“Il giorno dopo il lieto fine” di Alice Chimera, Segreti in giallo edizioni. A cura di Alessandra Micheli

Non ditemi che sono l’unica bimba che odiava mortalmente Cenerentola, Biancaneve, Bella e tutte le principesse disney?

Se è cosi comprendo perché io sono fondamentalmente equilibrata e mi accorgo subito del marcio sotto il tappeto, o del pelo blu nella barba del mostro.

Perché a volte quelle fiabe che un tempo nacquero per educarci a diventare donne, oggi come ieri, hanno perso tutta la loro carica realistica.

Si miei adorati lettori.

Le fiabe non erano un vissero per sempre felici e contenti, un tripudio di unicorni e nuvole rosa, fiori e uccellini canterini.

E splendide idiote impegnate a cantare e a farsi sopraffare inebetite e addormentate dalla malvagia di turno.

Donne senza la spina dorsale per soffrire e per rinascere da quella stressa sofferenza.

Non sono figure al pari della fanciulla senza mani, Di Vasilissa, o della stupenda donna scheletro.

Fiabe che ci insegnavano non solo a essere donne, ma sopratutto persone.

Ogni fiaba per insegnarlo doveva assolutamente essere nera, cupa e oscura.

Non solo luce.

Perché la vita è cosi.

Un alternarsi di giorno e di notte, di speranza e di annichilimento, di buio e di luce.

Di dolore e attimi brevi di gioia.

Ma sopratutto di morte e di vita e ancora vita, nonostante la devastazione.

Io ho avuto la fortuna di avere una madre che mi ha iniziato cosi come si faceva nei tempi antichi, all’arte della vita.

Ho visto con lei tutto, arcobaleni e tormente, uragani e notti stellate ammantate dall’odore della terra bagnata dalla pioggia.

Ho scalato montagne e arrampicata su declivi irti di rovi, con le mani sanguinanti e ho gioito perché avevo raggiunto la cima della montagna. E da li ho ammirato il mondo, cosi piccolo rispetto alle nostre misere concezioni umane.

Ho toccato abbiasi orribili e cieli sconfinati.

Ho vissuto.

Perché per me le favole non erano un e vissero felici e contenti.

Ma un semplice e vissero, nonostante tutto il brutto che esiste, nonostante il non bello che se adeguatamente sbrogliato, diventava meraviglia e stupore.

E cosi Alice Chimera vi regala non solo una raccolta di fiabe alternative, che alternative non sono in realtà.

Ma vi regala la vita, quella vera, quella fatta di discese e salite, di mari e di claustrofobiche prigioni.

Non sta revisionando la fiaba.

Sta soltanto eliminando il politicamente corretto e diventa oggi nella narrazione, quella madre amorevole che incarna i tre volti della divinità, compreso quello di signora morte, del dolore e della sofferenza.

E si siede attorno al fuoco e vi incanta con la sa bravura, restituendo tutte le principesse edulcorate da una finta morale, il valore che avevano. E cosi Cenerentole diviene la fanciulla pura che viene iniziata ai misteri del talamo.

Senza però che questi provochino svenimenti e orgasmi alle cinquanta sfumature.

Ma che diventano assenza di luce, perché Cenerentola non aveva chi spiegava lei il valore del corpo e il rispetto per questo valore. Cenerentola era una donna che non ha MAI agito.

Abituata a obbedire, è passata senza una vera scelta dalle mani della matrigna a quella di un principe che non brillava certo per arguzia.

Del resto innamorarsi solo dopo un ballo, solo perché Cenerentola era sistemata, e elegante non è proprio l’amore che ci meritiamo.

E già dall’inizio altro che romanticismo.

Era uno uomo abituato a ottenere tutto, che non ha affatto voluto la donna, ma il simbolo per usarlo a proprio piacimento.

E cosi i sogni che non vengono annaffiati di sudore e fatica, divengono incubi.

E poi abbiamo biancaneve.

La algida principessa ossessionata in fondo anch’essa dalla bellezza, unica sua risorsa. Che nel peccato di una mela, si perde, inesorabilmente. Eppure quella sua morte e rinascita, non ha portato a nessun cambiamento.

Una donna educata a subire, spesso non fa altro che trasformare questo trauma in ossessione e in problemi di personalità.

E biancaneve in fondo è questo.

Colei che si addormenta ma in fondo non si risveglia di sua volontà.

E’ sempre un altro.

E cosa dire della sirenetta?

Per amore rinuncia a se stessa alla sua natura profonda.

E’ sempre lei che rinuncia al mare per diventare donna.

Non è mai il principe a dire aspetta ci provo io cambiare per te.

E cosa di buono può nascere da questa situazione?

Lei che può essere duale, vivere in acqua e sulla terra, è convinta che amore significa sacrificio.

E ovviamente il suo.

Ma senza la propria essenza profonda…alla fine viene costretta a uccidere una parte di se.

Non fatelo mia donne.

Non scegliete tra voi stesse e l’amore.

Chi vi dice di farlo è un demone infernale.

Voi potete avere tutto, essere sirene e amare un uomo.

Bella colei che libera la bestia, in fondo però non libera l’intero castello dalla maledizione.

Chissà cosa si cela dietro le stanze ora vuote.

Chissà cosa prova chi ha dovuto subire la metamorfosi per colpa di un principe stolto.

E cosi Alice lo racconta, e sorride.

Certo il suo racconto è degno di un Walpole, o di una Radcliffe, ma vale ogni minuto di lettura.

E poi abbiamo lei la mia Alice.

E sono molto esigente con lei perché è e resta il mio libro preferito.

Alice in the wonderland, la storia di chi nel regno altro trova forse se stressa.

Sapete cosa odio della Disney?

L’aver tolto dal libro di Carrol una certa oscurità.

Il regno altro, delle meraviglie, non è affatto adorabile.

Non solo almeno. E no certo secondo i nostri canoni umani.

Il regno è appunto altro, è qualcosa che vive nei sogni come un folletto dispettoso e ci dice, ci sussurra che non non apparteniamo alla terra.

E’ bizzarro, assurdo e inquietante.

Segue le sue regole non le nostre.

E questo ad alcuni fa provare un atavica paura.

Quella del diverso, quella del caos.

Alice in Carrol ha situazioni al limite del dark.

Fiori paranoidi, un te fatto di pazzi, una regina con manie omicide.

Tutto in Lewis ha la bellezza oscura dei miti celtici.

Perché l’altro mondo non è per tutti.

E cosi chi varca le porte del regno, è perché in fondo ha dentro di se quel weird che lo rende alieno dalla società del suo tempo.

Odia le convenzioni, odia rivestire un ruolo, odia etichetta e convenzioni.

E’ un folle e sogna di prendere il te con il Cappellaio matto, e deridere la regina assieme al meraviglioso stregatto.

Meraviglioso è un termine che oggi è stato privato dalle sua controparte caliginosa.

Meraviglioso è degno di riverito rispetto, ma è anche terribile perché sovrumano.

Incredibile, cosi grande da dare un senso di smarrimento e terrore.

E Alice è tutto questo, l’ansia ribelle di chi in questo mondo non ci si trova e lo capovolge, di significato, di senso e di emozioni.

Ecco perché Alice è amata da pochi.

Ecco perché in questo brano, delicato e toccante, si esprime tutto l’amore per il non senso.

Alice Chimera è una di noi.

E’ una scrittrice che al consueto non strizza gli occhi.

E sono certa che in questo libro che sembra un incantato canto, lei renda omaggio al regno della fantasia.

Quello vero, non quello confezionato dal business.

A quelle favole che oggi sono solo passatempi.

Ma che per noi, pochi e scelti da un destino forse infausto sono solo la mappa, per tornare a essere noi stessi, matti come il cappellaio, ghignanti come lo stregatto, e forse un po’ folli come Regina bianca.

Ma felici e profondamente liberi.

***

Per te

che ancora oggi nei miei sogni

prendi il te con la lepre marzolina

e ridi degli nido indovinelli del cappellaio.

In ricordo dei nostri te e di quella complicità che ci rendeva strane e bizzarre.

Senza di te oggi, quel te non ha lo stesso sapore.

Ma continuo a prenderlo e a strizzare gli occhi sorridendo

perché so che dall’altra parte tu fai lo stesso.

E allora brindo a te mamma

con un te fatto di raggi di luna.

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