“Stregonesco” di Robert Gandus, Buendia Books. A cura di Alessandra Micheli

Arte cinematografica e ars letteraria sono per loro intima essenza, profondamente diverse.

Il cinema racconta il regista e persino lo sceneggiatore attraverso le immagini e il colore.

Importanza ha sicuramente l’ambiente, il vestiario persino, ma inutile mentirci è l’espressività e la movenza dell’attore a farci sognare a incantarci.

Occhi languidi, sorrisi ferini, movenze sinuose, ogni elemento prettamente fisico serve a raccontare una storia.

Quello che assorbiamo noi spettatori è qualcosa di già confezionato, la personale visione, il personale sentire di chi dà ordini alla telecamera.

La fantasia è quindi limitata dall’immagine già costruita.

Nel libro tutto cambia.

Non c’è visione se non quella profondamente misteriosa della mente.

Ci sono parole, frasi, capitoli, lettere che acquistano senso grazie al codice, ma che di immagini non se ne intendono.

Quello lo fa il lettore, personale e unico regista di quel film che appare come un ologramma durante la lettura.

Nessuna guida quindi, se non quella totalmente unica di chi decide di iniziare lo show: leggendo siamo noi a imprimere al libro il nostro sentire, la nostra emozione e i nostri ricordi.

E lo possiamo fare soltanto assorbendo tutto ciò che l’autore pensa possa servirci: descrizioni, ambientazione, genere, figure retoriche.

Lui ci dà i tasselli, ma il mosaico lo dobbiamo costruire noi.

Ma cosa accade quando cinema e letteratura si incontrano?

Scoppia l’imprevedibile.

Improvvisamente abbiamo un regista che fa fissare il nostro sguardo su cosa sceglie lui, una frase, un immagine, una parola.

E improvvisamente le due anime si uniscono, i due registi iniziano a danzare assieme creando una pellicola variopinta e strabiliante.

Cosi Stregonesco non è più solo un libro.

E’ un insieme di fotogrammi che hanno senso anche se letti come segmenti autonomi e indipendenti.

I racconti sono pochi, rispetto ad altre raccolte.

Solo quattro.

Ma ognuno ha la sua faccia irriverente da mostrare al pubblico.

Chi angoscia, chi ossessione, chi paura e chi, persino, una certa dose di poesia.

Ma sono storie che partono dal quotidiano e da esso si distaccano facendoci capire come, in fondo, la vita non sia altro che uno strano film. Forse impossibile da riavvolgere, se non nei ricordi.

Ma con registi, miliardi di registi, e mille e più espressioni.

Così diverse per ognuno di noi, e così colorate da sembrare irreali.

E così mistero e desistenza tornano ad appartenersi.

Non più disunite da una piccola mente incapace di contemplare lo splendore.

E tutto sfuma separando il genere letterario e accostandosi timido al cinema.

E così ci godiamo il film persino noi pompose critiche pseudo letterarie senza poter definire i dettagli della narratologia, ma semplicemente…stupendoci.

E forse è il regalo più bello di questi istanti, colti con maestria da un grande autore, omaggiato con ironia da un grande Lamberto Bava.

Sedetevi, dunque, e iniziate la visione.

Lasciate dietro di voi ogni vostra presunzione, ogni vostra colta digressione.

E lasciate che solo la cruda, brutale sensazione vi avvolga.

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