volte perché. Ed è a questo perché che rispondo i saggi. La saggistica è un aiuto alla crescita non solo intellettuale ma biologica dell’uomo. Ciò che oggi ci appare un mistero, un occulto atto di qualche bizzarra divinità, grazie alla ricerca ci apparirà scienza, non meno incredibile, non meno fantastica delle storie fiabesche. Quello che noi, oggi chiamiamo esoterismo, è la scienza di ieri, ammantata, per i profani dall’aura di magia, di incanto e di mistero. Ma è scienza. I nostri antichi progenitori conoscevano l’arte del costruire secondo le famose proporzioni auree, conoscevano la magia del magnetismo. sentivano con i sensi il mistero dei nodi energetici, avvertivano la presenza di particelle minuscole che oggi conosciamo come elettroni, neutroni e neutrini. Intuivano che dietro alle malattie, esistevano minuscoli nemici che attaccavano il sistema organismo provocando danni: essi li chiamavano dardi degli elfi, ma sapevano la loro natura prima che gli scienziati li chiamarono virus e batteri.

E’ mia profonda convinzione che ogni elemento misterico sia in realtà, frutto della naturale predisposizione dell’uomo a chiedersi perché. Una predisposizione aiutata dalle condizioni climatiche, ambientali, sociali che influenzano, volente o nolente quel terreno cosi incredibile che noi chiamiamo mente. Pertanto l’oggettività è un’utopia. cosi come sosteneva Gregory Bateson in Mente e Natura:

 

Ogni esperienza è soggettiva. Questo non è che un corollario di ciò che viene discusso nel paragrafo IV: che è il nostro cervello a costruire le immagini che noi crediamo di ‘percepire’. E’ significativo che ogni percezione – ogni percezione conscia – abbia le caratteristiche di un’immagine. Un dolore è localizzato in una parte del corpo: ha un inizio, una fine e una collocazione, e si evidenzia su uno sfondo indifferenziato. Queste sono le componenti elementari di un’immagine. Quando qualcuno mi pesta un piede, ciò che sperimento non è il suo pestarmi il piede, ma l’immagine che io mi faccio del suo pestarmi il piede, ricostruita sulla base di segnali neurali che raggiungono il mio cervello in un momento successivo al contatto del suo piede col mio. L’esperienza del mondo esterno è sempre mediata da specifici organi di senso e da specifici canali neurali. In questa misura, gli oggetti sono mie creazioni e l’esperienza che ho di essi è soggettiva, non oggettiva. Tuttavia, non è banale osservare che pochissimi almeno nella cultura occidentale, dubitano dell’oggettività di dati sensoriali come il dolore o delle proprie immagini visive del mondo esterno. La nostra civiltà è profondamente basata su questa illusione.

 

Con le riscoperte della percezione, quel filtro straordinario che permette al nostro cervello di organizzare gli eventi in categorie, strutture, meta-strutture e codici, abbiamo imparato a capire come ogni mente e natura siano connesse profondamente, intrinsecamente legate una all’altra. Noi risponderemo sempre con la capacità di tradurre in pensieri, categorie ogni stimolo esterno, a volte creando noi stessi questo stimolo. Come sostengono nel libro che sto per analizzare, il nostro cervello sembra incapace di essere in una forma statica, inattiva tanto da creare esso stesso stimoli costanti, affinché possa elaborare costantemente. Come dire se ci si ferma si è perduti.

Secondo questo pensiero di elaborazione costante delle informazioni, è possibile osservare ogni fenomeno sotto la luce della scienza. Persino il cosi fluido mondo dell’esoterismo e del paranormale.  Esoterismo significa ciò che è celato, nascosto alla coscienza vigile, ciò che è onirico e numinoso. Un mondo di cui noi stessi creiamo le leggi, e che forse ci serve per bilanciare il nostro raziocino, quello che però ci ha preservato permettendoci di giungere fino a oggi a questo incredibile stadio evolutivo. Secondo la tesi degli autori (che personalmente condivido) l’ambiente stesso, sia fisico, biologico che culturale, prepara il terreno a quegli eventi che vanno sotto il nome di sovrannaturali. considerati quasi un mondo a parte del nostro universo intellegibile, essi in realtà provengono dal profondo di noi stessi, ebbene si in quella percezione che è fondamento e origine delle nostre idee, della nostra struttura di conoscenze e di etica e addirittura costruzione personale e soggettiva della realtà in cui siamo immersi.

Dal titolo si evince lo scopo del saggio: e se tutto fosse colpa dell’ambiente? Se il sovrannaturale fosse, in realtà perfettamente naturale?

Se tutto fosse il prodotto straordinario per carità, dell’azione del terreno fertile di quella mente che resta un oggetto di studi, studi che ci incantano ogni volta, rendendoci partecipi della perfezione complessa di quella creatura chiamata uomo? prima di insultare le credenze dei cosiddetti esoteristi ( io stessa studio da anni l’esoterismo nella piena convinzione che essa sia soltanto una forma remota di conoscenza scientifica) ricordo due lezioni indispensabili per chiunque volesse avvicinarsi alla questione :

  1. I processi di formazione delle immagini sono inconsci. Non si è consapevoli del processo di percezione anche se questo sfocia in prodotti consci. Bateson con la descrizione degli esperimenti sulle illusioni ottiche, dimostra che gli organi di senso possono essere facilmente ingannati e si conferma l’impossibilità di essere obiettivi.
  2. Non esiste esperienza oggettiva. L’esperienza del mondo è mediata dagli organi di senso e dalle vie neuronali predisposte alla codifica delle informazioni. Ogni evento reale si traduce in rappresentazione interna. Il pensiero è un modo di percepire e dare un senso a ciò che vediamo. L’oggettività è un’utopia.

 

Queste due linee guida sono tratte dall’incredibile e strutturato pensiero batesonaino che molto deve alle teorie del costruzionismo nonché alla teoria cibernetica. Con calma affronterò tutte e tre, visto che sono necessari per comprendere il saggio in questione, onde a stuzzicare la curiosità prettamente umana (se non siete curiosi vi faccio studiare dalla NASA)

Cos’è il costruzionismo? E cos’è la cibernetica? E questi tipi logici sono un nuovo modo di fare new age? No miei cari. Sono i paradigmi più sensazionali che la scienza odierna ha prodotto.

Innanzitutto partiamo con la dottrina che fa da sfondo al testo, il costruttivismo.

Molto usata in psicologia clinica e in psicologia il costruttivismo è un approccio derivante da una concezione della conoscenza come costruzione dell’esperienza personale, più che come rappresentazione della realtà. In pratica, viene messa in discussione, fortemente in discussione. La possibilità (cosi come sostenuto da Bateson) di una conoscenza meramente oggettiva. In sostanza nessuno di noi rappresenta davvero, nelle sue elucubrazioni mentali, nelle idee e nei paradigmi, in modo fedele l’oggettività del mondo. L’osservazione di ogni fenomeno, sociale, fisico, biologico è frutto della nostra personale percezione.

Maturana (grande psicologico)  stesso sostenne:

 

Tutto ciò che è detto è detto da qualcuno“.

 

Questo comporta che ogni osservazione, ogni scienza è ritenuta possibile solo basandosi su teorie già espresse a loro volta frutto dell’ambiente che ci circonda nonché delle conoscenze acquisite precedentemente.  L’approccio ontologico tiene conto del punto di vista di chi osserva e considera l’informazione che forma il sapere come qualcosa che non è e non può essere ricevuto in modo passivo ma risulta scaturito dalla relazione soggetto e realtà che viene dunque determinata dai mezzi a nostra disposizione nell’osservarla conoscerla e comunicarla. Ciò significa che ogni evento, si forma dapprima nei processi di interazione e di attribuzione dei significati dove il linguaggio assieme a altri filtri (società, educazione, biosfera) riverse un ruolo fondamentale e quindi la costruzione di significato si poggia su mappe cognitive che servono atavicamente agli individui per orientarsi, sopravvivere e evolversi.

la mappa di significati personali che consentono di vivere nel mondo è oggetto di molti studi scientifici. Basilare è la premessa che, la mappa (ossia i significati che noi attribuiamo) non è spesso il territorio. E l’ambiente, seppur fornendo stimoli cessa di essere davvero luogo di informazione per divenite luogo di esperienza ossia fornisce la possibilità di costruire informazioni e realtà. Diventa cosi molto difficile distinguere tra chi osserva e chi è osservato in quanto limitati dalla reciproca interazione.  La cibernetica sopra citata è metodologia con cui si osserva la mappa con i suoi significati, e la relazione strana e affascinante della relazione tra osservato e osservatore. non a caso la cibernetica pone molta rilevanza sul concetto di informazione, e sulla conseguente interpretazione dei fenomeni della vita.

quindi il libro si basa su ciò che è talmente ovvio che spesso però ci sfugge:

 

“la realtà è ciò che percepiamo attorno a noi”? Vero, ovvio, ma… La frase ci dice che esistono due enti, due “cose”, noi e la realtà, che si incontrano grazie a un fenomeno che noi chiamiamo percezione: la vista, l’udito, l’olfatto, il tatto e il gusto sono i canali attraverso cui ciò che ci circonda entra in noi e diventa quella che per noi è la realtà. Si incontrano o si scontrano? E sono, i canali, veramente indipendenti l’uno dall’altra?”

 

La percezione dei fenomeni risulta un processo complicato, a colte oscuro in cui si ha non un semplice assorbimento di quanto colpisce i sensi ma chiama in causa anche idee, tipi logici, categorie filosofiche e inclinazioni personali. Dallo scontro incontro tra l’ambiente o la realtà in cui noi viviamo e agiamo si ravvede il substrato delle storie straordinarie che il libro analizza: ossia il soprannaturale che irrompe magicamente e a volte con pericolo nella percezione dell’uomo:

 

Storie che raccontano di come l’ambiente non sia (già lui) un passivo emettitore di segnali. Ma un “deposito” di forme, strutture, colori e schemi estremamente complessi, derivati da una storia dalla durata quasi inimmaginabile per la nostra percezione del tempo. Le storie parlano anche di come il nostro cervello non sia un attivo e freddo elaboratore degli stessi segnali, un computer, una tabula rasa da programmare.

 

Analizzando il passato dell’uomo, quello che ha portato a un’evoluzione del sistema nervoso ci illustra l’impostazione mentale che ha creato la base della nostra società, ossia l’illusione della nostra superiorità:

 

Un’impostazione mentale che ci consente di immaginarci come l’ultimo rametto superiore di una grande sequoia che affonda le radici nel tempo e che si innalza (altra immagine “migliorativa”) per centinaia di metri verso il cielo, dove, nell’ultima cellula dell’ultima foglia, c’è l’uomo. La presunzione della perfezione (personale e di specie) porta a pensare quasi automaticamente che tutto attorno a noi abbia un’anima, imperfetta magari, ma sempre anima – quasi come noi. 

 

Ed è da questo che il nostro cervello, propone una spiegazione a ogni evento che non riusciamo a conoscere, che si risulta ostile, alieno e sfugge alla nostra personale catalogazione in classi di eventi, categorie di pattern (schemi) regolari e prevedibili. E se non esistono o non sono riscontrabili vanno “creati”.

questa visione del mondo aveva anche un’altra conseguenza fondamentale: dava un senso al mondo, un ordine chiaro, una bussola per orientarsi in un pianeta caotico e disordinato, in cui il caso poteva esistere. Una realtà più facile da capire, in cui le forme contorte di un albero diventano le sinuose curve di un plesiosauro, le luci provengono da presenze ultraterrene, i rumori hanno origine misteriosa. Il disperato bisogno di dare un senso al mondo fa sì che le forme caotiche che da milioni di anni ci circondano siano dal nostro cervello semplificate, simmetrizzate, ridotte a schemi conosciuti o conoscibili. Schemi a loro volta generati dalla nostra cultura come specie, dalla nostra storia evolutiva e da quanto abbiamo appreso nella crescita personale.

 

Ecco che l’ambiente è:

 

maggiore fonte, la materia prima delle illusioni. Ma allo stesso modo non deve sorprendere che il nostro cervello sia lo scultore che ne trae qualcosa di riconoscibile

 

La teoria base di questo saggio è fondamentale. Capire come l’ambiente e l’insolito che ne fa parte e che ci sfugge viene ricondotta alla possibilità conoscitiva dalla nostra tendenza a porla sotto la luce della percezione e della soggettiva interpretazione è molto importante se si vuole osservare i fenomeni paranormali non solo dal punto di vista culturale, psicologico, etnologico ma soprattutto relazionale. Un’esperienza fuori dal comune deve trovare un terreno fertile che possa accoglierla svilupparla e garantirne la credibilità. O la legittimità a esistere. Ed è la condivisione della veridicità della credenza che la rende viva e vitale. Ed è tramite queste considerazioni che, attraverso la credenza negli ufo nei mostri, nella stregoneria nei fantasmi noi possiamo analizzare non solo l’ambiente che la produca ma anche e soprattutto quello straordinario fenomeno della percezione.

 

Astrologia, divinazione, sogni premonitori presagi e segni sovrannaturali sono, probabilmente, conseguenze di questo bisogno di controllo sul mondo, per cui sembra assolutamente necessario che vi sia un legame osservabile, controllabile e spesso prevedibile tra le cose che accadono. Ecco cosa offre il “terreno” di cui abbiamo parlato all’inizio: un ambiente che accoglie le informazioni oggettive provenienti dall’esterno, le revisiona e le rimodella in base a bisogni, aspettative, desideri e interessi.

 

Un saggio che ci porta a comprendere meglio il mondo di modelli e di simboli in cui ci muoviamo, a comprendere quanto il bistrattato ambiente culturale, fisico, sociale e emotivo sia parte della realtà da osservare e comprendere.

 

 L’ambiente, con la sua fenomenologia bizzarra e insolita, ha gito sul cervello che, a sua volta, ha agito sull’ambiente e da questa unione hanno preso forma credenze altrettanto insolite. La natura offre materiale sufficiente per costruirci sopra ogni castello, e il nostro terreno, nel produrlo, lo fa con una capacità straordinariamente creativa, tale da superare le potenzialità e le bizzarrie della natura stessa.

 

Consiglio questo libro a tutti i curiosi, gli scettici e anche ai sostenitori della necessità della spiritualità per poter comprendere come è importante che l’attribuzione di significati esista, ma che conoscere i meccanismi con cui questo avviene ci metta agilmente in una posizione privilegiata dove difenderci dai mille manipolatori che, usando le convinzioni profonde dell’essere umano, le distorcono fino a creare veri e proprie minacce alla nostra sopravvivenza. La fenomenologia dell’insolito, nata da questa interazione non può renderci vittime di furbetti, di estremismi, di santoni e di cartomanti, o sensitive. ma ci deve dare solo la consapevolezza di quanto sia straordinariamente complicata la nostra mente e di quanto, questa ci renda creature davvero magiche senza ricorrere all’esoterismo estremizzato.

 

 

 

 

 

 

“La metà di un anima” di Francesca Maranzano, self publishing. A cura di Natascia Lucchetti

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Ormai è risaputo: io sono un’appassionata del fantasy e quando mi viene affidato un libro di questo genere so che struttura aspettarmi e anche il romanzo della Maranzano non fa eccezione in questo. Ci troviamo di fronte a una prescelta che, nonostante l’infanzia avvolta dal mistero, si ritrova a vivere un’esistenza abbastanza normale. Studentessa universitaria che nasconde una seconda vita da cacciatrice di demoni. Devo ammettere che questo aspetto mi ha fatto un po’ venire in mente la celeberrima Buffy Sanders con i vampiri, ma è la mia mente malata a cercare queste analogie. Comunque sia la struttura è la classica dell’urban fantasy dove elementi quotidiani vengono mescolati allo straordinario di una realtà parallela. Andando avanti con la lettura, però, mi sono accorta che questo libro non è un fantasy, ma un romance con elementi fantastici…ossia una fusione di due generi differenti che tuttavia possono essere amalgamati, ovviamente mantenendo  un determinato equilibrio tra l’uno e l’altro.

In “la metà di un’anima” prevale il genere romance, tanto che a volte le parte fantasy sembrano un po’ approssimative e accessorie alla storia d’amore tra Damian e Hope. Gli spunti che l’autrice ha scelto per creare il suo universo spaziano dalla mitologia greca a quella cristiana creando una commistione che, se sviluppata, poteva essere davvero molto interessante. Purtroppo il largo spazio lasciato al rapporto tra i protagonisti ha indebolito l’aspetto fantastico, lasciandolo poco più che accennato. I personaggi e le ambientazioni sono i dettagli più importanti per la personalità di un libro, di qualsiasi genere. L’autrice qui fa un lavoro apprezzabile sulle descrizioni fisiche delle sue creature di carta, ma non va a fondo, non crea un background granitico dal quale attingere spunti per sviluppare le loro varie sfaccettature. Ne risulta una  narrazione incentrata sulla vicenda, dove l’introspezione è rilegata a una nota a margine. I personaggi tirano fuori loro stessi attraverso la descrizione delle sensazioni e dei gesti. “La metà di un’anima” non è un fantasy, anche perché l’azione è un elemento secondario alla narrazione. I confronti con i demoni, infatti, sono risolti in qualche riga e non reggono il confronto con la parte romantica che è il corpo principale, centrale del libro.

Non sempre la fusione tra due generi come il rosa e il fantasy riesce, soprattutto quando l’autore vuole dare così tanto spazio a uno di essi e come in questi casi, quello trascurato dà quasi fastidio. Sarò molto sincera: avrei preferito che il libro fosse stato un romance contemporaneo, almeno non sarebbero stati contemplati elementi  non sviluppati in seguito.
Devo quindi dare un doppio giudizio su questo romanzo, traendo una conclusione per ciascuna anima dello scritto.
Se dal punto di vista della storia romantica l’amore ritrovato tra Damian e Hope è godibile anche se non esplosiva, da quello dell’intreccio che va a parare nella mitologia ho qualche cosa da ridire. Sicuramente le descrizioni fisiche non bastano, specialmente quando parliamo degli antagonisti che  non hanno praticamente caratterizzazione: di loro sappiamo soltanto che sono malvagi e lo sono senza un perché. La trama segue una struttura carina, che potrebbe essere arricchita, ampliata, approfondita.

In conclusione, consiglio questo libro a quelli che vogliono leggere una storia d’amore senza troppe pretese e alle lettrici molto giovani, adolescenti. È un romance in certi punti anche divertente, ma non troppo approfondito. Potrebbe essere migliorato.

Con orgoglio il nostro blog vi annuncia la nuova edizione del libro di Doriana Torelli, “Odio Amore” edito da lettere animate, sarà disponibile da oggi, 26 Febbraio in tutti gli store online, con un nuovo, elegante look. Non potete perderlo!

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SINOSSI

Questa è la storia di un amore travagliato. Lei Helen, 22 anni, studentessa modello, con un passato tormentato alle spalle, decide di abbandonare il suo paese d’origine per trasferirsi all’università in un’altra città. Lui Manuel, 28 anni, ex ragazzo di Helen, con tanti segreti alle spalle, non riesce a dimenticare il suo grande amore e decide di raggiungerlo abbandonando tutto e tutti. Perché questo è un amore oltre i tempi, oltre le distanze e oltre le difficoltà. Tanti saranno i colpi di scena. Tra passato, presente e futuro. Riusciranno i nostri protagonisti a tirar fuori i rispettivi scheletri e viversi un futuro sereno?

 

 

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Amore, incomprensioni, difficoltà, intralciano il cammino di due amanti:

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Ma alla fine la forza del sentimento è più potente di ogni contrasto:

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SCHEDA LIBRO

TITOLO: Odio e Amore

Autore: Doriana Torelli

Editore: Lettere Animate

Genere: Romance

Data Pubblicazione: 26 Febbraio 2017

  1. Pagine: 289

Prezzo ebook: 2,99€

Prezzo Cartaceo: 15,00€

Disponibile: In tutti gli store on-line

 

 

 

“Creatura nova” di Gennaro Carrano, Lettere animate. A cura di Alessandra Micheli

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Quando mi è stato proposto di recensire questa raccolta poetica ero molto scettica. Le mie perplessità derivavano da due considerazioni. La prima era riferita all’oggetto ispiratore dell’antologia poetica, un argomento scabroso, scomodo e oserei dire ingombrante che ben poco si sposava con la dolcezza armonica dell’ars poetica. Secondo. La giovane età dell’autore era quasi un impedimento. come poteva un ragazzo apprezzare e sentir proprie le soavi armonie della poesia? Come poteva sollevare il velo dell’illusione del realismo umano per assaporare la beltà racchiusa nella verità del mondo?

Soltanto leggendo il testo ho compreso quanto il pregiudizio ci possa forviare allontanandoci dall’arte.  Perché Carrano conosce il sentiero impervio che lo porta a voler svelare il volto segreto di Euterpe o Erato, e che se ne appropria. Il poeta è paragonabile al prode Prometeo, che rubò il fuoco sacro affinché esso scaldasse le notti buie degli umani, fredde e oscure, piene di paurose ombre, di anfratti in cui si celavano i volti nemici. Il poeta ci dona la capacità, perduta, di ravvedere quei sottilissimi legami che uniscono i sistemi umani, ambientali e occulti, li illumina affinché noi mortali possiamo bearcene e riconoscere l’unità sostanziale nella diversità. E ancora la poesia racconta. Ma non i fatti quanto sviscerare emozioni che tali fatti causano, ne rivela le percezioni più nascoste, i patemi, le gioie i terribili dolori. E anche raccontando l’atto più abietto della perversione umana, lo stupro reso ancor più aberrante dalla parentela, senza addolcirlo ci cala nell’abisso più tenebroso laddove si trova l’animo ferito, vilmente dilaniato da colei che soccombe all’arroganza maschile.

C’è molto classicismo nella lirica di Carrano, tanto che sembra di viaggiare in una spettacolare rivisitazione di antichi miti, da Proserpina, alle scorribande del dio Pan (ricordiamo Eco che pur di sfuggire all’arrogante satiro si trasformò in voce gettandosi poi nel fiume Ladone ove pregò gli dei di mutarla in canna. E fu da questa misterioso mutamento che Pan ne ricavò il suo famoso flauto). Basti pensare a Aracne che sotto la storia edulcorata di una sfida tra l’incauta fanciulla e l’orgogliosa dea Atena, si cela un mondo sommerso che proprio la poesia antica riporta in superficie:

 insegna Europa ingannata dalla falsa forma di toro: diresti che il toro è vero, che è vero il mare, e si vede lei che guarda indietro verso terra e invoca le sue compagne e per paura degli spruzzi tira timorosamente i piedi. E rappresenta Asterie ghermita dall’aquila e viva forza, rappresenta Leda sdraiata sotto le ali del cigno. E aggiunge le storie di Giove che sotto parvenze di Satiro ingravida di due gemelli la bella figlia di Nicteo [Antiope]; che diventa Afitrione per possedere te, Alcmena di Tirinto; che fattosi oro inganna Danae, fattosi fuoco la figlia dell’Asopo [Egina], pastore Mnemosine, screziato serpente la figlia di Cerere [Proserpina]. Anche te, Nettuno: in figura di torvo giovenco essa ti pone sopra alla vergine figlia di Eolo [Arne?]. Tu appari come Enipeo, generi gli Aloidi; come montone, inganni la figlia di Bisalte [Teofane]. Anche la mitissima madre delle messi, della bionda chioma, ti conobbe stallone; la madre del cavallo volante, dalla chioma di serpi, ti conobbe alato; Melanto ti conobbe delfino. Ciascuno di questi personaggi è reso a perfezione, a perfezione è reso l’ambiente. E c’è anche Febo in aspetto di contadino, c’è come una volta egli prese penne di sparviero e un’altra volta pelle di leone, e come in forma di pastore ingannò Isse, figlia di Macareo. C’è come Bacco sedusse Erigone trasformandosi in una, e come Saturno, fattosi cavallo, procreò il biforme Chirone. Tutt’intorno alla tela corre un fine bordo, con fiori intrecciati a rami d’edera flessuosi »

Ovidio Publio Nasone metamorfosi

E chi meglio della poesia poteva denunciare il potere costituito, rompere il muro di omertà che, troppo spesso, accompagna i soprusi? Chi meglio del poeta può far emergere ciò che resta nascosto e non detto?

Carrano lo fa, con la forza travolgente della lirica, che diventa un fiume  in piena di emozioni di profondità e di disperazione, raccontando urlando la mondo l’orrore della dolce, virginale della protagonista Verginia da parte del vile Adolfo, ricalcando si un a tradizione classica ma rinnovandola di nuovo ardore quasi rivoluzionario e facendo di essa il baluardo della volontà di denuncia sociale propria del mondo postmoderno. Lo stupro, perpetuato in famiglia (tema ancor più attuale) urla in ogni verso il suo disgusto ma non solo. Carrano salva la protagonista dal biasimo sociale, elevandola a eroina che, seppur violata:

per un malvagio istinto animale

mi fu strappata la mia purezza

fui preda della cattiveria umana

Si discosta profondamente dallo stereotipo della vittima, con tutto quel bagaglio residuo di disapprovazione sociale, privandola quasi della forza della rabbia, come se essa stessa fosse, in virtù del suo essere donna stuzzicando gli istinti più blasfemi, causa di cotanto dolore:

il cuore è pieno di forza

il corpo di donna affronta il dolore della verità

di grazia si consola l’anima

…ma nonostante la vergogna e il dolore

lodo ancora la mia purezza come dono meraviglioso di dio.

Nonostante l’affronto atroce Verginia resta, sostanzialmente pura. il dolore la monda da ogni responsabilità, le lacrime lavano l’orrore facendola restare, nonostante il suo penoso viaggio nell’abisso, pura. Il gesto turpe di Adelfo, seppur lacera l’animo, non tocca assolutamente  quel lato profondo della donna che la rende immune da ogni lordura umana. La purezza non è il mantenimento di una mera integrità fisica, quanto un sottile moto dell’animo che indica senso etico, onestà, integrità e assenza di malizia. Esprime il dominio delle pulsioni del corpo mondando i desideri sessuali come istinti, in voli pindarici di evoluzione spirituale. E Verginia è scevra per questo da ogni colpa. Essa è sì costretta all’abuso da mille circostanza, è sì devastata ma non colpevole. E’ più pura che all’origine perché toccata dal male, ma non partecipe del male.

la purezza è una condizione a cui tendere, per emanciparsi dal proprio ego che può passare anche attraverso l’orrore più bieco. Si tratta di osservare faccia a faccia la divinità presente in fondo alla nostra mente e identificarsi in ogni cosa che vie e respira in modo da amare ogni imperfezione, ogni creatura compresa se stessa. E come può Verginia non amare il suo corpo violato dalla cupidigia, da una mente distorta?

E’ difficile spiegare e capire

che anche le belle cose

il male oscuro le fa apparire come dolorose.

anche quando una stella è luminosissima mi sembra che sia la più oscura

Non c’è assoluzione in Carrano. C’è comprensione del male quasi a volerlo affrontare e sconfiggere proprio con l’arte, con la capacità di alzare la testa con fierezza e dire no. C’è empatia con il dolore e l’annichilimento che lo stupro porta con se. Ma anche pena per chi, invece di elevarsi, sprofonda nel male più oscuro, senza redenzione, senza speranza. quella è la vera vittima. Un testo che non posso non consigliere lodando, dal profondo del cuore, un giovane che ha scelto di intraprendere un sentiero troppo spesso dimenticato e che, invece è foriero di possibilità artistiche: la poesia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Blog Tour “Ragazzi di carta” di Marco Mazzanti, edizione le Mezzelane. “Dentro il Romanzo” A cura di Vito Ditaranto

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TRAMA:

 

Hanno nomi di colori. Hanno nomi di pianeti, stelle, lune. Hanno i nomi di tutti e di nessuno. Altri non ne posseggono proprio. Sono uomini. Sono donne. Ed è quanto basta. Sono ragazzi di carta. Fuggono. Camminano. Ritornano. Guardano indietro. Si sfiorano. Si voltano e di nuovo fuggono. Corrono.Le loro storie descrivono con esattezza la fragilità della gioventù odierna e la precarietà dei rapporti interpersonali.Ragazzi di carta è un libro dai toni metafisici che, in un mix di poesia e prosa, nel suo insolito fluire, lascia spiazzato il lettore, guidandolo lungo un sentiero di forme narrative che si rivelerà, al termine del viaggio, un’autentica sorpresa.

 

Quale è la prima passione di un bambino? Mia figlia Miriam ama la carta, ci gioca, la riduce in pallottola accartocciandola, la usa per colorare e disegnare. In definitiva la sua primissima passione è stata per la carta. Credo quindi che la prima passione di molti bambini sia proprio la manipolazione della carta, anche io ricordo di aver avuto la stessa passione da bambino, e voi?

Viaggiate indietro nel tempo, aprite i vostri cassetti dei ricordi, sicuramente riuscirete a ricordare l’odore della carta, delle matite, dei colori cerati, che meravigliosi ricordi! I colori che profumano di paesaggi fissati in maniera indelebile nella memoria del cuore. Provate ad associare una sensazione o un paesaggio ad ogni colore. Io con il blu sento il profumo del mare oppure viaggio su di un cielo che illumina il bianco delle nuvole. Il rosso mi richiama al profumo di una rosa o del sangue di quando da ragazzino son caduto dalla bici e mi sono tagliato una mano. Il nero mi richiama al profumo dell’inchiostro mentre scrivo oppure ai momenti bui che la mia anima ha attraversato la mia vita.

I ragazzi di carta siamo noi: uomini, donne che decidono di scrivere la propria vita sulla pelle, vivendola e assaporandola, nel bene o nel male, giorno dopo giorno. Questo libro riunisce poesie e racconti brevi, spesso brevissimi, legati dalla figura dei ragazzi di carta.

La vita è un intreccio di colori e carta.

Lo psicologo, psichiatra e filosofo svizzero Max Luscher ha steso, nel 1949, un interessante “test dei colori”, basato sul fatto che una particolare attrazione o repulsione nei confronti di un determinato colore siano riconducibili a particolari stati psicofisici ed emozionali che ogni colore ed ogni combinazione cromatica generano nell’osservatore tenendo conto anche che la preferenza mostrata verso ciascun colore e le reazioni che provoca nel soggetto cambiano a seconda degli individui e dei vari momenti nello stesso individuo: in breve, i colori parlano di noi, dando precise informazioni su bisogni, desideri, rifiuti, paure, basta saper decifrare il messaggio.

– il rosso denota un senso di forza e di sicurezza, per cui la scelta orientata al rosso corrisponde ad uno stato di attivazione nella direzione di una conquista, ad un desiderio espansivo: esprime fiducia e sicurezza di sé:

 – il blu è la calma, la soddisfazione, la pace interiore, la quiete, l’armonia;

 – il verde esprime stabilità, forza, tenacia, costanza, perseveranza, equilibrio psicologico, autostima, riferimento saldo a valori forti;

 – il giallo, caldo, irradiante, luminoso suggerisce espansione e movimento, libertà e autonomia, è colore del cambiamento e della ricerca del nuovo;

 – il viola, ottenuto mescolando rosso e blu, è il colore della trasformazione, della metamorfosi, del passaggio da uno stato ad un altro;

 – il marrone è un colore solido, corporeo, materiale, corrisponde alla sensazione della propria fisicità;

 – il grigio è il colore neutro di chi prende le distanze dai sentimenti e dalla vita, optando per il non coinvolgimento;

 – il nero è il ‘non colore’, la negazione, l’opposizione dietro la quale può nascondersi un desiderio di rivendicazione di potere.

Il colore ci trasmette effetti psicologici ed emotivi. Vediamo le emozioni (positive e negative).

Il libro rappresenta un monologo dell’ “IO” inconscio, sviscerando  vari strati della coscienza che hanno nomi di colori associati ai nomi dei protagonisti, l’autore li prende per mano gli accompagna e li solleva uno ad uno come fogli di carta. La narrazione è arricchita da scritti poetici che conferiscono maggiore phatos all’intera opera. L’opera in realtà è un vero e proprio componimento poetico lo si capisce sin dalla prefazione di Michela Zanarella (poetessa e vincitrice del prestigioso premio internazionale Creativity prize al Naji Naaman’s Literary Prizes 2016), la quale ci introduce in un viaggio attraverso l’anima fatto di sogni. L’anima del lettore viene subito stropicciata da un turbine di emozioni che incantano sin dalle prime righe.  Personalmente ho sempre vissuto all’ombra di una grande quercia, sepolto dalla luce degli altri. Ho sempre pensato con il cuore. Ho sempre amato in silenzio. Leggendo questo libro ho iniziato a brillare della mia luce, a vivere le mie emozioni, ad amare anche l’odio. Ho apprezzato  come in realtà il nemico non sia l’emozione, ma il nemico è il nostro approccio verso l’emozione lo sguardo sbagliato che spesso abbiamo verso tutto ciò che ci emoziona, nel bene o nel male.

«Sì. Perché penso al mio corpo tra i flutti. Chiudo gli occhi. E rimarrei… così.»

«Così come?»

«A braccia e gambe larghe, disegnando stella. Una stella che si lascia trascinare.»

 

 

 

Mazzanti  ci immerge nel suo mondo interiore e nella sua ricerca d’identità, quell’identità che riesce a manifestare profondamente e intimamente la sua anima. Una silloge, non scritta da più mani o autori, ma scritta da più anime di carta, che si anima come un mosaico. Incalzante di sensazioni e riflessioni, mai passiva, mai doma, ma che in una successione di flashback, conduce il lettore senza tregua e a ritmo serrato lungo la schermata di una memoria impietosa. Sensazioni e riflessioni che si susseguono, a ritmo serrato, sulla schermata dell’impietosa memoria, che mette a nudo una visione disincantata e apparentemente cinica. La lettura scorre veloce mentre l’autore ci offre la visione di un paesaggio edenico. Nel libro si intravede la presenza di una sfumata contrapposizione chiaroscurale tra la notte, il buio, il nero, l’ignoto, drammaticamente associati  alla paura, e il giorno, la luce, il bianco,  in cui tutto può accadere, perché basta un attimo di un giorno, apparentemente simile a tanti altri, a cambiare una vita, che sembrava destinata a scorrere su binari sempre uguali. L’inverno dell’isolamento e della forzata solitudine cede il posto al disgelo della primavera che lascia aperto uno spiraglio su un futuro da vivere con grintosa determinazione, con la consapevolezza amara di doversi guardare le spalle, per evitare di cadere, per l’ennesima volta, nel baratro senza fondo della paura, fredda come una notte senza stelle. In una simile prospettiva l’amore appare come un meraviglioso miraggio nel deserto dell’incertezza e della mancanza di appigli, un bellissimo miraggio che illude e poi tronca ogni speranza, con l’indifferenza di chi non concede possibilità di appello.

Una malinconia di fondo affonda  o meglio annega,  in un mare profondo,  il cuore dei protagonisti costretti a confrontarsi con una malinconia profonda.  Ciò che comunque può essere cambiato è il destino impadronendoci  della nostra anima, di cui solo noi siamo i padroni. I racconti brevi, narrati dai vari protagonisti del romanzo, mi hanno catapultato in un mondo fatto di immagini. La narrazione  anche se appare triste e malinconica innalza il lettore a uno stadio superiore operando ciò che io chiamo “Il Risveglio dell’anima”, spronando chi legge a migliorarsi elevando il valore dei sentimenti che sono il motore dell’universo. Il componimento costituito in maniera egregia da tanti piccoli racconti rende la lettura piacevole a volte ci sono immagini ricorrenti tipo il luna park che fanno capire e comprendere al lettore come in realtà tutti gli eventi , apparentemente distinti e separati, in realtà sono tutti collegati tra loro. Dal punto di vista scientifico, le varie storie, rappresentano ciò che i fisici chiamamo “Effetto farfalla”:

“ Si dice che il minimo battito d’ali di una farfalla sia in grado di provocare un uragano dall’altra parte del mondo “ (The butterfly effect)

 

Tra i vari racconti , tutti molto belli e significativi, quello che forse mi ha maggiormente colpito è “Ti immagino”.

 

 

“…Ti immagino seduto accanto all’oblò; guardi pensieroso il mare sotto di te, nei tuoi occhi striature di nuvole, riflessi di onde calme, spume, delfini… Il tuo ritorno. La mia attesa. Poche ore ancora, e sarai qui. E intanto io non faccio che immaginare; immaginare momenti che non mi racconterai mai, che non vivremo mai, perché anche io, per motivi diversi dai tuoi, nel frattempo ho deciso di partire, partire per non tornare più…”

 

La scrittura di Mazzanti è degna di nota: il suo stile è, colto, raffinato, elegante, lirico eppure semplice descrivendo situazioni che lasciano spesso basito il lettore per l’emozione che regalano. Un emozione forte e intensa che difficilmente si dimentica. Una prosa fluida che spesso è intaccata e impreziosita da spunti di eroica poesia. Certo perché questo romanzo è anche poesia. Poesia vera e profonda. Ogni capitolo, ogni storia inizia con una poesia. Un opera colma di riflessioni che diventano versi, frasi da appuntare, sguardi da osservare e a cui incatenarsi per sentire ancora più a fondo la magia creata dall’autore. Tutto il libro è scritto con una vena poetica che ho amato molto.  Il libro mi è sembrato un grandioso poema dalle incantevoli  ambientazioni.

Quello che viene raccontato in queste pagine sono le emozioni di tutti, esperienze comuni descritte con il cuore attraverso un viaggio dell’anima e osservate dall’occhio sensibile dell’autore.

Obbiettivamente sono convinto che per la precisione delle descrizioni  le storie, le poesie e i brevi racconti narrati in quest’opera nascono da intrecci  rielaborati in maniera fantasiosa, ma che raccontano frammenti di vita personale, nascono sicuramente da emozioni, da riflessioni, da suggestioni realmente vissuti o che ognuno di noi può facilmente vivere o rivivere in queste pagine colme di forte passione emotiva. Da questo libro si possono trarre molte conclusioni e molti insegnamenti ricordando che, solo noi siamo i padroni indiscussi della nostra vita e solo noi possiamo decidere di osservare un meraviglioso tramonto indossando occhiali scuri o coglierne l’immensità lasciandoci accecare gli occhi dalla luce del Sole.

Così come i colori delle emozioni della vostra vita, Bruno, Bianca, Azzurra, Céléstine, dopo la lettura di quest’opera d’arte, resteranno racchiusi per sempre nello scrigno del vostro cuore e solo il pensiero tornerà a emozionarvi.

Questo è sicuramente un capolavoro da non perdere.

 

…a mia figlia Miria

“Blood Triskelion” di Elio Manili, Rudis Edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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Il libro di Elio Manili, sembra appartenere a una prima superficiale lettura, alla categoria dei thriller storici. Se invece, si approfondisce l’analisi ci si trova a fare i conti con un libro che è quassi un saggio romanzato e che fa emergere  due temi importanti: il potere e l’altra faccia dell’unità italiana.
Tutto questo attraverso le vicende di un microcosmo siciliano che alla fine diventa il riflesso di un intera nazione trascinata verso la ribellione e i moti rivoluzionari da una forza innovatrice e di sviluppo.
O almeno è quello che ci racconta la storia ufficiale, come sostiene anche  Honoré dé Balzac:

Vi sono due storie: la storia ufficiale, menzognera, che ci viene insegnata, la storia ad “usum delphini”, e la storia segreta, dove si trovano le vere cause degli avvenimenti, una storia vergognosa.

E Manili affronta proprio questo, il passato dietro le pieghe delle ricostruzioni apologetiche del sogno unitario. Ma è stato davvero un tentativo di dare dignità a una regione, un popolo? E’ stata un aspirazione a liberarci dai gioghi della tirannide? O ci sono significati più scomodi che tentiamo di far affiorare alla coscienza crogiolandoci nel sentimentalismo patriottico che ha intriso di melassa il libro cuore?

Nel testo si assiste alla nascita di un movimento settario di stampo politico- esoterico, che mette al centro della sua azione terroristica l’aspirazione all’indipendenza dal potere dei Borboni. Questi, con la complicità delle altre potenze, nel famoso congresso di Vienna misero fine alle innovazioni portate da Napoleone: costituzioni, velleità repubblicane, volontà nazionalistica, per riportare un equilibrio nello scacchiere informe dell’Europa.

Ora vi prego, non ditemi che vi devo rimembrare l’importanza del congresso di Vienna!

Il famoso, decantato, osannato congresso fu una riunione tra potenti ( tipo quelle del gruppo Bildenberg) che decise, per la tutela di ogni interesse privato, che la metodologia migliore per fermare l’avanzata del progresso politico fosse quella di ripristinare il tanto odiato Ancien Regime ( il sistema assolutistico dei Borbone e dei Valois,  che aveva dominato la Francia prima della rivoluzione francese). Queste potenze, ridisegnarono la cartina geopolitica tentando ( invano) di limitare i danni apportati dalle velleità repubblicane della rivoluzione francese nonché dall’avvento delle idee napoleoniche.

Eh già!

 Il nostro caro vecchio nano statista fu un vero caotico sconvolgitore dei regimi e il suo ricordo fu legato non solo alle guerre egemoniche, ( voglio dire l’avanzata colonialista di un paese è sempre scusata e accettata da ogni potere)  ma fu condannato per un enorme peccato: quello di esportare gli ideali della rivoluzione Democrazia, processi equi nei tribunali, abolizione dei privilegi (caro Napoleone e ti meravigli dell’odio dell’Austria e delle altre potenze nei tuoi confronti? Beata ingenuità) che lasciò un profondo segno in ogni paese. E fu questo segno a far dimenticare le sue leggi comunque autoritarie, bastava solo l’idea di possedere una costituzione, seppur limitata e direi quasi un fantoccio condiscendente, per donare all’egregio francese, un posto nei libertadores. (perdonali Simon Bolivar e Josè Martì)

Quel lascito istituzionale, quello che ancor oggi è rimasto in molti paesi europei ( molti infatti hanno un sistema di leggi civili profondamente influenzate dal codice napoleonico) fu l’oggetto della restaurazione che toccò, ovviamente, anche l’Italia. Ma fu la Sicilia che ne sentì maggiormente le ripercussioni, tanto che molti aristocratici si organizzarono in entità parapolitiche come la setta dei pugnalatori La Blood Triskelion.

Questa compì atti di vero e proprio terrorismo, sfruttando le masse popolari e il loro malcontento, reso ancor più aspro non solo dalle condizioni arretrate ma anche da un’orribile epidemia di colera. Povertà, morti, sottomissione, poteri assoluti rappresentarono la miccia con cui i membri del Blood, accesero un’asia rivoluzionaria che, con amarezza lo dice il Manili, di rivoluzionario non ebbero nulla. Se non una facciata, una maschera che celava i volti dei membri, volti illustri, intoccabili, che dietro il sipario organizzavano non la rinascita della Sicilia ma la sua caduta. Si cambiò padrone non governo.

La Sicilia fu annessa al nascente stato Sabaudo. Ora vedo i volti inorriditi dai patriottici o meglio dei nazionalisti ma è mio dovere, dettato dallo spirito di una profonda onesta intellettuale, informarvi di una grave verità.

Il mito dell’Italia creata dal popolo? Baggianate.

l’Italia è stata creata da una parte del tutto, di quell’organismo sociale chiamato comunità. E non dalla borghesia come ogni altra nazione: ma dall’aristocrazia. Noi non abbiamo mai avuto una vera borghesia così com’è accaduto in Inghilterra, in Francia, e in Germania. Noi siamo stati manipolati, e lo siamo tuttora da un élite che di progresso, di democrazia non ha nulla. E’ semplicemente serva di se stessa.

E questo progetto dettato da interessi privati fu aiutato dalle bande organizzate di signorotti locali. O meglio definiti “i malamente.” Quella che, fu poi chiamata Mafia e che rivestì un importante ruolo in tutta la nostra storia. A scapito dei contadini. A scapito dei lavoratori. A scapito a volte, della civiltà. Dal brigantaggio, dai poteri esclusi dalla spartizione della torta, coloro che, furono quasi costretti a infoltire le fila dei briganti, si creò un mondo parallelo che a pari passo seguì la politica. Una mano lava l’altra a tutte due fanno un simpatico gesto di scherno al popolo. E’ questa la vera Mafia. Non sono gli eredi dei popolani costretti a vivere ai margini. Fu la commistione di interessi tra aristocrazia e politica, tra poteri europei e poteri locali a creare la basi della nostra bella politica odierna.

Chi aiutò lo sbarco americano? Chi fu il mandante della strage di portella delle ginestre? Chi fu alla base del famoso golpe borghese? Chi oggi gestisce l’economia sotterranea di banche, imprenditori, faccendieri e grandi aziende? Lo stesso congresso che creò la Blood Triskelion. Ossia uomini che difendevano i loro privilegi, uomini che incitavano il popolo a rivoltarsi con le promesse di una riforma agraria che non sarebbe mai avvenuta e che tuttora non avviene, con la promessa di una costituzione profondamente infarcita di razzismo e snobismo. Una giustizia che, puniva gli esecutori mentre i mandati sorridevano nei loro sontuosi palazzi.

Era accettabile la tesi della loro colpevolezza? E se in quella oscura vicenda si nascondesse l’occulta regia di qualcun altro? Qualcuno che l’aveva fatta franca potendo godere di protezioni di altissimo livello? …di certo quei tre poveri disgraziati avrebbero pagato per tutti, capri espiatori di una vicenda dai contorni che sfuggivano alla più logica comprensione”

No. Non è una frase tratta da un libro di Travaglio, o di di Pinotti, o di Lobianco o di Alfio Caruso.

E una frase, una delle mie preferite del libro di Manili. Che pur parlando del passato (siamo nel 1831-1860) sembra raccontare la nostra storia. Anzi togliete sembra. Manili Racconta attraverso la Sicilia dell’epoca la nostra tragica storia. La storia di ideali traditi ogni giorno. La storia di un popolo che sogna la giustizia e che viene sistematicamente usato, tradito deriso. La storia di organizzazioni finto sovversive che di sovversivo avevano soltanto un accenno a antiche idee pagane, a velleità repubblicane e dotata di intricati rituali ammantati di mistero e di occulto e che in realtà erano contenitori per le più basse, infime motivazioni umane: denaro, potere, prestigio sociale.

Chi sono i membri di questa “Massoneria “ siciliana?

la setta del triskelion scarlatto si sarebbe assunto l’onere di patrocinare tale disegno sviluppando una vasta di campagna di adesioni. Già contava un centinaio di adepti, molti dei quali appartenenti alle più antiche ed influenti famiglie dell’aristocrazia siciliana

Parlano del Blood triskelion o della P2? Leggendo il testo passato e presente si è mischiato in un caleidoscopio caotico di storie già sentite, che hanno provocato quasi un moto di ripulsa e mi hanno aperto gli occhi sulla vera natura del potere politico cosi come espressa dalla figura ambigua del principe del santo canale:

…..l’esercizio del potere si fonda sul sopruso e sull’annientamento dei diritti dell’uomo”

Pertanto:

la ricchezza per tutti resterà sempre l’utopia storia degli uomini. Non sarò certo io né nessun altro a cambiare tale stato di cose. Con tutta franchezza l’annessione del regno delle due Sicilie è stato un grosso affare teso a azzerare il bilancio disastroso del regno sabaudo. non ci sarà alcuna redistribuzione della terra. I contadini avranno sempre a che fare con avidi padroni e feroci gabellotti pronti a intimidirli e sfruttarli nono garantendo loro nemmeno il minimo vitale

E a cosa serve allora il popolo?

attraverso una sollevazione popolare decine di migliaia dei più ribaldi reclutati nei bassifondi della città aizzati contro di noi  da alcuni caporioni…in realtà la nobiltà cospira segretamente. E poi il popolo intende tradire il proprio sovrano per lasciarsi abbindolare dalle loro false promesse”

Così il popolo è solo un mezzo per raggiungere dei fini non particolarmente nobili.

Ho sempre diffidato da coloro che, dietro l’apparente facciata di farsi garanti del progresso dei popoli bramano solo al loro tornaconto

E anche noi che amiamo i gradi discorsi, le promesse, i rottamatori, i nazionalisti, i rivoluzionari in tweed,  ci troviamo sempre allo stesso punto come racconta Manili della sua amata Sicilia:

Non avrebbe cambiato il suo destino ma solo il suo padrone

Una considerazione amare e pessimista? no. Soltanto un modo coraggioso di guardare in faccia la realtà, perché solo in quel modo possiamo forse cambiarla. cosi come dobbiamo affrontare il senso stesso di rivoluzione per potere cambiare il suo significato, quello che ci ha portato oggi a essere un popolo stagnante, ancorato a vecchi ricordi, dominato da ladri e avvoltoi. Rivoluzione significa sia ritornare che voltare. Sta a noi uomini decidere quale delle due accezioni far vincere. Se quella di oltrepassare un passato che si è cristallizzato in un presente stantio o di ritornare sempre allo stesso punto, mummificati in una sorta di torpore ansiogeno. perché le rivoluzioni rischiano di essere beffe:

nascono dal popolo ma tutte le volte è proprio il popolo che non riesce a cavarne nulla. Anzi l’illusione che la nuova classe sociale al potere possa portare ai più benefici materiali finisce per restare una pura utopia.

 

Con precisione storica, classe indiscussa, il suo stile coinvolgente e dotato di un sarcasmo amaro Manili ci guida attraverso non solo vicende dimenticate ma verso il cuore stesso delle nostre debolezze, sia come uomini che come paese. ricordandoci i compromessi che spesso vogliamo non vedere, il marciume che intacca l’aura di bellezza di tanti eroi fino a rivelarne il loro stesso volto:

dietro un falso eroe c’è una mano che lo guida

E noi possiamo riconoscerli questi falsi solo ricordandoci la storia. E ringrazio Elio personalmente per far di ogni suo libro una piccola importante guida attraverso l’impervio cammino di questo nostro fragile essere umano.

 

 

 

 

 

“L’uomo dagli occhi di husky”, di Antonio Michele Paladino. A cura di Vito Ditaranto

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“L’uomo dagli occhi di husky” è un romanzo  misto tra Horror, Thriller e Fantascienza che personalmente io classificherei  come tecno- thriller .

Margherita  è la protagonista principale del romanzo,  ma nonostante la sua apparente tranquillità nasconde un segreto, che la stessa protagonista ha inconsciamente dimenticato. Un banale incidente la riporta indietro negli anni, facendole riaffiorare incubi ormai dimenticati.

La mente facilmente può far dell’inferno un cielo e del cielo fare un inferno.

Un viaggio nel passato, un viaggio nella mente carico di suspense… tutto questo è “L’uomo dagli occhi di husky”. La trama segue il modello attualmente popolare degli eventi del passato che ritornano a tormentare il presente. Per essere onesti, Paladino gestisce questo viaggio tra passato e presente in maniera quasi goffa e sembra chiedere al lettore di avere una visione indulgente verso i salti temporali a mio parere non sempre appropriati.

Ho apprezzato molto entrare nella della protagonista che Antonio Michele Paladino descrive molto bene, soprattutto nella prima metà del libro, purtroppo però come già detto i salti temporali descritti dall’autore rendono la trama poco scorrevole. Alcuni personaggi non vengono descritti in maniera dettagliata.

La scrittura è corretta dal punto di vista formale e grammaticale e quindi rende comunque fluida la lettura e compensa in buona parte gli ostacoli dovuti alla trama.

Sicuramente Antonio Michele Paladino ha molto coraggio nel descrivere una trama non semplice da capire, complessivamente il romanzo non è male anche se manca il Quid per incantare il lettore. Io amo conoscere i libri a memoria, come le persone. Conoscere un libro a memoria, significa prendere anche un po’ di quel ritmo che gli appartiene. Una storia raccontata in un romanzo, come una persona, ha dei tempi suoi. Per cui conoscere una persona o un libro a memoria significa sincronizzare i battiti del proprio cuore con i suoi, farsi penetrare dal suo ritmo. Ecco, questo mi piace. Mi piace stare con un libro intimamente perché vuol dire correre il rischio di diventare leggermente diversi da se stessi. Alterarsi un po’. Perché non è essere se stessi che mi affascina in un rapporto con un libro, ma avere il coraggio di essere anche altro da sé. Che poi è quel te stesso che non conoscerai mai. A me piace amare un libro  e conoscerlo a memoria come una poesia, perché come una poesia non lo si può comprendere mai fino in fondo. Il massimo che puoi capire del romanzo che leggi è il massimo che puoi capire di te stesso. Per questo entrare intimamente in relazione con una storia ben raccontata è importante, perché diventa un viaggio conoscitivo esistenziale.

In definitiva il libro è scritto molto bene dal punto di vista grammaticale anche se la trama non è del tutto convincente, quindi, nonostante tutto è comunque un libro che si può leggere tranquillamente.

…a mia figlia Miriam con infinito amore…vito ditaranto.

 

“Quanto ti ho odiato” di Kody Keplinger, Newton e Compton editore. A cura di Noemi Renna

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Ho iniziato a leggere questo romanzo pensando di sapere già tutto (grazie al film da cui è tratto ossia: l’asso nella manica)

Ebbene… non c’entra un cavolo. Mentre leggevo ogni tanto mi chiedevo: ma.. è davvero lui? Solo i nomi sono uguali!

Quindi mi sono detta: okay, cancello un attimo quello che ho visto e mi concentro solo sulla lettura.

Così ho cominciato e.. niente.. naturalmente ci sono tanti temi e quello che volete.

In un primo momento mi piaceva la protagonista. Non si faceva abbindolare dal solito ragazzetto su cui tutte sbavano, poi… kabuum! ha ceduto anche lei e non perchè piaceva..non scendiamo troppo nei particolari..dovete leggere e non vorrei che foste influenzate. (De Gustibus)

Bando alle ciance, parliamo del libro

Lei è Bianca, una razza cinica, intelligente e leale che si sminuisce essendo amica di due ragazze stratosferiche.

Per fortuna non è la solita ragazzetta che si lascia infinocchiare dal bellocio (tale Wesley) che naturalmente è il dongiovanni della scuola.

Lei lo ODIA (SIIIIIIIIIIIIIIIIIIII, scusatemi) e quando lui la soprannomina DUFF o Asso, lei le getta una bibita in faccia (vai ragazza!)

Alla fine però, purtroppo, lei finisce per baciarlo e udite udite, si odia perchè le è piaciuto.

I due danno vita ad una relazione un po’ particolare. Niente amore, niente effusioni, sembrano due sconosciuti agli occhi degli altri, ma..

Beh avete capito. Ma si sa, alla fine uno dei due finisce per innamorarsi e allora arrivano i dolori. Ovvio, MAI una gioia!

Nel libro però vengono affrontati tanti temi, il bullismo, crisi familiari e alcolismo, i primi problemi adolescenziali, la cattiveria e il narcisimo. Il tema però cardine di questo racconto è il modo in cui percepiamo noi stessi.

Se ci sentiamo brutti e soli, alla fine lo saremo realmente. Noi abbiamo il potere di cambiare il mondo, non fa nulla se in tv fanno vedere gli scheletri che camminano, se noi ci sentiamo bene e ci accettiamo, allora anche gli altri ci accetteranno.

Alla fine, siamo tutte un po’ le DUFF di qualcuno. Dobbiamo solo trovare quel qualcuno che ci ami per come siamo!

 

 

 

 

 

 

“Ricordami di dimenticarti” di Maria Cerminara, self publishing. A cura di Ilaria Grossi

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Questa è  la storia di Artemisia, giovane mamma di Camilla nata dal suo grande amore Michele.

Artemisia non ha mai rivelato la paternità ad Michele, per non compromettere il suo futuro, i suoi progetti e i suoi sogni. Al bed & breakfast “Sogni tranquilli”, gestito da Artemisia qualcosa cambierà…le carte della vita si rimescoleranno e Artemisia si troverà di fronte ad una realtà non più così facile da celare.

Le parole non dette sono sempre molto pericolose, allontanano le persone e possono essere armi taglienti per chi è convinto che il silenzio è l ‘unica soluzione.

Vi invito a scoprire questa storia in cui è molto facile immedesimarsi…semplice ma con un messaggio ben celato tra le sue righe…scoprire che il destino ha sempre dalla sua parte l’ ultima carta da mettere sul tavolo della vita.

Vi piacerà Artemisia, nonostante le sue convinzioni è forte indipendente e non si è mai arresa dinanzi alle dicerie delle persone malpensanti, vi piacerà anche la piccola Camilla, forte ma bisognosa d’ affetto come la sua mamma.

Una lettura piacevole e si divora in poche ore.

Buona lettura Ilaria