“Kabbalah noir a Milano” di Massimo Bertarelli, Fratelli Frilli editore. A cura di Alessandra Micheli

Credo che oramai voi lettori mi conosciate meglio di un partente.

Sapete il mio periodo dell’anno preferito (lo capite perché organizzo sempre un sontuoso evento con balli incantati e oscuri).

Conoscete il mio libro preferito e persino il mio cantante preferito.

E sopratutto conoscete le mie passioni, quel genere da cui non so staccarmi perché è la mia debolezza, perché racchiude in se ogni mia domanda e sopratutto parla dei miei terrori.

Ecco proprio quei libri noir, thriller e gialli ultimamente mi hanno lasciato un po’ di amaro in bocca.

Non fraintendetemi.

Bellissimi.

Agghiaccianti il giusto.

Pieni di quell’adrenalina capace di far rabbrividire.

Pieni di colpi di scena e con significati pregiati e pregevoli.

Però, dopo l’ennesimo testo qualcosa manca.

Manca un invenzione, un segno di riconoscimento e perché no una sorta di coraggio.

Che non è tanto il mescolare le trame, introdurre elementi che stonano.

Ma è cercare di creare quella sorta di immersione totale nelle acque torbide che esso deve o dovrebbe agitare.

Ecco che Kabbalah noir a Milano arriva a salvarmi.

E lo fa perché è geniale, innovativo, originale nonostante il tema apparentemente sia scontato (la presenza del serial killer ovviamente) e sopratutto con l’ingrediente giusto, quello che voglio inconsciamente o consciamente in un giallo.

Ma andiamo per gradi e tenterò di spiegare il perché mi sono innamorata del libro di Bertarelli.

Primo elemento: il coraggio. Beh diciamocelo, ogni investigazione, ogni incontro con il male in un thriller, noir giallo che si rispetto deve essere razionale e misurabile.

Eh si mie amati lettori.

Anche se si parla di psiche essa, per fortuna, è una scienza con tutti i crismi. Indaga qualcosa di sconosciuto, più delle galassie all’epoca di Galileo, ma affascinate e se non misurabile in modo preciso comunque studiabile.

Non esiste la fantasia.

Non esistono escamotage capaci di spostare la colpevolezza su una possessione aliena o diabolica, su un elemento ultraterreno o sulla magia nera che ci spinge noi poverelli e fragili a compere nefandezze.

Il crimine nasce dal basso e all’interno di noi assolutamente, ma si nutre di ambiente, educazione oltre che di propensione caratteriale o emotiva.

E nonostante esista il cosiddetto serial killer “esoterico” quella parte è solo la spiegazione del movente.

Più che il centro e il fulcro del testo.

In kabbalah noir come suggerisce il titolo, è la disciplina mistica che diventa la traccia da seguire per risalire udite udite, non tanto al movente e al significato ma alla risoluzione del caso.

In che senso?

Beh non è che posso svelarlo…

Diciamo che studiando questa filosofia religiosa possiamo comprendere l’intera vicenda lasciandoci però stupire dal finale.

E introdurre l’esoterismo in quest’indagine è una grande innovazione perché non lo fa sconfinare nel thriller esoterico, ma lo lascia trastullarsi nel preciso e delineato terreno noir.

Insomma unisce due mondi diversi, apparentemente in contrasto per creare la storia.

Favoloso no?

Secondo motivo.

Molto spesso la nostra letteratura è funestata da un vero demone ossia l’abitudine.

In Italia in particolar modo tutto è già stabilito e definito dal dominio del concetto che ci allontana inesorabilmente dall’innovazione.

Viviamo nel passato e dal passato ci facciamo soggiogare.

Ciò significa che, tutto il tentativo di gestire la nostra bella lingua a favore dell’esigenza temporale, nata cioè in seno del cambiamento naturale e normale delle ere che scorrono è inaccettabile.

E’ un anatema.

E’ un obbrobrio.

Tutto deve restare com’è un lago immobile che poco importa che rischi la stagnazione.

Bertarelli non ci sta.

Perché le menti curiose hanno bisogno di stimoli per combattere l’aridità che minaccia di renderci terre desolate.

E cosi l’innovazione è quel graal capace di ridare vita a queste lande della mente.

E Bertarelli lo fa “appropriandosi” dello stile della scrittura emersiva.

Ossia quella scrittura che sacrifica in un olocausto salvifico l’autore per ridare spazio soltanto alla storia.

Quel narratore onnipresente, pomposo venato di ambizioni moraleggianti e pedagogiche qua non appare.

E’ tutto immediato, presentato come una scenografia cinematografica capace di rapire, coinvolgere e appunto renderle l’esperienza immersiva.

E ci riesce ragazzi miei.

Eccome se ci riesce!

Terzo e ultimo elemento.

Spesso la spiegazione del movente di accompagna a una sorta di perbenismo moraleggiante che ha si il ruolo di far comprendere come i comportamenti non a norma siamo dannosi per la società intera.

Ma che però si accompagna a una visione paternalistica della vita e delle leggi che pone davanti alla condanna una scusante.

L’assassino è vittima del sistema capitalista.

Della soffocante prigionia borghese.

Della mancanza di opportunità.

Di un dolore passato che apre la porta alla devianza.

E’ sempre altro, mai noi.

E cosi Tombamaselli e l’intero libro un po’ ironizzano su questo orrido tentativo di scansare le responsabilità proponendo una sorta di dolore giovanile mai sepolto che obbliga a distogliere la propria attenzione dalla volontà di rendere la propria vita una cascata di diamanti.

In questo libro, invece non c’è assolutamente nessuna scusante per il crimine. Non basta un dolore, una derisione, una fragilità per togliere la vita a qualcuno. Non può essere la vendette una modalità auspicabile per una compagine umana chiamata società.

Non è il sopruso a poteri definire come nemesi, come autorizzati a essere dio.

Nulla.

Assolutamente nulla.

Siamo solo marionette decise a mostrare i nostri fili gestiti da un astuto mangiafuoco come libertà.

Come bontà.

Come necessità.

Ed è questo che ci rende sempre meno umani, sempre più cercatori di alibi, sempre meno capaci di brillare come dovremmo.

Ecco che Kabbalh noir racchiude tutto ciò che fa di un libro il Libro: stile, trama, significato e linguaggio.

Serve altro per convincervi a leggerlo?

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