Visti dalla Meta siamo tutti ultimi.jpg

 

 

 

Visti dalla meta siamo tutti ultimi non è un libro semplice.

 E soprattutto non vuole assolutamente esserlo. Anzi. C’è un’ evidente volontà dell’autrice stessa nel creare un magnificante contesto e adornarlo di una prosa a tratti lirica e a tratti quasi sognante, con una complessità semantica invidiabile. Non tanto nell’uso di parole e descrizioni altisonanti, ma nella stesura che riesce a trasmettere persino al dialetto una sorta di leggerezza e di fluidità armoniosa e a tratti ridondante. È il pathos, la liricità che abbonda in ogni frase, è quell’essere a cavallo tra il mondo del pensiero e quello della realtà che traspira da ogni capitolo, da ogni pagina emergendo in tutta la sua potenza quasi poetica. Una poesia che spesso è dissonante con gesti di vita quotidiana che smitizzano e accentuano i voli pindarici di Sally, una protagonista spettatrice, suo malgrado, del quotidiano dramma della vita. Essa fa parte di questa cacofonica commedia dell’arte, in cui burlesco e patetico si danno la mano e creano un girotondo infinito di azioni, di comportamenti standardizzati e di costanti reiterazioni di pensieri che risultano, a contatto con l’immensità della mente di Sally, estremamente rigide. Ed è questo contrasto che fa scattare la riflessione, facendo adagiare lo sguardo spaurito, incredulo dinanzi a una prosa particolare e particolareggiata, su singole frasi e descrizioni rivelatorie. E queste profumando di ariosa libertà contribuiscono, stranamente, al senso quasi claustrofobico della trama.

Su cosa riflette la Picone?

Su un qualcosa che ci circonda e a cui noi non doniamo particolare attenzione ossia l’ovvio.

E sapete cos’è l’ovvio?

È quello che sta dinanzi a noi, quello che si incontra per strada, il senso traslato tuttora in uso, qualcosa che facilmente si trova e che poco si nota. Dietro al senso dell’arte, dietro a una volontà salvifica, accanto alla volontà di elevarsi al di sopra di tutto e tutti c’è un ovvio che si nasconde ai nostri sensi addormentati. Acquattato in fondo all’inconscio di ogni grande ideale, ogni perfetta ideologia, ogni discorso complicato sui diritti, ogni formulazione legislativa per la difesa degli inferiori, esiste un sottile senso macabro di rivalsa, un sottile razzismo, un pregiudizio latente, che quasi silente, per timore di attirare attenzione ci osserva e sorride beffardo. Come raccontava Vilfredo Pareto sociologo dissacrante dietro ogni grande azione, ogni motivo si cela un residuo illogico che stona con l’acclamata logicità dei nostri assunti culturali. Per la comune morale e la comune etica, tutti noi siamo esseri dotati di fine raziocinio e ogni nostra azione deve mirare al benessere comune, alla realizzazione di ogni componente sociale, e alla difesa della nostra comunità. Baggianate.

 Questi residui sono i sentimenti più nascosti, che celiamo per paura del giudizio e che spesso profumano di marcio. Sono le giustificazioni filosofiche di passioni incontrollate, di sentimenti inconfessati di un’ombra junghiana che non cessiamo di temere.

Tutto il libro contiene riferimenti a questi “Residui” che sono emblemi di puro realismo con un tocco sottile di ribellione e perché no di disgusto per questo ovvio, cosi alieno ed estraneo a azioni profonde che incidono davvero sul tessuto sociale, come l’arte, come la cura della mente o le azioni volte a favorire la crescita di una popolazione. Dietro questi mirabili giri filosofici, dietro bellissimi sermoni sul comportamento da tenere in società, la protagonista si dibatte quasi stupita e stupefatta apprendendo, di volta in volta, un tassello diverso e sconosciuto da apportare nel mosaico umano che tanto ama osservare. Tutto inizia da una perdita, un’agenda in cui è contenuta la vita interiore di Sally. Non sono solo scritti, lì è fermata in un attimo eterno la sua stessa cangiante essenza. E perdendo questi fogli perde al tempo stesso un po’ di se stessa infrangendo quel muro di bellezza dietro cui i suoi voli di fantasia la adagiano. Questi fogli li ritrova, ma al tempo stesso ritrova una parte di verità, di realtà troppo spesso scordata per rincorrere le nuvole e le sue strabilianti forme.  E quel pezzo di mondo un po’ cozza e deturpa il suo mondo più integro della quotidianità che la circonda quasi in una sorta di rito iniziatico verso la maturità interiore. Da adolescente piena di sogni e di ingenuità, Sally diventa una donna forse più consapevole e forse più malinconica di fronte a una vita che si snoda più tra gli angoli che tra i suoi fasti, più nei vicoli bui e segreti che sulla strada principale illuminata dal sole.

Ed è in questi angoli che avviene la trasformazione che esige in fondo un sacrificio importante: la nostra volontà di sognare un mondo perfetto.  L’anima, per restare integra, deve poter osservare l’altra metà del cielo senza essersene toccata, senza subire la tentazione di inglobarlo in sé. Deve poter osservare il marcio e avere la capacità di sorpassarlo senza immergere le sue ali. Deve fare la conoscenza con il paradosso di un’ombra che avvolge le nostre azioni e corrompe la società, dove amico e nemico si sfumano fino a divenire  uniti, in un disperato, patetico muto soccorso.  Stiamo tutti sotto lo stesso cielo e, chi più e chi meno, ci arrabattiamo e  insinuiamo in quei vicoli, per difendere il conosciuto tanto agognato (che sia un ruolo, una definizione, una gerarchia, un significato) imitazione afflitta del nostro vero sé. Del resto quello che ci appare come ordinato è solo un disordine abilmente mimetizzato. Quello che ci appare bello è un brutto abilmente mascherato e così via, in un colpevole e quotidiano sotterramento delle nostre vere esigenze, quelle forse squallide, scomode e orribili.

Non essere davvero noi stessi è il muro che divide costantemente noi e l’altro, ognuno troppo preso a rappresentare la propria recita su un palco costruito da noi per un pubblico inesistente. Perché senza muri si rischierebbe di tornare uomini lupi e instaurare un bizzarro e oscuro rapporto distorto in cui il dominante si alimenta del dominato e il dominato si trova a suo agio nella comoda bambagia del suo ruolo di vittima.

Adorniamo queste spoglie pareti con valori, con parole altisonanti come umanità, tolleranza, cooperazione onde evitare che la verità ci trafigga con la sua infuocata spada fino a decostruire i nostri miseri teatrini e lasciare che finalmente l’ignoto ci abbracci e ci porga le sue leggi che sembrano troppo importanti, troppo perfette per questa triste creatura chiamata uomo. Del resto siamo soltanto piccoli mortali inetti, incapaci di concepire un mondo diverso dal nostro solito tram tram.

Ed ecco che, chi aiuta, in realtà risucchia la giovanile energia dell’aiutato, ben felice esso stesso di aggrapparsi a uno scoglio per non sprofondare in sé stesso. Ecco il benefattore che dona arte, dona opportunità e cultura privandoci della nostra istintuale natura (il verde) considerata non necessaria per la nostra sopravvivenza, facendo sì che l’essere umano si accontenti di una cultura non più simboli di un anima che si evolve, ma segno distintivo di un’orgogliosa società che si fossilizza e decade, perché svilita e depauperata dai suoi profondi contenuti.

E quali sono?

Il bisogno del confronto, il coraggio di demolire i nostri vecchi assunti culturali e sostituirli con altri, con la condivisione, con l’empatia, con il rispetto oltre la tolleranza, con la volontà pedissequa di farsi ogni tanto un profondo e benefico esame di coscienza. È il vedere il mondo che ci circonda non solo come scenario per la nostra recita, come contesto utile a chi si affanna ad arrivare alla meta per primo, stabilendo una finta gerarchia: noi gli eletti, e gli ultimi. Ultimi che al tempo stesso si affanneranno per correre alla meta e così via, in una catena di inutilità senza fine.  E cosi, concentrati sull’arrivo da perdersi la magia del percorso, del viaggio, fino a restare illusi di essere i privilegiati, orgogliosi di apparire ma incapaci di danzare l’incredibile e primordiale danza chiamata vita

 

 

Quale sarà mai il vantaggio materiale di mandare un uomo sulla luna, quando noi non riusciamo a vivere sulla Terra?

Antony de Mello

 

Un libro ingombrante ma importante, necessario per dare voce a un pensiero fin troppo spesso denigrato. Brava Francesca

 

“Volete cambiare il mondo? Che ne dite di cominciare da voi stessi? Che ne dite di venire trasformati per primi? Ma come si ottiene il cambiamento? Attraverso l’osservazione. Attraverso la comprensione. Senza interferenze o giudizi da parte vostra. Perché quel che si giudica non si può comprendere.” 

Antony de Mello

 

Annunci